Armi e petrocarburi nel Caucaso. Intrecci geopolitici tengono la pace e la libertà per l’Artsakh/Nagorno-Karabakh ancora lontane (Korazym 09.02.21)

Domenica 27 settembre 2020 l’Azerbajgian, con il supporto logistico della Turchia e l’impiego di mercenari jihadisti provenienti dalla Siria, attaccava la piccola Repubblica armena de facto di Artsakh/Nagorno-Karabakh. Questo “Blog dell’Editore” era uno dei primi a raccontarlo [Presidente Arayik Harutyunyan: non è l’Azerbaigian, è la Turchia che combatte contro l’Artsakh. Circa 4.000 jihadisti della Syria combattendo con i turchi dalla parte azera – 28 settembre 2020]. Seguirono quarantaquattro giorni di violenti combattimenti e bombardamenti, un accordo di tregua mediato dalla Russia (firmato il 9 novembre 2020 dal Presidente dell’Azerbajgian Ilham Aliyev, dal Primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan e dal Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin), la vittoria per il regime del dittatore Aliyev e la pesante sconfitta armena.

Come abbiamo riferito successivamente in numerosi articoli, nella parte occupata dagli Azeri della Repubblica di Artsakh sta avendo luogo un genocidio culturale, nell’indifferenza pressoché generale dell’Occidente e nel assordante silenzio della Santa Sede. Abbiamo parlato di un dopoguerra ancora turbolento tra violazioni dell’accordo, prigionieri di guerra armeni non riconsegnati e problemi di confine tra le due ex repubbliche sovietiche. Ancora una volta nel contenzioso nel Giardino della Montagna Nera, su questo fazzoletto di terra nel Caucaso meridionale, la diplomazia cede il passo alle armi. Intrecci geopolitici, l’ombra inquietante della Turchia di Erdogan, questioni energetiche che toccano da vicino anche l’Italia, “caviar diplomacy”, exit strategy mancate e future vie d’uscita alla ricerca di una pace ancora lontana.

Di questo tratta Emanuele Aliprandi nel suo nuovo libro Pallottole e petrolio: Il conflitto del Nagorno Karabakh (Artsakh) e la nuova guerra che ha infiammato il Caucaso. I rischi per l’Italia e il fattore … mancate e ipotesi per un futuro di pace (2021, 194 pagine), preceduta da una breve disamina storica e giuridica della questione, la cronaca drammatica e attuale di un conflitto che ci riguarda da vicino molto più di quanto potrebbe apparentemente sembrare. Con tutti i rischi del caso.

Emanuele Aliprandi da anni studia la questione armena e in particolare il caso dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh, tema sul quale ha tra l’altro pubblicato Le ragioni del Karabakh (2010).

Il sindaco Fabbri intervistato dall’agenzia di stampa armena: “Pronto a gemellaggio” (Estense 09.05.21)

“Abbiamo rispedito al mittente la lettera dell’ambasciatore turco. Una città come Ferrara, la cui storia è legata alla presenza della comunità ebraica, non può accettare il negazionismo. I tentativi di ingerenza turca, anche nelle iniziative della nostra città, e i toni assunti dalla ‘diplomazia’ di Ankara verso il popolo armeno, non sono accettabili. Mai chineremo la testa di fronte a chi intende riscrivere la storia”.

Così il sindaco Alan Fabbri intervistato questo pomeriggio da ArmenPress, l’agenzia stampa nazionale armena, ha ripercorso la vicenda delle scorse settimane quando l’ambasciatore turco Murat Salim Esenli ha invitato il primo cittadino a “correggere” e “riconsiderare” la posizione in ordine all’evento ‘‘Metz Yeghern. Il genocidio degli armeni tra memoria, negazioni e silenzi’ ospitato al teatro di Ferrara il 24 aprile con, tra gli altri ospiti, Antonia Arslan.

Fabbri – intervistato dal giornalista Norayr Shoghikyan – ha accolto la proposta di un gemellaggio con una città armena e si è detto pronto a promuovere una mozione per il riconoscimento della Repubblica dell’Artsakh (Nagorno Karabakh), teatro della guerra lanciata dagli azeri, con l’appoggio militare dei turchi, contro gli armeni.

Il sindaco ha inoltre manifestato la sua “piena disponibilità” a una visita a Erevan e nei territori armeni: “Ne sono onorato”, ha detto rispondendo all’invito. Il giornalista ha poi chiesto conferma del conferimento delle cittadinanze onorarie ad Antonio Arslan e a Taner Akçam. “L’assegnazione ha già ricevuto il via libera dalla giunta e approderà presto in consiglio comunale – ha risposto Fabbri -. Procediamo con un’iniziativa che avevamo ipotizzato da tempo, un riconoscimento a due autorevoli e coraggiosi testimoni della verità, a cui va tutta la nostra vicinanza e la nostra stima”. Il primo cittadino ha inoltre spiegato che “il dramma del genocidio armeno è stato troppo a lungo sottaciuto, anche nel nostro Paese”. Poi ha raccontato la sua esperienza: “Ho iniziato a comprendere la portata di quella pagina drammatica della storia guardando, da adolescente, ‘Quella strada chiamata paradiso’ e ascoltando i brani, molti dei quali ispirati a questo tema, dei System of a Down, i cui componenti discendono dai superstiti del genocidio armeno del 1915”.

“Questo genocidio è stato coperto dal silenzio. Oggi – ha sottolineato – è dovere di tutti ricordarlo, farlo conoscere alle nuove generazioni. Mi impegnerò per questo e per questo sto conducendo questa battaglia”.

L’intervista completa – a video – sarà disponibile nei prossimi giorni sui canali web di ArmenPress.

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Carmine Verduci, presidente di Kalabria Experience (Retenews24 08.05.21)

A tu per tu con Carmine Verduci, presidente in carica della Pro Loco di Brancaleone e fondatore

del progetto Kalabria Experience. Un modo per valorizzare la cultura e i bellissimi paesaggi eterritori della Calabria, una regione con tantissime influenze storiche tutte da scoprire.

Salve Carmine, quali sono i progetti per la prossima estate legati a Brancaleone?

“Personalmente, ricopro da dieci anni la carica di presidente della Pro Loco di Brancaleone, ma sono anche un fondatore del progetto Kalabria Experience. Queste due realtà non sono una cosa sola, anche se si muovono parallelamente. Fondamentalmente perché Kalabria Experience prende un po’ tutto il territorio calabrese, grazie a tutta la rete di associazioni e professionisti che le ruotano attorno. Organizziamo, insomma, esperienze in tutta la Calabria, soprattutto nella fascia jonica-reggina. E’ nei nostri intenti far conoscere una Calabria diversa da quella che, solitamente, è più gettonata, come la costa tirrenica e via dicendo. Le attività si svolgono parallelamente, ma Kalabria Experience e La Pro Loco di Brancaleone sono due cose differenti, con profili social separati. L’idea è proprio quella di fungere da service di zona a livello turistico e, chiaramente, Brancaleone rientra in questo obiettivo: muovere un po’ quello che è il turismo e, soprattutto, concentrare l’attenzione sul patrimonio culturale e naturalistico che ruota attorno a Brancaleone, al territorio. I progetti sono tanti e ambiziosi. L’anno scorso abbiamo fatto un’estate pazzesca, perché c’è stata molta richiesta di servizi turistici. Quello che noi facciamo di più. Non siamo la solita Pro Loco dedita solo alle sagre o a un evento all’anno. Realizziamo dalle trenta alle quaranta manifestazioni. Contestualmente Kalabria Experience propone esperienze in natura, all’aria aperta, un po’ in tutto il territorio calabrese, che non si limitano alla semplice escursione ma sono proprio a contatto con il territorio, con la gente, con la gastronomia tipica e, soprattutto, si punta verso la condivisione delle esperienze sui luoghi, quali possono essere i borghi antichi”.

