NAGORNO KARABAKH. L’Artsakh si appella a Mosca per proteggere le opere d’arte (Agcnews.eu 31.01.21)

La Repubblica di Artsakh, cioè la Repubblica del Nagorno-Karabakh, ha fatto appello alla Russia per salvaguardare circa 1.500 oggetti d’arte nella città di Shusha, Shushi per gli armeni. Dopo che l’esercito dell’Azerbaigian ha preso il controllo della città nel novembre 2020, i ministri dell’Artsakh hanno chiesto al governo azero di consegnare i dipinti, le sculture e le pietre preziose, ma Baku ha rifiutato, riporta The Art Newspaper.

Il museo Statale di Geologia di Shushi intitolato al professor G. A. Gabrielyants è uno dei quattro musei statali della città, gli altri tre sono il Museo delle Belle Arti, il Museo della Storia di Shushi e la Galleria di Shushi. Le opere grafiche degli artisti franco-armeni Jean Carzou, Jean Jansem e Edgar Chahine, così come l’artista ucraino David Burliuk, fanno parte della collezione e per i secessionisti armeni «c’è una “alta probabilità” che una parte delle collezioni d’arte sia stata danneggiata da quando Baku ha preso il controllo della città.

«Durante la recente aggressione, Shushi è stata deliberatamente presa di mira e poi occupata dalle forze armate azere, che hanno devastato siti culturali e religiosi», ha detto un portavoce del ministero degli Esteri armeno. «Per di più, durante una recente visita a Shushi, il presidente dell’Azerbaigian ha fatto alcune dichiarazioni anti-armene… tutti questi fatti sono deplorevoli. In 100 anni, gli armeni sono stati espulsi tre volte da Shushi… la violazione dei diritti del popolo armeno non contribuisce alla pace regionale».

Tuttavia, l’Azerbaigian risponde, prosegue il giornale, affermando che «la conservazione e la protezione del patrimonio culturale è una delle principali politiche del nostro stato. Shusha è un simbolo della storia dell’Azerbaigian ed è la capitale culturale del paese (…) durante l’occupazione illegale di 30 anni da parte delle forze armene, un totale di 927 biblioteche, 44 templi, nove moschee, 473 monumenti storici, 22 musei, e più di 100.000 reperti museali dell’Azerbaigian sono stati distrutti».

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha recentemente detto che lo status di Artsakh non era in cima alle priorità di Mosca sulla scia della guerra di Artsakh del 2020, mentre il presidente azero Ilham Aliyev ha dichiarato la città “capitale culturale dell’Azerbaigian”.

Vai al sito

System of Down: Pubblicato il video ufficiale di Genocidal Humanoidz, tutti i proventi in beneficenza (Virginradio 31.01.21)

System Of A Down hanno pubblicato il video ufficiale Genocidal Humanoidz, il secondo brano inedito pubblicato assieme a Protect The Land dalla band di Serj Tankian e Daron Malakian dopo 15 anni di silenzio discografico. Il video è stato presentato in anteprima durante il live streaming a scopo benefico tenuto dalla band su youtube nel corso del fine settimana, con l’obiettivo di raccogliere fondi da destinare alle cure dei soldati armeni feriti in battaglia durante i combattimenti in difesa dell’Artsakh, la regione nel Caucaso meridionale che è stata al centro di una sanguinosa controversia tra l’Armenia e l’Azerbaigian sostenuto dalla Turchia.

Il videoclip di Genocidal Humanoidz è stato diretto dal bassista della band Shavo Odadjian assieme al regista Adam Mason

Il comunicato della band in occasione del lancio del live stream in sostegno dei soldati armeni feriti:

All’indomani delle tragiche violenze che colpiscono l’area fin dal 1994, i soldati dell’Esercito di Difesa dell’Artsakh e dell’Armenia (molti dei quali volontari) hanno subito crimini di guerra per mano degli invasori: l’Azerbaigian, favorito dalla Turchia e dai loro mercenari siriani. Anche dopo il cessate il fuoco firmato lo scorso 10 novembre 2020, quegli eroi feriti nel recente conflitto hanno ancora un disperato bisogno di protesi, cure avanzate e cure mediche. Trasmetteremo un evento speciale in live streaming per raccogliere fondi per riabilitare ed equipaggiare le centinaia di soldati che hanno perso braccia e gambe, sostituiti con arti protesici che hanno cambiato loro la vita per sempre. I fondi raccolti andranno anche a sostegno di una rivoluzionaria terapia laser per il trattamento delle ustioni chimiche al fosforo bianco e per la riduzione delle cicatrici e del dolore. Tutti i proventi del live streaming saranno donati a questa causa.

Vai al sito

La drammatica fine dell’azienda vinicola Kataro in Artsakh (Nagorno Kharabakh) (Korazym 31.01.21)

La guerra di aggressione contro la Repubblica di Artsakh (Nagorno Karabakh) messo in atto a fine settembre 2020 dall’Azerbaigian, con il decisivo sostegno militare della Turchia e delle milizie jihadiste trasportati dalla Siria, non ha lasciato soltanto una scia di sangue e distruzioni dopo 44 giorni di violenti combattimenti e bombardamenti a tappeto sulla popolazione. Non si è fermato neanche alla cancellazione del retaggio culturale ed architettonico cristiano armeno nelle regioni del Giardino della Montagna Nera assegnati agli occupanti azeri-turchi secondo l’accordo di cessato il fuoco. Il tutto nell’assordante silenzio quasi totale delle istituzioni dell’Occidente e dei mainstream media. Gli occupanti islamici azeri-turchi se la sono presi pure con il vino armeno.

Katarovank.

Nel sud dell’Artsakh, nella regione di Hadrut al confine con l’Armenia, c’è un antico monastero che domina montagne e gole di pietra, punteggiate da isole di fiori di montagna ed erbe aromatiche autoctone. Situato sopra le nuvole e i nidi delle aquile, questo monastero incarna il desiderio di perfezione e di nobiltà dell’uomo. Si chiama Katarovank. La strada per arrivarci è lunga e ardua e non è un caso che la famiglia Avetissyan abbia chiamato il proprio vino in onore di questo luogo incredibile circondato da una natura magnifica e esposto alle intemperie dai venti caldi. La storia del vino Kataro attraversa generazioni, rivoluzioni, blocchi e guerre. Ma nonostante tutte le svolte del destino, la famiglia Avetissyan era riuscita a preservare e far rivivere i vigneti, così come l’antica tradizione della vinificazione. Clima favorevole, sole soffice, terreno unico ricco di argilla e cure costanti danno vita al vino, che ha assorbito in sé la bellezza e la nobiltà della natura circostante. Finché sono arrivati i barbari…

Il sito del Consiglio per la Comunità Armena di Roma (nato nel 1999 con lo scopo di mantenere, diffondere e rafforzare lo spirito e l’identità armena) ha diffuso la notizia che la prestigiosa cantina Kataro, è andata irrimediabilmente distrutta. Il comunicato fa parte di iniziative di sensibilizzazione che il Consiglio per la comunità armena di Roma ha messo in atto ed è stato inviato agli operatori specializzati del settore. Si tratta di un appello alla “comunità del vino” in Italia, perché condanni senza indugio tale crimine e solidarizzi con i proprietari della cantina che dal nulla, con amore e dedizione, avevano creato un’eccellenza vinicola.

