Sale la tensione tra Teheran e Baku nell’anniversario della guerra con l’Armenia (Nenanews 01.10.21)

di Marco Santopadre

Roma, 1 ottobre 2021, Nena News – Nel corso del conflitto dello scorso anno tra Azerbaigian e Armenia, Teheran aveva tenuto una posizione sostanzialmente equidistante, pur essendo teoricamente più vicina a Erevan. Nei mesi seguenti le relazioni tra Teheran e Baku sembravano essere in via di miglioramento. All’inizio di settembre i ministri degli Esteri dei due paesi, al termine di un incontro, avevano parlato di possibili prospettive di cooperazione.

Ma nelle ultime settimane tra i due paesi è velocemente salita la tensione e l’esercito iraniano ha comunicato di avere in programma delle esercitazioni vicino al confine con l’Azerbaigian. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, che ha riportato le dichiarazioni del comandante delle forze di terra della Repubblica Islamica Kioumars Heydari, l’esercitazione, battezzata “I conquistatori di Khaybar”, ha lo scopo di “migliorare la prontezza al combattimento” delle unità militari di Teheran.

Secondo i media dell’area, negli ultimi giorni gli iraniani hanno ammassato al confine un gran numero di militari, di mezzi corazzati e di missili, il che ha spinto gli azeri a mobilitare le proprie truppe. il presidente azero Ilham Aliyev ha definito la mossa della Repubblica islamica “un evento sorprendente”.

Alle rimostranze azere Saeed Khatibzadeh, portavoce del ministro degli Esteri iraniano, ha risposto che le manovre rappresentano “una questione di sovranità”, aggiungendo che Teheran “non tollererà la presenza del regime sionista” alle sue frontiere. In passato, in effetti, le strette relazioni tra Baku e Tel Aviv sono state fonte di tensione o comunque di una certa freddezza nei rapporti tra la Repubblica Islamica e lo Stato ebraico. L’Azerbaigian è il maggiore fornitore di energia di Israele, che ha fornito a Baku (insieme alla Turchia) i droni da ricognizione e da bombardamento che hanno permesso alle truppe azere di sbaragliare le difese armene durante il conflitto per il controllo del Nagorno-Karabakh.

Ad agosto, poi, Baku ha inaugurato anche il suo primo ufficio di rappresentanza economica e commerciale in Israele creando allarme a Teheran. Dopo qualche settimana la tensione è improvvisamente aumentata quando le autorità azere hanno fermato alcuni camion iraniani carichi di merci che stavano viaggiando lungo la strada tra le città armene di Kapan e Goris che attraversa in alcuni punti delle sezioni di territorio recentemente conquistate da Baku. L’autostrada, pattugliata dalle forze di pace russe, è l’unico collegamento dell’Armenia con l’Iran.

All’inizio di settembre, le forze militari azere hanno istituito un posto di blocco ed hanno iniziato a tassare e ispezionare i camion commerciali iraniani che viaggiano sull’autostrada. Alcuni camionisti iraniani sono stati anche arrestati per essere “entrati illegalmente in territorio azero”. L’Azerbaigian sostiene infatti che l’ingresso in Nagorno-Karabakh attraverso l’Armenia equivalga ad un passaggio illegale di frontiera.

In un’intervista all’agenzia turca AnadoluAliyev ha espresso indignazione per il continuo viaggio di camion iraniani attraverso il territorio azero, chiedendosi perché l’Iran sia così insistente nel continuare il commercio in una regione con solo 25.000 abitanti (ciò che rimane dell’auto proclamata Repubblica armena dell’Artsakh dopo la sconfitta nel conflitto del 2020). «Questo commercio è davvero così importante da mostrare una totale mancanza di rispetto per un paese che consideri amico e fraterno?» ha dichiarato Aliyev.

A contribuire all’aumento delle tensioni tra Teheran e Baku sono state anche le recenti esercitazioni militari congiunte condotte da Azerbaigian e Turchia prima nel distretto di Lachin e poi nel Mar Caspio; il ministero degli Esteri iraniano ha avvertito che queste ultime violano le convenzioni internazionali che vietano la presenza militare di Paesi diversi dai cinque stati che si affacciano sul mare interno.

In una dichiarazione alla stampa un deputato iraniano, Mohammad Reza Ahmadi Sangari, ha accusato Baku di essere diventata arrogante dopo la vittoria militare sull’Armenia ottenuta, ha detto, grazie al “doping turco”, riferendosi al fondamentale sostegno bellico di Ankara.

Effettivamente, le truppe azere continuano, a un anno dalla guerra con l’Armenia durata 44 giorni, a operare attacchi e sconfinamenti, per quanto circoscritti, in territorio armeno, nonostante la presenza dei peacekeepers russi sulla linea di contatto definita dal documento di cessate il fuoco proposto da Mosca e firmato dai contendenti il 9 novembre.

«Il primo punto della dichiarazione trilaterale definisce chiaramente che: “… le parti rimangono nelle loro posizioni”. Ciò nonostante, un mese dopo la firma della dichiarazione, le unità militari azere hanno lanciato un attacco ai villaggi di Hin Tagher e Khtsaberd nella regione di Hadrut in Artsakh, occupandone gli insediamenti, catturando e uccidendo militari e civili armeni. Attualmente, la parte azera sta anche cercando di occupare nuove aree in diverse parti della linea di contatto», ha denunciato in una lunga intervista all’Agenzia Nova l’ambasciatrice dell’Armenia in Italia, Tsovinar Hambardzumyan.

«A seguito dell’aggressione dell’Azerbaigian, circa 90 mila sfollati si sono rifugiati in Armenia, la maggior parte donne e bambini. (…) La maggior parte degli sfollati, in particolare dalle regioni di Shushi e di Hadrut, oggi non è in grado di tornare alle proprie case che sono rimaste sotto il controllo dell’Azerbaigian» ha spiegato l’ambasciatrice.

Di tutt’altro avviso le autorità dell’Azerbaigian, che lo scorso 27 settembre – anniversario dell’inizio del conflitto – hanno celebrato il “Giorno della Memoria” per omaggiare i loro caduti nella “guerra patriottica”, festeggiato il ristabilimento (per quanto ancora non totale) dell’integrità territoriale del paese e la “liberazione” dei territori – storicamente abitati da popolazioni armene – occupati per quasi 30 anni dalle forze di Erevan.

