Paura in Armenia per una forte scossa di terremoto (Sputniknews 14.02.21)

I testimoni hanno riferito che il terremoto ha interrotto le connessioni dei telefoni cellulari e Internet.

Paura in Armenia per una forte scossa di terremoto che ha fatto tremare la capitale. Il sisma di magnitudo 4,7 ha colpito Yeravan, secondo quanto riferito sabato dal Centro sismologico europeo-mediterraneo, che ha localizzato l’epicentro a 13 chilometri a sud della città armena. La scossa è stata registrata alle 15:29 (orario locale) ad una profondità di 2 chilometri.

​Tuttavia, secondo i servizi di emergenza locali il sisma si è prodotto ad una profondità di 10 chilometri.

Secondo quanto riferisce un corrispondente di Sputnik Armenia, i grattacieli sono stati evacuati e i residenti si sono riversati per strada durante le scosse di assestamento.

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Radio Vaticana: da tutto il mondo gli auguri per i 90 anni (Vaticannews.va 13.02.21)

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Gli auguri per i 90 anni della Radio Vaticana, sono arrivati al prefetto Paolo Ruffini e al Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede da tutto il mondo e in tutti i modi, dalla lettera cartacea al tweet.  L’arcivescovo maggiore Kyiv-Halyč Sviatoslav Shevchuk, guida della Chiesa greco-cattolica ucraina, ricorda che l’emittente pontificia ha avuto un ruolo importante “ai tempi della persecuzione comunista” per i fedeli della sua Chiesa, che “trovavano il sostegno spirituale e la comunione con la Chiesa universale nell’ascolto delle frequenze della Radio Vaticana in lingua ucraina”. E definisce “davvero impressionante” il cammino percorso dalla “radio del Papa” in questi 90 anni, durante i quali “la Parola del Signore è annunciata in ogni angolo del pianeta, la voce del Vangelo è ascoltata in 41 lingue e il messaggio cristiano arriva a diversi popoli del mondo”.

L’arcivescovo Minassian: io redattore della sezione armena

L’arcivescovo Raphael Minassian, ordinario della Chiesa armeno cattolica dell’Armenia, Russia, Ukraina, Georgia e dell’Europa Orientale, definisce Radio Vaticana una “voce di verità autorevole nel mondo”. E si congratula per il lancio delle web radio, “dove anche la redazione armena, di cui ho fatto parte negli anni degli esordi, continua a dare il suo prezioso contributo nel diffondere il messaggio evangelico nel mondo e fungere da ponte tra la Chiesa universale e le Chiese armene disperse in tutte le parti del mondo”.

Il Secam: grazie per aver portato nel mondo la voce dell’Africa

Il vescovo nigeriano Emmanuel Adetoyese Badejo, presidente del Comitato episcopale panafricano per la comunicazione, a nome del Secam, il Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar, sottolinea che in questi 90 anni la Chiesa africana ha goduto di prima mano dei servizi di questo “gioiello di comunicazione pastorale ed evangelizzazione” per più di settant’anni. Durante i quali non solo la voce e le azioni dei Papi, della Chiesa universale e delle Chiese negli altri continenti sono stati trasmessi a milioni di africani, ma anche “la voce e le esperienze della Chiesa in Africa sono arrivate al pubblico di tutto il mondo”. Una collaborazione che continua ogni giorno.

Gli auguri delle ambasciate degli Usa, di Italia e Francia

Auguri e congratulazioni sono arrivati anche da molte ambasciate presso la Santa Sede. Ricordiamo quella degli Stati Uniti d’America, dell’Italia e della Francia, che parlano del primo radiomessaggio di Papa Pio XI nel 1931, e i francesi ringraziano anche “di far arrivare ai popoli di tutto il mondo le parole do speranza dei Pontefici”. Un ricordo arriva anche dal Senato italiano e dai Cavalieri di Colombo, “orgogliosi sostenitori” delle comunicazioni vaticane, tra le quali Radio Vaticana.

Signis Africa: portate nelle case la voce rassicurante del Papa

L’Ebu, l’Unione europea di radiodiffusione, fa gli auguri a suo membro e ricorda il traguardo delle trasmissioni in 41 lingue diverse, e Signis Africa, attraverso il presidente Walter C. Ihejirika, sottolinea che attraverso la Radio Vaticana “la voce del Papa continua a essere ascoltata nelle case di molte famiglie africane con i toni rassicuranti del buon pastore, dando incoraggiamento e speranza, e soprattutto invitando tutti gli esseri umani a costruire un mondo interconnesso”.

Cei, il valore della Radio nel continente digitale

“La voce portata dalla Radio fino ai confini del mondo – scrive Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei – risuona oggi con vibrazioni rinnovate anche bel continente digitale. Una presenza che, guardando alla storia, diventa prospettiva educativa”.

