Nair Melikyan, prete campione MMA Armenia/ Dai combattimenti alle preghiere “Gesù…” (Ilsussidario 11.07.21)

Un prete armeno, Nair Melikyan, campione di MMA nel suo paese. A rivelare il particolare è l’account twitter The US Armenians, ma la notizia stava già facendo il giro dei social. Ad esempio, su Reddit, dove è stato addirittura condiviso il link che porta alla pagina della Diocesi armena in Georgia, in cui è riportata la notizia relativa all’ordinazione per gli ordini minori a Javakheti. Il lottatore professionista 23enne, originario di Yerevan, in Armenia, è considerato una giovane promessa, un prospetto che può costruire una carriera importante nella MMA e lasciare il segno, non solo sui suoi avversari, come ha mostrato nei suoi ultimi combattimenti. Alto 1,67 cm, si distingue per la sua forza devastante. Nell’ottobre scorso ha anche combattuto in Spagna. La notizia della sua vittoria, in considerazione anche del fatto che è un sacerdote armeno, ha stupito gli appassionati di MMA, ma non sono mancati commenti ironici sui social.

LE PREGHIERE DI NAIR MELIKYAN

La religiosità di Nair Melikyan traspare anche dal suo account social, dove si alternano foto e video dei suoi combattimenti ad altri in cui esprime tutta la sua spiritualità. Si trovano infatti anche preghiere come questa: «Gesù, ho bisogno di te, grazie per essere morto sulla croce per i miei peccati. Confesso e mi pento dei miei peccati. Apro la porta del mio cuore e ti accetto come mio Salvatore e Signore. Grazie per aver perdonato dammi i miei peccati e vita eterna. Fammi ciò che vuoi che io sia, perché sono diventato Tuo figlio». Ma c’è anche questa preghiera: «Ti glorificherò, mio ​​Dio, mio ​​Re, e benedirò il tuo nome nei secoli dei secoli. Ti benedirò giorno e notte e loderò il tuo nome nei secoli dei secoli». In molti però si chiedono come riesca a coniugare la passione per la MMA con la sua profonda religiosità che lo ha portato a diventare prete.

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Dal ring alla messa: Nair Melikyan, prete campione di MMA (Aleteia 13.07.21)

ARMENIA. Più truppe russe al confine con l’Azerbaijan (Agcnews 09.07.21)

La Russia ha iniziato i preparativi per schierare le sue truppe in un’altra provincia armena al confine con l’Azerbaigian: «Alcuni di loro sono già nella provincia di Gegharkunik. Saranno dispiegati lungo il confine qualche tempo dopo», ha detto il governatore provinciale, Gnel Sanosyan, ripreso da Asbarez.

Il dispiegamento inizierà nei prossimi giorni, ha detto Sanosyan. Gegharkunik confina con il distretto di Kelbajar a ovest del Nagorno-Karabakh, che è stato riconquistato dall’Azerbaigian dopo la guerra nell’autunno scorso.

Le truppe azere hanno attraversato diversi tratti del confine armeno-azero e sono avanzate di qualche chilometro a Gegharkunik e in un’altra provincia, Syunik, il 12-14 maggio, innescando uno stallo militare con le forze armene; Yerevan ha ripetutamente chiesto il loro ritiro.

Il generale Artak Davtyan, il capo dello stato maggiore dell’esercito armeno, ha annunciato l’imminente schieramento delle guardie di frontiera russe a Gegharkunik alla fine del mese scorso. Davtian ha detto che Mosca e Yerevan erano vicine a raggiungere un accordo in merito.

Secondo il governatore Sanosyan, il dispiegamento sarà seguito dal ritiro delle truppe armene e azere dai tratti di confine contestati e dall’inizio dei colloqui mediati dalla Russia sulla demarcazione della lunga frontiera. La Russia ha già inviato soldati e guardie di frontiera in altre parti del Syunik dopo la guerra armeno-azerbaigiana fermata da un cessate il fuoco mediato dalla Russia a novembre 2020.

