Il pianista armeno Ashot Khachaturian in concerto a Pantelleria il 24 agosto (Pantellerianotizie 05.08.25)

L’astro della musica internazionale, il pianista armeno Ashot Khachaturian in concerto a Pantelleria domenica 24 agosto ai Giardini della Luna in “Absolutely … Ashot”…. Per sostenere la ricerca della Fondazione per la Fibrosi Cistica

Dopo il grande successo dello scorso anno con il concerto Absolutely Ennio,  con una  raccolta di circa 9.000 euro,   La Musica e Il Vento  e Pantarei intendono riproporre un grande appuntamento musicale per raccogliere fondi   a  favore della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica presieduta da Matteo Marzotto e il cui vicepresidente Paolo Faganelli è un assiduo frequentatore assiduo dell’isola. L’intento è quello di offrire al pubblico pantesco, siano essi turisti che residenti, uno spettacolo di altissimo profilo culturale, degno delle più blasonate stagioni musicali internazionali, e quindi capace di attrarre anche il pubblico più esigente, unendo al valore della musica e della cultura quello della ricerca scientifica.

Per questo abbiamo invitato il grande pianista armeno Ashot Khachaturian in un recital che celebra il trionfo del pianoforte da Chopin a Rachmaninoff.

Il musicista , nato nel 1984 , è il nipote del  celeberrimo compositore Aram Khachaturian, e ha respirato la musica fin dai primi vagiti!. Vincitore del 1°Premio Assoluto del Concorso Pianistico Internazionale Rachmaninov nel 2006 , del 1 ° Premio Assoluto del Concorso Pianistico Martha Argerich nel 2007, del Concorso Pianistico Top of the World nel 2011 del  Concours d’Epinal  nel 2013, Ashot è regolarmente invitato a suonare nelle più prestigiose sale da concerto del mondo da Salisburgo a Parigi, da Londra a Berlino, da Tokyo a New York con le orchestre più rinomate e i direttori più celebrati.  E’ oggi, uno dei grandi pianisti della generazione dei quarantenni così definito da Maria Joao Peres e Martha Argerich: “ “Una forza, una verità, un’energia, una passione, un talento senza confini….”

Il concerto è gratuito con libera donazione a favore della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica.

L’evento è sostenuto esclusivamente con fondi privati senza alcun sostegno o patrocinio pubblico e non rientra quindi , a nessun titolo, nel cartellone degli eventi promossi dall’amministrazione comunale.

Ai Giardini della Luna- Contrada Kafaro – Ore 21.00

Per prenotare il posto potete scrivere su whattsapp al numero:  3298369471

ARTSUITE

 

Vai al sito 


Pantelleria (Tp): il pianista armeno Khachaturian in concerto per la ricerca sulla fibrosi cistica

Armenia: il conflitto distruttivo (Settimananews 05.08.25)

«La casa di Gesù Cristo è stata occupata dall’Anticristo, da un gruppo dissoluto e anti-statale. Va liberata». Il 20 luglio il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, è tornato ad attaccare il catholicos Karekin II e l’intera dirigenza della Chiesa armena, responsabili, ai suoi occhi, di fomentare e guidare l’opposizione al suo governo. In un messaggio sui social ha annunciato la convocazione di un’assemblea del popolo per decidere la decadenza del gerarca e favorire un successore meno “indegno” e meno “resistente”.

L’accusa strumentale al massimo esponente ecclesiale, peraltro non nuova, è di avere un figlio e quindi di aver violato il voto monastico. Così scrive il politico: «È indesiderabile, doloroso ma logico, che le coppie incapaci di mantenere la fedeltà coniugale divorzino. Lo stesso dovrebbe avvenire nella nostra Chiesa armena. Ktrij Nersisyan (il nome da laico del catholicos) deve lasciare Veharan (sede del patriarcato)».

Nel giugno scorso il portavoce del catholicos diceva: «Credo che la nostra santa Chiesa apostolica debba immediatamente purificarsi da quei falsi credenti che sono traditori della nazione e hanno disonorato la memoria dei loro antenati. Hanno infranto il voto del battesimo e hanno sostituito il sigillo della santa croce con il segno della circoncisione» (pratica comune fra i cristiani del paese, eredità della tradizione giudaica).

La disputa si è avviata nel 2020 dopo la sconfitta dell’esercito armeno davanti a quello azero con la perdita del Nagorno-Karabak, l’enclave armena nel paese vicino, e si è acuita dopo la recente dismissione di alcuni paesi, sempre a favore dell’Azerbaigian, nell’attesa di un trattato di pace che non è stato ancora firmato.

