Armenia: visita Delegazione parlamentare italiana all’Assemblea NATO (GiornaleDiplomatico 29.09.25)

Jerevan, 29 set. 25 – L’Ambasciatore italiano in Armenia, Alessandro Ferranti, ha accolto nella sua Residenza, per un incontro conviviale alla presenza di esponenti dell’Assemblea Nazionale armena – fra cui la Presidente del Gruppo parlamentare di amicizia Armenia-Italia Onorevole Maria Karapetyan – e di altre autorità locali e del corpo diplomatico, la Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato giunta in visita a Jerevan per partecipare al 108 ° Seminario Rose-Roth dell’Assemblea parlamentare della NATO.
La Delegazione era guidata dal Vice Presidente, on. Andrea Orsini, ed era composta anche dalla sen. Simona Flavia Malpezzi, dal sen. Alberto Losacco, dal sen. Adriano Paroli e dall’on. Luciano Cantone.
Nel corso del soggiorno in Armenia, la Delegazione ha anche visitato il Memoriale del Genocidio armeno di Tsitsernakaberd e l’annesso Museo.

Armenia tra Occidente e Russia: i rischi della politica bilanciata del governo (Notizie da Est 28.09.25)

Il primo ministro Nikol Pashinyan ha annunciato un nuovo obiettivo strategico per il suo governo — la creazione di una “Quarta Repubblica dell’Armenia”. Per raggiungere questo obiettivo, il partito al potere mira a vincere le elezioni parlamentari del 2026 e intensificare gli sforzi per entrare nell’Unione Europea. Allo stesso tempo, le autorità affermano di non voler ostacolare questo processo di cooperazione regionale o una politica estera “bilanciata”. Pashinyan ha descritto le relazioni Armenia–Russia come “in una fase di trasformazione, grazie a un dialogo costruttivo”, e dice di pianificare di rafforzare i legami con Mosca.

Tuttavia, il concetto del governo non gode di sostegno unanime nella società né tra gli esperti.

Commenta l’analista politico Lilit Dallakyan sui rischi della cosiddetta “politica equilibrata” e sulla possibile compatibilità tra integrazione europea e regionalizzazione, entrambe incluse nella strategia di politica estera dell’Armenia.

  • Pashinyan: “La democrazia dell’Armenia è una realtà, non la benevolenza delle autorità”
  • L’Armenia avvierà il processo di adesione all’UE mentre il parlamento sostiene l’iniziativa della società civile
  • Ministro dell’economia: ‘L’Armenia non scambierà l’EAEC per un altro blocco, cerca l’indipendenza’

Un’“agenda falsa” per la Quarta Repubblica

“L’idea di una ‘Quarta Repubblica’ mi lascia perplesso. Se seguiamo la logica numerica, l’Armenia sovietica non era indipendente e quindi non può essere considerata la Seconda Repubblica. In tal caso, l’Armenia odierna è la Seconda Repubblica, non la Terza. Quindi Pashinyan dovrebbe proclamare non una Quarta, ma una Terza Repubblica dell’Armenia.

Inoltre, quando i nostri vicini si presentano come successori delle loro Prime Repubbliche, appare strano che l’Armenia promuova l’idea di una Quarta. È semplicemente un’agenda artificialmente imposta.”

“Dichiarazione sulla Quarta Repubblica dell’Armenia: cosa prevede il partito al potere”

Secondo gli esperti armeni, il primo ministro Nikol Pashinyan, che guida il partito al potere, sta “prendendo misure per rimanere al potere.”

Regionalizzazione — un’agenda imposta

“Sono fortemente contrario alla regionalizzazione. In un mondo globalizzato di oggi, la nozione stessa di regioni ha perso di significato. La regionalizzazione avvantaggia Russia e Turchia, che vogliono trattenere l’Armenia nel formato ‘3+3’ — cosa che trovo inaccettabile.”

Il quadro ‘3+3’ per le questioni regionali è stato proposto dalla Turchia. Da una parte riunisce Turchia, Iran e Russia; dall’altra Armenia, Azerbaijan e Georgia. Ankara usa questo formato per rafforzare il proprio ruolo nella regione. Per Mosca, è un modo per prendere decisioni nel Caucaso meridionale senza l’Occidente. Teheran sta cercando di riconquistare l’influenza perduta negli ultimi anni.

L’Azerbaigian sostiene l’iniziativa del suo ‘fratello maggiore’. Il governo della Georgia rifiuta di partecipare a qualsiasi formato che includa la Russia. L’Armenia inizialmente ha accettato di discutere solo le questioni che in questo formato non potevano essere affrontate altrove. Il primo incontro si è svolto nel novembre 2023 a Teheran.

Il mondo non è più diviso in regioni. Gli Stati Uniti, ad esempio, svolgono un ruolo attivo nel Sud-Est asiatico, anche se non è la loro sfera di influenza immediata. La Russia, pur lontana da Venezuela, Africa o Libia, cerca di estendere la propria influenza anche lì. In questo contesto, l’Armenia sta cercando di inserirsi in un quadro regionale — che, a mio avviso, è un errore.”

“Vertice storico”: Armenia e Azerbaijan firmano documenti con la mediazione di Trump

A seguito dell’incontro trilaterale tra il presidente degli Stati Uniti e i leader dell’Armenia e dell’Azerbaigian, è stata anche raggiunta un’accordo per sbloccare le comunicazioni regionali. Tutti i dettagli seguono

 

Trump–Pashinyan–Aliyev meeting in USA

 

European integration — in conflict with regionalisation

“Le autorità armene avevano dichiarato in precedenza l’intenzione di entrare nell’UE e di ritirarsi dal blocco militare CSTO guidato dalla Russia. Ma il discorso attuale del governo sembra un passo indietro rispetto a tali ambizioni.