Radio Romania: diffondete la speranza del Vangelo nel mondo

Infine Radio Romania, con una lettera del presidente Georgica Severin, sottolinea che Radio Vaticana, con una storia definita “trionfo dell’ alleanza tra la radio e il messaggio cristiano” è riuscita a realizzare pienamente “il progetto iniziale di diffondere la speranza del Vangelo in tutto il mondo”.

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Memoria e attualità del genocidio armeno (Ilfriuli 13.02.21)

Il genocidio armeno, il primo del Ventesimo secolo, è ormai una conoscenza acquisita, nelle sue linee generali: si sa che è avvenuto nell’impero Ottomano durante la prima guerra mondiale, ad opera del governo dei Giovani Turchi e che il popolo armeno venne spazzato via dall’Anatolia, al costo di circa un milione e mezzo di morti. E si sa anche, almeno nelle nostre regioni, che gli Armeni sono un popolo in diaspora, come gli ebrei.
Aladura in collaborazione con Teatro Verdi Pordenone presenta Contro il vento della barbarie. Memoria e attualità del genocidio armeno, incontro con Antonia Arslan, giovedì 25 febbraio alle 11.30 in collegamento live dal Verdi Pordenone link live web: http://bit.ly/vento-barbarie
Bisogna, però, continuare a parlare del Metz Yeghern, come della Shoah. Tenere viva la memoria è un compito difficile ma indispensabile, tanto più in questo momento, in cui sulla piccola Armenia – che resiste, ancora indipendente, sulle montagne del Caucaso – si addensano pericolosi venti di guerra e insidiose minacce di estinzione. Antonia Arslan, scrittrice e saggista italiana di origine armena, è stata per molti anni professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova. Dopo aver tradotto e curato un libretto divulgativo sul genocidio (Metz Yeghèrn. Breve storia del genocidio degli armeni, di Claude Mutafian) e una raccolta di testimonianze di sopravvissuti rifugiatisi in Italia (Hushèr. La memoria. Voci italiane di sopravvissuti armeni) ha seguito e curato l’edizione italiana di molti libri sull’Armenia, la sua cultura, la tragedia del genocidio vista attraverso le voci dei superstiti. Nel 2004 ha pubblicato il bestseller La masseria delle allodole (Rizzoli), che ha vinto numerosi premi letterari (dal Berto Opera Prima al Fenice-Europa, dal Pen Club allo Stresa e al Campiello), tradotto in ventitré lingue e portato sullo schermo nel 2007 dai fratelli Taviani.Il seguito, La strada di Smirne è del 2009. Nel 2010, dopo una drammatica esperienza di malattia e di coma, scrive Ishtar 2. Cronache dal mio risveglio. Negli anni successivi pubblica con Piemme due libri di racconti: Il cortile dei girasoli parlanti e Il calendario dell’Avvento. Il libro di Mush, sulla strage degli armeni di quella valle avvenuta nel 1915, esce per Skira nel 2012. Sempre con Rizzoli pubblica Il rumore delle perle di legno, terzo libro della saga armena (2015), Lettera a una ragazza in Turchia (2016) e infine La bellezza sia con te (2018).

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Il rinnovo di Mkhitaryan: l’armeno dice sì, Raiola prende tempo (IlRomanista 12.02.21)

Il contratto è pronto, ma la firma ancora non arriva. Sono già un paio di settimane che l’accordo contrattuale della Roma con Mkhitaryan si è prolungato in automatico per una stagione. Ma l’armeno, sarebbe meglio dire il suo procuratore Mino Raiola, non ha ancora detto sì. Il prolungamento è messo nero su bianco sul contratto, ma diventa effettivo solo con il consenso del giocatore. Clausola che quel furbacchione di Raiola, un anno fa volle inserire dopo che era riuscito a portare il giocatore a costo zero, svincolato dall’Arsenal. Se ci pensiamo un autentico affare per la Roma. E, sempre quel furbacchione di Raiola, ora vuole che l’affare lo faccia pure lui.

Il campione armeno nel solo girone d’andata ha raggiunto tutti i numeri necessari per far scattare l’automatismo del rinnovo: venticinque presenze e un minimo di quindici tra gol e assists che, oltretutto, gli hanno garantito un guadagno di mezzo milione. L’accordo per lo stipendio netto del giocatore, infatti, lo scorso anno fu trovato sulla base di tre milioni di fisso più, appunto, mezzo milione di bonus legato al numero dei gol e degli assist. Nel caso di Mkhitaryan, però, per conoscere il lordo non si deve fare per due. La società, in base al decreto rilancio, ingaggiando un lavoratore arrivato dall’estero e che rimane in Italia almeno per due anni, può usufruire di una fiscalizzazione dimezzata, cosa che nel caso dell’armeno fa salire il totale a meno di cinque milioni (quanto costa Fazio, per dire). Questo tipo di vantaggi fiscali la Roma li può sfruttare, per esempio, anche per Smalling e Pedro.

