System of a Down: ‘Finché siamo dalla stessa parte possiamo continuare a fare musica’. Video (Rockol.it 15.01.21)

Lo scorso 6 novembre i System of a Down hanno sorpreso i propri fan interrompendo un silenzio discografico che durava da 15 anni, ovvero dall’uscita del dittico composto da “Mezmerize” e “Hypnotize” del 2005, pubblicando i brani “Protect the Land” e “Genocidal Humanoidz” per raccogliere fondi a favore della popolazione armena a seguito del conflitto tra Armenia e Azerbaigian sulla regione contesa dell’Artsakh.

Recentemente intervistati da Zane Lowe per Apple Music, Serj Tankian e Shavo Odadjian hanno raccontato come sono nate le due canzoni che hanno segnato il ritorno della formazione di origini armene, spiegando che “è stato davvero fantastico” per i componenti della band di “Toxicity” lavorare di nuovo insieme, e hanno parlato della possibilità di ascoltare altra nuova musica dei SOAD in futuro.

A proposito dei più recenti brani dei System of a Down, Tankian ha detto: “Ovviamente abbiamo canzoni che non sono necessariamente sociopolitiche, ma anche divertenti, ogni genere di cosa. Credo che quando lo abbiamo fatto lo abbiamo fatto bene”. Ha aggiunto: “Questa volta siamo stati eccezionali in questo senso, non per lodarci o qualcosa del genere. Il fatto che abbiamo usato la musica come un’arma, senza rimorsi, è così che dovrebbe essere. Sono davvero orgoglioso di quello che abbiamo fatto. È stato davvero fantastico”.

ll frontman della formazione di “Chop Suey!” – che nel corso del 2020 ha più volte spiegato perché, prima dell’uscita di “Protect the Land” e “Genocidal Humanoidz”, in 15 anni non ha presentato materiale inedito insieme al suo gruppo – parlando del futuro della band ha dichiarato:

“Il futuro è un mistero. Vedremo cosa accadrà. Le vibrazioni sono molto positive. Finché siamo dalla stessa parte, possiamo continuare a fare musica, se siamo sulla stessa lunghezza d’onda”.

A margine della chiacchierata con Zane Lowe, Shavo Odadjian ha – tra le altre cose – narrato che non avrebbe mai voluto che i System of a Down si prendessero una pausa tra il 2006 e il 2011 e che spera che non riaccada di nuovo in futuro. Odadjian ha spiegato: “Anche quando ci siamo sciolti per un po’ verso il 2006, sono sempre stato un supporter della band”. Ha continuato: “Sono sempre per l’idea che dovremmo continuare per sempre. Non chiameremo mai una fine. Mi rifiuterò. Non mi interessa. Mi rifiuterò se qualcun altro lo farà. Fino a quanto saremo tutti in vita saremo un gruppo”.

Sulla possibilità che i System of a Down, dopo i due singoli dello scorso novembre, tornino nuovamente in studio di registrazione per lavorare su nuova musica, il bassista della formazione di origini armene ha fatto sapere: “Affinché possa accadere per bene com’è stato in passato e come potrebbe essere in futuro, dobbiamo essere tutti sulla stessa lunghezza d’onda, ed essere contenti e soddisfatti di ciò che stiamo facendo. Se uno di noi non lo fosse, significherebbe che non è la cosa giusta da fare. Questo è il fattore decisivo”.

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Settimana preghiera unità cristiani: Altamura, tre appuntamenti ecumenici e di dialogo interreligioso in diretta su YouTube (SIR 15.01.21)

Tre appuntamenti di cammino, ascolto, conoscenza e dialogo trasmessi in diretta sul canale YouTube della diocesi con possibilità di interagire attivamente con i relatori attraverso lo strumento dei commenti al video in streaming. A proporli, in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, è l’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della diocesi di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti in collaborazione con l’Ufficio per le comunicazioni sociali e il Servizio informatico.
In preparazione alla XXXII Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei (17 gennaio), nella serata di ieri, giovedì 14, Vittorio Robiati Bendaud (coordinatore Tribunale Rabbinico del Centro-Nord Italia) ha tenuto la meditazione “Il libro del Qohelet dalle cinque Meghillot”. In apertura della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio), il 18 gennaio alle 20 si svolgerà un dialogo a tre voci “Rimanete nel mio amore: produrrete molto frutto (Giovanni 15, 1-17)” tra il vescovo Giovanni Ricchiuti, p. Florin Carling (Chiesa ortodossa romena in Altamura) e il pastore Nicola Colafemmina (Chiesa pentecostale Fiumi di Acquaviva in Acquaviva delle Fonti).
Infine, all’indomani del Giorno della memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati nei campi nazisti (27 gennaio), giovedì 28 è in programma alle 20 il dialogo a tre voci “Ebrei e Armeni: attualità di genocidi” tra il già citato Robiati Bendaud, la scrittrice di origine armena Antonia Arslan e Siobhan Nash-Marshall, docente di filosofia teoretica al Manhattanville College di New York.