Per presentare in parlamento una proposta di avvio del processo di adesione all’UE, un gruppo di iniziativa ha raccolto 60.000 firme, superando le 50.000 richieste. A gennaio 2024, il governo ha approvato la legge e l’ha inviata all’Assemblea Nazionale. A febbraio 2025, il parlamento ne ha dato l’ok.

L’integrazione europea e la regionalizzazione sono incompatibili, specialmente data la crisi nelle relazioni tra Occidente e Russia. Ai tempi di Obama, quando gli Stati Uniti cercavano un dialogo con la Russia, un simile approccio avrebbe potuto sembrare rilevante. Ma oggi l’Europa è in uno stato di Guerra Fredda con la Russia. E prima o poi, l’amministrazione Trump capirà che o gli USA svolgono il ruolo di egemone globale o perdono la loro posizione. In questo contesto, parlare di una politica di complementarità risulta strano e inappropriato.

Sono contrario a decisioni affrettate come il ritiro immediato della base militare russa dall’Armenia. Sì, va rimosso, ma questo richiede tempo e preparazione. Allo stesso tempo, ciò non significa che l’Armenia possa continuare a cercare di giocare su entrambe le sponde. Un tale approccio è impossibile.”

“Armenia senza stivali russi”: cresce la richiesta di ritiro della base militare russa

Sulle proteste a Gyumri, dove si trova la base; come è stata istituita in Armenia; i crimini commessi dai suoi soldati; e come la questione del suo ritiro potrebbe essere risolta nell’ambito dell’accordo

 

 

Diversificazione dell’economia invece di dichiarazioni contraddittorie

“I membri del partito al potere considerano la Russia una minaccia per l’Armenia. Il presidente dell’Assemblea, Alen Simonyan, sostiene che Mosca, con il sostegno dell’opposizione armena, stia facendo tutto il possibile per ostacolare la firma di un accordo di pace con l’Azerbaigian. A questo punto sorge la domanda: come possono le autorità al tempo stesso parlare di legami più stretti con la Russia?”

“Da un lato, i rappresentanti del governo parlano della necessità di restituire al controllo statale la rete ferroviaria e la rete elettrica — attualmente gestite dalla Russia —, di abbandonare i piani per una centrale nucleare costruita da aziende russe e di diversificare l’economia. Dall’altro, fanno dichiarazioni sul rafforzamento dei rapporti con Mosca. Si tratta di una chiara contraddizione.”

“Perché dichiarare il desiderio di superare la dipendenza da un polo geopolitico specifico e, allo stesso tempo, promettere di approfondire i legami con la Russia? L’economia e le infrastrutture dell’Armenia sono già in gran parte controllate dalla Russia. La chiusura della strada di Upper Lars provocherebbe immediatamente un collasso economico. E se il riavvicinamento alla Russia è necessario per affrontare questi problemi, le autorità dovrebbero dirlo.”

“Dovrebbero riconoscere che gli Stati Uniti non sono entrati nella regione come attore significativo. E dovrebbero smettere di affermare quotidianamente che la Russia se ne sia andata. Non se n’è andata.”

Lavrov a Erevan: diplomazia tradizionale, atmosfera non convenzionale

Il ministro degli esteri russo è giunto nella capitale armena con un fitto programma di colloqui e apparizioni pubbliche. Tuttavia, la sua visita è stata offuscata da un flash mob anti-Putin organizzato davanti all’Ambasciata russa, lungo la strada dell’aeroporto — e online.

 

Lavrov’s visit to Yerevan and the unconventional welcome: details

 

Il governo sta abbandonando l’integrazione europea?

“Le autorità armene parlano di una politica equilibrata, che nella pratica significa rifiutare una piena integrazione europea per non scontentare la Russia. Eppure Pashinyan aveva in precedenza affermato che l’Armenia potrebbe unirsi all’UE ‘domani stesso’. Questo significa che il pubblico è stato nutrito di informazioni false per anni. Se le autorità non hanno mai pianificato l’integrazione, non avrebbero dovuto ingannare la gente.”

Ci sono due spiegazioni possibili. O l’Europa non è pronta ad accogliere l’Armenia nella sua famiglia — sebbene la visita della commissaria all’allargamento dell’UE, Marta Kos, suggerisca il contrario — oppure la Russia sta facendo pressione sulle autorità affinché cedano. In ogni caso, Pashinyan deve spiegare chiaramente cosa sia cambiato.

Non c’è unità all’interno del partito Civil Contract al potere: alcuni dicono una cosa, altri il contrario. La società civile, che ha avviato la petizione per l’integrazione UE, sostiene una terza opinione, con una parte che apertamente sostiene Pashinyan.

Le ragioni del ritiro dall’integrazione non sono chiare. Forse le autorità non sono disposte a perseguire riforme, oppure l’Occidente non è in grado di controbilanciare efficacemente la Russia. Non è nemmeno chiaro cosa offra l’Europa stessa — ad esempio se sia pronta a sostenere l’Armenia nello stesso modo in cui ha sostenuto Moldova se Yerevan lascerà l’Unione Economica Eurasiatica guidata dalla Russia.

