Sulla via della normalizzazione tra Armenia e Turchia (Treccani 11.02.22)

Turchia e Armenia provano a parlarsi, di nuovo. Vicini separati da un confine di oltre 300 km che resta chiuso da quasi 30 anni, Ankara e Yerevan hanno relazioni storicamente molto complicate ma recentemente la diplomazia ha cominciato a muovere piccoli passi e, per il momento, è l’ottimismo a prevalere. Il ministero degli Esteri turco ha definito «costruttivo e positivo» il primo incontro che si è svolto a Mosca, il 14 gennaio, tra un rappresentante nominato dalla Turchia e uno dall’Armenia per condurre un percorso di normalizzazione dei rapporti che, sempre secondo il comunicato del ministero, si svolgerà «senza precondizioni». Per guidare il processo, Ankara ha incaricato un diplomatico di lungo corso, l’ex ambasciatore turco a Washington, Tokyo e Beirut Serdar Kılıç, mentre Yerevan ha scelto il trentunenne Ruben Rubinyan, già presidente del Parlamento armeno e stretto consigliere del premier Nikol Pashinyan. Dopo il primo incontro a Mosca, si vedranno di nuovo il 24 febbraio, questa volta a Vienna, per tentare di ottenere una normalizzazione delle relazioni che in 30 anni si è soltanto intravista senza mai diventare una prospettiva reale.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, le repubbliche indipendenti di Armenia e Azerbaigian iniziarono un conflitto per il territorio conteso del Nagorno-Karabakh e Ankara si schierò dalla parte di Baku. L’appoggio della Turchia all’Azerbaigian provocò la chiusura del confine e la rottura dei rapporti con l’Armenia che dal 1993 ha mantenuto il controllo sulla regione disputata. Una nuova guerra tra settembre e novembre 2020 ha rovesciato la situazione e l’Azerbaigian, sostenuto militarmente da Ankara, è riuscito a prendere controllo di gran parte dei territori del Nagorno-Karabakh. In poco più di un anno dalla fine del conflitto, si sono visti sporadici scontri, mentre quasi 2.000 soldati russi pattugliano ancora la zona con l’obiettivo di mantenere il cessate il fuoco firmato da Armenia e Azerbaigian, con la mediazione di Mosca, a fine 2020. L’armistizio ha evidentemente segnato una traumatica sconfitta per Yerevan che dopo quasi 30 anni perde una vasta regione in parte formata dall’autoproclamata ed etnicamente armena Repubblica di Artsakh. A causa delle strette relazioni con l’Azerbaigian – che la Turchia considera un Paese vicino per affinità a livello linguistico, culturale e religioso – il controllo dell’Armenia sul Nagorno-Karabakh era anche il principale motivo per cui Ankara aveva interrotto le relazioni diplomatiche con Yerevan. In questo senso, la sconfitta sul campo di battaglia ha paradossalmente creato le condizioni affinché Armenia e Turchia possano tornare a dialogare. I precedenti tentativi di normalizzazione tra Ankara e Yerevan non funzionarono soprattutto a causa di pressioni azere sulla Turchia per la presenza armena nel territorio disputato. Ma da più di un anno Baku esercita solidamente il controllo su quelle aree, che precedentemente considerava occupate, e per questo motivo il processo di normalizzazione in corso potrebbe questa volta avere successo al contrario di alcuni tentativi nel passato che si rivelarono fallimentari.

I protocolli per la normalizzazione firmati il 10 ottobre 2009 a Zurigo dai ministri degli Esteri di Turchia e Armenia non furono però ratificati l’anno successivo dall’attuale presidente turco Recep Tayyip Erdoğan che all’epoca era primo ministro e, insieme all’ex capo di Stato Abdullah Gül, aveva negli anni precedenti dimostrato di essere il primo leader politico turco aperto a una normalizzazione con Yerevan. Dopo più di 10 anni, Erdoğan occupa ancora il vertice della politica turca e oggi, con una situazione sul campo di battaglia completamente diversa e un netto cambiamento nei rapporti di forza ora sbilanciati a favore di Baku, il leader turco ha chiarito che vuole tornare a dialogare con l’Armenia. Nei giorni del primo anniversario del conflitto in Nagorno-Karabakh del 2020 è stato lo stesso Erdoğan ad affermare che «la Turchia non ha alcun problema a normalizzare i rapporti con l’Armenia», aggiungendo che la distensione delle relazioni avrebbe potuto avvenire solo «se Yerevan mostrerà una volontà sincera a risolvere i suoi problemi con l’Azerbaigian». Poche settimane dopo, sono stati nominati rappresentanti diplomatici per guidare il processo di normalizzazione ed è stato annunciato che collegamenti aerei diretti tra Turchia e Armenia sarebbero ripresi dopo una pausa di oltre 2 anni. Il 2 febbraio c’è stato il primo volo tra Istanbul e Yerevan mentre Ankara ha invitato il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan a un importante forum diplomatico internazionale che si svolgerà in Turchia, ad Antalya, tra l’11 e il 13 marzo. Yerevan sembra avere accolto l’invito positivamente e se la visita avrà davvero luogo potenzialmente sarà di grande importanza visto che all’Antalya Diplomacy Forum parteciperà anche il ministro degli Esteri azero e la Turchia potrebbe trovarsi ad ospitare un faccia a faccia tra i due dopo il conflitto del 2020. «Lasciamo che Armenia e Azerbaigian possano esprimersi qui» è stato il commento del ministro degli Esteri turco Mevlüt Ҫavuşoglu che ha sottolineato come un incontro tra autorità armene e azere in Turchia potrebbe rivelarsi un’occasione per sviluppare un rapporto di fiducia tra Baku e Yerevan.

Stabilire normali relazioni diplomatiche tra Turchia e Armenia porterebbe a una serie di prospettive vantaggiose per entrambi se si considerano potenziali cooperazioni dal punto di vista turistico e commerciale che potrebbero realizzarsi con l’apertura del confine. Le premesse per una buona riuscita oggi ci sono anche se non si dovrebbe confondere la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con una riconciliazione tra i due Paesi a partire, ad esempio, dalla memoria storica che ancora non è condivisa tra il popolo turco e quello armeno. Lo spettro dei massacri di Armeni in epoca ottomana, che hanno avuto il loro apice nel 1915, incombe ancora sul presente, rappresenta un argomento a dir poco sensibile e Ankara continua a non accettare, e forse non accetterà mai, la definizione di “genocidio” per descrivere quel momento storico. Una normalizzazione dei rapporti diplomatici non potrebbe avere un effetto diretto sul delicato territorio del racconto di un passato macchiato da sanguinosi conflitti. Nello stesso tempo, considerate le circostanze, inaugurare rapporti diplomatici normali rappresenta forse il primo passo per gettare le basi di un riavvicinamento tra i due popoli che dovrebbe essere sviluppato a livello culturale, sociale, letterario e di memoria storica. Una riconciliazione che sarebbe molto gradita alla popolazione armena di Turchia, oggi ridotta a poco più di 50.000 persone ma custode della memoria di un patrimonio che si perde nei secoli presente a Istanbul, e in molte altre zone del territorio della Repubblica di Turchia, che non è stato completamente cancellato nemmeno dopo i drammi del XX secolo.

