L’importanza del ‘Corridoio di Trump’ per l’Asia centrale (Asianews 10.10.25)

I contestati 40 chilometri tra i confini azerbaigiani e l’enclave di Nakhičevan attraverso il territorio armeno hanno unìimportanza fondamentale per tutta la regione. Il Corridoio non si limiterà a riunire i territori azerbaigiani attraverso l’Armenia, ma permetterà di abbreviare significativamente tutto l’itinerario eurasiatico e del Corridoio Transcaspico, indispensabile per i trasporti che devono evitare le sanzioni contro la Russia.

Baku (AsiaNews) – Lo scorso 8 agosto i leader di Armenia e Azerbaigian, Nikol Pašinyan e Ilham Aliev, hanno firmato a Washington un documento per la “parafinazzione”, intendendo il perfezionamento dell’accordo di pace tra i due Paesi, che ancora deve essere firmato. Il contenuto principale riguarda in realtà l’apertura del “Corridoio di Zangezur”, un termine indigesto per gli armeni essendo di origine azera, per indicare il transito tra i confini azerbaigiani e l’enclave di Nakhičevan attraverso il territorio armeno. Pašinyan preferisce chiamarlo “Corridoio per la Pace e lo Sviluppo” (Tripp), e per intendersi è stato ormai definito come il “Corridoio di Trump”, la cui riattivazione dovrebbe essere coordinata da imprenditori americani.

Un tratto di strada di poco più di 40 chilometri potrebbe quindi cambiare definitivamente il quadro delle relazioni non solo tra i due Paesi in conflitto secolare ai confini dell’Europa, e dei rapporti tra cristiani e musulmani, ma anche di tutti i territori del Caucaso e dell’Asia centrale, fino alle rotte verso il Medio Oriente e il Mediterraneo, meritandosi un’ulteriore definizione come “Corridoio dell’Eurasia”, come affermano gli esperti interpellati da Azattyk Asia. Gli autisti dei trasporti commerciali del Kirghizistan, impazienti di poter attraversare la tratta che congiunge alle destinazioni necessarie, raccontano di aver imparato alcune parole cinesi per comunicare attraverso tutte le latitudini da oriente a occidente.

L’autostrada in costruzione intorno al paese kirghiso di Koš-Dobo attraverserà infatti il Kirghizistan e l’Uzbekistan per dirigersi verso il Turkmenistan, in parallelo a quella già aperta in Kazakistan, e a dirigere i lavori sono gli ingegneri della Cina. Attraverso il mar Caspio, i carichi giungeranno in Azerbaigian sulle navi, e quindi dovranno essere indirizzati verso Turchia ed Europa attraverso il Corridoio di Trump. Lo stesso presidente dell’Uzbekistan, Šavkat Mirziyoyev, ha dichiarato a New York, durante l’incontro con il presidente americano, che la fine del conflitto tra Armenia e Azerbaigian con la mediazione degli Usa ha “un’importanza cruciale per tutta l’Asia centrale”, una regione che non ha accesso al mare.

Le infrastrutture del Corridoio, terminale del più grandioso “Corridoio di Mezzo” tra l’Asia e l’Europa e del progetto cinese della Belt & Road Initiative, prevedono una tratta ferroviaria per grandi trasporti, condutture per il gas e il petrolio e linee in fibra ottica. L’Armenia ha accettato di concedere agli americani il diritto esclusivo per lo sviluppo del Corridoio per i prossimi 99 anni, compresi gli appalti per la posa delle comunicazioni. Il Tripp non si limiterà a riunire i territori azerbaigiani attraverso l’Armenia, ma permetterà di abbreviare significativamente tutto l’itinerario eurasiatico e del Corridoio Transcaspico, indispensabile per i trasporti che devono evitare le sanzioni contro la Russia.

Come spiega Nicola P. Contessi, specialista di affari internazionali all’Asia Pacific Foundation of Canada, “il potenziale influsso del Tripp dal punto di vista geopolitico può davvero essere colossale”, con gli Usa che di fatto emarginano la Russia come principale agente nel Caucaso, diventando garanti della stabilità politica e ottenendo un avamposto fondamentale verso il mar Caspio, chiave del commercio di gas e petrolio, e vigilando direttamente sui confini dell’Iran. Con la realizzazione del Corridoio di Trump, la pressione su Teheran diventerà sempre più forte, sottoponendo ogni sua iniziativa ad una capillare verifica.

