Anche fra armeni e azeri, la “pace” siglata sotto l’egida di Donald Trump sembra una resa all’aggressore (Il Foglio 26.08.25)

Nel Caucaso è entrato in gioco la potenza americana a scapito dei suoi due tradizionali protettori, Russia e Iran. I fantasmi di Monaco e del corridoio di Danzica aleggiano nelle menti. Questo accordo concede all’Armenia una tregua precaria

“Lo scorso 8 agosto, il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, il presidente azero, Ilham Aliyev, e il presidente americano, Donald Trump, hanno firmato un memorandum d’intesa in sette punti che impegna le parti a concretizzare un accordo di pace definitivo” scrive sul Figaro Tigrane Yegavian. “Allo stesso tempo, l’Armenia e gli Stati Uniti hanno firmato accordi bilaterali in merito allo sviluppo del progetto armeno ‘Crocevia della pace’, l’intelligenza artificiale e i semiconduttori, nonché la sicurezza energetica. Si tratta certamente di un evento importante nella storia di questo nodo gordiano geostrategico che è il Caucaso meridionale, poiché segna l’entrata in gioco della potenza americana a scapito dei suoi due tradizionali protettori, Russia e Iran. Era l’ultima carta che Erevan aveva in mano.

 

Il principale ostacolo era il controllo del corridoio di Syunik (Zangezur), che il regime di Baku intendeva ottenere con le buone o con le cattive. Il terzo punto del memorandum – probabilmente il più cruciale – sostiene l’apertura delle frontiere e delle vie di trasporto, rafforzando al contempo la sovranità, l’integrità territoriale e la giurisdizione dell’Armenia, con un concetto di reciprocità evocato più avanti nel paragrafo. Per quanto riguarda l’apertura delle comunicazioni regionali, il principio di sovranità, di integrità territoriale e di giurisdizione è incluso nella dichiarazione firmata da Aliyev, Pashinyan e Trump. Tuttavia, il principio di reciprocità, essenziale per l’Armenia, è menzionato solo indirettamente come ‘vantaggi reciproci’. Ancora più problematico è il termine ‘connettività senza ostacoli’ tra l’Azerbaigian e il Nakhichevan, già utilizzato nel 2020, che le due parti interpretano in modo diverso da anni. I dettagli sull’apertura delle comunicazioni e sul ruolo degli Stati Uniti non sono ancora stati resi noti, lasciando molte questioni in sospeso. Anziché respingere la richiesta di Baku, Washington ha legittimato questo corridoio, trasformandolo in un argomento di soluzioni creative. Tuttavia, l’accordo non è del tutto equilibrato. Il percorso di Meghri – soprannominato “Trump Route for International Peace & Prosperity” (Tripp) – sarebbe gestito e controllato dagli Stati Uniti e da altri appaltatori stranieri. Al contrario, l’accesso ferroviario armeno attraverso il Nakhichevan sarebbe interamente gestito dall’Azerbaigian. Questo accordo offre a Erevan meno garanzie sulla reciprocità e sulla sicurezza della Tripp. Il termine ‘senza ostacoli’ rimane vago, lasciando probabilmente intendere che l’operatore interagirebbe direttamente con i viaggiatori azeri, fornendo all’Armenia solo rapporti indiretti. In questo contesto, Baku ha incluso il termine ‘senza ostacoli’ per descrivere il collegamento che intende realizzare con la sua exclave del Nakhichevan, accompagnato da ‘vantaggi reciproci’ per l’Armenia. Concretamente, l’Azerbaigian otterrebbe l’accesso al Nakhichevan attraverso Meghri, nella regione meridionale di Syunik, al confine con l’Iran. Tuttavia, questo itinerario rimarrebbe sotto la giurisdizione armena, senza extraterritorialità né trasferimento di sovranità. In cambio, Erevan beneficerebbe di “vantaggi” ma non di equivalenti. Abbandonata da una Russia che ha scommesso sull’Azerbaigian dopo la guerra del 2020 e ha perso la sua scommessa tollerando la pulizia etnica dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh nel settembre 2023, nonostante il suo dovere di protezione, l’Armenia non ha potuto contare sufficientemente sull’Unione europea nella sua disperata ricerca di dissuasione e di rimodellamento della sua architettura di sicurezza, crollata con la guerra in Ucraina e l’effetto dei vasi comunicanti indotto da questo conflitto.
Sebbene i due stati concordino sul rispetto della rispettiva integrità territoriale, non è stato fatto alcun riferimento al mantenimento dell’esercito azero su 250 km² di territori sovrani della Repubblica armena, rendendo ancora più vulnerabili le capacità di difesa di questo paese senza sbocco sul mare e ormai allo stremo. Si spera quindi che il processo di demarcazione del confine, ancora in corso, possa portare a risultati tangibili. Laddove ci si sarebbe potuti aspettare una soluzione europea più equilibrata e attenta alla pace dei coraggiosi piuttosto che all’umiliazione, gli Stati Uniti hanno fatto man bassa: ancorando l’Azerbaigian al campo occidentale con forti promesse di contratti vantaggiosi tra le società Socar ed Exon, riorientando allo stesso tempo l’Armenia verso la Nato, ma paradossalmente senza offrire alcun tipo di assistenza militare. Questo riallineamento non è privo di conseguenze: riduce drasticamente l’influenza dell’Iran e favorisce lo sviluppo di rotte commerciali ed energetiche alternative che aggirano Teheran e Mosca. In questo modo, gli Stati Uniti mirano a portare Erevan e Baku nella loro orbita e a distoglierle da qualsiasi impegno futuro legato al Corridoio di trasporto internazionale nord-sud (Instc), che collegherà la Russia all’Iran e all’Oceano indiano (…).
Mentre in Armenia la società è immersa in una profonda apatia e fatica a reagire alle dichiarazioni contraddittorie di un potere galvanizzato da questo accordo e di un’opposizione divisa e screditata che grida al tradimento, i fantasmi di Monaco e del corridoio di Danzica aleggiano nelle menti. Questo accordo concede all’Armenia una tregua precaria, allontanando momentaneamente il pericolo di un’aggressione militare da parte del suo bellicoso vicino. Momentaneamente, perché il potere azero continua a esercitare la massima pressione su Erevan e chiede una riscrittura della sua Costituzione e l’abbandono di ogni riferimento all’autodeterminazione del popolo dell’Artsakh (…).