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Azerbaigian: la mitologia storiografica come un’arma di epurazione etnica e culturale (Korazym 11.02.22)

Negli ultimi giorni alcuni siti italiani hanno pubblicato degli articoli che rivendicano un legame organico tra l’antica civiltà dell’Albania del Caucaso (da non confondere con l’Albania nei Balcani) e gli azerbaigiani moderni, un popolo musulmano turcofono. Provare un tale legame è un compito arduo perché il Regno dell’Albania del Caucaso, il cui nucleo era situato nelle pianure dell’Azerbaigian odierno, fu abolito dai persiani intorno al 510 d.C. Dopo l’islamizzazione dell’Albania del Caucaso, avvenuta ad opera degli arabi già prima della fine del secolo VIII, la lingua albanese – la principale portatrice della sua cultura cristiana – gradualmente svanì, mentre l’armeno divenne la lingua dominante delle popolazioni cristiane che restavano ancora sul territorio dell’antico regno. L’esigua popolazione udi dell’Azerbaigian, la cui lingua parlata rappresenta una parente, o addirittura una discendente diretta, dell’albanese del Caucaso, è stata per secoli affiliata alla chiesa armena. È proprio a causa dei legami stretti con gli armeni che una gran parte degli udi fu costretta ad abbandonare la terra natia dell’Azerbaigian all’inizio degli anni 1990.

La Storia dell’Albania del Caucaso attribuita a Mosè di Kałankatoyk̔, un’opera composita scritta in armeno tra i secc. VIII e X rappresenta la fonte principale sull’Albania cristiana. Gli articoli pubblicati nei giorni scorsi evitano ogni menzione della lingua in cui questa opera fu scritta proprio per sostenere la tesi dell’estraneità degli armeni alla storia dell’Azerbaigian e a quella dell’Artsakh (Nagornyj Karabagh), una regione storica armena situata sui monti che sovrastano le pianure dell’Albania del Caucaso.

Antichi Paesi della Transcaucasia.

Eppure, la Storia dell’Albania del Caucaso non è soltanto redatta in armeno ma rivela anche riferimenti culturali armeni. Per esempio, essa annovera ripetutamente l’Artsakh tra le «Regioni Orientali», perché al centro della mappa mentale dei suoi autori non si trovano le pianure adiacenti alla costa caspica (dove si trovava una volta il regno svanito dell’Albania) ma si trova la valle dell’Ararat situata a occidente – il cuore dell’Armenia.

All’inizio del secolo X, il Katholikos armeno Giovanni di Drasxanakert, che aveva visitato l’Albania del Caucaso, attesta che i suoi contemporanei prìncipi albanesi si riconoscevano come appartenenti allo stesso popolo (žołowurd) degli armeni.

Quando, all’inizio del secolo XI, le tribù turche iniziarono a penetrare nelle pianure caspiche, l’albanese del Caucaso non era più praticato in quanto lingua scritta. Nessuna testimonianza storica ci suggerisce che la cultura dell’antica Albania del Caucaso abbia esercitato un influsso diretto sulle popolazioni turcofone, mentre i prestiti armeni nel kurdo successivamente parlato sul suo territorio, nonché nell’azerbaigiano – parole relative all’agricoltura, all’allevamento di animali, allo scambio monetario, all’artigianato e alla religione – riflettono il ruolo degli armeni nella sedentarizzazione di queste popolazioni nomade. Altri influssi armeni sono riscontrabili in varie sfere di attività culturale sul territorio dell’Azerbaigian, per esempio nelle forme architettoniche o nei disegni ornamentali sui tappeti.

Ogni resoconto storico della terra conosciuta oggi come Azerbaigian (un nome che prima della Rivoluzione russa del 1917 era attribuito esclusivamente alla provincia persiana a sud del fiume Arasse, sul territorio dell’Iran) presuppone, quindi, un esame dei legami e della trasmissione culturale tra l’Albania del Caucaso e gli armeni delle regioni caspiche da una parte e tra gli armeni e gli azerbaigiani dall’altra.

La dottrina storiografica ufficiale dell’Azerbaigian rinnega radicalmente l’esistenza di tali legami, ed è questa negazione che fornisce ai dirigenti azerbaigiani una base ideologica per la loro opera di distruzione del patrimonio monumentale e artistico armeno in Azerbaigian, nella regione di Nakhichevan e nel Nagornyj Karabagh, epurati dalla popolazione armena, nonché per le ambizioni espansionistiche dell’Azerbaigian sul territorio della Repubblica dell’Armenia.

Per apprezzare la fallacia del mito di un passato «albanese» degli azerbaigiani possiamo rivolgerci ad un raro documento che ci permette di sentire la voce del popolo udi stesso: è una petizione, redatta in armeno, che nel 1724 gli udi indirizzarono allo zar russo Pietro il Grande. Essa fa luce sulla natura dei rapporti che gli udi intrattenevano sia con le popolazioni turche dell’ex Albania del Caucaso sia con gli armeni prima che i russi iniziassero a penetrare nel Caucaso:

Con suppliche e implorazioni, portiamo alla conoscenza della sua Maestà tutti i crimini ivi commessi e lo stato in cui giace questo paese. Ecco, cosa i senza legge e gli infedeli hanno per così tanti anni portato sulle nostre teste: primo, essi hanno bruciato le chiese e ci hanno causato tanto male agendo contro la nostra fede; hanno indotto preti in apostasia, uccidendone diversi; hanno portato in prigionia donne con loro figli e figli con loro madri; monasteri ed eremitaggi, resi deserti, rimangono tali fino ad oggi, mentre noi, i sopravvissuti, giacciamo in mezzo alle sofferenze, né vivi né morti. Siamo albanesi, e udi per quanto riguarda la nostra stirpe. […] Segretamente osserviamo la nostra religione, ma apertamente i senza legge ci forzano con la spada, vecchi come giovani, a diventare turchi. Per paura non osiamo a scriverti tutto […] Non siamo che pochi superstiti rimasti in questa terra […] Che il Re celeste sia il tuo protettore, nonché delle tue forze, e la Sua Maestà sia la protettrice di tutti i fedeli armeni, sia ricchi sia indigenti. (Relazioni armeno-russe durante il primo terzo del secolo XVIII, vol. II/2, a cura di A. Hovhannisyan, Erevan, 1967, pp. 90–91, in arm.)