Secondo Contessi, “il grande vincitore sarà comunque la Turchia, agendo da dietro le quinte”, unendo in una stretta alleanza politico-economica Ankara con Baku, e acquistando un ruolo ancora più significativo nell’ambito della Nato, come anello di congiunzione tra regioni e continenti, mettendo a frutto la sua limitata “bi-continentalità”, finora appannaggio esclusivo della Russia. Invece dei 250 chilometri attraverso l’Azerbaigian e la Georgia, il Corridoio si immette direttamente sul territorio turco, abbreviando di 12-15 ore i tempi dei trasporti, avvicinando sempre di più le sponde dell’Oriente e dell’Occidente in una nuova prospettiva di Eurasia meridionale, il vero “grande Sud” rispetto al Nord delle aggressioni della Russia.

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Armenia. L’ex presidente Robert Kocharyan ritorna in politica (Notiziegeopolitiche 10.10.25)

Il 6 ottobre Robert Kocharyan, presidente armeno dal 1998 al 2008, ha annunciato l’intenzione di partecipare alle prossime elezioni parlamentari, il cui svolgimento è previsto per giugno 2026. Al momento, l’ex presidente della Repubblica si trova alla guida di Alleanza Armena, un blocco politico d’opposizione fondato nel 2021 attraverso l’accorpamento di tre partiti, ovvero la Federazione Rivoluzionaria Armena (ARF), Armenia Rinata e Unica Armenia. Stando alle parole di Kocharyan, l’attuale primo ministro Nikol Pashinyan e il suo partito Contratto Civile non avrebbero alcuna possibilità di vincere le prossime tornate elettorali, in quanto sgraditi dall’opinione pubblica domestica.
L’ex capo di Stato è particolarmente critico nei confronti della linea filoccidentale che caratterizza l’attuale governo in carica, deciso ad abbandonare l’alleanza con il Cremlino in favore dell’integrazione euroatlantica. Secondo Kocharyan infatti Erevan non avrebbe alcuna speranza di entrare nell’Unione Europea, dalla quale difficilmente potrebbe ottenere benefici. Pertanto il leader di Alleanza Armena propone il miglioramento dei rapporti con Mosca, la quale è stata garante della sicurezza armena fino a pochi anni or sono. Inoltre, l’opposizione accusa Pashinyan di pusillanimità, interpretando le concessioni fatte all’Azerbaigian come una scellerata politica di appeasement.
Kocharyan intende quindi cavalcare il patriottismo armeno, stimolato dalla tragica perdita del Nagorno Karabakh, proponendo una politica estera russofila e più attenta alla sicurezza nazionale. Tuttavia, un eventuale ritorno al potere non sarà affatto facile: in effetti, la sua presidenza si distinse per l’autoritarismo e la corruzione dilagante, che rendono inviso tale politico agli occhi di molti concittadini.

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Armenia, meraviglia di confine. Montagne che stordiscono e monasteri antichi. Scopriamola così (La Repubblica 09.10.25)

Al confine tra Asia ed Europa, poco più grande della Sicilia, è un eden di natura, storia ed enogastronomia. Tra i Paesi più sicuri al mondo, è ancora poco conosciuta. E ci sorprenderà per vicinanza culturale…

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Caucaso, pace in bilico tra Armenia e Azerbaigian (Ticinolive 08.10.25)

Che cosa è successo ad agosto, perché non c’è ancora un trattato e quali sono i prossimi passi

L’8 agosto 2025, alla Casa Bianca, il premier armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev hanno inizializzato (non firmato) il testo di un Accordo di pace e relazioni interstatali e sottoscritto una dichiarazione congiunta: impegno a riconoscere reciprocamente sovranità e integrità territoriale, rinuncia all’uso della forza e normalizzazione graduale dei rapporti. Il testo è stato pubblicato tre giorni dopo dai due ministeri degli Esteri. L’UE ha salutato il passo come “svolta significativa”, ma ha invitato a passare rapidamente alla firma e alla ratifica. consilium.europa.eu+3Reuters+3state.gov+3

Cosa prevede (in sintesi)

Oltre al riconoscimento dei confini in linea con la Dichiarazione di Alma-Ata (1991), la bozza impegna le parti a comporre le controversie con strumenti legali, avviare relazioni diplomatiche e cooperare su persone scomparse. Secondo il testo divulgato e le analisi indipendenti, il documento esclude forze terze lungo il confine (tema sensibile per la presenza russa e la missione civile UE), e segna la chiusura del Processo di Minsk dell’OSCE. Restano da definire gli allegati tecnici su delimitazione di frontiera e collegamenti regionali. mfa.gov.az+3Reuters+3crisisgroup.org+3