2 aprile 2019. I Presidenti dell’Armenia e dell’Artsakh visitano la cantina Kataro: “Lo spirito e l’amore sono molto importanti per il successo di qualsiasi impresa”. La famiglia Avetissyan possiede 11 ettari di vigneti, dove viene coltivato il Khndoghni, il vitigno autoctono più noto dell’Artsakh e 2 ettari di Syrah. Khndoghny è coltivato sulle pendici del Togh ad un’altitudine di 600-700 metri in un terreno prevalentemente argilloso. Khndoghny, o Sireni, come spesso chiamano gli autoctoni l’uva, è potente e profondo, ricco di tannini e conferisce ai vini estrazione ed espressività, oltre che struttura.

La cantina Kataro si trova nel villaggio di Togh nella Repubblica dell’Artsakh (secondo il censimento nazionale gli abitanti nel 2005 erano circa settecento). Ora questo villaggio della provincia di Hadrut è occupato dalle forze militari dell’Azerbaigian. Tristemente, dei soldati azeri si sono accaniti sulle botti che custodivano il pregiato vino, le hanno rovesciato, hanno spaccato bottiglie con l’unico scopo di vandalizzare un prodotto armeno di eccellenze, il risultato di investimenti e sacrifici di generazioni di vinicoltori. Come novelli barbari, non hanno avuto alcun rispetto, non solo del patrimonio culturale armeno, dei monumenti, delle chiese e dei cimiteri, ma neppure della civiltà del bere.

L’Artsakh o Nagorno Karabakh, nel Caucaso meridionale, ed è uno dei pochissimi posti sulla terra dove cresce il vitigno Khndoghni. Originario di questa regione, un tempo era usato per il vino fatto in casa.

Aghadjan Avetissyan, bisnonno dell’attuale proprietario della cantina Kataro, ha prodotto vino da uve Khondoghni per tutta la vita, ma con il crollo dell’URSS, e tutto ciò ne conseguì, la viticoltura fu messa da parte.

Fu solo nel 1996 che Grigory Avetissyan, l’attuale proprietario, decise di far rivivere i vigneti di Khndoghni e, dopo tanta sperimentazione, finalmente inizia nel 2010, i primi vini con il marchio Kataro.

Avetissyan coltiva vigneti di 11 ettari di Khndoghni e 2 ettari di uve Syrah. Questi si trovano a 6/700 metri sopra il livello del mare. Inverni miti ed estati soleggiate, contribuiscono alla maturazione armoniosa delle uve. La raccolta e la scelta a mano consentono di seguire le antiche tradizioni enologiche coniugandole sapientemente con le più moderne tecnologie di vinificazione. Alziamo i calici!

Kataro Rosso

Imbottigliato dopo 12 mesi di invecchiamento. Gusto dominante di bacche rosse e la corniola, con tocco di melograno. Note di amarena matura, e retrogusto speziato medio lungo. Ricco di tannini. Uve: vitigno autoctono khndoghni. Età media dei vigneti 20 anni. Servire a 16-18 C, ottimo con carni cotti sulla brace, carne e formaggi forti. Premi: ProdExpo 2014-2017, Prowein 2015-2016, Medaglia d’oro al Concorso Mondiale di Brussel 2017, Medaglia d’argento Mundus Vini 2017.

Kataro Rosso Riserva

Invecchia per 18 mesi in botti di rovere del Caucaso delle foreste locali di alta quota. Ricco di tannino, gusto deciso presenta aromi di mirtilli e zucchero filato. Uve: vitigno autoctono khndoghni. Età media dei vigneti 20 anni. Servire a 16-18 C, ottimo con piatti di carne e formaggi piccanti. Premi: ProdExpo 2015-2017, Prowein 2016-2018, Concorso Mondiale di Brussel-La grande medaglia d’oro 2017, Le grand degustation de Montreal 2018.

Bianco secco

Affinamento in bottiglia per minimo 5 mesi. Elegante e floreale, fresco e minerale con sentori di agrumi e pesca bianca. Uva: miscela di Queens of Armenian Highlands, varietà Vockehat, colvitata nella regione Vayots Dzor in Armenia, varietà Kangun e Babants di Artsakh. Età media dei vigneti 25 anni. Servire a 8-10 C. Ideale con formaggio leggeri, pesce di acqua dolce, macedonie e dolci a base di caramello o vaniglia.

Rosé

Fruttato, fresco con note di fragola e frutta, chiude con spiccata mineralità. Uve: vitigno autoctono Khndoghni. Età media dei vigneti 20 anni. Affinamento in bottiglia minimo 5 mesi. Servire a 8-10 C. Ottimo formaggi, insalate, pollo e verdure.

Il 16 settembre 2017 si è tenuto il IV Festival del vino di Artsakh sul territorio della fortezza di Melik Yegan. Il complesso del palazzo di Melik Yegan si trova nel centro dell’ex città-fortezza di Togh, risalente al XIX secolo. Il sito è una riserva storico-culturale, dove sono esposte le scoperte degli scavi del palazzo. La struttura è unica perché è l’unico palazzo sopravvissuto dei cinque antichi melikdom di Artsakh.

Vai al sito

Dall’Olocausto alle foibe, dagli armeni ai nativi americani, cosa e quando è genocidio? Flores: “Serve l’intenzione di distruggere un gruppo in quanto tale” (Ildolomiti.it 30.12.21)

TRENTOErano passati 3 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale quando le Nazioni Unite approvarono la Convezione internazionale sul genocidio. Il termine era stato coniato nel 1944 da un giurista polacco, l’ebreo Raphael Lemkin, che di fronte a quanto stava accadendo in Europa aveva sentito la necessità di creare una parola capace di riassumere l’intenzione deliberata a eliminare un gruppo etnico o religioso.

Da quel momento, questa sinistra parola sarebbe entrata nel diritto internazionale, nominata durante il Processo di Norimberga ai criminali nazisti e poi definitivamente fissata con la Convenzione del 1948 – non senza dei paletti stabiliti in maniera interessata da parte delle principali potenze, dall’Unione sovietica alla Gran Bretagna. La categoria di “genocidio”, nondimeno, avrebbe fatto capolino anche in altre discipline, come la storia, dando avvio a discussioni su quali eventi potessero esservi fatti rientrare.