Le origini della mitologia storiografica che rivendica una continuità culturale diretta tra gli albanesi del Caucaso e gli azerbaigiani risalgono alla politica delle nazionalità sovietica: per prevenire lo sviluppo sul territorio dell’Unione sovietica di una comune identità turca, sostenuta a partire dal 1931 dalla Turchia kemalista, l’Azerbaigian, come altre repubbliche turcofone, fu obbligato a sviluppare un’identità nazionale separata e autoctona. L’eliminazione, tra il 1936 e il 1938, da parte delle autorità sovietiche di numerosi eminenti intellettuali dell’Azerbaigian (filologi, storici ed etnografi tra gli altri) ha spianato la strada per la creazione in questa repubblica di una nuova dottrina, dissociata dalla tradizione storiografica precedente e da ogni analisi oggettiva delle fonti storiche. A partire dalla pubblicazione nel 1939 a Baku della prima Storia della repubblica sovietica socialista dell’Azerbaigian, possiamo osservare una lunga successione di tentativi intrapresi da parte degli accademici azerbaigiani per impiantare il passato del loro popolo ora in una, ora in un’altra civiltà antica. Per collegare queste civiltà ai turcofoni odierni, la quarta versione della Storia dell’Azerbaigian, pubblicata tra il 1958 e il 1962, rivendicherà l’apparizione delle popolazioni turche sul suo territorio nel secolo IV d.C., e cioè più di sei secoli prima della datazione universalmente riconosciuta nel mondo accademico. Nel 1976 Nasir Rzayev scoprirà tratti turchi nelle sepolture, scavate nel territorio della repubblica e risalenti ai secc. II a.C. – IV d.C., mentre nel 1989 Mirəli Seyidov anticiperà l’apparizione dei turchi in Azerbaigian al secolo III a.C. Per Seyidov, le tribù turche rappresentavano addirittura il gruppo predominante dell’Albania del Caucaso. Nel 1990 Ali Sumbatzade affermerà che la lingua degli azerbaigiani antichi fosse «vicina alla lingua degli elamiti, dei cassiti (cossei) e dei lulubei». Tali espedienti permisero agli accademici azerbaigiani di lasciare gli armeni fuori del quadro storico. La contemporanea Fəridə Məmmədova (Farida Mamedova) afferma addirittura che gli armeni sono degli stranieri nel Caucaso del Sud.

Nel 2007 il Ministero della cultura dell’Azerbaigian pubblica, quindi, un libro che definisce tutto il territorio della Repubblica dell’Armenia come «l’Azerbaigian occidentale» (Aziz Youssif oghlu Alakbarli, The Monuments of Western Azerbaijan, eds B. Budagov et al., Baku: Nurlan Publishing House, 2007): è una road map per l’esercito dell’Azerbaigian.

Igor Dorfmann-Lazarev
School of Oriental and African Studies, London

Il Prof. Igor Dorfmann-Lazarev (Mosca, 18 aprile 1968) è ricercatore associato presso la School of Oriental and African Studies (SOAS), University of London, Department of the Languages and Cultures of the Near and Middle East. In precedenza ha svolto attività di ricerca presso il Dipartimento di Storia Antica della Goethe Universität di Frankfurt am Main e poi presso l’Università di Regensburg. Tra il 2001 e il 2015 ha insegnato ebraico, armeno, Patristica delle Chiese Orientali e Storia dell’Armenia nelle Università di Roma (La Sapienza e Tor Vergata), Montpellier, Durham, Londra (School of Oriental and African Studies-SOAS) e Istanbul (Boğaziçi Üniversitesi). In precedenza ha studiato a Mosca, Gerusalemme e Roma e ha scritto la sua tesi di dottorato all’École Pratique des Hautes Études (ÉPHÉ, Sorbonne sui rapporti armeno-bizantini durante il IX secolo. La monografia basata sulla sua tesi di dottorato, Arméniens et Byzantins à l’époque de Photius (Leuven 2004), ha ricevuto il premio “Charles et Marguerite Diehl” dall’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres. Nell’ÉPHÉ è stato inoltre insignito, nel 2009, del diploma di abilitazione. I suoi attuali interessi di ricerca risiedono nella trasmissione degli apocrifi attraverso le tradizioni cristiane orientali. Questo tema è stato anche al centro della sua ricerca presso l’Università di Halle, nel 2010-12, nell’ambito di una borsa di studio A. von Humboldt. Nel 2018 ha ideato e diretto la Conferenza Internazionale The Role of Esoteric and Apocryphal Sources in the Development of Christian and Jewish Traditions con la partecipazione di trenta studiosi in rappresentanza di università di undici nazioni (Forschungskolleg Humanwissenschaften, Bad Homburg). È interessato al ruolo che le antiche idee religiose, veicolate attraverso la letteratura apocrifa, hanno svolto nella formazione di distinte tradizioni esegetiche, concezioni antropologiche e cosmologiche e iconografiche dei cristiani orientali, e in particolare in Armenia e, negli studi più recenti, anche in Georgia e nell’Albania del Caucaso. Ha contribuito alla Cambridge History of Christianity e ad altri volumi collettivi e alle principali riviste internazionali di studi armeni e orientalisti.

Articolo collegato

La campagna azera contro le chiese armene in Artsakh. In Occidente tutti troppo preoccupati a richiedere il gas azero. L’Unione Europa stanzia 2 miliardi di Euro di assistenza all’Azerbajgian – 7 febbraio 2022

Foto di copertina: Monastero di Gandzasar, un monastero armeno del XIII secolo situato nella Repubblica di Artsakh Nagorno Karabakh), nei pressi del villaggio di Vank (regione di Martakert). “Gandzasar” significa “Montagna del tesoro” in armeno (da gandz tesoro e sar montagna). Gandzasar fu la residenza del Catholicosato di Aghvank della semiautonoma Chiesa Armeno-Albana dal XIV secolo fino al 1836 quando quest’ultima venne definitivamente unita alla Chiesa Apostolica Armena. Ora è la sede dell’Arcivescovo armeno dell’Artsakh.

