IL CIELO IMPOSSIBILE DEL KARABAKH. APPUNTI DI VIAGGIO (Gariwo 11.01.21)

DA STEPANAKERT – Traumi, vite cancellate o perdute, nuove ferite che ricalcano o riaprono quelle antiche, in una spirale, quella della guerra in Karabakh, che a trent’anni dallo scoppio della violenza sembra più lontana che mai dal trovare fine. Del Karabakh che ho amato, poco o nulla resta dopo la fine dell’ultima guerra che ha insanguinato questo territorio. Il clima che vi si respira è terribile, e la rapida ricostruzione – grazie anche al supporto russo – degli edifici danneggiati o distrutti a partire dal 27 settembre, rende forse ancor più doloroso e irreale il paesaggio urbano della capitale Stepanakert. Più si nascondono le ferite, viene naturale pensare, più i traumi si faranno profondi e insanabili per tutti.

Arrivo a Stepanakert dopo aver attraversato una decina di checkpoint, a larga maggioranza russa, che prendono il posto della vecchia frontiera fra Armenia e Karabakh. Chiaro chi siano oggi i nuovi padroni, da queste parti. Non una sola bandiera del Karabakh in questo lungo tragitto militarizzato, rare anche quelle armene, mentre il tricolore di Mosca è ovunque, anche in quei centri, come Berdzor, dove i soldati hanno iniziato a risiedere. A Shushi invece, un’enorme bandiera azera di molti metri segna la vittoria di Baku. Una simile serie di appostamenti, in anni trascorsi in Medio Oriente, l’avevo vista solo nell’Iraq all’epoca dell’ISIS.

Ancora più dolorosa la vista di Stepanakert, il cui ingresso alla città è segnato da un enorme poster che ritrae Vladimir Putin. I cellulari funzionano a singhiozzo, frequenti i blackout, difficile trovare cibo decente nei pochi ristoranti aperti, l’acqua che scorre dai rubinetti è gelida. E soprattutto, si spara ancora. Si spara a Martakert, dove visitiamo un ospedale crivellato di colpi e molti condomini distrutti. E si spara persino a capodanno, a Stepanakert, allo scoppio della mezzanotte. Una macabra usanza, come mi spiega un’amica armena, che accompagna questa guerra fin dagli anni Novanta. Colpi di kalashnikov e raffiche di mitra fra Stepanakert e Shushi, munizioni traccianti che col loro rosso solcano il cielo notturno. Auto che corrono impazzite in quella direzione, con l’intento di fornire rinforzi, mentre le strade restano deserte e gelide.

Impossibile raccontare qui tutte le storie che ho incontrato e raccolto in questa terra. Forse la più infame, l’uso sistematico di tortura, da parte azera, nei confronti dei prigionieri di guerra armeni. Non solo: le torture sono filmate, in tantissimi casi, e utilizzate come veicolo di propaganda e arma psicologica. Anche nei confronti di anziani. Il punto, inutile farsi illusioni, è senza dubbio quello di seminare il terrore. Così, ci raccontano gli abitanti del villaggio di Shosh, la notte i cecchini azeri sparano ancora contro uomini e animali, per togliere qualsiasi illusione circa un possibile ritorno alla normalità.

Se l’Armenia oggi è una nazione traumatizzata, in Karabakh la situazione è semplicemente fuori controllo. I russi, che ben si sono guardati dal fornire una qualsiasi assistenza diplomatica e militare all’Armenia durante il conflitto, sono stanziati in tutta evidenza solo per curare i propri interessi e espandere la loro influenza. Le poche strade che rimangono sotto il controllo armeno sono circondate da cecchini e postazioni militari azeri. Le frontiere, neppure tracciate. Il punto non è neppure capire se riprenderà questo conflitto – il punto è quando. E non vi è alcun dubbio su quale sarà l’obiettivo ultimo del regime di Aliyev: il compimento di una pulizia etnica, a danno degli armeni, che ha già stravolto la vita di decine di migliaia di persone.

Incontro donne, uomini, bambini, malati e anziani che, nella quasi totalità dei casi, hanno perso tutto nel giro di poche ore: le loro case, il lavoro, ma anche tutti gli oggetti e ricordi di famiglia, perduti per sempre. Le tante storie che raccolgo da parte di profughi di Shushi, Hadrut e altri centri, si somigliano un po’ tutte. Il marito che parte per il fronte, la moglie che porta via i bambini e lo stretto necessario, con l’approssimarsi dei combattimenti, convinta di poter rientrare in pochi giorni. Un’illusione che si rivelerà tragica.

Mentre in questo strano inverno marcato dal lockdown e da tante limitazioni il gas proveniente dall’Azerbaijan riscalda le nostre case, in Karabakh – lontano dalle nostre coscienze assopite – si consuma un requiem per l’Europa. Una trappola per topi, una riserva per i pochi nativi rimasti (i più disperati), una terra un tempo rigogliosa e accogliente trasformata in un macabro poligono di tiro, in un teatro per una delle più macabre messe in scena del nostro tempo.

Una pace impossibile che si nutre di un’umanità abolita e sacrificabile al miglior offerente, che si trascina mentre tre dittature (Baku, Ankara e Mosca) celebrano il loro macabro trionfo nel Caucaso. Non tutti qui, per fortuna, hanno le fronti stravolte dall’odio. Non tutti hanno abbandonato la speranza che possa arrivare un miracolo (perché di ciò si tratterebbe): una pace che ha i tratti incerti del miraggio.

Eppure, tutti sembrano essersi già dimenticati del Karabakh e degli oltre 6.000 morti di questi 44 giorni di combattimenti, che si aggiungono ai 20.000 caduti degli anni Novanta. Si è passati da una vita di catacombe, durante la guerra, dove precluso era anche solo vedere il sole o le stelle per qualche ora, alla prospettiva di un cielo impossibile, forse per sempre. Eppure, proprio ora servirebbe con urgenza un rinnovato impegno e supporto della società civile italiana e europea. Eppure, questa terra rigogliosa e pura potrebbe ancora conoscere una futura convivenza – quello che manca è semplicemente una volontà.

Non so se potrò mai tornare in questa terra che ho amato e sentito mia come poche, mi capita di pensare spesso durante il viaggio. Troppi i segni infausti che si manifestano, troppe le armi, gli eserciti stanziati, i traumi e la ferocia che scavano i cuori degli uomini, da un lato e l’altro della frontiera.

Io il Karabakh, lo ammetto senza esitazioni, l’ho amato come pochi altri posti al mondo. Ma ho amato un cielo impossibile.

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“Tangenti dall’Azerbaijan”: l’ex deputato Volontè condannato a 4 anni per corruzione (Ilfattoquotidiano 11.01.21)

Una mazzetta dall’Azerbaijan per far bocciare un rapporto sul trattamento di Baku per i prigionieri politici. Con questa accusa il tribunale di Milano ha condannato a quattro anni di carcere Luca Giuseppe Volontè, ex deputato dell’Udc e membro dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa. Il reato contestato a Volontè è la corruzione. Per i giudici avrebbe abusato della propria funzione, ricevendo mezzo milione di euro da due esponenti politici azeri, ai quali è stata inflitta la stessa pena, per orientare il voto e ottenere la bocciatura di un rapporto sui prigionieri politici nella repubblica caucasica, a vantaggio del governo azero. La mazzetta contestata dai pm era di circa 2,4 milioni di euro, ma i giudici hanno assolto i tre per una somma consistente della stecca pari a oltre 1,8 milioni. “Sono certo della mia innocenza. Ora con gli avvocati leggeremo le motivazioni della sentenza. In ogni caso continuo a confidare nella giustizia e, come è emerso in questi due anni di dibattimento, sono convinto che le mie ragioni possano trovare piena soddisfazione in appello”, dice il politico.

