Armenia: verso le pari opportunità nel mercato del lavoro (Osservatorio Balcani e Caucaso 11.08.25)

Colmare il divario di genere nel mercato del lavoro in Armenia è una sfida ancora da vincere. Alcuni recenti cambiamenti fanno ben sperare: da una maggiore presenza di donne in vari settori agli sforzi per superare le barriere sistemiche e cambiare le percezioni sociali

11/08/2025 –  Armine Avetisyan Yerevan

Tra le storie di donne che cercano di cambiare la realtà – lottando con determinazione per i propri diritti – c’è anche quella di Liana Harutyunyan, 38 anni, specializzata in sviluppo di software.

Da donna nel settore IT, Liana, laureata alla Facoltà di scienze informatiche dell’Università statale di Yerevan, in passato si è trovata ad affrontare discriminazioni persistenti, seppur velate.

“A 28 anni, appena sposata, avevo lasciato il lavoro dopo la nascita di mio figlio. Quando poi, cinque anni dopo, ho deciso di ricominciare a lavorare, ho incontrato un ostacolo dopo l’altro”, racconta Liana.

“Le aziende mi invitavano ai colloqui, tutto andava bene, poi però ogni volta ricevevo una risposta negativa senza alcuna spiegazione. Ad un certo punto, dopo l’ennesimo rifiuto, grazie ad un’amica, ho scoperto che le aziende semplicemente preferivano i candidati maschi, anche quando noi donne avevamo qualifiche uguali o migliori”.

Liana però non si è mai arresa. Ha continuato a candidarsi per diversi lavori, si è impegnata per migliorare le sue competenze e alla fine ha iniziato a collaborare con aziende internazionali. Oggi è una professionista freelance di successo.

“All’inizio è stato difficile, ora però vedo un vero cambiamento. Sempre più donne si uniscono ai team e il clima sta diventando più inclusivo. Anche le startup locali si stanno rendendo conto che la qualità e la professionalità non hanno genere”, conclude Liana.

Un’altra storia è quella di Ani Mkrtchyan, 35 anni, che lavora come sarta in una zona rurale, nella provincia di Aragatsotn in Armenia.

In passato, Ani ha avuto difficoltà ad ottenere un prestito per avviare una piccola impresa. “Mi sono rivolta a diverse banche, presentando le mie competenze e un valido piano di attività, ma hanno sempre respinto le mie richieste, semplicemente perché ero una donna. Non credevano che un’imprenditrice potesse farcela”, spiega Ani.

“C’è stato un periodo in cui pensavo davvero di essere condannata a rimanere disoccupata. Le persone non si fidavano di me. Alla fine, ho cominciato a credere che, da donna – soprattutto vivendo in un’area rurale – la mia unica opzione fosse quella di lavorare nei campi e mungere le mucche. Ero pronta a rinunciare”.

Poi un giorno Ani ha visto un post su Facebook su un programma di sviluppo regionale alla ricerca di donne con idee imprenditoriali. Il programma prevedeva un corso di formazione e la possibilità di richiedere un finanziamento. La donna non ha esitato: ha presentato domanda, è stata selezionata e oggi gestisce un piccolo atelier di sartoria.

“Ad accompagnarmi in questo percorso è stato un consulente aziendale, poi ho presentato il mio lavoro ad una fiera locale. Quell’esperienza mi ha fatto sentire sicura di me stessa. Ho iniziato con semplici riparazioni sartoriali, ma ora ho intenzione di espandere l’attività. Questa volta sono convinta di farcela”, afferma Ani sorridendo.

I numeri stanno cambiando

In Armenia, le donne rappresentano quasi il 45% della forza lavoro. Pur essendo ancora lontani da un’effettiva parità di genere, il dato è indicativo di un trend di crescita costante per quanto riguarda la partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Anche se il divario di genere persiste, negli ultimi anni si è osservata una tendenza positiva, soprattutto nel settore pubblico e in alcuni ambiti dove l’occupazione femminile è in aumento.

Il governo di Yerevan riconosce il ruolo fondamentale della partecipazione delle donne all’economia. La Strategia nazionale per l’occupazione 2025-2031 pone particolare enfasi sulla riqualificazione delle donne e sul sostegno al loro reinserimento nel mercato del lavoro.

Inoltre, in diverse regioni dell’Armenia vengono lanciati progetti sostenuti dal governo e da partner internazionali per incoraggiare l’imprenditorialità femminile, fornire formazione e aumentare le opportunità di impiego.

Ridurre il divario retributivo di genere

Recentemente, il ministero del Lavoro e degli Affari Sociali ha deciso di dare priorità agli sforzi per facilitare il reinserimento delle donne nel mondo del lavoro. Capita spesso, come spiega il vice ministro Ruben Sargsyan, che le donne che hanno smesso di lavorare per poter crescere i figli, una volta tornate al lavoro si rendano conto di possedere competenze obsolete.

“Pur rappresentando la maggioranza dei laureati in Armenia, al rientro al lavoro molte donne si trovano ad affrontare un mercato del lavoro che non corrisponde più alle loro qualifiche. Di conseguenza, sono spesso costrette ad accettare lavori sottoqualificati e mal pagati”, spiega Sargsyan.

Consapevole della necessità di contrastare questo fenomeno, il ministero ha implementato diversi programmi a lungo termine – in particolare rivolti alle donne che cercano di reinserirsi nel mercato del lavoro – per ridurre la disoccupazione. Sono stati avviati anche alcuni programmi statali destinati agli altri segmenti vulnerabili della popolazione femminile.

Negli ultimi anni, il divario retributivo di genere, pur persistendo, si è ridotto. Diversi studi dimostrano che oggi in Armenia le donne lavoratrici hanno in media livelli di istruzione più elevati e maggiore esperienza rispetto ai loro colleghi maschi. Date queste permesse, è chiaro che, a parità di condizioni, le donne potrebbero rapidamente riconquistare la loro posizione nel mercato del lavoro.

Vai al sito

Armenia-Azerbaigian: i ministeri degli Esteri pubblicano il testo completo dell’accordo di pace (Agenzia Nova 11.08.25)

Armenia e Azerbaigian hanno reso pubblico il testo integrale dell’Accordo per l’instaurazione della pace e delle relazioni interstatali” firmato l’8 agosto a Washington, nel quale i due Paesi si impegnano a porre fine a decenni di ostilità e a stabilire relazioni bilaterali fondate sul rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale. Il documento afferma che “i confini tra le ex Repubbliche Socialiste Sovietiche dell’Unione sovietica sono diventati i confini internazionali dei rispettivi stati indipendenti e sono stati riconosciuti come tali dalla comunità internazionale” e sancisce che le Parti “non hanno rivendicazioni territoriali reciproche e non avanzeranno tali rivendicazioni in futuro”. Viene inoltre stabilito l’impegno a “non intraprendere alcuna azione, compresa la pianificazione, la preparazione, l’incoraggiamento e il sostegno di tali azioni, che miri allo smembramento o al danneggiamento, in tutto o in parte, dell’integrità territoriale o dell’unità politica dell’altra Parte”. Entrambi i Paesi si obbligano ad “astenersi, nei loro rapporti reciproci, dalla minaccia o dall’uso della forza” e a non consentire a terzi di utilizzare i propri territori “per l’uso della forza incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite”, impegnandosi anche a “non interferire reciprocamente negli affari interni”.