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Corpi spezzati e burocrazia: i soldati armeni dopo la guerra (Osservatorio Balcani e Caucaso 30.09.21)

“Nell’esercito, le domeniche erano solitamente belle giornate”, ricorda il diciannovenne Manvel Hakobyan con un sorriso. “Ci era concesso dormire un po’ di più del solito”.

Ma domenica 27 settembre 2020 è stata diversa da tutte quelle che Manvel aveva sperimentato. Sebbene lui e i suoi compagni si aspettavano qualche tipo di escalation, nessuno di loro avrebbe potuto prevedere la portata della guerra che sarebbe seguita.

Meno di una settimana dopo, Manvel veniva portato a Yerevan, con la schiena spezzata, con i medici che non sapevano se si sarebbe mai ripreso. Lui è uno tra le centinaia, se non migliaia, che hanno dovuto affrontare una riabilitazione lunga e difficile – riabilitazione che ora alcuni temono dover affrontare da soli.

Durante i quarantaquattro giorni della Seconda guerra del Nagorno Karabakh, 4000 soldati armeni sono stati uccisi e 11000 sono rimasti feriti. Zaruhi Manucharyan, portavoce del ministero del Lavoro e degli Affari Sociali, ha dichiarato a OC Media che dei feriti, 1267 hanno ottenuto lo stato di disabilità a partire dal giugno scorso. Di questi, 112 sono classificati come portatori delle disabilità più gravi e ricevono un risarcimento pari a quello dei familiari delle vittime della guerra.

Ci sono però anche numerosi casi di veterani feriti in guerra che sono stati esclusi dalle liste ufficiali del governo e, senza sostegno dello stato, non potranno permettersi alcuna cura.

Servizio militare

In Armenia i soldati appena arruolati, incluso Manvel, che aveva appena iniziato il secondo mese di servizio militare obbligatorio, non venivano normalmente mandati al fronte. A meno che non stesse accadendo qualcosa di imprevisto.

“Ci è stato detto che qualcosa stava per accadere. I soldati più esperti sono stati dispiegati ai confini per primi. A noi è stato ordinato di aspettare”, racconta Manvel a OC Media.

Manvel ha poi riferito che dopo è stato il caos: la sua unità militare a Madaghis è stata una delle prime ad essere colpita. “Io sono rimasto ferito il quinto giorno di guerra e il quarantaduesimo del mio servizio militare. È stato breve, ma mi è sembrato davvero lungo. Soprattutto negli ultimi cinque giorni”.

Manvel ne è uscito con una grave lesione al midollo spinale ed ha perso la capacità di camminare. “La strada per Yerevan è stata un incubo”, ricorda. “Il dolore non cessava mai”. Solo dopo sei mesi Manvel ha ricominciato a imparare a camminare. È tra i veterani in fase di riabilitazione nel Centro di riabilitazione del Protettorato della Patria dell’Armenia. Prima di arrivarvi è stato curato in vari altri ospedali.

“Ho passato mesi senza essere in grado di prendermi cura di me stesso. Riuscivo a malapena a muovere le mani e non riuscivo a compiere azioni basilari”, spiega Manvel.

Ora non solo si sta prendendo cura di se stesso ma sta anche imparando a suonare la chitarra e pianifica di tornare ad inseguire i sogni che aveva prima della guerra. Sta anche considerando di tornare in Russia, dove ha vissuto prima di compiere i 18 anni ed essere obbligato a trasferirsi in Armenia per svolgere il servizio militare.

Hasan Feroyan è un altro giovane arruolato tornato in Armenia per svolgere il servizio militare poco prima della guerra. Ha 23 anni e appartiene alla comunità yazida. Viveva in Germania da oltre nove anni.

“Mi sentivo come se avessi un obbligo nei confronti del paese delle mie origini” ha detto Hasan a OC Media. “Non ho mai pensato di evitare il servizio militare”.

Hasan ha affrontato la prospettiva del servizio con una certa preoccupazione poiché un suo parente, Kyaram Sloyan, era stato ucciso durante gli scontri nell’aprile 2016. Sloyan è stato una delle vittime più note dei combattimenti, con le immagini del suo corpo mutilato ampiamente diffuse online.

Hasan è stato ferito ad una gamba dall’esplosione di un razzo nella sera del 9 novembre 2020, poche ore prima dell’annuncio dell’accordo di pace tripartito che ha posto fine ai combattimenti. È stato l’unico tra i suoi commilitoni a sopravvivere all’esplosione.

Ci ha messo un mese a ricominciare a camminare con l’aiuto delle stampelle; ci vorranno anni prima che si riprenda completamente.

“Pensavo ai miei amici ogni giorno”, racconta Hasan dei suoi primi giorni in ospedale, mentre i medici gli dicevano che per salvargli la vita dovevano considerare la possibilità di amputargli la gamba.

La burocrazia di guerra

Alcuni di coloro che sono stati feriti in guerra denunciano di dover passare attraverso una burocrazia asfissiante per accedere ai fondi statali per le cure.

“Mi è stato detto di tornare all’unità militare di Martakert e portare un documento per dimostrare che avevo davvero combattuto lì” racconta Simon Hovhannisyan, soldato volontario durante la guerra, a OC Media. “Ma è difficile immaginare che un soldato ferito possa guidare per diverse centinaia di chilometri per richiedere un documento di un’unità militare che dopo la guerra potrebbe anche essere stata smantellata”.

Il governo ha promesso di fornire cure gratuite a chi è rimasto ferito durante i combattimenti e a coloro che sono diventati invalidi sono state promesse pensioni per il resto della loro vita.

Simon racconta però che il suo nome ora manca nella lista del ministero della Difesa e quindi non viene identificato come partecipante della guerra.

“Sono stato ferito a metà ottobre, ho avuto una commozione cerebrale e ho trascorso diversi giorni alla mia posizione militare aspettando un’ambulanza”.

Non è chiaro al momento quanti altri abbiano affrontato ostacoli simili a Simon e non abbiano potuto accedere a cure gratuite.

Quando la guerra è finita e i volontari e le riserve sono stati smobilitati, il fondo statale per le sue cure è stato sospeso, e Simon non è stato in grado di dimostrare di essere un veterano di guerra.

Ha raccontato che quando è entrato in contatto con le autorità statali, gli è stato risposto che si trattava di problemi tecnici, ma non gli è stata offerta alcuna soluzione.

Il trentaseienne Khachik Vardanyan è comparso sulla lista dei feriti del ministero della Difesa a causa della perdita di un occhio, della perdita dell’udito e un grave trauma agli organi interni.