Cosa s’intendeva precisamente con questa parola? “Quello che sta scritto nella Convezione del 1948, poi ripreso dallo statuto della Corte penale internazionale, è che per genocidio s’intende la distruzione parziale o totale di un gruppo etnico o religioso con l’intenzione di eliminarlo in quanto tale. Nella considerazione genocidiaria, dunque, il gruppo non deve più esistere. Questa era l’idea dei nazisti nei confronti degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale e degli hutu nei confronti dei tutsi nel Ruanda degli anni ’90”, spiega lo storico Marcello Flores d’Arcais al nostro giornale.

Se questa è la definizione dal punto di vista internazionale, poi ne abbiamo un allargamento sia da parte dell’opinione pubblica che degli studiosi – prosegue – è un termine che si presta infatti ad essere utilizzato per tutti i grandi massacri della storia quando si vuole evidenziare la tragicità dell’evento. Adottato a livello giuridico nel 1948, in realtà non poteva essere utilizzato per i crimini avvenuti prima di quella data. E questo nonostante un evento come i massacri degli armeni durante la Grande Guerra avesse tutte le caratteristiche”.

Quali sono dunque i genocidi riconosciuti come tali nei tribunali internazionali? “Sotto questa categoria rientrano secondo delle sentenze dei tribunali internazionali la Shoah, i massacri in Ruanda, a Srebrenica – ma non tutta la politica dei serbi in Bosnia – in Cambogia, in Guatemala, con i massacri nei confronti dei maya promossi dal presidente e generale Ríos Montt. Inoltre, alcuni tribunali nazionali hanno stabilito che degli eventi potessero rientrare in questa categoria, come ad esempio in Argentina l’uccisione e la sparizione dei dissidenti politici. Vi sono poi le uccisioni degli armeni da parte dei turchinon riconosciute come genocidio dalla stessa Turchia, e i massacri del popolo herero, nell’attuale Namibia, da parte dei colonizzatori tedeschi”.

L’uso disinibito di questa categoria da parte dell’opinione pubblica o degli studiosi crea però delle problematiche non indifferentiappiattendo la conoscenza critica del passato e l’analisi delle motivazioni e dei fenomeni che portarono a determinati e tragici fatti. “Genocidio” diventa così un termine utilizzato retroattivamente, ammantando specifici eventi di sfumature più sinistre, così come un’arma dialettica utilizzabile strumentalmente.

La conquista delle Americhe vista dalla prospettiva della distruzione di gruppi etnici può prestarsi in generale all’utilizzo del termine genocidio, non da quello giuridico però – spiega Flores – in Nord America non ci fu alcuna volontà di eliminare i nativi in quanto tali ma di eliminarli perché occupavano delle terre di cui ci si voleva impossessare, con uccisioni dirette o indirette, legate alle malattie o alla privazione di risorse. L’elemento di cui bisogna tenere presente è dunque l’intenzione di distruggere un gruppo per quello che è o era”.

Oltre a “genocidio”, altre parole si muovono ai margini. “Pulizia etnica è un concetto che si muove al confine con il genocidio, perché non c’è la volontà di distruggere totalmente un gruppo ma di non averla in un determinato territorio. Altre categorie vengono invece escluse dalla definizione giuridica, come il ‘genocidio culturale‘ o il ‘genocidio politico‘. La convezione è infatti un pilastro ma fu frutto di un determinato contesto, con le forze coloniali da una parte e l’Unione sovietica dall’altra che non avrebbero potuto accettare l’introduzione di questi specifici aspetti”.

Entrato nel linguaggio comune, il termine “genocidio” presta il fianco alle strumentalizzazioni politiche. L’operazione del Giorno del Ricordo, non a caso stabilito in un data molto vicina alla Giornata della Memoria, si caratterizza proprio per toni analoghi, mescolando in un unico calderone vittime di processi storici ben differenti. “Chi parla di genocidio per il confine orientale lo fa in modo cinico e con uno scopo politico e ideologico – spiega Flores – non è che pochi morti non valgano, ma quando si parla di distruzione di un popolo bisogna prendere in considerazione le cifre. Sono numeri alti, anche se talvolta in termini relativi. Quando si parla di foibe, invece, si ha a che fare con poche migliaia di vittime, uccise senza che ci fosse l’obiettivo di distruggere un gruppo etnico”.

Le uccisioni sul confine orientale, nonostante anche le autorità abbiano cominciato a utilizzare dei termini forti come ‘genocidio’, dal punto di vista storico non sono catalogabili così. Quelle erano vittime della violenza rivoluzionaria o erano compromessi con il fascismo. L’equivoco se vogliamo nasce nel momento in cui la Giornata della Memoria e il Giorno del Ricordo diventano date vicine. Ma dal punto di vista storico, e anche morale, è scorretto fare paralleli di questa natura”.

Nel mondo ebraico, l’esperienza della Shoah ha rappresentato d’altronde un punto di non ritorno, tanto da incidere sulla stessa visione del mondo di una comunità profondamente colpita da quanto accaduto in Europa nel primo scorcio del ‘900. “Ancora oggi una parte delle comunità ebraiche considera l’Olocausto come un genocidio unico, senza paragoni – spiega lo storico padovano – io credo invece che il confronto tra i diversi genocidi permetta di comprenderli meglio”.

Con la Shoah in particolare, del genocidio si scopre l’altra faccia della medaglia: la sua negazione. “Molti studiosi considerano la negazione come l’ultimo colpo inferto alle vittime. È l’insulto oltraggioso ulteriore a chi si è cercato di eliminare. Il negazionismo nasce come termine proprio rispetto alla Shoah. Nasce subito dopo la guerra e diventa un luogo occupato dai gruppi oltranzisti ed estremisti per continuare a calunniare le categorie che si volevano annientate. Nel caso armeno, è curioso vedere come il governo erede di quello responsabile abbia sempre negato. Il genocidio era infatti un passaggio della costruzione dell’identità nazionale che non si è voluto affrontare. Ciò avveniva fino a 30 anni fa, mentre ora si riconoscono le uccisioni ma non si accetta il termine genocidio”, conclude.

Questo articolo è il secondo di un ciclo di interviste e riflessioni sulla memoria e le ricorrenze che marcano questa parte dell’anno. Memory: 27/1-10/2, rubrica di approfondimento giunta alla sua “seconda edizione” vuole interrogarsi sul senso, le potenzialità e i rischi dell’insistenza sulla memoria nello scenario pubblico. La sua prorompente ascesa, infatti, si è accompagnata alla parallela scomparsa o alla riduzione dello spazio delegato alla Storia, come analisi critica del passato. Memory consiste nel mostrare come le “tessere” della memoria – i ricordi – non coincidano mai perfettamente tra loro.

Vai al sito

Una chiesa cattolica armena in vendita su Internet come un immobile qualsiasi (Aleteia 30.01.21)

Apparteneva alla comunità cattolica armena ed è stata espropriata dopo il genocidio del 1915. L’annuncio suggerisce di usarla come hotel

La notizia di una chiesa cattolica armena in vendita su Internet come un immobile qualsiasi è stata riportata questa settimana sul sito dell’agenzia cattolica AsiaNews.

