Riva si unisce all’appello per il riconoscere la Repubblica dell’Artsakh (Gardapost.it 07.01.21)

Questo dando seguito a quanto deciso dal Consiglio comunale di Riva del Garda, che nella seduta del 28 dicembre all’unanimità ha approvato una mozione sul tema, proposta dal consigliere comunale con delega alla pace Simone Fontanella. La lettera è indirizzata al ministro degli esteri Luigi Di Maio e, per conoscenza, al presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte e al presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella.

«On. sig. ministro -scrive il sindaco- i drammatici eventi bellici che hanno interessato la regione di Nagorno Karabakh (chiamata in armeno Artsakh) tra settembre e novembre 2020, di cui siamo venuti a conoscenza soprattutto grazie ai nostri concittadini più vicini alla comunità armena in Italia, hanno molto colpito la popolazione e gli amministratori del Comune di Riva del Garda, di cui sono sindaco. Il Consiglio comunale di Riva del Garda, facendosi interprete di questa sensibilità, ha approvato unanimemente l’accorata mozione che Le invio in allegato, con la quale chiediamo a Lei e al Governo italiano di:

  • riconoscere tempestivamente e formalmente lo Stato di Artsakh (Nagorno Karabakh) perché diventi direttamente un interlocutore autorevole del nostro Paese; questo atto non solo avvicinerà il ripristino della verità storica e attuale, ma contribuirà significativamente a prevenire future conflittualità in vista della firma di una pace duratura;
  • farsi parte attiva per aiutare le popolazioni funestate da questo conflitto, attraverso i corridoi umanitari attualmente garantiti dalla comunità internazionale.

Siamo infatti convinti che l’azione diplomatica internazionale, in situazioni di tensione tali da portare fino all’estrema conseguenza di un’aggressione militare, sia un dovere da parte del nostro Paese, che fin dalla Costituzione “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Il riconoscimento dello Stato di Nagorno Karabakh (Artsakh) è un atto di civiltà che può portare all’attuazione di una azione giusta, ma anche e soprattutto la fine di un silenzio che nei decenni sta diventando un atto di complicità con le ingiustizie e con i crimini perpetrati da un secolo a questa parte contro quelle popolazioni».

 

Vai al sito

Presidente Azerbaigian alza la voce con l’Armenia su visite ufficiali in Karabakh (Sputniknews 07.01.21)

Il conflitto congelato tra Azerbaigian e Armenia per la regione contesa del Nagorno-Karabakh è esploso in una guerra aperta tra settembre e novembre 2020. L’Azerbaigian ha ripreso il controllo dei territori persi nella guerra del 1992-1994. I combattimenti sono terminati con la firma di un cessate il fuoco mediato dalla Russia.

Il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev ha espresso irritazione per le visite dei funzionari armeni in Nagorno-Karabakh, avvertendo Yerevan che rischia una risposta militare se le visite continueranno.

“Sono stato informato che il ministro degli Esteri armeno si è recato in visita a Khankendi (Stepanakert). Che sta facendo li? L’Armenia non dovrebbe dimenticare la guerra. Ricordate che il pugno di ferro rimane al suo posto. Queste visite devono finire. Vi avvertiamo che se tali misure provocatorie verranno prese di nuovo, l’Armenia se ne pentirà ancora di più”, ha detto Aliyev, parlando in una riunione focalizzata sui principali eventi del 2020.

Secondo il presidente azerbaigiano, tutte le future visite in Nagorno-Karabakh di qualsiasi cittadino straniero devono essere approvate da Baku.

“Il mondo intero riconosce questo territorio come parte integrante dell’Azerbaigian. Nessun cittadino straniero può entrare in questa zona senza il nostro permesso. Nessuna organizzazione internazionale può viaggiare lì ad eccezione della Croce Rossa. Li abbiamo avvertiti prima tramite il ministero degli esteri. Dopo, l’avvertimento arriverà n un altro modo”, ha detto Aliyev, senza elaborare.

Il conflitto in Nagorno-Karabakh

Sebbene l’Armenia fornisca sostegno economico e militare al Nagorno-Karabakh, la regione senza sbocco sul mare a maggioranza etnica popolata da armeni è formalmente governata dalla Repubblica dell’Artsakh, una repubblica separatista non riconosciuta fondata come enclave all’interno dell’Azerbaigian.

La regione fu contesa dagli azeri e dagli armeni dopo la caduta dell’Impero russo, ma il conflitto fu congelato dalle autorità sovietiche all’inizio degli anni ’20, con Mosca che trasformò il Nagorno-Karabakh in una regione autonoma all’interno della Repubblica Sovietica dell’Azerbaigian. Alla fine degli anni ’80, i sentimenti nazionalisti scatenati dalla perestrojka riaccesero le tensioni sopite, con gli armeni del Karabakh che accusavano Baku di discriminazione organizzando un voto per staccarsi dall’Azerbaigian sovietico per unirsi alla Repubblica socialista sovietica armena vera e propria. Baku ha cercato di impedire che ciò accadesse e alla fine del 1991 il suo parlamento ha abolito formalmente lo status di autonomia del Karabakh.