Identità e sopravvivenza

Lo scontro al calor bianco fra governo e Chiesa ferisce la sensibilità popolare, irrita il clero e preoccupa la diaspora armena.

L’invito a una sorta di sinodo del popolo di Dio nella piazza centrale di Etchmiadzin da parte di Nikol Pahinyan non sembra ottenere il consenso sperato del governo. Il tentativo mira a dare una maggior peso nella scelta del patriarca al governo, modificando le tradizionali regole canoniche.

L’ex difensore civico armeno, Arman Tatoyan, ha denunciato l’operazione perché minaccia di spaccare la società, alimenta i conflitti interni e nella diaspora, ed è funzionale alle mire territoriali sull’intera Armenia da parte dell’Azerbaigian.

È stata subito cavalcata dal leader spirituale del paese vicino, Allahshukur Pashazade, che, in una lettera al Consiglio ecumenico delle Chiese, appoggia le critiche al catholicos.

Tatoyan annota: «Stanno cercando di neutralizzare la Chiesa armena per facilitare il programma di popolamento del territorio armeno con i cosiddetti “azeri occidentali”. Un piano presentato sotto le mentite spoglie di una iniziativa umanitaria, ma, in realtà, è un tentativo di conquista territoriale. Un appello in questo senso è già stato inviato all’ONU».

Per il ruolo fondativo della Chiesa e per la fragilità di un paese stretto fra vicini nemici (Azerbaigian e Turchia) l’attuale tensione minaccia la sopravvivenza della nazione (cf. qui). Per questo si sono levate molte voci, soprattutto nella diaspora (6 milioni di fronte ai 3 che abitano l’Armenia attuale), per superare il contenzioso.

Il limitato consenso ottenuto ha convinto Pashinyan a non accelerare la progettata assemblea nazionale e a prendersi il tempo per controllare i sostegni, sia nel clero sia nella popolazione. Tanto più che il silenzioso e defilato presidente della Repubblica ha iniziato un giro di esplorazione nei villaggi. Secondo alcuni, per verificare un passaggio di poteri: in questo caso non nel patriarcato, ma nel governo.

Vai al sito

Ambasciatore in Armenia incontra sindaco della città di Dilijan (Ansa 04.08.25)

(ANSA) – ROMA, 04 AGO – L’Ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, accompagnato da alcuni funzionari della Sede, si è recato in visita a Dilijan dove è stato accolto dal Sindaco della Città, Davit Sargsyan. Nel corso del cordiale colloquio è emersa la comune volontà di realizzare iniziative di mutuo interesse, con particolare riguardo all’ambito culturale.
La visita è poi proseguita presso la sede di Green Rock, società internazionale dedita alla realizzazione di progetti finalizzati allo sviluppo economico e al benessere sociale dell’Armenia.
Durante l’incontro sono stati presentati i progetti in corso e futuri di Green Rock, tra cui in particolare l’apertura, prevista per il prossimo autunno a Dilijan, di una rappresentanza armena della rinomata ‘Apicius International School of Hospitality’ di Firenze, un’Accademia per la formazione in Management dell’Ospitalità, Enogastronomia e Benessere.
Il percorso accademico sarà condotto anche da esperti italiani del settore e gli studenti avranno l’occasione di trascorrere un anno della loro formazione presso la Scuola Apicius a Firenze.
Il progetto Apicius Armenia rappresenta una significativa opportunità di sviluppo regionale e mira a promuovere e a rafforzare i legami educativo-culturali e gli scambi commerciali tra Italia ed Armenia, valorizzando il know-how e i prodotti di eccellenza della nostra tradizione eno-gastronomica.La visita si è conclusa al Museo e Galleria d’Arte di Dilijan per un tour guidato in cui è stato possibile ammirare una panoramica della storia e della cultura materiale della regione di Tavush. La Galleria espone un gran numero di opere di artisti armeni e stranieri, tra cui anche italiani. (ANSA).


Armenia: amb. Ferranti a Dilijan per Apicius International School of Hospitality


 

Analisi. Genocidio, sì o no? La diatriba e il rischio di non riconoscere il male (Avvenire 02.08.25)

Dopo il confronto tra Grossman e Segre, andiamo alle origini di una parola che, coniata nel 1944 dal polacco Rafael Lemkin, continua a far discutere. Il rischio è sempre la propaganda
undefined

undefined – ANSA

«Mi sono sempre opposta e continuo a oppormi a un uso del termine genocidio che non ha nulla di analitico, ma ha molto di vendicativo». Lo spiega sulle pagine di Repubblica la senatrice a vita Liliana Segre commentando le parole dello scrittore israeliano David Grossman, che pensa invece che si possa usare il termine genocidio per descrivere ciò che accade a Gaza. Per Segre invece questo termine «è uno scrollarsi di dosso la responsabilità storica dell’Europa, inventando una sorta di contrappasso senza senso, un ribaltare sulle vittime del nazismo le colpe dell’Israele di oggi dipinto come nuovo nazismo», prosegue. Ma cosa dice il diritto internazionale? E quando si può parlare di genocidio? Lo spiega qui Rosario Aitala, giurista e magistrato italiano, giudice della Corte penale internazionale dal 2018.