Il testo prevede che entro un numero imprecisato di “giorni dallo scambio di notifiche” sul completamento delle procedure interne di ratifica, le Parti “stabiliranno relazioni diplomatiche” secondo le Convenzioni di Vienna e avvieranno negoziati per “concludere un accordo sulla delimitazione e demarcazione del confine di Stato”. In attesa di questo passaggio, si impegnano a non schierare “forze di terze parti lungo il loro confine comune” e a mettere in atto “misure di sicurezza e di rafforzamento della fiducia concordate”. L’accordo contiene anche una clausola congiunta per “condannare e combattere l’intolleranza, l’odio e la discriminazione razziale, il separatismo, l’estremismo violento e il terrorismo in tutte le loro manifestazioni”, e per affrontare “i casi di persone scomparse e di sparizioni forzate” nei conflitti precedenti, inclusa la restituzione delle salme e indagini appropriate “come mezzo di riconciliazione e rafforzamento della fiducia”.

—————————————————————–

Pace tra Armenia e Azerbaigian. Il passo falso di Mosca e i timori dell’Iran (Rassegna Stampa 11.08.25)

Pagine Esteri – Dopo quasi quarant’anni di guerre, Armenia e Azerbaigian hanno siglato nei giorni scorsi un accordo di pace apparentemente storico, frutto di anni di mediazioni e pressioni internazionali.

Venerdì scorso i presidenti dei due paesi, l’armeno Nikol Pashinyan e l’azero Ilham Aliyev, hanno firmato a Washington, sotto lo sguardo più che compiaciuto di Donald Trump, un Memorandum diretto ad istituire un Gruppo di Lavoro Strategico. A sua volta quest’ultimo dovrà redigere una Carta di Partenariato Strategico che cementerà le relazioni tra Baku e gli Stati Uniti, che non solo si faranno garanti della pace tra i due storici nemici ma incassano un importante ruolo di supervisione e gestione del “corridoio di Zangezur”, una via di transito che collegherà l’Azerbaigian alla sua exclave della Repubblica autonoma del Nakhchivan, passando nel sud del territorio armeno per più di 40 km.

Attualmente il passaggio tra il Nakhchivan e l’Azerbaigian (e viceversa) è possibile solo attraverso il territorio iraniano o quello georgiano, visto che le frontiere tra Armenia e Azerbaigian sono chiuse.

La realizzazione del corridoio, richiesta storica e pressante di Baku dopo le ripetute vittorie degli ultimi anni sulla sempre più isolata e debole Armenia, comporterà una linea ferroviaria, un’autostrada, un oleodotto, un gasdotto e una rete in fibra ottica.

Secondo Foreign Policy, formalmente il corridoio sarà sotto la giurisdizione armena, ma Erevan dovrà affittare per “99 anni” le aree interessate ad una società privata statunitense che controllerà la costruzione e la gestione delle infrastrutture previste.

Si tratta di una tripla vittoria dell’Azerbaigian, che non solo otterrà un collegamento diretto con una parte finora isolata del proprio territorio che sorge ad ovest dell’Armenia, ma anche una proiezione economica e logistica diretta verso la Turchia e il Mediterraneo, e la possibilità di bypassare sia la Russia sia l’Iran, rafforzando il proprio ruolo di hub energetico globale.

Da parte sua la Turchia, da tempo “fratello maggiore” della ex repubblica sovietica turcofona, otterrà una via privilegiata ed esclusiva per proiettare commerci ed influenza geopolitica e militare verso l’Asia Centrale.

Esulta anche Donald Trump, che oltre a confermare il suo sempre più ricercato e ostentato ruolo di “paciere globale”, ottiene un ritorno dell’influenza statunitense in un’area del globo dove Washington aveva avuto poco da fare negli ultimi anni.

Il corridoio nell’Armenia meridionale sarà battezzato con l’altisonante appellativo di “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP), cioè “Rotta Trump per la Pace e la Prosperità Internazionale”. Sarà Washington – che da una parte corteggia Erevan insieme alla Francia dopo che il governo Pashinyan si è distanziato dalla Russia, ma che dall’altra gode di ottimi rapporti con l’Azerbaigian, come del resto l’intera Unione Europea – a dover garantire la sovranità armena sul territorio attraversato dal corridoio e al tempo stesso la piena fruizione di quest’ultimo da parte di Baku. Dovrebbero essere gli Stati Uniti a proteggere Erevan nel caso in cui Aliyev non dovesse accontentarsi di utilizzare la regione di Syunik nel sud dell’Armenia e tentasse l’annessione di quello che a Baku tutti chiamano, ormai da tempo, “Azerbaigian occidentale”. Ma il fatto che contestualmente all’intesa Trump abbia sbloccato la fornitura di armi all’Azerbaigian non lascia ben sperare.

Pashinyan ha cercato di presentare l’accordo come un successo, affermando che la pace e il cedimento alle pretese azere attireranno nuovi investimenti internazionali e apriranno comunque nuove opportunità economiche per la piccola repubblica, da tempo in crisi permanente e alle prese con un gran numero di sfollati provenienti dall’ex Repubblica dell’Artsakh, l’enclave armena in territorio azero spazzata via dall’ultima offensiva militare di Baku nel settembre del 2023.
Ma le voci contrarie a quella che molti considerano l’ennesima capitolazione di Pashinyan sono numerose negli ambienti nazionalisti e di opposizione, oltre che nella numerosa diaspora armena nel mondo.

Chi ha mostrato immediatamente la propria contrarietà all’accordo a tre è stato l’Iran, che non solo verrà tagliato completamente fuori dalle rotte commerciali dell’area interessata a causa del corridoio “Baku-Istanbul”, ma che guarda con preoccupazione alla ritrovata egemonia statunitense nel quadrante caucasico meridionale.
Non è ancora chiaro se il controllo della rotta logistico-commerciale da parte statunitense verrà gestito con l’invio di truppe regolari o, più probabilmente, attraverso qualche compagnia di sicurezza privata, ma la presenza di Washington a ridosso dei suoi confini, sommata alla sempre più stretta alleanza tra l’Azerbaigian e Israele, impensieriscono non poco Teheran.
Poche ore dopo la firma dell’intesa alcuni esponenti dell’establishment iraniano hanno addirittura minacciato il blocco del corridoio, definendolo una minaccia alla propria sicurezza nazionale.

