Dalla Montagna del Giardino Nero. Cronaca di un anno orribile per gli armeni cristiani della Repubblica di Artsakh (Korazym 30.12.20)

Il 2020 passerà alla storia probabilmente per essere stato uno dei più disgraziati come da decenni non se ne vedevano. La pandemia ha portato via centinaia di migliaia di vite e ha avuto enormi ripercussioni economiche su scala globale. Per la Repubblica di Artsakh l’anno che si sta concludendo sarà ricordato come quello della disfatta militare, politica ed economica. Dodici mesi sulla Montagna del Giardino Nero da archiviare in fretta, nella speranza di una rapida rinascita. Una rassegna dal sito dell’Iniziativa Italiana per il Karabakh.

Il Nagorno-Karabakh ha un’area di 11.458 chilometri quadrati, pari a meno della metà di quella della Sardegna. Ha una popolazione di 143 mila abitanti, poco meno della metà degli abitanti di Cagliari. È diviso in sette regioni, più la capitale Stepanakert, a statuto speciale, dove vivono oltre 53 mila persone. La seconda città più grande è Shushi. “Karabakh” è una parola di origine turca e persiana che significa «giardino nero». «Nagorno» è una parola russa che significa «montagna». La popolazione di origine armena preferisce invece chiamare la regione «Artsakh», il nome antico armeno.

Gennaio

Il mese di gennaio si era aperto così come si era concluso l’anno precedente: una sostanziale calma lungo la linea di contatto con pochissime violazioni azere del cessate-il-fuoco. A posteriori potremmo classificarla come la calma prima della tempesta. Il Presidente Sahakyan, ormai quasi a fine mandato, diffonde il consueto messaggio di Capodanno e in occasione del Natale armeno del 6 gennaio. Il Ministro degli esteri russo Lavrov annuncia il 17 gennaio “alcuni progressi” nel negoziato che hanno permesso di fare “piccoli passi” sulla base degli impegni presi nell’incontro ad alto livello del marzo 2019 tra Pashinyan e Aliyev. Il 28 gennaio il Primo ministro armeno visita l’Artsakh. Il 29 e il 30 gennaio i Ministri degli esteri di Armenia e Azerbajgian, Mntasakanyan e Mammadyarov si vedono a Ginevra.

Febbraio

Il 15 febbraio si incontrano a Monaco di Baviera nell’ambito dei lavori della Conferenza sulla sicurezza Pashinyan e Aliyev. Il faccia-a-faccia dura meno di un’ora. Il giorno prima il Primo ministro armeno aveva dichiarato che «l’Armenia vedrà l’attacco dell’Azerbajgian al Karabakh come un attacco alla Repubblica di Armenia. La Repubblica di Armenia è il garante della sicurezza del Karabakh». Il 23 febbraio si registrano schermaglie sulla frontiera nord-orientale dell’Armenia (Tavush) con reciproco scambio di accuse. Il giorno dopo viene sostituito il Ministro della difesa dell’Artsakh (da Abrahamyan a Harutyunyan) anche per il numero di incidenti registrati nell’ambito dell’Esercito nelle ultime settimane con tredici soldati morti per colpi di arma da fuoco (incidenti, malattia, atti di commilitoni).

Marzo

A inizio del mese di marzo ancora tensione nella regione di Tavush dell’Armenia, mentre si diffonde la notizia che le forze armate di Yerevan avrebbero acquistato sistemi radar indiani per quaranta milioni di dollari. Ancora a metà mese non si registrano dati di positività al coronavirus che sta flagellando il mondo. L’Artsakh è protetto da un sostanziale isolamento naturale, ma dal 20 marzo viene vietato l’ingresso nel Paese anche dall’Armenia. La incombente pandemia influisce sulla campagna elettorale che vede ridurre gli interventi pubblici e si profila anche la possibilità di un rinvio delle consultazioni. Il 31 marzo però si svolgono regolarmente le elezioni politiche e presidenziali (le prime dopo la riforma costituzionale del 2017) con una affluenza ai seggi del 72,7%. Il candidato presidente Araiyk Harutyunyan ottiene il 49,26% dei voti e quindi va al ballottaggio con il Ministro degli esteri uscente Mayilyan che ottiene il 26,4%. Il partito “Libera patria” di Harutyunyan conquista la maggioranza dei seggi. Elezioni libere e trasparenti con molte liste e candidati.

Aprile

All’inizio del mese di aprile ancora nessun caso di Covid-19 registrato in Artsakh, bisognerà attendere il 7 aprile quando una signora di un villaggio della regione di Shahumian ritorna positiva da un viaggio in Armenia. Vengono rafforzati i controlli alla frontiera. Con il passare dei giorni cominciano i primi casi. La situazione lungo la linea di contatto rimane relativamente calma ma il 5 un soldato armeno è ferito da un cecchino azero. Il 14 aprile si tiene il ballottaggio scontato delle presidenziali e Harutyunyan è eletto presidente. Il 21 aprile viene abbattuto nel settore sud-orientale un drone azero che stava eseguendo una ricognizione fotografica sul campo. Lo stesso giorno si tiene una video riunione tra i Ministri degli esteri di Armenia e Azerbajgian. Il 29 aprile colpi di mortaio cadono sulla linea di difesa armena.

Maggio

Il mese di maggio si apre con le dichiarazioni del Ministro degli esteri Mnatsakanyan che afferma che “nessuno può aspettarsi alcun passo dall’Armenia, implicando concessioni, e ciò potrebbe danneggiare la nostra sicurezza nazionale”. Il Covid-19 fa annullare le celebrazioni del 9 maggio ma i casi sono pochi e isolati. Rimane comunque lo stato di emergenza. Dal 18 al 22 maggio si svolgono imponenti manovre militari azeri. Il 19 maggio si insedia ufficialmente il nuovo presidente con una cerimonia che simbolicamente si tiene a Shushi, nel teatro della Casa della cultura. La reazione azera è affidata a un violento comunicato del Ministero degli esteri che recita che “l’organizzazione di elezioni illegali e il cosiddetto spettacolo del giuramento nella regione occupata dell’Azerbajgian nel Nagorno-Karabagh da parte dell’occupante Armenia è un’altra brillante manifestazione della politica di annessione dell’Armenia. (…) La guerra non è ancora finita e l’Azerbajgian ha il diritto di garantire il ripristino della sua integrità territoriale con tutti i mezzi possibili nell’ambito dei suoi confini internazionalmente riconosciuti. Le corrispondenti azioni provocatorie della leadership armena annullano praticamente tutti gli sforzi per una soluzione pacifica del conflitto e servono a rafforzare l’ulteriore confronto militare e aumentare la tensione nella regione”. Nonostante il messaggio minaccioso la situazione lungo la linea di contato rimane calma, eccezion fatta per una azione di sabotaggio degli azeri che probabilmente lasciano un caduto sul campo.

Giugno

A giugno il nemico principale in Artsakh rimane il Covid-19: un centinaio di positivi ma nessuna vittima grazie anche alle misure di contenimento che lentamente vengono revocate considerato il miglioramento della situazione sanitaria. Il governo da poco insediato muove i suoi primi passi con ambiziosi programmi di investimento annunciati dal presidente Harutyunyan (5.000 nuove case, 5.000 posti di lavoro e crescita PIL dell’8%). Il 30 giugno si svolge un video-incontro tra i Ministri degli esteri di Armenia e Azerbajgian. Situazione calma sulla linea di contatto, ma preoccupano le dichiarazioni del Presidente turco Erdogan che si fa minaccioso verso Armenia e Grecia.