Tra il 1992 e il 1994, l’Azerbaigian e l’Armenia hanno intrapreso una sanguinosa guerra per il controllo della regione, con il conflitto che ha ucciso oltre 40.000 persone e provocato oltre 1,1 milioni di sfollati, sia all’interno della regione separatista che in entrambe le repubbliche. I nuovi scontri nel 2020 ha portato alla morte di migliaia di militari e oltre 160 civili da entrambe le parti.

Vai al sito

La storia dell’Armenia, tra tragedie ed eroismo (ilgiornaleoff.it 05.01.21)

Quella del conflitto nel Nagorno-Karabakh, regione ufficialmente parte dell’Azerbaijan ma in realtà abitata perlopiù da armeni che ne rivendicano l’autonomia, è una storia che per un occidentale è difficile da capire se non si conosce la storia del popolo armeno. Ha provato a raccontarla il giornalista ed editore Daniele Dell’Orco nel libro Armenia cristiana e fiera (Idrovolante, 2020, 175 pagine, 20 euro), scritto dopo un viaggio compiuto in quelle terre giusto poco prima della ripresa delle ostilità, il 27 settembre 2020.

La prima parte del libro è di fatto un reportage dai luoghi più significativi dell’Armenia, tanto che al termine di molti capitoli compaiono delle foto a colori scattate sul posto dall’autore. In particolare, Dell’Orco dimostra un forte interesse per tutti quei luoghi che simboleggiano la storia del cristianesimo armeno, anche perché questo popolo è stato il primo ad adottarlo come religione di stato, prima ancora dei romani. I luoghi visitati vengono contestualizzati raccontando in breve la storia dell’Armenia dall’antichità ai giorni nostri.

La seconda parte del libro è più legata all’attualità, e racconta l’origine delle vicissitudini legate al Nagorno Karabakh, o Artsakh come lo chiama la gente del posto; raccontando il conflitto dall’inizio negli anni ’90, quando armeni e azeri si resero indipendenti dall’URSS, fino ai fatti più recenti, puntando il dito contro quei paesi occidentali che, in nome della “realpolitik”, hanno di fatto abbandonato gli armeni per non irritare l’Azerbaijan e la Turchia.

Ad essere particolare è anche lo stile di scrittura dell’autore: paragrafi molto brevi, a volte da meno di una riga, con frasi che posso essere lunghe l’intero paragrafo oppure brevissime ma essenziali, che vanno dritte al punto.

Quella di Dell’Orco è una testimonianza forte, che dimostra un amore sincero per il popolo armeno. Infatti, il ricavato delle copie vendute verrà devoluto alla popolazione in difficoltà dell’Artsakh.

Vai al sito

Covid, positivo il presidente dell’Armenia Armen Sarkissian. E’ stato contagiato a Londra (Corrieredellimbria.it 05.01.21)

Il presidente dell’Armenia positivo al coronavirus. Armen Sarkissian ha contratto il coronavirus mentre era a Londra dove ha trascorso le vacanze di Capodanno con la sua famiglia e i nipoti. A ufficializzare la notizia è stata l’agenzia di stampa statale Armenpress. Il presidente è reduce da un’intervento chirurgico alla gamba che è stato portato a termine con successo il 3 gennaio. “Tuttavia dopo aver mostrato i sintomi dell’infezione da coronavirus il presidente è risultato positivo al Covid-19”, riferiscono fonti governative

Il presidente continuerà temporaneamente a svolgere le sue funzioni a distanza. Le sue condizioni al momento non sono gravi e non destano preoccupazione.

Azerbaijan-Armenia: la guerra e le mascolinità queer (Osservatorio Balcani e Caucaso 04.01.21)

Un antropologo, che si occupa tra l’altro di mascolinità queer nel Caucaso, ha studiato attraverso i social media l’impatto della propaganda sulle comunità pacifiste di entrambe le parti in conflitto durante la guerra in Nagorno Karabakh

04/01/2021 –  Ramil Zamanov

(Pubblicato originariamente da Chai Khana  il 26 novembre 2020)

Sembra che l’ultima fase della guerra del Karabakh si sia in effetti per ora conclusa: si sono dislocate le forze di pace russe; l’Azerbaijan ha annunciato piani di ricostruzione e sviluppo per i territori che ora controlla.

Temo però che una fase molto pericolosa della battaglia sia ancora in corso.