E con la pandemia com’è andata?

“Come immaginerà, con la pandemia queste cose sono state frenate, ma noi lavoriamo di marketing, gratuitamente e senza sovvenzioni pubbliche. Tutti i progetti che facciamo, così come le manifestazioni, si autosostengono. Non prendiamo contributi pubblici per poter fare questo. Stiamo agendo di marketing attraverso la pubblicazione continua di post con luoghi da vedere e visitare, con curiosità del territorio anche nel settore spiagge. Stiamo puntando tantissimo su questa cosa e i risultati si vedono. Il nostro obiettivo è il turismo destagionalizzato. Non solo concentrato nei mesi estivi, ma anche nel far vedere che cosa si può fare nei periodi autunnali, primaverili. Questo è l’obiettivo comune sia dell’associazione Pro Loco Brancaleone, sia di Kalabria Experience”.

Una valorizzazione del territorio annua, visto che ha da offrire tante cose anche oltre l’estate.

“Sì, perché i turisti si concentrano maggiormente tra luglio e agosto. L’anno scorso, con la pandemia, abbiamo avuto ovviamente delle difficoltà anche in quei mesi, ma posso dirle che ci siamo svegliati a maggio.

Molte persone, ad esempio, erano già a Brancaleone e sul territorio poiché lavoravano da remoto, in smart working come si suol dire. Ci siamo svegliati dal torpore con tantissime persone che circolavano in zona e chiedevano di poter visitare luoghi, di poter essere accompagnati, di avere un weekend organizzato nella zona per sapere cosa c’era da vedere e le curiosità legate agli stessi. Abbiamo quindi trascorso giugno, luglio e agosto pieni di persone, che ovviamente volevano vedere la Calabria. Molte persone sono venute da noi perché hanno visto i filmati che realizziamo su YouTube, che sono dei piccoli documentari, o le foto o gli spot che abbiamo lanciato in rete. Ci auguriamo che anche quest’anno sia così, che l’Italiano che non va all’estero prediliga una località come la nostra, dove la vacanza costa molto meno rispetto ad altri posti balneari più gettonati in Italia. Sia per il turismo balneare, sia per quello culturale, il nostro territorio si presta benissimo”.

Immagino che, di anno in anno, ci sia dietro una strategia di comunicazione che puntualmente studiate, no?

“Certo. Stiamo già preparando il lancio della promozione, anche grazie a Massmedia Comunicazione.

Stiamo cercando di improntare un discorso che non solo mira a puntare sul turismo dove arrivi, visiti e te ne vai. Stiamo mettendo al centro dell’attenzione il fatto che nel nostro territorio puoi realizzare anche servizi, shooting fotografici di moda, film di cinema o serie tv, che vengono fatti nella zona jonica – reggina ormai da tre anni, dato che c’è una escalation di richieste da questo punto di vista. Vogliamo offrire una narrazione diversa dall’immaginario collettivo”.

Anche perché, mi corregga se sbaglio, ha avuto diverse influenze dal punto di vista della cultura.

“Giusto. Tutti sappiamo che la Calabria, la seconda patria per i Greci, ha una particolarità: la grande stratificazione di popolazioni, i Greci in primis e poi gli armeni, che ci hanno lasciato tracce nella lingua. Abbiamo creato, con questo, un brand turistico presentato da diverse agenzie di viaggio. Molti siti internet che si dedicano al turismo invitano a visitare i nostri luoghi, dove gli armeni hanno lasciato tracce di architettura, archeologia, ma anche lingue come toponimi, nomi. Nel nostro DNA scorre, insomma, anche questo sangue.

Non dimentichiamo, inoltre, popolazioni di ebrei e albanesi, che sono concentrati sull’alta Calabria. Non vogliamo che la nostra regione si fermi solo alla grecità, ma ha tante altre influenze, che cerchiamo di valorizzare. Questo aspetto attira tantissimo”.

Trattandosi di argomenti storici, c’è anche interesse a scoprire delle cose nuove. Portate avanti una continua ricerca?

“Assolutamente. Siamo alla ricerca degli armeni, per cui abbiamo fondato da poco una comunità armena in

Calabria, dove noi ci occupiamo di realizzare eventi che richiamano, appunto, la cultura e i lasciti di questa popolazione. Essendo un popolo cristianizzato, motivo per cui parliamo del 301 d.C., si spinsero in Calabria nel VI e VII secolo a causa della persecuzione musulmana. Attraverso la rotta della Grecia, si riversarono nelle nostre coste, edificarono le grotte come ci sono in Cappadocia per via della somiglianza del nostro con quei territori. La gente da oltreoceano viene proprio a visitare questi luoghi. E’ fondamentale. Gli armeni stanno facendo scoprire un’Italia diversa. Non si ha la percezione di quello che può offrire la Calabria. Si pensa più alla Sicilia, a Venezia, a Roma e alle grandi città in generale. Quando i turisti vengono da noi li portiamo nelle grotte, nei castelli armeni, in questi paesini che sono qui nel raggio di 10 km. Si trovano tante testimonianze armene a Brancaleone, oltre quelle che ci sono in tutta la Calabria. Ci sono chiese dedicate ai Santi armeni; ad esempio, a Curinga, in provincia di Catanzaro, c’è il platano millenario, che si dice sia un orientalis piantato da un monaco armeno. Tutta la regione, diciamo, è soggetta a questo tipo di influenze. Questa zona, che il brand è Valle degli Armeni, è un rimando alla valle che si racchiude tra due promontori ed è un’area di 10 km dove si trova tantissimo di cultura armena. Questo è diventato un itinerario, con borghi antichi e abbandonati naturalmente”.

Per valorizzare così bene il territorio c’è sicuramente bisogno di figure professionali,

di persone che si intendono di questo.

“Sì. Ho creato intorno a me e a Kalabria Experience un team di esperti, quali sono guide turistiche, naturalistiche, archeologi, ricercatori, geologi, agronomi, per la cultura delle erbe e delle piante. Tutto questo deve far parte dell’esperienza che il visitatore si porta a casa, a partire dai profumi, dagli odori delle piante antiche, medicamentose. Niente è lasciato a caso, da questo punto di vista. Mi accorgo, parlandone, che siamo abbastanza forniti di figure professionali. Ultimamente, io come operatore culturale e del turismo esperienziale, sto portando avanti un progetto turistico tramite agenzia.

Quest’ultima si occupa di promuovere questo tipo di attività”.

Le piace occuparsi di tutte queste cose. Si vede da come ne parla.