Ma torniamo all’armeno. Il giocatore, in una recente intervista, ha detto chiaramente di essere felice a Roma e nella Roma, facendo capire che la sua idea è quella di continuare a giocare con la maglia giallorossa. E allora perché non firma? Perché Raiola che uno potrà pure pensare che ha mille difetti ma che sa fare il procuratore come pochi altri, al giocatore ha detto che non c’è motivo di affrettare la firma, il contratto con la Roma è pronto, si può pure aspettare.

Perché Raiola ha consigliato di prendere tempo? La prima risposta naturale che viene è che Mkhitaryan in questo momento è un giocatore a parametro zero. E visto come sta giocando in questa stagione, tra i migliori in assoluto nel nostro campionato, il procuratore italo-olandese con residenza nel Principato di Monaco, vuole capire se c’è magari qualche altra società che si possa presentare offrendo un contratto per l’armeno (e pure per lui leggasi commissioni) migliore di quello che ha già garantito con la Roma. È il suo mestiere, nulla da obiettare. Il secondo motivo è che, sempre Raiola, potrebbe voler aspettare un rilancio della società giallorossa. Non tanto sul totale netto l’anno, quanto sugli anni del prossimo contratto. Il terzo è una questione legata alle commissioni. La Roma, come ha scritto in un recente comunicato, ha un debito di quindici milioni per il cash ai procuratori e tra questi di sicuro c’è anche Raiola. Che, quindi, dovrebbe vantare un credito. E allora tu pagare commissioni, io far firmare l’armeno. Il quarto è che quando ci si deve confrontare con un procuratore che nella sua scuderia può vantare decine di giocatori (nella Roma ha Calafiori e Kluivert), si può immaginare che per dare il via libera alla fumata bianca per Mkhitaryan, voglia inserire nel totale anche la movimentazione di qualche altro giocatore (ricordate Emanuelson?). Esempio: Raiola ha preso la procura anche del portiere del Verona Silvestri, giocatore seguito dalla Roma. E allora io do una cosa a te, Mkhitaryan, tu dai una cosa a me, Silvestri.

In ogni caso, pur nella consapevolezza che trattare con Raiola tutto è meno che una passeggiata di salute, l’impressione è che alla fine la firma dell’armeno ci sarà. Soprattutto se, come filtra da Trigoria, si sta pensando di offrirgli un contratto biennale più l’opzione per una terza stagione. Il giocatore, peraltro, ha fatto capire in tutte le maniere di essere felice alla Roma. E a questa felicità bisogna aggiungere anche il fatto che Mkhitaryan ha apprezzato moltissimo come la Roma sia stata vicino a lui e alla sua Armenia, nel momento della crisi militare con l’Azerbaigian.

Toccherà a Tiago Pinto tirare le somme di una vicenda in cui, prescindendo da Raiola, ci sono tutte le premesse che possa concludersi con un nuovo accordo contrattuale con il giocatore. Il nuovo general manager giallorosso ha già avuto un primo contatto con Raiola. Presto ce ne sarà un secondo che potrebbe rivelarsi anche quello decisivo. In questo periodo Pinto sta incontrando un po’ tutti i procuratori dei giocatori giallorossi. L’appuntamento con Raiola è tra i più importanti, anche perché si parlerà pure del futuro di Justin Kluivert. Sistemato l’olandese, siamo convinti che si brinderà pure per l’armeno che sarà il primo a esserne felice.

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Tutta l’anima armena di Tigran Mansurian (Avvenire 12.02.21)

Tigran Mansurian riesce a pregare persino con le “voci”… di un quartetto d’archi! Nel nuovo disco dedicato alle musiche da camera del compositore armeno (classe 1939) troviamo infatti affiancate tra loro opere strumentali di profonda ispirazione e densità di concezione, a cui mancano solo le parole, ma il cui senso ultimo appare già evidente sin dai loro titoli: Agnus Dei, Sonata da Chiesa e Con anima, il brano che dà il titolo all’album. Il progetto nasce da un’illuminazione del violinista Movses Pogossian (già vincitore del prestigioso concorso internazionale Ciaikovskij) e della violista Kim Kashkashian, le cui condivise origini armene hanno rappresentato il comun denominatore per scandagliare nell’intimo l’intensità spirituale della musica di Mansurian e il suo portato fortemente simbolico, ancorato al dramma e alla memoria del genocidio del popolo armeno, vittima del primo olocausto della storia moderna. Le registrazioni raccolgono una selezione di lavori recenti destinate a un cast composito che prevede violini, viole, violoncelli, clarinetto e pianoforte, a seconda dell’organico previsto da ogni singolo pezzo. Sono queste le “voci” che si alternano, si inseguono, si sovrappongono tra tempi lenti, arcate sospese, frammenti melodici e lievi dissonanze, intrecciando tra loro registro sacro e profano, stilemi di foggia classica e tradizione folclorica, linguaggi di ascendenza antica e impronta contemporanea. «Le sue opere sono ricche di significati che provengono da ornamenti, dipinti o monumenti armeni», scrive Elena Dubiunets nelle note di copertina del cd; «la sua stessa musica sembra essere scolpita nella pietra». Ma sono pietre parlanti quelle di Mansurian, che anche senza parole sanno evocare sconfinati mondi interiori. Onore innanzitutto all’evidente bravura e alla sensibilità degli interpreti, ma anche allo strepitoso lavoro dei tecnici del suono dell’etichetta Ecm, che con la loro proverbiale professionalità hanno saputo trasformare in musica anche i silenzi.

