La Turchia annuncia l’invasione del Nord Iraq, Erdogan a caccia dei curdi (Ilgiorno 20.01.21)

Ankara, 20 gennaio 2021 – L’annuncio ricorda quello fatto dalla Turchia alla vigilia del recente conflittto tra Armenia e Azerbaijan, per la contesa sull’enclave del Nagorno-Karabakh. Una guerra breve, per fortuna, ma nella quale l’appoggio di Ankara era risultato decisivo alla riconquista del territorio da parte degli Azeri, con molte morti anche civili tra la popolazione Armena: «La Turchia è pronta a fornire sostegno per eliminare i terroristi dalla regione di Sinjar in Iraq, se sarà necessario».

A dirlo, paventando di fatto una sprta di invasione noltre i proprio confine a Siu, è il ministro della Difesa di Ankara, Hulusi Akar, al titorno dalla visita conclusa nelle scorse ore in Iraq, in cui ha incontrato le autorità federali di Baghdad e quelle del governo di Erbil della regione autonoma del Kurdistan iracheno, dove si trova l’area di Sinjar nella provincia di Ninive, vicino al confine siriano. Secondo il governo di Recep Tayyip Erdogan, dunque, la zona è diventata una base operativa dei combattenti del Pkk curdo e dei suoi affiliati locali dal 2014, durante il conflitto con l’ Isis.

Traduzione: dopo la sconfitta militare in Siria (enorme la sproporzione delle forze in campo) i curdi siriani dello Ypg, che pure avevano contribuito a liberare il territorio dall’incubo di Isis, avevano dovuto andarse e lasciare di fatto il controllo della striscia ai turchi. Dal dicembre scorso, ricorda Ankara, le forze irachene hanno avviato un intervento per «rafforzare la stabilità e la sicurezza» nell’area e favorire il ritorno di alcuni sfollati. «Possiamo dire di essere determinati a eliminare i terroristi attraverso la nostra cooperazione sia con l’amministrazione regionale che con Baghdad», ha aggiunto Akar.

Fin dalla sua nascita, nel 1985, il Pkk (movimento di liberazione del Kurdistan) aveva piazzato le sue basi militari nella zona di Zakho, sulle montagne a Nord dell’Iraq. L’esercito turco, tra i primi dieci al mondo per potenziale bellico, non aveva disdegnato negli  anni sanguinose incursioni oltre il confine, spesso suscitando l’ira di Bagdad. Ma negli ultimi anni il presidente turco Erdogan ha intensificato gli sconfinamenti, in Siria e in Irak, per evitare qualunque minaccia di uno stato curdo alle proprie frontiere. Per i curdi, si preannuncia l’ennesima stagione di conflitti.

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Hrant Dink, 14 anni dopo, simbolo della sete di giustizia in Turchia (Haffingtonpost 20.01.21)

″È un anno che non ti vedo, sacrificherei la mia vita perché i miei occhi vedano te…”. Sono i versi di una struggente canzone della cantante siro-armena Lena Chamamyan. Ogni anno ascoltavamo questi versi durante le cerimonie di commemorazione della morte dell’intellettuale armeno di Turchia, Hrant Dink. Sono passati 14 anni da quando il fondatore e direttore di Agos, la rivista edita nelle lingue turca e armena, è stato assassinato, in pieno giorno, nel centro di Istanbul il 19 gennaio 2007.

Hrant Dink è diventato un simbolo della sete di giustizia in un paese costellato fin dalla sua nascita da una lunga scia di omicidii. Se ne contano circa settanta ispirati dall’odio razziale, dal fanatismo nazionalista fomentato da elementi appartenenti a reti politico-religiose che in quegli anni operavano all’interno dell’amministrazione dello stato.

Per Dink la giustizia non è ancora arrivata.

II caso giudiziario dell’intellettuale antifascista armeno di Turchia, barbaramente ucciso per mano di un giovane diciassettenne, reo confesso sicario che sarebbe stato utilizzato da frange del nazionalismo estremo, non si è ancora concluso. I mandanti dell’omicidio del cinquantaduenne giornalista sono ancora ignoti. Tanto è vero che il 20 gennaio si terrà la 123ª udienza del processo a funzionari pubblici coinvolti nell’assassinio.

Hrant Dink già nel 2005 era stato condannato a sei mesi di reclusione per i suoi scritti sulla questione armena. Era stata mossa contro di lui una feroce campagna di stampa nella quale veniva accusato di “insulto all’identità turca”, contestatagli sulla base dell’articolo 301 del codice penale turco, poi modificato.