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Armenia: oltre il 60 per cento degli abitanti di Erevan contro apertura confine con Turchia (Agenzia Nova 11.02.22)

Erevan, 11 feb 16:10 – (Agenzia Nova) – Oltre il 60 per cento degli abitanti di Erevan è contrario all’apertura del confine tra Armenia e Turchia. E’ quanto risulta da un sondaggio telefonico condotto nella capitale armena tra il 24 gennaio e il 2 febbraio da Mpg Llc, ufficio di rappresentanza in Armenia della società di analisi e consulenza Gallup. Come evidenziato dal direttore di Mpg Llc, Aram Navasardyan, questo è l’esito della rilevazione nonostante la recente apertura di negoziati per la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi. Al sondaggio hanno partecipato 800 residenti di Erevan. “Decisamente” favorevole all’apertura delle trattative con Ankara è il 6,9 per cento, mentre “piuttosto” favorevole è il 15,6 per cento. “Piuttosto” sfavorevole è il 7,6 per cento ma “decisamente” lo è persino il 54,6 per cento. Il 15,3 per cento si è detto indeciso. Navasardyan ha segnalato un margine di errore del 3,5 per cento.
Ankara e Erevan non hanno relazioni diplomatiche ufficiali e la frontiera tra i due Paesi è chiusa su iniziativa turca dal 1993. Le tensioni tra i due Stati sono alimentate da diverse questioni aperte, dal sostegno di Ankara all’Azerbaigian nel conflitto del Nagorno-Karabakh all’opposizione turca al riconoscimento internazionale del genocidio armeno del 1915 da parte dell’Impero ottomano. Il 14 gennaio Mosca ha ospitato un primo incontro tra le delegazioni armena e turca per la normalizzazione delle relazioni bilaterali. Un altro incontro si terrà a Vienna il 24 febbraio. (Rum)

Dalle chiese armene al silenzio dei teatri. Le foto di Claudio Gobbi a Venezia (Atribune 10.02.22)

I DUE PROGETTI FOTOGRAFICI REALIZZATI DA CLAUDIO GOBBI E ALLESTITI FRA LE SALE DI CA’ PESARO, A VENEZIA, AFFRONTANO IL TEMA DELL’IDENTITÀ CULTURALE METTENDO IN DIALOGO MODELLI ARCHITETTONICI GEOGRAFICAMENTE E CRONOLOGICAMENTE DISTANTI. MA EMOTIVAMENTE COMPLEMENTARI

Corrono in parallelo le narrazioni alla base delle due serie fotografiche ideate da Claudio Gobbi (Ancona, 1971) e presentate in altrettante sale della Galleria Internazionale d’Arte Moderna – Ca’ Pesaro a Venezia. Da una parte c’è la disseminazione – concettuale e visiva – di Arménie ville: 64 immagini, alcune delle quali realizzate da Gobbi, altre custodite da archivi di vari Paesi e altre ancora scovate in Rete o commissionate ad autori diversi, che testimoniano l’immutabilità dell’archetipo della chiesa armena, la cui architettura è sopravvissuta a 1500 anni di storia radicandosi in aree geografiche lontane dal territorio caucasico. Dall’altra parte, invece, c’è la disseminazione dell’identità collettiva associata al teatro come luogo di condivisione e memoria culturale: gli scatti, realizzati in oltre venticinque Paesi, restituiscono frammenti silenziosi di platee e foyer, quinte e palcoscenici novecenteschi rigorosamente vuoti.

Claudio Gobbi, Sofia, Bulgaria, 2007
Claudio Gobbi, Sofia, Bulgaria, 2007

LE FOTOGRAFIE DI CLAUDIO GOBBI A VENEZIA

A unire i due registri narrativi è la definizione via via più netta di una geografia che, superando i limiti di longitudini e latitudini, trova il suo punto di ancoraggio e la sua bussola nell’idea di persistenza. L’Atlas of Persistence che dà il titolo alla mostra è composto dagli aspetti permanenti che contraddistinguono un archetipo e che si riverberano nelle vicende di quanti hanno a che fare quotidianamente con forme, luoghi, spazi capaci di resistere al tempo. Le chiese armene e i teatri rientrano quindi nel medesimo orizzonte dell’identità culturale comunitaria, innestandosi in una riflessione ancora più ampia e decisamente attuale sul confine. La mostra, curata da Francesca Fabiani, è l’esito del dialogo tra la Direzione regionale Musei Veneto e l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD) del Ministero della Cultura, che di recente ha scelto di includere anche il contemporaneo nella sua consolidata attività di promozione del linguaggio fotografico, espandendosi oltre la propria sede di Roma con l’iniziativa ICCD OFF SITE. An Atlas of Persistence è il primo capitolo di una serie di eventi che troveranno dimora in varie sedi espositive veneziane, dando seguito a una collaborazione virtuosa.

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Turchia-Armenia: Cavusoglu, vogliamo tenere incontri per normalizzare rapporti ad Ankara ed Erevan (Agenzianova 10.02.22)

Ankara, 10 feb 09:17 – (Agenzia Nova) – La Turchia vuole tenere incontri sulla normalizzazione delle relazioni con l’Armenia ad Ankara ed Erevan. Lo ha affermato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu parlando all’emittente “Trt Haber”. “Il primo incontro, come sapete, è avvenuto a Mosca, e il secondo è previsto per il 24 febbraio a Vienna. Vogliamo fare incontri anche ad Ankara ed Erevan, ma la parte armena ha scelto un terzo Paese. Tuttavia il dato principale è che il processo è in corso”, ha detto Cavusoglu. Gli inviati speciali di Armenia e Turchia sulla normalizzazione delle relazioni hanno tenuto il primo incontro a Mosca il 14 gennaio. Le parti hanno espresso la disponibilità a impegnarsi in un dialogo costruttivo e non politicizzato.

Haut-Karabakh: un’eredità cristiana in pericolo (Culturacattolica 09.02.22)

La Mezzaluna turca cancella il patrimonio cristiano
Nel giorno in cui l’Europa regala due miliardi agli azeri questi annunciano la distruzione delle chiese armene. Intanto nessuno ha più visto i mosaici bizantini a Santa Sofia

Da diversi mesi la Regione Auvergne-Rhône-Alpes, in diverse occasioni, ha avuto l’opportunità di affermare il suo sostegno all’Armenia, e in particolare al Nagorno-Karabakh (Artsakh) e alle loro popolazioni nella guerra che li oppone all’Azerbaigian. Ha inoltre adottato e rinnovato un piano regionale a favore dei cristiani d’Oriente, al fine di aiutare le popolazioni perseguitate.
L’Œuvre d’Orient, un’associazione partner di questo progetto, è coinvolta da oltre 160 anni con i cristiani orientali in Armenia. Per presentarne l’inestimabile patrimonio è stata allestita una mostra fotografica itinerante, intitolata “Nagorno-Karabakh: un’eredità cristiana in pericolo”, al fine di sensibilizzare il grande pubblico sull’eredità cristiana armena e rendere omaggio all’Artsakh e alla sua popolazione.