Luglio

A luglio si manifestano le prime turbolenze nella regione. Il 7 luglio Aliyev tiene un duro discorso contro l’Armenia dichiarando che mai tollererà la presenza di un secondo Stato armeno e rinnovando il proclama sulla integrità territoriale azera. Ma è nel nord-est dell’Armenia, all’altezza della regione di Tavush, che si verificano insoliti gravi incidenti. Gli azeri tentano il 12 luglio una sortita ma vengono respinti subendo molte perdite. Gli armeni riescono ad occupare alcune posizioni strategiche sul confine. Si combatte violentemente per due giorni, con 12 vittime azere e 5 armene. Il 14 luglio a sorpresa viene silurato lo storico Ministro degli Esteri Mammadyarov. Il 18 luglio sui cieli dell’Artsakh viene abbattuto un drone azero di video sorveglianza. Dall’inizio della pandemia risultano contagiati 230 cittadini, forse si registra la prima vittima, un’anziana con altre patologie. La situazione lungo la frontiera in Armenia ritorna relativamente calma, ma da fine luglio l’Azerbajgian e la Turchia organizzano imponenti manovre militari, viste come una provocazione, prima in Nakhchivan e poi nel resto del territorio azero.

Agosto

Ad agosto la situazione lungo la linea di contatto tra Artsakh e Azerbajgian si fa leggermente più tesa con un aumento delle violazioni azere che arrivano a circa 300 alla settimana. Harutyunyan dichiara che “se l’avversario lancia un piccolo proiettile o una bomba su Stepanakert, riceverà la risposta a Kirovabad” (Kirovabad è il vecchio nome dell’attuale Ganja (Gäncä), seconda città dell’Azerbaigian). Poco dopo Ferragosto si concludono le imponenti manovre turco-azere. Il 23 agosto un soldato armeno viene catturato dagli azeri sui monti Mrav.

Settembre

Il 1° settembre suona la campanella nelle scuole dell’Artsakh. La pandemia ha fatto registrare 300 casi dall’inizio e la situazione sembra sotto controllo. Però, il 2 settembre si celebra la Festa della Repubblica senza cortei ed eventi pubblici. Il 9 settembre Samvel Babayan, a capo della Sicurezza nazionale, annuncia il progetto di creare una milizia specializzata. Il 19 settembre Harutyunyan annuncia che in un paio di anni la sede del Parlamento sarà spostata da Stepanakert a Shushi. Il 27 settembre è una domenica. Alle sette della mattina la popolazione viene svegliata dal suono delle sirene e dal fragore dei colpi di artiglieria e delle bombe che colpiscono l’Artsakh. L’Azerbajgian ha cominciato il suo attacco militare [Presidente Arayik Harutyunyan: non è l’Azerbaigian, è la Turchia che combatte contro l’Artsakh. Circa 4.000 jihadisti della Syria combattendo con i turchi dalla parte azera – 28 settembre 2020].

Il 2020, per la Repubblica di Artsakh, si ferma qui. Il resto è cronaca di guerra, di migliaia di morti, di distruzione, di territori perduti, monumenti vandalizzati, di una resa incondizionata, di una difficile ricostruzione. La Repubblica di Artsakh è stata duramente colpita, vacilla ma ancora resiste

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Cooperazione internazionale, diretta Youtube su ‘Armenia: conflitto secolare tra i popoli caucasici’ (gonews.it 29.12.20)

“Armenia: conflitto secolare tra i popoli caucasici. Storia, origini e prospettive” è il titolo di un convegno in diretta Youtube alle 15 di mercoledì 30 dicembre 2020 sul canale del Comune di Scandicci, organizzato nell’ambito del Progetto Ch’orat’an di cooperazione internazionale dei Comune di Scandicci e Lastra a Signa e della Città Metropolitana di Firenze, per un centro linguistico giovanile a Ch’orat’an (Armenia). All’incontro di mercoledì 30 dicembre 2020, a partire dalle 15, dopo i saluti istituzionali dei Sindaci di Scandicci e Lastra a Signa Sandro Fallani e Angela Bagni, del Capo di Gabinetto della Città Metropolitana Giovanni Bettarini, di Romeo Zoli dell’associazione La Melagrana, intervengono Don Riccardo Pane, Armenologo, Edgar Kalantaryan, Professore di Scienze politiche presso l’Università statale di Yerevan, Varuj Baghmanyan, Sindaco di Ciorotan, Padre Gerogio Sargisian, Vice Rettore del Seminario dei Mekhitaristi di Yerevan; conclude Diye Ndiaye, assessora alla Cooperazione e alle Relazioni internazionali di Scandicci. L’incontro è moderato dal giornalista Raffaele Palumbo. “Fornire ai giovani del Centro di ‘Mkhitar’ di Choratan, in Armenia, l’accesso all’insegnamento della lingua inglese e favorire il miglioramento di competenze informatiche, in particolare la capacità di utilizzo di internet: il fine è migliorare le opportunità d’istruzione dei giovani del Centro oltre all’acquisizione di nuove abilità e competenze professionali”. Con queste parole l’assessora alla Cooperazione internazionale del Comune di Scandicci Diye Ndiaye spiega gli obiettivi del Progetto Ch’orat’an, per la creazione di un centro linguistico giovanile nella comune Armeno. Il progetto è dei Comuni di Scandicci e Lastra a Signa e dalla Città Metropolitana di Firenze, e in Armenia ha come partner istituzionali il Comune di Choratan, la Ong ‘Mekhitarian Centre of Armenia’, e come partner operativo il Centro giovanile Mkhitar di Choratan. Altri partner italiani sono il Centro giovanile oratorio Don Bosco dei Salesiani Scandicci, l’associazione La Melagrana APS (che dal 2014 intrattiene regolari rapporti con il Centro Mkhitar e con il Comune di Choratan), l’Istituto comprensivo Altiero Spinelli, l’Istituto comprensivo Lasta a Signa. “Ringraziamo l’artista scultore armeno Mikayel Ohanjanyan per aver messo a disposizione del progetto la sua opera “legami #6” del 2019, che è diventata l’immagine simbolo dle nostro progetto”, conclude l’assessora Diye Ndiaye. Tra le azioni fissate dal progetto di cooperazione la dotazione di una solida connessione a Internet di una aula già predisposta presso il Centro Mkitar di Choratan, l’acquisto di materiale didattico (banchi, libri, computer, tablet), la realizzazione di corsi d’informatica e formazione sull’utilizzo dei social network, il finanziamento di un corso di lingua inglese, la divulgazione del progetto attraverso incontri pubblici e manifestazione civiche. Beneficiari diretti del progetto, al momento:130 studenti di età compresa tra i 6 e 17 anni, 8 insegnanti. Beneficiari indiretti: 350 famiglie del Comune di Cioratan (1150 abitanti), i ragazzi dell’Oratorio Salesiano “Don Bosco” di Scandicci, gli alunni delle scuole medie di Scandicci (Istituto Altiero Spinelli) e Lastra Signa (Istituto Comprensivo Lastra a Signa). “La coesione di una comunità si misura da quanto è aperta al mondo, è questa l’attitudine che dà il senso vero all’essere solidali al proprio interno – dice il Sindaco Sandro Fallani – questa consapevolezza è radicata nella nostra cultura, è il principio per cui da sempre le famiglie più unite sono quelle pronte ad aggiungere un piatto a tavola per chi ha bisogno. La cooperazione internazionale fatta senza alcuno spreco, con rapporti diretti con le comunità locali di altre parti del mondo e con progetti ben mirati alle esigenze vere delle persone, è molto più importante di quanto non si pensi in genere, anche per noi che abbiamo condizioni di vita migliori e in apparenza minor bisogno di chi sta in paesi lontani dal nostro”. “Si tratta di un progetto a cui abbiamo aderito e con molto entusiasmo – ha dichiarato il Sindaco di Lastra a Signa Angela Bagni – dopo essermi confrontata più volte con il sindaco Fallani sull’urgenza di fare qualcosa per le popolazioni armene che vivono purtroppo in condizioni di vita molto più difficili delle nostre. In questo momento storico è fondamentale sentirsi parte di un unico mondo, essere solidali e aiutare chi è meno fortunato di noi. Questo progetto è allo stesso tempo prezioso perchè darà la possibilità ai ragazzi lastrigiani di venire a contatto, attraverso internet e le nuove tecnologie, con loro coetanei che vivino in un paese con tradizioni e cultura molto diverse dalla loro e questo li arricchirà moltissimo”. La regione di Tavush, dove si trova Choratan, è considerata una delle più povere dell’Armenia, caratterizzata da un sistema economico di tipo rurale fondato prevalentemente su agricoltura e pastorizia. La situazione è resa più problematica proprio dal fatto che il villaggio si trova a soli 5 km dal confine con l’Azerbaigian, paese con il quale è tuttora aperto un conflitto territoriale. Tra le principali criticità occorre segnalare il debole sviluppo infrastrutturale e delle vie di comunicazione e, appunto, la carenza delle opportunità lavorative a livello locale. Per quanto riguarda le infrastrutture scolastica, a Choratan sono presenti un asilo nido, una scuola elementare, una scuola media e il Centro Giovanile ‘Mkhitar’ gestito dai Padri Mekitaristi che hanno sede a Venezia nell’Isola di San Lazzaro. Da notare che in Armenia l’accesso ai corsi universitari è subordinato alla conoscenza della lingua inglese. Oggi, nel villaggio, abitano circa 1.150 abitanti, la metà della popolazione presente in passato. A causa della difficile situazione economica, gli abitanti del villaggio tendono infatti ad emigrare: il numero degli abitanti è diminuito soprattutto negli ultimi cinque anni e, tra questi, la maggioranza è costituita da giovani. Fonte: Comune di Scandicci – Ufficio Stampa