Dink era un uomo di dialogo e di pace, era un ardente campione della riconciliazione turco-armena. Durante la sua breve vita ha speso ogni istante per dare voce ai diritti delle minoranze, della minoranza armena in particolare, e più in generale per la promozione dei diritti civili. Negli ultimi anni della sua vita sentiva forte l’odio che la sua azione suscitava in molti ambienti politici e culturali del suo paese. Non di rado non faceva mistero del suo desiderio di allontanarsi da questa realtà. Il suo sacrificio ha determinato la rottura del tabù che avvolgeva l’annosa questione armena.

Da quel giorno di quattordici anni fa l’opinione pubblica turca è sembrata destarsi dal suo torpore. È scesa in piazza urlando lo slogan: “Siamo tutti armeni”. Una manifestazione questa che ha spinto la società turca e la nuova generazione della dinamica società civile del paese ad interrogarsi sui diritti delle minoranze e a dibattere su questo pubblicamente. Cosa impensabile fino a pochi anni prima.

In quegli anni anche il premio Nobel per la Letteratura, Orhan Pamuk, venne incriminato nel 2005 per “vilipendio dell’identità nazionale”, a seguito di alcune dichiarazioni fatte a una rivista svizzera riguardanti il genocidio da parte dei turchi, di un milione di armeni e di trentamila curdi in Anatolia durante la prima guerra mondiale. La legge turca infatti proibiva di definire tali avvenimenti un “genocidio”, secondo l’art. 301 del codice penale, poi riformato. Pamuk rifiutò dal governo turco il titolo di “artista di Stato”. Il suo processo attirò l’attenzione della stampa internazionale e il 22 dicembre 2006 fu subito sospeso con la motivazione che il fatto non costituiva più reato a causa della riforma del codice penale. Già all’avvio del negoziato di adesione all’Unione europea, nel 2005, a partire dal settembre di quell’anno, le cose incominciarono a cambiare, con la prima conferenza organizzata dall’Università del Bosforo e poi con quella della Bilgi University di Istanbul sulla questione armena negli ultimi anni dell’Impero Ottomano.

Fu lo scrittore e accademico turco, Murat Belge, attivista per i diritti civili, che il 24 settembre 2005, a tenere presso l’Università Bilgi di Istanbul, una conferenza di due giorni intitolata: “Armeni ottomani durante il declino dell’Impero: problemi di responsabilità scientifica e democrazia”. La conferenza offrì l’occasione di dibattito aperto sulla narrazione ufficiale turca del genocidio armeno e fu denunciata dai nazionalisti come espressione di un tradimento.

Murat Belge aprì la conferenza con queste parole: “Poter discutere o meno di questo argomento è strettamente correlato alla domanda su che tipo di paese vogliamo che sia la Turchia”. Queste osservazioni lo portarono a rischiare una pena detentiva di dieci anni. Ma grazie al clima euuropeista che si era diffuso nel paese, fu assolto. Tuttavia, il momento di svolta dell’apertura del dibattito sul “genocidio armeno” si verificò dopo la barbara uccisione di Hrant Dink.

Oggi, della questione armena, della disquisizione se vi sia stato un genocidio o un massacro, si parla un po’ più apertamente: sono stati pubblicati libri e prodotti film su quella immane tragedia e ora le vittime del 1915 vengono commemorate ogni anno il 24 aprile ad Istanbul e in tante altre città della Turchia.

Gli armeni sono gli abitanti più antichi dell’Anatolia. La maggior parte di quelli che vivono in Turchia sono di rito ortodosso, ma ve ne sono anche altri appartenenti alle Chiese cattoliche e protestanti. Durante l’Impero ottomano si stimava che il loro numero in Anatolia corrispondesse a quello di circa 2 milioni di persone, ora essi sono poco meno di 60 mila. Nel marzo del 1915, dopo essere entrato nella prima guerra mondiale, l’Impero ottomano decise l’espulsione degli armeni dall’Anatolia deportandoli verso la Mesopotamia e la Siria. A queste deportazioni (ufficialmente chiamate trasferimenti – tehcir) fece seguito, secondo la verisone armena, lo sterminio di circa un milione e mezzo di persone prevalentemente per violenze, assideramento, per fame e malattia.

Quella tra Turchia e Armenia è una delle controversie di più antica data.