La situazione politica
La guerra del Nagorno-Karabakh dell’autunno 2022 si è conclusa con un cessate il fuoco il 10 novembre 2020 a favore dell’Azerbaigian, privando il Nagorno-Karabakh di parte del suo territorio e della sua capitale storica, Shushi.
Artsakh è storicamente una regione della “Grande Armenia”, il primo regno cristiano. Il suo patrimonio religioso è una testimonianza inestimabile della civiltà cristiana armena. Gli edifici religiosi furono bombardati dalle truppe azere durante questa guerra. Questi monumenti, chiese e khachkar (croci di pietra), sono tuttavia testimoni della antica cultura cristiana del Caucaso.
Cancellare le tracce del cristianesimo armeno dal Nagorno-Karabakh è un modo per riscrivere la storia, per cancellare una secolare tradizione religiosa e da ultimo per giustificare le rivendicazioni politiche dell’Azerbaigian. Il cessate il fuoco concluso, sotto l’egida della Russia, è stato ben lontano dal risolvere i problemi della regione. Il patrimonio religioso e civile è così diventato campo di battaglia perché segno della lunga presenza culturale armena e cristiana. È forte la tentazione di cancellare le tracce di questa presenza per riscrivere il passato per controllare meglio il futuro.
La conservazione e il mantenimento del patrimonio storico sono a questo punto, non solo di natura conservativa storico-artistica, ma soprattutto politica. La storia è ricca di esempi in cui l’archeologia lascia la sfera strettamente scientifica per entrare nel regno della politica. È il caso dell’Artsakh (o Nagorno Karabakh) dove l’eredità armena si trova al centro delle tensioni con il nuovo occupante del territorio.

Un antico regno e le sue contraddizioni
Albania caucasica è il nome dell’antica regione, così anticamente chiamata per il candore delle sue cime innevate (Albania da albis, bianco in latino) e non ha nulla a che vedere con l’Albania balcanica. L’Albania caucasica è un antico regno cristiano il cui territorio si sovrapponeva a quello di Armenia, Georgia e Azerbaigian, in particolare sulle pianure della sponda sinistra del fiume Kur e lungo la costa del Daghestan da sud. La sua popolazione era di origini eterogenee e parlava una varietà di lingue, principalmente caucasica nord-orientale e iraniana.
La storia dell’Armenia e dell’Albania caucasica è stata strettamente collegata dalla cristianizzazione dei due paesi avvenuta all’inizio del IV secolo e dall’invenzione delle loro scritture all’inizio del V secolo dallo studioso armeno Mesrop Mashtots. Tuttavia, a differenza dell’Armenia montuosa, l’Albania caucasica, che si estendeva sulle pianure a est dell’Artsakh, fu in gran parte islamizzata dagli arabi nell’VIII secolo. Successivamente, la lingua albanese svanì piano piano, poiché l’armeno divenne la lingua dominante per tutti i cristiani rimasti ancora nell’ex territorio dell’Albania, fossero di origine armena, albanese o di altre popolazioni di origini caucasiche e iraniane. Quando verso la fine del X secolo le prime tribù turkmene e turche iniziarono a penetrare nel Caucaso meridionale, con ogni probabilità non incontrarono più abitanti che parlassero ancora albanese. Gli scambi tra turchi e armeni furono invece intensi, come dimostrano i prestiti armeni in azerbaigiano e turco. La teoria secondo cui il popolo dell’Azerbaigian trae le sue origini dagli albanesi caucasici è stata sviluppata in epoca sovietica, in un contesto sociale e culturale a sé stante. Mentre alle nazioni che componevano l’Unione Sovietica era proibito dare una dimensione politica alle loro identità, queste nazioni potevano, a determinate condizioni, esplorare il loro passato, in particolare l’archeologia, l’architettura, le lingue e il folclore. A volte tali popoli erano persino incoraggiati a riscoprire il passato delle rispettive repubbliche. Il loro passato doveva tuttavia essere molto distinto: esisteva quindi un’archeologia armena, un’archeologia georgiana, un’archeologia azerbaigiana, un’archeologia turkmena… Mentre le storiografie dell’Armenia e della Georgia erano in competizione tra loro, confrontandosi con narrazioni contrastanti risalenti all’antichità e all’inizio del primo millennio prima della nostra era, l’Azerbaigian di lingua turca, un’entità politica recente, ha cercato di sviluppare una storiografia basata sul postulato che discendesse direttamente dall’antica Albania caucasica. La sfida qui era politica: si trattava di creare una storia iniziata prima del X secolo e dell’arrivo delle popolazioni turche per poter beneficiare di una profondità storica almeno pari a quella dei georgiani e degli armeni. Definirsi e considerarsi gli eredi del regno dell’Albania caucasica era un modo per giustificare un’esistenza politica. L’archeologia si poneva al servizio di una causa che non aveva più nulla a che vedere con la scienza.

Il patrimonio artistico
Le chiese più antiche che si trovano nell’Artsakh recano comunque iscrizioni e simboli armeni poiché la regione fu cristianizzata almeno quattro secoli prima dell’arrivo dell’Islam.
La comunità internazionale teme per la sopravvivenza di un ricco e antico patrimonio religioso e civile. Monasteri, chiese antiche, cimiteri, molti dei quali classificati patrimonio dell’UNESCO, potrebbero essere distrutti, cancellati o riqualificati. La recente trasformazione della cattedrale di Santa Sofia in moschea fa temere che nella regione siano in corso progetti simili. Quindici anni fa, le lapidi del cimitero armeno di Baku furono utilizzate per la costruzione di un’autostrada. Diverse personalità azere si sono rivolte ai media per dire che vogliono “verificare” l’autenticità storica dei monumenti armeni. C’è da temere che questa “verifica” porti alla distruzione o alla cancellazione per cancellare il passato.
L’Unesco ha annunciato la volontà di inviare una missione di esperti nella regione al fine di effettuare un inventario dei beni culturali e religiosi per garantirne la protezione. Il direttore generale dell’organizzazione, Audrey Azoulay, ha parlato del ruolo della missione in un comunicato stampa: Preparare un inventario preliminare dei beni culturali più significativi [al fine di garantire] un’efficace protezione del patrimonio della regione. La questione del patrimonio è estremamente delicata, perché legata a quella dell’identità con cui ogni nazione cerca di relazionarsi e cerca di costruire attorno al regno dell’Albania caucasica. La Francia si è detta favorevole all’apertura di questa missione, così come gli Stati Uniti e la Russia. Non resta che metterlo in atto rapidamente per evitare distruzioni che potrebbero essere irreparabili. Si può anche sperare: è questo un pio desiderio? — che il patrimonio storico può fungere da denominatore comune ed essere preservato per creare un terreno comune e, in definitiva, la pace nella regione. Ne siamo per il momento molto lontani e l’urgenza è preservare questi capolavori in pericolo.