“Sì, anche se il mio lavoro è tutt’altro. Mi occupo di animali domestici, però fin da bambino non amavo andare a giocare al bar per fare i videogiochi con i gettoni; piuttosto mi piaceva organizzare delle escursioni con i miei amici in bicicletta, all’aria aperta. Mi sono così appassionato di turismo. Sognavo di portarlo a Brancaleone e, ancora prima delle mie esperienze nel campo dell’associazionismo, mi era stato detto che probabilmente ero la persona più adatta a svolgere il ruolo di organizzatore di eventi, dato che ne avevo già fatti alcuni. All’epoca non sapevo tanto di associazionismo; col tempo mi sono fatto la giusta esperienza e, dal 2013, ho cominciato a fare una serie di convegni e workshop parlando di turismo esperienziale, quando in tanti pensavano che Brancaleone si fosse perso negli anni ’80, con un turismo che era più che altro balneare. In quell’anno, nel 2013, ancora non si parlava in Italia di turismo esperienziale. E’ stato quello il salto che abbiamo fatto. Se nota, oggi tutto è Experience. Quando io ho creato Kalabria Experience, nel 2015, non esisteva nulla. C’era solo Dubai Experience. Anche il nome stesso voleva rappresentarci a livello internazionale; volevamo un nome con cui attirare l’attenzione. Per me, Calabria scritto con la K rappresenta già la grecità. Experience perché l’esperienza della Calabria dev’essere viva e a 360°, attraverso la narrazione del territorio calabrese, che non è il turismo di Tropea pizzo-calabro, parlando ovviamente con tutto il rispetto, ma di cui fa parte anche un’altra parte di Calabria poco conosciuta. Volevamo proiettare questo territorio all’universalità della Calabria. Questo è quello che, in sostanza, era il mio progetto”.

Pensa di esserci riuscito?

“Sì, perché oggi Brancaleone, escludendo ovviamente il periodo della pandemia, ha tutto l’anno delle scuole, delle agenzie turistiche, delle associazioni culturali calabresi e siciliane che scelgono di fare dei percorsi.

Abbiamo anche la dimora del confino di Cesare Pavese, che è una casa museo di un privato, che ha aperto la possibilità di fruirla alle persone. Da tutto il mondo vengono così a visitare il luogo dello scrittore piemontese. Abbiamo creato una sorta di percorso urbano, che va a toccare tutti i luoghi dove Pavese scrisse qualche poesia. E’ un posto emblematico, che ha riportato nei suoi romanzi. Questo è un progetto di parco letterario, dove andrà di mezzo anche l’interesse comunale. L’associazione può solamente accompagnare questi processi culturali, che passano anche attraverso l’escursione naturalistica o culturale, come quella al parco archeologico di Brancaleone Vetus, dove abbiamo realizzato anche dei servizi fotografici. Prima, era un posto pieno di erbacce, non si poteva neanche camminare; oggi si può visitare tutto l’anno questo borgo diroccato, che però ha dei sentieri messi in sicurezza, con la segnaletica adeguata. E’ un posto che puoi fruire da solo, ma anche richiedendo il nostro supporto. Abbiamo infatti una guida esperta del luogo, che mostra tutto quello che c’è da vedere e conoscere.

Personalizziamo per ogni tipo di target: da quello di fascia di età più piccola a quello di fascia d’età più grande. Tutti i proventi vengono poi reinvestiti per la cura e la manutenzione di questo luogo, che è straordinario e conosciuto in tutto il mondo, grazie all’opera di volontari, cittadini e soci. Le tv nazionali non considerano molto questa zona della Calabria, ma ci stiamo lavorando”.

E’ un lavoro molto importante quello che fate, dato che rivitalizzate il territorio, consentendo ai vari paesaggi di rifiorire.

“Esatto. A proposito di questo, posso dirle che facciamo molto opera di riforestazione. Per esempio, le escursioni che facciamo si concludono con una piantumazione di un alberello. Oppure, nel Borgo antico di Brancaleone abbiamo reimpiantato specie autoctone, come mandorli o carrubi, che sono scomparse. Ogni albero porta un nome. Ci sono delle persone che si sono innamorate del posto e hanno voluto acquistare un albero al fine di poter imprimere la loro presenza tutto l’anno. Portiamo l’acqua alle piante, che crescono, e che un giorno saranno alberi molto belli che arricchiranno ancora di più il territorio. Questo progetto, che si chiama Renaissance Brancaleone, viene ripreso da tantissime associazioni, che avevano un borgo antico abbandonato che vogliono riprendere. Noi andiamo avanti solo così; economicamente l’associazione si mantiene grazie ai servizi. Siamo volontari senza stipendio, ma un’associazione ha comunque delle spese. Per sopperire alle stesse, non ci rifacciamo con le sagre ma con i servizi turistici. Abbiamo cambiato il modo di fare agire le Pro Loco sul territorio, dando loro supporto. Sono state costituite delle reti tra di noi, grazie alle quali ci scambiamo i turisti”.

Mi spieghi meglio questo aspetto.

“Ad esempio, a 10 km, a Casignana, c’è una villa romana bellissima del primo quarto d.C. che ha dei mosaici bellissimi. I visitatori di questa villa ricevono un invito a recarsi a Brancaleone. La stessa cosa facciamo noi con Casignana a chi viene a visitarci. Un meccanismo che si ripete anche per altri luoghi. Questo scambio è essenziale. E’ questa la vera rete. Si creano delle sinergie. Ci chiamano per programmare, ad esempio, la settimana. Ho una rete che va dall’alta Calabria, dal Pollino, fino alla nostra zona. Ho dei riferimenti su cui contare e organizzare le esperienze fatte bene. Ci sono persone e figure professionali a cui mi rivolgo e invio le richieste, in modo che loro possano gestirle. Creare lavoro, in questo senso, è anche un modo per fare rete, perché la gente si invoglia di più.

Chiaramente, ne beneficiano le attività turistiche, quali alberghiere ed extra-alberghiere, come i B&B e i ristoranti. E’ tutto un circolo che ruota intorno alla questione turismo”.

Prima ha accennato che intendete lanciare il territorio anche sul campo della moda. In che maniera?

“Sì, sia nel campo della moda, sia dello spettacolo. E’ un luogo molto più inflazionato, dove costa poco la vacanza e ci sono posti bellissimi. Oggi, la fotografia, anche nel campo della moda, si avvale tantissimo del paesaggio. Qui ti ritrovi praticamente, all’improvviso, nella California, In Cappadocia, in Grecia. E’ un posto che puoi scegliere per diverse questioni, quali può essere un cortometraggio, un videoclip musicale, uno shooting particolare. Tra mare e montagne, qui c’è un quarto d’ora di distanza.

Hai tutto vicino ed è molto comodo come cosa. Speriamo che anche le fotografie possano essere un lancio. Stiamo lavorando con MassMedia Comunicazione anche in tal senso. Nel 2022 sappiamo che il turismo internazionale sarà aperto e dobbiamo essere pronti, programmando cosa fare quando tutto sarà normale.

Lavoriamo a moltissime cose con gli operatori e le agenzie tour operator, anche attraverso le interviste video, che adesso vanno molto in voga. Si è molto interessati alla Calabria, perché si è scoperto quante cose si sono perse in questi anni ed è un bene. Attraverso immagini o racconti, in internet, le persone guardano queste cose e, spinte dalla curiosità, si organizzano e vengono. Lo scorso anno, abbiamo avuto molti blog che sono venuti, lasciando ottimi feedback”.

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Pallottole e Petrolio: la Guerra in Nagorno Karabagh, di Emanuele Aliprandi (Stilum Curiae 08.05.21)

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, nell’indifferenza pressoché generale nella parte occupata dagli azeri della repubblica armena autodichiarata dell’Artsakh sta avendo luogo un genocidio culturale, come avete potuto leggere su questo collegamento e su questo. Mentre ancora l’Azerbaijan impedisce il ritorno alle loro famiglie di prigionieri di guerra e civili armeni rimasti intrappolati nell’area invasa. 