La versione ufficiale, accettata dalla maggioranza degli storici turchi, minimizza le conseguenze delle deportazioni e dei massacri, sostenendo che tutte le popolazioni dell’Impero, musulmane e non, patirono le conseguenze di un conflitto distruttivo e devastante. Secondo costoro, le cifre dei morti sarebbero state gonfiate dalla propaganda armena: non si tratterebbe di un milione e mezzo di morti, bensì di 200 mila. La ragione della discrepanza, propaganda a parte, starebbe nella non conoscenza dell’esatto numero degli armeni che vivevano nell’Impero prima della guerra e nell’imprecisato numero di quelli che emigrarono. La cifra più probabile secondo autorevoli storici, tra i quali Erik Zürcher, è tra i 600 mila e gli 800 mila morti.

Ne è seguito da allora un dibattito molto acceso tra diversi studiosi, alcuni dei quali come Bernard Lewis e Justin McCharty, furono accusati di negazionismo. A costoro si contrapponevano anche alcuni storici turchi che avevano assunto una posizione favorevole al riconoscimento del fattore genocidario, come Halil Berktay e Selim Deringil. Grazie a questi ultimi, assieme all’accademico Murat Belge, oggi la tragedia armena comincia ad essere trattata in maniera più obiettiva.

Il lungo processo non ancora terminato sul caso Hrant Dink ha fin qui rilevato che il barbaro assassinio fu progettato nella provincia del Mar Nero di Trabzon, notoriamente fucina dei circoli del nazionalismo estremo. L’ex capo dell’intelligence della polizia turca, Ali Fuat Yılmazer, in una udienza del 2016 aveva rivelato che le autorità di sicurezza di Istanbul e di Trabzon sapevano dell’esistenza di un piano per uccidere il direttore di Agos e che “volutamente” quella trama “non era stata sventata”. “Questo omicidio è stato voluto”, disse Yılmazer. “La polizia è colpevole di omissione di atti di ufficio. Lo Stato non ha svolto il suo dovere. I servizi segreti all’interno dello Stato sapevano e non si sono mossi per proteggere Dink”, aggiunse.

Hrant Dink alle 14:54 del 19 gennaio 2007 usciva come tutti i giorni dalla sede del suo quotidiano Agos in via Halâskârgazi a Şişli. Fu freddato da tre colpi di pistola esplosi da distanza ravvicinata. Il suo killer, Ogün Samast, fu denunciato alla polizia da suo padre dopo che il filmato delle telecamere di sicurezza non lasciava alcun dubbio. Samast, allora diciassettenne, aveva abbandonato le scuole superiori ed era disoccupato. Fu catturato dalla gendarmeria in borghese alla stazione degli autobus di Samsun, una città del Mar Nero. Samast ha confessato l’omicidio ed è stato condannato a circa 23 anni di carcere nel 2011.

Nel giorno del quattordicesimo anniversario della morte di Hrant Dink la gente e coloro che lo hanno amato piangono in silenzio. Per la prima volta in 14 anni, la commemorazione si è svolta sugli schermi, sul Web, e non davanti alla sede di Agos, a causa della pandemia. Ora Rakel, la vedova di Hrant Dink, è direttrice della Fondazione che porta il nome di suo marito di cui tiene alto il ricordo anche con il “Sito della Memoria”, affinché la Turchia non dimentichi. L’ex ufficio del quotidiano Agos al Sebat Apartment a Istanbul è diventato sito della memoria dell’intellettuale armeno.

Dink, nel 2005, si difese energicamente, dalle accuse di tradimento che gli erano state mosse in occasione del suo processo, con queste parole: “Questa è una decisione politica perché ho scritto sul genocidio armeno che loro non riconoscono, così hanno trovato un modo per accusarmi di aver insultato i turchi. L’accusa non è una sorpresa per me. Vogliono darmi una lezione perché sono armeno. Cercano di farmi stare zitto. Se scrivo del genocidio faccio arrabbiare i generali turchi. Voglio scrivere e chiedere come possiamo trasformare questo conflitto storico in pace. Non sanno come risolvere il problema armeno”.

Le colombe bianche della pace sono state proiettate sull’ex edificio del settimanale Agos a Istanbul, il 19 gennaio 2021, nel 14° anniversario del suo assassinio. Dink aveva dedicato la sua breve vita, vissuta da colomba bianca, alla riconciliazione turco-armena, ma le sue ali furono orribilmente spezzate davanti al suo ufficio nel quartiere Şişli di Istanbul da un ragazzo diseredato, preda di cinici manipolatori. Quello di Hrant Dink dunque non fu l’atto isolato e criminale di un folle giovane. Dink è stato vittima del clima di odio e del fanatismo nazionalista. È nostro dovere onorarne la memoria.