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«Case, chiese, santuari, a Shusha gli azeri stanno distruggendo tutto» (Tempi.it 14.01.21)

«Shusha è ancora nelle mani degli azeri. Secondo i nostri corrispondenti, la situazione sta peggiorando ogni giorno. In particolare, mi è stato detto che stanno distruggendo case, santuari armeni e il nostro patrimonio culturale. Se la situazione continua così, non rimarranno tracce di armeni lì. Troveranno qualcosa da distruggere ogni giorno». Come decine di migliaia di famiglie anche il padre Andreas Taadyan rettore della cattedrale di Cristo San Salvatore, nella “città sacra” di Shusha, ha vissuto il Natale ortodosso da rifugiato a Stepanakert, capitale della Repubblica dell’Artsakh, aiutando gli sfollati, celebrando le messe e cercando di ricostruire le comunità disperse dal 9 novembre, quando l’Armenia è stata costretta a riconoscere la sconfitta contro gli azeri e cedere numerosi territori all’Azerbaigian. «Non credo che conserveranno o ristruttureranno i monumenti cristiani, come abbiamo fatto quando abbiamo rinnovato la moschea della città. Se decidessero di distruggere la nazione armena, distruggerebbero i monumenti per sempre».

SALVO SOLO MONSTERO DI DADIVANK, CUSTODITO DAI RUSSI

È una drammatica intervista quella rilasciata al National Catholic Register da padre Taadyan: l’unico monumento che al momento si è salvato dalla furia degli azeri, che nei villaggi conquistati hanno seminato morte e decapitazioni, è il monastero di Dadivank, custodito dalle forze di pace russe grazie ai negoziati condotti dal Catholicos Karekin II, patriarca della Chiesa Apostolica Armena, «pochi giorni fa, l’abbiamo visitato a bordo di veicoli blindati, poiché il luogo è circondato dagli azeri. Ma temo che, purtroppo, i terroristi prima o poi punteranno a distruggere tutti monumenti su quel territorio, come la chiesa di Tsitsernavank o quella della provincia di Hadrut». Le chiese, spiega il rettore, hanno i giorni contati: a Shusha, San Giovanni Battista è stata fatta esplodere e presto anche la storica cattedrale di Cristo San Salvatore, simbolo della cristianità armena sin dal XIX secolo, potrebbe finire in cenere: non c’erano postazioni militari o strategiche intorno all’edificio, già danneggiato durante il pogrom antiarmeno del 1920, la guerra del Nagorno Karabach del 1988 e i bombardamenti dell’aviazione azera nel 1992, eppure è lì che combattenti e mercenari di Erdogan, giunti in Azerbaigian per sostenere la «crociata contro i cristiani» hanno puntato i razzi l’8 ottobre scorso.

LA CATTEDRALE SVENTRATA DELLA GERUSALEMME DELL’ARTSAKH

«C’erano molte chiese a Shusha», racconta padre Taadyan della “Gerusalemme del Nagorno-Karabakh”, città dalla vivace vita culturale e religiosa: dodici i giornali fondati e tre o quattro sacerdoti a capo di ogni comunità parrocchiale che dopo il massacro del 1920 riedificarono gli edifici sacri suonando le campane per tutte le città vicine. L’ultima immagine che religiosi e abitanti si sono portati via scappando con i loro soli vestiti a Stepanakert è quella della cattedrale sventrata, una grande voragine nel tetto crollato su altare e navata, le icone intatte alle pareti a vegliare su un enorme ammasso di macerie. Senza tetto, come la maggior parte della popolazione sfollata che terrorizzata dalla guerra prova a dirigersi verso l’antica Yerevan, capitale armena: nessuno si sente al sicuro «perché non c’è pace nelle città e nei villaggi di confine. Le persone sono in pericolo permanente; gli azeri entrano spesso nei villaggi di confine, cercando di rubare animali per terrorizzare le persone».

RITORNARE A CASA, IMPAURITI E SENZA I BAMBINI

Tempi vi ha già raccontato delle atrocità commesse dai conquistatori, documentate nei video diffusi su internet e confermate da un’inchiesta indipendente del Guardian: «Ecco come ci vendichiamo: tagliando teste», grida in uno dei filmati una voce fuori campo mentre un membro dell’esercito azero davanti a una telecamera sgozza e decapita con un coltello un uomo armeno, per poi porre la testa mozzata su un animale morto. «Il nostro governo e il nostro esercito devono proteggere questi luoghi in modo che la nostra gente possa essere veramente al sicuro». In questi giorni, spiega a Ncr padre Taadyan, sono molte le famiglie che hanno deciso di tornare a casa «nonostante il pericolo, ma molte di queste non vogliono portare con sé i propri figli perché il posto non è ancora sicuro».

«SIAMO CIRCONDATI DAGLI AZERI, TUTTO È NELLE MANI DI DIO»

A Stepanakert i religiosi stanno cercando di tenere unito il popolo armeno, lavorando con le amministrazioni per registrare chiunque non abbia casa, cercando di aiutare le famiglie con tanti bambini e i compatrioti fuggiti a Yerevan e hanno perso abitazione e lavoro, «sperando sempre in giorni migliori. In questo momento siamo circondati dagli azeri, che rappresentano un pericolo concreto per ciascuno di noi, ma tutto è nelle mani di Dio». Nel silenzio dell’Occidente un barlume di speranza è stato acceso dalla Repubblica francese, «poiché il Parlamento ha recentemente approvato una risoluzione per il riconoscimento (del Nagorno Karabakh, ndr). Almeno, non abbiamo perso la speranza che un giorno l’Artsakh venga liberato. Saremmo molto grati al mondo».