Khachik è un prete e partì per il Nagorno Karabakh poco dopo lo scoppio della guerra senza arruolarsi ufficialmente come volontario.

“È stata colpa nostra non registrarci come volontari”, racconta ora a OC Media. “Insieme ad alcuni preti siamo saliti in macchina diretti a Artsakh (Nagorno Karabakh) senza avere un piano”.

Dopo essere stato ferito, Khachik è stato portato in un ospedale in Armenia, dove ha trascorso mesi ricevendo cure. Alla fine è stato trasferito al Centro di riabilitazione della Croce Rossa armena.

Dopo essere stato smobilitato, Khachik non ha più ottenuto alcun sostegno statale per le cure mediche, e ha continuato a pagare attraverso la sua assicurazione sanitaria privata. Ora non sa se in futuro potrà permettersi ulteriori interventi chirurgici.

“Casa tua non è più tua”

Al di là delle lesioni fisiche, chi ha attraversato la guerra ha spesso sperimentano problemi psicologici continui e gravi; molti sono quelli che soffrono di disturbo da stress post-traumatico (PTSD).

Gli psicologi hanno tentato di intervenire sui danni psicologici causati dalla guerra fin dal primo giorno, ma la vastità del conflitto e il numero di vittime hanno reso il loro compito quasi impossibile.

“Una volta ho avuto un flashback, e ho perso la capacità di riconoscere dove mi trovavo, sentivo il rumore di bombardamenti e esplosioni”, ricorda Manvel. Ha aggiunto che, per lungo tempo, ogni voce rumorosa che sentiva la associava immediatamente alla guerra.

Sargis Harutyunyan, 20 anni, originario del Martakert (Aghdara), regione del Nagorno Karabakh, stava per finire il servizio militare quando la guerra è scoppiata e in poco tempo è stato gravemente ferito.

“L’ambulanza si è rotta tre volte prima di arrivare all’ospedale Stepanakert”, dice, ricordando i continui bombardamenti lungo il percorso. “Per tutto il tempo, i medici stavano provando a tenermi sveglio perché se avessi perso conoscenza avrei potuto non svegliarmi più”.

Sargis ha affermato che, nonostante il legame emotivo con la sua città natale, difficilmente riesce ad immaginare di tornare in Nagorno Karabakh a fine riabilitazione.

Ma anche se non riesce a immaginare di tornare a Martakert, i suoi pensieri sulla sua permanenza in Armenia gli causano ancora più dolore. “Se decido di vivere in Armenia, allora sicuramente tornerò in Artsakh”, dice Sargis a OC Media. “È difficile, però. Puoi pensare di essere tornato a casa, ma in realtà sembrerà sempre che non sia più tua”.

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Morto Hayko, star della musica armena all’Eurovision Song Contest: “Aveva il Covid” (Fanpage 30.09.21)

È morto a 48 anni, in seguito a complicanze dovute al Covid, il cantautore che era una sorta di leggenda in patria. Nel 2007 aveva partecipato all’Eurovision con la prima canzone della storia del concorso in lingua armena, classificandosi all’ottavo posto. L’addio del primo ministro armeno: “Le sue canzoni hanno un posto unico nel nostro ricco patrimonio musicale”.
A cura di Andrea Parrella

Hayko, cantante armeno che ha rappresentato l’Armenia all’Eurovision Song Contest nel 2007, è morto all’età di 48 anni, in seguito a complicazioni dovute al Covid. Il cantautore era molto celebre in patria, che rappresentò ad Helsinki alla finale dell’Eurovision, dove si classificò all’ottavo posto. Il decesso è avvenuto il 29 settembre nella capitale armena, Erevan, Hayko aveva contratto il Covid da molti giorni e dal 21 settembre, stando a quanto riporta Public Radio of Armenia, si trovava in gravi condizioni. Attraverso un comunicato pubblicato sui social, l’Eurovision Song Contest omaggia il cantante: “Ci dispiace molto sapere della morte dell’artista armeno Hayko. Ha rappresentato il suo paese all’Eurovision nel 2007, classificandosi all’ottavo posto. Sarà sempre nei nostri cuori.

La sua Anytime You Need è stata la prima canzone della storia dell’Eurovision contenente anche la lingua armena nel testo. Hayko è stato celebrato anche dal primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, che lo ha ricordato come un artista molto amato dalla gente: “Con grande tristezza apprendo della morte del nostro amato cantautore […] Era uno degli esempi più brillanti della musica moderna armena e con il suo lavoro aveva conquistato l’amore e il rispetto della gente […] Le sue canzoni hanno un posto unico nel ricco patrimonio musicale armeno”. Il comunicato prosegue:

La musica di Hayko aveva fatto da sottofondo musicale anche per molti film armeni, che hanno contribuito allo sviluppo recente della cinematografia locale. Invio le mie più sentite condoglianze alla famiglia, ai suoi amici e ai suoi fan”.
Diversi gli artisti e colleghi che nelle ore successive alla notizia della morte diell’artista, hanno voluto ricordarlo con poche e semplici parole, o attraverso la sua musica, tributando Hayko in svariati modi.

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Turismo: positivi i dati estivi per l’Armenia, 313.396 visitatori a giugno, luglio e agosto (Agenzia Nova 29.09.21)

Erevan, 29 set 08:33 – (Agenzia Nova) – Sono 313.396 i turisti che hanno visitato l’Armenia nei mesi di giugno, luglio e agosto. È quanto riportato dal Comitato per il turismo armeno, secondo cui l’attività è ripresa nonostante le sfide causate dal Covid-19. Il dato è certamente molto positivo, secondo l’ente turistico di Erevan, secondo cui i visitatori salgono a 488.558 se si inizia a conteggiare i numeri dall’inizio dell’anno corrente. La maggior parte dei turisti giunti in Armenia proviene dalla Russia, seguita dall’Iran e dalla Georgia. Ci sono state visite dall’Ucraina, dall’India e da altri Paesi. Sono 64.101 i visitatori registrati a giugno; 106.127 a luglio; e 143.168 ad agosto. (Rum)

E’ morto Mike Agassi, il padre del tennista Andre: in “Open” il loro rapporto burrascoso (Ilgiono.it 29.09.21)

E’ morto all’età di 90 anni Mike Agassi, il padre della leggenda del tennis Andre. Ex pugile di origini armeno, partecipò ai Giochi Olimpici del 1948 e del 1952 per l’Iran, Paese d’origine, lasciato per inseguire il sogno americano. Il tennis fu una sua grande passione e soprattutto il mezzo con cui voleva far raggiungere al figlio, nato nel 1970, quel riscatto sociale inseguito negli States.