In qualità di espatriato e antropologo azero, ho vissuto e osservato da lontano la dinamica di questa guerra il che mi ha garantito lo spazio per coltivare un punto di vista diverso. Dalla mia prospettiva, i combattimenti hanno acceso un tragico mix di propaganda tossica e nazionalismo sui social media, inquinando sia i cittadini armeni che azeri e mettendo a repentaglio tutti gli sforzi di costruzione della pace e di costruzione di relazioni transfrontaliere che esistevano prima della guerra di settembre.

Ho lasciato l’Azerbaijan diversi anni fa e il mio paese di nascita normalmente gioca un ruolo marginale nella mia vita quotidiana. Così sono rimasto scioccato quando, il 27 settembre, la mia pagina Facebook – in quella che sembrava una normale e pigra domenica mattina a Praga – apriva con titoli di guerra.

La mia prima reazione è stata quella di chiamare mia madre, ma non sono riuscito a collegarmi: il governo azero aveva sospeso Internet. Tuttavia notizie e informazioni fluivano attraverso i social media: la guerra aveva già riempito il mio feed di notizie ed era penetrata nella mia cerchia sociale. Mi fu subito chiaro che il pericolo e la violenza non erano limitati solo al campo di battaglia.

Mentre i combattimenti continuavano, l’intensità delle battaglie online e in prima linea ha iniziato a penetrare nella mia vita in Repubblica Ceca. Ero costantemente preoccupato per la famiglia (ci sono voluti quattro giorni per mettermi in contatto con mia madre) ed ero sempre più preoccupato per l’impatto che l’intensa guerra di propaganda stava avendo sui miei amici e conoscenti.

Le fiamme del nazionalismo si sono propagate veloci come proiettili e i membri delle comunità progressiste di entrambi i paesi soccombevano all’incitamento all’odio e alla disinformazione. Per me, sia professionalmente che personalmente, la svolta è arrivata a metà ottobre, quando è diventato chiaro che anche i gruppi vulnerabili, come la comunità LGBTQI +, erano stati inghiottiti dal crescente sentimento nazionalista.

Le comunità LGBTQI + armena e azera, non certo ben accolte in nessuno dei due paesi prima dei combattimenti, avevano iniziato negli anni a sviluppare legami tra loro. Ma a metà ottobre, ho notato un netto aumento della retorica nazionalista – e dell’incitamento all’odio – usati online dai miei compagni queer azerbaijani e armeni, dai costruttori di pace e dalle attiviste di mia conoscenza.

Da antropologo mi sono già occupato di questioni di genere; sapevo dal mio lavoro di analisi che la cultura maschilista in entrambi i paesi ha messo da parte le donne e resa più ardua una pace sostenibile. Tuttavia, è stata la mia attuale area di interesse, le mascolinità queer nel Caucaso, che ha fornito i migliori spunti per comprendere il reale impatto della propaganda sulle comunità pacifiste di entrambe le parti in conflitto.

Ho iniziato a monitorare i commenti postati sui social media dei membri delle comunità queer dell’Armenia e dell’Azerbaijan mentre reagivano ai combattimenti. Cercavo di osservare quanto accadeva standone fuori ma sono stato rapidamente sopraffatto dalle critiche e dal bullismo online di entrambe le parti.

I miei conoscenti queer armeni mi hanno attaccato e accusato di sostenere il leader dell’Azerbaijan Ilham Aliyev. I queer azeri mi hanno accusato di essere un “traditore” per non aver sostenuto la guerra e l’esercito azerbaijano. Tutti questi attivisti hanno iniziato a togliermi l’amicizia sui social poiché ognuno percepiva i miei commenti come un sostegno al “nemico”.

Una delle nuove tendenze che ho trovato più preoccupanti è stata proprio la progressiva radicalizzazione dei gruppi nella comunità LGBTQI +. Un esempio è stato il trattamento riservato a due queer azeri che si sono arruolati volontariamente nell’esercito e sono morti in guerra. Vi è stata un’onda di sostegno per le loro famiglie da parte di queer azeri, un’onda che sembrava da interpretarsi come sostegno al loro martirio, in netta rottura con un’accettazione universale dell’umanità e dei valori queer.

Quanto accaduto evidenzia l’impatto che la propaganda ha avuto anche sugli individui più progressisti della comunità LGBTQI + in Armenia e Azerbaijan. A lungo termine, questo porterà conseguenze nefaste e divisioni tra gli attivisti queer in questi paesi, minando i risultati raggiunti da attivisti queer, accademici e difensori dei diritti umani del Caucaso.

Gli effetti negativi di questa guerra non si limitano ai social media: i queer che erano contro la guerra ora dovranno affrontare una doppia discriminazione a causa della loro diversa identità di genere e del cosiddetto sentimento “antinazionalista”.