Situata nella città di Bursa, in Turchia, la chiesa apparteneva ai cattolici armeni all’inizio del secolo scorso, quando gli Armeni hanno cominciato ad essere brutalmente perseguitati dall’Impero Ottomano e sono diventati le prime vittime di un genocidio progettato nel XX secolo.

In quel contesto di persecuzione sanguinosa, le chiese cattoliche armene vennero espropriate e passarono a dei privati come immobili qualunque.

Nel caso della chiesa messa in vendita a Bursa, l’annuncio spiega che dopo il “cambiamento demografico del 1923” è diventata “proprietà privata” ed è stata usata come “deposito di tabacco” e “fabbrica di tessuti”.

Il menzionato “cambiamento demografico” è un eufemismo che allude vagamente al genocidio perpetrato nel 1915 contro il popolo armeno e finora negato dal Governo della Repubblica di Turchia, succeduta all’Impero Ottomano dopo il suo collasso. Nel 1923 è stata fondata la Turchia moderna, con gran parte delle comunità armene del suo territorio ormai annientate.

La chiesa cattolica è stata messa in vendita per l’equivalente di 800.000 dollari circa. In base all’annuncio, potrebbe essere usata come centro culturale, museo o hotel.

In un comunicato, il Patriarcato Apostolico Armeno si è detto triste e perplesso per il fatto che “certe persone percepiscano una chiesa come una mercanzia commerciale, o una fonte di guadagno”.

L’arcivescovo cattolico armeno Levon Zekiyan ha lamentato il trattamento riservato al tempio, e ha sottolineato che “la comunità armena non ha i mezzi finanziari per acquistare questa chiesa”.

Anche il parlamentare Garo Pylan, di origine armena e membro di un partito all’opposizione all’attuale Governo turco, ha espresso la propria indignazione: “Ma è mai possibile mettere in vendita un luogo di culto? Come possono lo Stato e la società permettere tutto questo? Vergognatevi!”

Vai al sito


 

L’autorità mette in vendita la chiesa: l’ultimo episodio controverso

L’inaccettabile scempio verso il patrimonio religioso cristiano avviene sotto gli occhi della comunità internazionale.

chiesa in vendita

La chiesa della vicenda controversa – photo web source

Questo per farle diventare qualcosa di simile a “una mercanzia commerciale, o una fonte di guadagno”: “una cosa molto triste”, come denunciato dal Patriarcato armeno apostolico di Turchia. 

La vicenda scandalosa e a dir poco controversa è accaduta in Turchia. Una chiesa è stata messa in vendita dalle autorità nazionali, nel nome della politica “nazionalismo e islam” impressa dal presidente Recep Tayyip Erdogan solamente al fine di nascondere la crisi economica per mantenere il potere.

Le proteste contro lo scempio che sta accadendo

Si tratta della chiesa Surp Krikor Lusavoriç, che si trova nella regione di Bursa, metropoli a sud del mar di Marmara e poggiata sulle pendici dell’antico monte della Misia, in Turchia. Da mesi infatti arrivano notizie sulle conversioni di antiche Basiliche in moschee, come ad esempio per quelle di Santa Sofia e Chora.

Le proteste della comunità di armeni cattolici sono quindi oltre che evidenti anche assolutamente legittime. Questi ora chiedono al limite la possibilità di celebrare in quel luogo la Messa almeno una volta all’anno.

L’annuncio di vendita della chiesa da parte del governo turco

Il prezzo con il quale le autorità turche hanno messo in vendita il luogo di culto è di poco più di 800mila dollari. L’annuncio recita testualmente: “Una chiesa storica, situata nella regione di Bursa e divenuta proprietà privata, è oggi in vendita.

Costruita dalla popolazione armena che vive in questa regione, la chiesa è stata venduta ed è diventata proprietà privata in seguito al cambiamento demografico ed è stata poi usata dopo il 1923 come magazzino per il tabacco, poi come fabbrica per la tessitura”.

La chiesa può essere addirittura usata per scopi turistici

Inoltre si specifica che “la chiesa, situata a Bursa, città inserita nella lista Unesco dei patrimoni mondiali dell’umanità, può essere utilizzata per scopi turistici a causa della sua particolare ubicazione”.

Estremamente controversa è la dicitura del “cambiamento demografico” che si legge nell’annuncio. Si tratta infatti di un’allusione nemmeno troppo vaga al duro dramma del genocidio degli armeni, che le autorità turche ancora stentano a riconoscere come tale. Questa oscura pagina della storia ha in ogni caso portato alla fuga di molti cristiani greci negli ultimi anni dell’impero ottomano e nei primi anni della Repubblica sotto la guida laica di Ataturk.

Un fatto che riempie di sdegno la comunità armena

L’annuncio afferma quindi che il luogo di culto potrebbe essere ad esempio trasformato in un centro culturale, in un luogo per l’arte, in un museo. Addirittura, in un hotel con finalità commerciali. Un fatto che riempie di sdegno la comunità armena e i cristiani in tutto il mondo, insieme anche ai movimenti di opposizione locali.

“Una chiesa armena in vendita a Bursa. Ma è mai possibile mettere in vendita un luogo di culto? Come possono lo Stato e la società permettere tutto questo? Vergognatevi!”, è il grido del parlamentare di etnia armena del partito di opposizione Hdp Garo Pylan.

LEGGI ANCHE: Perché Erdogan invita Papa Francesco a Santa Sofia?

L’ultimo di una serie di episodi fortemente controversi

Il punto più dolente di tutta la vicenda è che “la comunità armena non ha i mezzi finanziari per acquistare questa chiesa”, come ha spiegato il capo della Chiesa armena cattolica di Turchia, l’arcivescovo Levon Zekiyan. Per questo è finita in vendita.

erdogan presidente turchia
Il presidente turco Erdogan – photo web source

Tuttavia il caso denota la triste considerazione che il governo turco ha nei confronti di storici luoghi di culto cristiani. Quando non una vera e propria persecuzione che compie nei loro confronti. Come ha spiegato il sito specializzato AsiaNews, infatti, si tratta solamente dell’ultimo di una serie di episodi fortemente controversi che mostrano l’assoluta mancanza di rispetto del governo turco verso il patrimonio religioso e culturale.

Giovanni Bernardi

L’Armenia colloca un nuovo Eurobond a 10 anni, tassi non così alti come il rischio sovrano L’Armenia colloca un nuovo Eurobond a 10 anni, tassi non così alti come il rischio sovrano (Investireoggi 29.01.21)

L’Armenia ha collocato nei giorni scorsi un nuovo Eurobond a 10 anni in dollari con scadenza 2031 e cedola 3,60% (ISIN: XS2010028939) per un importo di 750 milioni. Grazie all’elevata domanda (gli ordini sono stati pari a 2,5 miliardi), il paese asiatico ha potuto rifinanziarsi a costi, tutto sommato, contenuti. Il prezzo di emissione è stato, infatti, di 97,738 centesimi, determinando un rendimento lordo annuo del 3,875%, circa 280 punti base sopra il Treasury di pari durata. Tenete conto che le banche che si sono occupate dell’operazione (Citigroup, HSBC e JP Morgan) avevano fissato il rendimento in area 4,375-4,5% nella loro “guidance” iniziale, successivamente rivedendolo al ribasso al 4,125-4,25%.