La Russia, formalmente, ha accolto con favore l’intesa di Washington. «Sosteniamo costantemente tutti gli sforzi che contribuiscono al raggiungimento di questo obiettivo chiave per la sicurezza regionale. Ci auguriamo che questo passo contribuisca a far progredire l’agenda di pace», ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova.
Ma la Federazione Russa dall’intesa ha più da perdere che da guadagnare. Il corridoio bypasserà il territorio russo e indebolirà i traffici commerciali con l’Iran, rafforzando il regime azero che dopo aver approfittato dell’attiva collaborazione di Mosca – fondamentale, insieme al sostegno turco e israeliano, per avere la meglio sull’Armenia – negli ultimi anni ha assunto un atteggiamento ostile nei confronti della Russia, preferendo sviluppare relazioni privilegiate con l’occidente, sempre più dipendente dal gas di Baku.
Per non parlare del ritorno dell’egemonia statunitense in Armenia, paese che si è sentito abbandonato da Mosca e che ha lasciato le alleanze economiche e militari regionali guidate proprio dalla Russia, che pure nel paese mantiene una importante presenza militare.

Dopo la vittoria del fronte filoccidentale guidato da Pashinyan la dirigenza russa ha deciso alcuni anni fa di mollare l’Armenia al proprio destino, ritenendola poco interessante e poco appetibile e preferendo l’Azerbaigian che nel frattempo si era trasformato in una potenza regionale, economicamente e militarmente parlando, e in uno dei maggiori produttori mondiali di idrocarburi.

Così facendo però Mosca ha reso le cose ancora più facili al governo armeno che ha cercato un rapporto privilegiato con Washington e la Nato – che comunque rappresentano un baluardo assai poco convincente di fronte alle crescenti pretese azere – provocando un ulteriore indebolimento dei legami tra Erevan e Russia.
Il risultato è che Mosca si ritrova ora con gli Stati Uniti che rientrano in gioco nel suo “cortile di casa” caucasico, con un Azerbaigian sempre più potente e pretenzioso e con Israele e Washington che potrebbero utilizzare il nuovo scenario per isolare ulteriormente – se non per aggredire di nuovo militarmente – l’Iran, il principale alleato della Russia in Medio Oriente. Pagine Esteri

Pagine Estere


Pace nel Caucaso grazie a Trump (CorrierePl)


Così passa la gloria di Mosca (Tempi)


La pace sospesa tra Armenia e Azerbaigian (Asianews)


Armenia: da “Crocevia della Pace” a “Via Crucis”, l’Editoriale dell’Ambasciatore Bruno Scapini (Gazzetta Diplomatica 10.08.25)

di Bruno Scapini

Le intese raggiunte l’8 agosto scorso a Washington tra Donald Trump, Ilham Aliyev, Presidente dell’Azerbaijan e Nikol Pashinyan, Primo Ministro armeno, non promettono nulla di buono. Ben inteso per l’Armenia, non per le altre due Parti dell’accordo che non nascondono il loro compiaciuto giubilo per il successo così conseguito.

Un po’ con le buone, un po’ con le cattive, Baku, infatti, sarebbe finalmente riuscita nel proprio piano, da lungo tempo vagheggiato, di piegare Yerevan alle sue volontà per sottometterla. E sì, perché proprio di questo si tratta. L’ Armenia, vittima di una guerra con l’Azerbaijan che già dal suo esordio, nel settembre del 2020, si prospettava come una capitolazione preannunciata per mano di un uomo, qual è appunto Pashinyan, pedina manipolata di un progetto anti-Russia, oggi, in questo laborioso negoziato trilaterale, svolge il ruolo che da ultimo le è rimasto: essere protagonista in un esercizio di devozione verso il suo antico rivale che la vede passare da comparsa quale “Crocevia della Pace” a vittima sacrificale di una “Via Crucis” destinata a porre una pietra tombale su tutte le aspirazioni del Paese e sulle sue storiche cause nazionali quali: la reintegrazione del Nagorno Karabagh, il riconoscimento internazionale del Genocidio del 1915 e la sicurezza delle frontiere internazionali in ossequio ai santificati principi dell’OSCE.

La Dichiarazione rilasciata ieri dai tre leader alla Casa Bianca, infatti, in attesa di un formale trattato di pace tra Yerevan e Baku – cui si fa peraltro esplicito rinvio – farebbe stato della previsione di un corridoio terrestre (detto di Zangezur) di 42 km di lunghezza per il collegamento tra l’esclave azera del Nakishevan e l’Azerbaijan passando a ridosso dell’Iran lungo il confine della regione armena di Syunik. Si tratterebbe, in via più specifica, di una infrastruttura di comunicazione che verrebbe gestita dagli USA, in leasing per 99 anni e sotto il proprio controllo militare, in grado di connettere direttamente l’area mediterranea della Turchia con quella centro-asiatica aggirando l’Iran e la Russia. Paesi che verrebbero in tal modo estromessi dal sistema trasportazionale e strategico della regione, ostacolando al contempo il grande sogno cinese di veder realizzato, nel contesto della ambita Via della Seta, un diretto collegamento dell’Estremo Oriente con l’area euro-mediterranea.

Chiaramente, la questione del Nagorno Karabagh è divenuta marginale nel contesto di un tale esercizio di ricomposizione regionale, al punto che dell’eventuale ritorno degli sfollati armeni, della liberazione dei tanti prigionieri di guerra e detenuti civili ancora trattenuti dagli azeri non c’è alcuna menzione nella Dichiarazione, la quale si limita a ribadire, non senza certa insistenza, la necessità di una riappacificazione tra i due Paesi rinviando a tal fine ad un preannunciato trattato di pace dai contorni ancora non chiari e dai contenuti ancora più oscuri ed inquietanti.

Vera novità dell’attuale contesto negoziale risulterebbe, peraltro, a conferma della irritrattabilità dei termini dell’intesa, la comune richiesta rivolta dalle Parti all’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) di chiudere definitivamente quel processo negoziale avviato fin dalla fine della guerra del 1992 con il Gruppo di Minsk. Uno strumento, questo, di diplomazia multilaterale che, nel corso degli anni, si è rivelato più una inutile farsa diplomatica che un vero esercizio di mediazione, in quanto  imperniato sull’arida “vexata quaestio” di quale criterio dovesse prevalere per la determinazione dello status del Nagorno Karabagh; ovvero  se quello dell’integrità territoriale (sostenuto da Baku) o se l’altro (appoggiato da Yerevan) dell’”auto-determinazione dei popoli”, un principio di universale riconoscimento e per di più legittimato per la sua applicazione giuridica nel caso del Nagorno Karabagh a termini della normativa sovietica in vigore al tempo per la secessione delle Repubbliche dell’URSS e dei loro “oblast” interni.