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SYSTEM OF A DOWN, SERJ TANKIAN NON ESCLUDE NUOVA MUSICA (Radiofreccia 14.01.21)

Il 2020 ha portato, tra lo stupore di tutti, i primi nuovi inediti dei System Of A Down da moltissimi anni a questa parte, ‘Genocidal Humanoidz’ e ‘Protect The Land’, attualmente nella Top 20 di Radiofreccia e ora il frontman della band Serj Tankian e il bassista Shavo Odadjan aprono alla possibilità di nuova musica insieme a distanza di oltre 15 anni dall‘ultimo disco.

Il ritorno dei System Of A Down ha preso tutti alla sprovvista. Una band che da oltre 15 anni non riesce a mettere da parte i dissapori interni per registrare un nuovo disco, limitandosi alla sola attività dal vivo, che all’improvviso annuncia non una ma ben due tracce inedite.

La motivazione che ha spinto la formazione di origine armena è stata, come spesso accade, di carattere sociale e politico e ‘Protect The Land’ e ‘Genocidal Humanoidz’ hanno avuto il compito di mettere sotto i riflettori gli scontri che hanno colpito il territorio armeno dell’Artsakh e di raccogliere fondi per aiutare le numerose vittime del conflitto.

L’operazione dei System Of A Down con i due brani  è riuscita a fruttare in una sola settimana ben 600.000 dollari interamente devoluti ad Armenia Fund, un’organizzazione che si occupa di supportare le vittime del conflitto.

Bisogna essere tutti sulla stessa lunghezza d’onda

La domanda che tutti i fan si sono subito posti è stata: uscirà un nuovo disco dei System Of A Down?

Nelle prime uscite pubbliche la band è stata poco incline a dare una risposta affermativa ma in una recente intervista con Zane Low per Apple MusicSerj Tankian e il bassista Shavo Odadjan non hanno escluso del tutto la possibilità di un ritorno in studio per la band di origine armena.

Gli ultimi dischi dei System Of A Down, infatti, risalgono al 2005, anno in cui i SOAD pubblicarono “Mezmerize” e “Hypnotize”.

Parlando con Apple Music, Shavo si è dichiarato sempre e comunque un fan della band: “Personalmente, sin dal primo momento, anche quando ci siamo sciolti per un po’ verso il 2006, sono sempre stato un supporter della band – ha detto il bassista – sono sempre dalla parte di quelli che pensano che dovremmo continuare per sempre. Mi rifiuto di gettare la spugna, non mi importa, non mi importa di ciò che pensano. Fino a quanto saremo tutti in vita saremo un gruppo, ci credo ancora”.

Sulla possibilità di tornare a produrre del nuovo materiale dopo le uscite dello scorso anno Shavo dice che c’è bisogno di una condizione fondamentale, ovvero del trovarsi tutti sulla stessa linea: “Perché ciò accada per bene come è stato in passato e al meglio delle possibilità dobbiamo essere tutti sulla stessa lunghezza d’onda ed essere tutti felici per ciò che stiamo facendo. Se non fosse così per solo uno di noi, significherebbe che non è la cosa giusta. E’ questo l’elemento fondamentale per la nostra scelta”.

Così non è stato per questi ultimi quindici anni in cui la band ha saputo ritrovarsi solo su un palco: “In questi 15 anni ci abbiamo provato ma c’era sempre qualcuno che aveva meno passione, in tal caso non ha senso. Spero che riusciremo ad essere tutti nello stesso stato mentale di potere tornare a farlo. Se così non sarà non mi accontenterò di quello che c’è, o tutto o niente”. 

Se siamo dalla stessa parte possiamo continuare a fare musica insieme

Anche il cantante dei SOAD Serj Tankian è d’accordo con il compagno di band ed è felice di come la nobile causa di supportare il popolo armeno abbia riunito di nuovo i System Of A Down in uno studio:

“Sono completamente d’accordo, tornare a suonare insieme ci è sembrato più che speciale. Tutto è parso molto naturale, del resto è qualcosa che abbiamo fatto per così tanto tempo e per me è stato molto importante specialmente il fatto di avere una causa per farlo – ha detto il cantante dei SOAD – Una cosa è fare qualcosa per te stesso, per la tua band, per la musica, la carriera o il business. Un’altra è farla per qualcosa che è totalmente al di fuori dei tuoi interessi, donare il ricavato in modo che la canzone e il gruppo diventano parte, una grossa parte, dell’attivismo. Credo che averlo fatto con questa band sia una cosa unica, lo abbiamo fatto in passato attraverso la nostra musica, anche se abbiamo anche canzoni che non sono per forza sociopolitiche ma anche divertenti, abbiamo di tutto. Credo che quando lo abbiamo fatto lo abbiamo fatto bene” 

“Questa volta – continua Tankian – siamo stati eccezionali in questo senso. Non voglio vantarmi ma abbiamo la musica come un’arma senza rimorsi, ed è così che dovrebbe essere. Sono davvero orgoglioso di ciò che abbiamo fatto e mi sono sentito benissimo”.