La mia esperienza nel partecipare a dibattiti parlamentari sull’integrazione ha solo rafforzato la mia convinzione che l’Armenia non abbia intenzione di unirsi all’UE. Le dichiarazioni di funzionari, tra cui Arman Yeghoyan, capo della commissione permanente dell’Assemblea Nazionale sull’integrazione europea, secondo cui l’Armenia rimarrà nell’EAEU, mi sono sembrate parte di un teatro politico messo in scena dalle forze pro-europee e dalla società civile pro-occidentale.

Quella stessa società civile, che supposedly guida il processo e incontra i rappresentanti europei, non chiede mai a Pashinyan la domanda principale: quale corso ha scelto, e perché? Per me era chiaro fin dall’inizio che le autorità non avevano alcuna intenzione di perseguire l’integrazione. È solo uno strumento per vincere le elezioni, un tentativo di sfruttare la disillusione del pubblico armeno verso la Russia. La retorica del governo è pro-europea, ma la politica è l’opposto.”

Armenia begins EU accession process: No answer on whether it is welcomed in Europe

Il processo è stato avviato da politici filo-occidentali e le autorità hanno sostenuto la loro iniziativa nonostante le proteste dell’opposizione. Secondo i sondaggi, la maggior parte della popolazione desidera anche unirsi all’Europa, anche se non tutto è chiaro alle persone ancora.

 

Armenia's EU accession prospects

 

The ruling party adopts the methods of its predecessors

“Inside Civil Contract, an artificial divide is being created between a pro-Russian and a so-called pro-Western wing. Pro-Russian figures, such as Armenia’s deputy prime minister Mher Grigoryan, openly state that Armenia has no intention of leaving the Eurasian Economic Union. At the same time, those labelled pro-Western argue for quitting the EAEU and integrating with the EU.

Questa situazione ricorda la politica del terzo presidente dell’Armenia, Serzh Sargsyan, quando diversi gruppi all’interno del governo crearono l’apparenza di posizioni conflittuali. Oggi una parte del partito al potere dice una cosa, un’altra dice il contrario, mentre Nikol Pashinyan cambia quotidianamente la sua retorica.

La Costituzione non è mutata dai tempi di Sargsyan, e il suo modello di governo è stato proiettato sulle autorità di oggi. Tutte le decisioni chiave sono prese da una sola persona — Nikol Pashinyan, che si definisce “il governo”.

Non chiedo all’Armenia di lasciare immediatamente l’EAEU o di entrare nell’UE domani. Chiedo alle autorità di essere oneste con la gente. Le dichiarazioni di Pashinyan sono contraddittorie: parla di pace, ma poi chiama la Russia una minaccia; sostiene che la dichiarazione del 9 novembre 2020 che ha posto fine alla guerra del Nagorno-Karabakh non è più valida, ma non ritira la firma dell’Armenia; promette che il paese potrebbe diventare membro dell’UE, poi cita vincoli regionali che presumibilmente ostacolano l’integrazione; dice che le autorità precedenti devono essere punite, ma allo stesso tempo le scusa.

Ogni volta che i loro rating scendono, le autorità armene inventano nuovi slogan populisti. Con l’avvicinarsi delle elezioni, aumentano le tensioni e polarizzano deliberatamente il campo politico per distrarre dai loro fallimenti e conservare la lealtà degli elettori.”

Pashinyan remains Armenia’s most trusted politician, but his approval rating has declined: IRI poll

Secondo un sondaggio dell’International Republican Institute (IRI), il ministro degli esteri Ararat Mirzoyan detiene il secondo indice di fiducia tra i politici armeni, seguito dall’ex presidente Robert Kocharyan al terzo posto

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L’Armenia ha proclamato la pace con l’Azerbaigian all’Assemblea generale delle Nazioni Unite (TRTItaliano 28.09.25)

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, intervenendo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, ha annunciato che la pace tra Armenia e Azerbaigian è stata raggiunta e ha attribuito un ruolo determinante al presidente statunitense Donald Trump nel conseguimento di questo storico accordo.

In una dichiarazione rilasciata sabato, Pashinyan ha spiegato che i ministri degli Esteri dei due Paesi hanno firmato l’8 agosto a Washington un accordo di “pace e relazioni interstatali”, alla presenza di Trump e del presidente azero Ilham Aliyev in qualità di testimoni.

«Il ruolo del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in questo processo di pace è stato decisivo», ha affermato il premier armeno, aggiungendo che sia lui sia Aliyev hanno concordato di proporre la candidatura di Trump al Premio Nobel per la Pace.

Pashinyan ha inoltre sottolineato i progressi nei rapporti con la Türkiye, ricordando i “contatti regolari” con il presidente Recep Tayyip Erdoğan ed esprimendo ottimismo riguardo all’instaurazione di relazioni diplomatiche e all’apertura della frontiera comune.

Parlando della più ampia politica estera dell’Armenia, Pashinyan ha posto l’accento sul rafforzamento delle relazioni con l’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India e i Paesi vicini della regione, ricordando che il parlamento armeno ha approvato una legge per avviare il processo di candidatura all’adesione all’UE.

Il premier ha inoltre invitato i leader mondiali a recarsi in Armenia nel 2026 in occasione del Vertice della Comunità Politica Europea e della Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità, esprimendo la speranza che, entro quella data, possa essere firmato l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian e che il confine con la Turchia venga aperto.