Il nodo politico: la Costituzione armena

Il principale ostacolo alla firma è la richiesta di Baku che Armenia modifichi la propria Costituzione, eliminando riferimenti interpretati come pretese su territori azeri (l’eco dello status storico del Nagorno Karabakh). Erevan riconosce la necessità di un aggiornamento costituzionale ma non ha ancora fissato date referendarie. Finché il punto non si sblocca, il trattato non verrà firmato.

Il corridoio dei trasporti (e la geopolitica)

La dichiarazione di Washington ha rilanciato un itinerario di connettività attraverso il sud dell’Armenia per collegare l’Azerbaigian con l’exclave di Naxçıvan: progetto presentato dagli USA come volano economico e infrastrutturale (energia, ferrovia, digitale) e come tassello di stabilizzazione regionale. Resta una partita delicata: sovranità armena sul tracciato, modalità operative e garanzie di sicurezza sono oggetto di negoziato. ft.com+1

Perché il processo è “delicato”

Sul fronte interno armeno il dossier si intreccia con forti tensioni politiche (proteste, scontro tra governo e settori della Chiesa apostolica, procedimenti giudiziari a carico di esponenti ecclesiastici e opposizione), elementi che riducono i margini di manovra del premier Pashinyan. Gli oppositori parlano di “pace a caro prezzo”; l’esecutivo replica che “la pace è stata stabilita” e che il trattato chiuderà un conflitto quarantennale. AP News+2Reuters+2

Dove si gioca la partita esterna

La mediazione statunitense ha ridimensionato il ruolo tradizionale di Mosca nel Caucaso; l’Unione Europea sostiene il percorso e offre assistenza tecnica. Intanto continuano colloqui ai margini dei vertici regionali (dalla European Political Community a Copenaghen all’imminente CIS in Asia centrale), utili per ribadire impegni e limare i dossier tecnici.

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Analista politico armeno: ‘Aliyev sabota il processo di pace avviato da Trump’ (Notizie da Est)

Reportage da Varsavia: “Occupare terre senza le anime: Le guerre dei dittatori contro le popolazioni civili” (Difesa On Line 08.10.25)

Ieri mattina, durante la Warsaw Human Dimension Conference dell’OSCE, si è tenuto il primo evento collaterale che abbiamo seguito: “Taking land without souls: Dictators’ Wars Against Civilian Populations”, organizzato dalla Union of Informed Citizens.

Il panel, in lingua inglese, ha acceso i riflettori su una tendenza inquietante: l’uso sistematico della violenza contro i civili da parte di regimi autoritari che, pur proclamando di non colpire popolazioni innocenti, mirano in realtà a svuotare territori interi.

La moderatrice ha aperto i lavori sottolineando come non bastino numeri e statistiche per comprendere l’impatto reale della guerra: oggi la strategia di “occupare terre senza anime” significa esecuzioni arbitrarie, torture, deportazioni e sfollamenti di massa, non come effetti collaterali ma come obiettivi pianificati. L’attenzione si è concentrata sui rifugiati, sulle loro esigenze più urgenti e sul costo umano nascosto dietro i dati.

L’esodo armeno e la vita spezzata nel Nagorno-Karabakh

La prima a intervenire è stata Vardine Grigoryan, attivista per i diritti umani armena. Ha descritto l’esodo dal Nagorno-Karabakh come risultato di una strategia di lungo periodo volta a rendere invivibile la vita quotidiana.

Dopo la guerra del 2020 molti armeni erano tornati confidando nella protezione dei peacekeeper russi, ma episodi di fuoco azero contro civili intenti a lavorare la terra, persino in presenza dei militari, hanno presto smentito quella speranza.

Il blocco di otto mesi imposto alla regione ha tagliato carburante, trasporti e beni essenziali, costringendo intere comunità a lasciare le proprie case già prima dell’offensiva lampo del 2023. Il giorno più tragico, ha ricordato Grigoryan, è stato l’esplosione di un deposito di carburanti durante la fuga: circa duecento morti, centinaia di feriti gravi e molti corpi mai identificati. “Una tortura senza fine” – così ha definito l’incertezza che pesa sui familiari dei dispersi, privati perfino della possibilità di piangere su una tomba.