Le indagini erano state avviate partendo da una segnalazione di operazione sospetta di una banca italiana riguardanti alcuni bonifici ricevuti da Volontè, rappresentante del Parlamento italiano all’assemblea del Consiglio d’Europa dal settembre 2008 al giugno 2013, provenienti da società britanniche attraverso la Danske Bank in Estonia e la Baltikums Bank a Riga in Lettonia. Dagli accertamenti disposti dalla Procura di Milano, per rogatoria internazionale, scoppiò poi lo scandalo sul presunto riciclaggio di 200 miliardi di euro provenienti dalla Russia e appunto l’Azerbaijan, che sono transitati tra il 2007 e il 2015 dalla filiale estone del principale istituto di credito danese.

Una piccolissima quota, pari a poco meno di 2,4 milioni di euro – stando alla tesi dei pm Scudieri-Ramondini – sarebbe stata promessa e fatta arrivare a Volontè dal componente del Parlamento azero Elkhan Siraj Suleymanov e dal collaboratore Muslum Mammadov, oggi condannati a 4 anni, in cambio “dell’asservimento della sua funzione pubblica a interessi privati e del Governo dell’Azerbaijan”, tra cui un’attività nei confronti degli altri componenti del Pace per “orientare le votazioni” della stessa assemblea parlamentare “in senso contrario all’approvazione del rapporto Straesser, in merito alle condizioni dei prigionieri politici” nel Paese dell’ex Urss. L’iter processuale della vicenda, avviata il 18 giugno 2016 con la richiesta di rinvio a giudizio per Volontè e i due funzionari azeri, ha avuto un percorso tortuoso con due udienze preliminari, altrettanti ricorsi per Cassazione e due dibattimenti separati. L’ex deputato dell’Udc è stato infatti assolto in primo grado dall’accusa di riciclaggio, su cui si è aperto già l’appello.

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Corruzione: soldi per sostenere Azerbaijan al Consiglio d’Europa, 4 anni a ex deputato Volontè
Milano, 11 gen 17:22 – (Agenzia Nova) – È stato condannato a quattro anni di reclusione l’ex deputato dell’Udc, Luca Giuseppe Volontè, insieme a due esponenti politici azeri, per corruzione, perché accusato dalla Procura di Milano, quando sedeva nell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa di aver ricevuto, tra il 2012 e il 2014, 2.390.000 euro provenienti da fondi pubblici o privati dell’Azerbaijan attraverso società e conti bancari offshore in cambio del sostegno alle posizioni politiche dell’ex repubblica sovietica. Con questa sentenza si è chiuso il processo di primo grado iniziato a fine 2018 davanti ai giudici della decima sezione penale del Tribunale di Milano. Tuttavia, il collegio Guidi-Valori-Taricco ha ritenuto che fossero “dazioni corruttive” solo tre bonifici dell importo complessivo di 500 mila euro sui 21 contestati dai pm Adriano Scudieri e Elio Ramondini, titolare dell’indagine. Le motivazioni saranno depositate entro 30 giorni.

Le indagini erano state avviate partendo da una segnalazione di operazione sospetta di una banca italiana riguardanti alcuni bonifici ricevuti da Volontè, rappresentante del Parlamento italiano all’assemblea del Consiglio d’Europa (Pace) dal settembre 2008 al giugno 2013, provenienti da società britanniche attraverso la Danske Bank in Estonia e la Baltikums Bank a Riga in Lettonia. Dagli accertamenti disposti dalla Procura di Milano, per rogatoria internazionale, scoppiò poi lo scandalo sul presunto riciclaggio di 200 miliardi di euro provenienti dalla Russia e appunto l’Azerbaijan, che sono transitati tra il 2007 e il 2015 dalla filiale estone del principale istituto di credito danese. Una piccolissima quota, pari a poco meno di 2,4 milioni di euro – stando alla tesi dei pm Scudieri-Ramondini – sarebbero stati promessi e fatti arrivare a Volontè dal componente del Parlamento azero Elkhan Siraj Suleymanov e dal collaboratore Muslum Mammadov, oggi condannati a 4 anni, in cambio “dell’asservimento della sua funzione pubblica a interessi privati e del Governo dell’Azerbaijan”, tra cui un’attività nei confronti degli altri componenti del Pace per “orientare le votazioni” della stessa assemblea parlamentare “in senso contrario all’approvazione del rapporto Straesser, in merito alle condizioni dei prigionieri politici” nel Paese dell’ex Urss. L’iter processuale della vicenda, avviata il 18 giugno 2016 con la richiesta di rinvio a giudizio per Volontè e i due funzionari azeri, ha avuto un percorso tortuoso con due udienze preliminari, altrettanti ricorsi per Cassazione e due dibattimenti separati. L’ex deputato dell’Udc è stato infatti assolto in primo grado dall’accusa di riciclaggio, su cui si è aperto già l’appello. (Rem) ©️ Agenzia Nova – Riproduzione riservata

Perché i leader azero e armeno, Aliev e Pashinjan, si sono incontrati senza stretta di mano (Euronews 11.01.21)

Primo incontro al vertice fra i presidenti armeno e azero dopo la guerra d’autunno nel Caucaso meridionale, nel Nagorno-Karabakh. I volti di Nikol Pashinjan e di Ilham Aliev tradivano imbarazzo, compensato però dalla sicurezza dell’anfitrione, il presidente russo Vladimir Putin, grande mattatore del cessate il fuoco che ora vuole un accordo definitivo tra Azerbaigian e Armenia sulle sorti dell’Alto Karabakh.

Per il presidente Putin, che ha messo in campo tutta la sua capacità di persuasione “l’accordo armistiziale funziona e ha messo fine alla guerra dei 44 giorni”.

Ed è su questa base che il leader del Cremlino ora vuole costruire un accordo di pace definitivo, che riporti la regione alla normalità dopo ben trentacinque anni di conflitti armati.

Se Putin ha svolto il ruolo di onesto sensale, i presidenti armeno e azero hanno invece misurato i gradi delle rispettive divergenze.

Infatti per Aliev la guerra è finita. E le acquisizioni territoriali (per gli azeri “riconquista”) di una consistente porzione di Nagorno-Karabakh sono soddisfacenti. Per lui ora occorre “ripristinare la viabilità, i trasporti, e solidificare la stabilità e la sicurezza regionali”.

Secondo Pashinjan invece “il conflitto non è stato ancora risolto, nonostante il cessate il fuoco. Manca infatti lo status definitivo del Nagorno-Karabakh”.

La proposta del Cremlino è di creare un gruppo di lavoro regionale per la ricostruzione economica della regione. Per gli Armeni si tratta di recuperare per via diplomatica parte del territorio perduto nella enclave armena in territorio azero dell’Alto Karabakh, una repubblica mai riconosciuta dalla comunità internazionale.