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Terra Santa: Patriarchi e Capi delle Chiese, “ingiusto il pignoramento contro il Patriarcato armeno” (SIR 27.09.25)

I Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme rinnovano la loro condanna per l’ingiusta udienza di pignoramento, fissata per il 29 settembre, contro il Patriarcato armeno, sollecitando un intervento immediato delle autorità israeliane. In una nota, i leader cristiani richiamano una precedente dichiarazione di solidarietà del 19 febbraio 2025 verso il Patriarcato armeno ortodosso di Gerusalemme, chiamato dalla Municipalità di Gerusalemme a saldare alcune tasse (Arnona), un debito definito “non verificato ed esorbitante”. Per i leader cristiani, “le azioni intraprese contro il Patriarcato armeno sono legalmente dubbie e moralmente inaccettabili”. L’udienza di febbraio venne poi annullata “nella speranza – ricordano i capi religiosi cristiani – che si avviasse un dialogo con il governo sulla questione per raggiungere una soluzione equa”. Ora la nuova udienza del 29 settembre “riporta la minaccia di un pignoramento ingiusto sui beni di proprietà del Patriarcato armeno esattamente allo stesso punto in cui si trovava quando abbiamo rilasciato la nostra dichiarazione sette mesi fa”. Alla luce di questo sviluppo, “continuiamo a sostenere uniti il Patriarcato armeno nel suo appello affinché le autorità avviino negoziati in buona fede”. “Ci uniamo inoltre al Patriarcato armeno nell’invitare gli uffici del Primo ministro e del ministro degli Esteri a intervenire, sollecitando le autorità competenti a sospendere i procedimenti legali in corso e a garantire che qualsiasi ulteriore deliberazione in merito venga deferita alle sedi appropriate. Solo così – concludono i capi cristiani – crediamo, i diritti del Patriarcato armeno potranno essere debitamente tutelati, insieme a quelli di tutte le altre comunità cristiane in Terra Santa”.

Ottant’anni di pace? Solo per noi, ricorda Mieli (Famigliacristiana 26.09.25)

Nel suo ultimo libro il giornalista e storico avverte: gli 80 anni di pace in Occidente non devono ingannarci, il mondo ha conosciuto guerre ben più devastanti. Dalle vicende di Sparta al genocidio armeno, passando per fascismo e Resistenza, Mieli intreccia fatti, saggi e personaggi con rigore storiografico, ricordandoci che solo la conoscenza del passato può aprire spiragli di pace per il futuro

Non illudiamoci, ci ammonisce il giornalista e storico Paolo Mieli con il realismo dei giornalisti e la disillusione degli storici: sono stati 80 anni di pace in Occidente, ma altrove su questo Pianeta (in Africa, in Asia, in Sudamerica e in America Centrale) ci sono stati più conflitti e vittime che nella Seconda Guerra Mondiale. Cose dell’altro mondo, insomma, dove le cose sono le guerre. Il problema è che l’altro mondo non ci ha copiati, anzi siamo noi che gli stiamo andando dietro. Finita la Guerra Fredda (che peraltro, dalla Corea al Vietnam, ha procurato milioni di morti) e scolorata la vernice delle ideologie, rispunta sotto la screpolatura un po’ ovunque il cemento delle incrollabili logiche geopolitiche: i conflitti per i confini, le tensioni tra i popoli, la pulizia etnica, le diatribe commerciali, le autocrazie, le dittature, l’arbitrio del potere, la paralisi della diplomazia, la fine del diritto umanitario.

Altro che fine della storia. Ogni conclusione di un conflitto lascia aperti problemi che finiscono per innescarne uno nuovo. Non è stato così con la Prima Guerra Mondiale? E’ il filo rosso dell’ultima opera di Mieli (Il prezzo della pace, Rizzoli), che raccoglie una serie di articoli scritti con il suo usuale metodo: la recensione di un libro diventa l’occasione per andare oltre e scrivere un saggio sull’argomento, citando altri libri, fonti, aneddoti, curiosità, personaggi, in un intreccio felice che ci accompagna per mano, da Trasibulo al genocidio armeno, passando per numerose vicende (i tatari, Sparta, il fascismo, Saladino, la Resistenza, i gladiatori), con le sue contraddizioni e le sue ambiguità. Ed è impressionante la perizia e il rigore storiografico di questa miscellanea con cui vengono citati saggi e storici di primissimo piano sui vari argomenti  (picola nota per la prossima ristampa Gianfranco Ravasi, citato per una querelle storiografica su San Paolo, è cardinale, non monsignore come ripetuto due volte, sarà anche una minuzia per carità, ma appare come una nota stonata).

«Historien le matin, philosophe le soir», si definiva March Bloch. Di Mieli, allievo di Renzo de Felice, di cui traccia un bellissimo ritratto, si potrebbe dire «journaliste le matin, historien le soir», con una combinazione vincente che rende la lettura gradevole e al contempo preziosa per noi “nani sulle spalle dei giganti”, come diceva Bernardo di Chartes, capaci di uno sguardo ampio sull’orizzonte dell’attualità proprio grazie alla (gigantesca) conoscenza del passato. E visto che la storia oltre che nemica del verosimile, è maestra di vita, la conclusione è ottimistica: «L’inaugurazione di una stagione di pace è possibile, a patto di non cercare soluzioni facili, a portata di mano. E che si usi la storia, anche quella remota, per aiutarci a fare chiarezza su quel che è andato storto negli anni che abbiamo alle spalle».

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Intervista alla giovane pianista Maya Oganyan: l’arte va al di là dei conflitti in corso (Lavitadelpopolo 26.09.25)

Diciannove anni e un curriculum di tutto rispetto: è Maya Oganyan, pianista talentuosa che si esibirà nella Marca per un doppio appuntamento, sabato 27 settembre alle 21, al teatro Accademico di Castelfranco, e domenica 28, alle 18, al teatro Maffioli di villa Benzi, a Caerano di San Marco. S’intitola “Eroico e regale” il concerto eseguito dall’orchestra giovanile regionale Filarmonia Veneta, diretta dal maestro Giovanni Costantini e di cui Oganyan sarà ospite speciale. “Largo ai giovani”, verrebbe da dire, perché hanno qualcosa da dire e una passione da trasmettere.