Istanbul, İmamoğlu per un centro giovanile in ricordo di Hrant Dink (Asianews 20.01.21)

A dare l’annuncio è stato lo stesso sindaco, oppositore di Erdogan, in un messaggio sui social. La struttura – un orfanotrofio – era stata espropriata dallo Stato e stava per essere abbattuta nel 2015. Oggi diventerà un luogo di aggregazione giovanile, in ricordo del giornalista armeno ucciso da un giovane estremista.

Istanbul (AsiaNews) – Il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, principale rivale del presidente Recep Tayyip Erdogan per la futura guida della Turchia, intende trasformare l’orfanotrofio armeno di Tuzla – dove è cresciuto Hrant Dink – nel centro giovanile “Campo armeno”. L’annuncio è giunto per mano dello stesso primo cittadino della capitale economica e commerciale del Paese, che in un messaggio affidato ai social network ha commemorato, esaltandola, la figura del grande giornalista armeno di Agos ucciso 14 anni fa.

Nel suo intervento, il sindaco İmamoğlu ha ricordato che la modifica del piano regolatore inerente l’orfanotrofio armeno di Tuzla, a sud di Istanbul e nel quale Dink è cresciuto, ha ricevuto il nulla osta da parte dell’Assemblea della municipalità metropolitana. Ragion per cui, per il primo cittadino non vi sarebbero ostacoli all’istituzione del centro giovanile “Kamp Armen”.

La struttura è nota per aver accolto al suo interno Hrant Dink, giornalista armeno già condannato nel 2005 per aver scritto sul genocidio degli armeni e ucciso da un giovane poco più che maggiorenne con quattro colpi di pistola il 19 gennaio 2007. Da subito si è pensato a un gesto terrorista per ostacolare l’ingresso in Europa di Ankara. Nel tempo, Hrant è divenuto simbolo della lotta contro il fascismo e contro l’oscurantismo del governo turco avallato in prima persona dal presidente Erdogan con la sua politica a colpi di “nazionalismo e islam”.

L’orfanotrofio è stato un rifugio per molti bambini armeni poveri o senza genitori di tutta l’Anatolia. Esso si trova al piano terra della chiesa protestante armena di Gedikpaşa e ha aperto le porte accogliendo i primi ospiti negli anni ’50 del secolo scorso.

All’epoca, visto il continuo aumento nel numero dei bambini ospiti di questo storico orfanotrofio, il futuro giornalista Hrant Dink con un gruppo di 30 amici di età compresa fa gli 8 a i 12 anni avevano lavorato per arricchire la struttura diventata poi un centro giovanile. L’edificio è finito nel mirino del governo turco che ne ha rivendicato la proprietà in seguito a una sentenza della Corte suprema nel 1987. Nel 2015 avevano preso il via le opere di demolizione della struttura, poi bloccata; oggi, la speranza, è di vederlo trasformato in un centro giovanile in memoria di Dink.

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Bursa, antica chiesa armena espropriata e messa in vendita per oltre 800mila dollari (Asianews 19.01.21)

Nell’annuncio diffuso su internet non viene specificata la località esatta e il nome del luogo di culto per “tutelare il segreto commerciale”. Dal 1923 è stata usata come magazzino per tabacco, poi come fabbrica tessile. Potrà diventare museo, centro culturale o un hotel. La condanna di Garo Pylan, parlamentare armeno di opposizione.

Istanbul (AsiaNews) – Le autorità turche hanno messo in vendita al prezzo di 6,3 milioni di lire (poco più di 800mila dollari) una antica chiesa armena a Bursa, metropoli a sud del mar di Marmara e poggiata sulle pendici dell’antico monte della Misia, celebre località turistica. Al momento non è specificata la località esatta e il nome del luogo di culto. Nella pubblicità diffusa su internet (nella foto) si scorgono alcune parti della struttura, che resta segreta per questioni legate “alla tutela del segreto commerciale e per questioni personali”.

Nell’annuncio si legge: “Una chiesa storica, situata nella regione di Bursa e divenuta proprietà privata, è oggi in vendita. Costruita dalla popolazione armena che vive in questa regione, la chiesa è stata venduta ed è diventata proprietà privata in seguito al cambiamento demografico ed è stata poi usata dopo il 1923 come magazzino per il tabacco, poi come fabbrica per la tessitura. La chiesa, situata a Bursa, città inserita nella lista Unesco dei patrimoni mondiali dell’umanità, può essere utilizzata per scopi turistici a causa della sua particolare ubicazione”.  L’indicazione del “cambiamento demografico” allude in modo vago al genocidio degli armeni e alla fuga di molti cristiani greci negli ultimi anni dell’impero ottomano e i primi annidella nuova Repubblica laica.