L’ambasciatore russo a Yerevan, Sergei Kopyrkin, ha confermato il 7 luglio che Mosca e Yerevan stanno discutendo le modalità pratiche di ulteriori schieramenti di truppe russe in Armenia: «Come sapete, i posti di guardia di frontiera russi sono stati dispiegati in varie sezioni del confine tra Armenia e Azerbaigian (…) Stanno aiutando a mantenere la situazione al confine calma e stabile in modo che la popolazione locale si senta più sicura e più a suo agio in queste circostanze insolite (…) Sono in corso discussioni su come tale presenza possa essere ampliata» ha detto Kopyrkin dopo aver inaugurato un centro culturale russo nella città armena di Armavir.

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Le ragioni dell’Armenia. L’ambasciatore in Vaticano replica al suo omologo azero (Faro di Roma 09.07.21)

Ho letto di un “briefing con giornalisti” dell’Ambasciatore dell’Azerbaijan Mustafayev durante il quale il diplomatico ammette che
“l’Azerbaigian si è sentito legittimato a riprendersi nel 2020 i territori…”

A dire il vero l’Azerbaigian, con l’aiuto della Turchia e il coinvolgimento di famigerati gruppi terroristici, ha iniziato una guerra di 44 giorni contro l’Artsakh con gravi violazioni del diritto internazionale, incluse le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
dell’Onu a cui il diplomatico fa riferimento in quel briefing.

Mustafayev dice che “non c’è stata una guerra per motivi religiosi ma soltanto di confine” e ricorda “la grande libertà religiosa che esiste nel suo paese”.

Una domanda allora si pone: perché migliaia di jihadisti dalla Siria, dalla Libia e dall’Iraq sono stati portati nella zona del conflitto a combattere contro gli “infedeli”? I social media pullulano di video e immagini di membri di gruppi terroristici come Jabhat al-Nuṣra e altri che, talvolta indossando le divise delle forze armate azerbaijane, hanno combattuto contro la pacifica popolazione armena. E ciò è stato confermato da rappresentanti di alto livello di Francia, Russia, Stati Uniti e diverse nazioni ancora.

Curiosamente proprio gli Stati Uniti il 12 maggio scorso hanno pubblicato, a cura della Commissione Usa sulla Libertà Religiosa
Internazionale, il 2020 International Religious Freedom Report. Nel rapporto l’Azerbaigian viene collocato nella speciale lista di nazioni
sotto osservazione a causa delle eclatanti violazioni della libertà religiosa nel paese, non da ultime le recenti violazioni commesse
durante la nuova guerra contro il Nagorno Karabakh e i suoi territori circostanti. Il rapporto inoltre solleva serie preoccupazioni circa la conservazione e la protezione dei luoghi di culto armeni e sulla vandalizzazione e distruzione di cimiteri e lapidi armene.

Per quel che concerne poi la proposta dell’Ambasciatore azerbaigiano su “una mediazione della Santa Sede”, gli va ricordato che il governo dell’Azerbaigian ignora ripetutamente i diversi appelli che il Santo Padre ha lanciato da luglio del 2020. In particolare nel più recente messaggio pasquale il Pontefice ha auspicato: “Continuino gli sforzi per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti, nel rispetto dei diritti umani
e della sacralità della vita (…) Conceda a quanti sono prigionieri nei conflitti, specialmente nell’Ucraina orientale e nel Nagorno-Karabakh, di ritornare sani e salvi alle proprie famiglie”.

Vorrei concludere che la popolazione dell’Artsakh non lotta per “motivi di confine”, come dichiarato da Mustafayev, ma per il riconoscimento del suo diritto inalienabile all’autodeterminazione.

Garen Nazarian, ambasciatore della Repubblica di Armenia presso la Santa Sede

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La popolazione della Repubblica di Artsakh lotta per il riconoscimento del suo diritto inalienabile all’autodeterminazione… e di esistere. La Nota dell’Ambasciatore armeno presso la Santa Sede

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la Nota di Garen Nazarian, Ambasciatore della Repubblica di Armenia presso la Santa Sede e il Sovrano Militare Ordine di Malta (foto di copertina), con cui replica al suo omologo azero Rahman Sahib Oglu Mustafayev. L’Ambasciatore della Repubblica di Azerbajgian, dopo aver partecipato il 30 giugno 2021 con il Corpo Diplomatico alla Santa Messa presieduta da Papa Francesco per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo, ha detto ai giornalisti che la mediazione della Santa Sede dopo la guerra dell’Azerbajgian contro la Repubblica di Artsakh sarebbe “di grande importanza per pacificare la regione”. Mustafayev ha osservato che “le tre risoluzioni ONU a favore del suo Paese (1993, 2006 e 2008), negli anni non hanno cambiato nulla e solo per questo l’Azerbajgian si è sentito legittimato a riprendersi nel 2020 i territori che l’Armenia aveva occupati nella prima guerra di Nagorno-Karabakh, finita nel 1994 con l’Accordo di Biškek”. Parole riportate dal Faro di Roma.