L’abbandono da parte di Erevan di ogni azione legale internazionale per i crimini di guerra commessi durante l’ultima guerra e – cosa ancora più ingiusta – il via libera della comunità internazionale alla più rapida pulizia etnica del Ventunesimo secolo e al processo di demolizione del patrimonio plurimillenario armeno rimarranno una macchia indelebile. Un intero popolo autoctono, che abitava nella culla dell’antico regno di Armenia, è stato spazzato via dalla geopolitica degli imperi, un popolo a cui è stato tolto il diritto all’autodeterminazione, cioè il diritto alla vita. Come i Sudeti, l’Artsakh, martirizzato nella sua realtà fisica e spirituale, è stato vigliaccamente gettato alle ortiche di una pace improbabile, mentre la sua popolazione rifugiata soffre di una campagna di razzismo e odio alimentata dai canali di influenza filogovernativi che vedono in essa una quinta colonna russa. L’Armenia ha ottenuto una tregua, cedendo su quasi tutti i fronti dietro la maschera confortante di una prosperità condivisa e chimerica: non si sa come si concretizzerà sul campo perché i contorni della road map di Trump rimangono vaghi. Un progetto che ci ricorda che sono soprattutto i rapporti di forza a dettare i termini e non i valori che pensiamo di difendere”.