Il conflitto tra Armenia e Azerbaijan colpisce poco i bond e punisce più Erevan

Dunque, il collocamento è stato in sé un successo, anche grazie alla caccia alla “yield” sui mercati internazionali in questi mesi. Il Tesoro di Erevan si è visto costretto a compiere questo passo per fronteggiare i costi della pandemia, ma anche i danni provocati dalla breve guerra con l’Azerbaijan per un’area contesa. L’episodio ha lasciato cicatrici profonde sul piano della credibilità del paese tra gli investitori. In molti pensano, infatti, che l’Armenia sia uno stato instabile e destinato a perenni tensioni geopolitiche. Questo timore si è tradotto in un aumento dei rendimenti sovrani durante le tensioni, pur in misura non drammatica.

Rischio sovrano armeno elevato

Il giudizio delle agenzie internazionali è severo: rating B+ per Fitch, Ba3 per Moody’s. Trattasi, quindi, di titoli “spazzatura”, cioè ad alto rischio sovrano. In effetti, nel corso del 2020, anche a causa del Covid, il debito pubblico armeno è esploso al 66,5% del PIL. Una percentuale in sé non così elevata, ma considerate che per l’80% è denominato in valuta straniera, qualcosa come circa 6 miliardi di dollari, più del doppio delle riserve valutarie, stabili a 2,6 miliardi.

E il dram, la valuta locale, ha perso l’8% contro il dollaro e il 16% contro l’euro nell’ultimo anno. Un indebolimento eccessivo del cambio impatterebbe negativamente sui conti pubblici, dato che farebbe salire il valore del debito e la sua incidenza sul PIL.

Non depone a favore di prospettive favorevoli alla valuta locale il deficit sia commerciale che delle partite correnti, anche se per il momento il livello delle riserve appare congruo, essendo teoricamente sufficienti a coprire circa 6 mesi di importazioni. Per il resto, è pur vero che i tassi d’interesse al 5,25% risultano superiori all’ultimo dato sull’inflazione al 3,7%. E non è scontato ai tempi di oggi, sebbene parliamo di un’economia emergente. Di per sé, tassi reali positivi dovrebbero attirare i capitali esteri, ceteris paribus.

Negli ultimi mesi, dopo la tregua raggiunta con il governo azero, i bond armeni sono risaliti sul mercato secondario. Il titolo in dollari con scadenza 26 marzo 2025 e cedola 7,15% (ISIN: XS1207654853) guadagna il 7,5% da ottobre, salendo a una quotazione di circa 115,60, offrendo ieri un rendimento lordo di circa il 2,95%. E il bond con scadenza 26 settembre 2029 e cedola 3,95% (ISIN: XS2010043904), sempre denominato in dollari, guadagna quasi l’8,5% dai minimi toccati a inizio novembre, risalendo sopra la pari e rendendo poco meno del 3,85%. Livelli di rendimento non così esaltanti, specie considerato il rischio di cambio per i prossimi anni, ma soprattutto quello sovrano.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Vai al sito

Demolita una chiesa armena. La condanna del deputato di opposizione Garo Paylan (Asianews 28.01.21)

Demolita una chiesa armena. La condanna del deputato di opposizione Garo Paylan

Negli ultimi tempi il luogo di culto, sconsacrato, era usato come set cinematografico e come sala per matrimoni. L’abbattimento contrario alle disposizioni del presidente Erdogan sulla tutela dei luoghi sacri. In realtà continuano le violazioni contro i cristiani.

Istanbul (AsiaNews) – I cristiani armeni in Turchia subiscono un nuovo affronto al patrimonio religioso e culturale: nei giorni scorsi, infatti, l’antica chiesa di Surp Toros (San Toros) dei primi del XVII secolo è stata demolita per ordine di privati che erano entrati in possesso della struttura, sconsacrata e abbandonata da diverso tempo. Durissima la condanna del deputato armeno di opposizione Garo Paylan, del Partito democratico dei popoli (Hdp), che rivolto una interpellanza parlamentare (finora senza risposta) al ministro del Turismo e della cultura sulla vicenda.

Il politico cristiano armeno sottolinea che il luogo di culto, seppur inutilizzato da tempo per le funzioni e riconvertito nell’ultima fase come set cinematografico e sala per matrimoni, aveva ottenuto il riconoscimento di struttura “permanente che richiede protezione”.

La secolare chiesa armena, che sorge nella provincia occidentale di Kütaya, avrebbe dovuto godere di protezione e tutela come stabilito dal Comitato locale di Protezione dei beni culturali. “Risalendo al 1603 – sottolinea Paylan nell’interpellanza – la chiesa ha avuto un posto di primo piano nella memoria della città”. Al suo interno, prosegue, “è avvenuto il battesimo del celebre musicista Gomidas”. Le autorità “hanno mostrato una inaccettabile indifferenza” di fronte agli appelli dela comunità armena “per un suo restauro o, quantomeno, l’uso come centro culturale”.

Il parlamentare cita infine una dichiarazione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il quale ha affermato che lo Stato e le autorità “non interferiscono e non interferiranno in tema di fede e verso i luoghi sacri” delle varie religioni. Tuttavia, la demolizione della chiesa di Surp Toros “nonostante le parole di Erdogan, ha addolorato parecchio e ferito tutti i cristiani, in particolare i cittadini armeni”.

Rivolgendosi al ministero del Turismo e della cultura egli chiede infine se “è partita una inchiesta sulla demolizione” della chiesa e perché “il ministero stesso è rimasto in silenzio di fronte a questo scempio” compiuto da privati cittadini. Infine, egli chiese se sono allo studio “provvedimenti per assicurare che la chiesa venga ricostruita come era un tempo”.

Secondo lo studioso armeno Arşag Alboyacıyan il luogo di culto era famoso per una roccia custodita al suo interno, sulla quale era impressa l’impronta del cavallo di San Toros. Le donne colpite da malattia si sedevano sulla pietra e, attraverso la lettura della Bibbia, invocavano la guarigione. Prima del 1915, circa 4mila armeni risiedevano a Kütahya e nell’area vi erano tre chiese armene; dopo il genocidio, gli abitanti censiti nel 1931 erano solo 65 e, nel tempo, i pochi rimasti si sono trasferiti a Istanbul o sono emigrati all’estero.

Di recente in Turchia è stata messa in vendita su internet una secolare chiesa armena, solo l’ultimo di una serie di episodi controversi che mostrano il mancato rispetto, se non il disprezzo e il mercimonio del patrimonio religioso e culturale: il barbecue nella storica chiesa armena di Sourp Asdvadzadzi e le conversioni in moschee delle antiche basiliche cristiane – poi musei a inizio ‘900 sotto Ataturk – di Santa Sofia e Chora. Decisioni controverse nel contesto della politica “nazionalismo e islam” impressa dal presidente Recep Tayyip Erdogan per nascondere la crisi economica e mantenere il potere.

