In rotta con Mosca, l’Azerbaigian ora minaccia di armare Kiev (Il Manifesto 16.08.25)

Con l’Ucraina al centro dell’incontro di venerdì sera tra Donald Trump e Vladimir Putin chissà se i due leader avranno discusso questioni più “laterali”, quali gli ultimi sviluppi nei negoziati di pace azero-armeni.

Leggendo il vertice in Alaska come una novecentesca spartizione di sfere d’influenza, l’intesa firmata l’8 agosto da Azerbaijan e Armenia a Washington (e con la mediazione statunitense) può essere interpretata come un’interferenza in quella che è una tradizionale zona di dominio del Cremlino.

A maggior ragione se, come sembra suggerire la felpa con la scritta “Urss” sfoggiata dal ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, ancora aleggiano sogni di “restaurazione imperiale”. L’egemonia della Federazione nel Caucaso del sud è però da tempo in discussione e le relazioni bilaterali di Mosca tanto con Erevan quanto, soprattutto, con Baku, sono ai minimi storici.

A fare scalpore in questo senso a inizio settimana, una presunta dichiarazione del presidente azero Ilham Aliyev che starebbe prendendo in considerazione la revoca del veto sull’assistenza militare a Kiev, oltre a quella umanitaria già in corso: lo ha riferito il canale filo-governativo Caliber, citando fonti «ben informate sui fatti».

SI TRATTEREBBE di un cambiamento a 360 gradi della politica della repubblica caucasica in merito al conflitto in Ucraina: dalla rigorosa neutralità delle fasi iniziali, nelle quali anzi veniva firmato un trattato di cooperazione con Mosca, a un sostegno sempre più pieno al paese aggredito. D’altronde a fine luglio Baku e Kiev siglavano il loro primo accordo per le forniture di gas, che dai pozzi del Caspio vengono ora pompati verso la pianura sarmatica grazie al condotto TransBalkan.

Ecco che circa una settimana dopo, il 6 agosto, droni russi su Odessa sono andati a colpire un impianto di compressione legato alla compagnia di stato azera Socar. Per alcuni analisti non si sarebbe trattato di una semplice “vittima collaterale” della campagna di bombardamenti sulle infrastrutture che il Cremlino continua a portare avanti in Ucraina, dal momento che diversi ordigni sarebbero andati a mirare proprio quell’impianto.

A ogni modo, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e Aliyev hanno colto “il danno al balzo” e domenica scorsa hanno condannato pubblicamente l’accaduto puntando il dito contro Mosca. Da lì l’annuncio da parte di Baku dell’approvazione di 2 milioni di dollari di aiuti umanitari per il paese aggredito (ne sono stati mandati circa 40 milioni dall’inizio dell’invasione) e poi le voci su possibili forniture d’arma.

LA CONTROPARTE RUSSA non è rimasta in silenzio. Sulla televisione di stato, il conduttore Vladimir Solovyov (mai parco di annunci roboanti) ha paventato la possibilità che il Cremlino venga costretto a condurre una “operazione militare speciale” anche sulle rive del Caspio, oltre a quella in corso in Ucraina. Una minaccia reiterata attraverso i social pure dall’ex-militare e deputato di Russia Unita Andrey Gurulyov, che in più ha suggerito la necessità di imporre un embargo commerciale sui prodotti provenienti da Baku e di intensificare la repressione nei confronti dei cittadini azeri presenti sul territorio della Federazione.

Dietro la spaccatura tra Azerbaijan e Russia (e la conseguente convergenza azero-ucraina) c’è indubbiamente l’interesse di Baku di rafforzarsi nel ruolo di fornitore di energia per l’Unione Europea. Non manca però anche l’aspetto personalistico. In un’intervista concessa a Fox News questa settimana, Aliyev ha dato l’idea di non aver mai perdonato Putin per le mancate scuse dopo l’incidente dello scorso dicembre di un aereo della compagnia di bandiera azera causato dalla contraerea di Mosca. In modo non poi così diverso, si può leggere l’attivismo di Trump nel Caucaso in chiave anti-russa o anti-iraniana (o entrambe le cose, visto che dalla regione passano le vie di comunicazione terrestri tra i due paesi).

AL CONTEMPO, tuttavia, i vertici del Cremlino vengono accolti col tappeto rosso sulla questione ucraina e non va dimenticato che, al netto delle tensioni retoriche e non, la Federazione mantiene ancora una discreta presenza militare ed economica sia in Azerbaijan che in Armenia. Più che una spartizione, allora, sembra più quasi un disegno di “coabitazione imperiale” in cui Putin subappalta a Trump il ruolo di paciere e stabilizzatore regionale per disimpegnarsi, ma solo fino a dove conviene.

Va da sé però che l’“attivismo negoziale” a stelle e strisce rimane molto di facciata ed è più che probabile che gli apparenti successi (celebrati dalla Casa Bianca come passi verso il Nobel) andranno a scontrarsi coi nodi critici lasciati irrisolti e con gli interessi dei diversi attori su vari dossier (energia, infrastrutture, sicurezza…), storicamente difficili da conciliare.

Il Festival Internazionale del Folklore, alla XIX edizione, ha registrato il successo annunciato (Gazzetta Benevento 16.05.25)