Mansurian
Con anima
Movses Pogossian, Kim Kashkashian
ECM / Ducale. Euro 20,00

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Armenia-Turchia: ministro Esteri Ayvazyan, Ankara non ha motivo di tenere chiusi i confini (Agenzia Nova 10.02.21)

Erevan, 10 feb 15:35 – (Agenzia Nova) – La Turchia non ha validi motivi per mantenere chiuso il confine con l’Armenia dopo che ha contribuito a modificare lo status quo in Nagorno-Karabakh. Lo ha detto il ministro degli Esteri armeno, Ara Ayvazyan, secondo cui “la chiusura dei confini è stata condizionata dallo status quo in Artsakh (così si autodefinisce l’autoproclamata repubblica di Nagorno-Karabakh), che tuttavia è stato cambiato. La Turchia non ha motivi di tenere chiuso il confine con l’Armenia. Al momento il processo di riapertura non è in corso ma l’Armenia e la sua diplomazia faranno tutti gli sforzi per creare condizioni favorevoli e garantire la sicurezza nazionale”, ha detto il ministro durante un question time in Parlamento. Secondo Ayvazyan, l’obiettivo principale delle autorità armene è fare di tutto per rafforzare il contesto di sicurezza nazionale e dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh. “Questo non è un obiettivo facile, poiché questa è una manifestazione della situazione geopolitica e, naturalmente, come Stato, governo e società civile, dobbiamo sforzarci di compiere degli sforzi per allentare la situazione, il che porterà anche a un rafforzamento dell’architettura di sicurezza intorno all’Armenia”, ha detto il ministro. Secondo Ayvazyan, questo dipende da molte componenti, compresa la stabilità interna del Paese caucasico. Parlando delle esercitazioni militari turco-azerbaigiane tenutesi vicino al confine armeno a Kars, Ayvazyan ha osservato che qualsiasi atto di questo tipo “è motivo di preoccupazione”. (Rum)

Governo NL sotto pressione per riconoscimento genocidio armeno (31mag.nl 10.02.21)

Il governo olandese è nuovamente soggetto a pressioni sul riconoscimento del massacro di massa degli armeni da parte dell’Impero Ottomano nel XX secolo, come genocidio. Giovedì il Parlamento discuterà la mozione, che chiede al gabinetto di riconoscere il termine “genocidio armeno” quando si fa riferimento all’uccisione di 1,5 milioni di armeni tra il 1915 e il 1917.

La mozione, presentata dal deputato di ChristenUnie Joël Voordewind, è appoggiata da abbastanza partiti per formare una maggioranza. Tra i partiti sostenitori ci sono gli ex partiti della coalizione VVD, CDA e la stessa CU, così come il partito PVV di Geert Wilders, i Socialisti (SP), GroenLinks, il Partito per i diritti degli animali (PvdD), 50Plus, Forum voor Democratie.

Tre anni fa il Parlamento aveva approvato una mozione per riconoscere il genocidio armeno, ma il governo aveva rifiutato di adottare il termine. L’allora vice primo ministro, Lodewijk Asscher, laburista, sosteneva che fosse “inutile” per i governi esprimere giudizi su questioni di diritti internazionali. “Ci sono persone che vivono nei Paesi Bassi, la cui storia familiare è stata segnata dal massacro” affermò. Nello stesso anno, Menno Snel, ministro delle finanze, ha rappresentato per la prima volta, il governo olandese alla cerimonia di Yerevan, per commemorare le vittime. 

La Turchia, che da sempre rifiuta l’omicidio di massa come genocidio, ha accusato il Parlamento olandese di ipocrisia. Secondo Ankara, l’Olanda “guardava dall’altra parte” durante il genocidio di Srebrenica nel 1995.

I sostenitori della nuova mozione vedono il riconoscimento del genocidio come un passo importante verso la riconciliazione e la prevenzione di future atrocità. “Ecco perché è di grande importanza che prima di tutto i paesi parlino chiaro. Ed è ciò che la grande maggioranza della Camera chiede di fare al governo olandese” ha riferito Voordewind a NOS.