Dopo l’arrivo in Armenia, le organizzazioni della società civile hanno fornito assistenza legale e documentale, portando decine di casi fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Ma il ritorno appare irrealistico: in un contesto autoritario, ha detto l’attivista, non esistono garanzie minime di sicurezza personale, e persino voci azere critiche rischiano di non sentirsi al sicuro in patria.

L’Armenia ha accolto in pochi giorni l’equivalente del cinque per cento della propria popolazione, evitando tendopoli e predisponendo alloggi; una misura apprezzata è stata l’assegnazione di voucher per acquistare case, ma legare il beneficio alla cittadinanza armena crea un dilemma: molti temono che significhi rinunciare ai propri beni e al diritto di tornare.

Dall’accoglienza alla stanchezza: il fronte ucraino in Europa

La seconda relatrice, Ines Julia Ramlau, attivista per i diritti umani impegnata nella tutela dei rifugiati ucraini, ha portato la prospettiva dell’Europa orientale.

Dopo l’invasione russa del 2022 la Polonia aveva aperto case e servizi “con i panini in mano” ai valichi di frontiera; tre anni dopo, ha osservato, il clima è cambiato: retoriche anti-migranti, hate speech e persino aggressioni fisiche colpiscono chi un tempo era stato accolto con solidarietà. Questa “fatica dell’accoglienza” è stata usata come leva politica e ha alimentato un quadro normativo incerto.

Il nodo principale è la protezione temporanea, pensata come misura ponte e ora divenuta terreno instabile. L’ipotesi di condizionarla al lavoro rischia di lasciare senza tutela categorie vulnerabili – anziani, persone con disabilità, madri sole, veterani – che non possono mantenersi autonomamente. Molti profughi provenienti dai territori occupati arrivano inoltre senza documenti, spesso trattenuti o sottratti dalle autorità occupanti; la mancanza di strumenti per riconoscere l’apolidia porta a detenzioni amministrative e a lunghi limbi burocratici. Anche minori sottratti e successivamente fuggiti si trovano senza identità ufficiale, con un futuro incerto.

Ramlau ha lanciato un appello all’Unione europea: servono soluzioni durevoli che diano stabilità giuridica, continuità scolastica ai bambini e un orizzonte economico certo alle famiglie. Senza, la paura iniziale delle bombe lascia spazio a una nuova paura, quella di non avere più un posto sicuro dove vivere.

Propaganda e politiche: un circuito che alimenta esclusione

Rispondendo alle domande del pubblico, le due attiviste hanno spiegato che propaganda e politica si alimentano a vicenda. Le narrazioni manipolate, anche provenienti dall’estero, creano bolle informative che influenzano l’opinione pubblica; i leader politici le intercettano e le amplificano per guadagnare consenso, irrigidendo norme e percezioni. Nei regimi autoritari la retorica identitaria e i progetti di “ritorno” vengono usati anche senza una reale domanda sociale, mentre nelle democrazie la ricerca di voti può tradurre la stanchezza in politiche restrittive che colpiscono proprio chi ha più bisogno di protezione.

La parte finale dell’incontro è stata segnata da domande e interventi (soprattutto di presenti azeri) che hanno cercato di spostare il confronto sulla conta storica delle sofferenze. Le relatrici hanno rifiutato la “gara a chi ha patito di più”, riportando la discussione ai diritti e alla sicurezza di chi oggi è vivo e vulnerabile. La protezione dei civili, hanno ribadito, non ammette eccezioni e non può essere relativizzata.

Dalla sala è emersa con chiarezza un’unica esigenza: dare stabilità e futuro alle persone costrette a fuggire. Sicurezza, status legale certo, istruzione, lavoro e assistenza sono condizioni senza le quali l’uscita dalla guerra rischia di trasformarsi solo in una diversa forma di precarietà, dove la paura non è più quella delle bombe ma quella di un domani sospeso.

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Il tribunale di Yerevan condanna l’arcivescovo armeno a due anni di carcere (TheEuropeansTimes 08.10.25)

Il tribunale penale della città di Yerevan ha condannato l’arcivescovo Mikael Ajapakhyan a due anni di prigione, ritenendolo colpevole di aver pubblicamente chiesto la presa del potere, riporta News.am.

L’accusa ha chiesto una condanna a due anni e sei mesi di carcere per Ajapakhyan. Il processo contro l’arcivescovo è nato da un’intervista del febbraio 2024, in cui affermava che l’Armenia aveva bisogno di un colpo di stato militare.