Il rapporto tra Andre Agassi e il padre è stato quello che si direbbe di amore e odio, con molto del secondo per le fortissime pressioni esercitate dal temuto padre-padrone sui figli (Agassi ha una sorella) e sulla moglie pur di ottenere i propri obiettivi. Agassi ha raccontato questo conflittuale rapporto nel libro “Open”, un’autobiografia da molti considerata tra i migliori libri recenti sul tennis e sullo sport: “Da ragazzino avevo odiato il tennis, vivevo nella paura di mio padre che mi voleva campione a tutti i costi”.

Solo da adulto Agassi dopo tante cadute e risalite è riuscito a trovare un punto di equilibrio: abbandonati i look eccentrici e i capelli lunghi posticci e archiviate troppe sconfitte da enfant terrible incontrollabile, sono arrivati i trionfi Slam anche dopo i 30 anni, l’accettazione di sé e un matrimonio (dopo le prime nozze con Brooke Shields) con un’altra campionessa leggendaria figlia di padre-padrone, la tennista tedesca Steffi Graf con cui ha avuto due figli. Ma se il rapporto umano è stato controverso, è probabile che senza Mike Agassi non ci sarebbe stato il campione Andre.

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Erevan ricorda le vittime del Nagorno Karabakh (Asianews 29.09.21)

Un anno fa scoppiava un nuovo conflitto tra Erevan e Baku per il controllo dell’enclave armena in territorio azero. Alla fine del conflitto si sono contati 3.777 morti armeni e 2.895 azeri. L’opposizione in Armenia accusa il premier Pašinyan di essere troppo debole nei confronti dell’Azerbaigian.

Mosca (AsiaNews) – In Armenia si sono tenute le cerimonie commemorative per le vittime della “guerra dei 44 giorni” in Nagorno Karabakh, di cui ricorre il primo anniversario. Alle 11.00 del 27 settembre in tutto il Paese è stato osservato un minuto di silenzio. Il primo ministro Nikol Pašinyan ha visitato il poligono militare Erablur nella capitale Erevan, inginocchiandosi da solo sulle tombe dei soldati caduti, senza il contorno degli altri ministri. Sulla collina di Erablur sono sepolte 889 vittime della guerra con l’Azerbaigian.

Secondo dati ufficiali, pubblicati a fine agosto, durante il conflitto nel Karabakh sono stati uccisi in tutto 3.777 armeni, di cui 3mila militari; oltre 200 persone sono scomparse senza lasciare traccia. Dal canto suo Baku ha dichiarato 2.895 vittime. Le autorità armene hanno esteso il lutto nazionale anche ai territori del Nagorno Karabakh ora in mano azera.

Le forze di opposizione, sconfitte di recente alle elezioni che hanno riconfermato Pašinyan, hanno tenuto un proprio corteo commemorativo la sera del 26 settembre. Hanno sfilato con le lampade accese in ricordo delle vittime (v. foto 2), imputando al premier la responsabilità della loro morte. Dalla piazza Garegin Idže di Erevan, il corteo ha raggiunto la collina di Erablur, sotto la guida del leader del blocco di opposizione Ayastan, l’ex presidente Robert Kočaryan. Nessun comizio è stato tenuto durante la manifestazione.

Il conflitto tra Armenia e Azerbaigian non ha ancora trovato una soluzione definitiva; gli armeni non riconoscono l’attribuzione del Nagorno Karabakh agli avversari azeri. In occasione dell’anniversario, il presidente azero Ilham Aliev ha rilasciato un’intervista alla rivista militare russa Natsionalnaja Oborona (“Difesa nazionale”) in cui lancia un monito agli armeni: “Sollevare di nuovo la questione dello status del Nagorno Karabakh è per loro nocivo e pericoloso, nelle condizioni non incoraggianti in cui si trova al momento il loro Paese”.

Il segretario del Consiglio di sicurezza armeno, Armen Grigoryan, ha risposto che “noi riteniamo che la questione vada discussa nell’ambito del gruppo di Minsk dell’Osce, e non comprendiamo le minacciose dichiarazioni di Aliev”. Il leader dell’Azerbaigian è intervenuto anche all’Onu, insistendo che “Erevan deve scegliere tra la collaborazione a livello regionale e le pretese territoriali nei confronti dei vicini”, ripetendo che il conflitto del Karabakh appartiene ormai al passato.

Baku dichiara di essere disponibile a normalizzare i rapporti con gli armeni solo “sulla base del rigoroso rispetto dei principi del diritto internazionale, soprattutto della sovranità, dell’integrità territoriale e dell’inviolabilità delle frontiere riconosciute a livello internazionale”, secondo una nota del ministero degli Esteri azero.

Le opposizioni interne all’Armenia ribadiscono la loro frustrazione di fronte alla politica “arrendevole” di Pašinyan. Il portavoce di Ayastan, Iškhan Sagatelyan, sostiene che “Azerbaigian e Turchia cercano di mettere definitivamente l’Armenia in ginocchio, e il governo insiste nel suo atteggiamento perdente. Stiamo consegnando il nostro Paese al nemico pezzo per pezzo”.

Secondo gli oppositori le continue concessioni non portano a maggiore stabilità e pacificazione, mentre “la pace non si supplica, ma si impone”, e si rende necessaria una riorganizzazione dell’esercito, che potrebbe ancora farsi valere contro il nemico turco-azero.

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Armenia-Italia: presidente Commissione entrate riceve ambasciatore Di Riso (Agenzia Nova 28.09.21)

Erevan, 28 set 11:34 – (Agenzia Nova) – Il presidente della Commissione statale delle entrate armena, Rustam Badasyan, ha ricevuto l’ambasciatore d’Italia in Armenia Alfonso Di Riso per discutere le prospettive di cooperazione nel campo dell’amministrazione fiscale e doganale. È stata la stessa Commissione a riferirlo in una nota. Nel suo intervento Badasyan ha osservato che la base giuridico-contrattuale tra Armenia e Italia nell’amministrazione fiscale e doganale consente di svolgere la cooperazione sia a livello bilaterale che nell’ambito delle organizzazioni internazionali. Le parti armena e italiana hanno espresso la loro disponibilità ad adottare misure concrete per espandere ulteriormente la cooperazione tra le autorità fiscali e doganali dei due Paesi. (Rum)

Armenia: il trentennale delle difficoltà (Osservatorio Balcani E Caucaso 28.09.21)

Il 21 settembre sono stati celebrati i 30 anni di indipendenza armena. Il paese ha dichiarato la propria indipendenza durante la prima guerra del Nagorno-Karabakh, e la ricorrenza è caduta proprio durante la seconda. Le due guerre hanno avuto esiti opposti, ma sia da vincitrice – dopo la prima – che da sconfitta, l’Armenia rimane un paese in estrema difficoltà.