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Soldi per i soldati armeni (Vaccarinews 28.12.20)

La raccolta fondi passa anche attraverso alcune iniziative che vedono protagonista Haypost, fra cui una serie di francobolli con sovrapprezzo

Attraverso l’operatore Haypost, l’Armenia ricorda il Nagorno-Karabakh con una serie dedicata all’indennità assicurativa per i militari ed inserita in un contesto più ampio di raccolta fondi (sono previste anche cartoline). È organizzata in sette francobolli allestiti in altrettanti fogli da dieci o nel foglietto che ne contiene uno per tipo. Dovuta a Domino production, ha raggiunto gli sportelli il 22 dicembre.

Le immagini propongono monumenti associati a paesaggi dell’Artsakh, come l’area contestata con l’Azerbaigian è identificata. Vi figurano l’eroe dell’epopea nazionale David di Sassun (compare nel 120 dram), il gruppo scultoreo “Danza di montagna” (220), l’artista circense Leonid Yengibaryan (230), l’archimandrita compositore, musicologo e cantante Soghomon Soghomonian detto Komitas (280), il pittore Martiros Sarian (330), il compositore Arno Babajanyan (380), il creatore dell’alfabeto locale Mesrop Mashtots (500). Tutte le cartevalori hanno una bandella che eleva di 500 dram il costo; inoltre, portano uno slogan in armeno sempre diverso però collegato al soggetto rappresentato.

Il blocco conta su una donazione pari a 5.000 dram; raffigura sul bordo l’artigliere diciannovenne Albert Havhannisyan durante le azioni militari delle settimane scorse. La foto divenne famosa ma lui perse la vita l’8 ottobre; ha ricevuto, in memoria, la medaglia destinata alle persone coraggiose. Si aggiunge, pure in inglese, il testo “Il mio nome è Artsakh – Vinceremo”.

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Poesia svelata tra passione e tragedia (ilbolive.unipd.it/

Vittoria scriveva poesie. Le scriveva per sé, senza alcuna intenzione di renderle pubbliche, tanto meno di darle alla stampa. Quando iniziò a comporre versi, abitava in Prato della Valle a Padova, dov’era nata nel 1855. La casa di famiglia, in cui la poetessa sarebbe tornata a più riprese anche dopo aver lasciato la città, si trovava in quel lato della piazza dal quale oggi s’inoltra il viale che porta alle serre dell’Orto botanico, tra i civici 41 e 44.

A quella casa avrebbe dedicato una lirica densa di memorie struggenti, ricordandola “aperta su quel prato /che il fiumicel chiudea come monile / tremulo, rispecchiante / statue brune dal muscoso plinto…”. Era il luogo che aveva accolto “i primi studi, il primo amore, il primo / schianto”: le letture appassionate dei classici degli scrittori contemporanei, i primi componimenti poetici e il fidanzamento con il veneziano (e spiantato) Pasquale Grimani, legame che avrebbe rotto nel 1877 su pressante “consiglio” di amici e familiari.

Intelligente, melanconica e curiosa, viveva nell’agio della nobile famiglia di origine armena Moorat-Aganoor che si era trasferita dall’India – dove era nato il padre Edoardo – a Venezia, luogo in cui si era stabilita una comunità di immigrati al seguito dei padri mechitaristi dell’isola di San Lazzaro, e successivamente a Padova. In città, non a caso, a due passi dalla residenza degli Aganoor si trovava Palazzo Zacco, acquistato dalla congregazione armena mechitarista padovana nel 1839 e sede dal 1842 del Collegio Moorat per gli studenti armeni che frequentavano l’Università di Padova.

La famiglia diede a Vittoria e alle sue quattro sorelle la possibilità di ricevere una brillante educazione letteraria da maestri illustri, come il poeta e traduttore Andrea Maffei e il poeta e professore dell’Università di Padova Giacomo Zanella. Proprio l’abate Zanella accompagnò Vittoria lungo un percorso di raffinata formazione umanistica per quasi 15 anni, in un “sodalizio di poesia e umanità” – come lo definisce la studiosa dell’Università di Padova Adriana Chemello – da quando Vittoria era una bambina di otto anni fino al suo maturare in una giovane e colta intellettuale. Anche durante il temporaneo trasferimento della famiglia Aganoor a Venezia, Vittoria tornava con frequenza a Padova, ospite dei nonni, per seguirne le lezioni. In quel periodo aveva spesso contatti con Giovanni Verga, tanto che ne scriveva a Zanella nel giugno 1876: “Abbiamo visto più volte il Verga, col quale abbiamo, come s’immagina, parlato molto di lei”.

