I dimenticati armeni del Nagorno-Karabakh. Intervista al giornalista Simone Zoppellaro (Meridiano12 19.09.25)

l 19 settembre 2023 un attacco militare dell’Azerbaigian costringeva alla fuga in Armenia gli oltre 100mila abitanti armeni del Nagorno-Karabakh (qui la storia della regione contesa). A due anni di distanza le condizioni di vita di queste persone rimangono molto complesse. Ne abbiamo parlato con Simone Zoppellaro, collaboratore di MicroMega e della rivista Una città, autore dei libri Armenia oggi e Il genocidio degli yazidi (editi da Guerini e Associati), docente all’università di Stoccarda e coordinatore didattico presso l’Istituto Italiano di Cultura.

Simone, in primo luogo, un chiarimento sui numeri: quanti sono gli armeni del Nagorno-Karabakh fuggiti in Armenia e cosa ha fatto lo Stato armeno per assisterli in questi ultimi due anni?

Gli armeni del Nagorno-Karabakh sono fuggiti nella loro quasi totalità. Dovrebbero essere circa 100mila persone, ma la cosa andrebbe studiata con criteri scientifici. Come capita spesso nel Caucaso meridionale, ma anche in Medio Oriente e Nord Africa, le cifre legate alle minoranze diventano ragioni di contenziosi politici e questo sarebbe un discorso abbastanza ampio da fare.

Da un punto di vista umanitario, la popolazione armena del Nagorno-Karabakh è stata cancellata nella sua totalità, e questo è un dato purtroppo definitivo.

Ci sono tante questioni in ballo: politiche, umanitarie, abitative e lavorative. Partiamo da quelle forse più importanti. Erevan, come altri luoghi nell’Europa dell’est, negli ultimi anni ha registrato una grossa crescita del costo della vita. La città di oggi è una cosa molto diversa da quella di alcuni anni fa.

Per come è fatta l’Armenia c’è la capitale e poi ci sono posti assai piccoli e depressi, pensiamo a Gyumri, la seconda città del paese. È un centro che storicamente ha senza dubbio la sua importanza, ma oggi è spopolato e offre poche possibilità lavorative, anche per una persona di lingua e cultura armena.

Erevan è il luogo che offre quasi tutto: lavoro, connessioni, eccetera. È però diventata una città economicamente difficile da vivere per una persona che non abbia le spalle coperte, cosa che capita solo per una piccola minoranza di chi è arrivato dal Nagorno-Karabakh. Molti hanno perso oltre naturalmente alla casa, il lavoro e hanno subito grandi perdite economiche.

La capitale sarebbe l’approdo naturale in un paese che ha meno di 3 milioni di abitanti (altra cifra su cui c’è anche un gioco politico, in realtà sembrerebbe che il numero degli abitanti dell’Armenia sia gonfiato dal fatto che è molto facile ottenere un passaporto anche per chi non ci vive).

E in effetti, circa un terzo delle persone fuggite dal Nagorno-Karabkah vive a Erevan tra forti difficoltà dovute al fatto che gli aiuti che sono arrivati dallo Stato armeno sono stati assai esigui.

Molte famiglie che ho visitato si sono stanziate in cittadine fuori dalla capitale dove il prezzo della vita è più contenuto. Però questo è un circolo vizioso, per cui spendono meno, ma hanno meno possibilità di guadagnare, tra forti difficoltà. In tutto questo c’è un enorme dibattito politico su di loro in Armenia.

In breve, la vecchia politica armena diciamo pre-Pashinyan [Nikol Pashinyan, primo ministro dal 2018, nda], pre-rivoluzione di velluto [che ha portato al governo l’attuale primo ministro, nda], è stata fatta molto spesso anche da figure originarie del Nagorno-Karabakh. E queste figure politiche rimangono elementi chiave dell’opposizione e sono spesso vicine a Mosca.

Ebbene, il governo tende a volte a identificare questa vecchia nomenclatura, corrotta e compromessa da tanti punti di vista, con la popolazione del Nagorno- Karabakh.

Questa è una delle tante faglie di una società armena profondamente divisa negli ultimi anni, con rischi molto forti. Tali divisioni, magari anche con qualche spinta da Mosca, si potrebbero anche trasformare in un colpo di stato o una guerra civile. Il rischio esiste.

Al contempo, parte degli armeni del Nagorno-Karabakh incolpa Pashinyan e il suo governo per la sconfitta militare tra il 2020 e il 2023. È una reazione naturale quando c’è una sconfitta di tale entità.

Gli armeni nel Nagorno-Karabakh che sono stati al centro della retorica nazionalistica per anni, con la regione dipinta come vitale per la sopravvivenza del paese, oggi si trovano quasi a sentirsi cancellati in Armenia.

E questa è una grande sconfitta, una contraddizione enorme del nazionalismo armeno, che nell’opposizione sta diventando sempre più tossico.

Tutto ciò non è colpa degli armeni nel Nagorno-Karabakh che sono vittime la cui presenza ultra secolare nella terra di origine è stata cancellata senza che oggi nessuno ci pensi.

Per cui uno dei tanti punti deboli dei negoziati di pace in corso tra Armenia e Azerbaigian è anche il fatto che sia stata completamente cancellata la loro esistenza come minoranza o che non abbiano avuto nessuna compensazione, nessuno si è neanche posto il problema.

Il punto sui negoziati tra Armenia e Azerbaigian in questo articolo.

Proprio al riguardo dei negoziati, si può parlare di una sorta di dissonanza tra come essi vengono percepiti dagli armeni dell’Armenia e da quelli del Nagorno-Karabakh? Mi pare di capire che nella società armena si guardi, se non positivamente, ma almeno con speranza a questo processo di normalizzazione con l’Azerbaigian, ma penso che tale percezione non si estenda agli armeni del Nagorno-Karabakh…

Come dicevamo, siamo in una fase in cui qualsiasi cosa, persino la narrazione dell’accordo di pace è terribilmente divisiva in Armenia. Per cui non esiste una versione armena o una visione degli armeni del Nagorno-Karabakh per quel che riguarda questi negoziati e l’accordo mediato dagli Stati Uniti ad agosto.