Il diritto internazionale, ha scritto Natalino Irti, si leva al tramonto, quando la giornata è conclusa o prossima a concludersi, intendendo dire che non anticipa ma segue le mutevoli vicende della storia. Nel fluire del tempo c’è però sempre un prima e un dopo. Il diritto che pigramente viene alla luce per sanzionare politicamente e moralmente persecuzioni e stermini già consumati, serve principalmente per prevenire e per punire atrocità future. Nel 1944, quando Rafael Lemkin coniò il neologismo genocidio associando al lemma greco génos, «genere», «stirpe», il suffissoide latino -cidium da caedere, «uccidere», le disumanità che intendeva stigmatizzare erano state già perpetrate. I nazisti avevano sterminato ebrei e romanì, gli ottomani gli armeni, i tedeschi gli herero e i nama, i coloni i popoli amazzonici, e via via fino all’inizio dei tempi.

Cresciuto in una regione della Polonia orientale a forte presenza ebraica, testimone di violenze antisemite, Lemkin si era indirizzato alle discipline giuridiche dopo avere assistito nel 1921 al processo a Berlino a un giovane armeno sfuggito allo sterminio della sua famiglia che aveva assassinato a revolverate il capo del triumvirato ottomano Talat pascià. Questi era stato condannato a morte in contumacia dalla Corte marziale straordinaria di Istanbul quale principale responsabile del massacro degli armeni, ma passeggiava libero e sereno. L’imputato fu assolto in considerazione del turbamento mentale derivante dalle angosciose memorie di deportazioni e stermini. Vent’anni più tardi Lemkin rifletteva sul destino degli armeni, sull’annientamento degli ebrei e l’imperativo di proibire nel diritto internazionale quei fenomeni che inizialmente definì barbarism, barbarie, poi genocidio: condotte sistematiche di persecuzione e distruzione fisica, biologica, politica, sociale, culturale, economica, religiosa e morale di collettività nazionali, religiose ed etniche sorrette dall’intento di annientarle. Il termine non entrò se non en passant nel processo di Norimberga, ma condusse alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio del 1948, che elenca le condotte. Omicidio, lesioni fisiche e mentali, misure per prevenire la procreazione, trasferimento forzato di bambini, inflizione di misure di «morte lenta» – condizioni esistenziali tali da condurre alla distruzione, come deportazioni, privazioni di cibo, acqua, cure mediche e abiti idonei e imposizione di lavori forzati. Gli atti sono tutti accomunati dall’intento di distruggere il gruppo, che i giudici desumono da dichiarazioni degli oppressori e modalità oggettive dei fatti.

Di genocidio non si parlò quasi più fino ai primi anni Sessanta, quando il tenente colonnello delle SS Otto Adolf Eichmann, uno degli organizzatori della «soluzione finale», fu processato a Gerusalemme e impiccato per «crimini contro il popolo ebraico», delitto creato allo scopo sul modello del genocidio. Le commemorazioni dell’eccidio degli armeni e azioni terroristiche su obiettivi turchi amplificarono l’interesse pubblico sul termine e sul fenomeno. Iniziarono controversie politiche e dottrinali, mai sopite.

In diritto internazionale non esiste una netta gerarchia di gravità fra genocidio, crimini contro l’umanità, di cui è una specie, e crimini di guerra. Le condotte materiali sono sovrapponibili. Eppure c’è un carattere che segna l’eccezionale disvalore del genocidio. Persino il più empio dei delinquenti, l’omicida, implicitamente riconosce l’umanità della vittima prima di sottrarle ingiustamente la vita. Il genocida invece nega in radice lo stesso diritto dei membri del gruppo di esistere e la loro dignità umana, considerandoli esseri subumani da sopprimere. Il razzismo, l’arbitraria attribuzione di diverso valore alle persone in base a caratteri fisici o culturali, veri o presunti, è sempre premessa del genocidio.