Il Festival Internazionale del Folklore, alla XIX edizione, ha visto un pienone annunciato, anche grazie alla nuova location, ma soprattutto grazie ad una proposta innovativa e decisamente multietnica.
“Da sempre, il bel borgo dell’Alto Beneventano sannita – si legge nella nota inviata alla Stampa – offre un festival che fa parlare di sé.
Gruppi provenienti da Armenia, Mexico, Martinica (foto) già dalle prime ore della giornata hanno animato i vicoli e le piazze del paese, offrendo una straordinaria performance itinerante che ha concesso attimi di pura condivisione, sia in termini culturali, sia in termini di richiesta di pace.
Tamburi, chitarre, guitarròn, pimax, bangio, violini, bandol, maracas, duduk,kamancha, saz, darbuka, bouzouki hanno sparse note etniche coronate da balli e canti che, nell’inneggiare la tradizione, hanno formulato risposte forti e nette su come si deve tornare a parlare di concetti nobile e lasciare a nei cassetti più reconditi, la voglia sfrenata di conquiste accentuate e garantite da bombe e morti d’innocenti.
Un festival partecipato, circa millecinquecento le persone accorse nella splendida piazza Municipio, per applaudire Lino Rufo e Stefano Saletti ensemble, con la nuova creatura dedicata a Giose Rimanelli, scrittore, poeta e saggista molisano, J Janare baselicesi che hanno rievocato la strega Coletta, e le performance dei gruppi provenienti da Mexico, Armenia e Martinica.
Tre ore di spettacolo a cura del gruppo Murgantia.
Il sindaco di Baselice, Massimo Maddalena, nel patrocinare l’evento, ha sottolineato come questo sia diventato imprescindibile per la cittadina e per l’intera area forturina.
Il presidente del gruppo Murgantia, Enzo Cocca, non ha nascosto l’emozione e orgogliosamente ha voluto omaggiare gli ospiti e soprattutto porre l’accento sulla felice ristrutturazione del gruppo folkolorico locale.
Applausi, emozioni, ricordi e soprattutto speranza per un futuro senza antagonismi, senza l’oligarchia dei regimi che minano incontri e scambi culturali, fonti uniche di vera condivisione.
La forza del mondo sta nelle idee globali, accettare differenza e condividerne le parti migliori senza retorica e prevaricazioni l’urlo della piazza che non ha mai fatto mancare il giusto apporto agli artisti che, con le loro straordinarie esibizioni, hanno esaltato identità, tradizioni, e soprattutto aggregazione.
La serata, condotta dal giornalista Maurizio Varriano, ha concesso alla splendida luna affacciatasi in tutto il suo splendore, una serata che rimarrà indelebile nei cuori di una Baselice che non dimentica e spera che ogni disgrazia sia fonte di nuovo rinascimento.
Un ricordo a chi ci ha lasciato troppo presto e un caloroso abbraccio a chi da qualche giorno non da notizie di sé”.

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Armenia: l’Ambasciatore Ferranti a Dilijan (Aise 14.08.25)

JEREVAN\ aise\ – L’Ambasciatore italiano in Armenia, Alessandro Ferranti, accompagnato da alcuni funzionari della Sede, nei giorni scorsi si è recato in visita a Dilijan dove è stato accolto dal Sindaco della Città, Davit Sargsyan. Nel corso del cordiale colloquio è emersa la comune volontà di realizzare iniziative di mutuo interesse, con particolare riguardo all’ambito culturale.
La visita – riporta l’Ambasciata – è poi proseguita presso la sede di Green Rock, società internazionale dedita alla realizzazione di progetti finalizzati allo sviluppo economico e al benessere sociale dell’Armenia.
Durante l’incontro sono stati presentati i progetti in corso e futuri di Green Rock, tra cui in particolare l’apertura, prevista per il prossimo autunno a Dilijan, di una rappresentanza armena della rinomata Apicius International School of Hospitality di Firenze, un’Accademia per la formazione in Management dell’Ospitalità, Enogastronomia e Benessere.
Il percorso accademico sarà condotto anche da esperti italiani del settore e gli studenti avranno l’occasione di trascorrere un anno della loro formazione presso la Scuola Apicius a Firenze.
Il progetto “Apicius Armenia” – sottolinea l’Ambasciata – rappresenta una significativa opportunità di sviluppo regionale e mira a promuovere e a rafforzare i legami educativo-culturali e gli scambi commerciali tra Italia ed Armenia, valorizzando il know-how e i prodotti di eccellenza della nostra tradizione eno-gastronomica.
La visita si è conclusa al Museo e Galleria d’Arte di Dilijan per un tour guidato in cui è stato possibile ammirare una panoramica della storia e della cultura materiale della regione di Tavush. La Galleria espone un gran numero di opere di artisti armeni e stranieri, tra cui anche italiani. (aise)

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Il vertice in Alaska e quei 47 chilometri nel Caucaso. Il prezzo di Trump per salvare Putin (Quotidiano 14.08.25)

Il presidente determinato ad affermare la sua presenza nella regione cerniera fra l’Asia Centrale e l’Ue e tagliare fuori la Cina. La chiave è il corridoio di Zangezur tra Azerbaigian, Iran e Armenia

Roma, 14 agosto 2025 – Il vertice di venerdì potrebbe risolversi con un enorme salvagente tirato dal presidente americano, Donald Trump, a quello russo, Vladimir Putin, sulla carta il nemico storico degli USA. Ma nel mondo multipolare, anche le alleanze diventano più fluide, così fluide da riuscire addirittura a ribaltarsi.

Il pericolo numero uno si chiama Pechino e il tycoon è pronto a salvare di fatto la Russia dall’isolamento internazionale, anche se non lo farà gratis. Per sua stessa definizione, il presidente fa accordi e quello con Putin riguarda una pacifica convivenza in determinate aree del mondo, evidentemente per entrambi più simile a una torta e dove entrambi vogliono la loro fetta.in

L’Artico è la parte con più crema, ma non è l’unica a fare gola al tycoon. Con l’accordo fra Azerbaigian e Armenia, gli USA ora fanno parte a pieno titolo anche della partita sul Caucaso, regione per lungo tempo di pertinenza esclusiva della Russia, ma dove Mosca ha perso molto terreno negli ultimi decenni.

C’è una parte di quest’area, in particolare, che fa gola agli USA: il corridoio di Zangezur. In tutto, sono 47 chilometri. Tecnicamente, servirà a connettere l’Azerbaigian con la exclave di Nakhchivan. Due terre separate dall’Armenia. Baku e Yerevan sono nemiche giurate per motivi religiosi e territoriali, con la prima uscita notevolmente rafforzata dopo le guerre fra il 2020 e il 2023, che le hanno permesso di riconquistare molte posizioni in Nagorno-Karabakh, a maggioranza armena, ma di fatto in territorio azero.

All’Armenia, uscita sconfitta, non è rimasto altro che accettare condizioni molto pesanti, fra cui acconsentire alla costruzione del Corridoio Zangezur e realizzarne una parte. L’accordo è stato mediato proprio da Donald Trump che, come ‘garanzia’ per la pacificazione dell’area ha imposto/proposto che il corridoio, che consisterà in una sede ferroviaria e una stradale, sia gestito dagli USA.