Dopo l’aggressione azera, compiuta con l’aiuto militare della Turchia, il Canada – è notizia di questi giorni – ha deciso di bloccare alcune forniture militari alla Turchia, alleata della Nato, perché quest’ultima, contrariamente agli impegni presi, ha fornito all’Azerbaijan gli strumenti – droni in particolare – equipaggiati con tecnologia canadese che hanno permesso agli uomini di Aliyev i successi riportati sul campo.

Vogliamo condividere con voi l’uscita di un libro scritto da uno specialista di quel settore. Emanuele Aliprandi. Ecco la scheda di presentazione:

“Il 27 settembre 2020 l’Azerbaigian, con il supporto logistico della Turchia e l’impiego di mercenari jihadisti provenienti dalla Siria, attaccava la piccola repubblica armena de facto dell’Artsakh (Nagorno Karabakh).

Quarantaquattro giorni di violenti combattimenti e bombardamenti, un accordo di tregua mediato dalla Russia a novembre, la vittoria per il regime di Aliyev e la pesante sconfitta armena.

Un dopoguerra ancora turbolento tra violazioni dell’accordo, prigionieri di guerra armeni non riconsegnati e problemi di confine tra le due ex repubbliche sovietiche.

Ancora una volta nel contenzioso su questo fazzoletto di terra nel Caucaso meridionale la diplomazia cede il passo alle armi.

Intrecci geopolitici, l’ombra inquietante della Turchia di Erdogan, questioni energetiche che toccano da vicino anche l’Italia, exit strategy mancate e future vie d’uscita alla ricerca di una pace ancora lontana.

Preceduta da una breve disamina storica e giuridica della questione, la cronaca drammatica di un conflitto che riguarda da vicino l’Italia molto più di quanto potrebbe apparentemente sembrare.

Emanuele Aliprandi da anni studia la questione armena e in particolare il caso del Nagorno Karabakh.

Su tale tema ha tra l’altro pubblicato “Le ragioni del Karabakh” (2010).

Questo è il link per l’acquisto dell’opera. 

 

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Quando un armeno persiano portò a Trieste il primo bagno pubblico (Triesteallnews 08.05.21)

08.05.2021 – 08.30 – Il nome della dinastia Hermet, il cui ultimo esponente Gabrio Hermet si è spento il 6 maggio 2018, viene solitamente associata alle fortune proto irredentiste di quel “Francesco” al quale non a caso nel novecento venne intitolata una via. In realtà piace ricordare come lascito della – un tempo – nutrita comunità armena triestina un’altra innovazione, a fine settecento: i primi bagni pubblici della città, tanto di acqua dolce, quanto di mare.
In origine ugonotti fuggiti in Persia dopo la revoca dell’editto di Nantes, gli Hermet scelsero di trasferirsi nella seconda metà del Settecento da Isfahan a Trieste, dove Gregorio Hermet (1741-1803) fu tra i pochi immigrati armeni che seppe amalgamarsi bene con la popolazione, ponendo le basi di una dinastia plurisecolare.
Venne così inaugurato, nell’ultimo quarto del settecento, il primo bagno pubblico “ad uso de’ Levantini”. Si trattava di una “fabbrica decorosa, comoda e dispendiosa” costruita nella zona della casa di Piazza San Giovanni n. 6 nel 1777 da Gregorio Hermet definito nei documenti del tempo “persiano di nazione armena”. Hermet volle costruire il bagno pubblico “considerando l’utilità e necessità pubblica per tener netti ed in salute li corpi umani e secondo le orientali costumanze”.
Il giornale L’Osservatore Triestino (1786) pubblicizzava questi “bagni sia all’europea che all’orientale, forniti di ottima biancheria e de’ comodi occorrevoli” garantendo che “ciascheduno rimarrà contentissimo della servitù che gli verrà prestata”.
Il bagno pubblico di Hermet perdurò per vent’anni almeno, affiancato nel 1782 da una “Caffettaria e Osteria”.

Tra gli stabilimenti che raccolsero l’eredità di Hermet nella prima metà dell’ottocento occorre ricordare il bagno Oesterreicher che s’impose rapidamente, dopo il 1823, come uno tra i più lussuosi. Il nome derivava dal proprietario dei fondi, Federico Oesterreicher; era uno stabilimento fornito “di decenti camerini provveduti di vasche marmoree”. Oggigiorno lo possiamo collocare in Salita del promontorio n. 5, tra Via del Lazzaretto Vecchio e Androna Sant’Eufemia.
L’edificio era stato progettato dall’architetto friulano Giovanni Battista de Puppi (1769-1868) con un giardino interno con due fontanelle, dotato di “bella e deliziosa vista” sul mare; l’architettura della facciata conserva ancora, nonostante sia dal ‘900 un magazzino, tracce della perduta eleganza neoclassica. Lo stabilimento offriva bagni d’acqua dolce e marina, calda e fredda; dopo aver rilassato le membra era possibile rifocillarsi nella vicina trattoria che forniva “le più gustose vivande, squisiti vini e birra”. Qui nacque il musicista Giuseppe Rota, figlio del locandiere; secondo la leggenda musicale intratteneva i clienti col suono della fisarmonica.

Ritratto di Francesco Hermet (1811-1883), dal Civico Museo del Risorgimento

L’amore dei triestini per i bagni – che fossero di mare o in acqua dolce – era sempre stato limitato a Trieste all’insufficiente approvvigionamento idrico che venne risolto solo negli anni Trenta (acquedotto dalla Val Medeazza, 1929), non a caso periodo d’oro per tanti bagni pubblici triestini.
Tuttavia, sull’onda dei consigli di medici e salutisti, già nella seconda metà dell’ottocento la città si popolò di istituzioni balneari, solitamente annesse agli alberghi; è il caso dell’Hotel de la Ville e dell’Hotel Garni. Presso il famoso de la Ville operavano, a inizi ‘900, bagni a vapore, russi e turchi. Nelle vicinanze di Via Giulia n. 8 era invece presente uno stabilimento “idroterapeutico” con bagni a vapore russi e inglesi.

La Belle Époque – quel periodo storico oggi tanto bistrattato, ma i cui begli edifici ancora innervano il nostro tessuto cittadino – regalò a Trieste il Bagno Romano, inaugurato il 12 dicembre 1909 dal magiaro Arpad Kiss tra le vie S. Apollinare e Pondares.
La zona era stata una necropoli durante il secondo secolo d.C. e nei decenni a cavallo tra settecento e ottocento aveva ospitato il cimitero della Comunità Greco-Illirica. Gli scavi infatti svelarono importanti resti romani che prontamente fornirono il nomignolo per l’edificio. Come le terme dell’antica Roma, il Bagno costituiva una piccola cittadella a sé stante. Vi si trovavano buffet, sale di lettura, barbiere, manicure, pedicure, spogliatoio, cabine con vasche all’americana, due piscine con acqua fredda e calda in movimento, docce a pressione, un locale per il massaggio, il bagno russo con una gradinata che permetteva la gradazione delle temperature, due sale per il bagno di aria calda e infine un salottino per il riposo.
L’arredamento era particolarmente opulento, con decorazioni nelle sale e piscine di Silvio Buzzi, mobilia di Salcano e maioliche della ditta Greinitz. Chicca finale: una lavanderia a vapore garantiva un servizio di lavatura e stiratura dei vestiti del cliente, mentre questi si rilassava nelle vasche.