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Ashotsk, l’ospedale nella steppa voluto da San Giovanni Paolo II nella missione di Padre Mario (Catt.ch 26.08.25)

Il nostro è stato anche un viaggio di incontri con realtà di missionari cattolici in questa terra. Uno di questi ci ha portato in una steppa immensa e brulla a più di 2000 metri di altezza, al nord dell’Armenia, al confine con la Georgia. Qui, tra una ventina di villaggi di pastori dislocati nella steppa all’apparenza infinita, si trova un ospedale gestito da un vivacissimo 84enne religioso camilliano vicentino, Padre Mario Cuccarollo, che si trova lì da più di 35 anni.

Un ospedale nato dal terremoto

L’ospedale di Ashotsk è oggi un punto di riferimento insostituibile per l’intera regione. La sua storia comincia nel 1988, quando un terremoto devastò l’Armenia. Papa Giovanni Paolo II volle offrire un segno concreto di solidarietà donando un ospedale, e la Caritas Italiana si mobilitò. Le autorità sovietiche accettarono, ma imposero che venisse costruito in un’area remota, poverissima, al confine con la Georgia.

«Quando arrivai qui – racconta Padre Mario con occhi vispi – non c’erano strade, né acqua corrente. Solo neve e tanta povertà». Inviato quasi per caso, senza sapere nemmeno dove fosse l’Armenia («Mi feci indicare il Paese su un atlante da mia nipote e partii» – ci dice), partì pochi giorni dopo la chiamata del suo superiore. «Mi dissero: dammi una risposta in dieci minuti, il telefono costa. Così dissi sì, e partii».

Una missione che continua

Da allora, grazie all’impegno suo e di tanti collaboratori, è nata una struttura che unisce cura medica e attenzione umana. All’inizio i religiosi erano tre, ma nel tempo le vocazioni sono diminuite e Padre Mario è rimasto da solo a portare avanti questa missione difficile, fatta di impegno quotidiano, sacrificio e fede in mezzo a una realtà dura e isolata. Ad affiancarlo una direttrice sanitaria armena che mette l’anima in tutto ciò che fa.

In un paesaggio che per gran parte dell’anno resta coperto di ghiaccio e neve, dove la temperatura in inverno scende sotto i -30°, l’ospedale è più di un luogo di cura: è una casa. «Cerchiamo di prenderci cura delle persone a 360 gradi. Chi viene qui trova una porta aperta, sempre». Negli anni si sono moltiplicati i servizi: una maternità attrezzata, 21 ambulatori per raggiungere i villaggi e tanti servizi extra.

«Il nostro è un lavoro silenzioso, ma costante. E il Vangelo si annuncia anche solo restando accanto a chi soffre», dice Padre Mario.

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Quando il confine diventa cicatrice: Antonia Arslan a “Terrazza d’Autore” (Trapanisi 25.08.25)

La ventesima edizione della rassegna letteraria Terrazza d’Autore si conclude domani, martedì 26 agosto, con un incontro di grande intensità culturale e umana.

Protagonista sarà Antonia Arslan, figura di spicco della cultura italiana, scrittrice, saggista e traduttrice di origine armena, che porterà al pubblico la testimonianza viva e appassionata racchiusa nel suo celebre romanzo La masseria delle allodole.

Docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova, Arslan ha dedicato la sua carriera alla Narrativa popolare e alla Letteratura femminile tra Ottocento e Novecento, contribuendo con saggi fondamentali su questi temi. Centrale nel suo percorso è stata la riscoperta delle proprie radici armene: ha tradotto le opere del grande poeta Daniel Varujan, introducendo al pubblico italiano la cultura e la storia del popolo armeno.

Pubblicato per la prima volta nel 2004 e recentemente riproposto in una nuova veste per il ventesimo anniversario, La masseria delle allodole ha ottenuto numerosi riconoscimenti ed è stato tradotto in 15 lingue. Il romanzo dà voce alle memorie familiari legate al Genocidio Armeno del 1915, offrendo una testimonianza che unisce autenticità storica e forza narrativa.