Di guerra in guerra

Dal 1988 al 1994 c’è stata la prima guerra del Karabakh, vinta dagli armeni. Tutti gli azeri fuggirono e la piccola regione dichiarò l’indipendenza. Gli armeni da soli hanno abitato il Nagorno Karabakh e la cosiddetta campana di sicurezza (7 regioni che circondano la regione) fino al settembre 2020, quando le ricorrenti schermaglie tra i due paesi sono degenerate in una guerra totale. Per l’Armenia questi sono stati trent’anni di isolamento regionale, con i confini di terra chiusi con l’Azerbaijan e il suo alleato turco, e tagliata fuori da tutti i progetti di sviluppo regionale nei vitali settori energetico, dei trasporti e delle comunicazioni.

La seconda guerra è durata 44 giorni e l’Armenia ne è uscita sconfitta. Nella notte tra il 9 e il 10 novembre 2020, Armenia, Azerbaijian e Russia hanno firmato un accordo mediato dalla Russia che ha posto fine alle ostilità  . La Russia ha schierato un contingente di forze di pace di oltre 2000 unità nell’area del Nagorno Karabakh ancora sotto il controllo armeno e su un corridoio di terra verso quest’area.

La cintura di sicurezza e parte del Nagorno Karabakh sono state riconquistate dall’Azerbaijan e tutti gli armeni che vivevano lì sono fuggiti, causando una crisi umanitaria nazionale. Alcuni di loro sono tornati in seguito nella parte del Karabakh ancora sotto il controllo armeno, altri sono rimasti in Armenia, avendo perso tutto.

La gestione della guerra e la sconfitta eclatante hanno precipitato l’Armenia in una profonda crisi politica. Le tensioni sono aumentate anche per quanto riguarda la situazione umanitaria, e in più di un’occasione i parenti dei prigionieri di guerra hanno letteralmente assediato il ministero della Difesa.

Il primo ministro in carica Nikol Pashinyan è stato confermato primo ministro nelle elezioni successive  – nonostante una difficile e dura campagna elettorale – ma il suo margine d’azione è ora molto più limitato rispetto a quando ha ottenuto il suo primo mandato.

L’Armenia ora fa molto affidamento sulla Russia per la sicurezza interna, se non per la sua stessa esistenza. Sono stati creati nuovi siti militari russi e il contingente di peacekeeper è l’unico garante della presenza degli armeni su parte del territorio del Karabakh.

L’[in]sicurezza

La situazione della sicurezza si sta gravemente deteriorando a causa di nuove fonti di conflitto con l’Azerbaijan. Il confine interstatale tra i due belligeranti non è mai stato delimitato, perché il Nagorno Karabakh negli anni 1994-2020 aveva sempre fatto da zona cuscinetto. Ora i due paesi dovrebbero accordarsi per delimitare i confini comuni, ma mappe diverse e sfiducia reciproca stanno minando il processo. Nuovi scontri, questa volta non circoscritti nell’area del Nagorno Karabakh ma estesi a tutto il perimetro del confine, si stanno verificando con frequenze crescenti  .

Una nuova crisi si è aperta recentemente: l’autostrada Goris-Kapan, due località armene, passa ora in parte in territorio azero. L’Azerbaijan ha cominciato a esercitare piena sovranità sul tratto che attraversa il proprio territorio imponendo il proprio regime doganale ai camion, soprattutto iraniani, che attraversano il territorio. Su questo si è mosso anche l’Iran, i cui vertici hanno incontrato gli omologhi dell’Azerbaijan e a cui preme garantire le proprie esportazioni. Ad oggi però l’unica soluzione duratura appare la costruzione di un by-pass  in territorio armeno che verrà costruito con fondi russi.

Preservare il paese

L’Armenia rischia di trasformarsi in uno stato fallito: il paese ha confini incerti e insicuri, una vita politica turbolenta, disfunzioni istituzionali e un’opinione pubblica fortemente polarizzata. Inoltre, l’Armenia sta praticamente esternalizzando la propria sicurezza alla Russia, vista la propria impossibilità di resistere a un attacco combinato azero-turco. La corruzione endemica ha messo a dura prova la tenuta del sistema-paese  e le campagne anti corruzione che hanno seguito la rivoluzione di velluto devono tenere conto dei limiti posti dalla nuova situazione: le indagini sulla gestione delle ferrovie  , in mano russa, per esempio, difficilmente potranno procedere con la stessa assertività di prima della guerra, ora che la Russia sarà la protagonista della ricostruzione post-bellica e della ipotetica creazione della nuova rete di comunicazioni su cui Mosca sta investendo tanto e frutto di un nuovo accordo trilaterale dell’11 gennaio 2021.

Il 21 settembre si è celebrato il trentennale dell’indipendenza armena. La consapevolezza del peso della situazione che si è man mano andata creando in questi tre decenni è emersa nelle parole del presidente Armen Sarkissian, quasi un discorso  programmatico per una Armenia pragmaticamente funzionante, in cui lo stato e la nazione sono prima di tutto un comportamento virtuoso individuale, prima ancora che il sogno di un popolo perseguitato e circondato da nemici, come gli armeni si sentono da decenni: “Per 30 anni, a causa di vari motivi oggettivi e soggettivi, non siamo stati in grado di realizzare appieno l’opportunità offerta dall’indipendenza, sviluppare la nostra vittoria e il nostro successo – ha affermato Sarkissian – tutto sembrava essere lì perché accadesse, dal sogno all’idea, dall’eccitazione alla volontà, dall’esperienza del passato alla ricerca del futuro. Intanto oggi si scopre che non abbiamo apprezzato quello che avevamo. […] Il colpo ricevuto circa trent’anni dopo, purtroppo, è arrivato sotto forma di una nuova guerra”.