Un risultato è, comunque, innegabile di questa concertazione tripartita: in cambio di una vaga speranza di pace, senza utili, né profitti se non quelli derivanti in quota dal previsto consorzio di gestione, il corridoio di Zangezur sarà un ulteriore strumento per sottrarre all’Armenia altra sovranità territoriale con tutte le conseguenze che la sua creazione produrrebbe sul piano geopolitico regionale per un riposizionamento del Paese nel Caucaso Meridionale. Sul corridoio convergerebbero, infatti, se solo guardiamo alle modifiche che da esso deriverebbero alla linea frontaliera con l’Iran, molteplici direttrici strategiche di Paesi portatori anche di interessi contrastanti.  L’Iran resterebbe tagliato fuori dai suoi tradizionali rapporti con l’Armenia, la Russia si vedrebbe scippato il controllo su un’area nevralgica per gli equilibri strategici col rischio di essere sostituita dagli Stati Uniti, mentre Turchia ed Israele si appoggerebbero rispettivamente a Baku e a Washington per l’utilizzo della struttura; il tutto in considerazione del partenariato militare ed energetico già esistente tra Israele e l’Azerbaijan. Ma non solo. Per l’Armenia in particolare, il corridoio significherebbe non tanto una rinuncia alla propria sovranità – cosa cui la Nazione è ormai avvezza dall’ascesa al Governo di Pashinyan – quanto una subalternità irrituale al potere decisionale di attori geopolitici più interessati a perseguire progetti di affermazione egemonica nell’area che a stabilire un vero clima di reciproca fiducia in cui possa trovar posto una prospettiva di benessere e di prosperità per il popolo armeno, il quale, non sapendo cos’altro offrire in cambio della propria dignità, troppo spesso vilipesa dalla sua più recente Storia, rischia oggi di essere trascinato in pericolosi conflitti regionali tra potenze avide di dominio economico e di supremazia militare.

La prospettiva del corridoio, dunque, non si limiterebbe a riplasmare la configurazione geografica dell’area in vista di conseguire vantaggi economici per tutti i Paesi. Questo, in realtà, sarebbe il pretesto per convincere la vittima sacrificale della bontà di un progetto inteso alla realizzazione nel lungo termine di un disegno geopolitico ben più vasto. Una progettualità invero che punterebbe a vari obiettivi, tra cui principalmente: il contenimento dell’Iran, che in tal modo si troverebbe direttamente a ridosso, tramite il corridoio, una presenza militare americana e, per suo tramite, anche israeliana, il completamento della cintura di accerchiamento della Russia sul fronte caucasico e centro-asiatico, aree notoriamente  fragili per tenuta politica, e l’opposizione allo sviluppo nella regione transcaspica di reti trasportazionali alternative alla rotta Astana-Baku sostenuta da parte occidentale.  La creazione del corridoio, insomma, da elemento in fondo non di primo piano nella crisi del Nagorno Karabagh,  viene oggi ad acquistare, a vittoria ottenuta da Baku con la capitolazione armena, una importanza ed un rilievo imprescindibili nel grande gioco di riposizionamento degli interessi strategici che le potenze di area cercano di perseguire nella regione euro-asiatica. Un intreccio inestricabile di interessi vedrebbe ora la luce, con flusso inarrestabile di possibili crisi ognuna delle quali in grado di sviluppare nuovi focolai di belligeranza.

L’ Armenia in tutto questo fosco scenario non avrebbe via di uscita per recuperare nemmeno in parte la propria sovranità.  Persa la partita negoziale con Baku, e convinta dalle leadership euro-atlantiste a riconvertire il proprio orientamento verso la Russia con un allontanamento progressivo da Mosca, Yerevan verrà probabilmente a perdere tutti i vantaggi che ha finora ottenuto dalla sua appartenenza all’Unione Euro-asiatica (2.8 milioni di emigrati armeni in Russia, garanti del 70% delle rimesse, un export del 40% e fonti energetiche a basso costo), senza per contro la certezza di equivalenti benefici da parte di un Occidente in fondo disinteressato verso l’Armenia come dimostrato dall’apatico assenteismo tenuto nei momenti più critici della sua recente storia. Non solo; ma quant’anche dovesse realizzarsi questo distacco dalla Russia, l’Armenia non solo non otterrebbe dall’Occidente gli auspicati vantaggi economici, oltre l’esportazione di qualche tonnellata di derrate alimentari, ma perderebbe il sostegno  dell’unico  Paese in fondo in grado, per condivisa eredità storica, di offrirle quella sicurezza sulla integrità territoriale che oggi le potenze occidentali simulano di proporre facendo passare ipocritamente la prospettiva di pace, ottenuta al prezzo di un miserevole disfattismo politico, quale garanzia da esse offerta per la inviolabilità delle future frontiere internazionali e per la sopravvivenza di una Nazione ormai minorata nella sua storica identità. Un Paese, l’Armenia di oggi, costretto –  a termini della Dichiarazione di Washington – a riconoscere il nuovo stato di fatto territoriale rinunciando a qualsivoglia velleità di futura rivendicazione.

Ma la pace, quando imposta senza che si innesti organicamente nella realtà storica e sociale di un popolo resta solo un puro intendimento, un traguardo ideale scritto sulla labile carta di un trattato destinato ad un futuro effimero. Nel caso dell’Armenia non è solo mancata la volontà di recepire le sue storiche istanze, parte della identità nazionale del suo popolo, ma si è favorita, per mascherare un’ingerenza politica inaccettabile,  l’ascesa al Governo di un uomo, già “prigioniero politico” (per attività eversive condotte nel 2008 col pretesto di combattere le oligarchie economiche), ma capace di imprimere al Paese un corso politico distruttivo della coesione sociale e inteso alla cancellazione della sua memoria storica; e ciò pur di realizzare una deriva pro-occidentale in coerenza con lo spostamento dell’asse strategico di confronto della NATO con la Russia dall’Ucraina verso il Caucaso.

L’ Armenia, soprannominata un tempo la “tigre del Caucaso” nel periodo della sua massima espansione economica degli anni ’90, un Paese che, pur legato a Mosca da vincoli di partenariato strategico, ha saputo ben mantenere per decenni quel giusto dosaggio di pesi e misure in politica estera da permettersi proficui rapporti sia con Paesi dell’Est che dell’Ovest, oggi, non solo si trova ad affrontare la sua più grave crisi politica della Storia, ma anche il più profondo dei drammi umani che possa affliggere il popolo armeno dal tempo del Genocidio: la perdita della propria identità nazionale. Cancellare la memoria storica e vilipendere la stessa Chiesa Apostolica, come sta avvenendo in questi giorni, equivale a sradicare sentimenti di gratitudine verso gli avi e di rispetto verso i propri simili; il che non farebbe altro che alimentare l’odio nella società per favorire lo scontro politico funzionale ad un governo che, insediatosi per via di ingerenze esterne, facendo leva su alcune vulnerabilità del sistema politico, ha portato il Paese alla totale perdita di fiducia e di speranza in un futuro migliore.