Nell’atto di vendita si precisa infatti che il luogo di culto può diventare tanto un centro culturale, quanto un luogo per l’arte, un museo o un più prosaico hotel con finalità commerciali. Immediate e critiche le reazioni della comunità cristiana armena e dei movimenti di opposizione: Garo Pylan, parlamentare di etnia armena del partito di opposizione Hdp attacca: “Una chiesa armena in vendita a Bursa. Ma è mai possibile mettere in vendita un luogo di culto? Come possono lo Stato e la società permettere tutto questo? Vergognatevi!”.

Per la comunità cristiana turca la decisione di vendere un luogo di culto è solo l’ultimo di una serie di episodi controversi che mostrano il mancato rispetto, se non il disprezzo e il mercimonio del patrimonio religioso e culturale: nei giorni scorsi è emersa la vicenda del barbecue storica chiesa armena di Sourp Asdvadzadzi; nei mesi scorsi hanno tenuto banche le conversioni in moschee delle antiche basiliche cristiane – poi musei a inizio ‘900 sotto Ataturk – di Santa Sofia e Chora.

Decisioni controverse nel contesto della politica “nazionalismo e islam” impressa dal presidente Recep Tayyip Erdogan per nascondere la crisi economica e mantenere il potere. In entrambi gli edifici le autorità islamiche hanno coperto con una tenda bianca immagini di Gesù, affreschi e icone che rivelano la radice cristiana.

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Tariel Bisharian: l’armeno della moda italiana (La Gazzetta dello Spettacolo 18.01.21)

Master in MBA a Tor Vergata, barba volutamente incolta per essere preso sul serio dagli italiani, Tariel Bisharian – imprenditore del lusso inciampato nella moda per un incidente di “campanello”-, in pochi anni ha trasformato Emerging Talents Milan in una piattaforma internazionale e creativa che ha scoperto e supportato circa 80 marchi provenienti da 30 paesi diversi.

Tariel Bisharian. Foto di Anna Minaeva
Tariel Bisharian. Foto di Anna Minaeva

Un business fashion network ben oltre la produzione di un catwalk temporaneo per brillanti designer provenienti da tutto il mondo con base fissa a Milano, la città che Tariel ha scelto per lavoro e non ha più lasciato «perché l’Italia» spiega «anche se chi la vive non se ne rende più conto, ha ancora un grande appeal: è (e sarà sempre), un’occasione incredibile. L’ombelico di tutti i creativi del globo».

Ebbene Emerging Talents Milan sta per alzare il sipario, e a palazzo Visconti si respira già il vento di una nuova effervescente stagione e, mai come adesso, abbiamo bisogno di sognare, credere in nuovi progetti.. espirare bellezza!

Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo Tariel Bisharian. Un armeno che si occupa di moda in Italia per designer in erba provenienti da tutto il mondo, un progetto decisamente ambizioso…come ci sei riuscito?

È successo tutto per caso, non pensavo di esercitare nel campo della moda. Dopo un master a Roma in Business Admnistration ho iniziato a fare consulenze aziendali, spostandomi dalla capitale a Milano. L’idea di partenza era quella di aprire uno showroom per portare in Italia il business artigianale della mia famiglia legato all’interior designer. Avevo trovato un locale interessante e, proprio mentre si stava svolgendo la settimana della moda milanese, qualcuno ha suonato il campanello sbagliando! Erano buyers che cercavano Dries Van Noten, fondatore belga dell’omonimo fashion brand, ho approfondito! Conoscevo già i problemi lamentati da tutti gli emergenti: la mancanza di spazi, la difficoltà di essere rappresentati a Milano. Così ho pensato che valesse la pena provare, nel 2015 ho aperto il mio showroom e un anno dopo ho iniziato ad organizzare eventi moda.

Così è nato Emerging Talents Milan proprio durante la settimana della moda. Un azzardo non credi? Il rischio era quello di realizzare un evento che, rispetto a tutti gli altri, trovasse pochi riflettori.