Anche molti noti costruttori di pace e mediatori hanno – durante al guerra – iniziato ad utilizzare una retorica più nazionalista. Invece di promuovere la pace, questi pseudo costruttori di pace hanno iniziato a soffiare sulla fiamma del nazionalismo. Persone che una volta erano state modelli per milioni di comuni cittadini di Armenia e Azerbaijan nel nome della pace, sono invece diventate fari per forti sentimenti anti-armeni e anti-azerbaijani.

Questi atteggiamenti, espressi con tanto fervore online, non hanno cambiato nulla sul campo di battaglia. Ma in patria hanno ulteriormente eroso la fiducia tra questi due stati e alla fine metteranno in pericolo vite nelle comunità su entrambi i lati del conflitto.

L’accordo di pace russo è arrivato per quanto mi riguarda tanto inaspettato quanto lo era stato lo scoppio della guerra. Come generazione di guerra, io, come molti miei coetanei, consideravo questa guerra come una delle “maledizioni” della nostra vita.

Ma una cosa i combattimenti sia online che in prima linea l’hanno resa chiara: finché gli azeri e gli armeni non discuteranno in modo propositivo i loro problemi e le sfide che hanno di fronte, il conflitto continuerà.

Considerando il ruolo giocato dell’imperialismo russo e dal dominio maschile, questo conflitto non può essere considerato risolto. Senza dare più potere a vari gruppi che compongono la nostra società, il dominio maschile non può portare ad una soluzione duratura del conflitto nella regione.

È quantomai vitale un approccio intersezionale alla costruzione della pace è vitale: le donne sfollate e operaie – come del resto i costruttori di pace LGBT/queer e le minoranze etniche dell’Armenia e dell’Azerbaijan – sono ancora costantemente escluse dai processi di costruzione della pace.

Dobbiamo superare tutte queste sfide. Dobbiamo preparare queste comunità a vivere insieme e riconoscere le nostre debolezze e punti di forza, accettandoci così come siamo. Soprattutto, dobbiamo lottare contro l’armenofobia e l’azerbaijanofobia in queste società. Altrimenti, non ci sarà futuro o prosperità per le prossime generazioni.

Alla fine, come espatriato, vorrei tornare nella mia regione natale e vivere lì senza confini. Vorrei che le persone non si etichettassero come “azerbaijani” o “armeni” o “musulmani” o “cristiani” o “ebrei”. Credo che dobbiamo lottare contro tutte le ideologie oppressive che dividono gli esseri umani in diversi gruppi.

Questo conflitto è stato un ottimo esempio di come piccoli malintesi possano causare una guerra tra due piccoli stati. Credo che le generazioni future riusciranno a cambiare il Caucaso. Ma siamo responsabili della crescita della prossima generazione, il che significa che dobbiamo cambiare noi stessi e diventare costruttori di pace per un futuro migliore a casa e in tutto il mondo. La pace non dovrebbe rimanere una teoria; dovrebbe essere manifestata e dovremmo praticare questo ideale ogni giorno.

Vai al sito

“FUTURO PASSATO”: DA AMB. DEL MONACO LIBRO SU RELAZIONI FRA ITALIANI E ARMENI (Giornalediplomatico (03.01.21)

GD – Roma, 3 gen. 21 – Il diplomatico Vincenzo Del Monaco, fino a poche settimane fa ambasciatore d’Italia in Armenia, è ideatore e co-realizzatore di un interessante libro dal titolo “Futuro Passato”. I molti testi che costituiscono questo volume miscellaneo sono arricchiti da numerose immagini, a rendere oggettiva testimonianza dell’intensità delle attuali relazioni tra Italia e Armenia, tra italiani e armeni. L’opera si presenta come un catalogo e una documentazione su circa trenta mesi di eventi ed iniziative che hanno posto sotto i riflettori armeni il genio, la creatività e la bellezza dell’Italia, offrendo un contributo ai rapporti bilaterali.
Il volume, bilingue italiano e armeno, è stato realizzato dall’Ambasciata d’Italia in Armenia in collaborazione con la Società Dante Alighieri – Comitato di Jerevan e con il Centro Studi “Hrand Nazariantz” di Bari.
Questo libro-catalogo si propone di raccontare in maniera forse originale le pagine più recenti delle relazioni italo-armene, puntando il compasso sulla visita di Stato del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 30 e il 31 luglio del 2018, e tracciando un arco che tenta di includere quanto fatto in concreto nei due anni successivi. L’intento è quello di indicare “in punta di piedi” un sentiero che altro non attende che essere ampliato ed allungato. La bussola per orientare lo sforzo di collazione l’hanno fornita i molti filoni di cui al Piano straordinario “Vivere all’Italiana”, iniziativa preziosa ideata e lanciata dalla Farnesina.
“Passato Futuro, Ambasciata d’Italia, Jerevan”, Ambasciata d’Italia a Jerevan. 2020, pp. 372
Il libro può essere scaricato gratuitamente (versione PDF) dal sito dall’Ambasciata d’Italia a Jerevan.
Vai al sito