Vai al sito

Guerra in Nagorno Karabakh, voci da un conflitto dimenticato (Nuova Ecologia 28.01.21)

Il giornalista freelance Daniele Bellocchio è da poco rientrato in Italia dal fronte di guerra in Nagorno Karabakh, dove l’ultima escalation di violenze ha riaperto ferite mai sanate dal crollo dell’Urss

Dal mensile di dicembre 2020 – «Mentre mi trovavo lì, i bombardamenti con bombe a grappolo erano continui. Diversi obiettivi civili, compresi gli ospedali della capitale Stepanakert, sono stati colpiti e danneggiati». Nelle settimane più cruenti dell’ultimo conflitto in Nagorno Karabakh, enclave situata in territorio azero che Armenia e Azerbaijan si contendono da trent’anni, Daniele Bellocchio è stato uno dei pochi giornalisti italiani a seguire gli scontri sul terreno. Il 10 novembre Mosca ha imposto il cessate il fuoco. Ma l’ennesima ondata di violenze rischia di lasciare tracce indelebili sui civili, vittime di attacchi indiscriminati.

Puoi confermare l’uso di armi proibite durante gli scontri?

Daniele Bellocchio

Sì, sono state utilizzate. I bombardamenti azeri hanno colpito giorno e notte tutto il territorio dell’Artsakh (la repubblica indipendente non riconosciuta dalla comunità internazionale, ndr). Anche in Azerbaijan si sono registrati attacchi che hanno coinvolto civili. Le truppe armene hanno bombardato in più occasioni in particolare Ganja, la seconda città dell’Azerbaijan.

Dietro questo conflitto è in corso una guerra per procura fra potenze straniere?

In realtà i giochi delle potenze internazionali non sono chiari. La Turchia da subito ha garantito il proprio appoggio all’esercito azero, mentre la Russia ha temporeggiato parecchio prima di intervenire. Mosca è legata da interessi sia all’Armenia che all’Azerbaijan. Con Yerevan (capitale dell’Armenia, ndr) ha firmato un trattato secondo cui, in caso di aggressione subita da uno dei due Paesi, l’altro deve agire in suo sostegno. Il fatto che il Nagorno Karabakh sia formalmente un Paese terzo, che non appartiene alla giurisdizione armena, ha consentito al Cremlino di prendere tempo. In questo momento non si può dunque parlare di guerra per procura perché, a parte la Turchia, non ci sono altre potenze esterne coinvolte negli scontri.

Esiste una via d’uscita pacifica da questo conflitto?

È molto difficile intravedere una risoluzione pacifica della guerra. Il rischio è che ciò che è stato fatto dalla fine della guerra a metà anni Novanta, con l’avvio di un faticoso processo di pace e di ricostruzione della convivenza, ora andrà perduto. La speranza è che un intervento internazionale possa porre realmente fine al conflitto. Ma, ad oggi, ciò a cui assistiamo è un immobilismo generale che sta mietendo vittime e costringendo migliaia di persone a lasciare le proprie case. Perdendo tutto: storia, passato, memoria.

Vai al sito

Armenia: violenza domestica e pandemia, le case sono una prigione (Osservatorio Balcani e Caucaso 28.01.21)

L’Armenia non fa purtroppo eccezione. Anche lì, come in molti altri paesi al mondo, il lockdown ha portato ad un incremento di casi di violenza domestica. La storia di Anna

28/01/2021 –  Armine Avetysian Yerevan

“Paradossalmente consideravo le ore sul lavoro come ore in cui potevo finalmente riposarmi. C’è stata una fase in cui vivevo in continuo allarme”, racconta Anna (il nome è stato cambiato su sua richiesta), 35 anni.

Da marzo 2020, a causa della pandemia di coronavirus, in Armenia come in molti altri paesi è stato dichiarato lo stato di emergenza e molti si sono trovati a lavorare da remoto. Tra loro anche Anna, che lavorava in un call center.

“Data la tipologia del mio lavoro abbiamo iniziato a lavorare da casa. Dovevo rispondere al telefono, registrare l’ordine e poi supervisionarne la consegna. Parlo costantemente al telefono e immaginate di farlo davanti ad un marito ubriaco che non aspetta che l’occasione per insultarmi e picchiarmi”.

Anna si è sposata sette anni fa. Da subito sono accaduti episodi con il marito ubriaco che rompeva piatti e la picchiava. Se in passato questo accadeva una o due volte al mese, durante l’isolamento è avvenuto più volte a settimana.

“Non passava settimana senza litigi in casa nostra. Ci sono stati casi in cui lui mi tirava per i capelli e mi schiaffeggiava mentre io parlavo al telefono. Alla fine ho dovuto chiedere le ferie. Mi vergognavo e rischiavo il licenziamento”. Il marito di Anna non ha un lavoro fisso. È muratore e lavora saltuariamente. Giustificando il marito, Anna sottolinea che a causa del coronavirus la vita nel mondo si è fermata e così è venuto a mancare anche il lavoro di suo marito. Così è finito in depressione e ha iniziato a ubriacarsi quasi ogni giorno, diventando più aggressivo.

Aumentati i casi di violenza domestica

A causa della pandemia in molti paesi del mondo sono state introdotte rigide restrizioni alla circolazione, con numerosi inviti a rimanere a casa. In molti paesi sono state introdotte quarantene obbligatorie. Poco dopo sono arrivate le prime segnalazioni di un aumento dei casi di violenza domestica. L’Osce ha invitato i governi ad adottare misure per proteggere donne e bambini, poiché non sempre la casa è per loro un rifugio sicuro.

“Nel combattere l’emergenza sanitaria gli stati non debbono dimenticarsi di proteggere il diritto ad una vita senza violenza per donne e bambini. È quanto mai necessario adottare immediatamente misure adeguate per salvaguardarne la sicurezza mentre le famiglie sono in isolamento”, ha dichiarato Thomas Greminger, segretario generale dell’Osce.

La problematica si è acuita anche in Armenia. Come emerso da vari studi, i casi sono aumentati dal 15 marzo scorso, quando quasi tutti sono rimasti a casa per circa un mese dopo la dichiarazione dello stato di emergenza. Tra il 16 marzo e il 20 aprile 2020, le organizzazioni parte della “Coalizione per fermare la violenza sulle donne” hanno registrato 803 segnalazioni di casi di violenza domestica, circa il 30% in più rispetto allo stesso periodo del 2019.

L’ONG “Women’s Support Center” ha ricevuto 79 chiamate in aprile, il 50% in più rispetto allo stesso periodo del 2019. Il 50% delle chiamate ricevute da questa ONG sono correlate alla richiesta di assistenza sociale per le vittime di violenza domestica.