Nata a Mosca, di origini armene, vivi a Venezia da quando hai sei anni, suoni e ti esibisci in tutto il mondo. Che cosa significa per te il concetto di appartenenza e quanto hai fatto tuo delle culture armena, russa e italiana?

Aver avuto influenze diverse mi rende una persona più aperta, e penso valga per tutti. Non mi sento di appartenere a una nazione piuttosto che a un’altra. Sono molto legata alla Russia, dove abitano i miei nonni e che visito spesso, lo definirei un legame “romantico”: ho riscoperto molto più avanti negli anni la letteratura e la musica russe, che amo molto. La scuola pianistica russa è una delle migliori al mondo e ho compreso tardi che questo mi mancava. Alla cultura armena mi sono avvicinata grazie a mio padre e, a oggi, trascorro molto tempo in Armenia, dove vivono tanti dei miei familiari. Ho una grande curiosità nei confronti della musica armena, che trovo troppo poco diffusa e per questo mi piace avere la possibilità di divulgarla. In Italia ho fatto tutto il mio percorso scolastico, ma cerco di non attaccarmi al posto dove abito; piuttosto sento un legame stretto con la cultura italiana e la sua lingua, il suo popolo caloroso e spontaneo.

Alla musica ti sei avvicinata già in tenera età e a soli diciannove anni hai un curriculum notevole di premi ed esibizioni importanti. Riesci a immaginarti un punto di arrivo dal punto di vista professionale?

Mio padre è sempre stato un grande appassionato di musica classica, in casa mia si sono sempre ascoltati molti dischi. Mi sono avvicinata al pianoforte per una questione di educazione “generale”: avevo quattro anni e si è scoperto che ero portata, oltre al fatto che mi piaceva moltissimo. Il mio primo insegnante, Alexander Maykapar, professore alla “Gnessin” Music Academy di Mosca, mi ha insegnato un certo approccio alla musica e a cogliere il collegamento della musica con le altre arti, spingendomi a proseguire in questa passione. A Venezia, anni dopo, ho frequentato il Conservatorio. Direi che non c’è un punto di arrivo, non ci sarà mai la cima del mio miglioramento. Per ora, a proposito degli obiettivi carrieristici, sono molto serena, perché il mio scopo è suonare quanto meglio posso e per quante più persone possibile, soprattutto persone che comprendono come sto suonando.

La musica classica e in generale i concerti fanno sempre meno parte della “dieta” quotidiana e culturale, almeno in Italia. Credi sia possibile rendere la musica classica più “accessibile” per un pubblico sempre più a digiuno?

Il fenomeno in Italia esiste ed è perfettamente comprensibile, sia socialmente che storicamente. Credo però che, per quanto non possiamo cambiare direzione al processo di influenza che hanno, per esempio, le tecnologie e l’intrattenimento breve, come comunicatori e persone che portano la musica alle persone è necessario cambiare, migliorare o adattare il format in cui comunichiamo la nostra arte alla società che abbiamo di fronte. Trovo irrealistico condurre l’arte nel mondo in cui è stata condotta duecento anni fa, perché la musica “serve” nel momento in cui è ascoltata, tocca mente e anima. Certo, bisogna trovare il modo giusto, perché è facilissimo cadere nel pop, ma dovrebbe rientrare nei desideri di un artista o di un esecutore come me il trovare un modo migliore per far arrivare quello che si sta suonando.

A proposito di comunicatori, credi che gli artisti, in generale, abbiano una voce privilegiata da utilizzare in nome di valori o cause sociali a cui sono legati (per esempio l’ambiente, le questioni di genere, le guerre…)? Penso al dibattito che si è acceso in occasione della Biennale cinematografica di Venezia a proposito della Palestina, su cui magari, grazie alla tua origine armena (popolo che ha vissuto sulla propria pelle un genocidio), potresti avere una visione privilegiata.

Credo che le emozioni che si possono provare rispetto a quanto succede in Palestina siano una caratteristica umana, e che non sia necessario appartenere a un popolo che ha vissuto una cosa simile, oltretutto in tempi e modi molto diversi. È semplicemente una questione di umanità. Dopodiché credo che l’arte sia arte per se stessa: ci sono opere incredibili che si sono compiute sotto le influenze politiche peggiori, quindi dipende da come la si usa, la propria voce. Io ho diciannove anni, non sento di avere un briciolo della comprensione di come questo possa succedere nel migliore dei modi, per evitare di risultare inefficace o inappropriata. Penso sia importante che la persona sia cosciente e consapevole di come agisce.

Che cosa possiamo aspettarci allora da questo concerto per pianoforte orchestra n. 3 in do minore op. 37 di Beethoven che eseguirai con l’orchestra giovanile regionale Filarmonia Veneta?

Personalmente sono molto legata a questo pezzo, è stato uno dei miei primi concerti importanti con l’orchestra, e negli anni ha subito moltissime evoluzioni nel modo in cui lo percepisco e lo interpreto. È un concerto che unisce drammaticità ed estrema dolcezza, è un movimento dedicato all’amata di Beethoven, ha una componente attiva ed eroica, ma anche contenuta, nobile, “regale” appunto. Si tratta di un concerto rivoluzionario nella storia musicale del musicista, è il momento in cui si stacca dal classicismo e vengono alla luce tendenze romantiche.