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Nagorno-Karabakh. Al Cremlino trilaterale fra Russia, Armenia e Azerbaijan. Putin: “rientrati già 48mila rifugiati” (di A. Borelli)

Vertice azero-armeno al Cremlino

I DRONI “TB2”: I MUSCOLI DELLA TURCHIA (L’Opinione 11.01.21)

La propaganda governativa del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, in questi ultimi tempi, è focalizzata sulla esaltazione del ruolo dei propri droni sui vari scenari di guerra dove la Turchia, direttamente o indirettamente, è coinvolta. Per la politica di Erdogan, la sempre più sofisticata patriottica tecnologia dronica è diventata il simbolo per eccellenza del potere turco in ambito internazionale e la manifestazione della crescente indipendenza sulle decisioni interventiste. Il nuovo drone made in Turchia, il Tb2, è diventato l’arma decisiva sugli scenari di guerra. Infatti, uno dei fattori chiave del successo di Ankara sia in Libia, in appoggio al governo di Tripoli contro le truppe di Khalifa Haftar, che nel Caucaso, dove ha supportato in modo determinate le milizie dell’Azerbaigian contro l’esercito armeno-karabakho, è stato l’affidabile e poco costoso drone Tb2 utilizzato, senza risparmio, dall’esercito turco. Nella propaganda turca, il Tb2 ha assunto l’immagine del nuovo eroe nazionale e anche quella di neo-giannizzero volante, in ricordo delle milizie private del sultano ottomano. Proprio in autunno, sulle tv turche, venivano mandati i filmati del fronte caucasico meridionale dove un drone riprendeva soldati armeni che scaricavano da un camion probabilmente attrezzature belliche; le sequenze video mostrano immediatamente un bagliore sul mezzo armeno e oggetti e persone che vengono lanciati in aria; subito dopo, dissipati i fumi dell’esplosione, restano sul posto decine di morti e il mezzo semi disintegrato. Tale video fu trasmesso senza filtri dai media turchi e replicato spesso, anche di recete, come esempio di efficacia militare e “velatamente” come monito anche alla popolazione turca, ricordando che il micidiale drone può essere utilizzato sugli scenari di guerra, ma anche contro eventuali ribellioni o proteste interne.

Il “percorso turco” verso questa specializzazione militare sui “velivoli lenti” non è stato né semplice né privo di compromessi, ma va detto che ha portato importanti risultati. Infatti, dopo aver tentato negli anni 2000, senza successo, di acquisire droni da Israele e dagli Stati UnitiAnkara ha impegnato forti risorse, sia umane che finanziarie, nell’ambito della progettazione dei droni. La società Bayraktar (denominazione non casuale) nasce da questi sforzi nel 2015 e diventa la produttrice principale di “velivoli lenti” tra cui il drone Tb2. Le caratteristiche tecniche del TB2 sono di interessante qualità: ha capacità visive notevolissime, può essere armato con quattro missili teleguidati e ad alta precisone, può volare in autonomia anche per ventotto ore, ma soprattutto è abbastanza semplice da utilizzare e costa molto meno di un drone israeliano o statunitense. È da tempo chiara la visione geopolitica di Erdogan che vede nella potenza militare del suo paese la “merce di scambio” per le più convenienti relazioni internazionali; a questo si aggiunge un apparente spirito revanscista, dal ricordo imperiale-ottomano, che stuzzica l’orgoglio dei turchi messo in discussione, secondo quanto detto dal presidente turco, dalle potenze imperialiste. Infatti, nei suoi discorsi di ispirazione nostalgico-sultaniale, trasmessi sui principali media nazionali all’inizio di ottobre, ha indugiato sul cambiamento dei rapporti con le nazioni dominati: “Quelli (le Nazioni potenti) abituati a parlarci in tono imperioso stanno ora negoziando con noi da pari a pari…abbiamo totalmente sventato le loro politiche di sottomissione a decisioni prese senza di noi su tutte le questioni regionali e globali.

In effetti i droni Tb2 sono stati anche determinanti nell’indebolimento dei guerrieri curdi del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) dopo il 2015; sono stati fondamentali dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016 dove i droni turchi hanno acquisito notorietà colmando il vuoto creato dalle purghe all’interno dell’aviazione turca; successivamente, all’inizio del 2020, hanno fronteggiato con successo le truppe del regime di Bashar al-Assad decimandone le fila. Va detto che il progettista del Tb2 non è il “primo venuto”, è sì un “cervello turco”, ma che si è perfezionato negli Stati Uniti, infatti l’ormai definito il Wernher Von Braun turco, Selçuk Bayraktar, dopo essersi laureato in Turchia, ha preso una borsa di studio per un Master sui velivoli senza pilota, tra il 2002 e il 2004, presso l’Università della Pennsylvania, ottenendo un secondo master, presso il Massachusetts institute of technology, sul controllo aggressivo delle manovre di veicoli aerei senza pilota. Selçuk Bayraktar, che ha sposato la seconda figlia di Erdogan, è ormai diventato un personaggio quasi beatificato in Turchia, come fosse l’autore dei massimi successi militari di Ankara, valutando anche che la parentela con “il capo” non guasta. Ricordo che il clamoroso successo dei Tb2 ha dato una forte spinta all’esportazione di armi turche; così nel 2019 la Turchia ha venduto attrezzature militari per 3 miliardi di dollari e se raffrontati con 10 miliardi della Francia e i 56 miliardi di dollari degli Stati Uniti, fa capire quale ascesa e sviluppi ha commercialmente questa produzione. Infine, i droni turchi sono entrati anche nel mercato del Pakistan, delle Filippine ma soprattutto dell’Ucraina e del Qatar; la strategia di Erdogan punta ad ottenere la totale indipendenza del fabbisogno delle armi nazionale proprio entro il 2023, a cento anni esatti dal Trattato di Losanna che ratificò la nascita della Repubblica di Turchia.

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La voce degli armeni nel Karabakh: “Le forze russe garanzia di pace” (Sputniknews 10.01.21)

Grigory Martirosyan, ministro della autoproclamata Repubblica del Nagorno Karabakh (RNK), ha spiegato a Sputnik quanto tempo servirà per la ricostruzione dopo il recente conflitto, da chi le autorità intendono ottenere i finanziamenti necessari e in che modo possono essere d’aiuto i peacekeeper russi.

Martirosyan si è altresì espresso in merito alla possibilità di considerare il conflitto in Karabakh come un evento concluso e ha spiegato qual è stato l’oggetto dell’istanza che il suo governo ha presentato alla Federazione russa.

— Dopo il recente scontro armato tra Azerbaigian e Armenia la RNK ha dovuto affrontare una gravissima crisi le cui conseguenze si ritroverà a sopportare probabilmente per molti anni. In cosa consiste la vostra strategia di uscita dalla crisi? Quali sono le vostre priorità?

— In primo luogo, si noti che la Repubblica Artsakh (denominazione armena della RNK) e la sua popolazione si sono effettivamente trovati sull’orlo di una crisi umanitaria. I danni causati in esito alle operazioni militari hanno colpito anzitutto la popolazione civile e gli edifici civili: infrastrutture, immobili dei civili e altri immobili che garantivano la normale quotidianità della popolazione.

I danni causati dal nemico sono enormi. Al momento stiamo lavorando per valutare i danni in termini monetari ma possiamo già dire che tali danni sono paragonabili a diversi anni del PIL della Repubblica. I danni riguardano anzitutto settori come l’agricoltura e l’energia.Poiché buona parte dei territori in esito al conflitto sono passati al nemico o sono stati conquistati, la nostra economia è stata privata di buona parte delle terre agricole e dei siti di produzione dell’energia. Per non parlare poi degli immobili dei civili che sono stati distrutti o che non sono più in nostro controllo.