Cultura: Italia-Armenia, due anni di relazioni in un e-book

Roma, 04 gen 12:24 – (Agenzia Nova) – Un libro-catalogo, in versione digitale, su due anni di relazioni culturali tra Italia e Armenia: è l’iniziativa dell’ambasciata d’Italia in Armenia che ha voluto così festeggiare l’arrivo del nuovo anno. Dal titolo “Futuro-Passato”, quattrocento pagine a colori, la pubblicazione propone, in italiano e in armeno, immagini e testi sugli eventi che hanno interessato i due Paesi, a partire dalla visita di stato a Erevan del Capo dello Stato italiano, Sergio Mattarella, nel luglio 2018 e alla quale si dà ampio spazio. Si è trattato della prima in assoluto del Presidente della Repubblica italiano in Armenia, avvenuta in coincidenza del centenario della prima Repubblica di Armenia e del 2800mo genetliaco di Erevan. L’iniziativa editoriale dell’ambasciata d’Italia è stata realizzata in collaborazione con il comitato di Erevan della Società Dante Alighieri e con il centro studi ‘Harand Naziantz’ di Bari. Fin dalle prime pagine del libro-catalogo, spiccano relazioni profonde ed evidenti tra italiani ed armeni. (segue) (Res)

Musica e guerra: la propaganda dell’Azerbaijan e l’esempio dei System of a Down (Ultimavoce 03.01.21)

Musica e guerra: in Azerbaijan la propaganda arruola le rockstar. Mentre in Armenia i System of a Down si sono riuniti per sostenere i civili

“Dio è morto”, cantava Francesco Guccini: un brano scandaloso – per l’epoca – che però dimostrava tutta la dirompente vitalità di chi voleva un cambiamento vero nella società. Di certo, chi al tempo lo censurò non aveva capito davvero il senso della canzone. Nonostante tutto però, sia la musica internazionale, sia quella nostrana mainstream erano comunque generalmente concordi nel volere la pace nel mondo. Se da una parte “Dio è morto” era veramente troppo per il pubblico italiano, questo non vuol dire che avremmo accettato una palese propaganda di guerra sul palco di Sanremo, per esempio. Musica e guerra: in alcuni Paesi il militarismo si appoggia ancora – esplicitamente – agli autori più popolari. È il caso dell’Azerbaijan, un Paese da poco uscito vincitore da un conflitto contro l’Armenia. Una guerra breve ma sanguinosa, di cui non parla quasi nessuno.

Un po’ di Storia

È una questione vecchia e scottante, quella che vede contrapposti Armenia e Azerbaijan: una contesa territoriale che si trascina dal ’92, ma le rivendicazioni sono precedenti alla nascita dell’Unione Sovietica. In particolare, gli armeni dell’Artsakh – facendo proprie le idee leniniste e wilsoniane sull’auto determinazione dei popoli – nel 1918  dichiararono l’indipendenza del Nagorno Karabakh. Ma le continue tensioni fecero rimanere la regione in uno stato di instabilità, finché non intervenne l’Unione Sovietica. Con il crollo dell’Urss la questione si riaprì e la popolazione della regione preferì l’indipendenza. Un’indipendenza de facto che né l’Azerbaijan, né il resto del mondo hanno mai riconosciuto. E per cui si è combattuta – nel 2020 – una guerra che secondo la Russia ha causato almeno 5.000 morti. Secondo Human Rights Watch e Amnesty International, inoltre, sembra ci siano state delle gravi violazioni dei diritti umani.

Musica e guerra

Le guerre sono mosse da intenti economici – si sa – e la propaganda non passa mai di moda. Ma quello che è successo in Azerbaijan è a dir poco grottesco. Le forze armate azere, infatti, hanno pubblicato un videoclip musicale dove si inneggiava alla guerra e all’unità nazionale contro gli armeni. Un messaggio violento, ma comunicato con dei criteri che lo rendono veramente efficace. Sì, perché se  Atəş – il titolo del brano significa “fuoco” –  sembra vicina all’estetica occidentale da un punto di vista sonoro, il senso della canzone ricorda piuttosto quei vecchissimi video di propaganda fascista. Per incidere il brano sono stati ingaggiati – ed è questa la cosa davvero triste – dei veri autori locali: Ceyhun Zeynalov, Nermin Kerimbeyova e i Nur. Tutti rigorosamente in mimetica da combattimento, con elmetto e armi d’assalto. Il tutto mentre una traccia metal alterna, alle scene live, le gesta delle forze armate che aprono il fuoco.