Nel 1930 lo stabilimento offriva anche una sezione di Cura, con attrezzature per l’idroterapia, la termoterapia (bagni di luce e di fango) e le fangature. Quest’ultime erano eseguite coi fanghi originali delle Terme Preistoriche di S. Pietro Montagnon (Padova).
Dopo una momentanea pausa per i danni inferti dalla Seconda Guerra Mondiale, il Bagno Romano riaprì il 15 febbraio 1951 rinnovato con due nuove piscine, aria condizionata e un impianto di acqua distillata e depurata. Il rinnovato bagno a vapore, le oltre 250 cabine, le sale di riposo, di lettura, di massaggi e pedicure recuperavano l’eredità primo novecentesca, mentre la sezione Cura con i bagni di luce e la marconiterapia era aggiornata con le ultime novità scientifiche.
In definitiva questo “primo istituto di bellezza e ginnastica correttiva” era giustificato nel definirsi lo “stabilimento più grande e più bello d’Italia”.
Eppure ebbe vita breve: chiuse infatti appena sei anni dopo, nel 1957.

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Zeno Saracino, La nascita della comunità armena di Trieste: un difficile inizio (1770-1810), Trieste All News, 15 agosto 2020
Zeno Saracino, La storia (dimenticata) della prima pasticceria armena di Trieste, Trieste All News, 19 settembre 2020
Zeno Saracino, Giacomo Ciamician: un armeno “triestino” profeta dell’energia solare, Trieste All News, 5 settembre 2020

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Diplomazia pontificia, le questioni Palestina e Nagorno Karabakh (Acistampa 08.05.1)

La visita del ministro degli Esteri palestinese in Segreteria di Stato vaticana lo scorso 6 maggio ha rimesso al centro il tema del Medio Oriente nell’agenda della Santa Sede. Non che il tema sia mai stato messo da parte, ma gli incontri personali hanno sempre il pregio di sollevare questioni, e sviluppare rapporti. È stato in Segreteria di Stato anche l’assistente al primo vice presidente di Azerbaijan Elchin Ambirbayov, che in una conversazione con ACI Stampa ha voluto stabilire il punto di vista azero sul conflitto in Nagorno Karabakh e sui rapporti con l’Armenia.

Altre notizie: in Turchia Erdogan ha incontrato i presidenti delle confessioni religiose presenti nel Paese; in Venezuela, il presidente Maduro ha incontrato il vertice della Conferenza Episcopale; l’Europa ha finalmente un nuovo inviato speciale per la libertà religiosa.

                                              ……

FOCUS NAGORNO KARABAKH

L’Azerbaijan cerca un nuovo inizio con l’Armenia

Elchin Amirbayov è stato il primo ambasciatore di Azerbaijan presso la Santa Sede. È stato a Roma tra il 6 e il 7 maggio, come assistente al primo-vicepresidente, per una serie di incontri istituzionali in Segreteria di Stato vaticana.

Parlando con ACI Stampa, Amirbayov definisce il recente conflitto in Nagorno Karabakh come una opportunità, e anche una opportunità per ristabilire relazioni diplomatiche con l’Armenia.

“Come sa, lo scorso novembre, c’è stato il cessate il fuoco dopo 44 giorni di conflitto, ed è stato interessante per me fornire ai miei interlocutori le ultime informazioni”. Amirbayov ha potuto incontrare sia il Cardinale Parolin che l’arcivescovo Gallagher.

Amirbayov ha insistito sugli ottimi rapporti che l’Azerbaijan ha con i dicasteri vaticani, e in particolare con il Pontificio Consiglio della Cultura, con il quale ha curato il restauro di alcuni importanti mosaici nelle catacombe.

Ambirbayov ha sottolineato che l’Azerbaijan è “conosciuta per il suo grado di tolleranza religiosa, ha messo in luce varie iniziative con i Musei vaticani, ha detto che la guerra “ha lasciato il conflitto dietro di noi e si sono aperte nuove possibilità per cercare di ristabilire pace e stabilità, cercando possibilmente anche riconciliazione tra Armenia e Azerbaijan.

Amirbayov ha notato che della nuova politica economica potrebbe beneficiare anche la stessa Armenia, nonostante questa – lamenta l’ambasciatore – a volte cerchi di usare la carta religiosa.

Anche da parte azera i proclami sono stati duri: il presidente Alyiev ha visitato la cattedrale di Shusha, danneggiata dalle bombe durante la guerra, in quella che sembrava essere la rivendicazione di un trofeo di guerra, e recentemente è tornato a parlare di un possibile uso della forza per respingere gli armeni.

È davvero questa riconciliazione? Amirbayov spiega che no, il presidente non ha trattato la cattedrale di Shusha come fosse un trofeo di guerra, ma vi è andato perché ci sono edifici che sono stati danneggiati durante la guerra, e ha anche organizzato i lavori di ricostruzione.

Sul possibile uso della forza, Amirbayov sottolinea che questo deve essere contestualizzato nel discorso ad un popolo che ha sofferto 30 anni di occupazione e distruzione.

Ma ora, dice l’ambasciatore, il “destino di dà l’opportunità di stendere una mano verso l’Armenia”, comunque accusata di usare una retorica di guerra in vista di nuove elezioni.

Amirbayov nota che, nel territorio del Nagorno Karabakh, gli armeni hanno fatto una pulizia etnica durissima,

Il rappresentante del vicepresidente azero risponde anche sul tema del cosiddetto “genocidio culturale” che starebbe avendo luogo in Nagorno Karabakh. Ha detto che “non crede che alla Santa Sede apprezzino o siano preoccupati per la preservazione del materiale cristiano, quanto piuttosto per la preservazione di tutte le eredità religiose.

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Biden non teme Erdoğan: gli Stati Uniti riconoscono il genocidio armeno (Liberopensiero 07.05.1)

Il Presidente americano Joe Biden ha rotto col il passato, definendo sabato 1 maggio, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti con il termine genocidio le violenze perpetrate ai danni della popolazione armena verificatisi fra il 1915 e il 1916, sebbene i massacri compiuti dall’ Impero ottomano (oggi Turchia) fossero cominciati anni prima, per terminare solo intorno agli anni venti. La Turchia ha sempre negato la terminologia “genocidio armeno”, sostenendo che le violenze ai danni degli armeni si siano verificate nell’ottica del primo conflitto mondiale e in seguito a specifici atti rivoltosi messi in atto nei confronti dell’impero ottomano.

Gli Stati Uniti e la fine del silenzio permanente sul genocidio armeno

E’ una decisione sicuramente coraggiosa quella dell’amministrazione americana, considerata tale dal fatto che nessun altro presidente fino ad oggi era arrivato ad assumersi tale responsabilità. Barack Obama infatti, nonostante le promesse fatte durante la sua campagna elettorale nel 2008, nel corso dei suoi due mandati presidenziali si è espresso solo con termini convenzionali quali “atrocità di massa” ed “orrore” a proposito del genocidio armeno, dimostrando così quanto le pressioni di Erdoğan pesassero sulla politica americana.

 

Nel corso della scorsa amministrazione, lo stesso Donald Trump aveva avvisato Erdoğan che avrebbe proceduto con il riconoscimento del genocidio attraverso una risoluzione al Congresso, se la Turchia avesse deciso di invadere la Siria settentrionale una volta che le truppe statunitensi si fossero ritirate. Minaccia diventata realtà con il voto bipartisan ampiamente favorevole ottenuto sia alla Camera che al Senato. Ciononostante, solo poche settimane dopo, temendo una reazione ostile dall’alleato turco, Trump aveva deciso di tirarsi indietro. Non a caso il governo turno investe ogni anno milioni di dollari per emettere pressioni sui funzionari e legislatori americani: quasi 12 milioni durante l’amministrazione Obama e quasi altrettanti durante la presidenza Trump.