Ma quindi, ci sarà un nuovo disco dei System Of A Down? Secondo Serj Tankian tutto è possibile:

“Il futuro è un mistero, vedremo cosa succedere. Le vibrazioni che proviamo sono molto positive. Fino a quando saremo dalla stessa parte possiamo continuare a fare materiale”.

System Of A Down, Serj Tankian non esclude nuova musica

Serj Tankian protagonista del documentario “Truth To Power”

Serj Tankian sarà anche protagonista di “Truth To Power”, un documentario che racconterà di come il  cantante e leader dei System Of A Down sia stato una figura cruciale nel portare a conoscenza di tutto il mondo la questione armena, e la rivoluzione Armena del 2018 sia con la sua musica che con l’ impegno sociale e l’attivismo politico.

Il film sarà disponibile in streaming a partire dal 19 febbraio 2021 con una durata di 79 minuti per la regia di Garin Hovannisian che ha dichiarato: “Con Oscilloscope e Live Nation a guardarci le spalle, la musica e il messaggio del nostro film può ora toccare i cuori e le menti delle platee di tutto il mondo, inspirando tutti noi a dire e portare avanti la verità davanti ai potenti”.

La pellicola è da tempo in lavorazione e già nel 2018 Tankian ne aveva parlato in un’intervista con Rolling Stone USA anticipando di avere “Un documentario in fase di lavorazione che con i miei occhi guarda a come un messaggio diventa realtà attraverso l’arte”.

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Cosa c’è dietro la cooperazione fra Turchia, Azerbaigian e Pakistan (Formiche.net 14.01.21)

Geopolitica e “risposta” comune agli accordi Abraham: si sta snodando una nuova strategia alla base della rinnovata amicizia fra i tre player che, ognuno a modo suo, dimostrano mire precise nella macro regione di appartenenza

Cosa c’è davvero dietro la cooperazione fra Turchia, Azerbaigian e Pakistan che si sono accordate ufficialmente per combattere l’islamofobia, la discriminazione e la persecuzione delle minoranze musulmane? La preoccupazione diffusa dai tre Paesi per le gravi violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità commessi contro le comunità musulmane in varie parti del mondo cela il progetto di fare muro contro le conseguenze degli accordi di Abraham, che toccano anche il Marocco in chiave geopolitica e il Mediterraneo in chiave energetica

DIALOGO

I ministri degli Esteri dei tre Paesi hanno annunciato la creazione di una piattaforma comune per rafforzare il dialogo trilaterale. Da Islamabad, in sostanza, prende avvio una fase di collaborazione articolata per combattere le persecuzione delle minoranze musulmane, in particolare nei forum regionali e internazionali. Accanto a ciò è stato discusso il tema legato alle conseguenze economiche dovute alla pandemia: a questo proposito hanno concordato uno scambio costante di informazioni, al fine di lavorare ad una maggiore solidarietà internazionale.

OLTRE L’ACCORDO?

Oltre quell’accordo c’è dell’altro. In primis l’idea di costruire una soluzione sostenibile e reciprocamente accettabile della questione di Cipro, direttamente connessa alla partita per il gas aperta nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale sulla base del diritto internazionale. Un annuncio che però si discosta dalla nota avversione di Erdogan alla Convenzione di Montego Bay e al Trattato di Lisbona, che ha delimitato dopo il primo conflitto mondiale le acque internazionali tra Turchia e Grecia.

Ma non è tutto, perché Turchia, Azerbaigian e Pakistan mirano ufficialmente a porre fine al conflitto tra Armenia e Azerbaigian, investendo su una generica normalizzazione. Come? Partendo, dicono in una nota ufficiale, dalla sovranità e dall’integrità territoriale dei confini internazionalmente riconosciuti all’Azerbaigian in conformità con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Parole che però non tengono conto di “come” Ankara abbia spinto sul Nagorno Karabakh anche con l’utilizzo dei suoi droni, gli stessi che hanno fatto la differenza in Libia.

STRATEGIE

Su questo si segnala la strategia messa a punto dal presidente russo, Vladimir Putin, e da Erdogan al fine di elaborare una sorta di Centro bilaterale per il monitoraggio dell’attuazione del cessate il fuoco. Come ha riferito il Cremlino l’obiettivo è “garantire il rispetto del cessate del fuoco e tutte le attività militari nell’area del conflitto”. Un passo formale che segue l’intesa trilaterale raggiunta da Russia, Armenia e Azerbaigian il 9 novembre scorso. Secondo il presidente azero Ilham Aliyev il centro turco-russo sarà ad Aghdam, un distretto del Nagorno-Karabakh che è stato consegnato all’esercito azero il 20 novembre scorso come condizione della tregua.

La tesi pubblicamente sostenuta da Erdogan è che la Turchia lavora per creare quell’humus utile ad azeri e armeni per vivere insieme nel Nagorno-Karabakh. Lo scorso novembre, va ricordato, il parlamento turco aveva approvato la mozione per lo spiegamento di truppe in Nagorno-Karabakh per un anno.