I System of a Down

Anche la celebre band armeno-americana System of a Down ha inciso due brani, ma a sostegno dell’Armenia. Band dai tratti musicali inconfondibili, i System of a Down hanno così messo fine alla loro separazione per servire una causa superiore. Ben diversa, però, rispetto a quella che anima i cantanti di “Atəş”. “Genocidal Humanoidz” e “Protect The Land”: sono questi i titoli dei due nuovi pezzi della band di origine armena. Nel secondo brano, in particolare, i riferimenti al conflitto e ai militari armeni diventano più evidenti. Il senso del loro gesto è abbastanza esplicito: sostenere musicalmente – ed economicamente – la popolazione del loro Paese. Ma allora cosa rende diverso il messaggio di questa band rispetto alla propaganda militarista e nazionalista azera?

“Ci sono oltre centomila persone sfollate che non sanno quando potranno tornare dal momento che non hanno nessuno che possa davvero proteggerle. Al momento ci sono le truppe di peacekeeping russe da una parte, e le forze turco-azere dall’altra. E questo non potrà essere così per sempre” (Serj Tankian, System of a Down)

I diritti umani

Dalla parte dell’Azerbaijan c’è anche la Turchia di Erdogan, impegnata nel conflitto più per una questione economica-geopolitica che per una vicinanza etnica con gli azeri, che pure c’è. Per la band americana, invece, la guerra sembra una questione umanitaria prima di tutto, e poi anche politica. I System of a Down – tradizionalmente molto vicini alle minoranze armene della diaspora – hanno sempre rivendicato con orgoglio la propria provenienza. Forse, complice il fatto che la Turchia e il mondo non parlano mai volentieri del genocidio armeno. Ma anche in questo momento di emergenza, la band sembra non essersi lasciata contagiare dal nazionalismo, come si può leggere anche dal profilo dello storico cantante Serj Tankian, che su Twitter si dichiara “un musicista, un poeta, un attivista politico ma, soprattutto, un essere umano”. Trovatele voi, le differenze.

Vai al sito

NIENTE PACE NEL CAUCASO: DALL’AZERBAIGIAN SOLO MINACCE E LINGUAGGIO VIOLENTO (Politicamentecorreto 02.01.21)

Non fosse bastata una sanguinosa guerra scatenata dall’Azerbaigian il 27 settembre scorso contro la piccola repubblica armena del Nagorno Karabakh (Artsakh) nonostante l’appello delle Nazioni Unite a evitare conflitti in piena pandemia, non fossero bastati bombardamenti a tappeto contro l’inerme popolazione della regione, non fossero bastati migliaia di morti, ecco che la leadership dell’Azerbaigian continua la sua politica con un linguaggio violento e ripetute minacce.

Neppure la tregua concordata con Armenia e Russia riesce a fermare la prepotenza e l’arroganza della dittatura azera.

Negli ultimi giorni abbiamo dovuto leggere parole che non lasciano presagire nulla di buono per il futuro.

Il presidente dell’Azerbaigian, Aliyev, ha dichiarato che tutti i soldati armeni catturati dopo la firma dell’accordo del 9 novembre non devono essere considerati come “prigionieri di guerra” (e quindi soggetti alle convenzioni internazionali) ma considerati alla stregua di “terroristi”. In parole povere saranno ostaggio del regime di Baku e a loro sarà impedito il rientro in patria nonostante la mediazione del Comitato internazionale della Croce Rossa.

Il presidente dell’ordine degli architetti dell’Azerbaigian, più o meno nelle stesse ore, ha affermato che dovrebbero essere abbattute almeno una ventina di chiese cristiane armene edificate negli ultimi anni nei distretti ora sotto controllo azero; alla faccia del rispetto per il patrimonio culturale e architettonico…

Come se non bastasse l’Ombudsman dell’Azerbaigian, ovvero il Difensore dei diritti umani (!) di quel Paese, ha annunciato sui social che l’Azerbaigian deve creare una fascia di sicurezza di 20-30 km dentro il territorio della repubblica di Armenia.

Queste affermazioni sono gravissime e testimoniano le mire turco-azere. Erdogan e Aliyev, compari dittatori, vogliono eliminare per sempre l’Armenia e il suo popolo dal Caucaso meridionale; un altro genocidio si profila all’orizzonte dopo quello del 1915.

L’Europa tace, l’Italia si volta dall’altra parte (tanto c’è il TAP e il gas azero che valgono bene un altro sterminio o un’altra guerra…).