Se l’affare dovesse andare in porto, la gestione per 100 anni del Corridorio di Zangezur potrebbe fare entrare nelle casse statali dai 50 ai 100 miliardi di dollari all’anno. Il passaggio, poi, connetterebbe il Caspio con la Turchia e dunque con l’Europa.

Un disegno altamente strategico, da cui, però, rimangono fuori Russia e Cina, anche se in modo diverso. Mosca dovrà accettare di essere ridotta a un ruolo di comparsa in un territorio dove prima era la protagonista assoluta, con in cambio, forse, la possibilità di mantenere una presenza in Siria, Paese vitale per la sua prospezione sul Mediterraneo.

L’opera, poi, penalizzerà l’Iran, che si trova in una posizione di forte debolezza a causa degli eventi successivi al 7 ottobre e il ‘colpo di grazia’ inferto da Israele e Stati Uniti, e che quindi potrà obiettare ben poco. Ma dietro c’è una vittima ancora più eccellente. Si tratta della Cina, che proprio con la Repubblica Islamica ha avviato un imponente programma di investimenti per potenziare la sua presenza sull’area e che sembra aver puntato su un cavallo che è tutto, ma non vincente.

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La via verso la pace tra Azerbaigian, Armenia e Caucaso meridionale (Trt Global 14.08.25)

Si è vissuto un momento storico alla Casa Bianca quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha invitato i leader di Armenia e Azerbaigian a un grande vertice di pace a Washington. Questo vertice sembra finalmente aver posto fine a uno dei conflitti più lunghi in corso dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev, dopo aver firmato nuovi accordi strategici con gli Stati Uniti, hanno approvato una dichiarazione congiunta ritenuta capace di risolvere pacificamente le dispute tra i due paesi che durano da decenni.

Due elementi fondamentali di questo percorso verso la pace sono: il riconoscimento reciproco, da parte delle due parti, dei confini internazionali senza rivendicazioni territoriali, e la creazione di una via di transito attraverso una stretta fascia a sud dell’Armenia che colleghi il territorio exclave azero del Nakhchivan con il resto dell’Azerbaigian.

Questo corridoio, chiamato Trump International Route for Peace and Prosperity (TRIPP), sarà gestito per 99 anni da un consorzio economico sostenuto dagli Stati Uniti.

L’idea di un corridoio di trasporto in questa regione non è nuova. Una tale rotta è esistita in varie forme per decenni, ma l’Armenia ne ha ostacolato l’utilizzo negli anni ’90.

Dopo la seconda guerra del Karabakh, questa idea è tornata alla ribalta con il nome di Corridoio di Zangezur, ma non sono stati compiuti grandi progressi.

Tuttavia, a prescindere dal nome, poiché serve gli interessi di tutte le parti coinvolte, nessuno sembra opporsi alla sua creazione.

I benefici per la Türkiye

Il processo di normalizzazione tra Armenia e Azerbaigian ha due principali implicazioni geopolitiche per la Türkiye. La prima è la possibilità di rendere più resilienti le rotte di trasporto che collegano la Türkiye al cuore dell’Eurasia.

Attualmente, la principale rotta turca passa attraverso la Georgia, l’Azerbaigian e poi attraversa il Mar Caspio verso l’Asia centrale.

Questa è una rotta già collaudata che ha consolidato il ruolo della Türkiye come hub regionale di trasporto. La ferrovia Baku-Tbilisi-Kars, l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan e il Corridoio del Gas Meridionale svolgono un ruolo centrale nel collegamento della Türkiye ai mercati globali.

Il progetto TRIPP non è stato concepito per competere con queste rotte esistenti, ma per integrarle.

Aggiungere una seconda rotta commerciale attraverso il Nakhchivan, l’Armenia e poi l’Azerbaigian fornirà un’alternativa in caso di instabilità regionale o eventi geopolitici che colpiscano il corridoio georgiano, garantendo così la sicurezza degli scambi orientali della Türkiye.

Inoltre, questo corridoio permetterà un collegamento diretto per il transito e la comunicazione tra la Türkiye e gli altri paesi turcofoni dell’Eurasia.

Questa iniziativa rappresenta un grande successo geopolitico, poiché offre l’opportunità di una maggiore integrazione all’interno dell’Organizzazione degli Stati Turchi (TDT).

Fondata nel 2009 come Consiglio Turco, la TDT mira ad approfondire i legami culturali, storici e linguistici tra gli stati turcofoni dell’Eurasia, oltre a rafforzare le relazioni economiche e commerciali.

Il secondo risultato riguarda la creazione di un maggiore spazio politico per la normalizzazione tra Türkiye e Armenia.

Le relazioni tra Türkiye e Armenia sono state difficili negli ultimi anni. Sebbene la Türkiye sia stato uno dei primi paesi a riconoscere l’indipendenza dell’Armenia dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, i rapporti si sono rapidamente deteriorati a causa dell’occupazione azera da parte dell’Armenia nei primi anni ’90.

Nel 1993, la Türkiye sostenne una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva il ritiro delle forze armene dalla regione di Kelbajar, occupata durante i conflitti.

Più tardi, nello stesso anno, le relazioni diplomatiche tra i due paesi si interruppero e la Türkiye chiuse il confine con l’Armenia. Da allora, le interazioni diplomatiche turco-armene hanno seguito un andamento altalenante.

Prima di riconquistare completamente i suoi territori nel settembre 2023, l’Azerbaigian aveva già ripreso gran parte dei territori occupati negli anni ’90 durante la seconda guerra del Karabakh nel 2020.

Dopo che Kelbajar è tornata sotto il controllo azero nel novembre 2020, molti si sono chiesti se ciò avrebbe potuto rappresentare un’opportunità per rinnovare le relazioni diplomatiche tra Türkiye e Armenia.

Tuttavia, oltre alla questione di Kelbajar, Ankara ha costantemente sostenuto che veri negoziati con l’Armenia sarebbero possibili solo in seguito alla normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian e alla firma di un accordo di pace.

Ora che il processo di ratifica di un accordo di pace è in corso, potrebbero emergere nuove opportunità per le relazioni Türkiye-Armenia.