L’Accordo di Biškek è l’accordo provvisorio di cessate il fuoco che segnava la fine della guerra del Nagorno-Karabakh, il conflitto armato che si svolse tra il gennaio 1992 e il maggio 1994, tra la maggioranza etnica armena del Nagorno-Karabakh, sostenuta dalla Repubblica di Armenia, e la Repubblica di Azerbajgian. Il conflitto scoppiò in seguito al voto del parlamento del Nagorno-Karabakh il quale, facendo leva su una legge sovietica allora vigente, dichiarò la nascita della Repubblica di Nagorno-Karabakh/Artsakh e il diritto all’autodeterminazione della sua popolazione.

L’Accordo di Biškek venne siglato il 5 maggio 1994 a Biškek, la capitale del Kirghizistan, tra A. Jalilov (firma di R. Guliyev), Presidente del Soviet Supremo di Azerbajgian; K. Baburyan, Presidente del Soviet Supremo della Repubblica di Nagorno-Karabakh; B. Ararktsian, Presidente del Soviet Supremo di Armenia; V. Šumejko, Presidente del Consiglio della Federazione Russa; M. Sherimkulov, Presidente del Soviet Supremo di Kirghizistan; V. Kazimirov, Rappresentante plenipotenziario della Federazione Russa, Capo della missione russa di mediazione; M. Krotov, Capo della Segreteria del Consiglio dell’Assemblea interparlamentare della Comunità degli Stati Indipendenti (CIS).

L’Accordo congelò di fatto il conflitto del 1992-94. Esso esprimeva la determinazione di assistere in tutti i modi possibili dentro e fuori del Nagorno-Karabakh la cessazione del conflitto armato che non solo provocava grandi perdite al popolo armeno ed azero, ma anche colpiva significativamente gli interessi di altri Paesi nella regione e complicava seriamente la situazione internazionale. Inoltre, a supporto di una mozione del Consiglio CIS del 15 aprile 1994, puntava al rapido raggiungimento di un accordo finale e, dopo aver ricordato il ruolo attivo della CIS ed essersi richiamato ad alcune decisioni dell’OSCE e delle Nazioni Unite, si appellava al buon senso delle parti invitando le stesse al raggiungimento di un definitivo accordo di pace. Il cessate il fuoco veniva stabilito per la mezzanotte tra l’8 e il 9 maggio 1994.

Il 9 maggio 1994 il Rappresentante plenipotenziario della Federazione Russa, V. Kazimirov preparò un accordo definitivo di cessate il fuoco che lo stesso giorno venne sottoscritto dal Ministro della difesa azero, Mamedrafi Mammadov a Baku. Il 10 maggio venne firmato dal Ministro della difesa armeno, Serzh Sargsyan a Yerevan e l’11 maggio dal Ministro della difesa della Repubblica di Nagorno Karabakh, Samvel Babayan a Stepanakert. L’Accordo ebbe ufficialmente effetto alla mezzanotte del 12 maggio.

L’Ambasciatore azero ha affermato che “non c’è stata una guerra per motivi religiosi ma soltanto di confine”, ricordando “la grande libertà religiosa che esiste nel suo Paese”, “al punto che nel cuore della loro capitale, Baku, gli armeni hanno la chiesa di San Gregorio l’Illuminatore, in un posto che in Roma equivarrebbe a Piazza Venezia”. Inoltre, ha dichiarato che gli Azeri lamentano che ci siano stati “danni a monumenti religiosi durante il conflitto, anche se su questo gli armeni chiaramente, hanno un altro punto di vista”. Poi ha precisato anche che “sarebbe gradita una mediazione della Santa Sede, come nel conflitto in Oriente Medio, ma anche in tante altre situazioni ed epoche storiche”, per superare gli effetti del “conflitto”.

La replica a Mustafayev dell’Ambasciatore dell’Armenia presso la Santa Sede

Ho letto di un “briefing con giornalisti” dell’Ambasciatore dell’Azerbajgian Mustafayev durante il quale il diplomatico ammette che “l’Azerbaigian si è sentito legittimato a riprendersi nel 2020 i territori…”.