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Yerevan: tra Ankara e Baku, verso la riconciliazione (Osservatorio Balcani e Caucaso 25.09.25)

Dopo incontri tra Armenia, Azerbaijan e Turchia, cresce l’ottimismo per un trattato di pace entro il 2026. Yerevan spera nella riapertura del confine con Ankara. Pashinyan punta a risultati concreti per rafforzare la sua fragile posizione politica

25/09/2025 –  Onnik James Krikorian

Dopo il tanto atteso incontro tra il premier armeno Nikol Pashinyan e il presidente azerbaijano Ilham Aliyev, ospitato lo scorso 8 agosto alla Casa Bianca dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, cresce l’ottimismo sulla possibilità che Yerevan e Baku concludano un trattato di pace, da tempo annunciato, entro meno di un anno. Allo stesso tempo, sembra emergere un rinnovato slancio su un fronte parallelo, quello della normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Turchia.

Lo scorso 12 settembre, Rubin Rubinyan e Serdar Kiliç, inviati speciali dell’Armenia e della Turchia per la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi, si sono incontrati a Yerevan. È stato il sesto incontro dei due diplomatici da gennaio 2022 e il primo a svolgersi nella capitale armena.

Le visite dei funzionari turchi di alto rango in Armenia non sono certo una novità – già nel 2008 l’allora presidente della Turchia Abdullah Gül si era recato in Armenia – però la tempistica dell’ultimo incontro è tutt’altro che irrilevante.

Da decenni ormai gli sforzi per normalizzare i rapporti tra Armenia e Turchia si intrecciano strettamente con la questione delle relazioni tra Armenia e Azerbaijan. Il confine tra Armenia e Turchia è stato chiuso nel 1993 dopo che le forze armene hanno conquistato Kelbajar, insieme ad altre sei regioni attorno al Karabakh. Da allora, Ankara ha sempre affermato chiaramente che l’apertura del confine e la normalizzazione delle relazioni con Yerevan non saranno possibili fino a quando anche Azerbaijan e Armenia non faranno progressi analoghi nelle loro relazioni bilaterali.

Parlando con i giornalisti dopo l’incontro Kiliç-Rubinyan, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan si è detto fiducioso che il trattato di pace tra Yerevan e Baku, finalizzato a marzo e sottoscritto ad agosto, possa essere concluso nella prima metà del 2026. Ne seguirebbe immediatamente la normalizzazione delle relazioni, e quindi anche l’apertura dell’intero confine tra Armenia e Turchia. Naturalmente, Yerevan auspica che il confine possa essere riaperto prima, sperando di poter beneficiare di nuove rotte commerciali.

In passato, qualsiasi apertura del confine si è rivelata un gesto meramente simbolico. Nel 2023, uno dei due confini dell’Armenia con la Turchia è stato temporaneamente riaperto per permettere la consegna di aiuti alla Turchia colpita dal terremoto. Poi all’inizio di quest’anno, lo stesso è accaduto per consentire il trasporto di aiuti umanitari dall’Armenia alla Siria. Già nei primi anni ’90, durante la guerra del Karabakh, la Turchia aveva consentito il trasporto temporaneo di grano in Armenia, a quel tempo alle prese con una grave carenza di cereali.

Al termine dell’incontro dello scorso 12 settembre tra l’inviato speciale armeno e il suo omologo turco, le due parti hanno diffuso un comunicato stampa di una sola pagina, ribadendo il proprio impegno per promuovere la normalizzazione delle relazioni bilaterali. Nel comunicato si parla del ripristino della ferrovia Kars-Gyumri, a lungo inattiva, dell’apertura del confine a cittadini e diplomatici di paesi terzi, ma anche dell’intenzione di rafforzare gli scambi accademici e introdurre ulteriori voli diretti. Ci sono già voli tra Yerevan e Istanbul, introdotti per la prima volta a metà degli anni ‘90.

A fine agosto, Pashinyan si è recato in Cina attraversando lo spazio aereo dell’Azerbaijan ed è stato fotografato mentre parlava allegramente con Aliyev al vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai. Anche le loro mogli, Anna Hakobyan e Mehriban Aliyeva, sono state fotografate insieme ad Emine Erdoğan, moglie del presidente turco. Queste immagini, senza precedenti, sono state ampiamente condivise online e, a quanto pare, create appositamente per inviare un segnale positivo ai cittadini dei tre paesi da tempo ormai abituati all’ostilità.

La normalizzazione delle relazioni comporta però un prezzo politico da pagare. A settembre, il governo armeno ha annunciato che l’immagine del Monte Ararat, noto in Turchia come Monte Ağrı, verrà rimosso dai timbri di frontiera armeni a partire da novembre. La decisione, da molti interpretata come un tentativo di evitare simboli in cui Ankara vede rivendicazioni territoriali, ha provocato una valanga di critiche dell’opposizione armena. Alcuni hanno osservato che la decisione è giunta il giorno prima della visita di Kiliç a Yerevan. Pashinyan ha negato qualsiasi collegamento tra i due eventi.

Qualunque sia la ragione, la decisione di rimuovere l’immagine del Monte Ararat è l’ennesima prova della delicata operazione di bilanciamento portata avanti da Pashinyan, il cui destino politico è strettamente legato alla sua “agenda di pace”.

Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche, fissate a giugno 2026, il premier armeno, alle prese con un calo di consensi inaudito, spera di compiere progressi tangibili in termini di integrità e connettività regionale. Le forze di opposizione hanno già iniziato a presentare le concessioni fatte da Pashinyan come un tradimento dell’identità nazionale.

Ironicamente, era stato il governo guidato dal partito dell’ex presidente armeno Serzh Sargsyan – oggi la seconda forza di opposizione all’Assemblea nazionale armena – a tentare per primo di normalizzare le relazioni con Ankara. I protocolli di Zurigo del 2009 erano falliti a causa della resistenza politica sia in Armenia che in Turchia, ma anche per via dei disaccordi sulla storia e sulla risoluzione del conflitto con l’Azerbaijan.

Ci sono però sempre state relazioni informali tra Armenia e Turchia. I marchi turchi, ad esempio, sono facilmente reperibili a Yerevan e molti armeni lavorano illegalmente in Turchia.

I prossimi mesi saranno cruciali. Se da un lato Yerevan si dice pronta a firmare immediatamente un trattato di pace con Baku, quest’ultima continua a chiedere che la Costituzione armena venga modificata. La Turchia invece insiste sulla necessità di aspettare un accordo di pace tra Baku e Yerevan prima di normalizzare le sue relazioni con l’Armenia. Ad ogni modo, i due processi potrebbero convergere nella prima metà del 2026, in vista delle elezioni armene.

Per Pashinyan, la posta in gioco è alta. Considerando che la sua popolarità è crollata drasticamente dal 2018, il premier armeno spera di assicurarsi un futuro politico firmando un accordo di pace con Baku.

Per Aliyev ed Erdoğan, il successo del processo di normalizzazione delle relazioni con l’Armenia significherebbe le possibilità di espandere la propria influenza nella regione e di aprire nuove opportunità economiche. Per Washington, invece, rappresenterebbe un inaspettato trionfo diplomatico, in un momento, come quello attuale, in cui gli sforzi per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina vacillano. Dopo decenni di conflitto, anche un cauto ottimismo segna un passo avanti.

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Jerevan: l’ambasciatore Ferranti a colloquio con il ministro del Lavoro e degli Affari Sociali Torosyan (Aise 25.09.25)

JEREVAN\ aise\ – L’ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti, ha incontrato ieri, mercoledì 24 settembre, il ministro del Lavoro e degli Affari Sociali della Repubblica di Armenia, Arsen Torosyan.
Nel congratularsi con il ministro Torosyan per la recente nomina, l’ambasciatore Ferranti ha ribadito l’importanza della cooperazione tra Italia e Armenia nel campo del lavoro e della protezione sociale, ricordando la fruttuosa recente visita del ministro Locatelli in Armenia.
Ferranti ha voluto evidenziare il ruolo fondante del lavoro nella genesi della Repubblica Italiana, facendo riferimento all’Articolo 1 della Costituzione. Il ministro Torosyan, da parte sua, ha osservato che il Governo della Repubblica di Armenia attribuisce massima priorità al lavoro come prerequisito fondamentale per il superamento della povertà e per l’indipendenza delle persone. Torosyan ha sottolineato che negli ultimi sette anni sono stati creati circa 200.000 nuovi posti di lavoro in Armenia, il che ha contribuito sensibilmente ad aumentare il benessere e le prospettive dei cittadini armeni.
Ancora, il ministro armeno ha sottolineato l’importanza dell’assistenza continua da parte dello Stato alle persone con disabilità e ai più vulnerabili, al fine di garantire la loro piena inclusione sociale e realizzazione personale.
Nel corso dell’incontro le parti hanno inoltre discusso una serie di altre questioni relative all’agenda bilaterale e multilaterale, focalizzandosi sull’importanza dell’ulteriore approfondimento della cooperazione fra i due Paesi. (aise)

Il Monte Ararat sparisce dai timbri dei passaporti armeni, sdegno social (Avvenire 25.09.25)

Il simbolo patriottico per eccellenza, malgrado il monte sia ormai in territorio turco, per accordi diplomatici non sarà più utilizzabile per visti e timbri. Ma non tutti sono d’accordo

Ivan Aivazovskij, Discesa di Noè dal Monte Ararat, 1889. Olio su tela, cm 128x117. Erevan, Galleria Nazionale dell'Armenia.

Ivan Aivazovskij, Discesa di Noè dal Monte Ararat, 1889. Olio su tela, cm 128×117. Erevan, Galleria Nazionale dell’Armenia. – Ansa

In un mondo dove i nazionalismi sembrano aver preso il sopravvento sulla ragione, si litiga anche per una montagna disegnata, anche se non è decisamente una qualunque. Il Monte Ararat è un luogo simbolo della tradizione cristiana e in particolare di quella armena. Ma c’è un piccolo particolare: dal 1921 si trova sul territorio della Turchia, che lo assorbì con il trattato di Kars.

Come noto, la Mezzaluna con gli armeni ha qualche problema irrisolto legato al genocidio del 1915, mai riconosciuto e costato la vita a un milione di persone. Ankara, che quanto a nazionalismo non ha nulla da imparare dal resto del mondo, ha sempre criticato il fatto che Erevan utilizzasse l’immagine dell’Ararat, stilizzata o di profilo che fosse, come simbolo identitario. Alla montagna “degli armeni” sono pure dedicate una marca di sigarette e un liquore famoso in tutto il mondo. La si trovava sulle magliette dei calciatori della nazionale, sui timbri dei passaporti.