Dunque, la ripresa economica nella Repubblica richiederà ancora molto tempo. Negli ultimi anni siamo riusciti a conseguire buoni parametri economici. Ad esempio, nel 2019 il nuovo PIL pro capite era pari a 4.800$, il che è più della media dei Paesi vicini della regione. Ora chiaramente siamo costretti a ripartire dal basso. A mio avviso, ci servirà molto tempo, per non dire anni, per ripristinare i parametri che avevamo raggiunto. Ma sono sicuro che ce la faremo.

— Da quali fondi intendete attirare finanziamenti da impiegare per la ripresa economica?

— Fondi statali, fondi di beneficienza, aiuti dai membri della diaspora, ecc.

— La Russia potrebbe forse fornire un aiuto significativo in questo senso?

— Assolutamente sì. La Russia già oggi ci sta aiutando. Vorrei menzionare a tal proposito alcuni ambiti. Come dicevo, dopo la guerra tutte le principali infrastrutture della Repubblica sono state danneggiate. Siamo anche rimasti per un certo periodo senza collegamenti, gas o altra fonte di energia. Per il ripristino delle principali direttrici di approvvigionamento energetico ci sta dando un prezioso aiuto la missione russa di peacekeeping basata nell’Artsakh.

Poiché parte di queste direttrici passava nel territorio prossimo alla frontiera o in quello che al momento si trova fuori dal nostro controllo, i peacekeeper ci hanno dato un aiuto davvero prezioso nel garantire la stabilità dell’approvvigionamento e nel ripristinare operativamente i collegamenti. Ad oggi i collegamenti sono stati ripristinati in maniera totale e siamo già riusciti a garantire approvvigionamento di acqua e collegamenti esterni stabile ai cittadini.In verità, le reti interne non sono ancora completamente ripristinate, ma ci stiamo lavorando. E per farlo avremo bisogno dell’aiuto dei nostri colleghi russi.

— Quanto tempo, a Suo avviso, servirà per riportare la RNK al suo stato prebellico?

— Come dicevo i danni sono ingenti e fatico a definire delle tempistiche concrete. Il nostro potenziale è stato spazzato via per il momento. Dovremo profondere sforzi estremo per riuscire a ripristinare il nostro tessuto economico.

Dall’altro lato, alla luce delle perdite che abbiamo subito di fronte a noi si stende un foglio bianco da cui partire per sviluppare quei settori che ci consentiranno di conseguire i migliori risultati nel più breve tempo possibile. In primo luogo, lo sviluppo dell’agricoltura intensiva, di nuove fonti di energia e di alcuni settori delle tecnologie dell’informazione.

Abbiamo la possibilità di sviluppare settori altamente tecnologici che non richiedono grandi risorse naturali di partenza. Siamo costretti in un certo senso a seguire questa strada perché oggi buona parte delle risorse della Repubblica è andata perduta.

— Considerati tutti questi ambiziosi piani, potremmo affermare in maniera univoca che il conflitto del Nagorno Karabakh è un ricordo del passato?

— È una questione complesso. Vorrei che fosse così. Possiamo affermare senza ombra di dubbio che senza garanzie di stabilità la popolazione del Nagorno Karabakh non potrà costruirsi un futuro qui. In  44 giorni di guerra abbiamo perso tutto. Sono morte migliaia di persone. Ci sono stati feriti. E queste ferite le sentiremo nell’anima per molto tempo.

Pertanto, dobbiamo anzitutto capire che soltanto se saremo sicuri che non vi saranno ulteriori aggressioni i nostri cittadini potranno condurre una vita pacifica nella loro patria. In tal senso, chiaramente, ruolo primario lo svolgono le missioni di peacekeeping presenti in Artsakh.A Suo avviso, il numero di peacekeeper russi attualmente presenti nella RNK è sufficiente per garantire la sicurezza nella regione?

Ahimè, fatico a rispondere a questa domanda. Penso che dipenda dalla misura in cui il contingente stesso di peacekeeping stimi le proprie capacità.

— Mi permetta di riformulare la domanda. A Suo avviso, un’estensione del contingente russo di peacekeeping potrebbe essere in linea con gli interessi della ricostruzione postbellica?

— Io mi occupo di economia e, se dovessi rispondere alla Sua domanda in termini economici, potrei affermare che, a mio avviso, noi e i nostri colleghi peacekeeper stiamo facendo già tutto quello che possiamo per garantire la sicurezza e la ricostruzione postbellica.

La nostra collaborazione con i peacekeeper è a un ottimo livello e, come si può vedere, stiamo già facendo tutto il possibile.

— Dopo il recente inasprimento del conflitto in Nagorno Karabakh molte persone hanno perso la loro casa e persino ora, un mese dopo la fine della guerra, non sanno che le autorità le aiuteranno a tornare alla vita di prima. Oggi in Artsakh ci sono abbastanza alloggi per gli sfollati?

— In esito alle operazioni militari circa 35-45.000 nostri cittadini non hanno una casa. Da noi viene chi ha perso la propria casa per gli attacchi armati o perché è passata sotto il controllo azero. Buona parte di queste persone oggi si trova in Armenia.

Chiaramente, per rimpatriarli, dobbiamo essere in grado di garantire loro le minime condizioni di vita, questo è l’obiettivo prioritario del governo. A coloro che stanno tornando forniremo nel più breve tempo possibile un alloggio temporaneo. Utilizzeremo anche un fondo secondario per sovvenzionare le operazioni, useremo hotel e edifici pubblici. A tendere per risolvere la criticità dovremo costruire nuove case e appartamenti. Il nostro obiettivo è garantire un alloggio a tutte le persone che hanno manifestato il desiderio di tornare.Capiamo che per fare questo serve tempo. Probabilmente la risoluzione di questa criticità si articolerà in due fasi: la prima è la ricollocazione in alloggi di rapida edificazione, la seconda la costruzione di alloggi permanenti. Cercheremo di sfruttare tutte le possibilità a nostra disposizione.

Abbiamo chiesto aiuto anche al governo russo. Al momento stiamo discutendo la questione. Parte degli aiuti è già stata fornita: materiali edili, beni di prima necessità, coperte, ecc.

— Un’altra domanda che riguarda direttamente la ricostruzione postbellica della RNK. Nelle ultime settimane si è discusso della possibilità di aprire le comunicazioni aeree. A che punto è la situazione in questo senso?

— Questo sarebbe di grande aiuto per ripristinare la vita civile in quanto oggi c’è solamente una strada che collega l’Artsakh con il mondo esterno e si trova su un percorso piuttosto complesso. Pertanto, la comunicazione aerea svolgerebbe un ruolo significativo nel garantire la stabilità in futuro per gli abitanti della Repubblica.

Al momento non è ancora chiaro se siano disponibili finanziamenti per questo progetto. Speriamo di sì. Le speranze dei cittadini sono legate anzitutto al fatto che i peacekeeper russi riescano a instaurare una connessione aerea stabile con il mondo esterno. Tuttavia, non sono in grado di definire delle tempistiche concrete in questo senso.

— Quanto è seria ad oggi nella RNK la situazione legata alla diffusione del coronavirus? Non disponete di piani per la vaccinazione della popolazione? Il vaccino russo Sputnik V costituisce un interesse per voi?