A dire il vero l’Azerbajgian, con l’aiuto della Turchia e il coinvolgimento di famigerati gruppi terroristici, ha iniziato una guerra di 44 giorni contro l’Artsakh con gravi violazioni del diritto internazionale, incluse le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu a cui il diplomatico fa riferimento in quel briefing.

Mustafayev dice che “non c’è stata una guerra per motivi religiosi ma soltanto di confine” e ricorda “la grande libertà religiosa che esiste nel suo paese”.

Una domanda allora si pone: perché migliaia di jihadisti dalla Siria, dalla Libia e dall’Iraq sono stati portati nella zona del conflitto a combattere contro gli “infedeli”? I social media pullulano di video e immagini di membri di gruppi terroristici come Jabhat al-Nuṣra e altri che, talvolta indossando le divise delle forze armate azerbajgiane, hanno combattuto contro la pacifica popolazione armena. E ciò è stato confermato da rappresentanti di alto livello di Francia, Russia, Stati Uniti e diverse nazioni ancora.

Curiosamente proprio gli Stati Uniti il 12 maggio scorso hanno pubblicato, a cura della Commissione Usa sulla Libertà Religiosa Internazionale, il 2020 International Religious Freedom Report. Nel rapporto l’Azerbajgian viene collocato nella speciale lista di nazioni sotto osservazione a causa delle eclatanti violazioni della libertà religiosa nel paese, non da ultime le recenti violazioni commesse durante la nuova guerra contro il Nagorno-Karabakh e i suoi territori circostanti. Il rapporto inoltre solleva serie preoccupazioni circa la conservazione e la protezione dei luoghi di culto armeni e sulla vandalizzazione e distruzione di cimiteri e lapidi armene.

Per quel che concerne poi la proposta dell’Ambasciatore azerbajgiano su “una mediazione della Santa Sede”, gli va ricordato che il governo dell’Azerbajgian ignora ripetutamente i diversi appelli che il Santo Padre ha lanciato da luglio del 2020. In particolare nel più recente messaggio pasquale il Pontefice ha auspicato: “Continuino gli sforzi per trovare soluzioni pacifiche ai conflitti, nel rispetto dei diritti umani e della sacralità della vita (…) Conceda a quanti sono prigionieri nei conflitti, specialmente nell’Ucraina orientale e nel Nagorno-Karabakh, di ritornare sani e salvi alle proprie famiglie”.

Vorrei concludere che la popolazione dell’Artsakh non lotta per “motivi di confine”, come dichiarato da Mustafayev, ma per il riconoscimento del suo diritto inalienabile all’autodeterminazione.

Garen Nazarian
Ambasciatore della Repubblica di Armenia presso la Santa Sede

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ASIA/LIBANO – Senza esito il Sinodo convocato per eleggere il nuovo Patriarca degli armeni cattolici (Fides 07.07.21)