Senza dubbio, una buona parte della popolazione, probabilmente la maggioranza, più che supportare Pashinyan direi che è spaventata dall’opposizione. Il primo ministro ha perso molto supporto in Armenia e la ragione della sua sopravvivenza politica è probabilmente dovuta alla tossicità dell’opposizione, fortemente sentita, soprattutto dalle persone più povere, dei più semplici in provincia, tra l’altro. Ciò è molto interessante, anche, come analisi del voto. I voti che ci sono stati negli ultimi anni hanno dimostrato che il governo è più popolare nelle periferie, dove c’è meno ricchezza. Tante persone semplici sono spaventate da questa opposizione filorussa legata ai vecchi oligarchi.

Possiamo dire che una parte significativa della popolazione armena pone una speranza in questo negoziati. Se l’accordo verrò implementato, l’Armenia passerà dall’essere sotto minaccia esistenziale da parte azera a una pace con prospettive anche positive, ad esempio, la riapertura dei confini con Azerbaigian e Turchia. Adesso l’Armenia ha un confine con un Iran sempre più in crisi da tanti punti di vista, una Georgia sempre più filorussa e le altre frontiere chiuse.

Quindi l’Armenia ha bisogno di un accordo e questo lo capiscono tante persone che ho incontrato. Al paese servono una pace, aperture di confini e canali diplomatici che vadano oltre la pericolosa dipendenza da Mosca.

Rimangono tanti punti di domanda, perché il testo dell’accordo di pace che le parti hanno concordato non menziona il famoso corridoio mediato da Donald Trump.

La potenziale firma e implementazione dell’accordo sarebbe senza dubbio un passo positivo da tanti punti di vista, ma non per gli armeni del Nagorno-Karabakh o per l’opposizione azera, che, come il primo gruppo, paradossalmente finisce per essere ancora di più in pericolo con questi negoziati. L’Azerbaigian fa un ulteriore passo diplomatico a livello internazionale e l’opposizione azera è in un momento terribile, con arresti senza precedenti in un paese che era già estremamente repressivo.

In questa intervista parlavamo della repressione in corso in Azerbaigian.

Non si tratta di un danno collaterale. Non si può fare la pace tagliando fuori delle intere fette di popolazione, e questo è quello che si vede, purtroppo oggi,

L’opposizione azera, gli armeni del Nagorno-Karabakh, i prigionieri politici armeni in Azerbaigian non sono inclusi in questa pace, che è una pace senza riconciliazione, Come si può fare una pace senza porsi delle questioni di una riconciliazione o di una transizione democratica in Azerbaigian? La prospettiva di Trump è brutale e concreta allo stesso tempo, guarda all’economia e ai rapporti di forza militari, ma non ad altre cose. È sostenibile una pace del genere? Non lo so. Detto ciò, i negoziati in corso fanno sperare in Armenia e fanno sperare anche a me, nel mio piccolo.

Picchetti a Erevan
Alcuni picchetti di protesta in supporto del Nagorno-Karabakh e contro Pashinyan a Erevan il 25 settembre 2023 (Meridiano 13/Martina Napolitano)
Nel giugno del 2026 in Armenia si svolgeranno elezioni parlamentari. Tra gli armeni del Nagorno-Karabakh stanno nascendo movimenti politici che ne possano difendere gli interessi?

No, siamo in un momento poco creativo della politica armena, con una contrapposizione manichea, tra essere pro o contro Nikol, come dicono, tra l’essere pro o contro la vecchia guardia. Questo è l’argomento su cui la politica armena si è incartata negli ultimi cinque anni tendenzialmente.

Quindi anche quella degli armeni del Nagorno-Karabakh è una questione, appunto, che è stata terribilmente politicizzata, con errori grossi da parte del governo.

Ci sono altri scontri in corso, ad esempio tra la chiesa apostolica armena e il governo, con Pashinyan che parla addirittura di rimpiazzare il catholikos. Sono cose notevoli, neanche durante il Risorgimento in Italia si è arrivati a conflitti del genere tra stato e chiesa.

Tutte queste tematiche verranno fuori nelle prossime elezioni. Manca ancora tempo alla tornata elettorale e cambieranno tante cose. Ora come ora, comunque, il governo armeno ha una sua stabilità e ottime possibilità di vincere.

Il dato negativo è appunto quello di una mancanza di ricambio, con Pashinyan al potere ormai da tanti anni. Ha compiuto errori grossi che gli hanno alienato una forte componente del suo stesso partito e molti elementi della società civile. Tuttavia tantissimi conoscenti che lo avevano supportato ancora oggi credono nelle idee che avevano portato alla rivoluzione di velluto: la lotta alla corruzione, una democratizzazione che partisse dal basso, l’allontanamento da Mosca.

Tutto ciò è molto pericoloso, perché è vero che sembra essere sempre una minoranza quella dell’opposizione filorussa, però in questa minoranza ci sono elementi simbolici molto forti come appunto, la chiesa apostolica armenia e l’esercito.

La chiesa è nettamente schierata contro il governo. E questo è un dato che ha delle risonanze forti. L’esercito anche aveva dato segni dopo la guerra del 2020 di essersi schierato contro Pashinyan e con l’opposizione.

Con un esercito e una chiesa contro il governo e la Russia che appoggia l’opposizione c’è un rischio oggettivo di in un colpo di Stato.

In questo contesto, dove si colloca la diaspora armena?

Una parte della diaspora armena è molto tossica, anche in Italia e negli Stati Uniti. È schierata in questo circolo religioso, ultranazionalistico, che quindi li porta a una contrapposizione molto molto forte con il governo.

Come detto, tutti questi sono elementi di instabilità profonda e costituiscono una grande preoccupazione per tanti armeni.

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Dalla Turchia alla Cina, il nuovo gioco azero sui dron (Insideover 19.09.25)

L’Azerbaigian non sembra intenzionato a rallentare. Nonostante la firma di un accordo di pace con l’Armenia ad agosto, Baku continua a investire pesantemente nella propria industria dei droni, trasformando il successo militare nel Nagorno-Karabakh in una vera e propria strategia di lungo periodo. Se Turchia e Israele sono stati i partner chiave per vincere il conflitto, oggi Aliyev guarda a Est, alla Cina, per portare il programma UAV a un livello superiore.