Sì c’era questo rischio, ma la peculiarità di Emerging è che nasce con una mission diversa. Non siamo produttori di sfilate, ma un vero e proprio network professionale; una piattaforma che aiuta a fare business. Che fornisce consulenza completa per lo sviluppo aziendale anche dopo lo “spettacolo”. La moda non è soltanto una questione di spazi da conquistare e visibilità (che comunque abbiamo sui più importanti network), bisogna capire come funziona dal punto di vista commerciale e, spesso, i designer alle prime armi non sanno come muoversi. La componente creativa da sola non basta ed è per questo che con noi c’è un team professionale che cura tutto con la stessa attenzione destinata ai grandi marchi. Nessuno si occupa così degli emergenti, pochi fanno follow-up. Ecco spiegato il segreto del nostro successo.

Ci sono quindi dei marchi nati con voi che siete riusciti a portare al successo?

Ci sono molti marchi che con noi sono riusciti ad allargare la loro rete vendita. Negli Emirati Arabi, per esempio, sui quali siamo molto presenti, abbiamo diverse storie di successo. Per arrivare al riconoscimento mondiale, naturalmente, serve tempo.

Hai parlato di errori comuni. Qual è, secondo la tua esperienza, l’errore più frequente commesso dai designer che finisce per scoraggiarli?

L’organizzazione dell’idea. Spesso i creativi non sanno quanto vendere. Hanno difficoltà a calcolare costi e prezzi di listino. Il problema è che non posso fare tutto da soli, ogni azienda dovrebbe avere una struttura di supporto o, quanto meno, un CEO che si occupi di affari. Quando questo non c’è, interveniamo noi con un affiancamento temporaneo.

C’è ancora un sogno italiano? Perché gli emergenti desiderano farsi conoscere qui?

Altroché, esiste eccome! Se c’è un paese osservato da tutto il mondo per storia, stile e tradizione quello è l’Italia, parola di armeno. L’Italia è il sogno! Lo è stato per me quando sono arrivato a Roma e mi sono trovato di fronte alla fontana di Trevi, pensando davvero di trovarmi in un film di Fellini, lo è – ancora oggi -, un po’ per tutti. Questo Paese è l’antidoto contro la globalizzazione, un giacimento culturale di informazioni e saperi tramandati di cui non ci rendiamo nemmeno più conto, vivendolo quotidianamente. Chi viene qui assorbe e, il bello, è che in Italia tutti possono trovare il proprio angolo, perché l’italiano è educato alla bellezza.

La moda è in difficoltà in questo periodo, come moltissimi altri settori ha subito un attacco durissimo. Dove pensi che andrà? Quali soluzioni dovrà adottare per risalire la china?

Ci sarà un ritorno allo slow fashion. Quella che è destinata a sparire è l’accelerazione dei processi. Il Covid ha fatto luce su quello che già non andava e doveva assolutamente cambiare direzione. Per risalire la china? Qualità, non quantità! Meno pezzi e più collezioni in edizione limitata che già portano con sé un ritorno all’artigianalità e all’eco-sostenibilità, i due trend più richiesti di oggi! Se crei meno, automaticamente, produci meno scarti. Se realizzi prodotti di qualità lavori sul “timeless”, sul ciclo di vita del capo. Un abito destinato a durare non va ripetutamente a finire nella pattumiera come un capo che costa 10 euro. E poi 10 euro? Non è possibile! Bisogna farsi due domande prima di acquistare una cosa del genere.

Quanto durerà quest’anno Emerging?

Dal 23 febbraio al primo marzo con sfilate e presentazioni in presenza.

Cosa accadrà una volta calato il sipario? Che programmi avete?

Tutto dipenderà dall’apertura dei confini. Se riusciremo a spostarci abbiamo già in programma una serie di eventi a San Pietroburgo e a Doha, in Qatar. Abbiamo, inoltre, individuato uno spazio per realizzare un nuovo concept store. Uno spazio creativo, con servizi dedicati nel cuore di Milano.

Come si realizzano i sogni Tariel Bisharian?

Con il duro lavoro e la dedizione. Ogni sogno può essere realizzato con un piano, ma la differenza, nel lungo termine, dipende dalla passione. Niente funziona solo per il bene del denaro.

Ma è vero che per lavorare in Italia hai dovuto farti crescere la barba?

Sì (ride di gusto, ndr). Italiani e armeni hanno standard molto diversi rispetto all’età. Quando ho iniziato a fare consulenza in Italia, all’età di 27 anni, non sono stato preso sul serio. Ero troppo giovane! Mentre da noi se, entro i trenta, non hai concluso nulla ti guardano con sospetto. Così mi sono fatto crescere la barba, per sembrare più grande.