Lemkin si incentrò particolarmente sulla mostruosa e meticolosa sistematicità del programma nazista di annichilimento degli ebrei, di cui furono vittime anche 49 suoi familiari, ma si batté anche contro altre atrocità che qualificava genocidi, fra cui il massacro degli armeni e la morte per fame di milioni di contadini ucraini causata dalle politiche staliniane. La Convenzione si propone di «liberare l’umanità dal flagello del genocidio»: tutti i genocidi. Come ogni norma giuridica, parte da un’esperienza trascorsa e dispone per l’avvenire. Altrettanto dovrebbe fare la morale: guardare indietro per andare avanti. La Convenzione non è rimasta muta su eventi successivi che in diversi fori sono stati ricondotti a quel modello di atrocità di massa: lo sterminio delle minoranze e dei dissidenti dai Khmer rossi cambogiani, dei curdi in Iraq, dei tutsi dagli hutu in Ruanda, dei musulmani dai serbo-bosniaci, degli yazidi dallo Stato Islamico, dei rohingya dalla giunta birmana – elencazione esemplificativa.

Bisogna guardarsi anche dal pericolo opposto, dilatare smodatamente il lemma sminuendone gravità e specificità. Se tutto è genocidio, niente è genocidio. Simili contorsioni coinvolgono altre unità lessicali. L’espressione pulizia etnica emerse negli anni Novanta durante le guerre jugoslave per indicare uno strumento di trasformazione sociale violenta attraverso la rimozione di intere collettività e di minoranze da certi territori, come se fossero pattume, per lasciare spazio alla supremazia e pura identità dei carnefici. La locuzione oggi designa programmi di eliminazione e di allontanamento forzato di popolazioni identificate su base etnica, religiosa o razzista, attraverso stermini, omicidi, stupri, saccheggi, distruzioni, deportazioni, evacuazioni, espulsioni, sfollamenti e coercizioni di qualsiasi natura, anche mediante deliberata distruzione di abitazioni e infrastrutture necessarie alla vita umana alimentari, sanitarie, scolastiche, stradali, elettriche, idriche, fognarie, o per mezzo della procurata indisponibilità o insufficiente accesso a cibo, acqua, farmaci, aiuti umanitari e altri beni essenziali. Quando i giudici del tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia giudicarono degli eccidi e deportazioni dei musulmani a Srebrenica, nei diversi processi qualificarono le atrocità alternativamente o cumulativamente crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Nessuno si sognò di dire: «Non è genocidio, è solo sterminio, deportazione, tortura, stupro..».

Versare sangue innocente e praticare il male è vietato e disumano. Solo questo conta. Si rigetti la propaganda che manipola le parole per coprire le cose. Si lasci a giudici e storici il compito di interpretare gli eventi imparzialmente e nei giusti tempi, secondo categorie, norme e prove. Non si illudano i carnefici, in ogni angolo del mondo. Possono forse sfuggire ai tribunali degli uomini, non sottrarsi a quello della Storia. Non smarriscano i vinti la speranza. La ruota gira. Per tutti, trionfatori e sconfitti, vale una lezione vecchia di tre millenni: «Non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra… perché il tempo e il caso raggiungono tutti». Ecclesiaste, 9, 11.

Vai al sito 

In Armenia il Concours Mondial de Bruxelles 2026 (Gist 02.08.25)

C’ è sempre una prima volta e, a questo giro, l’Armenia ospiterà la XXXIII edizione del rinomato Concours Mondial de Bruxelles (CMB), in programma a Yerevan dal 21 al 23 maggio 2026, dedicato alla sessione dei vini rossi e bianchi.

Il Concours Mondial de Bruxelles

È un prestigioso concorso enologico internazionale, istituito nel 1994, articolato in Sessioni e Selezioni. Valuta ogni anno oltre 15.000 campioni grazie a una giuria composta esclusivamente da degustatori professionisti, garantendo un processo di assaggio alla cieca focalizzato unicamente sulla qualità. La competizione è riconosciuta a livello mondiale per i suoi rigorosi standard e per l’impegno nell’individuare i migliori vini del mondo.

Armenia
Piana dell’Ararat con il monte e monastero Khor Virap

È questo un evento enologico di portata planetaria che riunirà oltre 370 degustatori professionisti provenienti da 50 paesi che offrirà l’opportunità di assaggiare e valutare circa 7.500 vini da tutto il mondo.
La scelta dell’Armenia come paese ospitante riflette la crescente reputazione internazionale del suo settore vitivinicolo nazionale.

L’Armenia vanta una delle più antiche tradizioni vinicole al mondo: nella grotta di Areni-1, situata nella regione di Vayots Dzor, gli archeologi hanno scoperto i resti della più antica cantina conosciuta, risalente a oltre 6.100 anni fa.