Ajapakhyan fu arrestato nel giugno 2025, durante lo scontro tra il Primo Ministro Nikol Pashinyan e i vertici della Chiesa armena. Anche un altro arcivescovo, Bagrat Galstanyan, fu arrestato in quel periodo.

Il processo contro gli arcivescovi è collegato alle prossime elezioni parlamentari in Armenia, previste per giugno 2026, osserva la BBC. L’opposizione vede in ciò una persecuzione degli oppositori politici, mentre i rappresentanti del partito al governo parlano di preparazione di un “intervento ibrido” nelle elezioni, identificando oppositori filorussi e leader ecclesiastici come parte di questo piano. Il centro spirituale e amministrativo della Chiesa armena, Santa Etchmiadzin, ha commentato la decisione come segue: “L’ingiusta condanna alla reclusione di Sua Santità l’Arcivescovo Michael Ajapakhyan è l’ennesima prova di una repressione politica. Costituisce una grave violazione dei principi di libertà di parola e di religione, nonché del divieto di discriminazione, ed è una sfida diretta all’ordine democratico. Condannando fermamente la palese illegalità, dichiariamo ancora una volta che la Madre Sede di Santa Etchmiadzin ricorrerà a tutti i mezzi legali, compresi i meccanismi internazionali, per ripristinare i giusti diritti di Sua Santità l’Arcivescovo Michael Ajapakhyan”.

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Tra chiese e campi. Canti sacri e popolari della gente armena (Trevisotoday 07.10.25)

QuandoDal 09/10/2025 al 09/10/2025 solo domani21:00
Un ascolto raro e altrettanto prezioso introduce alla prossima edizione (XIV) del ciclo di convegni “Mistica, Musica e Medicina”, che intitola Archi di tradizioni epocali. La ragione non è solo storica, ricorrendo quest’anno i 110 anni del genocidio di un popolo mite e di originaria spiritualità cristiana, mentre nel continente europeo imperversava il primo conflitto mondiale. Una profonda coerenza tematica lega questo repertorio con lo sguardo ad ampio raggio che il convegno propone, nel trovare punti di affinità, incontro, abbraccio tra aree geografico-linguistiche ed epoche diverse entro il continente eurasiatico, comprensivo delle coste orientali del bacino del mediterraneo. Un’immagine pacificante di incontri relazionali e scambi, di incroci di saperi e sensibilità, di gesti e simboli.
Giovedì 9 ottobre, ore 21.00, a Palazzo Minucci, Vittorio Veneto, Edesse Ensemble, direttrice Justine Rapaccioli, propone Tra chiese e campi. Canti sacri e popolari della gente armena. L’intervento rientra nella sezione del convegno “Voci e immagini dall’Armenia, patrimonio dell’Umanità”, insieme alla Mostra fotografica Armenia. Gli scatti di un bellunese. Adriano Alpago Novello (1932-2005), curatrici Manuela Da Cortà e Beatrice Spampinato, allestita in Seminario Vescovile, Vittorio Veneto, e visitabile fino a domenica 19 ottobre, tutti i giorni esclusa la domenica dalle 8.00 alle 18.00.
Archi di tradizione epocale proseguirà con il convegno sabato 18 e domenica 19 ottobre, Casa di Spiritualità e Cultura san Martino di Tours, relatori Virtù Zallot e Luca Mor (storia dell’arte medievale), Milena Simeoni (medicina tradizionale europea e mediterranea), Gianmartino Durighello (disciplina ascetica), Manuela Da Cortà e Alberto Peratoner (patrimonio iconografico e cultura spirituale e artistica della gente armena), Alessio Magoga (mistica cristologica); sabato 18, ore 21.00, Pieve di sant’Andrea di Bigonzo, Il Canto della Croce, a cura di InUnum ensemble.
Il progetto, facente capo al Centro Studi Claviere, si realizza grazie alla preziosa sinergia con Diocesi di Vittorio Veneto, Città di Vittorio Veneto, Provincia di Treviso, Casa di Spiritualità e Cultura san Martino di Tours, in collaborazione con ISSR Giovanni Paolo I (Treviso, Belluno, Feltre), e l’Azione in qualità di mediapartner. Si ringrazia Banca Prealpi SanBiagio con Noi x Noi.
Dato il limite di posti in Palazzo Minucci, si consiglia di prenotare tramite mail, sms o wa; ingresso libero con offerta consapevole.
La partecipazione al convegno è su iscrizione, preferibilmente entro il 13 ottobre.
Info: Centro Studi Claviere. claviere@alice.it; cell. 340 212 2409.