Dal libro è stato tratto l’omonimo film dei fratelli Taviani che ha riscosso grande successo e ha contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica su una delle pagine più drammatiche e a lungo dimenticate della Storia. Una storia in cui il confine diventa cicatrice, difficile da rimarginare, e che conserva, purtroppo, una tragica attualità, come le cronache internazionali ci propongono.

Il racconto, profondamente radicato nelle memorie familiari dell’autrice, riesce a dare voce e volto umano alle vittime, trasformandosi in una testimonianza letteraria che supera la semplice ricostruzione storica.

L’incontro, come sempre ad ingresso gratuito, si svolgerà a partire dalle ore 19 al Teatro comunale “On. Nino Croce” di Valderice e vedrà Antonia Arslan dialogare con Stefania La Via, le letture saranno affidate alla voce di Ornella Fulco.

Curata da Ornella Fulco  e Stefania La Tga, Terrazza d’Autore aderisce alla Rete delle Rassegne e dei Festival letterari della provincia di Trapani e, anche quest’anno, si svolge sotto gli auspici del Centro per il Libro e la Lettura (CEPELL) del Ministero della Cultura e con il partenariato culturale di BiblioTP – Rete delle Biblioteche della provincia di Trapani. La rassegna si colloca tra le attività connesse al progetto culturale Axis MAB e del Museo “San Rocco” di Trapani e si svolge con il patrocinio del Comune di Valderice, in collaborazione con la Biblioteca Comunale “De Stefano” di Valderice e con la “Libreria del Corso” di Trapani.

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Giubileo 2025: pellegrinaggio degli armeni cattolici della Romania alla cattedrale di Gherla (SIR 25.08.25)

I fedeli armeni cattolici che vivono nell’ovest della Romania hanno partecipato ieri, domenica 24 agosto, ad un pellegrinaggio alla cattedrale “Santissima Trinità” di Gherla (contea di Cluj-Napoca). L’iniziativa s’iscrive nell’Anno Santo della speranza ed è stata organizzata dall’ordinariato per gli armeni cattolici della Romania. All’evento hanno preso parte anche sacerdoti armeni cattolici dall’Ungheria, insieme a docenti e studenti del dipartimento armeno dell’Università Pázmány Péter (Budapest). Il pellegrinaggio si è concluso con la messa presieduta in rito armeno cattolico da don Attila Küsmődi, parroco della cattedrale di Gherla. I canti liturgici sono stati eseguiti in lingua armena dal coro della cattedrale di Gherla e dal coro Santa Cecilia di Cluj. Nell’omelia, mons. Gergely Kovács, arcivescovo romano-cattolico di Alba Iulia e amministratore apostolico per gli armeni della Romania, ha incoraggiato i fedeli ad essere ogni giorno una degna dimora di Dio. Inoltre, li ha ringraziati per la loro fedeltà e perseveranza nella fede e per aver mantenuto la cultura armena per generazioni. Gli armeni cattolici si sono stabiliti nella Transilvania alla fine del 1600. Per loro la Santa Sede ha istituito inizialmente un vicariato apostolico nel 1687 e, dopo il concordato tra la Romania e la Santa Sede (1927), un ordinariato nel 1930, guidato dal 2020 da mons. Kovács. La cattedrale di Gherla risale al 1800. L’ordinariato conta adesso quattro parrocchie: Dumbrăveni, Gheorgheni, Frumoasa e Gherla.

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Siria – Un orfanotrofio che porta sostegno e gioia ai bambini, grazie alla generosità di “Salesian Missions” (Infoans

(ANS – Aleppo) – I Salesiani hanno potuto aiutare a sostenere i bambini di due orfanotrofi ad Aleppo, in Siria, grazie al finanziamento alla generosità dei donatori di “Salesian Missions”, la Procura Missionaria salesiana di New Rochelle, negli Stati Uniti. Con questo nuovo progetto in corso è stato possibile sostenere un orfanotrofio armeno, che ospita 30 bambini, e un orfanotrofio musulmano, che ospita 50 minori dai 6 ai 18 anni.