La lezione del Nagorno-Karabakh

La vittoria del 2020 ha dimostrato al mondo il valore della guerra tecnologica: droni Bayraktar turchi e loitering munition israeliane hanno annientato postazioni armene e ribaltato equilibri che parevano immutabili. Per Baku, quell’esperienza è diventata un modello: il controllo del cielo, ottenuto con costi relativamente contenuti, è l’assicurazione sulla sicurezza nazionale. Ma dipendere da fornitori esteri espone a vulnerabilità politiche e logistiche. Per questo nasce l’esigenza di creare una filiera locale, dalla progettazione all’elettronica di bordo.

Pechino entra in gioco

Il viaggio di Ilham Aliyev in Cina, concluso con la firma di 13 accordi bilaterali, ha aperto la porta a una cooperazione più ampia: infrastrutture, logistica, industria automobilistica e – secondo indiscrezioni – tecnologie dual use applicabili al settore UAV. Pechino offre ciò che Baku cerca: componentistica elettronica, software di intelligenza artificiale e sistemi di navigazione avanzata. In cambio ottiene un corridoio strategico nel Caucaso, fondamentale per la Belt and Road Initiative e per aggirare i colli di bottiglia russi e iraniani.

Industria nazionale e know-how

L’Azerbaigian sta promuovendo startup come Synapline, che sviluppa software di data fusion e controllo autonomo, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da Turchia e Israele. L’idea è chiara: integrare tecnologie importate con competenze domestiche per produrre droni su larga scala. Il risultato sarebbe un’industria capace non solo di soddisfare le esigenze militari azere, ma anche di esportare verso altri Paesi del Caspio e dell’Asia Centrale, aprendo nuove fonti di reddito e influenza.

Implicazioni geopolitiche

La scelta di Baku non è neutra. Da un lato consolida l’alleanza con Ankara, che vede rafforzata la propria filiera industriale in cooperazione con quella azera; dall’altro manda un segnale a Israele e all’Occidente: l’Azerbaigian vuole libertà strategica. La partnership con la Cina potrebbe però irritare Washington, che considera il Caucaso un’area di contenimento dell’influenza russa e cinese. Inoltre, un’industria bellica autonoma rafforza il ruolo di Baku nei confronti dell’Armenia, che resta dipendente dal supporto militare russo, oggi indebolito dalla guerra in Ucraina.

Scenari futuri

L’Azerbaigian sembra puntare a una dottrina di “deterrenza attiva”: mantenere la superiorità tecnologica per prevenire nuovi conflitti, ma allo stesso tempo sviluppare capacità di proiezione. Se i progetti con la Cina includeranno anche trasferimenti di tecnologia, Baku potrebbe diventare nel giro di pochi anni uno dei poli UAV più avanzati della regione. Una prospettiva che ridisegnerà gli equilibri nel Caucaso, dove droni e guerra elettronica saranno il vero ago della bilancia.

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Armenia: amb. Ferranti con viceministro Industria High-Tech, Mantashyan (Giornale Diplomatico 19.09.25)

GD – Jerevan, 19 set. 25 – L’ambasciatore italiano in Armenia, Alessandro Ferranti è stato ricevuto dal viceministro dell’Industria High-Tech armeno, Gevorg Mantashyan, e da Aram Jivanyan, presidente del Comitato per l’Industria Militare nel medesimo Ministero. Ad accompagnare l’ambasciatore vi era il direttore regionale per l’Asia Centrale della società italiana Leonardo, Claudio Balestrieri.
Durante l’incontro il Vviceministro Mantashyan ha presentato le linee strategiche del Ministero e le principali aree di attività, sottolineando l’importanza dello sviluppo delle tecnologie avanzate, della tecnologia spaziale e dei sistemi di difesa.
L’ambasciatore Ferranti ha fatto cenno agli importanti risultati raggiunti dall’Italia nel settore dell’alta tecnologia, con particolare riferimento alle attività, ai prodotti, alle soluzioni innovative e al potenziale tecnologico dell’azienda “Leonardo”.
Nel corso del colloquio gli interlocutori hanno inoltre discusso le prospettive di cooperazione e hanno espresso piena disponibilità a rafforzare ulteriormente le relazioni bilaterali e a promuovere lo scambio di esperienze nell’ambito delle alte tecnologie.

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Nella sfida con Karekin II Pašinyan apre agli evangelical Usa (Asianews 19.09.25)

Dopo l’accordo con Baku sul Nagorno Karabakh, lo scontro politico-religioso in Armenia si gioca anche negli Stati Uniti. L’ambasciata armena ha reso noto un incontro con Matthew Potter, co-fondatore della piattaforma Pray.com. Nuovo tentativo di Pašinyan di ridimensionare l’autorità storica della Chiesa apostolica armena.

Roma (AsiaNews/Agenzie) – È vivo più che mai lo scontro interno all’Armenia tra il primo ministro Nikol Pašinyan e l’opposizione che guarda al Catholicos della Chiesa apostolica armena Karekin II. Scontro che con la firma a Washington di inizio agosto del testo di un accordo di pace con l’Azerbaigian, mediato da Trump, coinvolge sempre di più anche gli Stati Uniti, nel tentativo di Pašinyan di contrastare i critici – ex presidenti e diversi religiosi, che il leader armeno non ritiene “degni”  – accusati a giugno del tentativo di un colpo di Stato orchestrato della Russia, che ha condotto all’arresto di vescovi e sacerdoti.

L’8 settembre l’ambasciatore dell’Armenia negli Stati Uniti Narek Mkrtchyan ha incontrato Matthew Potter, co-fondatore della piattaforma Pray.com, espressione del mondo evangelical americano, tra i principali supporter di Trump. “Durante l’incontro sono state discusse le possibilità di promuovere la ricca storia e il patrimonio cristiano dell’Armenia sulla piattaforma”, ha reso noto l’ambasciata. Pray.com è uno spazio online “per la comunità cristiana, che offre preghiere quotidiane, racconti biblici e podcast spirituali”, viene specificato. Il contatto potrebbe apparire come un incontro diplomatico sulla valorizzazione dell’identità armena, legata indissolubilmente al cristianesimo – l’Armenia vi aderì nel 301 d.C.; ma per ambienti vicini a Karekin II, come il sito 301.am, sarebbe in realtà l’ennesimo tentativo di Pashinyan di contrasto alla Chiesa apostolica armena, col pretesto di una “modernizzazione”.