— Oggi si ammalano di coronavirus alcune decine di persone che vengono curate in ospedale. Prima della guerra la situazione epidemiologica era sotto controllo: nessun caso letale registrato. Durante la guerra la lotta al coronavirus è passata in secondo piano.

Dopo che buona parte della popolazione ha abbandonato la Repubblica e vi è poi ritornata, qui non sono state osservate misure di contenimento. Naturalmente questo ha portato a un aumento dell’incidenza e dei casi letali.

Le risorse del nostro sistema sanitario sono limitate per garantire trattamenti all’attuale numero di malati. La questione delle vaccinazioni ancora non è stata affrontata. A mio avviso, la dovremo affrontare dopo aver constatato dall’esempio di altri Paesi che il vaccino russo è efficace. Infatti, da quello che so, in Russia la vaccinazione è cominciata da poco. Se i risultati saranno positivi, non vedo perché non potremmo valutare anche noi questa soluzione.

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Nagorno-Karabakh: domani a Mosca vertice trilaterale fra leader di Russia, Azerbaigian e Armenia (Agenzianova 10.01.21)

Mosca, 10 gen 12:02 – (Agenzia Nova) – Il presidente russo Vladimir Putin ospiterà domani a Mosca dei negoziati trilaterali con l’omologo azerbaigiano Ilham Aliyev e il premier armeno Nikol Pashinyan. Lo ha reso noto oggi il Cremlino. Gli incontri si terranno su iniziativa della presidenza russa e saranno centrati sulla questione del Nagorno-Karabakh e la pacificazione dell’area. “In programma vi è una discussione sui progressi nell’attuazione della dichiarazione dei leader di Azerbaigian, Armenia e Russia sul Nagorno-Karabakh del 9 novembre e i prossimi passi per risolvere le dispute nella regione”, ha reso noto il Cremlino. (Rum)

Fermo Forte: presentata in Consiglio Comunale una mozione per il riconoscimento della Repubblica dell’Artsakh (Viverefermo.it 09.01.21)

La repubblica dell’Artsakh, nome armeno dell’enclave del Nagorno Karabakh, si trova nel sud-est della regione del Caucaso, ove si è concluso nel 20 novembre 2020 un conflitto tra la stragrande maggioranza etnica armena sostenuta dalla Repubblica Armena, e la Repubblica dell’Azerbaigian.

Il conflitto si è risolto a favore di quest’ultimi, sostenuti dalla Turchia con annesso invio di foreign fighters islamici “siriani”. In questa guerra durata 45 giorni, le forze azere hanno bombardato con strumenti di alta precisione (droni) le postazioni di confine degli armeni, che hanno contato migliaia di vittime, con alta percentuale di giovani militari classe 2000 e oltre.
Questo conflitto che, a prima vista, potrebbe non interessare le vicende italiane e ancor più fermane, invece ci tocca molto da vicino, perché ciò che è avvenuto in quei territori rappresenta l’attacco ad una popolazione, legittimamente stanziata in quell’area da millenni, e ad alla cristianità residua del Caucaso.
Nell’ultimo consiglio comunale del 22 dicembre 2020, il gruppo Fermo Forte ha presentato una mozione a firma dei consiglieri Lucci Nicola e Alessandro Bargoni, nella quale si è richiesto alla Giunta comunale di Fermo di chiedere alle nostre autorità nazionali il riconoscimento della Repubblica dell’Artsakh. “Ringrazio il sindaco Calcinaro e i consiglieri che hanno votato favorevolmente – dichiara Nicola Lucci – il riconoscimento di codesta repubblica è l’unica via d’uscita democratica per poter affermare il diritto del popolo del Nagorno Karabakh alla sua autodeterminazione e tentare di portare la pace in quei territori, visto che esiste già un governo democraticamente eletto con una propria struttura statale e governativa. In questo modo potremo ostacolare la possibilità di ulteriori conflitti e bloccare sul nascere qualsiasi velleità espansionista dei paesi confinanti sulla Repubblica dell’Artsakh.” Questo ultimo conflitto ha riportato alla memoria il genocidio degli Armeni (1915-1918), sul quale la Turchia non ha mai chiarito la sua posizione, ma certamente la guerra appena conclusasi getta dubbi e incertezze sul futuro del popolo armeno. Anche il presidente dell’Unione degli Armeni d’Italia, il prof. Baykar Sivazliyan, ringrazia il Comune di Fermo per questa presa di posizione “che risulta essere l’unica ed urgente soluzione che permetterebbe la sopravvivenza ad una popolazione, che seppur piccola numericamente, potrà continuare a vivere nei territori in cui ha sempre vissuto e proseguire a dare la propria testimonianza Cristiana nell’area del Medio Oriente.”

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Lezioni dal Nagorno Karabakh: Londra guarda ai droni “spendibili” turchi (09.01.21)

Londra guarda alle lezioni apprese dal conflitto combattuto tra settembre e novembre 2020 nel Nagorno-Karabakh (vedi in proposito il rapporto del Center for Strategic and International Studies – CSIS) e valuta di dotare le sue forze armate di droni a basso costo, “spendibili” in operazioni d’attacco come quelle che hanno consentito agli azeri di imporsi sulle forze armene.

I funzionari della Difesa britannica, secondo quanto riferito dal quotidiano londinese The Guardian, valutano che l’uso da parte dell’Azerbaigian di droni turchi a costo contenuto sia stato cruciale per sconfiggere gli armeni e costringerli a cedere il controllo di parte del territorio nella regione del Caucaso contesa.

Una valutazione peraltro condivisa da molti analisti internazionali che oltre all’impatto dei droni turchi sul conflitto valutano anche quelle delle cosiddette “loitering munition” (noti anche come “droni kamikaze) che si schiantano sull’obiettivo esplodendo dopo aver sorvolato il campo di battaglia grazie ad una buona autonomia. E’ il caso, nel conflitto del Nagorno-Karabakh, degli IAI Harop (nella foto sopra), Orbiter e SkyStriker di costruzione israeliana in dotazione alle forze dell’Azerbaigian e lanciabili da autocarri(nella foto sotto un Harop in fase di lancio)

Fonti del ministero della Difesa hanno aggiunto che il Regno Unito valutava già di dotarsi di droni “economici” nell’ambito della revisione quinquennale della difesa che dovrebbe attesa nelle prossime settimane

All’inizio di questo mese Ben Wallace, il segretario alla difesa del Regno Unito, ha affermato che i droni Bayraktar TB2 turchi sono un esempio di come altri paesi stiano “aprendo la strada”.

I droni, ha aggiunto, “sono stati responsabili della distruzione di centinaia di veicoli corazzati e persino di sistemi di difesa aerea”, sebbene ci siano prove video che suggeriscono che abbiano ucciso anche molte persone nella guerra del Nagorno-Karabakh.

Prodotti da Baykar Makina, i droni TB2 costano circa due milioni di dollari a esemplare considerando anche le armi, il supporto logistico e la stazione di controllo contro i 20 milioni di dollari circa di uno dei 16 General Atomics Protector ordinati dalla RAF per rimpiazzare gli MQ9 Reaper in servizio.

Le due macchine non sono paragonabili e l’interesse di Londra nei confronti di velivoli senza pilota (UAV) spendibili e di costo contenuto apre all’acquisizione di ulteriori UAV e non è certo alternativa ai Protector.

I TB2 turchi si erano già del resto distinti nelle operazioni contro le milizie curde in Siria e, l’estate scorsa, nelle operazioni condotte dai turchi in Tripolitania contro l’esercito Nazionale Libico (LNA) del generale Khalifa Haftar.