I volontari hanno coinvolto i bambini in attività quali sport e giochi, sessioni culturali ed educative, workshop psicologici, spettacoli teatrali interattivi e una giornata di festa. I bambini hanno anche avuto accesso a sessioni di consulenza individuale per iniziare o continuare il supporto terapeutico in un ambiente sicuro e confidenziale.

Gli orfanotrofi di Aleppo sono criticamente sottoutilizzati e affrontano sfide travolgenti, tra cui l’eccesso di capacità, la carenza di personale e i finanziamenti limitati per soddisfare anche le esigenze più basilari dei bambini.

Un salesiano di Aleppo ha osservato: “L’Orphan Project rappresenta una potente iniziativa umanitaria, che ha fornito cure essenziali e sostegno emotivo ai bambini orfani di Aleppo – indipendentemente dalla loro religione, provenienza o comunità. In mezzo alla crisi umanitaria in corso e all’instabilità socio-economica nella regione, questo progetto è servito come un faro di speranza, offrendo a questi bambini non solo risorse essenziali ma anche dignità, amore e appartenenza”.

Il programma è stato guidato dai Salesiani Cooperatori, che hanno trascorso del tempo impegnandosi con i bambini. Un team dedicato di circa 50 volontari si è occupato della pianificazione, preparazione, attuazione e follow-up.

Maria Keshishian, di 10 anni, vive nel l’orfanotrofio armeno di Aleppo da quando aveva 5 anni. Ma qualcosa è cambiato quando i Salesiani Cooperatori sono arrivati. “Non sono venuti solo per divertirci – ha detto – sono venuti con il cuore aperto e sorrisi caldi. Dal momento in cui sono arrivati, ho sentito qualcosa che non provavo da molto tempo. Mi sentivo vista, ascoltata e veramente accudita”.

Mohammad Al-Ahmad, 11 anni, vive nell’orfanotrofio da sei anni. Per lui è stato bello poter ballare e fare attività tutti insieme: questo ha significato stabilire connessioni, fare parte di qualcosa di gioioso.

I centri salesiani in Siria stanno fornendo ai giovani un rifugio sicuro e un luogo dove possono continuare a coltivare i loro sogni e la loro fede attraverso l’educazione e il sostegno. I centri salesiani si trovano ad Aleppo, Damasco e Kafroun.

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24 agosto, santo del giorno: San Bartolomeo (Quotidiano.net 24.08.25)

San Bartolomeo è uno dei dodici apostoli di Gesù ed è celebrato il 24 agosto dalla Chiesa Cattolica. La sua figura è avvolta da un alone di mistero, ma la tradizione cristiana lo identifica con Natanaele, menzionato nel Vangelo di Giovanni. Bartolomeo è noto per la sua fede incrollabile e per le sue opere di evangelizzazione, che lo portarono a diffondere il cristianesimo in diversi paesi, tra cui l’India e l’Armenia.

Perché San Bartolomeo è diventato Santo?

Il motivo per cui San Bartolomeo è diventato santo è legato al suo martirio. Secondo la tradizione, fu ucciso in Armenia per la sua fede cristiana, subendo il martirio della pelle. Questo evento lo ha reso un simbolo di fede e resistenza, e la sua immagine è spesso rappresentata con un coltello, lo strumento del suo martirio.

Curiosità su San Bartolomeo

Le curiosità su San Bartolomeo sono molteplici. Ad esempio, è considerato il patrono dei macellai, dei conciatori e dei rilegatori, professioni legate alla lavorazione della pelle. Inoltre, è invocato contro le malattie della pelle e i disturbi nervosi. La sua festa è particolarmente sentita in Italia, dove diverse località portano il suo nome e organizzano celebrazioni in suo onore.