Armenia

Questo primato storico si intreccia oggi con una nuova era di rinascita produttiva, alimentata da investimenti, tecnologie moderne e riscoperta dei vitigni autoctoni. Le cantine armene—molte delle quali fondate nell’ultimo decennio—si stanno facendo notare per la qualità dei loro vini, spesso ottenuti da uve locali coltivate ad alta quota.

Il turismo del vino in Armenia è in rapida espansione

Numerose cantine—soprattutto nelle regioni di Vayots Dzor, Armavir, Aragatsotn e Tavush—sono oggi attrezzate per accogliere visitatori internazionali con degustazioni guidate, tour nei vigneti, esperienze gastronomiche e strutture ricettive di charme immerse tra i filari. L’interesse dall’estero è ulteriormente rafforzato da eventi come gli Yerevan Wine Days e l’Areni Wine Festival, così come dalla crescente partecipazione dell’Armenia alle principali fiere vinicole internazionali.

Oggi, il Paese si sta affermando come una meta imperdibile per chi è in cerca di autenticità, gusto e cultura.

Armenia

La viticoltura armena si distingue per la ricchezza dei suoi vitigni autoctoni, molti dei quali coltivati esclusivamente all’interno del Paese. Tra i più noti c’è il Sev Areni, uva rossa simbolo dell’Armenia, che dà origine a vini eleganti, dai sentori fruttati e speziati, spesso affinati in anfore o botti di rovere. Altri vitigni rossi autoctoni includono Haghtanak, Sireni e Karmrahyut, mentre tra i bianchi spiccano il Kangun e il Voskehat, quest’ultimo spesso definito “la regina delle uve armene”.

Le vigne sono generalmente coltivate tra i 900 e i 1.800 metri di altitudine, conferendo ai vini freschezza naturale e un forte legame con il territorio. Accanto ai vitigni tradizionali, si fanno strada anche blend innovativi e spumanti metodo classico, a conferma di un settore dinamico e orientato alla qualità.

Armenia

Il vino: priorità strategica per l’Armenia

Il Ministero dell’Economia della Repubblica d’Armenia ha recentemente dichiarato il comparto vinicolo una priorità strategica per lo sviluppo economico e turistico del Paese.
Esiste per tutelare questo patrimonio nazionale la Vine and Wine Foundation of Armenia  Ospitare il Concours Mondial de Bruxelles nel 2026 rappresenta una tappa simbolica e concreta di questo percorso: un’occasione per valorizzare i produttori locali, rafforzare il profilo internazionale dei vini armeni e posizionare l’Armenia come destinazione d’eccellenza per il turismo del vino.

Armenia: amb. Ferranti ospite di ICC Camera di Commercio Internazionale (Giornale Diplomatico 02.08.25)

GD – Jerevan, 2 ago. 25 – La Camera di Commercio Internazionale dell’Armenia-ICC Armenia ha ospitato Alessandro Ferranti, ambasciatore d’Italia nel Paese, insieme ad una delegazione della sede diplomatica. L’incontro ha rappresentato un momento significativo per il rafforzamento delle relazioni bilaterali tra i due Paesi, con particolare attenzione alle opportunità di crescita economica e culturale che potrebbero emergere da una cooperazione più strutturata e sistematica.
La riunione si è concentrata sul consolidamento della cooperazione bilaterale in settori strategici di comune interesse, con particolare attenzione al commercio internazionale, dove esistono margini considerevoli per l’espansione degli scambi commerciali tra Armenia e Italia. Gli investimenti reciproci sono stati identificati come una priorità, con potenzialità ancora largamente inesplorate in diversi settori industriali e tecnologici che potrebbero beneficiare di sinergie transnazionali. Il turismo è emerso come un settore chiave per il rafforzamento dei legami tra i due Paesi, considerando che l’Armenia, con il suo ricco patrimonio storico e culturale, rappresenta una destinazione di crescente interesse per i visitatori italiani, mentre l’Italia continua a essere una meta privilegiata per i cittadini armeni. La valorizzazione del patrimonio culturale è stata discussa come elemento fondamentale per promuovere una maggiore comprensione reciproca e creare opportunità di sviluppo sostenibile che possano giovare a entrambe le nazioni.
Entrambe le parti hanno sottolineato l’importanza strategica dei voli diretti esistenti tra Armenia e Italia, riconoscendo che questi collegamenti rappresentano un fattore cruciale per la crescita del turismo e per un maggiore coinvolgimento delle imprese dei due Paesi. Particolare attenzione è stata dedicata ai recenti sviluppi nel settore del trasporto aereo, con l’avvio delle nuove rotte Wizz Air che collegano l’Armenia con Napoli dal 15 ottobre e con Bari dal 26 ottobre.