ABRAHAM

La rinnovata partnership tra Turchia, Azerbaigian e Pakistan va però letta in filigrana, senza evitare di analizzare le ripercussioni degli accordi di Abraham. Erdogan si è persino spinto a dire la Turchia è favorevole al miglioramento delle relazioni diplomatiche con Israele, “ma la sua politica palestinese è inaccettabile per Ankara”, entrando in quel solco di critiche agli accordi di Abraham già tracciato da Hamas. Appare evidente che la mossa israeliana di aver ripristinato con successo le relazioni diplomatiche tra il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti (come parte dell’accordo Abraham mediato dagli Stati Uniti) sia uno dei principali elementi che sta determinando reazioni a catena nell’intero quadrante mediorientale.

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Nagorno-Karabah, riaprono i passaggi con Turchia, Russia, Iran (Asianews.it 14.01.21)

Grazie alla mediazione di Putin, si riaprono prospettive per la rinascita economica della regione. Soldati russi per lo sminamento dei territori e la ricostruzione dei passaggi interrotti. Pašinyan non ha ottenuto il ritorno dei prigionieri. Cresce l’opposizione interna.

Mosca (AsiaNews) – I corridoi che permettono i trasporti fra il Nagorno Karabakh e i Paesi attorno (Armenia, Azerbaijan, Turchia, Russia, Iran, …) verranno presto riaperti. Lo ha assicurato il presidente russo Vladimir Putin dopo 4 ore di discussione con l’armeno Nikol Pašinyan (foto 2) e l’azero Ilham Aliev (foto 3).

Le trattative, tenutesi lo scorso 11 gennaio, non hanno sciolto tutti i nodi del conflitto, ma hanno presentato alcune prospettive per la rinascita economica della regione.  Martoriata dagli scontri armati negli ultimi mesi, la sua pace è per ora garantita da “pacificatori” russi e turchi.

Putin ha garantito che i corridoi dei trasporti verranno riaperti grazie al lavoro dei soldati russi che smineranno i territori e ricostruiranno i passaggi interrotti.

I due leader in conflitto hanno ascoltato il presidente russo con espressioni non molto concilianti: Aliev era molto freddo e Pašinyan estremamente nervoso (fino all’ultimo il suo arrivo era stato messo in dubbio); si sentiva poi la mancanza del “convitato di pietra” turco, il presidente Recep Tayyip Erdogan, che negli ultimi interventi ha insistito sulla necessità che la Turchia partecipi a tutti i processi post-bellici nella regione. Putin sembra voler imporre il formato tripartito esclusivo delle trattative, mentre Aliev ha parlato continuamente degli “interessi dei nostri Paesi vicini”. Con la riapertura dei trasporti, l’Azerbaigian ottiene infatti il ristabilimento del contatto diretto (soprattutto ferroviario) con la regione del Nakhichevan (zona azera in territorio armeno) e con la Turchia stessa.

A sua volta, il premier Pašinyan ha insistito sulla contrarietà armena allo status del Nagorno Karabakh e sulla questione dello scambio di prigionieri. Tuttavia egli si è dichiarato sostanzialmente d’accordo sugli accordi economici proposti da Putin, che riaprono anche i collegamenti tra Russia e Iran, e “possono condurre a garanzie più efficaci di sicurezza”.

Contro le trattative è intervenuto ieri il capo dell’opposizione a Pašinyan, il leader del “Movimento per la salvezza della patria” Vazken Manukyan. Con espressioni molto dure, egli ha detto che l’incontro di Mosca segna una nuova umiliazione per l’Armenia, che non ha ottenuto la restituzione dei prigionieri e ha assecondato tutte le richieste di Aliev. Manukyan è tornato a chiedere le dimissioni di Pašinyan, “che non è in grado di difendere gli interessi del nostro Paese”.

Anche in Georgia le reazioni all’accordo sono state piuttosto negative, in quanto le proposte del trio Putin-Aliev-Pašinyan riducono il ruolo di Tbilisi a semplice zona di transito delle comunicazioni tra nord e sud del Caucaso, senza poter intervenire nei meccanismi economici. I convogli per Baku e Ankara ora passeranno dal Nakhichevan, escludendo appunto la Georgia, che peraltro mantiene un ruolo strategico nel trasporto di gas e petrolio. In Georgia la politica è comunque bloccata dalla discussione sull’ennesimo ritiro dalla politica del miliardario Bidzina Ivanišvili (foto 4), fondatore e leader del partito al potere, il “Sogno Georgiano”.

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Henrikh Mkhitaryan “La mia Armenia ferita nel silenzio del mondo” (Repubblica 13.01.2021)

La Repubblica (M. Pinci) – Sorrisi leggeri e pensieri profondi. Henrik Mkhitaryan ha scelto di raccontarsi senza filtri, affrontando anche la questione del conflitto tra l’Azerbaigian e la sua Armenia.

Mkhitaryan, qual è il suo primo ricordo legato al calcio? 

È legato a mio padre Hamlet. Era attaccante, andò a giocare in Francia e lì ho iniziato a seguire le partite. È morto quando avevo 7 anni: quando si ammalò siamo tornati a Erevan e lì sono andato a scuola calcio.

Ha iniziato a giocare per lui?

Si, lui è stato il motore della mia scelta, il mio idolo e la motivazione per cui ho iniziato a giocare.

Lei per motivi politici non ha potuto giocare la finale di Europa League 2019 a Baku: da armeno non sarebbe stato al sicuro. 