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“I baroni di Aleppo”: intervista a Flavia Amabile (Hotelbaron 09.02.21)

Pubblicato nel 1998 da Gamberetti editrice e ristampato nel 2009 da La lepre EdizioniI baroni di Aleppo è il primo (e finora unico) libro in lingua italiana dedicato all’Hotel Baron di Aleppo. Non potevamo quindi non partire da quelle pagine per tentare di costruire le fondamenta di questo secondo, virtuale Baron. Così come non potevamo non fare due chiacchiere con Flavia Amabile, giornalista de “La Stampa” e autrice -insieme a Marco Tosatti- del volume.

Flavia, come hai scoperto la vicenda dell’Hotel Baron di Aleppo? Che cosa vi ha spinto a scriverne?

Eravamo in viaggio in Siria. Giravo il Paese per scrivere un libro di viaggi. Siamo capitati al Baron’s Hotel seguendo il racconto di un libro sugli alberghi letterari. Arrivavamo da Raqqa, in questi anni nota come capitale dello Stato islamico creato dall’Isis, allora un tranquillo e anonimo paese lungo l’Eufrate. Dopo un viaggio di alcune ore in un minibus stipato di siriani, entrare al Baron’s ci parve un viaggio nel tempo e nello spazio. Il deserto e il Medioriente erano rimasti fuori, dentro si respirava un’atmosfera da Inghilterra degli anni Trenta. La sera abbiamo incontrato il proprietario, ci siamo fatti raccontare la storia dell’albergo e abbiamo deciso di scriverla.

La famiglia armena Mazloumian vive nel villaggio di Anchurty (Turchia orientale), ma è costretta ad abbandonarlo intorno al 1860 a causa delle incursioni dei soldati ottomani che rastrellano i cristiani distruggendo campi e raccolti. Inizia così il viaggio verso Aleppo -allora la seconda metropoli dell’Impero- di Krikor Mazloumian, il patriarca. È proprio lui, appena giunto in città, ad avere l’intuizione che cambierà la sua vita e quella dei suoi discendenti: aprire un hotel che si chiamerà Ararat prima e Hotel du Parc poi. Da dove nasce questa idea?

Da secoli Aleppo era il crocevia dei commerci tra occidente e oriente, chi rimaneva a dormire in città utilizzava i khan, i caravanserragli, non adatti al turismo che avrebbe portato la nuova ferrovia in costruzione con il mitico treno Orient-Express in arrivo da Londra. Di viaggiatori europei infatti ne sarebbero arrivati tanti e il Baron’s divenne l’approdo naturale.

Nel novembre del 1911 gli sforzi congiunti dei due figli di Krikor, Onnig e Armen, portano alla fondazione del Baron’s Hotel, l’hotel dei “signori”. Che cosa offriva di innovativo ai viaggiatori che arrivavano ad Aleppo?

Era un albergo più vicino agli standard occidentali. Aveva vere e proprie stanze, un servizio ristorante, arredi di pregio e un modo di accogliere i viaggiatori che lo rese una tappa obbligata nel viaggio verso Oriente.

Capi di stato, archeologi, nobili europei, soldati: il mondo di inizio secolo prese alloggio nelle camere del Baron. Quali furono gli ospiti più eccentrici?

Ce ne furono molti. Abbiamo cercato di ricostruire nel libro alcune storie, dalla scrittrice Agatha Christie a Lawrence d’Arabia fino allo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini in tempi più moderni.

In media venivano consumate ogni giorno tre casse di champagne, ma il cibo? Che cosa avremmo gustato di speciale durante una cena nella golden age dell’Hotel Baron?

Cibo di tipo europeo. Carni cucinate con sapienza, verdure, dolci raffinati.

Ci ha molto colpito scoprire il ruolo che giocò l’Hotel nell’ostacolare prima e individuare poi alcuni responsabili del genocidio armeno; come andarono le cose?

Il Baron’s fu in prima linea sia nel salvare le vite di tanti armeni che nella fase dell’individuazione dei responsabili. I Mazloumian nascosero Aram Andonian, il giornalista che avrebbe portato le prove del genocidio nel processo che si sarebbe tenuto alla fine della prima guerra mondiale.

Krikor (detto “Koko”) è il figlio di Armen Mazloumian. È lui, terza generazione della famiglia, a rinnovare, dopo un viaggio in Europa, l’Hotel dotandolo di un bar alla moda. É la svolta, vero?

Fu la svolta davvero. Portò a Aleppo l’atmosfera della Londra degli anni Trenta. Creò un Savoy (dal nome del ricercato albergo londinese) nel Medio Oriente.

Poi, nel 1964, con il socialismo di Nasser arriva la crisi: le banche vengono nazionalizzate e a causa di un investimento fallimentare (al quale non avrebbe neppure voluto partecipare), “Koko” è costretto a cedere la proprietà del Baron, pur continuando a gestire l’hotel. La fine di un’epoca che riserva però delle sorprese, come l’arrivo di Pasolini ad Aleppo. Come andò in quell’occasione?