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Al via la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (Romasette.it 18.01.21)

Inizia oggi, 18 gennaio, per concludersi lunedì 25 la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani; la conclusione vedrà la presenza di Papa Francesco, che presiederà i Vespri nella basilica di San Paolo fuori le Mura, alle 17.30. Tra le varie iniziative in programma – molte delle quali on line, vista la situazione di emergenza sanitaria -, centrale sarà la veglia ecumenica diocesana, il 20 gennaio alle 19.30 nella basilica di Santa Maria in Trastevere. A presiedere la celebrazione sarà il vescovo Paolo Selvadagi, delegato diocesano per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso, mentre l’omelia sarà offerta dall’arcivescovo Khajag Barsamiam, rappresentante della Chiesa Armena Apostolica (ortodossa) presso la Santa Sede; parteciperanno i rappresentanti delle Chiese ortodosse, protestanti e anglicana presenti a Roma. Per partecipare in presenza è possibile scrivere a s.mariaintrastevere@libero.it (tel.06.5814802); prevista la trasmissione in diretta streaming sulla pagina Facebook della diocesi.

«La Chiesa armena – sottolinea monsignor Gnavi, parroco a Trastevere e incaricato dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo – ha conosciuto tanta sofferenza: ricordiamo il massacro di Medz yeghern del 1915 e le recenti ferite inferte dal conflitto nel Nagorno Karabakh». Il materiale per la Settimana di preghiera è stato preparato dalla Comunità monastica di Grandchamp. Il tema scelto, tratto dal Vangelo di Giovanni 15, 1-17 è “Rimanete nel mio amore: produrrete molto frutto” ed esprime la vocazione alla preghiera, alla riconciliazione e all’unità della Chiesa che caratterizza la Comunità di Grandchamp. Negli anni ‘30 alcune donne di tradizione riformata della Svizzera di lingua francese riscoprirono l’importanza del silenzio nell’ascolto della Parola e ripresero la prassi dei ritiri spirituali. Furono presto raggiunte da altre, e si stabilirono a Grandchamp, nei pressi del lago di Neuchâtel, in Svizzera. Oggi la Comunità conta cinquanta membri, tutte donne di diversa età, tradizione ecclesiale, nazionalità e continente.

Il tema dell’ottavario «ci invita a portare frutto rimanendo in Cristo – spiega monsignor Marco Gnavi -. In questo tempo di pandemia, di crisi globale, rimanere radicati nel Signore Gesù è un imperativo per tutti i cristiani, che sono spinti a dire il Vangelo, la buona notizia della vittoria della vita sulla morte, attraverso la testimonianza della preghiera, della vicinanza gli uni agli altri».

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Sarà l’evento centrale della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

Al via da oggi fino al 25 gennaio la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Momento centrale la veglia ecumenica diocesana, mercoledì 20 nella basilica di Santa Maria in Trastevere, con il vescovo Paolo Selvadagi, l’arcivescovo armeno ortodosso Khajag Barsamiam e i rappresentanti delle chiese ortodosse, protestanti e anglicana.

Inizia oggi, lunedì 18 gennaio, e termina lunedì 25 la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani; la conclusione vedrà la presenza di Papa Francesco, che presiederà i vespri nella basilica di San Paolo fuori le mura alle ore 17.30. Tra le varie iniziative in programma – molte delle quali on line, vista la situazione di emergenza sanitaria –, centrale sarà la veglia ecumenica diocesana, il 20 gennaio alle ore 19.30 nella basilica di Santa Maria inTrastevere. A presiedere la celebrazione sarà il vescovo Paolo Selvadagi, delegato diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, mentre l’omelia sarà offerta dall’arcivescovo Khajag Barsamiam, rappresentante della chiesa armena apostolica (ortodossa) presso la Santa sede; parteciperanno i rappresentanti delle chiese ortodosse, protestanti e anglicana presenti a roma. La veglia sarà trasmessa in diretta streaming sulla pagina facebook della diocesi di Roma, ma sarà possibile anche – per un numero limitato di persone, nel rispetto della normativa vigente – partecipare in presenza; per chi lo desidera, è opportuno contattare direttamente la basilica: s.mariaintrastevere@libero.it e 06.5814802.