Consiglio per la comunità armena di Roma

Vai al sito

La via russa alla ricostruzione del Nagorno-Karabakh: dopo l’accordo di pace già recuperati 250 edifici (Farodiroma 02.01.21)

Sono già più di 250 gli edifici ricostruiti dalle squadre di tecnici inviate dalla Russia nel Nagorno-Karabakh, la regione contesa tra Armenia ed Azerbaigian dove, nel settembre scorso, erano scoppiati nuovi scontri tra le contrapposte forze in campo. La cooperazione russa, inserita nell’accordo sul cessate il fuoco sottoscritto in novembre sotto l’egida del Cremlino, si è inserita in un piano d’interventi coordinato dal ministero della Costruzione urbana e dal ministero degli Interni dell’area in sinergia con il ministero delle Emergenze di Mosca. Il report dell’attività finora svolta, anche di monitoraggio sugli immobili danneggiati, indica in 2.600 le strutture, pubbliche e private, che necessitano di interventi urgenti di ripristino; delle 250 finora recuperate all’uso, 245 sono case private mentre le rimanenti si diversificano in infrastrutture e spazi per l’assistenza alle fasce di popolazione maggiormente in difficoltà. Attualmente i lavori si stanno concentrando su circa altri 200 immobili, due dei quali governativi.

Il conflitto nella tormentata area del Nagorno-Karabakh era riesploso lo scorso 27 settembre ma le tensioni risalgono al 1988 quando il territorio, popolato in prevalenza da gruppi di etnia armena, annunciò la propria separazione dalla Repubblica socialista sovietica dell’Azerbaigian. Dopo un’escalation protrattasi per alcune settimane, con grande preoccupazione della comunità internazionale, il 9 novembre il presidente russo Vladimir Putin, quello azerbaigiano Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan hanno firmato una dichiarazione congiunta su un cessate il fuoco completo in Nagorno-Karabakh a partire dal giorno successivo. L’intesa ha stabilito che l’Azerbaigian e l’Armenia mantengano le rispettive posizioni e che a forze di pace russe siano affidati compiti di controllo nella regione allo scopo di far rispettare l’accordo.

Alessandro Borelli

Vai al sito

Scampati ai droni del terrore nel Nagorno-Karabakh (Il Manifesto 02.01.21)

«Quando sono iniziati bombardamenti – racconta Aleqsandr Aleqsanyan, un anziano di 67 anni di Martakert che ha perso una gamba nella guerra del ’92 – non ci aspettavamo di dover abbandonare tutto, negli ultimi trent’anni ci sono stati molti episodi simili, lasciavamo la città per qualche giorno e poi tornavamo».

INVECE QUESTA VOLTA è stato diverso. «Il 27 settembre, alle sette di mattina, abbiamo scoperto che la guerra era iniziata, ci siamo attrezzati per nasconderci in cantina insieme ad alcuni vicini, i bambini erano terrorizzati, c’era molta confusione. L’indomani abbiamo ricevuto l’ordine di evacuare, i droni erano troppo vicini ormai». A metà giornata l’intera regione di Hadrut, a sud dell’Artaskh, vicino al confine con l’Iran, era un campo di battaglia.

Le truppe azere con il supporto turco hanno lanciato un’offensiva massiccia preceduta da intensi bombardamenti effettuati dai droni di ultima generazione. A differenza dei loro predecessori questi apparecchi volano ad altitudini maggiori, non li vedi arrivare. «Quando senti il sibilo – racconta Arsen Vardanyan, un soldato armeno impegnato sul fronte nord – vuol dire che hai cinque secondi per spostarti».

«SIAMO SCAPPATI con quello che avevamo addosso, non siamo riusciti a prendere niente – continua Aleqsandr -, in macchina con me c’erano altre dodici persone, compresi i miei tre nipoti e i figli dei miei vicini. Abbiamo percorso la strada insieme ad altre tre auto, più piccole, con otto persone ognuna». Sono donne, bambini e anziani nel centro per rifugiati di Metsamor, dove ho incontrato Aleqsandr non c’è un solo uomo di età compresa tra i 18 e i 60 anni.

A inizio dicembre l’Armenia ha dichiarato 2425 perdite, l’Azerbaijan 2783, ma i dati sembrano sottostimati in quanto la Croce Rossa non ha avuto il permesso di accedere alla linea del fronte e le ong locali, come Future Is Now parlano di numeri molto più alti.

Inoltre, c’è la questione ancora aperta dei «dispersi», che ufficialmente non rientrano nel novero delle vittime, ma dopo due mesi di silenzio le famiglie hanno ben poca speranze.

«MIO MARITO È STATO INVIATO nella regione di Talish – spiega Marine, la figlia di Aleqsandr -, dal 27 a oggi non ho avuto più sue notizie, l’ultima telefonata che mi ha fatto si è interrotta bruscamente e poi non sono riuscita più a parlarci; anche mio fratello è stato richiamato, così come molti altri; quando siamo scappati da Martakert non c’erano praticamente più uomini in tutto il mio quartiere». Marine ha tre figli che mentre parla guardano un video da un cellulare insieme ad altri bambini assorti. Nella stanza dove sono seduti vivono in tredici, tutti profughi della stessa città accomunati da quella fuga notturna.