Poi è arrivata la guerra in Nagorno-Karabakh fra Armenia e Azerbaigian, quest’ultimo grande alleato della Turchia per motivi storici, religiosi e culturali (fra i quali è da inserire il sentimento antiarmeno). Baku, supportata da Ankara in modo determinante, è riuscita a cacciare le comunità armene che vivevano nella enclave da secoli, creando una pesante situazione di instabilità nel Caucaso del sud, con Erevan che, stretta fra i due nemici storici e la sua volontà di smarcarsi dalla Russia, era sicuramente quella nella posizione più debole.

Qui entrano in gioco gli Stati Uniti di Trump, che avviano un processo di normalizzazione dei rapporti, non senza conseguenze per Erevan, che però aveva bisogno di un accordo per evitare l’isolamento geografico e politico e aprire la sua economia all’estero e non più solo a Mosca. E qui arriva anche il balzello da pagare. La sagoma dell’Ararat sparirà dai timbri sui passaporti dal prossimo novembre. E nel Paese la cosa non è piaciuta. Il premier, Nikol Pashiyan, sapeva a che cosa sarebbe andato incontro e, nell’annunciare la decisione alla nazione, ha sottolineato: «Il nostro compito è prendere decisioni che possano garantire la sicurezza nazionale e i nostri confini non solo oggi, ma per un secolo».

Mettere le mani avanti, però, non è servito a niente. L’opposizione, che già in occasione della guerra in Nagorno-Karabakh aveva accusato il primo ministro di essere troppo debole, ha protestato, portandosi dietro una buona fetta di opinione pubblica per la quale, evidentemente, l’Ararat non è solo una montagna. Ci sono state azioni formali e l’immancabile ondata di sdegno sui social, soprattutto da parte degli abitanti della capitale, che vedono la sagoma della montagna “patriottica” dalle loro finestre.

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Le sette guerre “concluse” da Trump: quali sono e perché non è del tutto vero (Avvenire 24.09.25)

Un posto al sole. Dei Nobel per la Pace. Magari al fianco di Nelson Mandela, del Dalai Lama o di Martin Luther King. È l’ambizione massima di Donald Trump. Di più, quasi un’ossessione, che però cozza spesso con la realtà e, altrettanto frequentemente, frana dinanzi alla affermazioni roboanti a cui il presidente a stelle e strisce ci ha abituati e alla facilità con cui l’inquilino della Casa Bianca si attribuisce questo o quel successo diplomatico.

Ieri all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il capo della Casa Bianca si è appuntato al petto la medaglia di aver posto fine a “sette guerre” (erano sei fino al mese scorso… ) in sette mese di presidenza. Un modo per “nascondere” il mancato obiettivo di fermare le armi in Ucraina, traguardo che prima di essere eletto aveva garantito di raggiungere nel giro di 24 ore?

Ma i successi sbandierati da Trump sembrano scollati dalla realtà. Il presidente ha davvero chiuso sette guerre come pretende, vale a dire i conflitti tra Israele e Iran, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda, Cambogia e Thailandia, India e Pakistan, Serbia e Kosovo, Egitto ed Etiopia e Armenia e Azerbaigian? In realtà Trump ha “supervisionato accordi temporanei o parziali in sette conflitti”, ma nel computo vanno inseriti anche quelli raggiunti durante il suo primo mandato.

Tra questi lo scontro tra Etiopia ed Egitto, da anni impegnati in un braccio di ferro sulla diga etiope Grand Ethiopian Renaissance Dam sul Nilo, che secondo il Cairo minacciare il suo approvvigionamento idrico.

L’altra crisi “risolta” durante il primo mandato di Trump è quella tra Serbia e Kosovo: l’accordo “di normalizzazione economica” risale al 2020. Ma le tensioni tra i due Paesi sono tutt’altro che risolte.

Mentre sembra tenere la tregua tra Cambogia e Thailandia, grazie anche all’occhialuta vigilanza della Cina. La narrazione trumpiana scricchiola anche sull’accordo raggiunto tra India e Pakistan, dopo le giornate infuocate dello scorso maggio in occasione dell’ennesima crisi per il Kashmir: New Delhi nega – come ricorda il Guardian – che Trump abbia avuto alcun ruolo nel raggiungimento del cessate il fuoco. Politico invita, poi, a un distinguo fondamentale: la fine degli scontri armati non necessariamente coincide con una reale pacificazione che “spenga”, in maniera definitiva, la possibilità e i motivi di una guerra.

È il caso del conflitto tra Israele e Iran che appare più congelato che risolto, peraltro solo dopo l’intervento militare a stelle e strisce. Vacilla anche la “pace” raggiunta tra il Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo, minata da troppe incognite. Ultima, in ordine di tempo: la decisione dei ribelli del M23, che hanno in mano la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, di abbandonare i colloqui di pace con il governo. Il tycoon ha comunque strappato, in questa occasione, un accordo sulle terre rare, facendo uno sgambetto alla Cina e non obliando mai la sua vocazione agli affari.

Infine, c’è sul piatto la pacificazione tra Armenia e Azerbaigian: all’inizio di agosto i leader dei due Paesi hanno firmato un accordo di pace. La location? La Casa Bianca. Un successo per Trump anche dal punto di vista economico: come riportato dalla Reuters, l’Armenia prevede di concedere agli Stati Uniti diritti esclusivi di sviluppo speciale per un periodo prolungato sul corridoio di transito, la “Trump Route for International Peace and Prosperity”. Resta il “buco nero” dell’Ucraina. Per Trump “il pacificatore” la partita più difficile.

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Fact-checking: Trump e le sette guerre fantasma (Spondasud)

Donald Trump non ha posto fine a 7 guerre “interminabili”