Come viene festeggiato San Bartolomeo nel mondo?

San Bartolomeo è festeggiato in molte parti del mondo. In Italia, la festa è particolarmente sentita nelle città di Lipari e Benevento, dove si svolgono processioni e sagre. In India, è venerato come uno dei primi evangelizzatori del subcontinente. Anche in Armenia, luogo del suo martirio, San Bartolomeo è celebrato con grande devozione. Queste celebrazioni riflettono la diffusione del suo culto e la sua importanza come figura storica e spirituale.

Subire un genocidio dà diritto a compierne un altro? (Pressenza 24.08.25)

Un anno fa sono stato in Armenia: volevo conoscere un luogo lontano carico di storia, volevo conoscere – per quanto possibile – un popolo che mi ha sempre affascinato. Sono tornato carico di emozioni, di incontri, di immagini di luoghi antichi, di una realtà mite, di un popolo che ha subito un genocidio e che resiste come può.

Negli ultimi anni abbiamo imparato questa parola: Nagorno-Karabakh. Ma è solo stando lì che ho capito tra chi fosse conteso questo territorio, come è andata e soprattutto come è finita. Gli Armeni, non dotati probabilmente di un potente esercito e soprattutto con pochi “santi in paradiso”, hanno dovuto lasciare quel territorio all’Azerbaijan (una dittatura bella e buona), e più di 100mila armeni hanno dovuto lasciare le loro case e rifugiarsi in Armenia. Qualcuno nel mondo ha battuto ciglio per quello che è successo? No.

Quell’Azerbaijan dove, a Baku, da tutto il mondo sono andati per la COOP 29 per poi scoprire (ma davvero a posteriori?) che i padroni di casa sono grandi produttori di fonti inquinanti di energia e il Paese è stato governato per decenni da un uomo che poi ha lasciato l’incarico al figlio. L’opposizione è silenziata.

Così l’Armenia si trova schiacciata tra Turchia ed Azerbaijan, storiche alleate, che se la papperebbero in un boccone e chissà che prima o poi non lo facciano.

Anche gli Armeni sopravvivono solo grazie ad un’enorme diaspora sparsa nel mondo, ma legata a quel fazzoletto di terra, quello che è rimasto di un territorio che era ben più vasto.

E poi c’è la storia: il genocidio degli armeni è troppo poco conosciuto. Si parla di tre milioni di morti tra il 1915 e il1923, in seguito alla decisione del governo ottomano di far piazza pulita di questi mercanti e artigiani, accusati di essere in combutta con i russi. Vennero uccisi o deportati, a piedi, in condizioni tali da lasciare una scia di morti lungo quelle centinaia di chilometri: uomini, donne, anziani, bambini.

Il governo turco in questi 100 anni non ha mai ammesso le sue responsabilità, e nessuno in Europa le ha pretese nè le pretende. Gli Armeni vennero lasciati soli, e in fondo lo sono ancora.

Tornando all’oggi, ho visitato il museo di Erevan sul genocidio armeno: impressionante. Ma ciò che mi ha colpito solo le brevi sintesi di vari genocidi compiuti nella storia che vi sono alla fine: Americhe, Germania, Ruanda, Cambogia e Namibia compresi. Ovvero, dicono: il “nostro genocidio” non è stato l’unico. Nella storia ve ne sono stati diversi.

Ho conosciuto tra gli altri una famiglia armena, sono stato a casa loro. Ad un certo punto è uscita da una stanza la nonna, di oltre 90 anni, con in mano una preziosa scatolina: mi ha subito mostrato con orgoglio la medaglia ricevuta per essere sopravvissuta all’assedio di Leningrado durante la Seconda guerra mondiale. Lei e migliaia di altri bambini vennero messi al sicuro, andò in Armenia e lì è rimasta tutta la vita. Una volta dagli assedi c’era una via d’uscita, e i bambini venivano messi in salvo. Ci dice qualcosa oggi?