MARINE SERVE UN TÈ, l’ospitalità è un valore sacro da queste parti, nonostante le angustie e i trent’anni di battaglie iniziate con la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Da quando nel 1991 il Nagorno-Karabakh si è dichiarato indipendente dall’Azerbaijan, recuperando l’antico nome armeno di Artsakh, per questa gente non c’è stata più pace: due anni di guerra tra ’92 e ’94 e decine di incidenti più o meno prolungati fino allo scorso settembre, quando le truppe azere con l’ausilio turco hanno deciso di rientrare in possesso dei territori persi nella prima guerra.

Aleqsandr beve e poi racconta quasi sottovoce, forse per non farsi sentire dai bambini, la notte del 28 settembre: «Era buio pesto e c’era molta nebbia, siccome avevano chiuso la via normale siamo stati costretti a passare per le montagne, le curve non finivano più. Nella macchina c’era a malapena lo spazio per cambiare le marce, ma per fortuna siamo riusciti ad arrivare a Vardenis (in territorio armeno, ndr)».

Angela, che guidava una delle altre macchine, inizia a piangere al ricordo del rumore dei droni che li sorvolavano costantemente e colpivano i ponti.

Dopo aver constatato la situazione nel centro per rifugiati, Aleqsandr ha provato di nascosto a ritornare in Artsakh, ma la polizia lo ha bloccato al confine, nei pressi di Lachin. Mentre cercava di convincere gli agenti a farlo proseguire ha visto un pullman oltrepassare il check-point, percorrere duecento metri ed esplodere sotto i colpi di un drone andando in mille pezzi. «Potevamo essere noi… è stato un miracolo» conclude con la voce spezzata.

L’ARMENIA DI OGGI è piena di storie come questa. C’è chi racconta dei campi di melograno (il frutto nazionale) lasciati a marcire, chi della casa appena costruita, chi delle chiese e dei monasteri bombardati, ognuno dà una forma diversa alla propria perdita ma tutti, a un certo punto, finiscono per parlare di «quei poveri ragazzi». Spesso, entrando in una casa, capita di vedere dei fiori intorno alla foto incorniciata sopra la bandiera nazionale. E non serve mai chiedere, sono i parenti stessi a raccontare dove e quando. Il perché sembra essere evidente, come a dire che la vita nel Nagorno-Karabakh non è mai stata scontata, tantomeno la pace.

 

Un ragazzo con la foto del padre disperso in battaglia (foto di Sabato Angieri)

 

Tuttavia, per un Paese di due milioni e mezzo di abitanti come l’Armenia perdere tremila o più giovani vuol dire quasi rinunciare a una generazione e non è facile stimare quali saranno le conseguenze psicologiche, oltre che sociali ed economiche, di una tale tragedia.

«CI SONO FAMIGLIE che hanno perso tutto nella guerra del ’92 e oggi, dopo solo trent’anni, si ritrovano nella stessa situazione» mi spiega Sofik Avetisyan, psicologa 62enne di Erevan che dall’inizio della guerra ha iniziato a girare senza sosta villaggi e cittadine della sua regione, prestando assistenza nei centri per rifugiati. «Già una volta in una vita – prosegue – dovrebbe essere troppo, ora chi è in grado di spiegare a questa gente che bisogna ricominciare?».

Se si considera che a inizio novembre tutti i residenti dell’Artsakh erano potenzialmente dei profughi, arriviamo a più di 100 mila persone rimaste senza niente. Mane Tandilyan, ministro delle Politiche sociali dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh, parla di circa 40 mila individui, provenienti principalmente dalle regioni di Hadrut, di Martakert e di Shushi: «I numeri sono in costante aggiornamento perché non è ancora chiaro chi ha fatto ritorno nelle zone rimaste sotto il nostro controllo e chi no». Per dare un’idea della situazione, delle sette provincie dell’Artsakh che si erano dichiarate indipendenti dall’Azerbaijan nel 1991, oggi solo Stepanakert (che ne era anche la capitale) e pochi territori limitrofi rimangono sotto il controllo del governo filo-armeno

 

LA GUERRA È RIUSCITA in due mesi a far crollare trent’anni di progetti e anche i più decisi a tornare nel Nagorno-Karabakh non riescono a nascondere l’incertezza sulle sorti di questa regione. Qualcuno, senza troppa convinzione, invoca ancora una sorta di arbitrato internazionale, ma gli scontri lungo la nuova frontiera di queste ultime settimane hanno dimostrato che probabilmente non è ancora stata detta l’ultima parola.

Intanto decine di migliaia di profughi aspettano di capire in che modo sopravvivere e il mondo sta a guardare l’ennesima tragedia del nuovo millennio senza prendere parte.

Vai al sito