La Uefa dovrebbe garantire la sicurezza di tutti i giocatori. Una finale europea è l’occasione di una volta, a volte l’unica che ti capita. E saltarla per motivi di sicurezza è davvero doloroso, come dolorosa è la guerra tra Armenia e Azerbaigian. È un diritto di ogni calciatore giocare al sicuro in ogni paese, soprattutto se ospita una finale europea.

Il conflitto del Nagorno Karabkh è scoppiato un anno prima della sua nascita: che peso ha avuto nella sua formazione? 

Non sono molte le persone che mi capiscono perché poche si sono trovate in situazioni simili. Da piccolo non capivo molto, ma poi ho studiato, anche a scuola, e ho visto cose dolorose. È incredibile che nel XXI secolo capitino cose del genere, una guerra che dura trent’anni. Fa male pensare ci siano prigionieri detenuti in Azerbaigian, sottratti alle loro famiglie da anni e anni.

Si sarebbe aspettato maggiore sostegno dal mondo del calcio?

Quando è esploso il conflitto mi hanno chiesto di convincere i calciatori a esporsi con un messaggio di sostegno all’Armenia. Ma io sono contrario a chiedere a persone che non conoscono la storia del Paese di prendere posizione. L’ho fatto io, ma solo con appelli alla pace, nient’altro.

Cosa l’ha convinta?

Era importante che il mondo si svegliasse, che qualcuno facesse sentire la propria voce. Molti hanno preferito non essere coinvolti. Ringrazio il governo italiano per il sostengo, anche Matteo Salvini, anche se la mia non è una preferenza politica. E grazie a chi ha riconosciuto l’indipendenza dell’Artskajh (repubblica proclamata dagli armeni in Nagorno Karabakh).

Da qualche giorno la Roma ha sensibilizzato i Roma Club a mettere a disposizione la loro rete per aiutare il popolo armeno…

Si, è fantastico ed è stata una iniziativa fantastica. Hanno colto la sofferenza della gente e si sono impegnati per dare un contributo. Non finirò mai di ringraziarli.

Derby da romanista: Pellegrini, un tifoso sulla trequarti

In quel contento è riuscito a unire il calcio e lo studio…

È stato difficile: gli allenamenti a volte erano la mattina, dovevo scegliere tra quelli e andare a scuola. I miei genitori volevano studiassi molto: quanti pensano di poter fare i calciatori? Ma basta un infortunio e se non hai studiato non sai fare nulla.

Da bambino era tifoso? 

Avevo le maglie di molte squadre ma non sono mai stato tifoso. Solo verso i 10, 12 anni ho iniziato a tifare Arsenal: Wenger aveva una squadra che prendeva i ragazzi, io sognavo di giocare lì. E alla fine l’ho fatto.

Cosa ha pensato quando le hanno detto “vai alla Roma”? 

Era un possibilità per dimostrare di poter ancora giocare bene. La Roma ha creduto in me, si vede da come gioco che qui sono felice, no?

Quindi rinnoverà il contratto? 

Non c’è stato tempo di parlarne, in pochi giorni abbiamo avuto l’Inter e ora la Lazio. Presto ne parleremo.

Da quando sono arrivati i Friedkin è cambiato qualcosa? 

Sono sempre vicino alla squadra, ma il fatto che Pallotta non ci fosse mai non deve essere un alibi. Dobbiamo essere pronti ai cambiamenti, che sia il modulo o il cambio di società.

A proposito: dal cambio di modulo la squadra è più continua. 

Ha dato più fiducia ai giocatori, se vedi anche in campo come giochiamo, proviamo cose insieme. E si, l’allenatore capisce meglio di tutti se cambiare formazione o no.

Venerdì giocherà il suo primo derby: ha studiato quelli passati? 

Non mi piace guardare partite vecchie, ho sentito parlarne i compagni, ma non servono parole per spiegarlo a un calciatore. Siamo pronti per una battaglia.

Sa che quando è arrivato i tifosi hanno registrato una canzone per lei sulle note di “Felicità” di Al Bano? 

Si (ride), qui la sento ogni giorno.

La Serie A come se la immaginava?

Penso sia sottovalutata. In Inghilterra dicevano che il livello era calato molto, ma un campionato non si giudica solo per il numero degli spettatori: da subito ho notato una qualità in campo molto elevata.

NAGORNO-KARABAKH: Quali novità per il 2021? ( East Journal 13.01.21)

La situazione in Nagorno-Karabakh è rimasta relativamente tranquilla con l’inizio del 2021. Lo scorso 27 dicembre, si è registrata una seconda violazione del cessate il fuoco definito dall’accordo del 9 novembre, mentre la popolazione di Stepanakert, evacuata durante i 44 giorni di guerra, sta progressivamente tornando nelle proprie case.

Rimangono però molti i punti problematici rimasti irrisolti, su tutti: lo scambio di prigionieri di guerra, la demarcazione del nuovo confine tra Armenia e Azerbaigian,  e lo status futuro del Nagorno-Karabakh. Queste e altre questioni sono state discusse l’11 gennaio a Mosca nel primo incontro dalla fine del conflitto tra il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan e il presidente azero, Ilham Aliyev, mediato dal capo di stato russo, Vladimir Putin.