Pasolini è sempre stato molto attento ai luoghi dove ambientava i suoi film. Per girare alcune scene di Medea scelse la cittadella di Aleppo e con l’intera troupe sbarco al Baron’s. Vi rimase a lungo facendo amicizia tra i giovani della città e reclutando molti di loro fra le comparse, anche la figlia di Koko apparve in una delle scene.

Solo nel 1982 “Koko” e il figlio riescono a riacquistare l’albergo, cancellando in parte i debiti pregressi. Ma l’hotel, prostrato dalle infinite battaglie legali, è ormai surclassato dalla concorrenza. Visitandolo nel 2010, appena prima del disastro, lo abbiamo trovato un meraviglioso simulacro del passato. L’hai visitato? Quando? Che impressioni hai avuto?

L’ultima volta che ho visitato il Baron’s è stato durante gli anni Novanta. Ho però parlato diverse volte al telefono con Armen, l’ultimo erede dell’albergo, dopo lo scoppio della guerra. Mi raccontò delle bombe, del cibo razionato, della linea del fronte che passava proprio a pochi metri da lì. Ho scritto alcuni articoli per raccontare quello che stava accadendo al Baron’s e ho trasformato poi questo triste epilogo in un ultimo capitolo che è stato aggiunto alla traduzione tedesca pubblicata di recente.

Da quali libri avete attinto informazioni per stendere “I Baroni di Aleppo”? Quali consigliereste per approfondire? Esistono libri fotografici dedicati al Baron?

Siamo stati i primi a riportare tutta la storia del Baron’s, non c’erano libri da consultare quando l’abbiamo scritto se non per la cornice storica. La nostra fonte è stato il racconto dal vivo di Armen Mazloumian. Per ascoltare i suoi ricordi abbiamo trascorso due settimane ad Aleppo. Quando terminava la sua giornata di lavoro, intorno alle dieci di sera, apriva la porta dello studio e ci faceva entrare. Rimanevamo lì fino a notte inoltrata. Le uniche integrazioni al suo racconto sono stati alcuni materiali trovati in archivi a Parigi.

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NAGORNO-KARABAKH: Continua la rivoluzione postbellica (Esatjournal 07.02.21)

Le sei settimane di guerra tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh si sono concluse con un accordo di cessate il fuoco lo scorso 9 novembre; il conflitto è stata una vera e propria rivoluzione che, dopo aver ridisegnato i confini del Caucaso del Sud, continua ad influenzare tanto la politica internazionale, quanto quella interna ai due paesi belligeranti.

Guerra e pace in Nagorno-Karabakh. Tutti i nostri articoli

Basi e ferrovie

A livello internazionale, si stanno progressivamente mettendo in atto le clausole dell’accordo del 9 novembre.

Il 30 gennaio è stato inaugurato il centro di monitoraggio congiunto russo-turco del cessate il fuoco in Nagorno-Karabakh, uno degli argomenti su cui più si è discusso dopo la fine della guerra. L’installazione si trova in Azerbaigian, nella regione di Aghdam, a pochi chilometri dalla parte di Nagorno-Karabakh rimasta sotto il controllo armeno. Secondo quanto riportato da Reutersospita un generale e 38 militari turchi e personale russo in pari numero. La presenza dei due piccoli contingenti in Azerbaigian rappresenta, in qualche modo, un doppio spartiacque storico. Se Baku una volta raggiunta l’indipendenza da Mosca (1991) si è, infatti, impegnata nell’obiettivo – raggiunto solo nel 2012 – di far chiudere tutte le installazioni militari russe eredità dell’epoca sovietica sul proprio territorio, il Cremlino è storicamente ostile all’ingerenza di paesi terzi, soprattutto in tema di sicurezza, nelle ex repubbliche sovietiche. Il fatto che Baku e Mosca abbiano accettato questo compromesso è uno degli effetti della rivoluzione causata dalla guerra dello scorso autunno.

Sempre il 30 ottobre, in ottemperanza con un’altra clausola dell’accordo di pace, a Mosca si è tenuto il primo incontro del gruppo di lavoro per l’apertura dei corridoi di trasporto nel Caucaso del Sud. I vice dei capo di governo di Armenia, Azerbaigian e Russia hanno, in particolare, discusso della rimessa in funzione della ferrovia tra Baku e Erevan attraverso l’exclave azera del Nachicevan. Tale infrastruttura è stata spezzata in tronconi dopo il crollo dell’Unione Sovietica dal momento che attraversa ben tre volte i confini chiusi tra Armenia e Azerbaigian. La sua riapertura consentirebbe da una parte il collegamento terrestre diretto tra Baku e il Nachicevan (attualmente possibile solo per via aerea o con un lungo giro attraverso l’Iran), e dall’altra una connessione ferroviaria tra Erevan e la Russia, negli interessi di Mosca. Le implicazioni della sua riapertura si estendono anche a Iran e Turchia, i cui confini sono situati letteralmente a pochi metri dalla ferrovia.