Bzommar (Agenzia Fides) – Il Santo Sinodo dei Vescovi armeni cattolici, riuniti dalla sera del 22 giugno presso il Convento libanese di Nostra Madre di Bzommar allo scopo di eleggere il loro nuovo Patriarca, non è finora riuscito a trovare il consenso necessario per scegliere il successore del Patriarca Krikor Bedros XXI Ghabroyan, deceduto per malattia lo scorso 25 maggio, all’età di 86 anni. Lo riferisce un laconico comunicato diffuso oggi, mercoledì 7 luglio, dalla Chiesa armena cattolica.
In ottemperanza ai canoni relativi al processo di elezione dei nuovi Patriarchi delle Chiese cattoliche orientali, le sessioni del Sinodo elettivo vengono interrotte. I Vescovi – annuncia il breve testo, pervenuto all’Agenzia Fides – rinviano a data da destinarsi ulteriori consultazioni per provare a adempiere al compito di scegliere un nuovo Patriarca per la Chiesa armena cattolica, impegnandosi a rendere noti tempi e modalità di tale ripresa dei lavori sinodali. “Vi chiediamo – aggiunge la formula conclusiva del comunicato – di accompagnare i padri partecipanti al Sinodo con la preghiera, per il bene della Chiesa armena cattolica”.
Riguardo alle procedure di elezione dei Patriarchi, il canone 72 del Codice dei Canoni delle Chiese orientali, al primo comma, stabilisce che “è eletto colui che ha riportato due terzi dei voti, a meno che per diritto particolare non sia stabilito che, dopo un conveniente numero di scrutini, almeno tre, sia sufficiente la parte assolutamente maggiore dei voti” e l’elezione sia portata a termine a norma del canone 183, §3 e 4”. Il secondo comma del medesimo canone 72 chiarisce che “Se l’elezione non si porta a termine entro quindici giorni, da computare dall’apertura del Sinodo dei Vescovi della Chiesa patriarcale, la cosa viene devoluta al Romano Pontefice”.
L’Assemblea sinodale elettiva (vedi Fides 23/6/2021) era stata convocata da Boutros Marayati, Arcivescovo armeno cattolico di Aleppo, divenuto dal 26 maggio Amministratore della Chiesa patriarcale di Cilicia degli Armeni, in quanto presule più anziano per ordinazione, secondo il disposto dell’articolo 127 del Codice dei Canoni delle Chiese orientali cattoliche. In tale veste, il compito principale dell’Arcivescovo Marayati è stato proprio quello di convocare il Sinodo della Chiesa armena cattolica per eleggere il nuovo Patriarca. All’Assemblea elettiva, conclusasi senza esito, hanno preso 12 membri del Sinodo della Chiesa armena cattolica, provenienti dalle sedi episcopali sparse in Medio Oriente e nei Paesi di maggior concentrazione della diaspora armena. (GV) (Agenzia Fides 7/7/2021)


Libano: Sinodo vescovi armeni cattolici, rinviata a data da destinarsi elezione nuovo patriarca (Sir 07.07.21)

Masdar di Abu Dhabi vince la gara per un progetto di energia solare da 200 MW in Armenia (Wam.ae 06.07.21)

ABU DHABI, 6 luglio 2021 (WAM) – Masdar (Abu Dhabi Future Energy Company) ha vinto una gara d’appalto per la costruzione di un progetto solare su scala industriale da 174 milioni di dollari in Armenia.

Il governo armeno aveva avviato una gara internazionale a seguito dell’offerta iniziale di Masdar di 0,0299 dollari/kWh nel dicembre 2019. Dopo un processo competitivo, Masdar ha presentato un prezzo finale di 0,0290 dollari/kWh.

L’impianto da 200 megawatt (MW) sarà situato nelle comunità di Talin e Dashtadem in Armenia, in un’area in cui la radiazione solare è elevata e la terra è inutilizzabile per scopi agricoli.

Il progetto sarà sviluppato su una base di progettazione, finanziamento, costruzione, proprietà e gestione (DFBOO) e la società di progetto sarà posseduta per l’85% da Masdar, con il Fondo di interesse nazionale armeno CJSC (ANIF) che detiene il 15%.

Mohamed Jameel Al Ramahi, amministratore delegato di Masdar, ha dichiarato: “Vincendo la gara per il più grande progetto solare su scala di utilità dell’Armenia, Masdar entra in una nuova entusiasmante fase nella nostra collaborazione con i nostri partner di ANIF e con il governo armeno. Questa è una tappa fondamentale nel viaggio verso l’energia pulita dell’Armenia. L’energia solare a basso costo aiuterà ad alimentare nuove industrie, a generare posti di lavoro e ad avviare il Paese verso un futuro prospero e veramente sostenibile”.

David Papazian, CEO di ANIF, ha dichiarato: “Dal presidente in giù, abbiamo lavorato molto duramente per finalizzare questo accordo. Sembra siano passati secoli da quando stiamo lavorando a questo processo, ma ci rendiamo conto che questo è di gran lunga il più grande investimento estero singolo in energia verde nella regione e il secondo più grande investimento estero diretto nella storia dell’Armenia moderna. Siamo entrambi fortunati e orgogliosi di avere Masdar come nostro partner in questa fase cruciale della diversificazione del mix energetico dell’Armenia e dell’evoluzione verso le rinnovabili”.

L’impianto si estenderà su oltre 500 ettari e creerà numerosi posti di lavoro diretti e indiretti. La gara rientrava nell’accordo di sviluppo congiunto firmato tra Masdar e ANIF nel novembre 2019, per lo sviluppo di progetti di energia rinnovabile con una capacità totale di 400 MW in Armenia. Sono in corso ulteriori discussioni sullo sviluppo dei restanti 200 MW.