Sparatorie, prigionieri e confini

Il 27 dicembre, il ministero degli Esteri dell’Azerbaigian ha riportato di una sparatoria avvenuta nei pressi del villaggio di Aghdam, nella regione di Khojavend, uno dei territori passati sotto il controllo azero per effetto del conflitto dello scorso autunno. Secondo la ricostruzione di Baku, i sei membri di un gruppo armato armeno rimasto nell’area avrebbero attaccato alcune unità dell’esercito azero, uccidendo un soldato. La notizia è, però, stata categoricamente smentita dalle autorità dell’Armenia.

Sempre nella regione di Khojavend, sono stati catturati 62 soldati armeni finiti al centro di un’altra controversia, rimasta irrisolta, tra le parti. Erevan ne ha, infatti, chiesto il rilascio in base all’ottavo punto dell’accordo di pace del 9 novembre [“Deve essere effettuato lo scambio di prigionieri di guerra, ostaggi e altri detenuti”]. Secondo Baku, invece, questi detenuti, essendo stati arrestati dopo la firma del cessate il fuoco, non sono prigionieri di guerra e dovranno, quindi, rispondere alla giustizia azera.

La demarcazione della nuova frontiera tra Armenia e Azerbaigian è un’altro dei punti spinosi tra le parti. Il confine internazionale che si può osservare su tutte le mappe della regione esiste, infatti, solo sulla carta. Grazie alla vittoria nella guerra degli anni Novanta, Erevan ha controllato per trent’anni il territorio da entrambi i lati della frontiera. Le infrastrutture – come per esempio una delle strade che collegano la capitale armena al sud del paese – sono state costruite guardando alla realtà sul territorio e senza curarsi delle cartine geografiche. Con il nuovo conflitto e l’avanzata territoriale azera, però, la questione è diventata spinosa. Baku  sostiene che la nuova frontiera debba essere marcata in base a come era definita dalle autorità sovietiche nel 1988 (ovvero prima dell’inizio della guerra). Erevan, invece, sottolinea l’importanza di riconoscere le realtà che si sono create con il tempo nell’area, oltre alle strade, anche pascoli e campi necessari al sostentamento degli abitanti della regione. Il problema potrà forse essere risolto con la mediazione russa, ma qualunque soluzione è destinata a creare scontento da una parte o dall’altra.

Le tante questioni aperte sono state, presumibilmente, discusse a Mosca l’11 gennaio durante le quattro ore dell’incontro a porte chiuse tra Aliyev, Pashinyan e Putin.

Ai termini del vertice trilaterale, i tre capi di governo hanno rilasciato alla stampa dichiarazioni dai toni molto diversi. Il presidente azero, forte del recente successo militare e del conseguente supporto popolare in patria, si è dichiarato soddisfatto per la fine del conflitto e per la piena attuazione delle clausole dell’accordo del 9 novembre. Il premier armeno, invece, alle prese con una difficile situazione politica interna che potrebbe portare alla caduta del suo governo, ha usato un tono molto più cupo. Pashinyan ha, infatti, sottolineato che il conflitto non è risolto vista l’assenza dello definizione di uno status per il Nagorno-Karabakh e si è detto insoddisfatto per la mancata risoluzione della questione dei prigionieri di guerra, una delle priorità per Erevan.

Putin, invece, ha espresso grande soddisfazione per la firma, avvenuta ai margini dell’incontro, di un accordo in quattro punti per la riapertura dei corridoi economici e infrastrutturali nella  regione. In particolare, il documento definisce l’istituzione di un gruppo di lavoro per la costruzione di infrastrutture ferroviarie e stradali tra Armenia, Azerbaigian e Russia, il cui primo incontro avverrà il 30 gennaio. Come sottolineato dall’analista Thomas de Waal, il vertice dell’11 gennaio è stata una delle poche occasioni in cui il presidente russo è stato presente al Cremlino dall’inizio della pandemia, a dimostrazione che la questione occupa un posto importante nella sua agenda.

I problemi da risolvere nel 2021 sono numerosi e complessi. I progressi fatti potrebbero essere messi in discussione da tanti fattori, su tutti il prevalere di forze politiche in Armenia contrarie ai negoziati con l’Azerbaigian. Il costo umano del conflitto dello scorso autunno dimostra che un’altra guerra va evitata a tutti i costi.

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Mkhitaryan: “I Friedkin sono sempre vicino alla squadra. Pallotta non c’era, ma non deve essere un alibi. Siamo pronti alla battaglia nel derby” (Pagineromanista 13.01.21)

La Repubblica (M. Pinci) – Sorrisi leggeri e pensieri profondi. Henrik Mkhitaryan ha scelto di raccontarsi senza filtri, affrontando anche la questione del conflitto tra l’Azerbaigian e la sua Armenia.

Mkhitaryan, qual è il suo primo ricordo legato al calcio? 

È legato a mio padre Hamlet. Era attaccante, andò a giocare in Francia e lì ho iniziato a seguire le partite. È morto quando avevo 7 anni: quando si ammalò siamo tornati a Erevan e lì sono andato a scuola calcio.

Ha iniziato a giocare per lui?

Si, lui è stato il motore della mia scelta, il mio idolo e la motivazione per cui ho iniziato a giocare.

Lei per motivi politici non ha potuto giocare la finale di Europa League 2019 a Baku: da armeno non sarebbe stato al sicuro. 