L’attaccamento al suo primo maestro era tale che, nonostante la giovane avesse trovato più tardi in Enrico Nencioni una nuova guida mentre soggiornava con la famiglia a Napoli, la morte di Zanella nel 1888 la segnò profondamente.

Sconvolta dal dolore, Vittoria percepisce la perdita dell’adorato maestro come la fine delle giovanili speranze, il definitivo infrangersi dei suo sogniAdriana Chemello

Con Zanella, Vittoria aveva avuto l’ardire di pubblicare, assieme alla sorella Elena, un componimento sulla Nuova antologia, ma dopo quell’episodio le sue poesie erano rimaste nel cassetto, intimo esercizio intellettuale. L’ombra gettata dalla morte del maestro la spinse a cercare nello studio un sollievo e a stringere ancor più a sé la scrittura e le sue amate carte. In quel periodo Vittoria abitava fra Basalghelle, dove la famiglia aveva una villa, e Venezia, nella zona del ponte dei Greci, dove teneva salotti letterari frequentati da intellettuali quali Enrico Nencioni, Domenico Gnoli e Antonio Fogazzaro, con i quali la giovane intrattenne per molto tempo fitti carteggi.

Gli anni successivi portarono lutti importanti e preoccupazioni per la malattia mentale della sorella Maria. Alla morte del padre e, nel 1899, della madre amatissima, Vittoria, spaesata, si rifugiò nella poesia. Sembrò però cadere in un baratro di inerzia e depressione, dal quale neanche l’amicizia dolce e fortissima di Domenico Gnoli seppe sollevarla. Anche la poesia, infine, sembrò dissolversi nel suo dolore.

Poi, il ritorno faticoso alla vita.
Nel 1900, a 45 anniper la prima volta pubblicò una raccolta di sue poesie, Leggenda Eterna, che ebbe uno straordinario successo e dovette essere ristampata.

Un lume improvviso d’aurora / raccende il fervor della vitaVittoria Aganoor, “Trasimeno”, 1901

Il 1901 è l’anno del suo trasferimento a Perugia a seguito del matrimonio con l’ingegnere umbro Guido Pompilj, per il quale ricevette gli auguri anche da Giosuè Carducci. Un nuovo capitolo di vita, un riscatto dal dolore. Dedicò al marito la raccolta Nuove liriche del 1908 e si impegnò in componimenti per le più varie occasioni, partecipe della vita sociale e politica di Guido, divenuto nel frattempo deputato del primo Collegio di Perugia, quindi sottosegretario di Stato al Ministero delle Finanze, al Ministero degli Affari esteri e plenipotenziario a L’Aja per il Congresso della pace. Gli anni dopo il matrimonio videro Vittoria sempre al fianco del marito, che la amava profondamente.

Gravemente malata, morì nel maggio del 1910 in seguito a un intervento chirurgico. Quella notte, Guido si uccise, sparandosi di fianco al cadavere della moglie.

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“Il chicco acre della melagrana”: tra Roma e il Medioriente, nell’autobiografia di Giorgio Kevork Orfalian, 70 anni di storia armena ed europea (Vivereroma 28.12.20)

Leggere questo “Chicco acre della melagrana”, autobiografia di Giorgio Kevork Orfalian, importante esponente della Comunità armena di Roma (Caravaggio, Edizioni Divina follia, collana “Ararat”, scritta con supervisione di Letizia Leonardi, giornalista professionista esperta di storia e cultura armene) significa fare una cavalcata in 70 anni di storia dell’Armenia, del Vicino oriente e dell’Europa.

Ma la narrazione parte da prima, da quell’incredibile decennio 1910-’20 che vede, soprattutto, lo tsunami della Grande guerra: che, nell’Impero Ottomano, significa l’inizio del ”Medz Yeghern”, quel genocidio del popolo armeno che durerà, tra alterne vicende, sino ai primi anni’ 20.

Giorgio Kevork Orfalian nasce nel 1950 a Tripoli di Libia, figlio di Dikran Orfalian, armeno (di origini in parte anche palestinesi) che ha combattuto, come carrista, nella mitica VIII Armata britannica nel ’42-’43, e da Harshaluis Devruscian, di famiglia armena che, in passato, ha vissuto direttamente il dramma del “Medz Yeghern”, con una pazzesca “anabasi”, da deportati, da Aleppo sino a Tripoli. Andato, a 13 anni, a studiare al Collegio armeno “Moorat Raphael” di Venezia, gestito dai severi padri melchitaristi, Giorgio si diploma nel 1969; e come in un film, arriva in aereo a Fiumicino, per prendere il volo per Tripoli, proprio il 1 settembre 1969. Cioè quando, a Tripoli, il colonnello Gheddafi ha trionfato nel golpe, d’impronta nasserista e panaraba, contro il vecchio (e troppo filoccidentale) re Idris I. Bloccato a Roma, il giovane è costretto a una lunga “gavetta” esistenziale e lavorativa: salendo gradualmente la scala sociale grazie a uno spiccato senso pratico-economico e a un pizzico di fortuna. Seguirà, sempre entro l’anno e parallelamente ai lavori piu’ disparati (da benzinaio a venditore di bibite allo stadio), l’iscrizione alla “Sapienza” (prima a Medicina, poi a Psicologia). E’ il 1972, quando al giovane Giorgio capita addirittura d’incontrare – per un possibile provino cinematografico – Pier Paolo Pasolini, alla ricerca di comparse per il suo prossimo film (“I racconti di Canterbury”?).

Nel frattempo, oltre a pensare a un lavoro migliore (come rappresentante di commercio per la Libia nel settore calzature), Orfalian non dimentica la causa del suo Paese (a quell’epoca, non ancora Stato indipendente, ma Repubblica armena membro dell‘Unione Sovietica). Sempre nei primi annì ’70, a Roma, ha modo d’incontrare e intervistare Armin Tehophil Wegner, l’intellettuale tedesco che nel 1915, trovandosi, come militare paramedico, nell’Impero ottomano, aveva avuto modo d’assistere al massacro degli armeni, documentandolo segretamente con storiche fotografie. Da Wegner, giornalista e scrittore controcorrente, nel Primo dopoguerra autore delle prime denunce ufficiali del genocidio armeno (tra i 200.000 e 1.800.000 morti, secondo le stime correnti), che morirà poi, temporaneamente dimenticato dalla Germania, sempre a Roma nel 1978, Giorgio ha in regalo proprio alcune di quelle storiche foto. E’ un genocidio, questo degli armeni, che i turchi tuttora si ostinano a negare, attribuendo tale strage a una guerra civile nel caos del primo conflitto mondiale, accompagnata da carestia e malattie.