Tradotto da: Mina Samir Fokeh.

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L’albicocca – che gli antichi romani apprezzavano e chiamavano mela armena, arriva dal lontano oriente. (Verdeazzurronotizie 06.07.21)

L’albicocca (Prunus armeniaca L),che gli antichi romani apprezzavano e chiamavano mela armena, arriva dal lontano oriente. Le sue origini, però, sono in Persia, o in Cina, dove veniva coltivata già dal 3000 a.C.
La sua diffusione nel bacino del Mediterraneo fu consolidata dagli arabi: infatti “albicocco” deriva dalla parola araba al-barqūq.
L’albicocca, dicono i vecchi, è un frutto che andrebbe mangiato a completa maturazione, appena spiccato dal ramo, cosa difficile, oggidì, se non si ha una pianta nell’orto…
Campania ed Emilia Romagna sono le regioni italiane che maggiormente le producono

Nagorno-Karabakh: soldato azerbaigiano spara a croce armena ad Hadrut (Agenzia nova 05.07.21)

Erevan, 05 lug 15:28 – (Agenzia Nova) – Un soldato azerbaigiano ha sparato ad un monumento armeno, una croce di pietra, ad Hadrut, nel Nagorno-Karabakh. Lo riferisce l’agenzia di stampa “Armenpress”. Quanto accaduto è testimoniato da un video che circola sui social network, mostrando il militare nell’atto di sparare al monumento. A ulteriore sfregio nei confronti della cultura armena, l’agenzia segnala scritte azere sul monumento. (Rum)

La Dichiarazione di Shusha e il futuro del Caucaso del sud (Osservatorio Balcani e Caucaso 05.07.21)

Oc Media ha intervistato una serie di analisti politici sulle implicazioni della “Dichiarazione di Shusha”, sottoscritta recentemente da Azerbaijan e Turchia

05/07/2021 –  Ismi Aghayev

(Pubblicato originariamente da Oc Media  il 24 giugno del 2021, tit. orig. “The ‘Shusha Declaration’: Strategic realignment or business as usual?”)

Ad una cerimonia a Shusha/Shushi, lo scorso 15 giugno, il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan hanno firmato la ‘Dichiarazione di Shusha’.

Il documento, tra le altre cose, riporta che un attacco a uno dei due paesi verrà considerato come un attacco a entrambi. La dichiarazione tratta anche aspetti come la cooperazione in ambito internazionale, così come politico, economico, commerciale, culturale, educativo, sportivo, rispetto ai giovani, alla sicurezza energetica e militare.

Inoltre, il presidente turco ha annunciato che la Turchia vorrebbe inaugurare un consolato a Shusha/Shushi.

“Il nome del nostro accordo è alleanza, e questo dice tutto”, ha dichiarato Aliyev.

Erdoğan e sua moglie sono stati accolti da Aliyev e la moglie Mehriban Aliyeva, nel distretto di Füzuli prima di spostarsi a Shusha/Shushi, tutte aree di cui l’Azerbaijan ha guadagnato il controllo dopo la seconda guerra del Nagorno Karabakh.

Il tutto è accaduto il giorno successivo ad un incontro del leader turco con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, in concomitanza con un vertice della NATO a Bruxelles.

L’ultima visita di Erdoğan in Azerbaijan risaliva al dicembre del 2020, quando aveva assistito alla parata vittoriosa promossa a seguito della guerra contro l’Armenia durata 44 giorni.

Azerbaijan, tra Turchia e Russia

Azer Gasimli, un analista politico, ha riportato ad OC Media che la Dichiarazione di Shusha mostra un cambio nelle priorità geopolitiche dell’Azerbaijan.

“Prima della guerra, l’Azerbaijan portava avanti – relativamente al sud del Caucaso – un rapporto politico bilanciato con la Russia e l’Occidente”.

“L’accordo firmato il 10 novembre 2020 tra Azerbaijan, Russia e Armenia, che include l’ingresso dei peacekeeper russi in Nagorno Karabakh, era una prova evidente di questa politica. L’altro lato della politica è indicato dalla Dichiarazione di Shusha. Quindi l’Azerbaijan non persegue più rapporti politici bilanciati con l’Occidente, ma con Turchia e Russia”.