Nikol Pašinyan sta perseguendo una linea politica di pacificazione e di allineamento alle posizioni occidentali. Cruciale la firma dell’accordo di agosto con il leader azero Ilham Aliev, immortalato con Trump e Pašinyan nello studio ovale. L’intesa – che prevede però un ulteriore “perfezionamento” – mira a chiudere il trentennale conflitto per il controllo del Nagorno Karabakh, riannesso da Baku con un’offensiva lampo esattamente due anni fa, il 19 settembre 2023, dopo un blocco di nove mesi. Con la firma di fatto gli Stati Uniti hanno sostituito la Russia nel ruolo di mediazione. Ma proprio la condizione delle oltre 100mila persone sfollate da quella che per Erevan è l’ex Repubblica dell’Artsakh è stato uno dei temi dell’incontro tra il Catholicos Karekin II e papa Leone XIV, che l’ha ricevuto in udienza a Castel Gandolfo tre giorni fa. Proprio le sorti di quel conflitto acuirono le tensioni tra Pašinyan e la Chiesa apostolica armena: Karekin II chiese le dimissioni del primo ministro dopo la tragica sconfitta armena.

In questo contesto si inseriscono anche i contatti degli ultimi giorni con i vertici di Pray.com, che si presenta come “l’app numero uno al mondo per la preghiera quotidiana e i contenuti audio biblici”. La piattaforma è sostanzialmente una start-up della Silicon Valley, che prevede abbonamenti fino a 100 dollari all’anno, in cambio di contenuti “spirituali” ogni giorno. A destare allarme, oltre al modello di business, è anche la gestione dei dati degli utenti. Milioni di account sarebbero al centro di una fuga di dati, tanto che diversi organismi di controllo della privacy l’hanno segnalata come non sicura. Altrove l’accusa è di “esportare” una narrativa evangelico-protestante chiusa e americanizzata, che emargina le chiese tradizionali, com’è storicamente quella armena.

Nei fatti, il tentativo dall’amministrazione Pašinyan è di attuare misure volte a screditare la Chiesa apostolica armena, privandola dell’autorità e dell’influenza, che si basa proprio sull’antica tradizione cristiana, fattore portante dell’identità nazionale. Pašinyan non evita di definire i vertiti religiosi “corrotti”, chiedendo a sua volta le dimissioni di Karekin II. Una possibile partnership instaurata con Pray.com eroderebbe di fatto il potere di Echmiadzin, storica sede del Catholicos. È chiaro, infatti, che “la ricca storia e il patrimonio cristiano dell’Armenia”, come la definisce l’ambasciata armena negli Usa, è già ampiamente promossa dagli stessi monasteri e da una cultura cristiana senza eguali, che con la diaspora ha raggiunto tutti i continenti.

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Ararat rimosso dai timbri di frontiera dell’Armenia: inchinarsi davanti alla Turchia? (Varie 18.09.25)

A partire dal 1° novembre, il timbro di confine dell’Armenia posto sui passaporti non raffigurerà più il Monte Ararat. La decisione di rimuovere l’immagine della montagna — vista dagli Armeni come simbolo nazionale, sebbene si trovi nell’attuale Turchia — ha suscitato una ondata di critiche non solo dall’opposizione ma anche dal grande pubblico.

Armen Grigoryan, segretario del consiglio di sicurezza, ha detto che la modifica fa parte di una «rivisitazione delle narrazioni e dei simboli nazionali, alleggerendo così l’onere sul sistema di sicurezza».

Il primo ministro Nikol Pashinyan e il suo team sostengono che l’Armenia non dovrebbe «irritare i propri vicini con tali simboli» o trasmettere «messaggi minacciosi». L’opposizione accusa che l’immagine di Ararat «ha un significato simbolico per il popolo armeno e non è una rivendicazione territoriale».

I parlamentari dell’opposizione ritengono che la modifica al timbro di confine sia stata imposta da Ankara o rifletta la volontà di Pashinyan di compiacere la Turchia.

Ruben Rubinyan, inviato speciale dell’Armenia per la normalizzazione delle relazioni con la Turchia, ha respinto tali affermazioni, affermando: «Il processo di normalizzazione tra Armenia e Turchia è iniziato nel dicembre 2021, e in nessun momento è stata sollevata o discussa la questione del Monte Ararat».

Negli ultimi giorni, la questione ha dominato il dibattito pubblico, anche sui social media. I commenti dei lettori si trovano a fondo articolo.

  • “Il Caucaso meridionale sta perdendo priorità nella politica estera di Ankara” – commento da Yerevan
  • 110° anniversario del genocidio armeno: ‘Il riconoscimento internazionale non è tra le priorità del governo’
  • La frontiera Armenia–Turchia si apre per 10 giorni – cosa succede ora?
  • ‘Caso e formato senza precedenti’: l’intervista di Pashinyan ai giornalisti turchi

«La decisione del governo non ha nulla a che fare con la Turchia»

Rispondendo alle accuse dell’opposizione, l’inviato speciale dell’Armenia per la normalizzazione delle relazioni con la Turchia ha insistito sul fatto che la decisione non è stata presa sotto la pressione di Ankara. Rubinyan ha sottolineato che non era nemmeno legata alla visita dell’inviato speciale turco, Serdar Kılıç, giunto a Yerevan il 12 settembre.

«Se la teoria è che la decisione sia stata presa prima dell’arrivo dell’inviato turco, è facilmente smentita. Il cambiamento entra in vigore solo dall’1 novembre», ha dichiarato a una testata locale.