Nei primi giorni della dichiarazione dello stato di emergenza, anche l’Ufficio del Difensore dei Diritti Umani ha registrato un aumento dei casi di violenza domestica: in particolare, nel periodo dal 15 marzo al 20 aprile, sono state 15 le segnalazioni di violenze domestiche (a fronte di 5 casi registrati nel marzo 2019).

“I violenti sono divenuti ancor più aggressivi durante il lockdown. È anche un problema psicologico. Erano a casa, rinchiusi, col rischio di perdere il lavoro, tutti fattori che aumentano il nervosismo. Anche le donne non andavano a lavorare e rimanevano vittime, a casa”, sottolinea Hasmik Gevorgyan, responsabile del Women’s Support Center.

Il coronavirus e il conflitto

In autunno, poi, la situazione in Armenia è cambiata. A piccoli passi la vita sembrava tornare alla normalità. A partire da settembre 2020 la pandemia sembrava in recessione e i nuovi casi diminuivano di giorno in giorno. Molti stavano già tornando a lavorare in presenza, anche le scuole riaprivano, ma il tutto è durato poco. E il conflitto per il Nagorno Kharabakh avviato dall’Azerbaijan non ha certo migliorato le cose.

Insieme ai combattimenti, il coronavirus è tornato ad imperversare in Armenia. In termini di tassi di infezione, l’Armenia è tornata ai drammatici livelli di giugno, quando è stato registrato il maggior numero di infezioni e il sistema sanitario era completamente impegnato a gestire la pandemia. Gli specialisti hanno spiegato l’aumento dell’infezione principalmente con la situazione al confine: la tensione in prima linea e le notizie delle vittime e dei feriti avevano reso la malattia una preoccupazione secondaria per molti e la vigilanza della gente si è indebolita.

A novembre le azioni militari sono terminate. Parallelamente, il numero di nuovi casi di coronavirus ha iniziato a diminuire. Il sistema sanitario ha cominciato a respirare. Nonostante i numeri siano sotto controllo anche in queste prime settimane dell’anno, il ministero della Salute ha recentemente annunciato un prolungamento delle misure emergenziali sino all’undici luglio 2021.

Allo stesso tempo, tenendo conto dell’attuale situazione pandemica in Armenia, sono state attuate alcune mitigazioni delle restrizioni. Ad esempio gli stranieri possono fare ingresso nel paese attraverso i valichi di frontiera terrestre, ma solo con un esito negativo al tampone non più vecchio di 72 ore. È anche possibile fare un test al confine e auto-isolarsi fino all’esito. Tuttavia altre restrizioni continuano a rimanere in vigore, come indossare la mascherina.

“L’Armenia è aperta, ma il mondo si chiude”, commenta Anna, il cui marito solitamente all’estero per lavoro è ancora in Armenia. “Non può andare all’estero perché la Russia non lo accetta. La Russia ha annunciato alcune aperture, ma mio marito non vi rientra, non sono ancora accettati i lavoratori del suo settore”.

In questi giorni il marito di Anna sta lavorando per un privato. Anna racconta che ha anche preso parte alle azioni militari durante il recente conflitto. Sebbene gli episodi di violenza siano ora diminuiti, non esclude che si ripetano.

“Conto i giorni in cui si apriranno i confini del mondo. Sento che la pace nella nostra famiglia non durerà a lungo. Se mio marito resta a casa ancora un po’ finiremo con il lasciarci. Il nostro stile di vita è organizzato in modo tale che di tanto in tanto dobbiamo vivere lontano l’uno dall’altro. Forse il coronavirus finirà per distruggere la nostra famiglia”, dichiara questa donna che, come molte altre, purtroppo non ha ancora trovato l’aiuto necessario per uscire dal suo incubo.

Vai al sito

In Armenia cittadini e attivisti contro la miniera d’oro di Amulsar (Nuova ecologia 28.01.21)

Da anni intorno al sito minerario centinaia di persone si oppongono a uno scempio annunciato. In un clima di tensione lontano anni luce dalla rivolta di velluto del 2018

Dal mensile di dicembre 2020 – È il 27 agosto 2020. Nei giorni del controesodo estivo e delle prime avvisaglie della risalita dei contagi da Covid-19, arriva in redazione una segnalazione che a un primo sguardo potrebbe passare inosservata. L’email parla dell’aumento delle tensioni attorno alla miniera d’oro di Amulsar, situata in Armenia, circa 170 km a sud rispetto alla capitale Yerevan, nella regione di Vayots Dzor. Il mittente è Francesco Cara, rappresentante in Italia del Climate reality project, la rete di attivisti guidata da Al Gore. Intuiamo che c’è una storia su cui indagare, passata sottotraccia in Italia.

Francesco Cara conosce bene i contorni di questa annosa vertenza ambientalista e, soprattutto, può metterci in contatto con chi, sul posto, si batte per impedire la costruzione di una nuova miniera in Armenia. L’ennesima, considerato che nel Paese del Caucaso meridionale a oggi ve ne sono 630, altamente inquinanti, con emissioni nell’aria, nel suolo e nelle acque di enormi quantità di sostanze tossiche (metalli pesanti, gas nocivi e polveri sottili), i cui effetti sono devastanti per l’ambiente e per la salute delle comunità che lo abitano.

Gli affari sporchi nella miniera d’oro di Amulsar, in Armenia

Grazie a Francesco iniziamo uno scambio di comunicazioni, documenti e foto con Vahram Ayvazyan, attivista armeno per i diritti umani, anche lui membro del Climate reality project. Vahram ci permette di ricostruire, pezzo dopo pezzo, la tribolata storia del sito di Amulsar e di quantificare la rilevanza degli affari che gravitano attorno alla Lydian international, la società anglo-canadese che nel 2016 ha iniziato a esplorare il sottosuolo di quest’area in cerca di oro. Un’impresa che la multinazionale ha inizialmente potuto portare avanti forte di importanti appoggi economici, come quelli della International financial corporation, organizzazione che fa parte di Banca Mondiale, e della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), nonché delle coperture politiche garantite dall’establishment dell’ex presidente e primo ministro Serž Sargsyan, costretto a fare un passo indietro in seguito alla rivoluzione di velluto del 2018.

La nomina a premier di Nikol Pashinyan e il cambio di proprietà non hanno scalfito il piano di sfruttamento dell’area

Con la nomina a premier di Nikol Pashinyan, in prima linea nelle manifestazioni popolari, il progetto della miniera ha iniziato a vacillare. Nel dicembre del 2019 Lydian international ha dichiarato fallimento, poi lo scorso giugno il sito di Amulsar è passato sotto la gestione della Lydian Canada ventures corporation. Il cambio di proprietà non ha smussato di una virgola il piano di sfruttamento dell’area, che una volta messo a regime dovrebbe dare occupazione a 750 persone, creare altri tremila posti di lavoro grazie all’indotto e, nell’arco di dieci anni, garantire entrate per lo Stato armeno pari a circa 430 milioni di euro.