Nel 2005 l’ambasciatore americano in Armenia John Evans aveva sostenuto che il genocidio armeno fosse ≪il primo genocidio riconosciuto del ventesimo secolo≫ e per questo era stato richiamato e costretto al pensionamento anticipato, dimostrando come la verità storica fosse ancora considerata insubordinazione.

Usa e Turchia: una situazione già molto tesa

Le dichiarazioni di Joe Biden si sono verificate in occasione del 106esimo anniversario dell’inizio delle violenze e sono arrivate in un momento di estrema tensione fra Washington e Ankara: in seguito all’acquisto turco nel luglio 2019 del sistema di difesa missilistica antiaerea russo incompatibile con la NATO, gli Stati Uniti hanno proceduto con l’approvazione di sanzioni economiche verso la Turchia. Quest’ultima, d’altro canto, è frustrata dal fatto che Washington dia sostegno ai combattenti curdi siriani e non permetta l’estradizione di Fethullah Gulen, accusato di aver organizzato il colpo di stato contro il Erdoğan nel corso del 2016 e residente in Pennsylvania dagli anni Novanta.

 

L’avvicinamento recente della Turchia alla Russia, ha ulteriormente inasprito i rapporti fra le due potenze: essendo un membro NATO infatti, Erdoğan potrebbe decidere di limitare l’utilizzo americano delle proprie basi sul territorio considerate essenziali per le operazioni in Medio Oriente.

Sebbene nel suo messaggio Biden abbia sottolineato che le sue intenzioni non fossero quelle di accusare nessuno, solo quelle di ≪affermare la storia, per essere certi che quanto accaduto non si ripeta mai piùle reazioni da Ankara non sono tardate ad arrivare. Il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha dichiarato che questa dichiarazione apre ≪una ferita irrecuperabile nelle nostre relazioni≫.

Negli Stati Uniti ad oggi vivono circa due milioni di armeni, la maggior parte dei quali discende proprio dai sopravvissuti del genocidio. Procedere con il suo riconoscimento possiede un enorme significato, fra cui il mantenimento della parola datada Biden durante la sua campagna elettorale.

Allo stesso tempo Biden è consapevole che la popolarità di Erdoğan stia calando: la Turchia ha bisogno degli Stati Uniti molto di più di quanto gli Stati Uniti necessitino della Turchia. Questo, insomma, non potrebbe essere un momento migliore per definire una politica di maggiore fermezza verso l’alleato ribelle, e Biden ha deciso di farlo riconoscendo davanti a tutti ciò di cui la Turchia di 106anni fa fu responsabile: il genocidio di più di 1,5 milioni di armeni.

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La diaspora armena guarda ai tribunali dopo il riconoscimento del genocidio (Lindro 07.05.21)

Parla l’attivista Aram Hamparian sul lavoro di lobby condotto dai gruppi che rappresentano la diaspora dell’Armenia in USA e sulle future attività, nei tribunali e nella politica, contro la Turchia e i suoi alleati

Gli armeno-americani hanno combattuto per decenni per dare al Presidente Joe Biden lo spazio politico per il suo storico riconoscimento del genocidio armeno del 1915.

Ora sono pronti per il prossimo combattimento.
In una lunga intervista ad ampio raggio con ‘Foreign Lobby Report‘, realizzata la scorsa settimana, l’attivista Aram Hamparian ha riflettuto sulla travagliata strada verso l’annuncio e sulle priorità della diaspora in futuro.

Hamparian è il direttore esecutivo dell’Armenian National Committee of America (ANCA), uno dei numerosi gruppi che rappresentano una diaspora politicamente potente che si stima rappresenti tra 500.000 e 1,5 milioni di persone.

ANCA è stata fondata nel 1941 a implementazionedell’American Committee for the Independence of Armenia (ACIA) del dopoguerra. Il gruppo si è ufficialmente registrato per la prima volta nel 2009 e riferisce di spendere 30.000 dollari in attività di lobbismo a trimestre.

Hamparian ha detto che la dichiarazione di Biden ha dato nuova vita a cause legali vecchie di anni da parte dei discendenti delle vittime del genocidio contro lo Stato turco e le società private. Ha rilanciato gli sforzi per commemorare gli eventi del 1915 e insegnare la loro storia nelle scuole statunitensi. E alimenterà l’attività di lobbying degli armeni contro la Turchia e i suoi alleati, Azerbaigian e Pakistan, su Capitol Hill e l’Amministrazione.

La comunità armeno-americana ha ottenuto una grande vittoria durante il fine settimana dopo decenni di lotte. Come sono arrivati gli Stati Uniti a questo punto e perché ci è voluto così tanto tempo?

Deciso nel merito, questo problema sarebbe stato risolto decenni e decenni fa. Il nostro sforzo è stato quello di creare una situazione in cui il riconoscimento del genocidio armeno potesse essere intrapreso nel merito. Ma per renderlo possibile, abbiamo dovuto liberare il campo dall’influenza straniera. Questa è la struttura concettuale di ciò che è accaduto.

Non è stata una battaglia di ‘questo fatto contro quel fatto’, quanto per consentire all’America di prendere una decisione nel merito. Come americano mi sento bene che agli americani sia stato permesso di parlare con una voce americana. Questo è il sollievo che proviamo. Questa non è più la politica fissata ad Ankara, esportata in DC, e poi applicata dai Presidenti repubblicani o democratici. Ora è una vera politica americana, basata sugli archivi degli Stati Uniti, basata sui nostri valori, sulla nostra storia.

La Turchia sta perdendo terreno a Washington da anni, con il Pentagono in particolare, inacidito contro Ankara per il suo acquisto di armi russe. Quanto ha influito questo sulla decisione del Presidente rispetto ad anni di lavoro di advocacy da parte di gruppi come ANCA, l’Assemblea armena d’America e molti altri?

C’è il tempismo e c’è la politica. Washington è politica, e lo capiamo. Il nostro compito era presentare i fatti, sostenere la tesi morale, fare pressione e quindi cercare le giuste opportunità. Nessuno di quei pezzi funziona in modo indipendente. Devono agire tutti insieme: i fatti, il caso morale e poi il tempismo.

Se fai tutte queste cose e il tempismo non è giusto, non succede. Allo stesso modo, se non hai fatto la preparazione, non hai fatto la pressione politica, non si ottiene nulla. Quindi è una combinazione di ciò che è sotto il nostro controllo e ciò che non è sotto il nostro controllo. Devi essere sempre pronto.

Il conflitto mortale dello scorso anno tra Armenia e Azerbaigian sull’enclave del Nagorno-Karabakh (noto come Artsakh per gli armeni) ha galvanizzato la diaspora. Pensi che la guerra abbia effettivamente aiutato la causa del riconoscimento del genocidio?

Certamente ha dato energia agli armeni attorno alle minacce molto, molto gravi alla patria armena. E in secondo luogo, ha aiutato i politici americani -compresi i legislatori- a comprendere la minaccia genocida in corso per gli armeni. Che non è finita nel 1915. Lo capisci quando [il presidente turco Recep Tayyip]Erdogan dice pubblicamente, “ci sbarazzeremo dei resti della spada”, una frase usata per riferirsi ai cristiani [sopravvissuti]del 1915, è un commento molto minaccioso. Quando dice cose del genere, ogni armeno nel mondo dice: “So esattamente cosa intende”. (Nota del redattore: alcuni studiosi turchi hanno difeso i commenti, dicendo che l’espressione può riferirsi a qualsiasi gruppo definito come bandito dallo Stato, compresi i terroristi).