L’accessibilità tra i due Paesi ha già mostrato risultati positivi nell’incremento dei flussi turistici e nella facilitazione di missioni commerciali, aprendo nuove prospettive per settori diversificati come l’agricoltura, la tecnologia, l’artigianato di qualità e i servizi specializzati.
L’incontro ha evidenziato come le due economie possiedano caratteristiche complementari che potrebbero essere sfruttate per creare valore aggiunto attraverso partnership strategiche, joint venture e progetti di cooperazione internazionale che favoriscano lo scambio di competenze e risorse.
Tra le idee più innovative presentate durante l’incontro spicca la potenziale formazione di una Task Force Armenia-Italia sotto l’egida di ICC Armenia, un’iniziativa che mira a facilitare il dialogo costruttivo e promuovere iniziative congiunte future tra i due Paesi. La Task Force fungerebbe da ponte istituzionale per identificare e sviluppare opportunità di business concrete, coordinare missioni commerciali e eventi di networking, facilitare lo scambio di best practices tra le imprese, promuovere la conoscenza reciproca dei mercati e delle normative, e sostenere l’innovazione e il trasferimento tecnologico attraverso meccanismi di collaborazione strutturata.

Castiglione del Lago: la cultura del folklore torna dal 10 al 15 agosto (Centritalianews 31.07.25)

nternazionale del Folklore di Castiglione del Lago dal 1978 si propone come occasione d’incontro, di confronto e di scambio culturale tra gruppi folkloristici di tutto il mondo allo scopo di promuovere la conoscenza delle tradizioni, sviluppare l’amicizia tra i popoli e operare assieme a favore della pace e della fratellanza, mantenendo e valorizzando le ricchezze immateriali di ogni popolo. Per il “Gruppo Folkloristico Agilla e Trasimeno” è stata una missione perfettamente riuscita, a detta di tutti, in questi 47 anni di spettacoli che hanno portato sulle rive del lago la musica e le tradizioni da ogni parte del mondo. Introduce la XLVI edizione della RIF il presidente storico di Agilla e Trasimeno Giancarlo Carini. «La RIF ha un forte valore culturale in quanto rappresenta un momento significativo di incontro, scambio e conservazione delle tradizioni popolari di diverse comunità del mondo. La nostra rassegna contribuisce alla preservazione del patrimonio immateriale (danze, canti e musiche) che rischierebbe altrimenti di scomparire. In più il suo carattere internazionale permette l’incontro tra gruppi proveniente da diversi Paesi, favorisce la conoscenza reciproca, educa alla tolleranza e al rispetto delle differenze culturali attraverso il contatto umano. La rassegna diventa quindi un luogo dove la diversità è vista come ricchezza, e non come ostacolo. Eventi di questo tipo hanno un valore educativo specialmente per le nuove generazioni: avvicinano i giovani alla storia e antropologia delle culture, favoriscono una formazione civica basata sull’inclusione e il rispetto, stimolano la curiosità verso il mondo». Ma la Rassegna del Folklore è molto di più di uno spettacolo: da quasi 50 anni ha anche un ruolo importante nella promozione del territorio portando al Trasimeno tanto pubblico eterogeneo che può vedere sul palco culture vive e vitali; la RIF è un ponte tra culture, un custode della memoria collettiva e uno strumento potente di educazione e coesione sociale. Nell’edizione 2025 si celebra l’incontro tra culture, musiche e tradizioni di tre Paesi ricchi di storia e identità: Italia, Ucraina e Armenia. «Proprio in questi anni segnati da sanguinosi conflitti bellici – afferma Carini – abbiamo bisogno più che mai di occasioni che uniscano, che facciano riscoprire la bellezza dell’incontro, del dialogo e della condivisione. E quale linguaggio è migliore di quello del folklore per raccontare ciò che siamo?». In questa edizione prosegue il gemellaggio all’interno dei paesi membri dell’associazione “I Borghi più belli d’Italia”: è la volta di Castiglione del Lago e Spello che insieme danno ancora più forza al valore culturale e ambientale dell’iniziativa: un modo per unire tradizioni, paesaggi e comunità in una unica narrazione di bellezza e appartenenza, valorizzando anche i territori, il paesaggio e l’identità profonda dei luoghi.

Vai al sito 

Giubileo dei giovani: la parola ai giovani dei paesi in guerra (Rondine), “la pace è un cammino difficile . Si costruisce passo dopo passo” (AgenSir 30.07.25)

“La pace è un cammino difficile fatto di incontri sinceri. Si costruisce passo dopo passo. Ci si lavora quando riesci a metterti in ascolto dell’altro senza paura, senza preconcetti, senza giudicare”. È la voce timida di  Ofelya, 25 anni, armena, a parlare. È stata invitata insieme a Bernadette, 25 anni, del Mali a dare la loro testimonianza questa mattina ai 1.000 giovani italiani nella prima catechesi del Giubileo. Entrambe stanno vivendo un periodo di esperienza a Rondine Cittadella della Pace.