Attivisti ambientali e cittadini si oppongono alla miniera di Amulsar

Le cordate che vogliono a tutti i costi questa miniera non hanno però fatto i conti con la resistenza a oltranza opposta al progetto dalle comunità locali e da diverse reti di attivisti ambientali. Fra questi c’è anche Vahram. «Il progetto della miniera è stato di fatto congelato da quando, nel maggio 2018, Pashinyan è salito al potere», conferma Vahram proprie nelle ore in cui il suo Paese sta vivendo una delle pagine più buie della sua storia recente, con i combattimenti incessanti nella regione del Nagorno Karabakh fra truppe armene e azere (vedi intervista a pag. 49). «La popolazione del posto e gli attivisti hanno bloccato la strada che consente l’accesso al sito. Gli effetti di questa miniera sull’ambiente saranno devastanti. Jermuk, la città termale turistica situata vicino alla miniera, sarà gravemente colpita da tutto ciò. Ci sono già arrivate segnalazioni di gravi problemi di salute per la gente che vive lì».

Miniera di Amulsar, Armenia
Una veduta dall’alto della miniera d’oro di Amulsar, in Armenia

L’impatto della miniera di Amulsar su aria, acqua e suolo

I timori sull’impatto ambientale pesantissimo che il sito di Amulsar avrà su tutto il territorio circostante sono ampiamente fondati, come ha certificato una perizia indipendente chiesta dal nuovo governo di Pashinyan e redatta dalla società di audit libanese Elard. In questa miniera a cielo aperto, l’oro estratto viene prima trasferito a un impianto di frantumazione e successivamente caricato su dei nastri trasportatori che lo versano in vasche di lisciviazione, dove viene separato per mezzo di solventi, una soluzione di cianuro altamente tossica. Gli effetti sull’inquinamento dell’aria, del suolo e soprattutto della rete idrica che attraversa l’intera area sono facilmente immaginabili. La miniera è situata infatti dove scorrono i fiumi Arpa e Vorotan e nei pressi dei bacini idrici Spandaryan e Kechut, con quest’ultimo che alimenta il grande lago Sevan, considerato una risorsa fondamentale per l’economia e la conservazione della biodiversità dell’intera Armenia. Parte della miniera sorge inoltre all’interno di un sito classificato nella Rete Smeraldo dalla Convenzione di Berna, poiché ospita habitat naturali da preservare e specie protette in via d’estinzione. A dimostrare quanto potrà essere elevata la carica nociva della miniera anche sulla salute una volta che l’ultimo 25% dei lavori di realizzazione sarà terminato, sono le tante segnalazioni di cui ha parlato Vahram: attacchi d’asma, malattie polmonari, problemi dermatologici, emicranie, insonnia, causati soprattutto dalle operazioni di scavo e movimento terra e dalla conseguente emissione di polveri nell’area. Disagi a cui si sono aggiunte pressioni e minacce sugli abitanti del posto, costretti in molti casi a svendere i propri terreni agricoli per far largo alla miniera.

Uno degli accessi alla miniera. Foto Peter Liakhov

La lotta pacifica dei “difensori di Amulsar”  

Di fronte a questi soprusi migliaia di abitanti di Jermuk, Kechut e Gndevaz hanno deciso di non restare a guardare e, nell’estate 2018, hanno bloccato pacificamente l’accesso al sito, impedendo così che potesse entrare in funzione. Un’azione forte che presto ha contagiato l’intero Paese, portando la causa dei “difensori di Amulsar” fino alla capitale Yerevan, con sit in di protesta di fronte alla sede del Parlamento.

Dall’estate 2018 cittadini e attivisti bloccano l’accesso al sito. Sono state raccolte 26mila firme per spingere i finanziatori a ritirarsi dal progetto

Con il cambio di proprietà i rischi per gli attivisti sono però aumentati. La scorsa estate i guardiani armati dell’agenzia privata a cui Lydian Armenia, succursale locale di Lydian Canada ventures corporation, ha delegato la sicurezza dei cantieri, hanno forzato a più riprese i picchetti predisposti dai manifestanti agli ingressi al sito, venendo più volte allo scontro fisico con loro. I tafferugli hanno portato all’arresto di decine di attivisti ma anche di alcuni agenti privati. Il movimento civico Armenian environmental front ha inoltre denunciato l’uso di violenza da parte della polizia durante le repressioni delle manifestazioni. Negli ultimi mesi diverse iniziative di protesta, organizzate sia nei pressi di Amulsar che a Yerevan, non sono state autorizzate dalle autorità armene per il rischio di disordini. «Le pressioni sugli attivisti ambientali sono sotto gli occhi di tutti, alcuni sono stati persino picchiati dalle guardie di sicurezza di Lydian finendo in ospedale – riprende Vahram – Si parla molto della prosperità che questa miniera porterà alla regione di Vayots Dzor e all’Armenia. Io penso che ciò non accadrà: la ricchezza uscirà presto fuori dai confini del nostro Paese. Per non parlare dei gravi danni ambientali a lungo termine con cui dovremo fare i conti per decine, se non centinaia, di anni».

Manifestante attorniata dalla polizia di fronte a uno degli ingressi alla miniera di Amulsar. Foto di Narek Aleksanyan

La guerra nel Nagorno Karabakh e le indecisioni del premier armeno Nikol Pashinyan

Nonostante il clima di tensione palpabile attorno alla miniera, e il rischio concreto che la guerra nel Nagorno Karabakh finisca per relegare questa crisi a emergenza di secondo piano, i “difensori di Amulsar” non hanno alcuna intenzione di indietreggiare. Sul web la protesta non si placa, con l’hashtag #SaveAmulsar che ha preso d’assalto le bacheche di Facebook, Instagram, TikTok e Twitter di decine di migliaia di utenti armeni e non solo. Inoltre, una petizione che ha raccolto finora 26.000 firme promette di spingere sempre più finanziatori internazionali a tirarsi indietro dal progetto della miniera. Un appello recepito ad agosto anche dalla Bers, dopo le ultime violenze sui manifestanti, come segnalato da Open Democracy.

Gli occhi sono ora puntati sul primo ministro Nikol Pashinyan. Nei mesi caldi della rivoluzione di velluto Pashinyan aveva promesso che, qualora fosse salito al potere, si sarebbe opposto al piano di Lydian. Una volta eletto ha ordinato un’ispezione indipendente nel sito per verificarne i reali livelli di inquinamento. Ma nell’ultimo anno i suoi passi indietro sulla questione sono apparsi a molti evidenti. Lasciare soli in questa battaglia cittadini e attivisti significherebbe tradire proprio quegli ideali che hanno spinto in avanti la “sua” rivolta del 2018. Sarebbe un passo indietro che dopo decenni di dittatura prima e di governi corrotti poi, l’Armenia non può permettersi. Neanche per tutto l’oro del mondo.

Vai al sito