Ma il momento in cui Orfalian entra piu’ direttamente (e drammaticamente) a contatto con la storia del’900 è nel 1977 – ’78. Quando un maledetto errore del quotidiano “Il Tempo”, ripreso purtroppo da altre testate estere, soprattutto turche (un articolo citante Giorgio e altri connazionali viventi a Roma come pericolosi terroristi indipendentisti armeni) mette in moto un meccanismo infernale. In cui lui incappa quando, nell’estate del ’77, per leggerezza decide di andare in vacanza in Iran passando proprio da Grecia… e Turchia. Quel che gli accade in seguito, è esattamente identico alla vicenda di Bill Hayes, il ragazzo americano la cui storia (1970, pochi anni prima) è nota a tutto il mondo grazie al cult.-movie di Alan Parker “Fuga di mezzanotte”: il fermo alla frontiera turca, l’arresto, l’incubo della detenzione in un carcere turco, senza alcuna possibilità di comunicare, per lungo tempo, con la sua famiglia, fra torture fisiche e psicologiche e condizioni igieniche inimmaginabili. Una discesa agli inferi che per il giovane professionista armeno si interromperà solo a fine aprile del ’78, con l’assoluzione (ma solo per insufficienza di prove) dalla gravissima accusa di attentato alla sicurezza dello Stato turco.

Seguiranno il ritorno a Roma, la ripresa del lavoro (con importanti iniziative commerciali, stavolta in proprio da imprenditore, un po’ in tutto il Vicino oriente, anche durante la Guerra del Golfo del 1991), due matrimoni. E la partecipazione come volontario, insieme al leader indipendentista armeno Monte Melkonian (che morirà poi nel 1993), alla prima guerra tra Armenia (dal ’91 indipendente, col crollo dell‘URSS) e Azerbaigian per l’indipendenza del Nagorno-Karabakh, o, meglio, Artsakh. L’enclave armena (abitata quasi totalmente da armeni) nel territorio azero, da sempre in lotta per l’indipendenza dall’ Azerbaigian, per il cui destino, dal 1992, si combatte un interminabile conflitto armeno-azero, tra Yerevan e Stepanakert, da un lato, e Baku’ dall’altro (sino al terzo conflitto, iniziato a settembre 2020 e interrotto, a novembre scorso, dal temporaneo accordo di pace raggiunto grazie alla mediazione russa). A maggio 1992, Kevork Orfalian è tra i combattenti che strappano agli azeri Shushi, unica città dell’Artsakh con forte presenza azera.

Una vita che, senza esagerare, si presterebbe – come lo stesso Autore confessa di desiderare in chiusura del libro – ad essere tradotta in un film.

La “pistola fumante” del genocidio armeno (ilbolive.unipd.it 27.12.20)

Ha detto una volta a Il Bo Live Antonia Arslan che “il genocidio continua ancora perché non è mai stato riconosciuto da chi l’ha perpetrato. (…) Ai sopravvissuti non è concesso neppure di affidarsi all’oblio, non possono riconciliarsi e perdonare perché nessuno ha chiesto loro scusa”. Ancora oggi parlare di genocidio degli armeni e degli assiri in Turchia può comportare l’ostracismo civile e intellettuale, la prigione (in base al famigerato art. 301 del codice penale) o perfino la vita. Per questo è particolarmente prezioso un libro come quello dello storico turco Taner Akçam, appena tradotto in italiano da Guerini e Associati nella collana curata dalla stessa Arslan: Killing orders. I telegrammi di Talat Pasha e il Genocidio Armeno.

Tema del volume è la dimostrazione dell’autenticità dei documenti che attesterebbero il diretto coinvolgimento nei massacri di Talat Pasha, uno dei triumviri che di fatto ressero l’Impero ottomano durante la grande guerra e grande architetto della turchizzazione dell’Anatolia con le conseguenti efferate pulizie etniche. Alcuni dei suoi ordini, in seguito distrutti o occultati dallo Stato turco, furono raccolti da un burocrate, Efendi Naim, che all’epoca lavorava all’ufficio per la deportazione di Aleppo (una delle principali tappe dei viaggi della morte); questi poi li vendette al giornalista armeno Aram Andonian, che li pubblicò nel 1919 sotto il titolo di Memorie di Naim Bey. Da allora sia l’autenticità dei documenti che la stessa esistenza di Naim sono state ferocemente contestate dalle autorità e dell’intellighenzia nazionalista turche: da ultimo dagli storici Şinasi Orel e Süreyya Yuca in una ricerca promossa nel 1983 dalla Società Storica Turca. Tanto più che gli originali delle cosiddette Memorie non furono mai pubblicati fedelmente e che risultano oggi dispersi.

Il libro di Akçam, che allo sterminio degli armeni ha dedicato in passato diversi studi, vuole proprio essere una risposta definitiva ai dubbi e alle critiche avanzate da Orel e Yuca e da tanti altri dopo di loro, grazie a uno strumento formidabile: l’archivio di Krikor Guerguerian (1911-1988), monaco armeno che durante il Medz Yeghern (‘grande crimine’) fu testimone dell’uccisione di entrambi i genitori e di 10 suoi fratelli. Riparato fortunosamente all’estero, Guerguerian spese gran parte della sua vita raccogliendo oltre 100.000 pagine di documenti, in vista della preparazione di una tesi di dottorato sul genocidio armeno che tuttavia non vide mai la luce. L’archivio, recentemente pubblicato on line dalla Clarck University di Worcester (Massachusetts) a cura dello stesso Akçam, raccoglie una gran mole di foto e scansioni di originali che risultano in massima parte distrutti o dispersi, tra cui – e questo è il colpo di scena degno di un romanzo – proprio il gruppo di documenti e appunti che costituiscono le Memorie di Naim Bey.

Con l’accuratezza dello storico e il piglio dello scrittore di legal thriller l’autore analizza i testi ricostruendone la provenienza e confrontandoli con altri documenti della stessa epoca custoditi presso gli Archivi della Repubblica Turca ad Ankara. E la risposta è convintamente a favore dell’autenticità: persino i codici cifrati utilizzati sono gli stessi, con il particolare che gli archivi ottomani sono stati aperti agli studiosi solo in tempi recenti, per cui all’epoca della pubblicazione delle Memorie non erano a disposizione di eventuali falsari.

A più di un secolo di distanza certi passaggi gelano ancora oggi il sangue: “I diritti di tutti gli armeni sul suolo turco, come il diritto alla vita e al lavoro, sono stati soppressi – scrive ad esempio Talat Pasha il 22 settembre 1915 –; nessuno deve essere risparmiato, nemmeno l’infante nella culla”. In un altro telegramma, destinato al governatore provinciale di Aleppo e datato 29 settembre 1915, si afferma che “il governo (…) ha deciso di annientare completamente tutti gli armeni che vivono in Turchia. (…) Non vi è spazio per gli scrupoli di coscienza e non si faccia distinzione per donne, bambini e ammalati, indipendentemente da quanto cruente possano essere le modalità di distruzione” (Killing Orders, pp. 60-61).

I diritti di tutti gli armeni sul suolo turco, come il diritto alla vita e al lavoro, sono stati soppressiTalat Pasha

Molti di questi documenti nel 1919 furono esibiti e riconosciuti validi addirittura dai tribunali ottomani, nei processi intentati a militari ed esponenti dei Giovani Turchi su pressione dei vincitori della prima guerra mondiale (in particolare la Gran Bretagna), e alcuni fra questi furono addirittura pubblicati sulla Gazzetta Ottomana. Successivamente però si decise di stendere una coltre di silenzio su quanto rischiava di oscurare il prestigio della nuova Repubblica turca sorta sulle ceneri dell’Impero, e gli eredi dei vecchi apparati si mossero per occultare, distruggere le prove, ridurre al silenzio i testimoni.