Panoramica generale

È importante sottolineare che i benefici della normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian non sono limitati ad Ankara e Baku. Anche Erevan ne trarrebbe vantaggio.

L’Armenia, un paese povero, è stata esclusa per circa 35 anni dalla maggior parte dei grandi progetti regionali di infrastrutture energetiche e di trasporto a causa del conflitto irrisolto del Karabakh.

È difficile stimare quanto investimento straniero l’Armenia abbia perso a causa di questo, ma si può dire che miliardi di dollari in potenziali progetti sono passati oltre il paese.

Con la prospettiva di pace all’orizzonte, l’Armenia potrà avere relazioni normali con i suoi vicini e partecipare a nuove iniziative infrastrutturali nel settore energetico e commerciale.

Col tempo, ciò potrebbe portare benefici significativi all’economia armena.

Per la Türkiye, l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian rappresenta non solo nuovi progetti infrastrutturali, ma anche un’opportunità per promuovere una cooperazione più stretta con il Caucaso meridionale, la stabilità, la crescita economica e la connettività regionale.

Completando i corridoi di transito esistenti, aprendo la porta alla normalizzazione con l’Armenia e rafforzando come mai prima i legami con il mondo turcofono, la Türkiye può contribuire all’inizio di una nuova era nel Caucaso meridionale, in cui la cooperazione sostituisce il conflitto e la prosperità condivisa diventa la base di una pace duratura.

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L’operazione geopolitica che ha portato all’accordo tra Armenia e Azerbaigian: nuovi canali per energia e merci che aggirano Putin (Il Riformista 14.08.25)

L’intesa per la pace raggiunta dalle due nazioni ‘grazie’ alla volontà di Washington di ridefinire gli equilibri commerciali e politici dell’area, a discapito della Russia e dell’Iran

Dietro la facciata di un accordo di pace per chiudere decenni di conflitto tra Armenia e Azerbaigian, si cela un’operazione di ingegneria geopolitica volta a ridisegnare il Caucaso meridionale in chiave filo-occidentale e a mettere Washington nella posizione di arbitro dei flussi commerciali, energetici e digitali dell’area.

Il fulcro è il nuovo corridoio di transito attraverso l’Armenia meridionale che collegherà l’Azerbaigian all’enclave di Nakhchivan, per poi proseguire verso la Turchia e l’Europa. Se gli Stati Uniti assumeranno la regia nella costruzione e gestione dell’arteria, otterranno il controllo di un importante checkpoint. Una leva che permetterà a Washington di colpire l’elusione delle sanzioni, monitorare i flussi dal Caspio e determinare tempi e costi con cui l’Europa potrà ridurre la dipendenza dall’energia russa. La logica è semplice: chi controlla i colli di bottiglia, detta le regole.

L’uscita dall’ombrello russo

Per Erevan, la posta in gioco è la sopravvivenza e l’uscita da un ombrello di sicurezza russo ormai logoro. Al contrario di Baku, è senza sbocco sul mare, povera di idrocarburi, ma ricca di rame, oro e capitale umano. Produce scacchisti di livello mondiale, un fiorente settore informatico e una diaspora politicamente influente. Eppure è strategicamente vulnerabile: incuneata tra Turchia e Azerbaigian, dipendente da Georgia e Iran per l’accesso e ancora legata alla Russia per la sicurezza. In cambio dell’accordo, l’Armenia riceverà addestramento occidentale, tecnologie di sorveglianza di frontiera, investimenti e un flusso stabile di entrate dal transito. Se il progetto verrà realizzato con confini sicuri, regole di arbitrato chiare e flussi finanziari regolari, potrà innescare riforme strutturali e investimenti privati che Mosca non è in grado di offrire. Ma basterà un tradimento delle promesse per provocare un rapido rigetto politico interno.

Per Baku, l’accordo consolida i guadagni militari del 2023 e garantisce un collegamento più agevole con Nakhchivan e la Turchia, rafforzando al contempo i legami con la finanza, la tecnologia e — potenzialmente — la difesa statunitense. L’Azerbaijan pompa circa 600 kbpd e vanta la più antica produzione petrolifera commerciale al mondo. Nel 1846, il primo pozzo petrolifero trivellato meccanicamente fu scavato vicino a Baku, 13 anni prima del famoso pozzo di Titusville negli Stati Uniti. In cambio, l’Azerbaigian dovrà accettare una maggiore vigilanza occidentale su diritti umani, controlli all’export e spedizioni sensibili. La Turchia, da parte sua, vede avanzare il progetto di “Middle Corridor” che collega l’Asia centrale all’Europa e unisce economicamente il mondo turcofono. Con gli Stati Uniti in cabina di regia, Ankara dovrà però condividere l’influenza con un set di regole americane su dogane, cybersicurezza e finanza, trasformando quello che poteva essere un asse Ankara-Baku in un progetto multilaterale sotto supervisione Usa.

Chi sono i veri sconfitti

I veri sconfitti sono Russia e Iran. Mosca perde il ruolo di mediatore regionale e vede smantellarsi una parte della rete economica caucasica che garantiva canali di elusione delle sanzioni. Teheran si ritrova con un nuovo corridoio commerciale a nord del proprio confine. L’Armenia avrebbe concesso in locazione agli Stati Uniti, per 99 anni, un’area situata nella parte meridionale del Paese per l’istituzione di un corridoio NATO verso il Mar Caspio, interrompendo di fatto il confine con l’Iran. Di conseguenza, l’Armenia non condivide più un confine con l’Iran ai fini commerciali. Entrambi quindi tenderanno a sabotare l’intesa con pressioni di confine, attività per procura e propaganda. Per l’Europa, l’intesa realizza un obiettivo inseguito dal 2014: nuovi canali per energia e merci che aggirano la Russia.