Azerbaigian, il costo della vittoria

La vittoria nel conflitto dello scorso autunno ha suscitato grandissimo entusiasmo popolare in Azerbaigian. La perdita di territori internazionalmente riconosciuti come parte del paese per effetto della guerra negli anni Novanta, costituiva, infatti, una sorta di trauma collettivo, soprattutto per i rifugiati costretti ad abbandonare le aree finite sotto il controllo armeno.

Il conto della vittoria, rischia però di essere molto salato per la popolazione azera, già alle prese con la crisi economica causata dalla pandemia. Il presidente, Ilham Aliyev, ha infatti proclamato una vasta campagna di ricostruzione per rendere abitabili i territori riconquistati, attualmente devastati dalle guerre. A tale scopo saranno destinati 1,3 miliardi di dollari solo nel corso del 2021. Per finanziare il progetto tra dicembre e gennaio sono stati aperti tre fondi statali: il fondo per l’assistenza dell’esercito azero, il fondo YAŞAT e il fondo per la rinascita del Karabakh. I primi due sono destinati al supporto dei veterani e delle famiglie delle vittime, il terzo, come si evince dal nome, alla ricostruzione.

Ufficialmente, a finanziare tali investimenti saranno i cittadini e le imprese su base volontaria. Come riportato, però, in molti casi i lavoratori, sia nel settore pubblico che nel privato, vengono costretti dai superiori a versare parte del proprio stipendio ai fondi o ricevono direttamente un salario ribassato. La pratica risulta particolarmente stonata in un paese ricco di risorse naturali come l’Azerbaigian, ma l’ondata di patriotismo causata dalla vittoria, potrebbe mettere sotto silenzio le voci dissenzienti.

Armenia, dalle ceneri della guerra ecco la fenice Kocharyan

Dopo la sconfitta militare e le grosse perdite territoriali, il primo ministro, Nikol Pashinyan, è finito nel mirino delle opposizioni in Armenia. Le proteste animano ormai da quasi tre mesi la capitale, Erevan, e non è escluso che la crisi possa portare ad elezioni parlamentari anticipate nel breve periodo.

In questo contesto, l’ex presidente del paese (nel decennio tra il 1998 e il 2008), Robert Kocharyan, ha annunciato l’intenzione di candidarsi ad eventuali elezioni. Tale sviluppo è anch’esso sintomo dei grossi cambiamenti portati dal conflitto. Kocharyan è, infatti, parte di quell’elite politica – il cosiddetto clan del Karabakh – apparentemente ormai uscita di scena con la “Rivoluzione di Velluto” che aveva portato al potere Pashinyan nel 2018. Per di piu,  Kocharyan è sotto processo per la repressione violenta delle proteste contro i brogli a seguito delle elezioni presidenziali del 2008 vinte dall’alleato e successore alla guida del paese, Serzh Sargsyan. Se si andasse alle elezioni, potrebbero aprirsi scenari impronosticabili fino a pochi mesi fa.

Segnali contrastanti

Difficile è anche prevedere cosa succederà nei prossimi mesi nel resto della regione. I negoziati sulla riapertura della ferrovia attraverso il Nachicevan sono segnali incoraggianti, così come lo è lo scambio di prigionieri di guerra tra Armenia e Azerbaigian avvenuto lo scorso 28 gennaio. Al contempo, l’esercitazione militare congiunta tra Turchia e Azerbaigian in corso nella zona di Kars, al confine con l’Armenia, rende chiaro che tutti gli attori coinvolti nel conflitto del Nagorno-Karabakh stanno ancora affilando le proprie armi e la diplomazia potrebbe essere nuovamente messa da parte.

“La quarantena degli ultimi, ci hanno detto di stare chiuse in casa e poi sono spariti” (Tusciaweb 06.02.21)

Sofya Grigoryan, ossia la quarantena degli ultimi. “Hanno messo in quarantena me – dice – mia madre e mia figlia. In trenta metri quadrati di casa. Poi sono spariti, nessuno ha chiesto più nulla di noi”. Chi s’è visto s’è visto. E infatti non s’è visto nessuno. Comune, scuola, vicinato, volontariato. Soltanto la Asl, il primo giorno. Per dire a Sofya Grigoryan, proveniente dall’Armenia dove ha passato il Natale, che se ne doveva stare chiusa in casa per 14 giorni. Poi più nulla. Nemmeno per ritirare la monnezza, raccolta nel garage di fronte. Almeno fino a ieri, quando Sofya e la sua famiglia hanno potuto rimettere il naso fuori di casa. A Vetralla, frazione La Botte. Periferia di Roma a due passi da Viterbo. Con la Cassia che tira dritto tra palazzine e cemento che se non fosse per gli alberi piantati lì un secolo e mezzo fa sembra quasi di stare sulla Nomentana, con pizzerie, bar e robivecchi che si affacciano sulla strada interrotta solo dal passaggio a livello dove ogni ora passa un treno che si ferma una volta ogni tanto.