L’Hôtel de Région de Lyon ospita la mostra fotografica dal 3 al 18 febbraio 2022.
Aperta dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 16.30, ingresso libero.

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La politica anti-armenadi #Cancelculture dei noottomani (notiziegeopolitiche.net 09.02.22)

di Grigor Ghazaryan * –

Terroristi o no? Durante il suo primo viaggio nei territori armeni occupati dalle forze turco-azere a seguito dell’aggressione del 2020, la consorte del presidente turco, Emine Erdogan consiglia al presidente azero di restituire lentamente, uno per uno, i prigionieri di guerra armeni. Lentamente, per mantenere il più a lungo possibile la sofferenza delle famiglie armene, e per richiedere in cambio, come hanno fatto anche recentemente, diversi oggetti di valore. Un chiaro modus operandi terroristico: scambiare vite umane, o spesso anche cadaveri torturati, con oggetti richiesti.
Dopo la dichiarazione rilasciata davanti ai media dal presidente azero, secondo cui la questione dei prigionieri di guerra sarebbe stata chiusa come se l’Azerbaijan li avesse “restituiti tutti”, la sua dittatura, dopo l’intervento dell’Ue, ironicamente, rilascia ancora 10 prigionieri di guerra armeni nel mese di dicembre 2021 e ancora altri 8 il 7 febbraio 2022. Allora, alcuni prigionieri di guerra si trovano ancora, fino ad oggi, nelle prigioni di Baku. Conclusione: il “dittatore” dell’Azerbaijan dice bugie, le sue dichiarazioni non meritano fede.
Ma da un aspetto macro: il problema sta nel fatto che l’Azerbaijan è una dittatura, uno stato sempre agli ultimissimi posti nelle classifiche mondiali e più autorevoli sui diritti umani.
Da questo punto di vista sono demoralizzanti le rivendicazioni verbali o non-verbali da parte di chi, senza pudore o vergogna, si batte ancora per difendere il regime draconiano di un prersidente che fino ad oggi rilascia ordini di attaccare le postazioni armene al confine armeno-azero, giocando con le vite dei giovani sia azeri che armeni.

Chi fa propaganda. Fare propaganda, da come viene usata oggi, significa sostenere e promuovere qualcosa di profondamente ingiusto. Ragioniamo su questa base: è ingiusto che gli armeni abitino in Artsakh (Nagorno Karabakh, ndr) o che non vogliano vivere sotto il giogo della dittatura azera? Come sappiamo, non sempre i confini geografici corrispondono con quelli statali. L’Artsakh, il territorio dell’odierna Repubblica autoproclamata, è da sempre stato abitato maggiormente da armeni. Restano ancora sotto occupazione turco-azera intere regioni storicamente armene come Karvaciar (foneticamente è stata distorta dai turchi a diventare “Kyalbajar”), Hadrout, Shoushi (da shoush, che significa “bel germoglio” nel dialetto armeno dell’Artsakh), Shahumyan e centinaia di villaggi armeni come Artsvashen.
Appare quindi che l’autodeterminazione come principio del diritto internazionale funzioni per altri popoli del mondo, ma non per gli armeni dell’Artsakh. Abbiamo cancellato il concetto di secessione come ultimo rimedio? Se le risposte sono No e No, allora questo discorso non è una propaganda. Il fatto è che durante il secolo scorso, l’intero periodo della sua esistenza come uno stato sulla mappa del mondo, l’Azerbaijan non abbia mai offerto alcun modello di convivenza con la minoranza armena. E’ sempre stata la colpa della minoranza? E’ una colpa la voglia di essere liberi o quella di poter conservare la propria identità culturale?
Nel 2020 due nazioni, l’Azerbaijan e la Turchia, con oltre 94 millioni di abitanti e sostenuti da forze palesemente terroristiche hanno aggredito una nazione di 3 millioni di persone. Colpa sempre dei 3 millioni che “occupano” i territori dei loro antenati armeni? Li hanno “occupati”, a proposito, fin dai tempi quando il nome “turc’” era ancora riscontrabile soltanto nell’Asia Centrale.
Gli armeni sono un popolo autoctono, originario dell’Altopiano Armeno (oggi noto con il termine tautologico “Anatolia Orientale” – “oriente orientale”). Che gli armeni non siano stati gli abitanti dell’Altopiano Armeno, che comprendeva i territori di Utiq e Artsakh, è una constatazione che sembra seguire ciecamente il consiglio di Joseph Goebbels, “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”
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Eredi dei Pogrom. Forse pochi sanno che l’omogeneizzazione demografica (da entrambe le parti) è avvenuta sulla spinta delle azioni provocatorie dell’Azerbaijan, con un picco drammatico materializzatosi negli orrendi pogrom di Sumgayit e Baku contro la minoranza armena. Fin da quei giorni del 1988 le manifestazioni di odio razziale antiarmeno erano così spiccate che portarono all’espulsione delle comunità armene dall’Azerbaijan. Dopo la prima guerra dell’Artsakh quei sentimenti avrebbero costituito la base per una politica armenofoba a livello statale. Ciò si manifesta anche oggi nella fomentazione dell’odio, nella creazione di un’immagine del “nemico armeno” che ha sempre torto, è “brutto, maleducato, barbaro”, insomma con tutti gli epiteti negativi che, secondo il regime dittatoriale azero, riguardano solo e sempre gli armeni. Questa visione di per sé porta all’aggravarsi di un complesso d’inferiorità nazionale che sembra già aver contagiato abbastanza i rapporti tra i due popoli. Ricordiamoci che le tradizioni di derubare ricchi e nobili armeni si sono istituite fin dai tempi del Genocidio armeno, ripetutesi durante i pogrom di Sumgayit e di Baku (1988-90) e si rispecchiano pure nei conflitti transfrontalieri di oggi. Il piano delle uccisioni di massa di civili armeni, residenti di Sumgayit e di Baku, rispecchiava chiaramente gli scenari e i metodi del Genocidio armeno del 1915, fino ad oggi non riconosciuto dagli stessi neoottomani.