Se gestito dagli Usa, il corridoio garantirà anche un monitoraggio più serrato dei carichi, rafforzando l’applicazione delle sanzioni e le regole commerciali. Avranno benefici anche le repubbliche centroasiatiche, che disporranno di una via d’accesso all’Europa alternativa sia a Mosca che a Teheran. Per Washington, la partita è imprimere il proprio “ruleset” su un crocevia strategico: dominare pagamenti, assicurazioni, compliance, comunicazioni e cybersicurezza per avere piena visibilità dei flussi, beneficiarne e rallentarli se necessario. L’operazione apre spazio a imprese, banche e assicuratori statunitensi, getta le basi per cooperazioni di difesa e intelligence senza basi permanenti e costituisce una polizza d’assicurazione: se l’Europa avrà bisogno di energia o materie prime critiche, saranno gli Stati Uniti a decidere se aprire o chiudere il rubinetto. La cerimonia di pace è la vetrina: il vero trofeo è il controllo del corridoio.

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Il controverso accordo tra Vaticano e Azerbaigian (Renovatio21 13.08.25)

Il 25 luglio 2025, la Santa Sede ha firmato un accordo con l’Azerbaigian volto a promuovere il dialogo interreligioso e la cooperazione nell’educazione religiosa. L’iniziativa ha scatenato un’ondata di critiche alimentata da gravi accuse contro il governo azero, in particolare per quanto riguarda la pulizia etnica, che a volte si dice abbia preso di mira i cristiani.

Accordo o pomo della discordia? Il testo firmato a Baku dal cardinale George Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, giunge in un contesto geopolitico teso, a meno di due anni dall’offensiva militare azera del 2023, che ha portato allo scioglimento dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh, nella regione contesa del Nagorno-Karabakh.

Questa enclave, riconosciuta a livello internazionale come parte dell’Azerbaigian, era popolata e controllata da cristiani armeni fino all’operazione militare che ne ha costretto l’esodo. Molti osservatori denunciano questa offensiva come un atto di pulizia etnica, indicando la distruzione o la profanazione di siti religiosi, chiese e cimiteri armeni nella regione.

In questo contesto, la decisione del Vaticano ha suscitato incomprensione e indignazione tra alcuni cristiani della regione. I critici, tra cui influenti voci armene, accusano il governo azero di praticare la «diplomazia del caviale», una strategia volta a influenzare la politica estera attraverso investimenti culturali ed economici.

Questa pratica, secondo i critici, include generosi finanziamenti per progetti vaticani, in particolare attraverso la Fondazione Heydar Aliyev, guidata dalla first lady azera. La fondazione ha finanziato progetti di restauro in Vaticano, tra cui le Catacombe di Marcellino e Pietro, Commodilla, San Sebastiano, una statua nei Musei Vaticani e oltre 3.000 libri e 75 manoscritti nella Biblioteca Apostolica Vaticana.

Questi contributi finanziari sollevano interrogativi sulla possibile influenza dell’Azerbaijan sulle decisioni della Santa Sede, tanto che alcuni arrivano a parlare di «insabbiamento ecclesiastico» per minimizzare le obiezioni cattoliche alle azioni di Baku nel Nagorno-Karabakh.

I legami tra il Vaticano e l’Azerbaigian non sono nuovi. Nel 2011, un accordo fu mediato dal cardinale Claudio Gugerotti, allora Nunzio Apostolico, che pose le basi per la cooperazione diplomatica. Il cardinale Koovakad elogiò il nuovo accordo come «strumento prezioso per promuovere il principio della libertà religiosa», sottolineando il rispetto dell’Azerbaigian per le comunità religiose minoritarie e la possibilità di una coesistenza armoniosa tra cristiani e musulmani.

Ha parlato anche di priorità comuni, come la tutela dell’ambiente e l’uso etico dell’Intelligenza Artificiale: prova che il beato angelismo ereditato dall’ecumenismo del Vaticano II non è ancora del tutto scomparso.

Da parte degli ortodossi, le cui critiche a Roma vanno sempre prese con le pinze, l’atteggiamento del Vaticano non deve essere considerato ingenuo: monsignor Vicken Aykazian, direttore ecumenico della diocesi orientale della Chiesa apostolica armena d’America (non cattolica), ha fortemente criticato l’ impegno del Vaticano.

In un’intervista con The Pillar, il prelato ha affermato che «il Vaticano riceve denaro dall’Azerbaigian da tempo», citando come esempio i restauri finanziati nelle catacombe romane. Ha affermato che questi legami finanziari influenzano la diplomazia vaticana, a scapito delle relazioni storiche con l’Armenia, la prima nazione ad adottare il cristianesimo nel 301.

Le critiche provengono da ben oltre i circoli armeni. Oltre 300 accademici e professionisti da tutto il mondo hanno firmato una dichiarazione in cui condannano quella che ritengono essere la «complicità» della Santa Sede in quella che definiscono la «cancellazione culturale» del patrimonio armeno da parte dell’Azerbaigian.

Questa dichiarazione fa seguito a una controversa conferenza tenutasi il 10 aprile 2025 presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, intitolata «Il cristianesimo in Azerbaigian: storia e modernità». Organizzata da istituzioni azere, la conferenza è stata vista come un tentativo di riscrivere la storia minimizzando la presenza armena nella regione, etichettando anche le chiese armene come «albanesi caucasiche».

Il quadro necessita di qualche sfumatura: la Santa Sede, data la sua posizione unica sulla scena internazionale, cerca spesso di mantenere relazioni con regimi controversi per promuovere un certo grado di pace e facilitare la missione della Chiesa in territori in cui la sua esistenza è talvolta minacciata. Dimostrando un certo realismo, il cardinale Koovakad, durante la firma del controverso accordo, ha insistito sulla necessità di «gesti concreti di cooperazione», in particolare da parte dell’Azerbaigian.

Ma è improbabile che queste precauzioni siano sufficienti a disarmare i critici di coloro che temono che la Santa Sede rischi di compromettere la propria credibilità morale, in particolare tra le comunità cristiane armene che si sentono abbandonate.

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ARMENIA – AZERBAIJAN. Dalla pace Yerevan-Baku gli USA ereditano un corridoio per controllare l’Iran (Agcnews 12.08.25)

L’8 agosto in visione mondiale si sono tenuti i colloqui trilaterali tra İlham Aliyev, Donald Trump e Nikol Vovayi Pashinyan. Trump prima della firma ha annunciato trionfante: “Azerbaigian e Armenia si impegnano a una cessazione definitiva e definitiva delle ostilità”. 