La Uefa dovrebbe garantire la sicurezza di tutti i giocatori. Una finale europea è l’occasione di una volta, a volte l’unica che ti capita. E saltarla per motivi di sicurezza è davvero doloroso, come dolorosa è la guerra tra Armenia e Azerbaigian. È un diritto di ogni calciatore giocare al sicuro in ogni paese, soprattutto se ospita una finale europea.

Il conflitto del Nagorno Karabkh è scoppiato un anno prima della sua nascita: che peso ha avuto nella sua formazione? 

Non sono molte le persone che mi capiscono perché poche si sono trovate in situazioni simili. Da piccolo non capivo molto, ma poi ho studiato, anche a scuola, e ho visto cose dolorose. È incredibile che nel XXI secolo capitino cose del genere, una guerra che dura trent’anni. Fa male pensare ci siano prigionieri detenuti in Azerbaigian, sottratti alle loro famiglie da anni e anni.

Si sarebbe aspettato maggiore sostegno dal mondo del calcio?

Quando è esploso il conflitto mi hanno chiesto di convincere i calciatori a esporsi con un messaggio di sostegno all’Armenia. Ma io sono contrario a chiedere a persone che non conoscono la storia del Paese di prendere posizione. L’ho fatto io, ma solo con appelli alla pace, nient’altro.

Cosa l’ha convinta?

Era importante che il mondo si svegliasse, che qualcuno facesse sentire la propria voce. Molti hanno preferito non essere coinvolti. Ringrazio il governo italiano per il sostengo, anche Matteo Salvini, anche se la mia non è una preferenza politica. E grazie a chi ha riconosciuto l’indipendenza dell’Artskajh (repubblica proclamata dagli armeni in Nagorno Karabakh).

Da qualche giorno la Roma ha sensibilizzato i Roma Club a mettere a disposizione la loro rete per aiutare il popolo armeno…

Si, è fantastico ed è stata una iniziativa fantastica. Hanno colto la sofferenza della gente e si sono impegnati per dare un contributo. Non finirò mai di ringraziarli.

Derby da romanista: Pellegrini, un tifoso sulla trequarti

In quel contento è riuscito a unire il calcio e lo studio…

È stato difficile: gli allenamenti a volte erano la mattina, dovevo scegliere tra quelli e andare a scuola. I miei genitori volevano studiassi molto: quanti pensano di poter fare i calciatori? Ma basta un infortunio e se non hai studiato non sai fare nulla.

Da bambino era tifoso? 

Avevo le maglie di molte squadre ma non sono mai stato tifoso. Solo verso i 10, 12 anni ho iniziato a tifare Arsenal: Wenger aveva una squadra che prendeva i ragazzi, io sognavo di giocare lì. E alla fine l’ho fatto.

Cosa ha pensato quando le hanno detto “vai alla Roma”? 

Era un possibilità per dimostrare di poter ancora giocare bene. La Roma ha creduto in me, si vede da come gioco che qui sono felice, no?

Quindi rinnoverà il contratto? 

Non c’è stato tempo di parlarne, in pochi giorni abbiamo avuto l’Inter e ora la Lazio. Presto ne parleremo.

Da quando sono arrivati i Friedkin è cambiato qualcosa? 

Sono sempre vicino alla squadra, ma il fatto che Pallotta non ci fosse mai non deve essere un alibi. Dobbiamo essere pronti ai cambiamenti, che sia il modulo o il cambio di società.

A proposito: dal cambio di modulo la squadra è più continua. 

Ha dato più fiducia ai giocatori, se vedi anche in campo come giochiamo, proviamo cose insieme. E si, l’allenatore capisce meglio di tutti se cambiare formazione o no.

Venerdì giocherà il suo primo derby: ha studiato quelli passati? 

Non mi piace guardare partite vecchie, ho sentito parlarne i compagni, ma non servono parole per spiegarlo a un calciatore. Siamo pronti per una battaglia.

Sa che quando è arrivato i tifosi hanno registrato una canzone per lei sulle note di “Felicità” di Al Bano? 

Si (ride), qui la sento ogni giorno.

La Serie A come se la immaginava?

Penso sia sottovalutata. In Inghilterra dicevano che il livello era calato molto, ma un campionato non si giudica solo per il numero degli spettatori: da subito ho notato una qualità in campo molto elevata.

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Armenia: presidente Sarkissian ricoverato in ospedale per una polmonite bilaterale (Agenzia Nova 13.01.21)

Erevan, 13 gen 09:24 – (Agenzia Nova) – Il presidente armeno Armen Sarkissian, risultato positivo al coronavirus, è stato ricoverato in ospedale per una polmonite bilaterale. Lo ha riferito l’ufficio stampa presidenziale. “Sarkissian, che ha contratto il coronavirus ed è stato curato sinora nella sua abitazione, è stato ricoverato in ospedale. Il decorso della malattia è ancora complesso, con sintomi caratteristici inerenti alla malattia, tra cui febbre alta e polmonite bilaterale”, si legge nel comunicato. Nei giorni scorsi l’amministrazione presidenziale dell’Armenia ha annunciato la positività al Covid-19 di Sarkissian al suo rientro da un viaggio a Londra. (Rum)