Quando gli è stato chiesto da un giornalista se Kılıç aveva ricevuto un timbro sul passaporto all’ingresso in Armenia, Rubinyan ha detto di non saperlo: «Ma se un timbro è stato emesso, avrebbe presentato Ararat. Il cambiamento entra in vigore dall’1 novembre».

Ha spiegato la decisione come una questione tecnica, dicendo che l’obiettivo era ridurre la dimensione del timbro. L’immagine di Ararat è stata eliminata, ha aggiunto, perché l’Armenia dovrebbe agire «all’interno del concetto della ‘vera Armenia’, non di quella storica».

Rubinyan ha detto che la maggior parte dei timbri di confine dei paesi non portano simboli, e che lui stesso non ne vedeva la necessità. Se mai venissero usati simboli, ha sostenuto, dovrebbero essere «ufficiali».

Riconoscendo la sensibilità della questione per gli Armeni, Rubinyan ha detto: «Nessuno può portarci via l’immagine di Ararat.

Se guardiamo fuori dalla finestra ora, vediamo Ararat. Fa parte del panorama davanti ai nostri occhi. Porta simbolismo biblico. Molti dei nostri antenati sono venuti qui dall’altra sponda di Ararat [riferendosi a quelli che si trasferirono in Armenia dopo il genocidio armeno all’inizio del XX secolo]. Per coloro che vedono Ararat come un valore, può rimanere un valore.”

Ha detto che il cambiamento non riguarda modificare l’identità nazionale ma «costruire un’identità statale».

L’inviato speciale turco per la normalizzazione con l’Armenia visita Yerevan: nessuna svolta

Le aspettative pubbliche erano maggiori per la prima visita di un diplomatico turco in Armenia. Ma a giudicare dalle dichiarazioni ufficiali dopo l’incontro, non è stato raggiunto alcun progresso significativo nelle relazioni

 

 

Opposition talks of “pressure from Turkey”

Seyran Ohanyan, head of the opposition Hayastan faction, said the authorities had acted under Turkish pressure:

Da un lato c’è coercizione. Dall’altro, c’è il desiderio di compiacere i turchi.”

Hayk Mamijanyan, leader della fazione I Have Honour, suggested that prime minister Nikol Pashinyan may not have been forced at all, but acted on his own initiative.

Si può solo meravigliarsi della rapidità con cui Pashinyan cerca di compiacere la Turchia o l’Azerbaijan. […] Non credo che qualcuno abbia chiesto questo alle autorità. È solo Pashinyan che dice: ‘Guarda, posso anche fare questo,”

ha detto.

Former foreign minister Vartan Oskanian also criticised the decision to remove Mount Ararat from Armenia’s border stamp: “This is a dangerous concession. A government that forces its people to abandon their most cherished symbols in the name of diplomacy is not a leader but a capitulator.”

Oskanian pointed to Ireland, Greece, India and other countries that use as national symbols territories lying beyond their borders.

«La Turchia sta cercando di limitare le opzioni di transito dell’Armenia», dicono gli analisti a Yerevan

Esperti armeni sul progetto ferroviario Kars–Nakhchivan della Turchia e sull’alternativa che l’Armenia potrebbe offrire

 

 

La risposta di Pashinyan

Farò un esempio molto semplice: hai costruito la tua casa entro i confini della tua proprietà, ma sulla parete esterna hai dipinto un’immagine che simboleggia la tua convinzione che il tuo vicino non meriti ciò che ha. E ogni primavera la ritocchi, aggiungendo nuovi elementi. […]

In linea di principio, cos’è di sbagliato in questo? Rimanete entro i vostri confini. Ma è irritante, continuerà a irritare, e crescerà in una discussione, un conflitto, una guerra,” ha detto il primo ministro Nikol Pashinyan durante una conferenza internazionale tenutasi recentemente a Yerevan.

Reazione pubblica

In generale, la società armena ha reagito in modo critico alla decisione del governo. Molti si sono rivolti ai social media per esprimere la loro rabbia:

Smettetela di comportarvi da codardi e deboli, smettete di perseguire una politica di appeasement verso la Turchia presunta per evitare una guerra. E perché dovrebbe questo irritare la Turchia, dopotutto? Ararat è un simbolo armeno. Dobbiamo cancellare la nostra memoria, il nostro passato, solo per non offendere i turchi?

Secondo questa logica, chiedo ai nostri vicini di togliere la luna dalla loro bandiera. Non mi piace che la loro bandiera mostri una luna. La toglieranno? Ararat è parte della nostra identità. Non può essere dimenticato.”

Quindi se la Turchia chiede che il ministro degli esteri armeno Ararat Mirzoyan venga rimosso o addirittura che cambi nome, dobbiamo obbedire anche a questo?

L’ambasciatore Ferranti incontra il vicepremier armeno (Ansa 18.09.25)

(ANSA) – ROMA, 18 SET – L’Ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti, è stato ricevuto dal vice primo ministro armeno, Tigran Khachatryan.
L’incontro ha rappresentato un’importante occasione di confronto in merito allo stato della cooperazione su temi di interesse comune e sulle prospettive di rafforzamento del rapporto tra Italia e Armenia, con particolare attenzione al settore culturale e tecnologico.
Il vicepremier Khachatryan ha espresso apprezzamento per l’attuale dinamica delle relazioni bilaterali, sottolineando in particolare l’intensificazione degli scambi commerciali ed economici tra i due Paesi ed esprimendo fiducia in una loro ulteriore espansione. (ANSA).

Trump ci ricasca: “Albania era in guerra contro Azerbaigian” – Video (Adnkronos 18.09.25)

“Ho messo d’accordo Albania e Azerbaigian” ponendo fine ad una guerra “che andava avanti da molti anni”. Donald Trump incappa in una gaffe geografica e gela il premier britannico Keir Starmer. Il presidente degli Stati Uniti, per la terza volta in poche settimane, confonde Albania e Armenia quando rivendica i risultati ottenuti come ‘uomo di pace’ nel suo secondo mandato presidenziale. Starmer ascolta in silenzio, la sua espressione però dice tutto…

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Russia – Azerbaijan, tensioni vecchie e nuove (Osservatorio Balcani e Caucaso 18.09.25)

Più si accentua la conflittualità tra Mosca e Baku, più quest’ultima si allinea all’Ucraina, fornendo aiuti, donazioni e rifornimenti energetici. In risposta, si registra una serie di operazioni russe mirate contro obiettivi legati all’Azerbaijan in territorio ucraino

18/09/2025 –  Marilisa Lorusso

Al recente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), il presidente azero Ilham Aliyev e il presidente russo Vladimir Putin si sono limitati a una stretta di mano senza alcun incontro bilaterale. Un gesto che riflette le tensioni attuali tra Baku e Mosca.