 

Sofya Grigoryan, la madre Svetlana di 73 anni e la figlia Emyli di 10 che da 5 mesi va a scuola da queste parti. In un appartamento di 30 metri quadrati. La quarantena l’hanno passata qui. Servizi inclusi. Cucina, bagno e una camera da letto. Una casa ordinatissima. Con dolci e crostate armeni. Ai margini della strada che tira dritto e prima del treno che ferma ogni tanto. Tra caseggiati che ormai sommano insieme, in maniera indistinta, le pietre cavate e tirate su da braccianti e contadini con la speculazione di quarant’anni fa e i consumi del momento con colori improbabili sparati in faccia a paesaggi poveri e malmessi, sebbene costati così tanta fatica. Sul muro di casa e il frigorifero, le foto di cugine, sorelle e quelle della figlia che ieri mattina stava a scuola.

“Siamo tornati due settimane fa dall’Armenia – racconta Sofya Grigoryan -. Lì abbiamo passato il Natale”. Lì, qualche mese fa c’è stata una guerra che ha visto coinvolte forze azere e armene per il possesso della regione caucasica del Nagorno Karabakh. Pochi mesi fino a novembre, con migliaia di morti. La ragione del ritorno a casa è stata questa. La preoccupazione per la propria famiglia, in una guerra combattuta da giovani come tanti se ne vedono in giro per l’Europa.

“Appena arrivati a Viterbo – prosegue Grigoryan – abbiamo avvisato la Asl e siamo state messe in quarantena. Chiuse in casa senza la possibilità di uscire per 14 giorni. La nostra famiglia è a migliaia di chilometri di distanza e le persone che conosciamo qui non le potevamo vedere perché se poi fossimo risultate positive al Covid, e non lo siamo, avremmo messo a repentaglio il loro lavoro. Pensavamo però – aggiunge – che qualcuno si sarebbe fatto vivo, in qualche modo. Il comune, la Asl, anche la scuola. La Asl non ci ha più chiamate. Almeno per capire che fine avessimo fatto. Il comune non è venuto nemmeno a ritirare la monnezza. Meno male che abbiamo un garage dove abbiamo potuto metterla”. E meno male pure che la signora ha sgamato. “Meno male – commenta infatti Sofya – che ho fatto spesa il primo giorno prendendo tutto il necessario e immaginando che sarebbe stata dura. Stare tappate in casa per 14 giorni consecutivi, in 30 metri quadrati, non è uno scherzo”.

Sofya Grigoryan ha 38 anni ed è laureata in economia all’università statale di Mosca. Vive in Italia da 8 anni “e ho fatto di tutto – racconta -. Ho lavorato in albergo a Firenze e ho fatto la cameriera, adesso sono disoccupata”. La madre Svetlana è arrivata in Italia quest’anno. Vedova da quasi 40 anni, prende una pensione dallo stato armeno che tradotta in euro fa 60. Euro, al mese. Praticamente niente, senza sapere neanche la lingua del paese dove è piombata, da un altro messo in ginocchio da guerra e miseria, “e dal quale – dice poi Sofya – tutti quanti se ne vanno”. Il paese della più antica comunità cristiana, del monte Ararat e dell’Arca dell’alleanza, dei System of a down e Kim Kardashian. “Sono rimasti solo 2 milioni di abitanti”, sottolinea Sofya Grigoryan. Un milione e mezzo furono invece quelli sterminati dai turchi all’inizio del novecento. “Il Covid – prosegue Grigoryan – viene gestito senza ricorrere a zone rosse, gialle o arancioni e l’obbligo della mascherina c’è solo quando si entra nei negozi”.

Ventiquattrore per 14 giorni. Uno appresso all’altro. “Passati – dice Sofya – facendo le cose di casa, i compiti, chiacchierando, leggendo e guardando la tv”. Né più, né meno. Sperando ogni tanto che qualcuno, dalle parti delle istituzioni, si fosse fatto vivo per capirne la sorte. Considerando il posto isolato in cui vivono, la disoccupazione e il grosso della rete familiare a migliaia di chilometri.

Svetlana Grigoryan, la madre, sta seduta sul divano davanti alla cucina. Di fianco c’è il corridoio che porta al bagno e alla camera da letto. In fondo, le scarpe sono disposte fronte muro. All’ingresso c’è invece una stufetta a legna e un orologio da parete che segna l’ora di pranzo. La figlia di Sofya, Emyli, è a scuola, dove va da qualche mese. Anche lei è arrivata in Italia l’anno scorso. “Per mia figlia – spiega Sofya Grigoryan – stare chiusa in casa 14 giorni è stato difficile. La didattica a distanza – precisa poi – per chi non conosce ancora bene l’italiano, non aiuta. E noi genitori siamo impotenti. I bambini hanno bisogno di uscire, e di avere fiducia negli altri”.

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