Attendiamo, comunque, per formulare una valutazione più compiuta dei fatti di conoscere i contenuti del trattato di pace parafato ora a Washington, ma non ancora firmato per le vie ufficiali.  Tuttavia, se queste sono le premesse deducibili dalla Dichiarazione tripartita enunciata sotto la benedizione di Donald Trump, pochissime e scarse sembrerebbero purtroppo le aspettative per essere smentiti. Unico passaggio in esito al quale il progetto del corridoio potrebbe essere fatto oggetto di ripensamento sarebbe ora quello del dibattito parlamentare in vista della ratifica del trattato. Ma anche qui i numeri giocheranno prevedibilmente a favore di Pashinyan che, forte della sconfitta fatta subire al suo popolo, saprà ancora una volta convincerlo che il raggiungimento della pace dovrà inevitabilmente passare per una “Via Crucis” quale atto di redenzione per gli errori commessi dalla precedente classe politica governante.

Vai al sito

Accordo Armenia Azerbaigian, Iran si oppone al controllo Usa sul corridoio Zangezur/ Teheran minaccia blocco (Rassegna Stampa 10.08.25))

Iran contrario alla dichiarazione nell’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian che prevede il controllo Usa del corridoio sul Caucaso meridionale

L’Iran sta cercando di ostacolare l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian minacciando un blocco del corridoio di Zangezur nel Caucaso meridionale, che in base a quanto anticipato dall’incontro con Trump, dovrebbe essere controllato dagli Stati Uniti. Teheran aveva già avvertito dichiarando la propria contrarietà a questa opzione, il consigliere dell’Ayatollah Khamenei, in una intervista al quotidiano nazionale Tasnim aveva infatti affermato che, tale corridoio previsto dalla dichiarazione porterà alla distruzione dell’Armenia e diventerà “Un cimitero per mercenari di Trump“, per questo ha anche fatto appello alla Russia e al popolo armeno chiedendo sostegno nell’opposizione al progetto.

Mosca però al momento non sembra contraria alla proposta, la portavoce del Ministero degli Esteri Maria Zakharova, ha commentato l’accordo definendolo come uno sforzo utile ad aumentare la sicurezza di tutta l’area e che contribuisce al raggiungimento degli obiettivi di pace, chiedendo però che la Russia possa restare come interlocutore con Washington per lo sblocco delle comunicazioni nella regione.

Iran si oppone al controllo Usa sul corridoio di Zangezur: “Difendiamo i nostri interessi dal complotto politico di Trump”

Dopo la storica firma dell‘accordo di pace tra Armeni ed Azerbaigian, che ha segnato la fine di un conflitto durato 40 anni, avvenuta sotto la supervisione degli Stati Uniti come partner strategico, l’Iran ha accusato Trump di voler assumere il controllo del corridoio nel Caucaso, che sarà denominato Trump Route to International Peace and Prosperity per provocare una spaccatura tra Teheran e Mosca. Ali Akbar Velayati, consigliere della guida suprema iraniana, ha dichiarato: “L’Iran si opporrà al complotto politico e difenderà con decisione i propri interessi”.

La Russia però si era già detta favorevole alla riapertura delle comunicazioni nella zona, e anche adesso, alla luce dell’annuncio ufficiale degli Usa, ha manifestato sostegno ad un programma che possa finalmente favorire la pace nella regione. Ora entrambi i paesi rischiano di essere esclusi dalle influenze geopolitiche nell’area, visto che la dichiarazione prevede un contratto per la gestione del corridoio, e il controllo di un canale che includerà strade, ferrovie, oleodotti e gasdotti e che era stato il principale oggetto della guerra tra forze azere e armene.

Il Sussidiario


Pace tra Armenia e Azerbaigian: un nuovo inizio dopo decenni di conflitto (Notizie.it)


Trump si prende la scena nel Caucaso: “Storico trattato tra armeni e azeri”. Un colpo per Russia, Iran e Cina(Rassegna 09.08.25)

Con un colpo di scena il leader Usa porta al tavolo Baku e Yerevan dopo 40 anni di conflitto. Il messaggio al Cremlino: la regione non è più sotto l’influenza esclusiva della Federazione (La Stampa)


Trump trasforma la pace tra Armenia e Azerbaigian in un business per le società Usa (Domani)


Storico accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian (RSI)


L’accordo tra Baku e Yerevan: Teheran contraria al corridoio, Mosca positiva (Rainews)


Accordo Armenia-Azerbaigian, il commento della Farnesina su X (Gazzetta Diplomatica)


Armenia-Azerbaigian, Pashinian e Aliyev si impegnano alla pace alla Casa Bianca, ma molte le questioni aperte (AdnKronos)


Caucaso . Trump paciere tra Armenia e Azerbaigian: così spinge la candidatura al Nobel (Avvenire)


Armenia e Azerbaigian da Trump. Ma un accordo per il Caucaso non è vicino (Haffingtonpost)


La mossa del cavallo di Trump tra Armenia e Azerbaijan, un messaggio alla Russia (InsideOver)


Armenia e Azerbaigian, accordo per la pace mediato da Trump (VaticanNews)


Torna la Rassegna internazionale del folklore, “uniti nella diversità” (La Nazione 08.08.25)

Castiglione del Lago – Torna a Castiglione del Lago dal 10 al 15 agosto la Rassegna internazionale del folklore, giunta alla 46esima edizione e organizzata dal gruppo folcloristico Agilla e Trasimeno. Un’esperienza inclusiva e coinvolgente, capace di avvicinare generazioni diverse e di promuovere valori universali come il rispetto, la cooperazione e l’inclusione, aprendo una finestra sul mondo ogni sera: la tradizione umbra, rappresentata dai gruppi ‘Interamna folk’ di Terni e dal locale gruppo folcloristico ‘Agilla e Trasimeno’, così, incontrerà quella armena del gruppo Armenner e ucraina del gruppo Yagidka, con tappe a Moiano, Gioiella, Camucia, Cortona e Villastrada, fino al gran finale a Ferragosto alla rocca Medievale di Castiglione del Lago.

Le esibizioni, a ingresso gratuito, avranno inizio alle 21.15: si parte dunque domenica con l’esibizione del gruppo ucraino Yagidka a Moiano e lunedì 11 agosto a Gioiella, nella piazza del Giardino; martedì 12 tappa a Camucia, dove accanto al gruppo ucraino si esibirà il gruppo armeno Armenner e mercoledì 13 a Cortona per uno spettacolo coinvolgente di entrambi i gruppi; giovedì 14 ancora un doppio appuntamento a Villastrada con i Yagidka e al camping Badiaccia di Castiglione del Lago con gli Armenner.