Siamo nella parrocchia romana di Ognissanti sulla via Appia Nuova e qui oggi si è parlato della parola “abbraccio” e soprattutto di pace. Ofelya ha ancora negli occhi e nel cuore la grande guerra scoppiata nel settembre del  2020 tra l’Armenia e l’Azerbaigian. Lei si trovava lì, lungo la linea di confine. “Ho perso amici e parenti”, ha raccontato. “Persone con cui sognavamo un futuro ma la guerra ci ha portato via tutto anche i sogni e i piani futuri. Tante domande – prosegue Ofelya – rimangono ancora oggi senza risposta. Fino a quando? Fino a quando ci saranno persone obbligate a vivere sotto il peso di una guerra? Quante promesse di vite saranno ancora spezzate? Quanti sogni interrotti? E arrivato il momento del cambiamento. È arrivato il tempo di mettere in pratica quello che mi aveva detto una mia insegnante a scuola, ‘sono i piccoli passi a cambiare le grandi cose’”.

(Foto sir)

Ha poi preso la parola Bernadette, 24 anni, del Mali. Altro continente, stessa esperienza. “Sono nata nella capitale del Mali ma sono cresciuta nella paura”, esordisce la ragazza. Aveva 11 anni e stava andando a scuola quando improvvisamente viene fermata dagli spari. “Sento il cuore battere fortissimo ed esplodere di paura”, racconta. “Fu quello il momento in cui qualcosa si è spezzato per sempre. La mia infanzia era finita. Le risate si sono trasformate in grida di dolore. La luce in buio. Ma la cosa peggiore non è il rumore delle armi. È il silenzio. Il silenzio di un padre che non torna a casa e di una madre che fa di tutto per trattenere le lacrime e il pianto davanti ai figli”. Nonostante il dolore, la mancanza della famiglia, la preoccupazione per il fratello minore, Bernadette riesce ancora a dire: “Credo in un mondo in cui i giovani non saranno obbligati a imbracciare le armi. Credo ancora possibile un mondo di pace. Vorrei allora rivolgermi a voi: portate via da questo incontro un messaggio di speranza e non fate mai mancare attorno a voi un abbraccio di pace a chi ve lo chiede e a chi ne ha più bisogno”.

Vai al sito 


Giubileo dei giovani: la testimonianza sul conflitto in Libano dei membri del Consiglio dei giovani del Mediterraneo

[ REPORTAGE ] Armenia, alle origini della civiltà: viaggio tra pietra, mito e storia nella fortezza di Garni (Turismoitalianews 31.07.25)

Giuseppe Botti, Yerevan / Armenia

Un altopiano affacciato sul fiume Azat custodisce uno dei siti archeologici più affascinanti del Caucaso. È Garni, antica fortezza e culla di civiltà millenarie, dove storia, religione e natura si intrecciano tra le pieghe del tempo. Siamo nel cuore dell’Armenia, ad appena 28 chilometri dalla capitale Yerevan. E questo è molto più di un monumento.

(TurismoItaliaNews) Collocata su una spettacolare terrazza triangolare ai piedi dei monti Geghama, la cittadella di Garni costituisce una delle testimonianze più significative dell’Armenia precristiana. Il nome stesso deriva dai Giarniani, popolo insediato in questa regione già nell’VIII secolo a.C., ma le tracce di presenza umana risalgono addirittura all’ultimo quarto del IV millennio a.C. Un luogo che ha resistito a secoli di guerre, invasioni e cataclismi, e che oggi offre un raro affaccio sulla stratificazione culturale dell’Armenia.

Armenia, alle origini della civiltà: viaggio tra pietra, mito e storia nella fortezza di Garni

Armenia, alle origini della civiltà: viaggio tra pietra, mito e storia nella fortezza di Garni

Armenia, alle origini della civiltà: viaggio tra pietra, mito e storia nella fortezza di Garni

Il tempio di Mihr, icona dell’Armenia pagana

Il simbolo indiscusso del sito è il Tempio di Garni, l’unico tempio greco-romano colonnato ancora esistente in Armenia. Costruito nel I secolo d.C. dal re Tiridate I in onore del dio del sole Mihr, rappresenta un capolavoro architettonico in stile ionico, armoniosamente integrato nel paesaggio montano che lo circonda. Dopo la conversione dell’Armenia al cristianesimo nel IV secolo, il tempio venne probabilmente riadattato come residenza estiva per la nobildonna Khosrovidukht, sorella di Tiridate III. Altri studi suggeriscono che potesse trattarsi di una tomba reale, spiegando così la sua sopravvivenza alla sistematica distruzione dei luoghi di culto pagani. Nel 1679, un terremoto ha raso al suolo il tempio, che è stato ricostruito solo nel ventesimo secolo (tra il 1969 e il 1975) grazie ad un progetto archeologico ambizioso. Oggi è uno dei principali poli turistici del Paese e sede rituale del neopaganesimo armeno, che qui trova il suo santuario più emblematico.