Il presidente americano ha annunciato il congelamento della Sezione 907 contro l’Azerbaigian. La Sezione 907 del Freedom Support Act è stata approvata dal Congresso degli Stati Uniti nel 1992 e proibiva qualsiasi assistenza militare da parte del governo statunitense all’Azerbaigian. Alle 22:04 dell’8 agosto i presidenti di Armenia e Azerbaijan hanno siglato gli accordi di pace con successiva stretta di mano.

“Questo è davvero un giorno storico”, afferma la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense Tulsi Gabbard a proposito della pace tra Armenia e Azerbaigian. “Sotto la guida di questo presidente, questo storico accordo di pace è diventato realtà… questi due paesi sono in conflitto… da oltre 35 anni!”.

In esalta di storico c’è che per la prima volta gli Stati Uniti controlleranno il Caucaso sud e di riflesso l’Iran con un posto in prima fila per osservare direttamente i russi e Turchia. Se ne è parlato molto poco ma l’accordo di pace Azerbaijan e Armenia porta in pancia anche il fatto che parte del corridoio Zangezur che attraversa l’Armenia sarebbe stata trasferita a una società americana per 99 anni. Già soprannominata la “stada di Trump”. Lo stesso corridoio fu il motivo per cui anche nell’ultima guerra tra Azerbaijan e Armenia l’Iran si schierò con l’Armenia. Fu l’oggetto delle aggressioni del 2020 tra Armenia e Azerbaijan. Idealmente il corridoio collegherà l’Azerbaigian con l’enclave di Nakhchivan. Di fatto permetterà agli Stati Uniti di controllare l’Iran e porterà tanti soldi in cassa a chi gestirà il corridoio e non stupirà se alla fine il consorzio sarà gestito da Stati Uniti e Israele.

Secondo fonti social iraniane: “In futuro, gruppi e basi delle Forze per le Operazioni Speciali statunitensi, francesi e israeliane appariranno ufficialmente e pienamente nella regione. Si stanno creando tutte le condizioni necessarie per creare una linea del fronte contro Russia e Iran, nonché per condurre operazioni NATO attraverso una nuova versione degli Accordi di Abramo, ma mirata all’Asia centrale”

Anche i lobbisti armeni negli Stati Uniti non sono soddisfatti degli accordi. Il Comitato Nazionale Armeno (ANCA) – sulla pace tra Armenia e Azerbaigian: “Il piano di pace di Trump significa il crollo dello Stato armeno e la completa sconfitta del popolo armeno. Questo è un profondo tradimento di un antico popolo cristiano. Trump avrebbe dovuto sostenere l’Armenia, ripristinare l’Artsakh e imporre sanzioni all’Azerbaigian”.

L’opinione degli analisti turchi sull’Accordo di Pace Tripartito: “Se gli Stati Uniti riusciranno a mantenere il dominio mondiale in Oriente per altri 50 anni, ciò accadrà grazie a tre fattori: “L’amore della Russia per i conflitti congelati – le terribili conseguenze di guerre incompiute che non si concluderanno mai a suo favore; la pazienza strategica dell’Iran, che capisce che i suoi rivali vogliono la guerra, ed è quindi costretto a fare concessioni; La riluttanza della Cina ad abbandonare il suo approccio orientato al commercio”. 

Il Ministro degli Esteri turco Hakan Fidan: “Il corridoio Zengezur collegherà il mondo turco con l’Europa attraverso la Turchia. Questo progetto è di importanza strategica in termini di integrazione regionale e rafforzamento dei legami logistici. L’Azerbaigian ci ha informato sul corridoio”.

I punti principali di questo documento li riportiamo a seguire: “Il protocollo sull’accordo di pace è stato firmato: le parti hanno assistito alla parafatura del testo dell’”Accordo sulla pace e l’istituzione di relazioni interstatali” da parte dei ministri degli Esteri. Sono in corso le fasi per la firma e l’approvazione finale. Il Gruppo di Minsk è ufficialmente chiuso: una lettera congiunta sul Chiusura del Gruppo di Minsk dell’OSCE e delle strutture correlate.

I Corridoi di trasporto e TRIPP: è stato deciso di aprire corridoi di trasporto nel rispetto della sovranità. L’Armenia coopererà con gli Stati Uniti e altre parti al progetto Trump International Pathway for Peace and Prosperity (TRIPP) sul suo territorio. Rifiuto della vendetta: l’inviolabilità dei confini è stata riaffermata sulla base della Dichiarazione di Almaty del 1991. Le parti hanno dichiarato di “respingere categoricamente ed escludere qualsiasi tentativo di vendetta nel presente e nel futuro”.

Gratitudine a Trump: i leader hanno espresso profonda gratitudine al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per aver ospitato il vertice e aver contribuito alla pace”.

Il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha aperto la possibilità di uno scambio di territori tra Armenia e Azerbaigian: “Ci sono territori che, secondo questa logica, ci appartengono, ma sono sotto il controllo dell’Azerbaigian, e ci sono territori che appartengono all’Azerbaigian, ma sono sotto il nostro controllo”.

E ancora, l’accordo energetico firmato da Trump e Pashinyan presuppone che gli Stati Uniti coopereranno e sosterranno l’Armenia in materia di sicurezza energetica; in particolare, si attribuisce importanza allo sviluppo dell’energia nucleare civile e gli Stati Uniti si dichiarano disponibili a investire in questo settore. In particolare, per quanto riguarda la costruzione di una nuova centrale nucleare, gli Stati Uniti forniranno un supporto tangibile all’Armenia. Non è molto chiaro che tipo di progetto gli americani saranno in grado di offrire a Yerevan, né come garantiranno le forniture di combustibile e il riprocessamento del combustibile nucleare esaurito.

Il Ministero degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi ha accolto con favore l’accordo raggiunto ieri tra Azerbaigian e Armenia. Ma l’Iran si oppone alla creazione di un corridoio che attraverserà l’Armenia e collegherà la parte principale dell’Azerbaigian con l’enclave Nakhichevan, ha affermato il consigliere di Khamenei. “I paesi della NATO vogliono indebolire la cooperazione tra Iran e Russia trasferendo il corridoio di Zangezur sotto il controllo degli Stati Unito”. Il consigliere di Khamenei ha affermato che l’Azerbaigian può utilizzare il territorio iraniano per stabilire comunicazioni con il Nakhichevan invece di modificare i confini.