Infine, in Armenia ho conosciuto un popolo mite, nella capitale c’è una grande energia e una spinta in avanti, malgrado un paio di anni fa abbiano perso una guerra e abbiano dovuto accogliere (loro che sono 3 milioni) oltre 100mila profughi armeni. Ma in tutti questi anni, abbiamo mai detto “Con quello che hanno subito gli Armeni…” “Si stanno difendendo e dobbiamo aiutarli!”?

Non lo abbiamo mai detto, e in questi 100 anni non sono stati certo trattati bene. Eppure credo di non aver mai respirato un’aria più pacifica come a Gyumri, la seconda città armena. Nessuno nel mondo ha realizzato musei sulla loro storia, ben pochi la leggono sui libri o la ricordano nella Giornata della Memoria.

Sono il popolo che aderì, primo al mondo, al cristianesimo. Si sono mai sognati di fare uno stato “confessionale”?

Un amico armeno, gran conoscitore della lingua e della cultura italiana, sogna di venire in Italia a visitarla, un giorno, perché non c’è mai stato: ai cittadini armeni è praticamente impossibile avere il visto. Come mai non abbiamo il minimo scrupolo di coscienza verso questo popolo?

Si sono mai sognati gli Armeni di “farsi spazio” intorno (persero gran parte del loro territorio storico e più di 5 milioni di Armeni vivono fuori dal Paese) a suon di bombardamenti?

No. Punto.

Chi ha subito un genocidio, dovrebbe sapere cosa significhi e si dovrebbe solo augurare che non succeda mai più nel mondo.

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Armenia e Azerbaijan, la pace firmata a Washington inquieta Mosca (IlDomani 22.08.25)

La notizia è rimasta un po’ in secondo piano, non percepita appieno dalla pubblica opinione. L’accordo chiude la contesa sul Nagorno Karabakh ma apre nuovi scenari geopolitici che coinvolgono Russia, Iran e Turchia.

Soverchiata dagli incontri di Anchorage prima e di Washington poi, la notizia dell’intesa firmata alla Casa Bianca – con grande sfoggio di piena soddisfazione esibita da Donald Trump – fra Armenia e Azerbaijan è rimasta un po’ ai margini delle cronache internazionali pur essendo di grande importanza. Perché se l’accordo raggiunto si svilupperà come previsto davvero si sarà conclusa una contesa ultradecennale costata centinaia di vite umane e l’esodo di una intera popolazione, quella di origine armena del Nagorno Karabakh. Un accordo, inoltre, che reca con sé effetti geopolitici di natura regionale affatto secondari.

 

La Trump Route” e il nuovo corridoio

Facciamo ordine. Dapprima i fatti: il presidente azero Ilham Aliyev e il premier armeno Nikol Pashinyan hanno sottoscritto un documento, denominato Roadmap for Peace, che supera i contrasti esplosi da ultimo nel 2023, quando l’Azerbaijan costrinse con la forza allo scioglimento l’autonominata Repubblica del Nagorno Karabakh, un territorio abitato da persone di etnia armena ma collocato all’interno dell’Azerbaijan. L’intesa ruota intorno alla creazione di una rotta terrestre che collegherà l’Azerbaijan alla propria enclave di Nackhchivan attraversando l’Armenia per circa 40 km.

In omaggio al mediatore i due ex avversari hanno denominato questa futura arteria commerciale nientemeno che Trump Route for International Peace and Prosperity e hanno proposto il Presidente USA per il premio Nobel per la Pace (ormai una fissa, per Trump). Un investimento infrastrutturale i cui diritti di sviluppo verranno affidati agli Stati Uniti, che mettono così un piede sulla scacchiera caucasica già dominio sovietico. Ed è questa la novità rilevante in termini geopolitici.