L’agenzia di stampa azera APA ha pubblicato un articolo secondo cui la Russia avrebbe giocato un ruolo decisivo – insieme all’India – nel bloccare la candidatura dell’Azerbaijan a membro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO).

Secondo fonti diplomatiche, Mosca avrebbe lasciato a Nuova Delhi il ruolo di primo piano, pur orchestrando il processo dietro le quinte: un gesto percepito non solo come un affronto a Baku, ma anche come una mancanza di rispetto verso la Cina, che invece sosteneva apertamente l’adesione azera.

Intanto in Russia continuano gli arresti di cittadini azeri e l’atmosfera tesa è legata non solo a frizioni geopolitiche più ampie, ma anche ancora alle conseguenze dell’incidente aereo della compagnia Azerbaijan Airlines (AZAL) il 25 dicembre 2024, e alle narrazioni divergenti su responsabilità e compensazioni.

Il 4 settembre, il ministero degli Esteri russo ha diffuso un comunicato dai toni molto duri, respingendo quelle che ha definito “speculazioni ciniche” dei media riguardo a presunti mancati pagamenti assicurativi.

Mosca ha sottolineato che, dal febbraio 2025, la compagnia assicurativa russa AlfaStrakhovanie ha avviato i pagamenti legati all’incidente. Secondo il ministero, la compagnia aerea ha già ricevuto il valore assicurativo totale dell’aeromobile, mentre i risarcimenti per la maggior parte dei passeggeri e delle loro famiglie — pari finora a 358,4 milioni di rubli — sono stati completati o sono in corso.

La nota ha descritto le critiche dei media come disinformazione deliberata volta a manipolare l’opinione pubblica, invitando a fare affidamento solo su “fonti verificate” e comunicati ufficiali.

Baku ha replicato il giorno successivo accusando Mosca di ingannare l’opinione pubblica, confondendo i risarcimenti assicurativi con la richiesta azera di un indennizzo statale da parte della Russia per l’abbattimento del velivolo.

Il ministero ha ribadito che i pagamenti assicurativi previsti dal contratto di AZAL erano già stati effettuati nei sei mesi precedenti e costituivano un obbligo commerciale, non una responsabilità sovrana. Baku ha inoltre richiamato episodi di violenza etnica contro azeri in Russia e attività ostili di agenzie statali russe come ulteriori fattori di tensione.

Attacchi russi a infrastrutture azere in Ucraina

Nel corso del mese di agosto 2025, la Federazione Russa ha intensificato una serie di operazioni mirate contro obiettivi legati all’Azerbaijan in territorio ucraino.

Il primo episodio documentato risale al 6 agosto, quando un’infrastruttura del gas situata nella regione di Odessa, nei pressi del confine ucraino–romeno, è stata colpita da un attacco missilistico russo.

Secondo il ministero dell’Energia ucraino, la struttura fungeva da snodo fondamentale del gasdotto Trans-Balcano, collegando i terminal di gas naturale liquefatto (GNL) greci ai depositi di stoccaggio ucraini. Tale condotta trasportava anche volumi di prova di gas azero, evidenziando la crescente rilevanza di Baku nel sistema energetico regionale.

A distanza di pochi giorni altri due obiettivi collegati a compagnie statali azere sono stati presi di mira. L’agenzia di stampa ufficiale Azertac ha riferito che il presidente azero Ilham Aliyev e l’omologo ucraino Volodymyr Zelenskyi hanno discusso degli attacchi russi, che avevano colpito un deposito della compagnia SOCAR e nuovamente una stazione di compressione del gas. Entrambi i leader hanno denunciato i raid come deliberati.

I raid si sono ripetuti. Droni russi hanno colpito un deposito di carburante sempre gestito da SOCAR nella regione di Odessa. Il governatore locale Oleh Kiper ha parlato di un incendio in una struttura energetica, mentre i media governativi azeri hanno confermato che il sito fosse legato a SOCAR.

Zelenskyi ha dichiarato che l’attacco al deposito SOCAR fosse stato “deliberato” e finalizzato a colpire non solo l’Ucraina, ma anche le relazioni energetiche tra Kyiv e Baku. Lo stesso giorno, il deputato azero Rasim Musabeyov ha invitato il proprio governo a valutare l’invio di armi a Kyiv per rispondere in maniera proporzionata alle azioni russe.

Parallelamente il Servizio federale di sicurezza russo (FSB) ha annunciato di aver arrestato al confine con l’Azerbaijan un cittadino azero accusato di lavorare per i servizi di sicurezza ucraini. Le accuse riguardano il tentativo di contrabbandare materiali sensibili legati al complesso militare-industriale russo.

Baku non si intimorisce

Nonostante la crescente pressione esercitata da Mosca, Ucraina e Azerbaijan hanno continuato ad approfondire i propri legami, trasformando gli attacchi in un catalizzatore di cooperazione.

Il dialogo tra i presidenti Zelenskyi e Aliyev nella prima decade di agosto si è rivelato centrale. Oltre a condannare i raid contro le infrastrutture SOCAR e contro la stazione di compressione, i due leader hanno ribadito che la cooperazione non sarebbe stata ostacolata.

In segno di solidarietà, Aliyev ha annunciato lo stanziamento di 2 milioni di dollari per l’acquisto e la spedizione di apparecchiature elettriche ucraine, finanziamento incluso nel bilancio statale 2025 dell’Azerbaijan.

A metà mese i media russi hanno riportato che Baku stava considerando di rimuovere l’embargo sulle forniture di armi a Kyiv, ipotesi giudicata da Mosca un rischio per la “risoluzione pacifica” del conflitto. Nonostante le caute smentite, tali speculazioni hanno indicato come l’Azerbaijan stia valutando un ruolo più assertivo a sostegno dell’Ucraina.