Armen Sarkissian ha poi invitato a prendere atto in modo razionale della realtà: “Oggi la storia del nostro Paese, la gente, il presente e il futuro si intrecciano. Dobbiamo imparare dal passato. Allo stesso tempo, non dobbiamo lasciare che il passato ci impedisca di andare avanti. La sicurezza nazionale è e rimarrà per lungo tempo la questione più importante per la nostra Patria. Dobbiamo fare tutto il possibile per rafforzare il nostro sistema di sicurezza. Senza un forte sistema di sicurezza, non ci può essere sviluppo o progresso. Dobbiamo compiere maggiori sforzi per lo sviluppo futuro della nostra Patria, l’Armenia e l’Artsakh [Nagorno-Karabakh]. Ma prima, dobbiamo valutare e realizzare il valore vitale di uno stato indipendente realisticamente, non emotivamente. La statualità diventa una realtà quando vive in noi, nel nostro lavoro, nel nostro modo di vivere, nella nostra famiglia e nel nostro modo di pensare. Dobbiamo avere un’agenda, una visione e un programma nazionali e statali chiari, che devono guidare le nostre azioni anche nei contatti con i nostri partner e nelle relazioni internazionali in generale”.

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Celebrato per la prima volta a Venezia il 30° Anniversario dell’indipendenza armena (Assadakah 28.09.21)

Giulia Saccone – Nella serata del 24 settembre si sono succeduti i rappresentati della Repubblica in una serie di incontri volti ad inquadrare il futuro del giovane Stato, segnato non solo dal primo genocidio dell’epoca moderna, ma anche dalla pandemia , ma con davanti a sé l’impegno più umanista di tutte le più giovani repubbliche dell’ Eurasia

Il 24 settembre si è tenuta la celebrazione del trentesimo anniversario della nascita della Repubblica d’ Armenia presso il collegio Raphael-Moorat di Venzia. La cerimonia ha luogo dopo i due anni di lotta contro la pandemia ed un anno dopo l’infausta Guerra dei Quarantaquattro giorni combattuta per l’Artsakh. Di fatto, La Repubblica armena, sebbene giovane, ha dovuto confrontarsi sia con il suo imponente e doloroso passato, sia con le complicate sfide geopolitiche del secolo attuale e passato, tuttavia com’è stato ribattuto la sera del 24 settembre nell’ istituto che ha accolto e allevato grandi menti come Boghos Levon Zekiyan – “Il popolo armeno è un popolo straordinario, che non si è mai arreso e con orgoglio, dignità e fermezza ha sempre continuato a lottare per il futuro delle sue generazioni. I giovani sono coloro che daranno forma al domani: per questo è fondamentale per costruire un futuro migliore”.

I discorsi degli interventi inaugurali della cerimonia hanno illustrato ciò che l’Armenia è stata, ma soprattutto cosa sarà: una nazione giovane, ma matura, desiderosa di essere tramite i suoi valori di pace ed universalità un attore volto al sostegno della pace sia nella zona caucasica, che in quella mediorientale. Il futuro dell’Armenia nel mondo post pandemico sarà di fatto all’ insegna della collaborazione e della solidarietà, come quella dimostrata fra essa e l’Italia in numerosi campi attraverso vari fora internazionali, e in particolare la collaborazione che è trasparsa nelle relazioni fra l’Armenia e Venezia. Di fatto il Console Onorario Gagik Sarucanian nel suo discorso ha voluto ricordare sia il grande sostegno reciproco nelle occasioni dell’Acqua alta del 2019 e del conflitto del Nagorno-Karabak: “…Quindi non posso che dirmi onorato di ricoprire il ruolo di console d’ Armenia istuito di recente ad ulteriore consolidamento dei secolari rapporti commerciali e culturali fra l’ Armenia e Venezia. Quando nel 2019 Venezia è stata gravemente ferita dall’ eccezionale acqua alta, il primo ministro d’ Armenia Nikol Pashinian è stato il primo fra i primi capi di governo a visitare la città per offrire la solidarietà del popolo armeno, solidarietà che i veneziani ed i veneti hanno saputo ricambiare con spirito di abnegazione attraverso sostanziosi aiuti umanitari durante l’ ultima guerra del Nagorno-Karabakh”.

La città di Venezia e la Repubblica d’Armenia condividono costanti relazioni dal 1201, quando quest’ultima corrispondeva all’ antico Regno di Cilicia. I rapporti fra la città e lo stato sono sempre stati fervidi e fruttuosi, tanto da far nascere 50 stamperie gestite da famiglie armene sull’ isola nel 1480, nonché la famosa stamperia poliglotta della congregazione dei Padri Mechitaristi dell’isola di san Lazzaro, a cui si deve la nascita del primo libro armeno creato con la stampa a caratteri mobili: l’Urbatagirk (Libro del venerdì) da parte di Hagop Meghapart.

Sebbene la stamperia abbia chiuso la sua attività nel 1995, la confraternita dell’isola tutt’ora mantiene il ruolo di centro studi, divulgazione e conservazione della cultura armena, rendendola un unicum nel panorama italiano e forse mondiale. Ma i rapporti armeno-veneziani sono ancora tangibili anche nel collegio Raphael-Moorat che dal 1852 al 1997 ha formato le grandi menti del panorama culturale e politico armeno, tramite un’ educazione sui generis capace di imprimere sia lo spirito veneziano e quello armeno nelle giovani menti, tant’è che il poeta fautore del rinascimento Armeno e che proprio nell’ Isola pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Fremiti, Daniel Varujan, scrive: “Sento che Venezia ha influito su di me con i suoi incantevoli tesori di colori, di ombre e di luci. Una città nella quale è impossibile pensare senza immagini”, e quindi non è un caso che l’Ambasciatrice della Repubblica d’ Armenia in Italia, sua Eccellenza Tsovinar Hambardzumyan si sia prodigata per trasferire la celebrazione dell’Indipendenza da Roma a Venezia, dove trova un significato ancor più maggiore.

Di fatto, celebrando l’ evento in un ruolo così carico di significato per la diaspora e soprattutto per la cultura armena, respirando ciò che l’ Armenia è stata, non si può non lasciarsi accendere l’ animo al pensiero di ciò che l’Armenia promette di diventare: un attore coscio degli insegnamenti della storia, pronto a mettere a disposizione la sua esperienza, la sua naturale propensione e desiderio di collaborazione, universalità e pace, per mettere a disposizione delle generazioni future un mondo in cui le indicibili sofferenze del popolo armeno che tutt’ oggi analogamente stanno sperimentando altre popolazioni, non siano che storia.

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Il genocidio dimenticato dei Greci in Turchia (Vanillamagazine 28.09.21)

Da quando i primi gruppi di Homo erectus lasciarono l’Africa nella prima grande migrazione umana, chiamata dai paleoantropologi Out of Africa I, all’incirca 1,8/1,3 milioni di anni fa, si può affermare senza tema di smentita che la storia dell’uomo è una storia di migrazioni e di colonizzazione.