I documenti pubblicati da Akçam non solo rendono giustizia di quello che ancora oggi è negato, ma gettano anche luce su aspetti meno conosciuti delle tragiche vicende che descrivono: da essi ad esempio si comprende che molti turchi musulmani diedero protezione e riparo agli armeni, spesso a rischio della loro stessa vita: gli ordini erano infatti di giustiziare immediatamente davanti alla propria casa coloro che nascondevano i fuggiaschi.

Il libro è dedicato alla memoria del giornalista di turco-armeno Hrant Dink, ucciso nel 2007 da un fanatico nazionalista davanti ai locali del suo giornale Agos, in un delitto dai contorni ancora oggi oscura. Akçam, a sua volta incarcerato per reati di opinione negli anni ’70 e in seguito rifugiato in Germania e poi negli Stati Uniti, rischiò a sua volta la vita per assistere al funerale di Dink: questa ricerca è un estremo omaggio alla lotta dell’amico per la verità sui massacri degli armeni, in un momento in cui i fantasmi dei conflitti etnici tornano ad aggirarsi nel Caucaso.

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La diplomazia del caviale. Ecco perché nessuno dice niente, in Europa, sulla guerra in Armenia (Confronti 26.12.20)

di Leonardo Filastò. Storico delle idee

«Tra favori grandi e piccoli, tra guadagni e maneggi legati al tiranno, si arriva al punto che il numero di persone a cui la tirannia sembra vantaggiosa risulta quasi uguale a quello di chi preferirebbe la libertà». Così scriveva l’umanista francese Etienne de La Boétie in un pamphlet circolato clandestinamente in Francia nella seconda metà del Cinquecento. Ma il Discorso della servitù volontaria è ancora oggi un preziosissimo prontuario su come nascono e si sostengono le autocrazie. Il meccanismo di sostegno è sempre lo stesso, la corruzione. Possiamo però fare un passo in più e allargare ciò che accade all’interno di uno Stato a quello che accade tra un Stato e un altro. Ne abbiamo un buon esempio sotto gli occhi e si chiama Caviar diplomacy.

Ricordiamolo, la locuzione “diplomazia del caviale” è stata coniata nel 2012 per indicare il sistema tramite cui il governo dell’Azerbaijan, elargendo regalie a politici stranieri, riesce a tacitare il Consiglio d’Europa sulla scorrettezza delle proprie elezioni politiche, sulla mancanza di libertà di stampa e sulle sistematiche persecuzioni e incarcerazioni degli oppositori politici.

L’Azerbaijan è formalmente una Repubblica, ma è in realtà una repubblica sui generis, con una presidenza dinastica, tramandata di padre in figlio come nella Corea del nord, e una conduzione del potere familistica (Ilham Aliyev ha nominato sua moglie come vice presidente). Insomma, di res publica non c’è traccia, il dispotismo è in realtà la sua cifra distintiva. Ma per accreditarsi come autentica democrazia ha implementato un sistema di corruzione capillare, atto a garantirsi la “servitù volontaria” degli Stati europei (e in particolare dell’Italia) già dipendenti dall’Azerbaijan per gl’idrocarburi.

Il 6 novembre 2013, in un articolo sul Corriere della Sera, Milena Gabanelli rilevava come, in occasione delle elezioni avvenute in Arzebaijan un mese prima e vinte dal Presidente uscente Aliyev con l’85% dei voti per il terzo mandato consecutivo, Pino Arlacchi, capo degli osservatori ufficiali del Parlamento europeo, avesse giudicato le elezioni «libere, eque e trasparenti» in totale disaccordo con i rilevamenti fatti dall’OSCE, dall’Human Rights Watch e dal Freedom House. «Ridicolo» aveva definito il rapporto degli osservatori il parlamentare Sir Graham Watson, mentre il tedesco Werner Schulze constatava come un certo numero di membri del parlamento minasse la credibilità dell’Europa «nella sua lotta per i diritti umani».

Il 4 settembre del 2017 il The Guardian (articolo a firma di Caleiann, Barr e Negapetyants) approfondiva la questione e parlava di pagamenti effettuati a favore di diversi membri del Consiglio europeo, tra i quali il tedesco Eduard Lintner e l’italiano Luca Volonté, nel momento in cui l’Azerbaijan era sotto i riflettori per l’arresto di attivisti dei diritti umani e di giornalisti. Il The Guardian individuava un ramificato sistema di corruzione, con tanto di cifre, banche e società di comodo beneficiarie.

Le poche denunce, però, non scalfiscono il sistema, la servitù volontaria dei paesi europei, a cui mano a mano si piega anche l’informazione, da allora sembra essersi allargata e incrementata. C’era in prospettiva qualcosa di ancora più importante per cui ottenere il tacito consenso degli europei, la ripresa di una guerra, in grande stile. Da anni l’Azerbaijan si era preparato alla guerra d’aggressione contro il Nagorno Karabakh (Artsakh, per gli armeni) una regione abitata in maggioranza da armeni, contesa tra Armenia e Azerbaijan da decenni, che ha richiesto legittimamente l’indipendenza e il riconoscimento come repubblica autonoma fin dal 1991, senza però ottenerlo fino a ora. Naturalmente l’Armenia si sarebbe schierata in difesa dell’Artsakh, nella speranza non immotivata di avere il sostegno delle democrazie occidentali. Vana illusione in realtà (il minimo che si possa dire è che la diplomazia armena sia stata ingenua) in un mondo che persegue innanzi tutto il culto di Mammona, e l’Armenia è un paese piccolo e povero, con poco o niente da offrire in termini di risorse materiali.  All’Azerbaijan serviva invece un cambio di passo, un’esposizione maggiore.

Ero in Armenia il 30 luglio del 2018, quando Sergio Mattarella, la prima volta per un presidente italiano, s’incontrava a Yerevan con il suo omologo nominato in quell’anno, Armen Sarkissian. L’Italia, almeno così sembrava, accorreva a manifestare la propria amicizia e solidarietà per una democrazia pienamente sbocciata, in seguito alla rivoluzione di velluto guidata da Nikol Pashinyan.

In conferenza stampa Mattarella esprimeva il suo desiderio di compiere quella visita «in virtù dei legami antichissimi che vi sono tra i nostri popoli». Accennava poi al comune impegno per la pace in Libano e in Afganistan, degli intensi rapporti di cooperazione culturale e del contributo all’Italia della diaspora armena. Non ricordo se Mattarella nominasse il fatto rilevante che l’Italia è il secondo più importante partner commerciale dell’Armenia. Dalla musica alla rubinetteria gli armeni amano tutto quello che è di produzione italiana, cosa che, dispiace dirlo, contribuisce a mortificare la manifattura e l’ottimo artigianato locale. Poi, naturalmente, la questione Nagorno Karabakh, la parte più opaca del discorso, che si riassumeva nella volontà di trovare una soluzione politica e non militare al conflitto.