Anna Lotti

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Corridoio di Syunik e il ruolo degli Stati Uniti (L’Antidiplomatico 12.08.25)

di Francesco Dall’Aglio*

L’idea che a giorni la 101a aviotrasportata si sarebbe lanciata in Armenia per prendere il controllo del corridoio di Syunik (è in Armenia, quindi si chiama di Syunik e non di Zangezur che è il nome azero, e così lo si chiamerà su questa pagine) per costruirvi una linea ferroviaria e un’autostrada che gli USA avrebbero usato per attaccare l’Iran da nord e che la Turchia avrebbe usato per lanciarsi nell’Asia Centrale distruggendo in un sol colpo sia il passante nord-sud Russia-Oceano Indiano che la Belt and Road cinese e danneggiando in un colpo solo Iran, Russia e Cina era, in effetti, un po’ peregrina. Altrettanto peregrino era immaginare che Pashinyan avrebbe davvero ceduto all’Azerbaijan o agli USA il territorio in questione, che non è oggetto di disputa e mai lo è stato, o i diritti esclusivi di utilizzo (anche se io stesso ero possibilista avendo di Pashinyan la stessa stima che ho dei celenterati, però con tutta l’antipatia mi pareva davvero troppo).

La reazione della Russia e dell’Iran avevano chiarito che un’ipotesi del genere non era praticabile, al di là della volontà politica della leadership armena e azera e delle difficoltà pratiche del caso (per dirne una, l’intera rete ferroviaria armena è gestita dalla Russia attraverso la ????, controllata al 100% dalla RZD, ovvero le ferrovie russe, fino al 2038). L’Iran era scattato subito dicendo che la presenza di “mercenari” statunitensi a ridosso del confine era inaccettabile e che lo avrebbero bloccato qualunque fosse stata la reazione della Russia, con il vicecomandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica che si lanciava in paragoni un po’ azzardati tra Armenia e Ucraina, nel senso delle conseguenze che sarebbero derivate al paese. La Russia invece aveva una posizione più sfumata, rallegrandosi per il trattato di pace ma mettendo in guardia da “ingerenze esterne”. Del resto la creazione di un passante di trasporto nel Syunik faceva già parte dell’accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan, firmato nel 2020 e mediato proprio dalla Russia, che al punto 9 garantiva che l’Armenia avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei collegamenti tra l’Azerbaijan e il Naxç?van e il libero transito di merci e persone in entrambe le direzioni, e che il controllo delle frontiere sarebbe stato garantito dalle guardie di frontiera russe – quindi non per occupare militarmente Syunik, come pure mi è toccato di leggere (trovate il testo completo dell’accordo al link 1). Nel 2021, però Aliyev aveva iniziato a fare il furbo, “interpretando” l’articolo 9 come la promessa della creazione del famoso corridoio e minacciando azioni drastiche. La situazione si è placata nel 2021 (indovinate chi si è messo in mezzo per risolvere?) e gli eventi del 2023 hanno di nuovo congelato i negoziati e i lavori, che prevedevano di utilizzare la vecchia linea ferroviaria sovietica non più in esercizio.

Passata l’euforia per la firma del TRIPP, a seguito della quale si era detto di tutto e di più (appunto il controllo militare USA della regione e cose simili) si sono iniziate a capire alcune cose. Innanzitutto, da parte USA non c’è alcuna garanzia militare o di sicurezza e nessuno schieramento di truppe (lo nota, con un certo rammarico, il Kyiv Post, link 2) ma solo interesse commerciale. A ruota sono seguite le precisazioni diplomatiche. Pashinyan, a scanso di equivoci, ha telefonato prima a Putin per “ragguagliarlo” sulle condizioni del trattato firmato a Washington (link 3), e poi a Macron ed Erdogan, incassando da tutti e tre auguri e congratulazioni e, da parte di Macron, il sostegno alla sovranità e all’inviolabilità dei confini dell’Armenia, che non guasta mai. Contatti ci sono stati anche con l’Iran per i motivi che sappiamo. Stando a quanto scrive l’agenzia iraniana WANA (link 4) Pashinyan ha chiarito che non ci sarà alcun corridoio e alcuna cessione di sovranità, ma che il transito sarà gestito da un consorzio di ditte armene e statunitensi che sarà registrato in Armenia; martedì poi il Ministro degli Esteri armeno andrà a Teheran, e la cosa dovrebbe essere ulteriormente chiarita. Di conseguenza la posizione iraniana si è ammorbidita immediatamente.

E come chiarimento ulteriore e finale, proprio Pashinyan ha diffuso sui suoi social (ovviamente Facebook, da bravo boomerone. Gli ho messo pure un like, come si vede dallo screenshot che allego) il testo ufficiale dell’accordo, che condivido al link 5 non dalla sua pagina Facebook ma dal ben più credibile sito del Ministero degli Esteri Armeno. Ci interessano due punti in particolare: l’articolo 1, che conferma i confini dei due rispettivi stati secondo le frontiere che avevano all’interno dell’URSS, chiudendo la strada ad altre rivendicazioni come chiarito dall’articolo 2 che le esclude esplicitamente per il presente e per il futuro, e soprattutto l’articolo 7 secondo il quale “le parti non schiereranno lungo i loro confini comuni forze armate di terze parti”, il che include turchi, americani e russi (e pure francesi, mi sa). Chissà se finalmente si potrà davvero fare la pace nel Caucaso, e se quel disgraziato paese dell’Armenia (che alla sua lunga lista di sciagure aggiunge l’attuale Primo Ministro) potrà riprendere a fare una vita normale.

SPY FINANZA/ Se anche l’Armenia (con la Svizzera) entra nel “risiko” dell’oro di Trump (Il Sussidiario 12.08.25

Conviene tenere d’occhio quel che accade intorno all’oro, viste le mosse degli Stati Uniti che non si limitano ai lingotti svizzeri

Mentre l’attenzione del mondo è tutta proiettata verso l’incontro Trump-Putin in programma il 15 agosto in Alaska, permettetemi di andare controcorrente. E consigliarvi di tenere gli occhi ben puntati sull’oro, se volete davvero capire quanto si stia muovendo sottotraccia nell’orizzonte geopolitico.

Il tutto dopo la mossa a sorpresa degli Stati Uniti relativamente alle importazioni di barre da un chilo dalla Svizzera di cui vi ho parlato la scorsa settimana, in un primo tempo classificate dalle US Customs come soggette al dazio del 39% imposto da Washington sui beni elvetici e poi rimaste nel limbo settoriale dalla dichiarazione della Casa Bianca di venerdì sera, quando è stato annunciato un chiarimento sullo status effettivo.

La price action del metallo prezioso ha immediatamente offerto agli organizzatori dello stress test la reazione pavloviana che probabilmente si attendevano e auspicavano, passando su scadenza intraday dal nuovo record di 3.500 dollari l’oncia a un calo nell’arco di pochi minuti a 3.450. Proprio dopo la comunicazione presidenziale.

Al netto della tempistica dii questo chiarimento rispetto a un’eventuale esenzione o regime particolareggiato per quanto riguarda le barre da un chilo, i contesti da tenere sotto osservazione sono almeno due. Il primo più meramente finanziario, il secondo geo-finanziario.

Partiamo dal primo. Apparentemente, una mossa calcolata con conseguenze immediate sul mercato. La conferma della Dogana statunitense del 31 luglio che ha riclassificato come categoria soggetta a tariffa questi lingotti, gli stessi formati accettati dal Comex per la consegna, ha infatti spedito immediatamente i premi per i futures sull’oro di New York sopra del prezzo spot, segnalando che l’offerta disponibile sul mercato statunitense si era bruscamente ridotta.

Le raffinerie svizzere – colte alla sprovvista e in attesa di delucidazioni, casualmente messe subito sul tavolo dell’azzardo dalla Casa Bianca – hanno già comunicato il rallentamento o l’interruzione tout court delle spedizioni, aggravando ulteriormente la prezzatura di mercato. Da qui il record a 3.500 dollari l’oncia.

Trattasi, appunto, di leva finanziaria e posizionamento strategico. Gli Stati Uniti, dopo il nulla di fatto della visita a Washington della Presidente elvetica, paiono voler mettere sotto pressione Berna sul suo settore maggiormente strategico, offrendo al contempo alle raffinerie nazionali un vantaggio diretto sui prezzi nei formati da chilo (o 100 once). Di fatto, un potenziale premio più elevato sui futures di New York, al netto di una dinamica del prezzi spot su base globali che possa rimanere paradossalmente persino stabile.

Limitando di fatto le importazioni di queste tipologie di barre, la mossa aumenta infatti la posta in gioco per i venditori allo scoperto del Comex, la cui capacità di reperirle per la consegna formalmente si complica. Quantomeno a livello di tortuosità e costi delle alternative, fra cui il reperimento di barre da 400 once sul mercato londinese ma con la necessità di fonderle nuovamente in raffinerie statunitensi o comunque non svizzere, al fine di evitare il salasso del 39%.

Insomma, una stretta controllata proprio sui formati dei lingotti che determinano i prezzi dei futures globali e che, depotenziando de facto il ruolo della Svizzera, riafferma quello di New York come arena centrale per la price discovery e il fixing dei prezzi.

Ma attenzione, perché il secondo contesto pare prendere il largo con velocità inaspettata a livello di centralità di analisi. Al netto di Banche centrali che da trimestri di caricano di oro fisico come mezzo di diversificazione delle proprie riserve, una mossa simile pare implicitamente suggerire la volontà di posizionamento Usa in un contesto prodromico di new gold standard globale e parallelo. E in un anno in cui l’oro è già in rialzo a causa delle tensioni macro-economiche e geopolitiche, un punto di strozzatura progettato politicamente a tavolino come questo potrebbe modificare attivamente il dove e il come vengono fissati i prezzi di riferimento mondiale dell’oro.

In tal senso, l’accordo di pace fra Armenia e Azerbaijan che Donald Trump ha benedetto e reso possibile nel fine settimana assume contorni decisamente interessanti. E strategici. Il secondo Paese pompa 600.000 barili di petrolio al giorno e nel 1846 ha tenuto a battesimo il primo meccanismo di trivellazione meccanica, 13 anni prima del tanto sbandierato e rivendicato Titusville statunitense. Inoltre, il guru geopolitico di Ronald Reagan, Zbigniew Brzezinski, definì l’Azerbaijan the cork in the bottle for unlocking the riches in Central Asia e aver piazzato una bandierina a stelle e strisce nell’area crea un cuneo nell’influenza storica di Russia e Turchia.

Ma è l’Armenia a interessarci maggiormente in questo contesto. Povera di idrocarburi, in compenso è ricchissima di rame. E oro. Un hub aureo di fondamentale importanza come mostrano queste immagini tanto da operare da proxy e broker del cosiddetto oro sporco con cui la Russia circumnaviga le sanzioni internazionali.

Nel silenzio e nell’accettazione generale, poiché i dati di interscambio commerciale ci mostrano come proprio l’Armenia garantisca ai Paesi dell’eurozona di poter tranquillamente continuare a operare commercialmente con la Russia sanzionata. E con la Cina. Ma è appunto il dato del gold re-export mostrato plasticamente nel terzo grafico a interessarci maggiormente, soprattutto alla luce di quanto scatenatosi a tempo zero dopo la pubblicazione della notizia relativa al dazio record sull’oro elvetico.

Insomma, l’America pare aver rotto gli indugi relativamente all’importanza strategica globale dell’oro fisico. E in questo contesto, chiaramente la mossa armena appare una sorta di territorial pissing strategico non tanto verso la Russia e i suoi commerci paralleli, quanto verso quel mercato cinese che, tonnellata dopo tonnellata, punta in maniera ormai esplicita a ruolo di secondo mercato del fixing globale.

La nuova corsa all’oro è iniziata. E qui il Klondike è decisamente finanziarizzato. E geopolitico. Con questo carico da novanta, Donald Trump si siederà al tavolo in Alaska.

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