Anche in quella campagna che ha portato a liberare Tripoli dall’assedio di Haftar, i droni turchi hanno subito severe perdite, come del resto è accaduto anche in Nagorno-Karabakh ad opera della difesa aerea armena, ma gli obiettivi che hanno distrutto erano certamente paganti rispetto al costo degli UAV perduti.

L’Azerbaigian ha acquisito prima del conflitto almeno 24 TB2, gestiti durante le operazioni belliche da consiglieri militari e tecnici turchi. “L’uso azero dei droni è stato decisivo”, ha commentato il professor Michael Clarke, del think-tank britannico Royal United Services Institute (RUSI)

A margine delle valutazioni in atto in Gran Bretagna sarebbe interessante sapere se analisi e lezioni apprese dal recente conflitto caucasico vengano prese in esame anche in Italia dopo che il capo di stato maggiore Difesa, generale Enzo Vecciarelli, aveva evidenziato in un’audizione alle Commissioni Difesa l’inadeguatezza dello strumento militare italiano a far fronte, sotto molto aspetti, a un conflitto come quello combattuto da armeni e azeri.

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Guerra Nagorno Karabakh: popolo distrutto da scontro Armenia-Azerbaijan (08.01.21)

Tra il 27 settembre e il 10 novembre 2020 si è combattuta alle porte dell’Europa la guerra dell’Artsakh (o seconda guerra del Nagorno Karabakh), che ha visto contrapporsi la Repubblica d’Armenia e l’auto-proclamata Repubblica di Artsakh, da una parte, e la Repubblica dell’Azerbaijan, dall’altra.

Questo conflitto caucasico è quasi inesistente per le classi politiche e l’opinione pubblica europee, nonostante che i due paesi siano membri del Consiglio d’Europa, ma ha portato ad alcune migliaia di morti e feriti e decine di migliaia di sfollati o vittime di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario.

Guerra del Nagorno Karabakh: gas naturale tra i motivi del silenzio europeo
I combustibili fossili non figurano tra le ragioni dirette di questo conflitto, ma potrebbero comparire tra quelle del silenzio che lo ha circondato in Europa. Il Nagorno Karabakh, così come l’Ossezia del Sud o il Kurdistan turco, è infatti una delle aree instabili che dovrebbero essere attraversate dal “corridoio meridionale” per il trasporto del gas naturale da Azerbaigian, Iran, Turkmenistan e Iraq verso gli stati europei.

Il corridoio, rallentato dal protrarsi di queste situazioni critiche, mira a creare un asset geopolitico tra i paesi europei, gli Stati Uniti e i paesi orientali, riducendo così la dipendenza energetica dalla Russia.

Molti paesi europei hanno quindi sorvolato sull’eliminazione rapida, per quanto sanguinosa e costellata di violazioni del diritto internazionale, di questo punto di “rallentamento” dei lavori, così come la Turchia, tra i vincitori di questa guerra, non ha esitato ad appoggiare l’Azerbaigian per assicurarsene il sostegno energetico.

L’accordo Armenia-Azerbaijan-Russia sul Nagorno Karabakh
Il 10 novembre è stato siglato un accordo tra Armenia, Azerbaijgian e Russia, che ha visto come grandi sconfitti gli armeni. La mattina della firma, infatti, non sono mancate grandi proteste nel paese e addirittura incursioni negli uffici del primo ministro armeno, colpevole di averlo sottoscritto.

A poco sono servite le rassicurazioni offerte dal presidente russo, Vladimir Putin, sul ruolo di protezione dei 2000 peace-keepers russi dispiegati: la perdita dei territori a maggioranza armena si è immediatamente trasformata in una crisi umanitaria per gli oltre 100mila profughi dalle zone del Nagorno Karabakh fuggiti in Armenia.

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Proteste a Yerevan contro l’accordo di cessate il fuoco in Nagorno Karabakh (18 novembre 2020) – Foto: Garik Avakian (via Wikimedia Commons)
Violazioni dei diritti nella guerra in Nagorno Karabakh
In questo conflitto i principali diritti umani violati sono stati il diritto alla vita, all’autodeterminazione, alla salute, alla casa, all’educazione, all’ambiente, i divieti di tortura e discriminazione.

Tra le violazioni del diritto umanitario internazionale figurano invece gli attacchi indiscriminati e ingiustificati contro la popolazione civile, l’attacco di obiettivi civili, l’attacco di edifici religiosi e del patrimonio culturale, l’attacco di strutture sanitarie, il maltrattamento, la tortura e l’uccisione di prigionieri, l’utilizzo di armi proibite.

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Inidizi di “genocidio” nella guerra del 2020
Numerosi sono gli indizi che conducono a presumere la presenza di operazioni di pulizia etnica o genocidio. È ben nota la storia delle persecuzioni subite dal popolo armeno nel secolo scorso ad opera della Turchia, spalleggiata in questa sua azione anche dagli azeri, ostili agli armeni non solo per etnia e religione, ma anche per posizionamento geografico: le terre abitate dagli armeni si frappongono al ricongiungimento dell’Azerbaijan con la patria culturale turca.

Negli ultimi mesi i discorsi pubblici di rappresentanti politici azeri e dello stesso presidente turco Recep Tayyip Erdogan hanno evocato i cosiddetti “avanzi della spada”, termine con il quale si fa riferimento alle popolazioni cristiane, come greci, assiri e soprattutto armeni, presenti all’interno degli stati a maggioranza turca.

Durante il conflitto appena concluso, la distruzione di simboli e luoghi culturali e religiosi cari al popolo armeno è stata motivata in modo tutto ingiustificato da ragioni di opportunità o tattica militari. Il bombardamento di aree residenziali e le incursioni di milizie irregolari provenienti dalla Siria, dove si erano già distinte per operazioni di pulizia etnica a danno dei curdi, mostra il desiderio di colpire la popolazione civile in larga maggioranza armena. Quest’ultima ha abbandonato le abitazioni, per il timore di rappresaglie e violente discriminazioni.

L’organizzazione Genocide Watch ha condotto un’analisi della situazione e ha concluso che, allo stato attuale, da parte dell’Armenia c’è stata una persecuzione della popolazione azera, ma non ci sono segni dell’intenzione di commettere un genocidio.

Più preoccupante è invece l’atteggiamento dell’Azerbaijan che, allo scopo di indurre alla migrazione forzata la popolazione armena del Nagorno Karabakh, sembra essere animato dall’intenzione di commettere azioni che rientrano nella definizione di genocidio.

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Ilham Aliyev, presidente Azerbaijan – Foto: President of Azerbaijan (via Wikimedia)
Attacchi indiscriminati contro i civili in Nagorno Karabakh
In base ai rapporti e alle documentazioni di numerosi giornalisti, nonostante la precisione delle armi utilizzate e dei droni a guida laser forniti da Turchia e Israele, i bombardamenti indiscriminati contro aree residenziali di Stepanakert e villaggi minori del Nagorno Karabakh, nonché contro le città azere di Tartar e Barda, hanno causato la morte e il ferimento di centinaia di civili.

Sistematica è stata anche la distruzione di edifici civili di uso non strategico militare, scuole, asili, chiese e ospedali con conseguente impossibilità di garantire il diritto alla salute, alla libertà di culto e all’educazione.