Excursus storico: gli azeri hanno riconosciuto l’Artsakh come terra armena. Mi sento in dovere di ribadire e sottolineare che il 30 novembre 1920 il Revcom dell’Azerbaigian (Comitato Rivoluzionario – il principale strumento di potere bolscevico a quel tempo) fece una dichiarazione che riconosceva i territori sui quali l’Azerbaigian aveva rivendicazioni, tra cui Nagorno-Karabakh, Zangezour e Nakhijevan, come parti inseparabili dell’Armenia.
Il Consiglio nazionale della Repubblica Socialista Sovietica Azera, sulla base dell’accordo tra il Revcom dell’Azerbaigian, i governi della Repubblica Socialista Sovietica Azera e della Repubblica Socialista Sovietica Armena, con la Dichiarazione del 12 giugno 1921, proclamò il Nagorno-Karabakh parte integrante della Repubblica Socialista Sovietica Armena. Sulla base della dichiarazione riguardante la rinuncia dell’Azerbaigian al Nagorno-Karabakh, Zangezour e Nakhichevan e dell’accordo tra i governi dell RSS armena e RSS azera del giugno 1921, anche l’Armenia, a sua volta, dichiarò il Nagorno-Karabakh sua parte integrante. Il testo del decreto emesso dal governo armeno è stato pubblicato dai media sia armeni che azeri (“Lavoratore di Baku” del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Azerbaigian, 22 giugno 1921). Così ebbe luogo una conferma legale dell’unificazione del Nagorno-Karabakh all’Armenia
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Nonostante le due ordinanze della Corte Internazionale di Giustizia. Vergognarsi e odiare se stessi, perché sulle mappe storiche non si trova il nome “Azerbaijan”, odiare la cultura armena vedendo le chiese armene medievali in Artsakh e cercare di deturparle, nascondendosi dalla propria storia di soli 104 anni. Purtroppo tutti questi sono fenomeni che si verificano nelle azioni della dittatura azera.
Il 7 dicembre 2021 la Corte Internazionale di Giustizia, avendo rilevato che vi è un rischio imminente di danno irreparabile ai diritti degli armeni ai sensi della “Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale”, ha ordinato all’Azerbaijan attraverso due ordinanze ben chiare di “Proteggere dalla violenza e dalle lesioni personali tutte le persone catturate e rimaste in detenzione in relazione al conflitto militare del 2020, nonché garantirne la sicurezza e l’uguaglianza davanti alla legge”; di “Adottare tutte le misure necessarie per prevenire l’incitamento e la promozione dell’odio razziale e della discriminazione, anche da parte dei suoi funzionari e delle istituzioni pubbliche, nei confronti di persone di origine etnica o nazionale armena”; di “Adottare tutte le misure necessarie per prevenire e punire atti di vandalismo e profanazione nei confronti del patrimonio culturale armeno, compresi chiese e altri luoghi di culto, monumenti, punti di riferimento, cimiteri e manufatti”.
E comunque, in barba alle suddette ordinanze della CIG, il 4 febbraio 2022 le autorità azere hanno preso la decisione di formare un gruppo impegnato a promuovere l’ideologia di damnatio memoriae antiarmena, ossia l’annientamento delle tracce storiche-architettoniche, prendendo di mira tutte le iscrizioni in armeno classico, le incisioni di pietra di carattere/stile armeno delle chiese e di altri monumenti che oggi testimoniano in modo indiscutibile l’origine armena di quei monumenti storici e di conseguenza, dimostrano il fatto della presenza plurisecolare del popolo armeno sui territori dell’Artsakh. Queste programmazioni di atti di vandalismo ci ricordano la prassi dei terroristi nazijihadisti che nel 2015 distrussero i tesori archeologici di Palmira.
La politica anti-armena di #CancelCulture adottata dal regime dittatoriale azero si appresta a compiere il crimine prima che le organizzazioni internazionali di tutela del patrimonio culturale possano arrivare nei territori riconquistati dalle forze turco-azere.
E’ certo che i monumenti storico-architettonici armeni non possano essere riportati ad altre origini. E comunque in un contesto del tutto armenofobo, diventa “naturale” che, secondo la logica/ipotesi degenerata dei dittatori, qualsiasi artefatto di bellezza e di arte debba essere creato sempre da nazioni-X, non-armene, anche dai marziani, se volete, ma solo non dagli armeni cristiani.
Va notato che la furia distruttrice turco-azera, che si verifica con carattere ricorrente, si è accanita non solo sul patrimonio dell’Artsakh e dell’Armena, ma su un patrimonio culturale che appartiene all’intera umanità
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* PhD, professore associato – Università Statale di Yerevan.

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Artsakh – Gli armeni denunciano un genocidio culturale (Assadakah 08.02.22)

Letizia Leonardi (Assadakah News Roma) Artsakh – Nei territori passati sotto il controllo dell’Arzerbaijan, a seguito della guerra lampo del 2020, le chiese armene continuano ad essere vandalizzate e rase al suolo. Un’evidente e annunciata operazione di pulizia etnica culturale, senza che né l’UNESCO né qualsiasi altra istituzione culturale o politica internazionale stia intervenendo per salvare questo importante e prezioso patrimonio storico. Già, subito dopo la firma del cessate il fuoco lo splendido monastero armeno di Dadivank, vicinissimo al confine controllato dai militari di Baku, era stato subito spacciato per chiesa azera.

Appare ormai chiaro l’intento dell’Azerbaijan di “dearmenizzare” le chiese armene attribuendogli un’origine albana. E ciò che non è stato distrutto completamente dalle bombe, ma solo danneggiato, è stato restaurato facendo sparire tutto ciò che che poteva essere ricondotto agli armeni del Nagorno Karabakh. L’Azerbaijan ha raso al suolo chiese storiche armene a Sushi e a Mekhavan. La cattedrale Ghazanchetsots di Shushi è stata danneggiata, evidentemente di proposito, durante la guerra per giustificare un’opera di eliminazione di tutte le testimonianze armene. Il Ministero della Cultura azero, e lo stesso Presidente Aliyev, hanno dichiarato pubblicamente che da ogni monumento civile o religioso nei territori, ora sotto controllo azero, andava rimossa qualsiasi iscrizione o riferimento armeno e che tutti i monumenti dovranno essere restaurati sulla base di documenti storici e materiali d’archivio, nel rispetto del suo aspetto artistico ed estetico originario. Ferite che colpiscono ancora di più gli armeni dell’autoproclamata repubblica d’Artsakh. È stato rimosso tutto ciò che poteva essere ricondotto a una identità armena. Alla cattedrale di Shushi è stata tolta la cupola e tutte le iscrizioni armene.