In che modo la comunità armeno-americana intende sfruttare lo slancio della designazione?

Bloccare la memoria e istituzionalizzarla, sotto forma di ricorrenze annuali, memoriali, musei, cose del genere. L’istituzionalizzazione è una di queste. (Nota dell’editore: una proposta per un museo del genocidio dell’Armenia a Washington esiste da due decenni).

Il numero due è l’istruzione. Penso che almeno una dozzina di Stati abbiano disposizioni formali sull’educazione al genocidio armeno; molti altri Stati in realtà educano sul genocidio armeno.

E le implicazioni legali? Nel 2000 lo Stato della California ha approvato una legge che estende i termini di prescrizione per i crediti di assicurazione sulla vita per le vittime del genocidio, ma la Corte di Appello Nona ha cancellato la legge. Il riconoscimento del genocidio del Presidente Biden cambia l’equazione?

[I tribunali] hanno spesso citato la prelazione federale -che gli Stati non possono intraprendere azioni che non siano coerenti con la politica federale. Diverse leggi statali furono abrogate su quella base giuridica. Alla fine, la Corte Suprema ha deciso di non ascoltare il caso sulla base del fatto che la stessa legge della California era incostituzionale a causa della prelazione federale. Tutto quello che abbiamo fatto in quel mondo [pre-riconoscimento] che è stato abbattuto, e ci sono voluti anni, l’intera arena è ora aperta a noi. Quindi c’è la via legale, e penso che sarà perseguita in modo molto significativo.

I tribunali non possono più dire, questo è in contraddizione con la politica federale degli Stati Uniti. Quella era stata una grande fonte di frustrazione per noi. Il Dipartimento di Stato ha sempre tenuto a dire: “beh, non stiamo negando nulla”. Ma in qualche modo, le loro dichiarazioni hanno finito per bloccare le azioni legali. Quindi è stata negazione.

E le ripercussioni internazionali?

C’è la questione più ampia della giustizia, delle riparazioni e della restituzione. L’America ha firmato la convenzione ONU sul genocidio, insieme alla Turchia. Il titolo della convenzione è‘Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione e la punizione del genocidio’. Fondamentalmente il mondo crede che dovremmo punire il genocidio, perché vogliamo prevenire il genocidio.

La definizione comune di giustizia è rendere la vittima integra, ciò che può essere restituito dovrebbe essere restituito, ciò che non può essere restituito dovrebbe essere risarcito. Penso che tutto dovrebbe essere sul tavolo. Penso che stiamo parlando di proprietà e terra, accesso al mare. Ma non possiamo avere quella discussione, la Turchia non è disposta ad avere quella discussione, perché ancora nega.

Perché hanno investito così tanto su questo tema, per così tanto tempo, a Washington? Perché non vogliono essere isolati su questo problema. Vogliono, nelle loro negazioni, avere altri sui quali appoggiarsi. Man mano che si trovano sempre più isolati e soli, le loro negazioni diventano sempre meno sostenibili.

Dove possiamo aspettarci di vedere la ripresa dell’azione legale?

Ci può essere giustizia a tre diversi livelli.

Un primo fronte sono gli individui, le persone. Ad esempio, la base aerea di Incirlik si trova su terreni agricoli di proprietà di armeni, loro sequestrati illegalmente a seguito del genocidio. Quindi ci sono affermazioni individuali che possono essere perseguite. (Nota dell’editore: nel 2010, i presunti discendenti dei proprietari dismessi di Incirlik hanno citato in giudizio la Turchia presso la Corte Federale di Los Angeles, chiedendo più di 65 milioni di dollari. Incirlik ospita una base chiave dell’aeronautica americana in Medio Oriente.)

In secondo luogo, sono organizzazioni, istituzioni, come la Chiesa armena. Così, ad esempio, la Chiesa armena ha citato in giudizio per la restituzione del suo quartier generale [nell’odierna Kozan], che è stato distrutto e rubato durante il genocidio, e quelli si stanno facendo strada attraverso i tribunali in Turchia e in Europa (Ndr: la prossima udienza del caso era fissata per il 6 maggio).

E poi infine c’è il livello statale. L’Armenia, in quanto membro delle Nazioni Unite, ha la facoltà di perseguire i casi.

E poi, per di più, hai rivendicazioni contro società americane o internazionali (comprese compagnie di assicurazioni sulla vita con richieste relative al genocidio).

Indossando il nostro cappello ANCA, non [saremo coinvolti in altre cause legali]. Ma lavoriamo con molti gruppi diversi e questo è un argomento di discussione molto intensa in questo momento.

Estenderai le tue pressioni per affrontare gli alleati della Turchia? Il Pakistan, ad esempio, ha denunciato quello che ha definito ‘l’approccio unilaterale’ di Biden alla questione del genocidio, guadagnandosi il plauso di Ankara.

Stiamo lavorando a stretto contatto con gli alleati indiano-americani e indù-americani evidenziando le politiche anti-armene del Pakistan (Nota dell’editore: l’Armenia ha accusato il Pakistan di fornire aiuto militare all’Azerbaigian nel conflitto dello scorso anno, cosa che il Pakistan nega). Non riconoscono l’Armenia (l’unico Paese a non farlo). Penso che questa partnership crescerà solo nel tempo.

Ad esempio, vorremmo che i membri del Congresso si concentrassero sulla questione della cooperazione turco-pakistana sulle armi nucleari. Stiamo compiendo uno sforzo concertato per condividere questa preoccupazione con i membri del Congresso. Insieme a greco-americani, indiano-americani, voci sempre più ebreo-americane sono preoccupate per l’argomento. (Nota del redattore: la Turchia ha recentemente intensificato la sua cooperazione militare con il Pakistan dotato di armi nucleari, alimentando rapporti di possibile supporto segreto per un programma turco di armi nucleari).

Con la lotta per il riconoscimento del genocidio ormai terminata, quali sono le tue principali priorità in termini di lobbismo per il Congresso e l’amministrazione Joe Biden?

Aiuti esteri per Artsakh [Nagorno Karabakh] . Questa è una priorità enorme. Il fatto che il Presidente applichi la Sezione 907 che limita gli aiuti statunitensi all’Azerbaigian, questa è un’altra priorità molto alta. (Nota dell’editore: la sezione 907 del Freedom Support Act del 1992 vieta l’assistenza diretta degli Stati Uniti all’Azerbaigian, ma il Presidente può rinunciare alla disposizione per motivi di sicurezza nazionale. I gruppi armeno-americani e l’Azerbaigian sono attualmente bloccati in una lotta lobbistica del Congresso su chi dovrebbe ottenere i finanziamenti per ricostruire il Nagorno-Karabakh dopo i combattimenti dell’anno scorso).

E il ritorno dei prigionieri. Sei mesi dopo la fine della guerra, l’Azerbaigian detiene ancora prigionieri. E sfortunatamente il nostro Dipartimento di Stato li chiama detenuti, che è una soluzione legale per evitare le protezioni normalmente offerte ai prigionieri di guerra. Ovviamente sono prigionieri di guerra. C’era una guerra. Le persone sono state fatte prigioniere. Il governo degli Stati Uniti dovrebbe chiamarli prigionieri di guerra e dire che hanno diritto alle protezioni per i prigionieri di guerra ai sensi della Terza Convenzione di Ginevra.