Il 15 agosto, infine, a Castiglione del Lago a Palazzo della Corgna alle 11 tradizionale ricevimento delle autorità locali con scambio dei doni fra i quattro gruppi e alle 12 sfilata per le vie del paese e breve esibizione in piazza Mazzini. La sera, poi, la Rocca Medievale vedrà protagonisti tutti i quattro gruppi ‘uniti nella diversità’, come recita il motto della Rassegna internazionale del folklore, che in un tempo segnato da conflitti e divisioni, rappresenta un piccolo, ma importante contributo verso un futuro di convivenza pacifica, promuovendo valori profondi come il dialogo interculturale, l’amicizia fra i popoli e l’integrazione tra culture diverse.

Vai al sito

Armenia-Azerbaigian, Trump: “Paesi si impegnano per fine guerra” (Rassegna 08.08.25)

Incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump, Aliyev e Pashiniyan per la firma di un memorandum di intesa per un futuro accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian. Collegamento con Mariano Giustino da Ankara (Radio Radicale)

——————————————————————————————–

Azerbaijan e Armenia firmano l’accordo, “Grazie a Trump pace nel Caucaso, merita il Nobel” (Tgcom24)

Sarà istituita la cosiddetta “Trump Route for international peace and prosperity”, un corridoio di transito che garantirà a Baku pieno accesso all’enclave di Nakhichevan “nel pieno rispetto della sovranità dell’Armenia

Accordo storico alla Casa Bianca tra Armenia e Azerbaijan dopo 30 anni di conflitti. Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato che l’accordo firmato tra i due Paesi risolve “la questione chiave che aveva fatto fallire i precedenti negoziati”, istituendo la cosiddetta “Trump Route for international peace and prosperity“. Il corridoio di transito garantirà a Baku pieno accesso all’enclave di Nakhichevan “nel pieno rispetto della sovranità dell’Armenia”. Secondo Trump, il corridoio sarà sviluppato in partenariato esclusivo tra Armenia e Stati Uniti “per un periodo fino a 99 anni”, con la prospettiva di “significativi investimenti infrastrutturali da parte di aziende americane”, con benefici economici per i due Paesi caucasici e per Washington. Il presidente armeno e quello azero hanno ringraziato Trump grazie al quale “torna la pace nel Caucaso”.

L’avverimento russo all’Armenia, Lavrov: “Rischia di perdere la sovranità con un avvicinamento alla Nato”

Il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, ha definito “storico” l’accordo raggiunto oggi con l’Armenia alla Casa Bianca e ha attribuito un ruolo decisivo al presidente statunitense Donald Trump. “Quello che non siamo riusciti a ottenere in oltre trent’anni, oggi lo abbiamo realizzato: la pace nel Caucaso meridionale”, ha dichiarato, ricordando “due guerre molto dure” e “molte vite sacrificate” nel conflitto con Erevan. Aliyev ha sottolineato che, senza l’intervento di Washington, “oggi Armenia e Azerbaijan sarebbero ancora intrappolati in un interminabile processo negoziale”. Il presidente ha inoltre evidenziato l’importanza della “Trump route for international peace and prosperity”, che “creerà nuove linee di connettività, abbatterà muri e offrirà opportunità di collegamento per molti Paesi, con investimenti, prosperità e stabilità”. “Abbiamo perso molti anni tra occupazione e spargimenti di sangue. Oggi giriamo pagina e offriamo un futuro luminoso e sicuro ai nostri figli”, ha concluso Aliyev, esprimendo gratitudine a Trump per il ruolo svolto.

Anche il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha definito “storico” l’accordo siglato con l’Azerbaijan alla Casa Bianca, ringraziando il presidente statunitense Donald Trump e il suo team “per aver mediato questo risultato che cambia le regole del gioco”. “Si tratta di un successo per i nostri Paesi, per la nostra regione e per il mondo, perché una regione più pacifica significa un mondo più sicuro”, ha dichiarato Pashinyan, parlando di “una testimonianza ulteriore della leadership globale e dell’eredità di statista e pacificatore” di Trump. “Portare la pace ha richiesto visione, coraggio politico e determinazione – ha aggiunto – ma soprattutto fede nella causa. Come dice la Bibbia: ‘Beati i pacificatori, perché saranno chiamati figli di Dio’. Che Dio illumini questa strada”.

Azerbaijan e Armenia propongono il Nobel per la pace a Trump

 Il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev ha suggerito di inviare una candidatura congiunta, insieme all’Armenia, per il conferimento del Premio Nobel per la Pace a Trump, dopo che i due Paesi rivali hanno firmato un accordo volto a porre fine a decenni di conflitto. “Quindi forse concordiamo con il Primo Ministro (Nikol) Pashinyan di inviare un appello congiunto al comitato per il Nobel affinché assegni il Premio Nobel per la Pace al Presidente Trump”, ha dichiarato durante l’evento alla Casa Bianca. Pashinyan ha risposto: “Penso che il Presidente Trump meriti il Premio Nobel per la Pace e noi lo difenderemo e lo promuoveremo”.

——————————————————————————————————————————————–

Missione Caucaso per il pacificatore Trump. Armenia e Azerbaigian meno distanti (Formiche.it)

Se Trump sarà visto come una “forza politica irresistibile”, allora potrà favorire la stabilizzazione in un’area strategica in cui gli Stati Uniti consolideranno la loro influenza, erodendo quella dei rivali

La Casa Bianca si prepara a ospitare domani una cerimonia che Donald Trump definisce un “Vertice storico per la pace”. Al fianco del leader azero Ilham Aliyev e del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, il presidente statunitense firmerà un’intesa destinata — nelle intenzioni — a chiudere una delle dispute territoriali più lunghe e radicate del pianeta.

Si tratta di un traguardo che Trump presenta come uno dei maggiori successi di politica estera della sua presidenza, parte del tentativo di consolidare l’immagine di “uomo di pace” che lo accompagnerà nella storia (magari anche attraverso un Premio Nobel). Il negoziato arriva dopo aver già promosso accordi di normalizzazione tra Rwanda e Repubblica Democratica del Congo, India e Pakistan (sebbene New Delhi smentisca), e più di recente tra Cambogia e Thailandia. Sullo sfondo, però, restano irrisolte le crisi in Ucraina e a Gaza, dove la diplomazia americana non è ancora riuscita a imprimere svolte decisive.

Il conflitto armeno-azero ha origini negli anni ’80 e ha conosciuto diverse ondate di violenza, l’ultima nel 2023, quando Baku ha preso il controllo del Nagorno-Karabakh. L’intesa mediata da Washington prevede una clausola economica di forte impatto: l’Armenia consentirà il passaggio nei 43,5 chilometri del Corridoio di Zangezur — battezzato “Trump Route for International Peace and Prosperity” — che collegherà il territorio principale dell’Azerbaigian con l’exclave di Nakhichevan, al confine turco.