tra chiese e campi. canti sacri e popolari della gente armena
https://www.trevisotoday.it/eventi/tra-chiese-e-campi-canti-sacri-e-popolari-della-gente-armena-edesse-ensemble-13066668.html
© TrevisoToday

Dopo oltre un secolo Trieste ospita il solenne rito liturgico armeno (Rainews 07.10.25)

Dopo 110 anni nella chiesa di Sant’ Antonio Taumaturgo a Trieste si è tenuta la celebrazione della liturgia in rito armeno, alla presenza dei Padri della congregazione armena dell’Ordine Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia e del soprano Tamara Mirzoyan.

L’evento è stato organizzato dall’Associazione culturale armena Zizernak (Rondine), che al termine ha donato alla diocesi della città una croce lignea armena – simbolo distintivo della cultura e della fede armena.

In città la comunità armena ha cominciato a insediarsi all’inizio del ‘700, e nel tempo è arrivata a comprendere circa mille membri, molti dei quali si sono distinti nel campo della scienza, della medicina e dell’imprenditoria.

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“Palestina, una narrazione riveduta” (Rainews.it 07.10.25)

 

Anche le Giornate del Cinema muto in corso a Pordenone si occupano di Palestina — ma lo fanno in una prospettiva del tutto particolare con la pluripremiata compositrice e pianista libanese Cynthia Zaven

Domani sera al Teatro Verdi di Pordenone in proiezione “Palestina – Una narrazione rivista”. L’opera è un montaggio di cinegiornali risalenti al periodo tra il 1914 al e il 1918 con l’accompagnamento dal vivo della musicista armena libanese Zaven

Offrire un’altra narrazione dei fatti storici e ricostruire un’identità attraverso suoni e immagini. Le due artiste libanesi Cynthia Zaven e Rana Eid firmano l’evento speciale delle Giornate del Cinema Muto di domani sera al Teatro Verdi “Palestina – Una narrazione rivista”.

L’opera è un montaggio di cinegiornali risalenti al periodo tra il 1914 al e il 1918 con l’accompagnamento dal vivo della musicista armena libanese Zaven, che si esibirà su un particolare pianoforte modificato.

“Il piano diventa un paesaggio di suoni, il paesaggio della Palestina – spiega – decomponendo uno strumento musicale occidentale in un territorio decomposto dalle potenze occidentali”.

La performance nasce dalla collaborazione con la nota sound designer libanese di origini palestinesi Rana Eid: “E’ stato importante per noi – aggiunge – decostruire anche l’identità degli archivi, che sono coloniali, riprendendoci la narrazione e riappropriandoci attraverso il suono della nostra identità e della nostra casa”.

Dai materiali dell’Imperial War museum di Londra arriva anche il lungometraggio “La ritirata tedesca e la battaglia di Arras” che apre la serata e documenta l’offensiva dell’esercito britannico del 1917 sul fronte occidentale. La partitura è della compositrice inglese Laura Rossi, che l’ha composta utilizzando anche i diari dei soldati, tra cui quello del suo prozio. “Ho cercato di scrivere la musica attenendomi alle immagini – dice – e raccontandola dalla prospettiva dei soldati”.

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MONSIEUR AZNAVOUR, Il trailer del film dedicato al grande cantautore franco-armeno (My Movies 07.10.25)

Un biopic che narra il percorso eccezionale di Charles Aznavour, dagli esordi difficili come figlio di immigrati armeni fino all’ascesa a icona della musica francese, tra trionfi e fallimenti. Il film, diretto da Mehdi Idir e Grand Corps Malade, esplora la sua determinazione, la sua devozione all’arte e l’impatto della sua storia personale, inclusa l’amicizia con Édith Piaf e la sua crescita come artista e come simbolo.

L’attore Tahar Rahim interpreta Aznavour, immergendosi nel ruolo con una preparazione che ha incluso lezioni di canto e pianoforte, per non essere doppiato in nessuna sequenza. Il film Monsieur Aznavour – di cui vediamo il trailer ufficiale in esclusiva su MYmovies – è diretto da Mehdi Idir e Grand Corps Malade.

Distribuito da Movies Inspired, Monsieur Aznavour uscirà dal 27 novembre al cinema.

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