Andando avanti veloce nel tempo si arriva al VII secolo a.C., in Grecia, che certo è un luogo meraviglioso, baciato dagli dei, ma che purtroppo non ha sufficiente terra coltivabile per garantire la sussistenza di tutti i suoi figli. Accade allora che gruppi di cittadini di una stessa polis decidano di partire alla ricerca di nuove terre fertili dove fondare una colonia, non prima però di aver chiesto il parere dell’oracolo di Delfi.

Sorgono così, in Italia ad esempio, le meravigliose città della Magna Grecia che, pur indipendenti, continuano ad essere legate alla città madre da vincoli, a volte solo religiosi, in qualche caso politici. Una sola cosa unisce sempre e dovunque chi è rimasto e chi è partito: la lingua madre.

Il Mediterraneo intorno al IV secolo a.C: gli insediamenti greci sono colorati in rosso

Immagine via Wikipedia – licenza CC BY-SA 3.0

Prima ancora di volgersi a occidente, verso l’Italia e, in misura minore, Spagna e Francia, i Greci guardano a oriente, verso il Mar Nero e le opposte sponde del Mar Egeo. Nascono tante città che oggi appartengono a nazioni diverse (Russia, Ucraina, Romania, Bulgaria), ma che si concentrano sopratutto nell’attuale Turchia: Smirne, Efeso, Alicarnasso, Trebisonda e moltissime altre dai nomi meno conosciuti.

Le Colonie greche sul Mar Nero

Immagine di Simen 113 via Wikimedia Commons – licenza CC BY-SA 4.0

Tutte queste colonie fondate da città-madri in gran parte ioniche e doriche, da polis indipendenti, diventano via via soggette a diverse dominazioni: prima dei Persiani e poi dei sovrani che si dividono l’impero di Alessandro Magno, dopo dei Romani e degli imperatori bizantini, fino ad essere completamente assoggettate dai turchi ottomani.

Loro però, i discendenti di quei coloni del VII secolo, sono e si sentono greci, praticano la religione cristiana ortodossa e continuano a parlare la loro lingua. Saranno chiamati, all’inizio del XX secolo, i Greci del Ponto, dalla storica regione sulle coste meridionali del Mar Nero.

La regione del Ponto


Perché dare una connotazione così marcatamente etnica a comunità stabilite lì da millenni, e che lì hanno casa e lavoro, producono ricchezza e cultura?

Perché è proprio l’appartenenza ad etnie minoritarie, di fede ortodossa, a dare inizio a una tragedia che non coinvolge solo i Greci del Ponto, ma anche Armeni e Assiri (o Siriaci), come poi tutti i Greci della Turchia.

Famiglie greche del Ponto dell’inizio del XX secolo

Immagine di pubblico dominio

A seguito della conquista ottomana dell’Impero Romano d’Oriente (nel 1453 cade Costantinopoli), nel 17° e 18° secolo, molti gruppi di persone appartenenti alle comunità greche emigrano in Russia, ma chi rimane si ritrova isolato, tanto che la loro lingua – il greco pontico – differisce sostanzialmente da quella parlata oggi in Grecia e non è reciprocamente comprensibile.

Tuttavia, a metà ‘800 e fino a inizio ‘900, le comunità elleniche del Ponto sono fiorenti, sia dal punto di vista economico sia da quello sociale: costruiscono chiese e scuole, danno vita a circoli culturali e crescono a livello demografico.

La squadra di calcio greca del Ponto, chiamata ‘Pontos’

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Al contrario, l’impero ottomano è in declino: perde gran parte dei suoi territori (Bulgaria, Serbia, Romania, Montenegro e molti altri), alcuni dei quali sono annessi da stati Europei (l’Italia, ad esempio, si prende la Libia).

La situazione è tanto drammatica quanto instabile. Il sultano Abdul Hamid II non ha più il sostegno del popolo e soprattutto quello dell’esercito, al cui interno nasce, per iniziativa di Mustafa Kemal (poi conosciuto come “Atatürk”, il padre della Turchia moderna) il primo nucleo del movimento poi chiamato dei “Giovani Turchi”.

Nel 1913, quando ormai si sono concluse le guerre balcaniche, gli ottomani sono praticamente spariti dall’Europa e conservano una presenza non rilevante tra le province arabe. Insomma i Turchi, che temono per la sopravvivenza stessa della loro nazione, decidono di espellere tutte le minoranze di fede cristiana (alle quali imputano la colpa del declino del sultanato) dal Ponto, dalla Cappadocia e dalla Ionia. A soffrire di questa decisione sono greci, armeni e siriaci.

Censimento ottomano del 1905/6 – le barre in rosso indicano i musulmani, quelle in nero i greci

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I greci in particolare, sono ritenuti colpevoli di aver collaborato, nel corso della guerra russo-turca, proprio con l’antagonista impero russo, che tenta di espandere la cristianizzazione nell’area della Turchia settentrionale. Quando nel 1916 i russi riescono a occupare Trebisonda, iniziano a fare pressioni per la creazione di una Repubblica del Ponto indipendente (poi si ritirano perché il loro paese è alle prese con la rivoluzione del 1917), già agognata dal vescovo Chrysanthos Filippides.

La posizione di Trebisonda nella mappa della Turchia

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Intanto i Turchi non se ne stanno con le mani in mano e procedono a una pulizia etnico-religiosa che colpisce le comunità di cristiani ortodossi che non si convertono all’islam.

Oggi si conosce bene il primo dei genocidi che hanno funestato il XX secolo, quello degli armeni, ma pochi sanno che anche i greci del Ponto subirono lo stesso dramma: la deportazione nelle poco ospitali terre interne dell’Asia Minore (su suggerimento del consigliere militare tedesco Liman Von Sanders ), i famigerati battaglioni di lavoro, composti da uomini che non si volevano arruolare nell’esercito e perciò spediti a lavorare nelle miniere o alla costruzione di strade in condizioni disumane. Secondo una stima di un funzionario del Foreign Office britannico, nel 1918

“più di 500.000 greci furono deportati, di cui relativamente pochi sopravvissero”

L’ambasciatore statunitense scrive in un rapporto:

“Ovunque i greci si radunavano in gruppi e, sotto la cosiddetta protezione dei gendarmi turchi, venivano trasportati, la maggior parte a piedi, nell’interno. […] Quanti sono stati dispersi in questo modo non è noto con certezza, le stime variano da 200.000 a 1.000.000”.