La fortezza di Garni: bastione millenario

Oltre al tempio, Garni custodisce i resti di un’intera fortezza strategica, citata dallo storico romano Tacito come Gorneas. Posta in posizione dominante sulla valle dell’Azat, la struttura fu un punto nevralgico per la difesa della piana dell’Ararat. Le incursioni tra il XIII e il XVII secolo la danneggiarono gravemente, e fu solo nel 1830, dopo le guerre russo-persiane e russo-turche, che alcuni profughi armeni provenienti da Maku, in Persia, ne ripopolarono l’area. L’intero complesso monumentale comprende le rovine del tempio di Mitra, resti di mura, un palazzo reale, bagni termali di epoca romana decorati con mosaici, una stele Vishap (drago in lingua armena), fondamenta di una chiesa del VII secolo e diverse costruzioni di valore storico-artistico.

Armenia, alle origini della civiltà: viaggio tra pietra, mito e storia nella fortezza di Garni

Armenia, alle origini della civiltà: viaggio tra pietra, mito e storia nella fortezza di Garni

Armenia, alle origini della civiltà: viaggio tra pietra, mito e storia nella fortezza di Garni

Il Palazzo reale e il torchio vinario

A pochi metri dal tempio si estende l’antico complesso di palazzo, costruito su un costone roccioso con vista mozzafiato. Gli scavi hanno portato alla luce una grande sala ad arco e numerose stanze dai diversi usi, alcune delle quali ancora conservano frammenti di intonaco rosa scuro, testimonianza delle originarie decorazioni parietali. Di particolare interesse è il torchio a tre sezioni, che racconta un frammento inedito della vita quotidiana dei sovrani armeni: il mosto d’uva veniva raccolto, filtrato e trasferito da una brocca all’altra attraverso un ingegnoso sistema di tubi in terracotta. Sotto le rovine del palazzo si trovano le basi della chiesa di S. Sion, una delle prime costruzioni cristiane della zona, a pianta circolare tetraconca e dotata di cupola centrale. Un altro indizio della continua trasformazione religiosa e culturale del sito, passato dal culto di Mihr alla spiritualità cristiana.

Una meta per viaggiatori consapevoli

Garni non è solo un museo a cielo aperto, ma un invito a riflettere sulla resilienza culturale di un intero popolo. Ogni pietra, ogni rilievo e ogni restauro raccontano storie di distruzione e rinascita, tra religione, arte e ingegneria. Immerso in un paesaggio di rocce basaltiche, gole profonde e vegetazione rigogliosa, il sito rappresenta una delle tappe imprescindibili per chi visita l’Armenia. Il villaggio moderno di Garni, con i suoi 8.000 abitanti, accoglie i visitatori con strutture turistiche, artigianato locale e una cucina che affonda le radici in secoli di tradizione.

Armenia, alle origini della civiltà: viaggio tra pietra, mito e storia nella fortezza di Garni

Armenia, alle origini della civiltà: viaggio tra pietra, mito e storia nella fortezza di Garni

Armenia, alle origini della civiltà: viaggio tra pietra, mito e storia nella fortezza di Garni

Garni è dunque più di un monumento: è un viaggio nel tempo che attraversa epoche e civiltà, ideale per chi cerca nel turismo un’esperienza autentica, tra natura incontaminata e grande storia.

Vai al sito

Armenia: amb. Ferranti con viceministro Amministrazione Territoriale, Simonyan (Il Giornale Diplomatico 31.07.25)

GD – Jerevan, 31 lug. 25 – L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, è stato ricevuto dal viceministro dell’Amministrazione Territoriale e delle Infrastrutture della Repubblica d’Armenia, Armen Simonyan.
Nel dare il benvenuto all’amb. Ferranti, il viceministro Simonyan ha espresso la sua gratitudine per l’interesse dimostrato dall’Italia verso i vari progetti di sviluppo infrastrutturale in corso in Armenia.
Durante l’incontro sono state trattate questioni relative alle infrastrutture di trasporto aereo e terrestre, con particolare riguardo alla rete ferroviaria, e alle potenziali opportunità di investimento e coinvolgimento di aziende italiane nel settore.