Il ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov ha avuto un colloquio con il suo omologo ucraino Andrii Sybiha. La conversazione ha toccato un ampio spettro di temi, dalle relazioni economiche alla cooperazione nei trasporti, fino alla dimensione umanitaria. È stata inoltre occasione per ribadire il sostegno di Kyiv al processo di pace tra Armenia e Azerbaijan, confermando la volontà di legare le rispettive agende regionali. Iniziative diplomatiche hanno consolidato l’intesa bilaterale.

L’attenzione comune si concentra su tre priorità, quali l’energia, per rafforzare la diversificazione dei flussi verso l’Ucraina, con l’Azerbaijan come attore chiave nel gas caucasico. La politica estera prevede un coordinamento nelle organizzazioni internazionali e sostegno reciproco sui dossier regionali. C’è inoltre un dossier umanitario con programmi di aiuto diretto, come dimostrato dalla donazione annunciata da Aliyev.

Questa traiettoria cooperativa dimostra che gli attacchi russi non hanno né isolato né intimorito Baku, bensì hanno accelerato una convergenza con Kyiv, con implicazioni strategiche sia per il conflitto ucraino sia per gli equilibri nel Caucaso meridionale.

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Genocidio, cosa significa: origine e storia del termine (AdnKronos 17.09.25)

Il giurista ebreo polacco Raphael Lemkin porta avanti la sua battaglia per il riconoscimento del crimine ancora senza nome prima ancora dell’avanzata dei nazisti in Europa

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17 settembre 2025 | 13.54
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E’ stato l’ebreo polacco Raphael Lemkin, sconvolto dal massacro degli armeni nell’impero ottomano, a dedicare la sua vita, sin dall’inizio degli anni Venti del Novecento, prima ancora che i nazisti lo costringessero a fuggire negli Stati Uniti, al riconoscimento del ”crimine senza nome”, come lo aveva descritto Wiston Churchill nel discorso del 24 agosto del 1941 di denuncia del progetto dei nazisti per la distruzione degli ebrei.

Fu solo dopo una lunga riflessione che Raphael Lemkin coniò il termine “genocidio” che venne accolto dalla comunità internazionale dopo molti anni ancora. Nel dicembre del 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite riunita a Parigi approva l’introduzione della Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio, entrata in vigore nel gennaio del 1951, ratificata in Italia già nel 1952, negli Stati Uniti solo nel febbraio del 1986.

La lotta di Raphael Lemkin per il riconoscimento del termine

La storia di Raphael Lemkin e quella del termine genocidio inizia quando, studente di filologia a Leopoli legge dell’assassinio a Berlino, il 14 marzo del 1921, di Talaat Pascià l’ex ministro degli interni turco responsabile del massacro degli armeni, da parte di un sopravvissuto, Sogomon Tehlirian. ‘E’ reato per Tehlirian uccidere un uomo, ma non lo è per il suo oppressore uccidere più di un milione di uomini? Questo è quanto di più incoerente possa esistere”, cominciò subito a chiedere, inascoltato, Lemkin, prima di trasferirsi alla facoltà di legge, per diventare giurista e dedicarsi a tempo pieno alla questione dell’impunità di cui godevano i responsabili di assassini di massa.

Nel 1933, pubblico ministero per il Tribunale distrettuale di Varsavia, Lemkin presenta in una conferenza a Madrid il suo primo progetto per punire le pratiche di ”barbarie” e ”vandalismo”, vale a dire la distruzione di gruppi di persone e di un patrimonio culturale, “l’essenza di quello che avrebbe poi definito genocidio” – come scrive Gariwo, la fondazione che opera per far conoscere e promuovere le storie di chi ha scelto il Bene, anche nei momenti più bui della storia – e di una legge che protegga i Paesi e le minoranze, un pensiero che il giurista inizia a maturare nei boschi in cui si rifugia dopo che i tedeschi bombardano il treno su cui era fuggito da Varsavia pochi giorni dopo l’invasione della Polonia da parte della Wermacht.

Una volta arrivato in America, Lemkin, che aveva denunciato ben prima del settembre del 1939 che l’Europa stava andando incontro a una catastrofe, porta avanti un’altra battaglia, per sollecitare l’intervento degli Stati Uniti, bloccare i nazisti e salvare le vite di milioni di civili innocenti.

L’ispirazione dalle memorie di George Eastman e il suo ‘Kodak’

La sua formazione di filologo lo porta a capire l’importanza di scegliere con cura il termine con cui connotare lo sterminio di massa, ma anche la deportazione di massa e lo sfruttamento economico, la morte progressiva per inedia e la soppressione della cultura di un popolo e della sua trasmissione. Legge, con particolare attenzione le memorie di George Eastman, e di come coniò il termine ‘Kodak’ per dare nome alla sua nuova macchina fotografica, un termine che non poteva essere usato in altri contesti, esattamente come quello che cercava lui. Che era interessato pero’ anche a una parola che fosse capace anche di raggelare il sangue, come ha ricostruito Samantha Power nel suo libro sulla storia dei genocidi “Voci dall’inferno” pubblicato nel 2002.

Da che deriva l’espressione genocidio

Fu così che nel 1946 Lemkin associò alla radice ”geno” in greco significa razza, tribu’, con il suffisso ‘cidio”, dal tema del verbo latino tagliare, uccidere. Il primo ad accettare il nuovo termine fu il Webster’s. Nel 1953 fu introdotto nell’Enciclopedia Larousse. L’Oxford English Dictionary lo fece nel 1955.

”Sembra incoerente con i nostri concetti di civiltà stabilire che vendere una droga a un individuo sia una questione di interesse mondiale, mentre gasare milioni di essere umani è un problema di esclusivo interesse interno” aveva scritto in una lettera inviata al New York Times, una delle moltissime missive che scrisse negli anni a quotidiani, governi, parlamenti, Presidenti, incluso Roosvelt. “Sembra anche incoerente con la nostra filosofia di vita che il rapimento di una donna a fini di prostituzione sia un crimine internazionale mentre la sterilizzazione di milioni di donne resta un affare di stato interno allo stato in questione”.