Lo slancio finale non lasciava dubbi sull’impegno assunto dal nostro paese: «L’Armenia potrà sempre contare sul sostegno e la sincera amicizia dell’Italia». Sembrava davvero un discorso sincero e appassionato, e forse lo era. Prima di approdare in Armenia, però, Mattarella era stato in Azerbaijan, e lì, il 18 luglio, aveva fatto lo stesso discorso, ma con più sorrisi, più superlativi, e un particolare entusiasmo sulle relazioni economiche, il petrolio, il progetto della TAP (Trans-Adriatic Pipeline) sul gasdotto. Poi il solito discorso opaco sul Nagorno Karabach.

Spostiamoci al 20 febbraio del 2020. Mattarella ricambia l’ospitalità e accoglie in Italia il Presidente Aliyev. Fa gli onori di casa con amichevole riguardo, e tocca di seguito al presidente azero replicare con le cortesie d’etichetta. Poi però Aliyev s’irrigidisce, assume l’atteggiamento intransigente da despota e ricorda le donazioni che ha fatto all’Italia (un milione di euro per gli scavi archeologici sotto la via Alessandrina di Roma), le fornitura di petrolio di cui il nostro paese è il maggiore importatore e il progetto della TAP. Il tono suona stranamente ricattatorio. Alla luce di poi, sembra richiedere, in cambio di ciò che ha fatto per l’Italia e per l’Europa, una tacito consenso per la guerra che di lì a qualche mese avrebbe scatenato. Ci riuscirà. È il trionfo della Caviar diplomacy, al momento opportuno l’Italia e l’Europa assisteranno in silenzio al massacro di migliaia di giovani armeni.

L’epilogo è tragico e farsesco. L’Azerbaijan, com’era prevedibile, ha vinto la guerra, ottenendo in questo modo forse il suo vero obiettivo, quello di mettere a tacere il dissenso interno che aveva cominciato a farsi sentire prima del conflitto. Perché, lo sappiamo, la guerra ha il potere di unificare gli animi intorno a un ottuso patriottismo di fronte al nemico. E quando si vince, chi si azzarda a criticare! Si va tutti a festeggiare. E a festeggiare arriva anche una delegazione italiana. Ed eccola lì, in fila, a favore del fotografo, ai lati del tiranno Aliyev svettante sugli altri.

Ci sono tutti, la rappresenta politica al completo, da destra a sinistra. Com’è possibile? Chi li ha trascinati fin lì, miracolosamente di comune accordo, a fare festa intorno a un grottesco despota, che ha appena finito di massacrare i suoi vicini? Chi ha autorizzato Ettore Rosato (Italia Viva), Adolfo Urso (Fratelli d’Italia), Pino Cabras (5 Stelle). Gianluca Ferrara (5 Stelle), Maria Rizzotti (Forza Italia), Alessandro Alfieri (PD), Rossana Boldi (Lega), a omaggiare un tiranno in nome del nostro Paese?

Niente di cui meravigliarsi in realtà, c’eravamo già incatenati a questo autocrate caucasico durante il governo di Matteo Renzi, quando furono firmati accordi di partenariato praticamente su tutti i settori, dall’economia alla cultura, e c’erano anche gli “Amici dell’Azerbaijan”, guidati dal senatore leghista Sergio Divina, a fare da sostegno. A niente era servito il richiamo di Amnesty International sulla violazione sistematica dei diritti umani di questo nostro nuovo alleato. «Non sono dunque gli squadroni di cavalieri, non sono le schiere di fanti, non sono le armi a difendere il tiranno», scriveva La Boétie.

Ph  © President.az, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

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Mkhitaryan eletto miglior giocatore d’Armenia del 2020 (Pagineromaniste 25.12.20)

Henrikh Mkhitaryan ha vinto per la decima volta il premio di miglior giocatore armeno dell’anno. Tramite il proprio sito ufficiale ffa.am la federezione ha premiato il trequartista giallorosso che si è aggiudicato il riconoscimento con 133 punti. l giallorosso ha battuto gli altri quindici giocatori in lizza. Al secondo posto Tigran Barseghyan, centrocampista dell’Astana, mentre sul gradino più basso del podio Vahan Bichakhchyan, dello Zilina.

Mkhitaryan: “Buon Natale, che le vostre case siano piene di calore, amore e fortuna” – FOTO

In giallorosso l’armeno sta riscoprendo una forma disarmante. Dopo il calo vissuto in Inghilterra, ha ritrovato sé stesso in Italia ed è uno dei giocatori fondamentali della rosa allenata da Fonseca. Mkhitaryan ha infatti già collezionato 7 gol e 6 assist in questo campionato il che lo ha reso il centrocampista che ha preso parte a più gol in Europa. A breve arriverà anche il rinnovo di contratto, che lo legherà ai giallorossi fino al 2022.

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Roma, a gennaio pronto il rinnovo di Mkitaryan


Roma, Mkhitaryan eletto miglior giocatore d’Armenia del 2020 (Romanews)

Gli intrecci regionali della guerra in Nagorno-Karabakh (policymakermag.it 24.12.20)

Tra gli Stati coinvolti nel conflitto, oltre ad Armenia, Azerbaigian, Turchia e Russia, ci sono anche Georgia e Iran. L’analisi di Giuseppe Mancini

La guerra di 44 giorni tra Armenia e Azerbaigian, per il controllo del Nagorno-Karabakh, non solo ha cambiato gli equilibri tra azeri vittoriosi e armeni sconfitti ma ha paradossalmente determinato nuove prospettive di cooperazione regionale.

A uscire vincitrici dal conflitto sono state anche la Russia e la Turchiala prima è intervenuta per imporre la fine delle ostilità e ha ottenuto la presenza di proprie truppe in alcuni dei territori contesi; la seconda ha sostenuto una nazione amica – politicamente, ma anche militarmente – e poi trasformato il successo sul campo in dividendi diplomatici.

La proposta è venuta dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che ha incontrato il suo omologo azero Ilham Aliyev – il 10 dicembre, a Baku – in occasione della “parata della vittoria”: un raggruppamento regionale a sei, che non solo porti a una soluzione definitiva per il Nagorno-Karabakh ma crei anche forme di cooperazione economica.

Gli stati coinvolti, oltre ad Armenia e Azerbaigian, oltre a Turchia e Russia, sarebbero Georgia e Iran: tutti con confini in comune tra loro. Parlando con la stampa turca durante il viaggio di ritorno, Erdoğan ha assicurato di avere l’approvazione di Vladimir Putin; le diplomazie approfondiranno.

La proposta turca è ovviamente condivisa da Aliyev: perché l’obiettivo comune, attraverso questa nuova formula regionale, è il superamento del cosiddetto “gruppo di Minsk”, guidato invece – in seno all’Osce – da Russia, Usa e Francia (quest’ultima giudicata troppo filo-armena) e inefficace nel trovare soluzioni mutualmente accettabili per la sistemazione del Nagorno-Karabakh attraverso i negoziati degli ultimi 30 anni o quasi.