L’Alto commissario delle Nazioni per i diritti umani, Michelle Bachelet, in un comunicato ufficiale del 2 novembre 2020 ha espresso la sua preoccupazione per tali operazioni che violano i principi di distinzione e proporzionalità stabiliti dal diritto internazionale umanitario e si configurano quindi come crimini di guerra: sia l’Azerbaijan sia l’Armenia hanno ratificato le quattro Convenzioni di Ginevra.

Secondo fonti dell’autoproclamato governo dell’Artsakh, il 50% di Stepanakert sarebbe stato colpito (compresi i due ospedali principali), così come numerosi villaggi e circa 60 tra scuole e asili.

Esecuzione sommaria dei prigionieri di guerra
Vari video e documenti audio testimonierebbero la tortura e l’esecuzione sommaria di prigionieri armeni da parte di combattenti filo-azeri. Nel comunicato del 2 novembre Michelle Bachelet ha denunciato in particolare il caso, ben documentato, di due soldati armeni, Benik Hakobyan (73 anni) e Yuri Adamyan (25), catturati e successivamente giustiziati sommariamente a Stepanakert. Anche il Consiglio d’Europa ha dichiarato che indagherà sull’episodio.

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Tombe di soldati azeri della guerra del Karabakh (2006) – Foto: Neftchi (via Wikimedia Commons)
Bombe a grappolo: la denuncia di Amnesty e Human Rights Watch
Amnesty International e l’ong Human Rights Watch hanno confermato l’uso di numerose bombe a grappolo di fabbricazione israeliana in aree residenziali, sia da parte dell’Azerbaijan sia dell’Armenia, che hanno causato vittime prevalentemente civili. Si tratta di ordigni proibiti dalle convenzioni internazionali in quanto, oltre ai devastanti effetti immediati creano un pericolo a lungo termine per la popolazione civile, in quanto spesso le “submunizioni” non esplodono al momento dell’impatto, ma si depositano al suolo per poi agire come mine antiuomo.

Sebbene nessuno dei due paesi abbia sottoscritto la Convenzione internazionale sulle bombe a grappolo del 2009, essi sono comunque vincolati dal principio di distinzione tra combattenti e non combattenti presente nelle Convenzioni di Ginevra e nel diritto internazionale consuetudinario.

Armi proibite: le munizioni al fosforo nella guerra in Nagorno Karabakh
Da più fonti è emerso che l’esercito dell’Azerbaijan avrebbe utilizzato armi chimiche, per la precisione munizioni al fosforo, proibite dal diritto internazionale, per bersagliare le foreste del Nagorno Karabakh. Le particelle incandescenti di fosforo bianco, oltre a incendiare la vegetazione, provocano gravi ustioni chimiche che penetrano nelle vittime consumandone i tessuti; inoltre, fissandosi sugli abiti, ustionano successivamente anche i soccorritori.

Durante il conflitto molti civili avevano abbandonato le loro case per rifugiarsi nelle foreste, in prossimità di insediamenti civili: questi ulteriori bombardamenti, non solo costituiscono un attacco illegittimo verso i combattenti, ma mostrano la volontà di colpire la popolazione civile e provocare disastri ambientali nelle aree del conflitto, incendiando boschi e inquinando i corsi d’acqua per anni.

Circa 2.000 ettari di foresta sarebbero stati interessati, in questa regione la cui economia è in parte legata alle foreste e che presenta un tasso di flora e fauna endemica tra i più elevati del pianeta.

Nagorno Karabakh oggi: il dopoguerra
Secondo i report del Comitato internazionale della Croce Rossa (Icrc), migliaia di persone sono tuttora colpite dalle conseguenze immediate del conflitto e la situazione è peggiorata con l’arrivo dell’inverno. Le bombe e le mine inesplose minacciano gli abitanti, mentre le condizioni climatiche rendono le operazioni di recupero delle vittime nelle zone del conflitto assai difficili.

L’Icrc si sta occupando, come da proprio mandato, sia dei prigionieri e dei civili imprigionati durante il conflitto, per far sapere ai familiari la loro condizione e lo stato di salute, sia delle persone “scomparse”, sulla cui sorte cerca di far luce.

Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), le priorità al momento sono il supporto alle famiglie che non sono più in grado di far ritorno alle proprie case e la fornitura di beni di prima necessità ai rifugiati, per la maggior parte armeni che rimarranno in Armenia, almeno per tutta la durata dell’inverno.

Continuano infatti ad arrivare spontaneamente sfollati dai territori del Nagorno Karabakh conquistati dall’Azerbaigian, i quali chiedono il riconoscimento di protezione e diritti dall’Armenia. In questo contesto, inoltre, mancano misure di sicurezza e di contenimento del nuovo coronavirus, i cui casi sono in aumento tra la popolazione sfollata.

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NewsDigest: due mesi dopo la tregua in Nagorno Karabakh (Interris 07.01.21)

Già da quasi due mesi, dopo la conclusione temporanea della guerra in Artsakh, a seguito della dichiarazione congiunta del presidente russo, presidente azero e premier armeno, decine di aerei IL, elicotteri Mi-8 e Mi-24 della Russia hanno volato sopra Yerevan verso l’Artsakh per portarci il contingente di pace russa.

Gli Armeni di tutto il mondo rimangono feriti dal fatto di una cessazione della guerra che appoggia unilateralmente gli interessi delle dittature di Erdogan e Aliyev. Oggi assistiamo a delle politiche completamente di parte, perseguite da alcune strutture, organizzazioni e comuni, che purtroppo vedono ancora l’Armenia come ‘aggressore’ nei confronti del tandem Turchia-Azerbaijan-mercenari dell’ISIS – una posizione che rivela una scarsa conoscenza dell’argomento (o frutti della diplomazia del caviale?).

La dichiarazione risulta come una violazione del mandato del gruppo di Minsk, in quanto la Francia e gli Stati Uniti sono stati lasciati fuori dal processo della conclusione di un accordo che prevedesse il trasferimento nell’arco di un giorno, del contingente di pace soltanto di un paese co-presidente del Gruppo di Minsk (la Russia). Non è stato discusso anche alcun punto che riguardasse il coinvolgimento della Turchia.

Festeggiando l’occupazione delle terre dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) le quali non avevano mai fatto parte della Repubblica [indipendente] dell’Azerbaijan, e gongolando per la mancanza di alcun punto sullo status dell’Artsakh nel documento della dichiarazione trilaterale, con la boccaccia compiaciuta, Aliyev annuncia davanti agli armeni e davanti al mondo che finché egli resterà sul trono, non ci sarà nessuno “status” per l’Artsakh. Questa è la sua completa negazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione, ma anche un gesto cinico, di presa in giro del Gruppo di Minsk.

Lo ha fatto anche il 12 dicembre a Baku, ricevendo la delegazione del Gruppo di Minsk dell’OSCE: messaggio centrale – “il gruppo di Minsk non è stato utile e noi abbiamo risolto il nostro problema manu militari” – pari ad un’azione di sputare nella faccia dell’Europa, dell’Occidente.

Invece due giorni prima, il 10 dicembre, nella parata militare avrebbe dichiarato i nuovi obbiettivi e traguardi – già tutti nel territorio della Repubblica d’Armenia: la regione di Zangezur, il Lago di Sevan e la capitale dell’Armenia Yerevan sono stati dichiarati “territori storici dell’Azerbaijan”, invece Erdogan ha praticamente dedicato la vittoria contro gli Armeni ad uno degli organizzatori e perpetratori del Genocidio degli Armeni – Enver Pasha, ucciso a suo tempo da Hakob Melkumyan, un Armeno, originario proprio di Artsakh.