Commentando riguardo all’apertura di un consolato turco a Shusha/Shushi e della possibile cooperazione economica espressa nella Dichiarazione, Gasimli ha detto che tutto questo è stato fatto senza consultare la Russia.

“La Turchia afferma di essere la garante di Shusha/Shushi. Aprendo un consolato lì pianterà la sua bandiera”.

Gasimli ha messo in dubbio il significato dell’aspetto economico della dichiarazione.

“In generale, nonostante vi siano clausole economiche previste nell’accordo, il governo dell’Azerbaijan non permetterà alla Turchia di avere voce in capitolo negli affari economici del paese. L’economia e i monopoli presenti rimarranno blindati. Anche se ad alcune aziende turche ben selezionate sarà permesso di operare”.

Gasimli ha pure detto che questi passi non porteranno a nessun processo di democratizzazione o miglioramento dei diritti umani nella regione.

“Penso che tutto questo sia un altro passo verso la continuazione di un regime autoritario nel sud del Caucaso. Se non fosse così, se avessero voluto veramente la pace, la Russia non avrebbe creato problemi nell’Ossezia del sud, in Abkhazia e Nagorno Karabakh. Il destino del conflitto sarebbe stato lasciato alla discrezione degli stati presenti nella regione”.

Zardusht Alizade, un analista politico ed ex politico dell’opposizione, afferma che la dichiarazione non è nient’altro che un rinnovo degli accordi del passato firmati da Turchia e Azerbaijan.

“La Dichiarazione di Shusha non significa niente di speciale per la regione”, ha affermato Alizade ad OC Media. “La Turchia, che ha l’Occidente dietro di sé, ha dichiarato apertamente che agirà in difesa della posizione dell’Azerbaijan. Non c’è niente di nuovo nella dichiarazione”.

”Le clausole presenti nella dichiarazione sono riflesse negli accordi e nei trattati conclusi precedentemente tra Turchia e Azerbaijan. La Turchia sta semplicemente mandando un messaggio diretto, ossia ‘sto dalla parte dell’Azerbaijan”.

“Il sostegno diretto della Turchia indica anche che vi è simpatia occidentale per le questioni legate alla sicurezza dell’Azerbaijan. Non c’è niente nella Dichiarazione di Shusha che vada contro gli interessi della Russia, quindi non ha niente a che fare con la Russia”.

Commentando riguardo all’apertura di un consolato generale a Shusha/Shushi, Alizadeh ha dichiarato che questo servirebbe ai cittadini turchi presenti nell’area per motivi di affari, lavorativi e per questioni legate alla residenza.

“L’apertura di un consolato a Shusha/Shushi indica che cittadini e aziende turche sono coinvolte nell’operazione per ricostruire il Nagorno Karabakh e questo consolato è pensato per loro”.

“Aziende turche impegnate in campo edilizio, industriale e agricolo e anche in altri settori saranno trasferite nell’area per la ricostruzione. Sono stati loro affidati progetti fortemente sostenuti economicamente. Questo significa che migliaia di cittadini turchi lavoreranno lì e questo consolato verrebbe aperto per loro”.

Aliyev, la conferma della vittoria

La visita di Erdoğan a Shusha/Shushi è stata condannata dal ministro degli Esteri armeno come “definitiva provocazione contro la pace e la sicurezza nella regione”.

Leyla Abdullayeva, che è a capo dell’ufficio stampa del ministero degli Esteri dell’Azerbaijan, ha invece respinto le critiche: ”Prima di tutto, vorremmo far notare che non è compito del ministro degli Esteri armeno commentare le visite a paesi vicini”, ha dichiarato. ”L’Armenia dovrebbe agire considerando la situazione reale, non basandosi su illusioni. La dichiarazione congiunta tra i presidenti dell’Azerbaijan e della Turchia a Shusha/Shushi è diretta a promuovere la pace, la sicurezza e nuove opportunità per la cooperazione”.

Richard Giragosian, direttore del Centro di studi regionali, un think tank situato a Yerevan, ha affermato che la visita “è da interpretare come una dimostrazione di vittoria per il governo di Aliyev”. “La visita è apparsa come un trionfo dopo la presa della città nei giorni della guerra, durata 44 giorni, nel 2020 nel Nagorno Karabakh”, ha dichiarato Giragosian ad OC Media.