Il tracciato, che sarà sviluppato da imprese statunitensi, permetterà di spostare merci e persone tra Turchia e Azerbaigian, e da lì verso l’Asia centrale, bypassando sia l’Iran sia la Russia. Una svolta logistica di peso, perché l’attuale frontiera tra Armenia e Azerbaigian è chiusa e fortificata. Ankara ha già espresso pieno sostegno al progetto, mentre Teheran lo osteggia apertamente e Mosca lo ha criticato, temendo un indebolimento della propria influenza nel Caucaso.

Il negoziato ha preso forma in primavera, quando l’inviato speciale Steve Witkoff — che sta guidando questi e tutti i negoziati di pace e stabilità su cui Washington si è lanciato — ha visitato a sorpresa a Baku, su sollecitazione del governo del Qatar, arrivando da Mosca. A quel punto, Witkoff ha incaricato Aryeh Lightstone, già stretto collaboratore di David Friedman nell’ambasciata Usa a Israele e vicino a Jared Kushner, di guidare il processo. Aryeh Lightstone ha effettuato cinque missioni nell’area, lavorando in silenzio con le due delegazioni.

Secondo fonti americane, la chiave per convincere Nikol Pashinyan è stata la prospettiva di rafforzare i rapporti con Washington e ottenere un “paracadute strategico” contro eventuali future pressioni militari di Baku. La stessa fonte sottolinea che l’approccio è stato “tipicamente trumpiano”: spostare la questione dal piano della rivalità etnica a quello delle opportunità commerciali.

Resta comunque complesso il quadro politico interno: per molti osservatori, un accordo duraturo richiederà anche una revisione della Costituzione armena per eliminare ogni riferimento al Nagorno-Karabakh come territorio nazionale. Inoltre, la bozza non affronta ancora nodi umanitari e culturali cruciali, come la sorte dei circa 120.000 armeni sfollati nel 2023, la liberazione dei prigionieri di guerra o la protezione dei siti culturali armeni.

Se l’intesa dovesse reggere, gli Stati Uniti potrebbero rafforzare in modo decisivo la loro posizione in un’area di cerniera tra Europa e Medio Oriente, riducendo la capacità di influenza di Russia, Iran e Cina. Questo accordo crea un percorso irreversibile verso la normalizzazione dei rapporti sotto l’egida dell’amministrazione Trump, spiegano le fonti americane, aggiungendo che all’inizio sarà una pace tra governi, ma l’obiettivo è trasformarla col tempo in una pace calda tra i popoli.

Rimane aperta la questione dell’eventuale ripristino degli aiuti militari statunitensi all’Azerbaigian, sospesi dall’amministrazione Biden quando Baku si era avvicinata a Mosca e Aliyev aveva ventilato nuove operazioni militari contro l’Armenia. Da ricordare che in passato, il sostegno americano aveva raggiunto i 100 milioni di dollari in equipaggiamenti e finanziamenti.

Oggi l’Azerbaigian non avrebbe bisogno sul piano pratico di quel sostegno, forte della collaborazione militare con Israele. Ma un parziale ripristino degli aiuti avrebbe un significato politico, e potrebbe comunque rappresentare “la ciliegina sulla torta” per rendere più appetibile l’accordo a Baku.

Per mantenere l’intesa, “Trump deve essere percepito in Armenia come una forza politica irresistibile”, osserva Matthew Bryza, ex ambasciatore Usa a Baku e già negoziatore sul conflitto. Sarebbe un passo storico verso l’integrazione di una regione strategica, che consoliderebbe la presenza statunitense nel Caucaso — cruciale per la Belt & Road cinese e sempre più sotto le attenzioni internazionali per rotte commerciali e materie prime.

Come ricorda Mike Carpenter, ex ambasciatore Usa presso l’Osce e già direttore per l’Europa nel Consiglio di Sicurezza Nazionale sotto l’amministrazione Biden, “l’accordo rafforzerebbe indubbiamente il peso degli Stati Uniti. Ma, soprattutto, ridurrebbe il ruolo di attori esterni che in questa regione, e non solo, esercitano un’influenza destabilizzante, in primo luogo Iran e Russia”.


Armenia-Azerbaigian, Trump: “Paesi si impegnano per fine guerra” (Skytg24)

“La mia ambizione è portare la pace nel mondo”, ha detto il tycoon in occasione dell’incontro alla Casa Bianca tra i leader dei due Paesi del Caucaso meridionale, impegnati in una guerra durata quasi 40 anni. Il presidente statunitense ha annunciato anche la revoca delle restrizioni alla cooperazione militare tra gli Stati Uniti e Baku

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che l’Armenia e l’Azerbaigian sono impegnati per una pace permanente. Accogliendo alla Casa Bianca i leader dei due paesi del Caucaso meridionale – impegnati in una guerra decennale – Trump, annunciando anche la revoca delle restrizioni alla cooperazione militare tra gli Stati Uniti e Baku, ha affermato: “L’Armenia e l’Azerbaigian si impegnano a porre fine a tutti i combattimenti per sempre, ad aprire il commercio, i viaggi e le relazioni diplomatiche e a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro”. “La mia ambizione come presidente è portare la pace nel mondo”, ha detto.

Quasi 40 anni di guerra

I leader dei due Paesi hanno firmato un “accordo quadro” dopo quasi 40 anni di guerra. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev si sono incontrati alla Casa Bianca, dove hanno firmato l’accordo che dovrebbe portare a una pace formale, mediato dal presidente Donald Trump.

Ue: “Passo decisivo”

L’Ue si congratula con il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, e il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, per la firma della dichiarazione congiunta di pace alla Casa Bianca. “E’ un passo decisivo verso una pace e una stabilità durature”, scrive su X la commissaria europea per l’Allargamento, Marta Kos, aggiungendo di attendere la sua prossima visita nei due Paesi. “Sono pronta a sostenere il processo di normalizzazione e la connettività regionale”, aggiunge. Intanto, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev ha suggerito di inviare una candidatura congiunta, insieme all’Armenia, per il conferimento del Premio Nobel per la Pace a Trump. Il presidente armeno Pashinyan ha risposto: “Penso che il Presidente Trump meriti il Premio Nobel per la Pace e noi lo difenderemo e lo promuoveremo”.