Hai iniziato la nostra conversazione dicendo che il riconoscimento del genocidio è diventato possibile solo una volta che il campo è stato ripulito dall’influenza straniera. Qui a ‘Foreign Lobby Report’ abbiamo seguito da vicino la campagna di successo della diaspora armena per convincere le aziende a rinunciare alla Turchia come cliente da quando è scoppiato il conflitto nel Nagorno-Karabakh lo scorso autunno. Ritieni che quella campagna abbia un impatto duraturo sulla scena dell’influenza di Washington?

La Turchia ha sempre pagato bene. Per molto tempo [rappresentare Ankara]è stato un buon affare. Ma le cose stanno davvero cambiando. Il loro posto nell’ecosistema del lobbismo è cambiato drasticamente. Sempre più aziende lo considerano una responsabilità professionale. Dovrebbe essere una responsabilità professionale. E siamo attivi in quell’area.

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Ferrara festeggia il suo compatrono armeno S. Maurelio (Estense 07.05.21)

La Chiesa di Ferrara-Comacchio celebra oggi, il 7 maggio, S. Maurelio, compatrono della città con S. Giorgio, con una messa alle ore 18.30 nella Basilica di San Giorgio fuori le Mura dove riposa il corpo del Santo.

Se anche le cronache della sua vita non sono coeve, ma tardo medioevali, S. Maurelio era originario di Edessa, dove nacque nel VII secolo.

Edessa, oggi in Turchia, era una città dell’antica Armenia, che si estendeva nell’Anatolia orientale tra Siria, Iran e mondo greco, dove il cristianesimo era arrivato grazie agli apostoli Giuda Taddeo e Bartolomeo.

Secondo alcuni fu il primo stato a riconoscere come religione propria il cristianesimo nel 301: infatti nel 2001 furono celebrati i 1700 anni di evangelizzazione. E l’evangelizzazione partì proprio da Edessa, la città di origine di S. Maurelio, con la conversione del re Abgar ad opera dell’apostolo Giuda Taddeo, che troverà poi la morte per opera di re Sanatruk in Armenia.

L’opera di Giuda Taddeo sarà continuata dall’apostolo Bartolomeo e successivamente da fedeli provenienti dal mondo greco e siriaco, che faranno delle chiese armene il frutto di culture e spiritualità diverse, arricchite poi dal monachesimo eremitico e cenobitico.

E sarà il mondo monastico benedettino olivetano, infatti, a riportare il culto di S. Maurelio nella città e Chiesa, all’inizio del XV, recuperando la tradizione medioevale di S. Maurelio come ultimo Vescovo di Voghenza, prima che la sede episcopale fosse trasferita nel VII secolo a Ferrara, dove nella chiesa di S. Giorgio, prima Cattedrale della città, era stato traslato nel XII secolo da Edessa, divenuta il primo degli stati crociati nell’Armenia minore, il corpo di S. Maurelio. 

“Ricordare S. Maurelio oggi – afferma il vescovo Gian Carlo Perego – significa ritornare alle origini della nostra Chiesa, che vede in questo santo armeno un tassello della propria evangelizzazione, oltre che il suo copatrono. Al tempo stesso S. Maurelio, martire armeno, ci ricorda le tante persecuzioni di questo popolo cristiano – tra le quali il genocidio del 1915-1923, quando centinaia di migliaia di uomini, donne, anziani, bambini furono uccisi durante il Metz Yegern, il “grande male” – che ha fatto della croce e del martirio il fulcro di una spiritualità e di una testimonianza cristiana”. 

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Festa di San Maurelio compatrono di Ferrara (La Nuova Ferrara)

 

Erdogan ospita i capi cristiani a una cena di “rottura del digiuno” del Ramadan (Agenziafides 06.05.21)

Ankara (Agenzia Fides) – Una cena ufficiale di Iftar (rottura del digiuno) durante il mese di Ramadan, ospitata nel mega-palazzo presidenziale di Ankara e offerta a tutti i capi delle comunità cristiane presenti in Turchia, insieme a altri rappresentanti delle comunità religiose minoritarie nazionali. E’ questa l’iniziativa che il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha voluto realizzare la sera di mercoledì 5 maggio, con l’intento di attestare pubblicamente le buone relazioni tra la leadership turca e le comunità di fede non musulmane presenti in Turchia. L’evento è stato fortemente voluto da Erdogan, anche per il suo impatto simbolico. Il rilievo attribuito dal Presidente turco alla cena con i capi delle comunità di fede non islamiche risalta ancor di più se si tiene conto della situazione generale in cui versa il Paese, dove a causa della crisi pandemica da COVID-19 è stato proibito a tutta la popolazione di consumare comunitariamente Sahur e Iftar, i pasti prima e dopo il digiuno (che durante il mese sacro del Ramadan dura dall’alba al tramonto per tutti i musulmani osservanti).
All’Iftar offerto a Ankara dal Presidente Erdovan hanno preso parte, tra gli altri, il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, il Patriarca armeno di Costantinopoli Sahak Maşalyan, il Metropolita siro ortodosso Yusuf Çetin e il Vicario patriarcale siro cattolico Orhan Abdulahad Çanlı, insieme ai responsabili di alcune Fondazioni e Istituzioni legate alle comunità cristiane. Tra i rappresentanti di comunità di fede non cristiane, figuravano anche il rabbino capo Isak Haleva e il Presidente della comunità ebraica turca Ishak Ibrahimzadeh. Le fonti istituzionali non hanno fornito dettagli sulle conversazioni svoltesi durante l’Iftar, ma nei giorni scorsi sui media turchi erano filtrate indiscrezioni secondo cui tra i temi messi sul tavolo durante la cena ci sarebbero stati anche la questione dei beni immobili da restituire alle fondazioni delle comunità minoritarie, le eventuali richieste delle comunità di fede in merito al progetto di nuova Costituzione e la valutazione della recente dichiarazione con cui il Presidente USA Joe Biden ha definito come “Genocidio” le stragi di armeni perpetrate nella Penisola anatolica tra il 1915 e il 1916.
Di recente, come riferito dall’Agenzia Fides (vedi Fides 27/4/2021), il Presidente Erdogan aveva indirizzato al Patriarca armeno Sahak II un messaggio in occasione del 24 aprile, data in cui le comunità armene sparse in tutto il mondo commemorano il “ Grande Male” (espressione utilizzata per indicare le stragi di armeni avvenute in Anatolia nei primi anni della Prima Guerra mondiale). Nel suo messaggio, il Presidente turco aveva richiamato con enfasi la convivenza secolare tra turchi e armeni in Anatolia, rimarcando l’appartenenza di tutti “alla medesima famiglia umana, indipendentemente dall’etnia, dalla religione, dalla lingua o dal colore”. In quei giorni, il Patriarca armeno Sahak II, in alcune dichiarazioni riportate dai media turchi, aveva espresso rammarico “nel vedere che le sofferenze del nostro popolo e i sacri ricordi dei nostri antenati sono usati come strumento per ottenere obiettivi politici contingenti”, aggiungendo che proprio Erdogan “è stato l’unico statista nella storia della Repubblica di Turchia che ha pubblicato messaggi su questo argomento, in qualità di Primo Ministro e Presidente della Repubblica”, mostrando di condividere “il nostro dolore e un rispetto per la memoria dei nostri figli che hanno perso la vita in esilio”.
Ankara non riconosce le stragi di cui furono vittime gli armeni in Anatolia tra 1915 e 1916 come uno sterminio pianificato su base etnica, considerando quei fatti come una tragica conseguenza dello stato di caos collegato al conflitto bellico che avrebbe condotto alla dissoluzione dell’Impero ottomano. (GV) (Agenzia Fides 6/5/2021)

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