“Da questa prospettiva, la visita presidenziale è apparsa anche come una dimostrazione del ruolo decisivo che il supporto militare turco ha avuto nel sostenere l’Azerbaijan in quella guerra”. “La Dichiarazione di Shusha non è sorprendente tanto meno nuova. Dato il supporto militare turco e i suoi investimenti in Azerbaijan, l’accordo non fa che riaffermare il suo ruolo come primo partner militare del paese”, ha dichiarato.

Giragosian ha suggerito che la dichiarazione potrebbe essere rivolta alla Russia. Ha affermato che la Russia ha perso la sua posizione di primo fornitore di armi sia per l’Armenia che per l’Azerbaijan, con ”il ruolo post-conflitto della Turchia come partner militare”.

“La Dichiarazione di Shusha rappresenta anche un importante e potente messaggio: nonostante possa essere vista come diretta contro una più debole Armenia, il vero significato si trova nella determinazione della Turchia e dell’Azerbaijan nel resistere a un’ulteriore espansione e proiezione del potere della Russia nella regione”.

Giragosian ha affermato che la Dichiarazione di Shusha ha “un impatto diretto minimo sulla diplomazia post-conflitto o sulla ripresa del processo di pace”. “In primo luogo, così come per tutti gli accordi diplomatici e le dichiarazioni, la misura reale del suo impatto sta nella sua implementazione e non poggia semplicemente su ambiziose e vaghe promesse oppure radicali ma indefiniti impegni”, ha detto.

“In secondo luogo, dato che l’Armenia rimane senza una nuova strategia diplomatica e deve superare la sua paralisi politica, il primo impatto sul processo di pace è proprio conseguente della debolezza armena e della sua mancanza di preparazione”.

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Armenia: oggi si festeggia la Giornata della Costituzione (Agenzianova 05.07.21)

Erevan, 05 lug 10:26 – (Agenzia Nova) – L’Armenia festeggia oggi la Giornata della Costituzione, commemorando il referendum del 5 luglio del 1995. Nel 1991 con il ripristino dell’indipendenza, l’adozione di una nuova costituzione nazionale in Armenia divenne inevitabile. La Costituzione è stata adottata il 5 luglio 1995 in seguito un referendum nazionale, successivamente modificato da referendum (2005, 2015). Dopo l’adozione della Costituzione, il 5 luglio è diventato una festa nazionale. La Costituzione dell’Armenia è la base del sistema giuridico del Paese caucasico, la legge fondamentale del Paese, alla quale devono conformarsi tutte le altre leggi e atti giuridici. La Costituzione è anche un documento valoriale-ideologico, che definisce i principi più basilari dell’organizzazione della società. La Costituzione ha sancito la natura dell’Armenia come Stato sovrano, democratico, giuridico-sociale, ha proclamato i diritti umani e le libertà fondamentali di un cittadino e ha definito il governo della Repubblica basato sul principio di separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. (Rum)

Una famiglia armena”: Laura Ephrikian presenta il suo libro a Villa Filangeri (Balarm.it 05.07.21)

La suggestiva Villa Filangeri, lunedì 5 luglio dalle 18.00, fa da splendida cornice all’incontro con Laura Ephrikian. Un appuntamento imperdibile, ad ingresso gratuito, che vedrà protagonista l’ultima fatica letteraria della nota attrice italiana: “Ephrikian. Una famiglia armena”.

Durante la presentazione dialogheranno con l’autrice: Rossella Scannavino (presidente dell’associazione Eventi e Cultura), Nicola Macaione (editore del libro e amico di lunga data della Ephrikian), Emanuele Drago (professore e scrittore, delegato dell’associazione Siciliando) e Milena Venturi (assessore al Turismo e Spettacolo del Comune di Santa Flavia). L’evento sarà impreziosito dalle letture di alcuni passi del libro, interpretati da Mariadonata Di Cristina.

Un appuntamento da non perdere in cui si conoscerà non solo l’aspetto più umano e intimo di Laura Ephrikian, ma anche gli importanti incontri professionali (Giorgio Strehler, Giancarlo Giannini, Vittorio De Sica etc) che hanno costellato la sua carriera di attrice.

L’iniziativa è organizzata dall’associazione Eventi e Cultura e da Spazio Cultura Edizioni, con il patrocinio del Comune di Santa Flavia.

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