Allora nonostante il fatto che con la dichiarazione si sia concordato che “La Repubblica dell’Azerbaigian e la Repubblica d’Armenia si fermano sulle rispettive posizioni.”il tandem turco-azero già procede a contestare anche i territori della Repubblica d’Armenia.

Dopo la dichiarazione trilaterale sulla cessazione delle ostilità, gli azeri hanno lanciato un nuovo attacco nel sud di Artsakh, nella direzione dei villaggi Hin Tagher e Khtsaberd, occupando anche questi territori, in violazione della dichiarazione congiunta.

Nei distretti adiacenti, le zone limitrofe dell’Artsakh, è in atto una pulizia etnica, nonché un vero e proprio genocidio culturale. Gli abitanti dei villaggi armeni di Artsakh e lungo il confine armeno-azero, vengono terrorizzati dalle forze turco-azere aiutate dai mercenari jihadisti (molti di quest’ultimi, comunque, sono stati uccisi nella guerra contro gli armeni). Secondo diverse fonti, decine di civili e più di 100 soldati armeni sarebbero ancora in ostaggio.

Chiese, complessi monastici e monumenti armeni plurisecolari (tra cui anche la Cattedrale di Ghazanchetsots e la Kanach Zham di Shushi, numerosi khachkar, sculture e opere d’arte) vengono sistematicamente dissacrati e vandalizzati dagli occupanti azeri (le scene richiamano il genocidio culturale [documentato] del Nakhichevan tra 1998-2008, invece la pulizia etnica avviene nella stessa vena come quella degli anni 1988-1990 di Sumgayit e Baku.

Questi atti vengono commessi, in barba alla stessa dichiarazione trilaterale, come testimonianze di un genocidio culturale in corso, iniziato, ironicamente, subito dopo la conversazione telefonica del 14 novembre 2020, tra Putin e Aliyev, durante la quale quest’ultimo aveva promesso di procurarsi della sicurezza e conservazione dei monumenti culturali e religiosi nelle zone passate all’Azerbaijan e di garantire l’accesso libero per eventuali visitatori.

Ancora una volta, allora, le forze turco-azere-jihadiste si adoperano per distruggere ogni monumento più vecchio dello stato azero, ogni traccia di civiltà armena che potrebbe attestare la presenza di Armeni cristiani nell’Artsakh fin dai tempi quando la Turchia e l’Azerbaijan non si trovavano ancora sulla mappa del mondo.

Insomma, cosa abbiamo visto nel caos degli ultimi due mesi? Azeri, turchi e mercenari siriani che

a) abbattono le croci delle chiese armene nei territori riconquistati gridando “Allahu akbar”, b) derubano le case degli Armeni facendosi beffe delle realtà e degli artefatti della cultura armena

dei simboli di Cristianità ,

c) distruggono i cimiteri degli Armeni ,

d) giustiziano i prigionieri di querra e i civili di nazionalità armena, senza distinzione di sesso o età.

Per immaginare la portata del problema, notiamo solo che le scene descritte sopra si registrano oggi nei 121 comuni armeni persi ai terroristi. Come risultato, sono in pericolo decine e decine di siti religiosi e architettonici i quali fanno parte del patrimonio mondiale della cultura cristiana. Per molti di questi, purtroppo, si sta scrivendo una nuova storia dai storiografi ad-hoc del regime dittatoriale di Aliyev.

Dunque, ci sono due processi concorrenti – pulizia etnica e genocidio culturale contro gli armeni, entrambi organizzati e messi in atto dal tandem turco-azero.

Mentre in Europa si continua a trascurare il dolore dell’Armenia e dell’Artsakh e a proteggere i diritti dell’ Islam, stigmatizzando chi vorrebbe esprimersi contro, con il marchio di “islamofobo”, sul confine est dell’Europa i cecchini terroristi e mercenari dell’Azerbaijan prendono in ostaggio 11 civili armeni dell’Artsakh, cacciano gli ultimi preti dai monasteri armeni dei territori conquistati dal tandem turco-azero, per poi dissacrarle e vandalizzarli come hanno fatto con migliaia di monumenti storici armeni del Nakhichevan

Le iniziative di richiamare i barbari a responsabilità sono marginalizzati, per nominare solo un esempio, notiamo le Sanzioni contro Ilham e moglie da parte del governi di singoli paesi (come, ad esempio, i Paesi Bassi contro l’Azerbaijan e la Turchia, per le violenze ei crimini di guerra contro il Nagorno Karabakh).

Comunque, i grandi media aggirano questi dettagli, se non tacciono completamente sul dolore degli armeni. Si parla, invece, della messa in funzione della TAP…. “Domenica 15 novembre ha cominciato l’attività commerciale con le consegne di metano in Italia il gasdotto Tap, che comincia nell’Azerbaigian appena uscito da una guerra convulsa e brevissima con l’Armenia”. E in quel contesto, si parla, ironicamente, di aiutare gli aggressori turco-azeri, “affinchè il ritorno all’Azerbaijan del controllo di alcune aree del Nagorno-Karabakh sia solo il primo tassello di una ripartenza all’insegna di nuove, reciproche, prospettive strategiche”.

Insomma, una pagina cupa per il popolo armeno e non meno vergognosa per l’Europa, nella maggior parte inerme, la quale praticamente ha sacrificato una giovane democrazia – quella dell’Artsakh – e allo stesso tempo, la propria sicurezza a lungo termine, dato il fatto che nelle realtà parallele di questo annus horribilis abbiamo ugualmente assistito alle decapitazioni dei soldati armeni in Artsakh e, dall’altro lato, alle decapitazioni dei cittadini dell’Ue, sulla base della stessa ideologia islamista-estremista.

Qui andrebbe sottolineato il fatto che nell’arco degli ultimi 30 anni il regime dittatoriale degli Aliyev ha coltivato una generazione armenofoba, iniziando dall’asilo nido e fino al livello di scuole e università dove si impara pure la lingua armena come la lingua del “nemico aggressore”; i seguaci/vittime di questa politica antiarmena poi vengono usati nella propaganda anti-armena e pubblicano “ricerche” falsificando i fatti storici e presentando tutta l’Armenia come parte di un “storico Azerbaijan”, nome che nemmeno si trovava sulla mappa del mondo prima del 1918.

I soldati armeni presi in ostaggio vivono orrori senza fine, vedendo la tortura e la decapitazione dei compatrioti. L’Armenia, l’Artsakh e le organizzazioni internazionali come la Human Rights Watch hanno denunciato le violenza, la tortura e il maltrattamento degli ostaggi armeni e prigioneri di guerra , reati commessi sul suolo etnico e religioso dai militari di una generazione azera che sogna ancora un massacro contro il popolo armenoAl contrario, gli armeni in molti casi documentati, hanno aiutato i feriti dell’esercito azero.

Il paradosso sta nel fatto che l’Europa, già sotto il peso di un modello “ultra-democratico” che ha fatto fiorire, tra l’altro, l’estrema destra ultranazionalista, xenofoba, panturchista e islamista, sta cercando di prevenire i cruenti attacchi contro i civili dei paesi europei (ricordiamoci del caso dei Lupi grigi)ma allo stesso tempo, continua, in modo indiretto, a fomentare fascismo e terrorismo nel Caucaso del sud, in nome dei grossi interessi energetici.

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