Del resto, le iniziative regionali non sono nuove per la Turchia: che subito prima delle “primavere arabe”, all’apice della sua influenza come Stato musulmano e democratico nel 2009-2010, aveva avviato la costituzione di un gruppo a quattro insieme a Siria, Libano e Giordania con l’obiettivo di favorire la cooperazione e lo sviluppo del Levante e poi di tutto il Medio Oriente. Il progetto è fallito per cause contingenti, ma l’approccio è rimasto vivo.

Questo approccio regionalista, nel caso del Caucaso, ha anche risvolti direttamente bilaterali: perché Erdoğan ha avanzato l’ulteriore proposta – nel contesto di questa iniziativa di pace e di cooperazione – di riaprire il confine turco-armeno, chiuso dal 1993 proprio al momento della prima guerra per il Nagorno-Karabakh. Un’iniziativa precedente per riaprirlo, coi protocolli di Zurigo del 2009, è fallita per la persistenza del conflitto tra Armenia e Azerbaigian: la liberazione di alcuni dei territori azeri sotto occupazione armena – è questo, il paradosso – potrebbe rimuovere uno degli ostacoli principali alla normalizzazione (rimarrebbe però l’ostilità storica provocata dagli eventi del 1915 in Anatolia, che l’Armenia ritiene un “genocidio” e la Turchia interpreta in modo diverso).

Yerevan, per il presidente turco, avrebbe così nuove opportunità di sviluppo: perché al momento è invece tagliata fuori da tutte le infrastrutture energetiche e di trasporto eurasiatiche, come il gasdotto Tanap e le nuove vie della Seta (il collegamento ferroviario tra Kars e Baku passa infatti per Tbilisi). Del resto, Turchia e Azerbaigian hanno immediatamente iniziato la ricostruzione dei territori del Nagorno-Karabakh riconquistati – l’Ansaldo energia ha già firmato un accordo per la ricostruzione di centrali elettriche – e avviato altri progetti infrastrutturali nel corridoio del Nakhchivan.

Riguardo questo corridoio, la sua funzione è di creare un collegamento tra l’Azerbaigian e questa regione azera interamente inglobati dal territorio armeno; visto che ha un brevissimo tratto di confine – appena 17 chilometri – col Nakhchivan, anche la Turchia ha di conseguenza un accesso diretto al territorio azero. In questo contesto, i progetti annunciati sono un gasdotto e un collegamento ferroviario dal territorio turco. L’Armenia è chiamata a rispondere, dopo che avrà assorbito le conseguenze politiche della sconfitta militare.

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Il conflitto del Nagorno-Karabakh e le influenze russo-turche in una regione strategica (Euronews 23.12.20)

Dal 27 settembre, Armenia e Azerbaigian si affrontano in uno scontro feroce per i territori contesi dentro e intorno all’enclave separatista del Nagorno-Karabakh, una regione strategicamente importante (il corridoio per gli oleodotti che trasportano petrolio e gas naturale dal Mar Caspio), riconosciuto a livello internazionale come parte dell’Azerbaigian, ma controllato dall’etnia armena.

Un conflitto che ha le sue radici nella dissoluzione dell’Unione Sovietica e che continua nonostante il cessate il fuoco concordato nel 1994.

Un’escalation con molteplici cause fra cui un processo negoziale in stallo da anni e un Azerbaijan più assertivo per la sua crescente forza economica e militare.

Infine, il sostegno straniero ricevuto da entrambe le parti: il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si è impegnato a sostenere l’Azerbaigian (un popolo prevalentemente di etnia turca). Dall’altra parte la Russia, tradizionalmente alleata dell’Armenia.

Secondo il presidente russo Vladimir Putin, oltre 4.000 persone sono state uccise da entrambe le parti, compresi civili, con 8.000 feriti e decine di migliaia cacciate dalle loro case.

Non c’è stato consenso da nessuna parte su chi sia responsabile della violenza: questo è ciò che entrambe le parti hanno dichiarato ai nostri microfoni il 9 ottobre.

Così l’azero Ilham Aliyev: “Ci rammarichiamo che i civili vengano uccisi, naturalmente non era il nostro scopo”.

Gli ha fatto eco il premier armeno Nikol Pashinyan: “Non siamo noi la causa di questo attacco (del 27 settembre), hanno attaccato le nostre città e villaggi e abbiamo dovuto rispondere: la nostra risposta è principalmente ed è principalmente contro le posizioni militari avversarie”.

L’accordo di pace è stato mediato dalla Russia che ha consegnato all’Azerbaigian diverse regioni: una parte dello stesso Nagorno-Karabakh e tre territori circostanti.

L’accordo prevede anche il dispiegamento di forze di pace russe nella regione e l’istituzione di un centro di osservazione russo-turco nella regione.

Vladimir Putin, presidente russo, ha detto: “Partiamo dalla premessa che gli accordi raggiunti creeranno le condizioni necessarie per una soluzione a lungo termine e su vasta scala della crisi intorno al Nagorno-Karabakh su una base giusta e nell’interesse dei popoli armeno e azero”.

E questa visione a lungo termine si riflette nello spirito di libera circolazione che è alla base dell’accordo, nella costruzione di autostrade e controllo militare sotto le truppe russe che vengono a salvaguardare il processo di pace.

Dall’altra parte ci sono gli armeni, rimasti sconvolti dall’accordo di pace: la rabbia cresce contro Nikol Pashinyan, che è etichettato come un traditore.

Per giorni ci sono state proteste che lo chiedevano di dimettersi: molti vedono il Nagorno-Karabakh come una parte legittima dell’Armenia, e molti nella regione separatista affermano che Pashinyan ha venduto parte della loro patria firmando il recente accordo di pace.

Il conflitto nella regione non è stato ciò che ha allontanato le persone: piuttosto, è stato l’accordo di pace.

Secondo il governo armeno, circa 90.000 azeri di etnia armena sono stati sfollati e sono fuggiti temporaneamente in Armenia. Da parte azera, i funzionari affermano che il conflitto ha provocato la fuga di circa 40.000 persone.

L’accordo di pace ha “congelato” lo status quo ma non ha certo risolto quello che è uno dei conflitti più antichi del mondo, né ha migliorato la vita delle persone che vi abitano.

Questa situazione ha ratificato la crescente influenza russa e turca nella regione e ha anche ridotto le ambizioni armene di riconnettersi con l’Europa, come avrebbe voluto Pashinyan.

Inoltre, sembra ridurre per ora le possibilità dell’Europa di svolgere un ruolo di primo piano in questo territorio, strategico per diversificare il proprio approvvigionamento energetico.

Anche la Francia, che ha una grande comunità armena e ha un ruolo di primo piano nei precedenti colloqui (come membro del gruppo di Minsk) è stata però messa da parte.

Il villaggio diviso

A seguito della guerra nel Nagorno-Karabakh, il villaggio di Taghavard è stato diviso in due parti.

In una, denominata Kaller Taghavarn, è rimasta la comunità armena, gli azeri hanno occupato l’altra metà.

Quasi 400 persone di questo villaggio sono state sfollate.

I problemi riguardano anche coloro che rimangono a Kaller Taghavard: vivere vicino al confine, difatti, è ugualmente preoccupante.

Tombe in cui riposano persone di nazionalità armena sono anche dall’altra parte del confine, per cui le famiglie non possono render visita al luogo di sepoltura

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