La giustificazione a questa azione di “dearmenizzazione” si basa sulla teoria dello storico Azerbajjano Ziya Buniyatov che definiva le chiese armene una eredità dell’Albania caucasica, un antico regno in quello che adesso è territorio dell’Azerbaijan e accolta dall’attuale governo di Baku.

Teoria che gli armeni respingono al mittente con delle valide argomentazioni. In primo luogo, dicono, come mai, se gli azeri si considerano discendenti degli Albani caucasici cristiani hanno utilizzato miliziani jihadisti che, durante la guerra del 2020, hanno vandalizzato siti cristiani e sgozzato soldati e civili armeni che definivano infedeli? E inoltre, se le chiese armene sarebbero albani perché per decenni gli Azeri le hanno distrutte e hanno fatto la medesima cosa alle croci medievali di pietra (katchkar) di Julfa? Come può inoltre rivendicare un’eredità culturale e religiosa di un patrimonio antico di secoli uno Stato che esiste dal 1918?

il Ministro della Cultura azero, Anar Karimov, in questi giorni, ha affermato, che sarà istituito un gruppo di lavoro per identificare ciò che ha definito “falsificazione armena” nelle chiese e il governo di Baku ha annunciato ufficialmente che intende cancellare le iscrizioni e tracce armene sui siti religiosi presenti sul territorio.

A condannare tale progetto è stata l’Associazione Armenia-Grecia dell’Amicizia (AGFA) ma la comunità internazionale sta, come al solito, a guardare. Non solo: tutti stringono accordi con l’Arzerbaijan per le forniture di gas. Addirittura l’Unione Europa stanzia 2 miliardi di Euro per il governo di Baku da destinare per investimenti economici. Purtroppo, con la crisi economica ed energetica, difficilmente potrà arrivare un appoggio concreto e un intervento dall’UE e soprattutto dall’Italia che, anzi a tratti lancia appelli, tramite politici o giornalisti disinformati o pagati, per fare da cassa di risonanza del dittatore azero Aliyev sui media nazionali.

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Azerbaigian: Tchilingirian (Università Oxford) su cristianesimo in Karabakh, sforzi per riscrivere la storia non sono nuovi (Agenzia Nova 08.02.22)

Roma, 08 feb 11:02 – (Agenzia Nova) – Nonostante la mancanza di somiglianze linguistiche e culturali, la storiografia azerbaigiana ha costruito una “connessione albanese” nell’etnogenesi della nazione azerbaigiana. È quanto si legge nell’articolo del professor Hratch Tchilingirian “Cristianesimo in Karabakh: gli sforzi dell’Azerbaigian per riscrivere la storia non sono nuovi”. “Secondo questa narrazione, l’Albania caucasica storica (che non è correlata all’Albania balcanica) è presentata come il predecessore sociale, culturale e territoriale dell’Azerbaigian contemporaneo; quindi, confutando le pretese armene sul Karabakh. Negli ultimi anni, i riferimenti agli armeni nelle fonti storiche primarie nelle nuove edizioni delle prime cronache sul Karabakh pubblicate in Azerbaigian sono stati cancellati o modificati”, ha spiegato Tchilingirian. “Sebbene l’etnogenesi degli azerbaigiani sia oggetto di dibattito accademico, la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che l’Azerbaigian, come entità nazionale, sia emerso dopo il 1918. Il dibattito su come chiamare gli azerbaigiani risale alla fine del XIX secolo; la popolazione dell’Azerbaigian, precedentemente classificata come “turca” o “tatara transcaucasica” è stata formalmente reidentificata come “azerbaigiana” nel 1937. In effetti, il fondatore della prima Repubblica dell’Azerbaigian, Mohammad Amin Rasulzadeh, ha ammesso che nominare la nuova repubblica Azerbaigian “era stato un errore”. Nel giugno del 2000, ‘Nezavisimaja Gazeta’ ha citato Vafa Guluzade, un importante consigliere del presidente dell’Azerbaigian, affermando che ‘il concetto stesso di ‘Azerbaigian’ è un anacronismo del periodo sovietico. La nostra lingua è il turco e per nazionalità siamo turchi’”, prosegue il docente dell’Istituto orientale dell’università di Oxford.

Nel contesto del conflitto armeno-azerbaigiano, spiega Tchilingirian, “il ‘collegamento albanese’ è diventato una questione politicizzata di irredentismo. Gli storici azeri, stabilendo un collegamento tra gli odierni azeri e gli albanesi caucasici, oltre a fornire una storia nazionale comune, sostengono l’idea di continuità etnica e presenza nel Karabakh e ‘dimostrano’ che gli armeni del Karabakh sono immigrati relativamente recenti nella regione e quindi un popolo “non indigeno” che vive nelle antiche terre dell’Azerbaigian”. “Gli autori azerbaigiani moderni omettono i riferimenti agli armeni che abitavano nel Karabakh prima delle invasioni turche della regione. Ad esempio, la nuova edizione del cronista del IXX secolo Mirza Jamal Javanshir’s Tarikh-e Karabakh ha cancellato le affermazioni secondo cui ‘nei tempi antichi (il Karabakh) era popolato da armeni e altri non musulmani’ e la maggior parte degli altri riferimenti alla presenza armena in Karabakh”, ha proseguito l’accademico. Nel corso dei decenni, gli storici in Armenia si sono impegnati a confutare le affermazioni storiche dell’Azerbaigian, spiega Tchilingirian, “soprattutto dall’intensificarsi del conflitto armeno-azerbaigiano alla fine degli anni Ottanta, utilizzando prove di periodi preistorici, fonti medievali primarie e studi moderni sulla regione. Ma gli armeni del Karabakh che vivono sulla terra, piuttosto che nei libri di storia, indicano centinaia di monumenti antichi, rovine di edifici religiosi, chiese e monasteri come ‘testimoni viventi’ della presenza armena in Karabakh”. Secondo l’accademico, quindi, “la storia del cristianesimo e la presenza della Chiesa armena nell’odierno Karabakh è registrata da numerosi storici a partire dal medioevo fino ai giorni nostri”.