 

Le reazioni di Ankara e Teheran

Infatti la cosa non è affatto piaciuta a Mosca. Ma neppure a Teheran e Ankara. Per quest’ultima, alleata di Baku e rafforzata dagli eventi del 2023, l’intromissione dell’alleato americano è un possibile problema perché ne limita le ambizioni regionali, trattandosi evidentemente di una presenza ingombrante.

Per l’Iran il motivo dell’irritazione è addirittura ovvio, e nello specifico Teheran minaccia un intervento per “bloccare” il corridoio immaginato dall’accordo (“questo passaggio non diventerà un cancello per i mercenari di Trump, diverrà la loro tomba”) invitando al contempo con toni duri l’alleato moscovita a muoversi a sua volta e a non rimanere immobile di fronte a quella che viene ritenuta una grave provocazione.

 

La Russia e lombra dellUcraina

La Russia, pur non esprimendo esplicitamente il proprio fastidio, ha in effetti già reagito: nei confronti dell’Azerbaijan, con il quale i rapporti erano migliorati proprio in seguito al non intervento a supporto di Erevan nel 2023. E qui entra in ballo, manco a dirlo, l’Ucraina. Già, perché Baku ha siglato con Kyiv un accordo per fornitura di gas, condotto dal Caspio verso ovest attraverso la pipeline TransBalkan.

E questo per Mosca è chiaramente un affronto. Al punto che alcuni droni russi, nell’ambito di un attacco su Odessa, hanno colpito (volontariamente? nessuno lo ammette ma tutti lo pensano) i depositi ivi presenti della compagnia petrolifera statale azera SOCAR. E, ancora, al punto che a Mosca si sia levata più d’una voce reclamante un embargo per i prodotti azeri e, addirittura, l’avvio di una “operazione militare speciale” anche nel Caucaso.

Una minaccia lasciata filtrare attraverso personaggi minori, che però offre l’idea di quanto le novità prospettate dall’intesa firmata a Washington possano generare importanti novità in quel quadrante geografico ex sovietico. Termine, quest’ultimo, che dopo l’esibizione in felpa del Ministro degli Esteri Lavrov non pare più improprio tornare a utilizzare.

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“Settimana della Cultura Armena” al Teatro Marrucino di Chieti, tasselli preziosi fioriscono nell’incontro di culture (DiariToscani 22.08.25)

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Shvydkoy, demolizione monumenti sovietici in Karabakh è atto ignobile (Agenzia Nova 21.08.25)

Mosca, 21 ago 08:45 – (Agenzia Nova) – La demolizione di 25 monumenti e busti dedicati a militari e figure illustri di origine armena nel Karabakh è un atto ignobile e privo di dignità. Lo ha dichiarato Mikhail Shvydkoy, rappresentante speciale del presidente russo per la cooperazione culturale internazionale, commentando le recenti rimozioni avvenute nella regione per volere delle autorità dell’Azerbaigian. “La guerra contro i monumenti non è la cosa migliore per nessun Paese. Essi riflettono la storia dei popoli che vivono su questa terra”, ha affermato Shvydkoy, paragonando l’attuale distruzione di monumenti armeni a quella dei memoriali dedicati a personaggi culturali azerbaigiani avvenuta negli anni Novanta. “Combattere contro i monumenti non è la cosa più nobile”, ha aggiunto. Secondo Shvydkoy, le relazioni tra la Russia e i popoli del Caucaso hanno radici profonde e storiche, e vanno ben oltre le dinamiche politiche del presente: “La politica è momentanea, mentre la cultura vive per sempre”. Ha inoltre sottolineato l’importanza di mantenere i legami culturali con tutti i popoli vicini alla Russia: “Oltre alle relazioni interstatali, ci sono relazioni tra i popoli, che sono più profonde. È importante oggi preservare tutti i contatti culturali che ci hanno unito”. Shvydkoy ha concluso ribadendo che la memoria culturale e storica deve essere protetta come parte integrante delle relazioni tra i popoli, indipendentemente dalle tensioni geopolitiche.
(Rum) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata