L’Azerbaigian invade l’Armenia. «Come può l’Occidente restare a guardare?» (Rassegna Stampa 18.11.21)

L’aggressione di martedì ha portato Baku a conquistare 41 km quadrati di territorio armeno. Oltre 40 i morti. «La Turchia, attraverso gli azeri, porta avanti il suo progetto neo ottomano, vogliono cacciarci dalla nostra terra»: intervista al ministro degli Esteri dell’Artsakh, Davit Babayan

L’invasione azera dell’Armenia

Martedì 16 novembre, secondo quanto dichiarato dal premier dell’Armenia Nikol Pashinian, l’esercito azero ha consolidato l’occupazione di 41 chilometri quadrati di territorio armeno, invaso a partire dal 12 maggio nei pressi del corridoio di Lachin consolidando le proprie posizioni 41 chilometri quadrati di territorio. Almeno 17 soldati dell’esercito azero sono morti nell’aggressione, mentre Erevan ha dichiarato che 13 soldati armeni sono stati rapiti e altri 24 sono scomparsi. Eduard Aghajanyan, a capo della commissione parlamentare per le relazioni internazionali, ha parlato invece di 15 morti. Grazie alla mediazione della Russia, nella serata di martedì si è arrivati a un cessate il fuoco.

A un anno dalla fine della guerra del Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian, la terza della sua storia, Baku lancia dunque una nuova offensiva. A differenza dei 44 giorni di guerra che nel 2020 hanno permesso al regime di Ilham Aliyev, grazie al fondamentale sostegno della Turchia di Recep Tayyip Erdogan, di conquistare i tre quarti del Nagorno-Karabakh, strappandoli alla Repubblica dell’Artsakh, non riconosciuta a livello internazionale, questa volta è l’Armenia stessa a finire nel mirino.

«La comunità internazionale deve intervenire»

«Non staremo a guardare mentre viene messa in discussione la nostra integrità territoriale e la nostra indipendenza», ha detto Pashinian. «Questo è un altro atto di aggressione di Baku e Ankara contro gli armeni», gli fa eco parlando con Tempi il ministro Babayan. «Si tratta inoltre di una enorme e palese violazione dell’armistizio raggiunto l’anno scorso».

L’Azerbaigian sembra volersi espandere per realizzare un passaggio verso la propria enclave di Nakhichevan, al confine con la Turchia, ma per il ministro degli Esteri c’è molto di più: «La strada che collega i territori occupati l’anno scorso dall’Azerbaigian con Nakhichevan c’è già e possono utilizzarla. Il punto è che vogliono annettersi tutti i territori circostanti, strappandoli a uno Stato sovrano come l’Armenia. Come può la comunità internazionale restare a guardare? A parte la Francia, nessun altro membro della Nato si è espresso».

«La Turchia ha intenzioni genocidarie»

A preoccupare profondamente gli armeni è l’attivismo della Turchia, che offre sostegno politico, economico e militare a Baku e che, afferma Babayan, «attraverso continue aggressioni vuole portare avanti il suo progetto panturco per costituire un nuovo impero ottomano». Il problema, aggiunge, «è che la Turchia è un membro della Nato. Dobbiamo pensare che l’Alleanza atlantica incoraggia l’invasione di uno Stato sovrano come l’Armenia? Dobbiamo pensare che l’Unione Europea sostiene questo progetto? Io non penso che sia così, ma la situazione è pericolosa e serve un intervento deciso da parte dell’Occidente».

L’aggressione nel Nagorno-Karabakh l’anno scorso e quella all’Armenia di martedì risveglia vecchi fantasmi. «Il fatto che l’Artsakh non sia riconosciuto a livello internazionale non significa che l’Azerbaigian e la Turchia abbiano diritto a portare a termine il genocidio del 1915», dichiara il ministro senza giri di parole. «La comunità internazionale non doveva restare indifferente l’anno scorso davanti ad azioni genocidarie solo perché l’Artsakh non gode del riconoscimento internazionale. La passività dell’Occidente ha dato il via libera all’Azerbaigian per osare ancora di più. Ora è uno Stato riconosciuto a essere sotto attacco e questo non può essere permesso».

«Non ci cacceranno mai dalla nostra terra»

Il territorio del Nagorno-Karabakh appartiene formalmente all’Azerbaigian dal secolo scorso dopo che l’Unione Sovietica decise di assegnarlo a Baku, nonostante la popolazione fosse al 90% armena. Anche sotto il pugno di ferro di Stalin, gli abitanti del territorio rivendicarono sempre la propria appartenenza all’Armenia e nel 1991 il referendum con cui gli abitanti dell’ex oblast autonomo si dichiararono indipendenti fu approvato con il 99,98% dei voti e un’affluenza dell’82% (i voti contrari furono solo 24). Nonostante questo, le aspirazioni della popolazione e le ragioni dell’Armenia non sono mai state riconosciute.

L’invasione lanciata il 16 novembre non è certo la prima provocazione azera dopo la firma dell’armistizio un anno fa. Oltre all’invasione del 12 maggio, l’8 novembre i soldati dell’Azerbaigian hanno aperto il fuoco contro quattro operai armeni che stavano riparando alcune tubature dell’acqua vicino alla città di Shushi. «Con queste continue aggressioni Baku vuole indebolire il nostro sistema immunitario, gettare il panico tra la popolazione e spingerla ad andarsene dalla loro terra», conclude il ministro Babayan. «Grazie alla presenza dei russi, ora, non possono lanciare un’offensiva militare su larga scala come l’anno scorso e allora cercano di cacciarci con attentati terroristici. Ma noi resteremo qui, non andremo mai via».

Tempi.it


Armenia-Azerbaigian: nuove violazioni della tregua, Mosca media sulla demarcazione dei confini (Novanews )


Çavuşoğlu: ”Azerbaigian non è solo e non lo sara’ ” (Trt)


L’Armenia vuole la pace ma l’Azerbaijan vuole l’Armenia (Assadakah)

Presentazione del libro di Emanuele Aliprandi “Pallottole e petrolio” alla Sala Carmeli (Padovaoggi.it 18.11.21)

Venerdì 26 novembre, ore 17, in programma alla Sala Carmeli la presentazione del libro di Emanuele Aliprandi “Pallottole e petrolio”; la cronaca drammatica del conflitto in Nagorno Karabakh – Artsakh, intrecci geopolitici, questioni energetiche che toccano da vicino anche l’Italia.

Simone Zoppellaro, giornalista, ricercatore e il geografo Pierpaolo Faggi dialogano con l’autore.

Ingresso

Accesso in Sala Carmeli, Via G. Galilei 36 – Padova solo con Green Pass.

Recensione del libro a cura di Sandra Fabbro Canzian per l’Associazione Italiarmenia.

Info web

https://www.italiarmenia.it/sito/

Nagorno-Karabakh: soldati armeni morti in nuovi scontri con l’Azerbaigian (Rassegna Stampa 17.11.21)

“Sono in corso intense ricerche per trovare i militari dispersi. Due postazioni militari sono passate sotto il controllo dell’avversario. Ora sono in corso negoziati mediati dalla Russia per risolvere la situazione e garantire la restituzione dei militari armeni catturati”. Diversa la versione del ministero della Difesa azerbaigiano, secondo cui le vittime degli scontri avvenuti ieri sarebbero solo sette, mentre dieci sono quelli feriti. “La provocazione militare commesse dall’Armenia al confine è completamente fallita. Le condizioni operative sono sotto il nostro controllo”, ha riferito il dicastero sul suo canale Telegram, specificando che le Forze armate dell’Azerbaigian continuano a svolgere le loro attività. “La leadership politico-militare dell’Armenia è pienamente responsabile della tensione e del confronto causati dall’occupazione armena”, ha riferito il dicastero.
L’ambasciatore armeno in Russia Vardan Toghanyan ha dichiarato oggi all’agenzia di stampa “Sputnik” che la situazione è stabile dopo gli scontri di ieri al confine, anche se non si può escludere nulla. “È difficile fornire informazioni certe: dipende da come si svilupperà la situazione”, ha detto il diplomatico quando gli è stato chiesto se Erevan ha intenzione di appellarsi all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (Csto) per chiedere aiuto sulla situazione del confine. Toghanyan ha aggiunto che sono tutt’ora incorso i contatti tra Erevan e Mosca. “Questo problema è ancora un dato di fatto e ne stiamo parlando”, ha detto il diplomatico, quando gli è stato chiesto se Erevan sta sollevando la questione dei militari armeni catturati dall’Azerbaigian dopo gli scontri di ieri. Intanto oggi i segretari dei Consigli di sicurezza armeno e azerbaigiano, Armen Grigoryan e Ramil Usubov, partecipano alla riunione annuale con gli omologhi della Comunità degli Stati indipendenti (Csi) a Mosca.

Nova News


Nagorno-Karabakh, la tregua dopo la pericolosa scintilla (Vaticannews)


NAGORNO-KARABAKH: Nuovi scontri fanno temere un’altra guerra (Eastjournal)


Dopo aver occupato 2/3 dell’Artsakh, esercitazioni di invasione azera in Armenia. L’alleato del turco Erdogan, l’azero Aliyev sogna nuove conquiste. Solo la Russia difende l’Armenia cristiana (Korazym)


Azerbaigian e Armenia hanno adottato misure per stabilizzare la situazione ai loro confini (Trt)


Armenia: 15 militari uccisi negli scontri con le forze azere nel conflitto per il Nagorno Karabakh. Collegamento con Mariano Giustino da Ankara

Aladura, la memoria del genocidio degli Armeni (Il Friuli 17.11.21)

Giovedì 18 novembre, all’Auditorium Vendramini, ‘viaggio’ attraverso il diario di una donna armena vissuta nei primi decenni del 1900 e testimone della tragedia di un popolo

Dopo la preziosa testimonianza di Lidia Maksymowicz, Aladura, giovedì 18 novembre alle 20.30 all’Auditorium Vendramini, propone la memoria del genocidio degli Armeni attraverso il diario di una donna armena vissuta nei primi decenni del 1900 e testimone del genocidio armeno. Un prezioso documento che in Francia è stato accostato al diario di Anna Frank …
L’incontro vedrà protagoniste due donne, Antonia Arslan e Anny Romand, la prima scrittrice e saggista italiana di origine armena, autrice di numerosi saggi, è  particolarmente conosciuta per il romanzo “La masseria delle allodole” (2004); la seconda scrittrice e traduttrice e autrice del libro “Mia nonna d’Armenia” (La Lepre Edizioni, 2020).

Nel 2014, riordinando le cose di famiglia, Anny Romand scopre un  quaderno di settanta pagine di cui non sapeva nulla. Scritto da sua nonna nel 1915 in armeno, francese e greco,  racconta il viaggio di un gruppo di donne e bambini armeni sulle strade dell’Anatolia, verso il deserto e la morte. Nel libro vengono pubblicati alcuni estratti di quel quaderno, in parallelo con le conversazioni che l’autrice aveva con la nonna che l’ha cresciuta. Confrontando il ricordo di quelle conversazioni con le terribili descrizioni del quaderno, Anny Romand rivive l’infinito dolore degli Armeni, filtrato attraverso gli occhi di una bambina. L’innocenza di fronte all’orrore. “Quando avevo otto anni mia nonna mi raccontava la sua storia, la storia tragica del massacro degli armeni, avvenuto cinquant’anni prima. Ero la sola ad ascoltarla, affascinata e sconvolta. Mia madre era molto contrariata quando ci trovava in lacrime, una nelle braccia dell’altra: la farai impazzire, questa bambina! …Ma dal racconto di mia nonna emergeva una giovane donna colta, bella, raffinata e libera. Vorrei condividere con voi quel  racconto”.

Vai al sito

Armenia-Azerbaijan: Yerevan annuncia il cessate il fuoco (Rassegna stampa 16.11.21)

“Tra il silenzio dei nostri partner della comunità internazionale, l’Azerbaijan e i suoi sostenitori continuano le loro azioni aggressive”, ha detto Nikol Pashinyan, Primo ministro armeno. “La mia Mvalutazione è inequivocabile: l’Azerbaigian e i suoi sostenitori stanno prendendo di mira la nostra sovranità, la nostra statualità, la nostra indipendenza”.

Di tutt’altra opinione Baku: “Per prevenire un attacco da parte delle forze armate armene, le nostre unità nel sud ovest hanno immediatamente preso delle misure”, ha dichiarato Anar Aivazov, portavoce del Ministero della Difesa azero. “Inizialmente, è stato limitato il movimento degli armeni, danneggiando anche i loro mezzi. Il dispositivo anticarro armeno e il mortaio sono stati distrutti”.

L’anno scorso migliaia di persone sono morte durante il conflitto tra Armenia e Azerbaijan, per il territorio conteso del Nagorno-Karabakh. Conflitto conclusosi grazie a un accordo di pace mediato dalla Russia, ma che non ha spento del tutto le tensioni.

Euronews 


Armenia: 15 militari uccisi negli scontri a fuoco con le forze azere (TGCOM24 )


Nagorno: Ue a Azerbaigian e Armenia, subito de-escalation (Ansa)


La mediazione della Russia ferma gli scontri tra Armenia e Azerbaigian (Antidiplomatico)


In atto un’operazione turco-azera per annientare l’Armenia e l’Artsakh. Oggi nuova aggressione sul territorio armeno. Assordante silenzio dell’Unione Europea disinteressata (Korazym)


Armenia-Azerbaigian: Erevan chiede intervento russo per proteggere sua integrità territoriale (Novanews)


Armenia e Azerbaigian. Scontri e morti al confine: Erevan chiede intervento Russia (Antidiplomatico)


Armeni-Azerbaigian: Farnesina, Italia accoglie con favore accordo per cessate il fuoco (Lapresse)


Quindici armeni furono uccisi e scoppiò di nuovo il conflitto con l’Azerbaigian (Tgcomnews24)


La narrazione agit-prop della diplomazia azera, alla luce delle parole di odio contro gli Armeni dell’arrogante dittatore guerrafondaio, ad un anno dalla fine della sua guerra contro l’Artsakh (Korazym)


Armenia: cessate il fuoco con Azerbaigian grazie a mediazione russia (LaPresse)


Armenia, ministero Difesa denuncia: 12 soldati catturati al confine con l’Azerbaigian (Sputnik)


Nagorno-Karabakh: Farnesina, bene cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaigian

Roma, 16 nov 22:11 – (Agenzia Nova) – L’Italia ha accolto con favore la notizia del raggiungimento di un accordo per il cessate il fuoco mediato dalla Russia dopo i nuovi violenti scontri tra forze armate azerbaigiane e armene in prossimità del confine internazionale tra i due Paesi. Lo riferisce la Farnesina. “Invitiamo le parti a garantire la tutela della popolazione civile e ad attuare ogni misura di ricostruzione della fiducia reciproca al fine di favorire il percorso verso una soluzione sostenibile, in particolare sotto gli auspici dell’Osce”, si legge nella relativa nota ufficiale.

Nagorno-Karabakh: Putin e Raisi ritengono inaccettabile cambiamento situazione geopolitica Caucaso (Antidiplomatico 16.11.21)

Russia e Iran si avvicinano sempre più. La parte iraniana è pronta a concludere un accordo a lungo termine sulla cooperazione globale con la Russia, ha dichiarato il presidente iraniano Ebrahim Raisi durante una conversazione telefonica con il suo omologo russo Vladimir Putin.

“Siamo pronti a concludere il documento sulla cooperazione globale a lungo termine tra i due paesi al fine di accelerare il processo di ulteriore espansione dell’interazione bilaterale”, ha affermato il servizio stampa presidenziale citando il leader iraniano.

Secondo Raisi, “le posizioni di Teheran e Mosca sono vicine su molte questioni internazionali”. “L’opposizione all’approccio unilaterale e l’aumento del multipolarismo sono le caratteristiche comuni dei due Stati”, ha osservato il leader iraniano.

Una vicinanza che si conferma anche su temi molto caldi come il riaccendersi del conflitto tra Armenia e Azerbaigian. I due leader ritengono inaccettabile qualsiasi cambiamento di confine in Caucaso. Putin e Raisi hanno fatto sapere di ritenere qualsiasi cambiamento della situazione geopolitica e dei confini dei Paesi della regione caucasica come inaccettabile.

A tal proposito Putin ha espresso la propria preoccupazione per l’attuale situazione nel Nagorno-Karabakh, affermando che sia necessario aumentare il livello di fiducia e cooperazione nel Caucaso, attraverso l’implementazione del meccanismo di consultazione nel formato 3+3, in merito al quale il presidente russo ha espresso speranza circa il sostegno dell’Iran.

Vai al sito

Nagorno Karabakh. Il punto di vista dell’ambasciatore armeno in Vaticano (Faro di Roma 16.11.21)

“L’Armenia chiede ai partner internazionali di condannare fermamente le azioni dell’Azerbaijan contro la pace e la sicurezza nella regione. La soluzione sarebbe il ritiro completo e incondizionato delle forze militari azerbaijane dal territorio dell’Armenia”. Lo afferma Garen A. Nazarian, ambasciatore dell’Armenia presso la Santa Sede, in risposta alle dichiarazioni del suo omologo azero.

“Mentre l’Azerbaijan parla di pace, le sue forze militari – sostiene Garen A. Nazarian –  compiono attacchi e incursioni al confine orientale del territorio sovrano armeno, causando nuove morti e distruzione. È questa la continuazione della costante politica dell’Azerbaijan di occupazione dei territori armeni, cominciata lo scorso maggio a Syunik e Gegharkunik”.

Secondo L’Ambasciatore armeno, “sulla base della Carta delle Nazioni Unite, l’Armenia ha il diritto di adottare tutte le misure atte a respingere l’uso della forza contro la sovranità e l’integrità del suo territorio”. Mentre, secondo il diplomatico, “per quel che riguarda i prigionieri di guerra,  l’Azerbaigian continua a nascondere il numero reale dei prigionieri di guerra armeni. Inoltre, i processi simulati e l’emissione di lunghe condanne per false accuse contro i prigionieri di guerra illustrano la politica di odio anti-armena e la campagna diffamatoria adottata e promossa in Azerbaigian ai massimi livelli’.

“Questo atteggiamento o, meglio, la politica di discriminazione razziale che persiste in Azerbaigian da decenni si è manifestata più chiaramente – conclude l’ambasciatore armeno –  durante la guerra dello scorso anno, che nel corso di 44 giorni ha portato a violazioni diffuse e sistematiche del diritto internazionale umanitario e del diritto internazionale dei diritti umani”.

Vai al sito


L’Azerbaigian chiede aiuto al Vaticano per avviare un dialogo di pace con l’Armenia. Ambasciatore Mustafayev: soluzione per Nagorno Karabakh nell’ambito del diritto internazionale

“L’Azerbaigian vuole approfondire la cooperazione con il Vaticano: lo riteniamo un ponte essenziale”, ha assicurato l’ambasciatore azerbaigiano in Vaticano, Rahman Mustafayev, che ha incontrato alcuni giornalisti in vista dell’apertura a Roma della nuova ambasciata presso la Santa Sede. “Siamo in contatto con i leader religiosi di varie confessioni e posso dire con certezza non ci sono mai state incomprensioni dal punto di vista religioso in Azerbaigian. Lo dimostra il fatto che una nostra delegazione che è stata in visita in Vaticano lo scorso febbraio è composta da cattolici, ortodossi, musulmani e rappresentanti di altre confessioni”, ha detto l’ambasciatore. “I nostri leader religiosi sono in contatto con le loro controparti in altri Paesi. Questo è un ponte essenziale per noi”, ha insistito.

“L’Azerbaigian ha agito sulla base del diritto internazionale, seguendo i dettami dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Tutto ciò che è stato fatto è liberare secondo i nostri diritti il territorio occupato dal 1991”, ha spiegato Mustafayev. “In Francia ci sono alcuni esponenti politici che sostengono che quella fra Armenia e Azerbaigian è stata una guerra religiosa. Io in più di un’occasione ho chiesto ai parlamentari che si sono espressi in questo senso di fornirmi delle spiegazioni in merito. Prima della guerra degli anni Novanta nella regione c’era una comunità multireligiosa e multietnica, c’erano moschee e chiese, un gruppo di persone che copriva 48 minoranze etniche”, ha sottolineato l’ambasciatore. “In Armenia il 99,9 per cento delle persone è armena e non c’è multiculturalismo. A Baku, in uno dei quartieri più importanti, abbiamo una moschea e una chiesa che sono vicine fra loro, e questo è un esempio del nostro approccio multireligioso. Noi vogliamo rafforzare questo aspetto che è già tipico nel nostro Paese”, ha chiarito l’ambasciatore.

Un trattato di pace fra Azerbaigian e Armenia sarebbe la risposta a tutti i problemi della regione del Caucaso, ha aggiunto Mustafayev, nel corso della conferenza stampa. “Dobbiamo innanzitutto delimitare i nostri confini e siglare un accordo di pace. Ci sono stati degli incontri a livello di ministri degli Esteri, mediati dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, e dal ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian. Molto è stato fatto e noi abbiamo consegnato una bozza del piano di pace per cui stiamo aspettando una risposta”, ha aggiunto l’ambasciatore. “Abbiamo bisogno di una soluzione. L’Armenia è un nostro vicino e sotto certi aspetti dipende anche da noi per quanto riguarda i collegamenti internazionali e i trasporti. Ci sono delle problematiche nella regione ma dobbiamo affrontarle trovando un accordo di pace”, ha proseguito Mustafayev.

“L’Armenia ha fornito dei segnali positivi, e di segnali di questo tipo ne abbiamo bisogno anche a livello internazionale. Dobbiamo assolutamente mandare un messaggio positivo e ho chiesto anche al Vaticano di esprimersi in tal senso perché è importante raggiungere questa pace”, ha continuato il diplomatico osservando che “l’Azerbaigian e l’Armenia non possono essere separati l’uno dall’altro perché sono confinanti, non possono trovare delle strade diverse. Dobbiamo trovare il modo per comunicare. Io penso che prima o poi si troverà un accordo e che riusciremo a portare stabilità nella regione. Dobbiamo farlo attraverso la diplomazia e la politica e il Gruppo di Minsk dell’Osce (l’organismo preposto a mediare fra i due Paesi) si sta già adattando a questa nuova situazione nella regione”, ha concluso Mustafayev.

L’Azerbaigian – ha sostenuto il diplomatico – ha restituito all’Armenia tutti i prigionieri di guerra catturati durante il conflitto dello scorso anno. Lo ha detto l’ambasciatore azerbaigiano presso la Santa Sede, Rahman Mustafayev, nel corso di una conferenza stampa a Roma. “Quando parliamo di prigionieri di guerra ci si riferisce a coloro che sono stati catturati durante il conflitto. Le persone arrestate dopo la firma dell’accordo trilaterale del 9 novembre, invece, sono criminali. Il Gruppo di Minsk dell’Osce (l’organismo preposto a mediare fra i due Paesi) non ha mai fatto menzione di queste persone”, ha detto Mustafayev. “Dopo la firma degli accordi ci sono state delle indagini e posso garantire che tutti i prigionieri di guerra sono stati mandati a casa. Durante le nostre attività di ricerca post belliche, inoltre, abbiamo trovato circa 1.500 corpi di cittadini armeni e due cittadini azerbaigiani sono morti in queste attività”, ha spiegato l’ambasciatore, affermando che qualsiasi insinuazione sui prigionieri di guerra è “mera propaganda”.

 

Armenia-Azerbaigian: ambasciatore Nazarian, questione prigionieri di guerra resta irrisolta (Agenzia Nova 15.11.21)

Roma, 15 nov 19:42 – (Agenzia Nova) – L’Armenia e la co-presidenza del Gruppo di Minsk dell’Osce hanno ripetutamente sollevato la situazione dei prigionieri di guerra armeni e degli ostaggi civili detenuti dall’Azerbaigian contrariamente e in violazione dei requisiti del diritto umanitario internazionale e della dichiarazione trilaterale di cessate il fuoco del 9 novembre 2020: questa è la questione più urgente relativa alla citata dichiarazione trilaterale che rimane tuttora irrisolta. È il commento dell’ambasciatore armeno presso la Santa Sede, Garen Nazarian, in risposta alle dichiarazioni dell’omologo azerbaigiano, Rahman Mustafayev, rilasciate oggi nel corso di una conferenza stampa a Roma. “Riconosciamo e ringraziamo quelli dei nostri partner internazionali che continuano a sollevare questo problema a livello bilaterale e in sedi multilaterali, inclusa la Santa Sede che invita l’Azerbaigian a rispettare i suoi obblighi ai sensi del diritto umanitario internazionale e della dichiarazione trilaterale e a rilasciare tutti i prigionieri di guerra e ostaggi civili in sua custodia”, ha detto Nazarian. (segue) (Res)

———————————————————————–
Azerbaigian-Armenia: ambasciatore Mustafayev, abbiamo restituito tutti i prigionieri di guerra
Roma, 15 nov 12:20 – (Agenzia Nova) – L’Azerbaigian ha restituito all’Armenia tutti i prigionieri di guerra catturati durante il conflitto dello scorso anno. Lo ha detto l’ambasciatore azerbaigiano presso la Santa Sede, Rahman Mustafayev, nel corso di una conferenza stampa a Roma. “Quando parliamo di prigionieri di guerra ci si riferisce a coloro che sono stati catturati durante il conflitto. Le persone arrestate dopo la firma dell’accordo trilaterale del 9 novembre, invece, sono criminali. Il Gruppo di Minsk dell’Osce (l’organismo preposto a mediare fra i due Paesi) non ha mai fatto menzione di queste persone”, ha detto Mustafayev. “Dopo la firma degli accordi ci sono stati delle indagini e posso garantire che tutti i prigionieri di guerra sono stati mandati a casa. Durante le nostre attività di ricerca post belliche, inoltre, abbiamo trovato circa 1.500 corpi di cittadini armeni e due cittadini azerbaigiani sono morti in queste attività”, ha spiegato l’ambasciatore, affermando che qualsiasi insinuazione sui prigionieri di guerra è “mera propaganda”. (Res)

—————————————————————————-

Azerbaigian-Armenia: ambasciatore Mustafayev, durante conflitto applicato diritto internazionale

Roma, 15 nov 12:13 – (Agenzia Nova) – L’Azerbaigian nel conflitto con l’Armenia dello scorso anno non ha fatto altro che applicare il diritto internazionale. Lo ha detto l’ambasciatore azerbaigiano presso la Santa Sede, Rahman Mustafayev, nel corso di una conferenza stampa a Roma. “L’Azerbaigian ha agito sulla base del diritto internazionale, seguendo i dettami dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Tutto ciò che è stato fatto è liberare secondo i nostri diritti il territorio occupato dal 1991”, ha detto Mustafayev. “In Francia ci sono alcuni esponenti politici che sostengono che quella fra Armenia e Azerbaigian è stata una guerra religiosa. Io in più di un’occasione ho chiesto ai parlamentari che si sono espressi in questo senso di fornirmi delle spiegazioni in merito. Prima della guerra degli anni Novanta nella regione c’era una comunità multireligiosa e multietnica, c’erano moschee e chiese, un gruppo di persone che copriva 48 minoranze etniche”, ha detto l’ambasciatore. “In Armenia il 99,9 per cento delle persone è armena e non c’è multiculturalismo. A Baku, in uno dei quartieri più importanti, abbiamo una moschea e una chiesa che sono vicine fra loro, e questo è un esempio del nostro approccio multireligioso. Noi vogliamo rafforzare questo aspetto che è già tipico nel nostro Paese”, ha aggiunto l’ambasciatore. (Res)

Azerbaijan: libertà religiosa, solo quando serve (Osservatorio Balcani e Caucaso 15.11.21)

Le comunità religiose dell’Azerbaijan hanno sostenuto la guerra, e non erano sole: il conflitto ha trovato ampio supporto tra tutti gli strati sociali del paese. La guerra ha unito cittadini, governo e militari di fronte al “nemico esterno”.

Si stima che la popolazione dell’Azerbaijan sia per il 95% musulmana (maggioranza sciita con una larga minoranza sunnita), i praticanti attivi però  rappresentano solo una piccola parte. Per molti di quei credenti la guerra non ha riguardato solo il patriottismo e la difesa della patria ma ha goduto di una vera e propria “approvazione divina”.

Questo è il motivo per cui il clero si è recato spesso presso le unità militari a predicare il “martirio” e la “santità della madrepatria”.

Molti giovani credenti si sono offerti volontari per combattere ed adempiere ai loro “doveri divini”.  A dimostrarlo ci sono i filmati delle unità militari e dei campi di battaglia, con momenti di preghiera comunitaria durante i combattimenti e i soldati riuniti per ascoltare la marsiya.

Ovviamente, per la maggior parte della popolazione dell’Azerbaijan, non si trattava solo di una guerra santa, ma anche di un conflitto territoriale e politico; infatti molti filmati mostravano soldati che bevevano vino e mangiavano carne di maiale. Questo però non cambia il fatto che l’Islam fosse una fonte di motivazione per i soldati che ogni giorno affrontavano la possibilità reale di morire.

Nonostante l’Azerbaijan sia un paese laico, l’identità islamica è diventata uno dei connotati principali della narrazione del governo durante le ostilità. Ad esempio, rituali islamici erano utilizzati simbolicamente per suggellare le vittorie militari e la riconquista delle città alle truppe armene.

Durante la guerra tra gli azeri vi era grande speranza che la vittoria avrebbe portato un cambiamento radicale nel paese. Speravano che la vittoria avrebbe portato con sé un aumento dei redditi, la fine della corruzione, un governo attento nei confronti dei suoi cittadini, e via dicendo.

Secondo questa logica, occupando i territori circostanti il Nagorno Karabakh, l’Armenia aveva rotto l’armonia fondamentale per il corpo politico dell’Azerbaijan, causando una disarmonia che è diventata la radice dei mali sociali dell’Azerbaijan. Riguadagnando le terre prese dall’Armenia, l’armonia e la completezza sarebbero state restaurate e tutti i problemi sarebbero stati risolti.

Mentre le speranze spesso utopiche per il futuro post-bellico dell’Azerbaijan erano molto varie, le aspettative di molti devoti musulmani erano abbastanza specifiche. Speravano che la fine del conflitto avrebbe portato a una normalizzazione dei rapporti tra stato e religione.

Oggi, quasi un anno dopo lo scoppio della guerra, è chiaro che quest’ultima non sia stata la panacea che molti speravano e pensavano potesse essere. Mentre il presidente Ilham Aliyev rimane popolare, la tensioni sociali dovute alle aspettative disattese stanno crescendo. In questo contesto, sono le aspettative disattese dei devoti azeri, sebbene relativamente modeste, che possono divenire i semi di una futura crisi.

Un inasprimento della legge

Nel mese di maggio 2021 l’Azerbaijan ha modificato la legge sulla religione imponendo nuove restrizioni alle comunità religiose. Secondo le nuove modifiche, le comunità senza un “centro religioso” non sono più autorizzate a concedere titoli o gradi religiosi al clero, a richiedere il permesso di avere come leader religiosi dei cittadini stranieri, a istituire scuole di educazione religiosa o ad organizzare visite dei propri fedeli a santuari e luoghi religiosi all’estero.

Inoltre sono state imposte restrizioni più dure sugli eventi religiosi di massa all’aperto; cerimonie come preghiere comunitarie e commemorazioni possono svolgersi solo in luoghi di culto o santuari.

In Azerbaijan vi sono stati problemi in termini di libertà di coscienza fin dall’indipendenza del paese. Ad esempio, scattare una foto per il passaporto o la carta d’identità indossando il velo è ancora un problema per le donne. Kamal Rovshan, studentessa 24enne, ha lanciato una campagna social all’inizio di quest’anno per accrescere la consapevolezza riguardo a questa problematica.

“In paesi dove non c’è una maggioranza islamica, come Russia e Germania, le donne possono utilizzare una foto con il velo; in un paese come l’Azerbaijan invece, dove la maggioranza della popolazione è islamica, è imbarazzante che questo non sia permesso” spiega in un video caricato su Facebook. “Potrà essere una problematica minore, ma ci dà fastidio.”

Sebbene il Difensore dei Diritti Umani dell’Azerbaijan abbia sollevato la tematica in parlamento nel marzo 2021, nessun progresso è ancora stato fatto.

Precedenti tentativi delle autorità di affrontare la questione dell’Islam e della sua influenza nel paese comprendevano restrizioni all’utilizzo di simboli religiosi, un controllo fermo sulle procedure di registrazione di istituti religiosi e – negli ultimi anni – la chiusura di diverse moschee.

La posizione rigorosa del governo è visibile nella regolazione del volume dell’adhan (la chiamata alla preghiera, ndr) e del controllo della diffusione di letteratura religiosa e nel divieto ad utilizzare il velo nelle scuole pubbliche.

L’Ufficio per la libertà religiosa internazionale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha condannato i recenti emendamenti alla Legge sulla religione descrivendoli come una “violazione degli standard internazionali”. L’Azerbaijan è uno dei dodici paesi nella loro “Special Watch List”.

Nel suo report più recente il Dipartimento rileva che: “Il governo continua a imprigionare personaggi legati all’attivismo religioso”. Un gran numero di prigionieri politici nel paese sono attivisti sciiti.

Il discorso islamico ufficiale

Il discorso ufficiale sottolinea la distinzione tra Islam “tradizionale” e “non tradizionale”. Il cosiddetto Islam “non tradizionale” è percepido come “distruttivo”, “politico” e “esportato da interessi esteri”.

Al contrario, l’Islam “tradizionale” è definitico come “non politico”, “nato in Azerbaijan” e “non importato”.

Sebbene la lotta al radicalismo sia portata avanti in molti paesi, qui c’è una grande differenza. Nella maggior parte dei paesi, il contro-radicalismo è perseguito incoraggiando inclusione e partecipazione sia sociale che politica, scongiurando così le rimostranze delle minoranze. Nell’approccio della autorità dell’Azerbaijan non vi è nulla di questo.

L’Azerbaijan non persegue affatto una strategia “dei cuori e delle menti”, ma si basa solo su azioni repressive per combattere l’estremismo violento e la radicalizzazione ai sensi della legge “Sulla lotta al terrorismo”.

Le autorità sostengono che misure così pesanti sono necessarie per impedire che il radicalismo straniero si diffonda nel paese. Le statistiche dimostrano che tali affermazioni sono esagerate.

Secondo una ricerca del 2016 del Pew Research Centre, gli azeri sono i meno favorevoli alla sharia tra i cittadini degli stati a maggioranza islamica, con solo l’8% della popolazione che crede che essa dovrebbe sovrastare la legge civile.

Ci sono poche prove che suggeriscono che l’idea di un governo teocratico sarebbe popolare in Azerbaijan, anche se alcuni intervistati potrebbero non essere stati completamente aperti nell’esprimere le loro opinioni.

Inoltre, in tempi recenti, c’è stata un solo caso  dovuto all’Islam violento radicale, ossia l’attacco del 2008 alla Moschea di Abu Bakr a Baku, quando una granata lanciata durante l’ora della preghiera uccise due fedeli e ferì una dozzina di persone, tra cui l’imam. Si ritiene che l’attacco sia stato compiuto dal gruppo jihadista Forest Brothers, come conseguenza di un disaccordo ideologico tra due correnti salafite.

Il malcontento di Nardaran e Ganja, d’altra parte, dovrebbe essere visto come una ricerca di giustizia sociale.

In ogni caso, le restrizioni sopra menzionate sono in contrasto con la costituzione, la quale garantisce ai cittadini il diritto alla libertà di assemblea e di coscienza, la presunzione di innocenza e l’uguaglianza indipendentemente dalla confessione religiosa a cui si appartiene. Se ci sono degli estremisti che abusano di queste libertà, essi dovrebbero essere processati in modo equo e ritenuti responsabili. Quello che è sbagliato e inefficace è utilizzare misure contro l’intera comunità solo perché alcuni dei suoi membri potrebbero essere coinvolti in attività illegali.

Solo un reale rispetto per la diversità di opinioni, credenze e stili di vita può portare l’Azerbaijan su una strada più democratica. Limitazioni sproporzionate della libertà religiosa e marginalizzazione delle voci dissenzienti può, al contrario, portare alla radicalizzazione e alla fine favorire l’auto avverarsi della profezia. Alla luce dell’esperienza di altri paesi a maggioranza islamica, l’attuale politica non è di buon auspicio per l’Azerbaijan.

Vai al sito

Nagorno-Karabakh: vicepremier armeno, Azerbaigian continua a boicottare gli accordi raggiunti (Agenzia Nova 12.11.21)

Erevan, 12 nov 13:33 – (Agenzia Nova) – Nonostante gli impegni assunti il 9 novembre, l’Azerbaigian continua a boicottare l’attuazione degli accordi raggiunti con Armenia e Russia sul Nagorno-Karabakh, compreso il mantenimento in stato di prigionia di molti combattenti armeni, che rappresenta una violazione anche del diritto internazionale umanitario. Lo ha dichiarato oggi il vice primo ministro armeno, Mher Grigoryan, durante la sessione in videoconferenza del Consiglio dei capi di governo della Comunità degli Stati indipendenti (Csi). (Rum)