Chi era Raphael Lemkin

Lemkin è nato il 24 novembre dl 1900 a Wolkowysk, oggi in Bielorussia allora nell’impero russo. E’ la madre, pittrice, linguista e studiosa di filosofia, a istruirlo, dal momento che agli ebrei è vietato studiare nelle città russe. Durante la prima guerra mondiale i Lemkin sono costretti a sotterrare libri e oggetti di valore e si nascondono in una foresta. Sopravvive, studia. Impara a parlare nove lingue, e riesce a leggerne 14. Dopo la laurea in legge e il brillante inizio di carriera come procuratore, viene costretto a dimettersi, accusato di voler fare gli interessi solo degli ebrei e non di tutti i polacchi con la sua proposta per l’introduzione dei crimini di guerra di barbarie e vandalismo.

Arriva negli Stati Uniti nel 1941. I nazisti sono responsabili della morte di 49 suoi parenti. Scrive il libro ‘Axis Rule’ in cui, in 712 pagine che avrebbero dovuto nelle sue intenzioni essere rivolto a tutti, raccoglie tutte le leggi anti semite in vigore nei 19 Paesi, occupati dalla Germania, e in cui per la prima volta compare il termine di genocidio.

Dopo il processo di Norimberga, opera con tutte le sue energie per fare approvare la Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio all’Onu, “accampandosi ogni giorno tra i corridoi della sede alla ricerca di funzionari da convincere”. Insiste nel sottolineare che il genocidio può avvenire anche in contesti di pace e non è associato esclusivamente allo sterminio fisico. Muore a 59 anni a New York il 28 agosto del 1959 “senza amici, senza un soldo e solo”.

Gli articoli della Convenzione

La Convenzione è composta da 19 articoli, il primo dei quali “conferma che il genocidio, che sia commesso in tempo di pace o in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale”. Genocidio significa, spiega il secondo articolo della Convenzione, il compimento di almeno una delle seguenti azioni “con l’intento di distruggere, in parte o nel tutto, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”: l’uccisione di membri del gruppo, lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo, il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale, misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo, il trasferimento forzato di minorenni da un gruppo a un altro.

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Mostra “Ohannés Gurekian. Modernità Futura / Future Modernity” – (Treviso Today 17.09.25)

QuandoDal 18/09/2025 al 28/09/2025Orario non disponibile
PrezzoGratis
Altre informazioni
’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Treviso presenta la mostra “Ohannés Gurekian. Modernità Futura / Future Modernity”, ospitata al Palazzo dei Trecento dal 18 al 28 settembre 2025.

L’esposizione ripercorre la figura di Ohannés Gurekian (1902–1984), ingegnere e architetto di origini armene che ha intrecciato la sua biografia con la città di Asolo, le valli agordine e le Dolomiti. Una personalità singolare nel panorama dell’architettura moderna italiana, capace di integrare progettazione architettonica, cultura costruttiva locale, ingegneria idraulica e attenzione al paesaggio montano.

Il percorso espositivo propone un dialogo tra i materiali d’archivio e una ricerca fotografica contemporanea. Cinque fotografi – Mattia Balsamini, Marco Cappelletti, Allegra Martin, Silvia Possamai e Pietro Savorelli – hanno indagato alcune delle opere di Gurekian, offrendo uno sguardo nuovo e personale, a tratti poetico e fortemente legato alla natura.

La mostra si inserisce in una riflessione critica sul tema del recupero del moderno, ponendo l’attenzione sulla possibilità di rileggere e conservare l’architettura del Novecento come risorsa fondamentale per il progetto contemporaneo, con particolare riferimento alla sostenibilità, al rapporto con il contesto, alla qualità costruttiva e alla tutela del patrimonio. La mostra si propone, inoltre, di intercettare studenti e giovani progettisti (architettura, design, arti visive), stimolando una riflessione critica e contemporanea sull’eredità dell’architettura moderna attraverso il linguaggio fotografico e la rilettura dei temi di contesto e identità. Allo stesso tempo, vuole trasmettere un messaggio più ampio e condiviso, che invita tutti i visitatori a riscoprire il valore della tradizione moderna come spunto per un progetto sostenibile e consapevole del nostro presente e futuro.

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Profilo biografico
Discendente di due importanti famiglie armene, Ohannés Gurekian nacque nel 1902 a Costantinopoli e si trasferì con la famiglia a Roma nel 1907. Studiò al Collegio Armeno Moorat Raphaël di Venezia e si laureò in Ingegneria Civile e Idraulica all’Università di Padova, partecipando negli anni giovanili ai movimenti per l’indipendenza armena. Dopo gli studi lavorò a Torino nello studio di Ballatore di Rosana e successivamente si stabilì a Frassené, nel Bellunese, dove avviò la sua attività professionale e coltivò la passione per l’alpinismo, diventando socio del CAI di Agordo, di cui fu presidente dal 1933 al 1946. Tra le sue imprese alpinistiche, l’apertura di una via sulla Torre Sattler e l’ascensione della Torre Armena, da lui così battezzata in ricordo delle origini.

Fu promotore dello sviluppo turistico di Frassené, dove nel 1930 fondò la prima Pro Loco italiana, e contribuì alla costruzione di rifugi alpini come il Cesare Tomé al Passo Duran. Come ingegnere si impegnò nella salvaguardia dell’architettura tradizionale alpina, opponendosi a modelli estranei e realizzando, nel dopoguerra, progetti gratuiti per la ricostruzione dei centri distrutti, come a Caviola. Frequentò corsi di Architettura a Losanna senza completare il titolo e si dedicò a urbanistica ed edilizia pubblica. Morì ad Asolo nel 1984.

L’inaugurazione della mostra è prevista per giovedì 18 settembre alle ore 17.00, con visita guidata e a seguire ARCH_Talk alle ore 17.45.


Mostra “Ohannés Gurekian. Modernità Futura / Future Modernity”
https://www.trevisotoday.it/eventi/mostra-ohannes-gurekian-2025.html
© TrevisoToday