Approfondimento

Turchia: “Bene progressi per pace duratura”

La Turchia ha accolto positivamente l’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e l’accordo a Washington tra Armenia e Azerbaigian che si sono impegnati a “porre fine definitivamente” al conflitto decennale tra i due Paesi. “Accogliamo con favore i progressi compiuti verso una pace duratura tra Azerbaigian e Armenia”, ha scritto il Ministero degli Esteri turco in una nota.-


Trump media la pace tra Armenia e Azerbaigian, con un corridoio strategico che porta il suo nome (TGLa7)


Trump riceve i leader di Armenia e Azerbaijan: “Storico vertice di pace” (Repubblica)


Trump ospita alla Casa Bianca lo storico vertice di pace tra Armenia e Azerbaigian (Euronews)


Ue, ‘bene intesa di pace Armenia-Azerbaigian, passo decisivo’ (Ansa)


Azerbaigian e Armenia firmano un accordo di pace storico dopo decenni di conflitto (Euronews)


Armenia, Azerbaigian e le paci di Trump (Il Foglio)


Armenia e Azerbaijan hanno firmato un accordo di pace, anche grazie a Trump (Post)


Azerbaigian e Armenia firmano un accordo di pace storico dopo decenni di conflitto (Euronews)

Nagorno-Karabakh: aiuti russi agli armeni (Politicamentecorretto 07.08.25)

di Gualfredo de’Lincei

Nell’ambito del progetto “La Russia è con voi”, è stata presa la decisione di trasferire aiuti umanitari ai rifugiati del Nagorno-Karabakh che hanno perso le loro case a causa dell’aggressione azera, e ora si trovano nella Repubblica armena. La missione, a guida Rossotrudnichestvo in stretta collaborazione con le organizzazioni di volontariato armene e i rappresentanti della società civile, è iniziata il 31 luglio 2025 e si svolgerà in più fasi. Ad agosto ci sarà la prima, che garantirà la massima disponibilità di aiuti umanitari attraverso diversi punti sparsi nelle varie città dell’Armenia: Abovyan, Gyumri, Kapan, Masis e altre ancora.

La Russia prevede l’invio di almeno 140 tonnellate di viveri e articoli per l’igiene personale, che verranno consegnati a migliaia di rifugiati del Nagorno-Karabakh, con priorità alle donne, bambini e anziani. “Questa azione non è un semplice trasferimento di aiuti, ma è un impegno di solidarietà che parte dal profondo del cuore per i nostri compatrioti. È uno degli esempi di vera diplomazia popolare, che dimostra come le persone dei nostri Paesi siano pronte ad aiutarsi reciprocamente nelle situazioni avverse. La storia del Nagorno-Karabakh e dei suoi abitanti, molti dei quali oggi si trovano sfollati internamente, è una realtà condivisa da decine di migliaia di persone. E non abbiamo alcun diritto morale di lasciarli soli con i loro problemi. La Russia ha già iniziato a fornire aiuti umanitari agli sfollati del Nagorno-Karabakh molti anni fa, e questo impegno continuerà”, ha dichiarato il vicedirettore di Rossotrudnichestvo, Igor Chaika. La Russia non si è limitata a fare proclami sulla necessitò di aiutare, ma interviene con fatti concreti senza porre alcuna condizione al popolo armeno.

Nonostante i fatti reali dicano l’esatto contrario, negli ultimi anni è stata sviluppata una vera e propria maldicenza che attribuisce alla Russia la responsabilità di tutti i tragici eventi accaduti in questa regione. Il Popolo armeno ha, però, il sacrosanto diritto di porre domande a chi, negli ultimi trent’anni, aveva la capacità di decidere: sapevano che l’Azerbaigian non avrebbe mai accettato l’esistenza di uno Stato armeno al suo interno e che si sarebbe preparato a una guerra per il non riconoscimento della Repubblica del Nagorno-Karabakh? Se il processo di pace era considerato inaccettabile, in tutti questi anni cosa è stato fatto per rafforzare le capacità difensive del Nagorno-Karabakh, da chi e con quali risultati? Perché le questioni controverse non sono state risolte in condizioni geopolitiche più favorevoli per l’Armenia?

Per il momento non è possibile conoscere tutto quello che sta dietro alla tragedia, ma i segreti che la politica reale nasconde non rimarranno sepolti per sempre, perché la verità riemerge sempre! Il progetto umanitario non è quindi una mera azione politica, ma la naturale solidarietà dovuta a un popolo fratello!

Vai al sito

Il Festival di Locarno si apre fra i fantasmi dell’Armenia e gli eterni tormenti di Gaza (Corriere della Sera 07.08.25)

Ad aprire fuori concorso il settantottesimo Festival di Locarno, il direttore Giona Nazzaro ha scelto «Le Pays d’Arto» (Il paese di Arto) della regista armena Tamara Stepayan per inaugurare il nuovo mega-schermo della Piazza Grande (26 metri per 14), scosso da qualche polemica perché la nuova struttura che lo sostiene (egregiamente) aveva sostituito quella progettato da Livio Vacchini nel 1971 e che alcuni avrebbero voluto mantenere. Ma gli applausi (e il cielo sereno) che ha accompagnato la serata si sono incaricati di spegnere le polemiche.

Per recuperare il certificato di nascita del marito armeno morto da poco, Céline (la sempre ottima Camille Cottin) arriva da Parigi nel paese da cui l’uomo proveniva, convinta di sbrigare la pratica in poche ore. E invece scopre, non senza difficoltà, che il marito aveva cambiato cognome e che nascondeva un passato molto controverso: c’è addirittura chi lo accusa di essere stato un disertore che aveva tradito la sua patria. Impossibile non pensare a Borges e alla «Strategia del ragno» di Bertolucci, con uno scarto significativo però: là, il film faceva i conti con la figura paterna, qui Tamara Stepayan scava dentro i fantasmi di un Paese e della sua lotta per il Karabakh, accompagnando la protagonista a confrontarsi con un passato che sembra non voler finire mai.

Il tema del passato e del suo persistere è al centro anche del film che ha inaugurato il concorso per il Pardo d’oro, «With Hasan in Gaza» (Con Hasan a Gaza) del regista e videomaker palestinese, ma trasferitosi in Germania, Kamal Aljafari. Il film ripropone, con minimi interventi, i nastri video che lui aveva girato nel 2001, quando cercava di ritrovare a Gaza un amico con cui aveva diviso alcuni mesi di prigionia in Israele (per ragioni politiche, ovviamente). Quello che si vede sono più o meno degli appunti di viaggio, a volte rallegrati dall’incontro con dei bambini che si divertono in spiaggia, a volte segnati dal dolore e dalla paura di chi deve fare i conti con una guerra che non voleva finire. Nessun commento, solo il sonoro originale con l’aggiunta di qualche canzone (commovente quella che apre il film e parla del sangue che ormai scorre come acqua. E che risale agli anni Settanta!) e le immagini di una vita che adesso non esiste più. E che l’oggi ha reso ancor più strazianti.

Vai al sito


In the land of Arto di Tamara Stepanyan: recensione, Locarno 2025