Quando nel 1919 viene discussa, alla Conferenza di pace di Parigi, la creazione della Repubblica del Ponto o, in alternativa, di uno stato greco-armeno, il governo turco decide che è arrivato il momento di procedere con una soluzione definitiva (si potrebbe dire finale): il genocidio dei greci, condotto attraverso marce della morte, privazioni e torture, come anche esecuzioni a sangue freddo e l’incendio dei villaggi, che costano la vita a oltre 350.000 greci solo nel Ponto, mentre la loro cultura viene cancellata, con la distruzione di chiese, circoli e attività economiche.

Sotto, Città fantasma di Kayakoy (Livisi), un tempo insediamento greco. Secondo la tradizione locale, i musulmani si rifiutarono di ripopolare il luogo perché “era infestato dai fantasmi dei Livisiani massacrati nel 1915”

Immagine di William Neuheisel via Wikipedia – licenza CC BY 2.0

A rendere ancora più drammatica la situazione, c’è contemporaneamente anche la guerra greco-turca, chiamata dagli storici ellenici “catastrofe dell’Asia Minore”. Ai Greci, alla fine della prima guerra mondiale, erano stati promessi i territori dell’Asia Minore, così l’esercito ellenico, nel 1919, tenta di prenderseli, iniziando da Smirne.

Soldati greci a Smirne, maggio 1919

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D’altronde, in tutta la Turchia vivono all’incirca due milioni e mezzo di ellenici che, secondo il parere del governo greco, rischiavano di essere sterminati. In realtà c’è di mezzo anche l’ambizioso progetto di dare vita alla Megali Idea (Grande Idea), una grande Grecia sulla falsariga dell’impero bizantino, legata soprattutto alla convinzione che Costantinopoli dovesse tornare alla cristianità.

Sono due anni di guerra che, dopo un’iniziale avanzata greca, si concludono con la riscossa dei turchi. L’ultimo atto è la riconquista di Smirne, da qualche settimana estremo rifugio di greci e armeni, che vi si riversano al ritmo di 20.000 persone al giorno. Mustafa Kemal ordina al suo esercito, il 9 settembre 1922, di non lasciarsi andare a violenze contro la popolazione civile. D’altro parere è il suo sottoposto, Nureddin Pascià, che invece decide di sterminare tutti i cristiani rifugiatisi a Smirne.

Dopo quattro giorni di violenze e stupri, il 13 settembre inizia a divampare un incendio estinto solo nove giorni dopo: si stima che tra le fiamme abbiano perso la vita un numero di persone, tra greci e armeni, che varia da 10.000 a 125.000.

L’incendio di Smirne

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Il quartiere greco e quello armeno vengono completamente distrutti, mentre pochi danni subisce quello turco. Della città cosmopolita, dove fino ad allora avevano convissuto turchi, greci (che costituivano la maggioranza), armeni, ebrei e arabi, rimane poco.

Smirne, dopo il Grande Incendio del 1922

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Le potenze straniere che hanno in rada le loro navi, messe lì per scoraggiare atrocità da parte dei turchi, in realtà non intervengono, nemmeno quando viene torturato e fatto a pezzi il vescovo di Smirne, proprio sotto gli occhi dei soldati francesi.

Smirne è l’inferno: donne e bambini che urlano, tanti che scappano dagli edifici in fiamme vengono mitragliati dai soldati turchi, le ragazze e i ragazzi più giovani sono rapiti per essere mandati negli harem. Sulla banchina del porto si riversa una massa di disperati che tenta di salvarsi sulle navi, ma tanti muoiono annegati.

Barche sovraffollate con profughi in fuga dal fuoco

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Alla fine, tra il 1914 e il 1922, il numero dei greci uccisi in tutta la Turchia può avvicinarsi a 900.000, almeno secondo una stima statunitense (i numeri cambiano molto in base ai vari studiosi). Per il governo ottomano però, sono solamente vittime di guerra.

I corpi di Greci del Ponto disposti davanti a una chiesa greca in Asia Minore nel 1916

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Nel gennaio del 1923 i governi di Grecia e Turchia firmano a Losanna una “convenzione relativa allo scambio di popolazioni greche e turche”, uno scambio obbligatorio che stravolge le vite di almeno 1.600.000 persone: oltre un milione e duecentomila greci ortodossi lasciano l’Asia minore, la Tracia orientale, il Ponto e il Caucaso, mentre all’incirca 400.000 musulmani sono allontanati dalla Grecia.

Bambini profughi greci e armeni vicino ad Atene

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Questo scambio si basa – apparentemente – solo sulla religione praticata: devono lasciare la Turchia tutti i cristiani ortodossi, sia greci sia armeni, come pure quelli di lingua turca. D’altra parte anche i musulmani di lingua greca vengono espulsi dai paesi dove erano nati e vissuti.

Rifugiati musulmani

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L’odissea dei Greci provenienti dalla Turchia non si conclude con lo scambio del 1923, anzi: la Commissione per i Rifugiati non è a conoscenza dei dati reali, né sul numero dei profughi né sui territori dove ricollocarli. Per di più quei disperati che hanno dovuto abbandonare tutto, subito violenze indescrivibili, patito perdite di figli, genitori e parenti, non sono accolti benevolmente nella patria ancestrale. Hanno abitudini diverse, parlano una lingua poco comprensibile, e soprattutto costano troppo al governo greco, che deve pesantemente indebitarsi per garantirne la sussistenza, tanto che politicanti di pochi scrupoli definiscono i rifugiati come parassiti.

Vittime del Grande incendio di Smirne

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Oggi, tutto questo non sarebbe possibile, secondo le attuali norme di diritto internazionale, che vietano l’espulsione collettiva e garantiscono la libera circolazione, almeno sulla carta.

Allora forse vale la pena mettere in evidenza la ricchezza economica e culturale che caratterizzava la Turchia multietnica tra metà ‘800 e inizi del ‘900, e riflettere sulla follia di chi vede nell’altro da sé un nemico da sterminare.

Non per niente la creazione dello stato nazionalista di Kemal (odierna Turchia) e i genocidi di armeni e greci costituiscono un modello a cui si ispira la politica di Hitler: “La nazione tedesca un giorno non avrà altra scelta che ricorrere anche ai metodi turchi”. Tanto, come ebbe a dire il führer “chi si ricorda degli armeni?”, o dei Greci della Turchia?

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