Il tema scelto, tratto dal vangelo di giovanni 15, 1-17 è: “rimanete nel mio amore: produrrete molto frutto” ed esprime la vocazione alla preghiera, alla riconciliazione e all’unità della Chiesa e del genere umano che caratterizzala comunità di Grandchamp. Negli anni ‘30 alcune donne di tradizione riformata della Svizzera di lingua francese riscoprirono l’importanza del silenzio nell’ascolto della parola di Dio e, allo stesso tempo, ripresero la prassi dei ritiri spirituali. Furono presto raggiunte da altre, che presero a frequentare regolarmente i ritiri spirituali a Grandchamp, un piccolo villaggio nei pressi del lago di Neuchâtel. Oggi la comunità conta cinquanta membri, tutte donne di diversa età, tradizione ecclesiale, nazionalità e continente. “In questa loro diversità – si legge nel sussidio preparato dal pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani – le suore sono una parabola vivente di comunione”.

Il tema dell’ottavario “ci invita a portare frutto rimanendo in Cristo – spiega monsignor Marco Gnavi, parroco a Trastevere e incaricato dell’ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo –. In questo tempo di pandemia, di crisi globale, rimanere radicati nel signore Gesù è un imperativo per tutti i cristiani, che sono spinti a dire il Vangelo, la buona notizia della vittoria della vita sulla morte, attraverso la testimonianza della preghiera, della vicinanza gli uni agli altri”.

Nella Storia: Caucaso rosso Mosca invia undicimila uomini – La guerra tra azeri e armeni (1990) (La Provincia di Cremona 16.01.21)

17 gennaio 1990

Caucaso rosso Mosca invia undicimila uomini – La guerra tra azeri e armeni

Caucaso rossoMosca invia undicimila uomini

MOSCA 17 gennaio 1990  — Continuano gli scontri tra azerbaigiani ed armeni nel Nagorni Karabakh e in Azerbaigian oltre che nelle zone di confine tra l’Azerbaigian e l’Armenia ed in tutte le aree del Caucaso, dove convivono le due nazionalità, tra le quali, dopo i Pogrom di Bakù, c’è uno stato di «guerra civile».

Dopo lo stato di emergenza decretato lunedì dal presidium del Soviet supremo dell’Urss, presieduto da Mikhail Gorbaciov, è cominciato a Mosca una sorta di black-out delle notizie in provenienza dal Caucaso, ma le poche notizie che sono filtrate, indicano con certezza che gli scontri continuano.

Ieri è stato comunicato che il Cremlino ha inviato 11 mila militari nel Caucaso: si tratta di 5 mila soldati dell’Esercito e di 6 mila delle truppe speciali del ministero dell’Interno, il quale ha comunicato ieri che il numero dei morti accertati nell’area, dove da sabato scorso sono in corso sanguinosi scontri tra armeni ed azerbaigiani, è salito a 56, mentre i feriti sono 156. Dei morti 28 sono armeni 10 azerbaigiani, 16 di altre nazionalità e 2 poliziotti. Nessuno forse attualmente e in grado di dire l’esatto bilancio delle vittime. La televisione ha inoltre dato la notizia dell’arresto ieri di 49 persone responsabili di avere creato disordini. In base al decreto sullo stato di emergenza esse potranno essere detenute per 30 giorni senza giudizio.

I servizi della Tass più aggiornati, riferiscono di una situazione di diffuso conflitto armato tra armeni ed azerbaigiani, con uso di armi da guerra, elicotteri, carri armati ed autoblinde. Quattro carri armati catturati nella città di Guandzh (ex Kirovabad) da militanti azerbaigiani sono tornati nelle mani dei militari sovietici «solo grazie ad una decisa azione di questi ultimi» ha detto alla televisione il generale Shatalin. Nel Nagorni Karabakh si scavano trincee e si erigono barricate. Il Consiglio nazionale del popolo karabakho, ha fatto appello alla «mobilitazione generale» per difendere la popolazione da «ogni invasione», ma ha anche invitato la popolazione a collaborare con le forze dell’ordine. Gli azerbaigiani hanno inviato trecento camion con a bordo militanti, che si sono minacciosamente avvicinati ai confini di Armenia e Nagorni Karabakh.

 

La prima scintilla nel 1988
Tutte le date della guerra a due popoli

Ecco una cronologia delle principali fasi del conflitto interetnico.

23 febbraio 1988: circa 120.000 persone manifestano a Erevan (Armenia) per chiedere una riunione immediata del Soviet supremo dell’ Armenia e la restituzione a questa Repubblica della regione autonoma del Nagorni Karabakh, annessa da Stalin nel 1923 al vicino Azerbaigian, e in cui vivono in grande maggioranza armeni.

28 febbraio: gravi incidenti interetnici a Sumgait, vicino a Baku (Azerbaigian). 26 Azeri e sei armeni muoiono secondo cifre ufficiali. Intervento dell’esercito sovietico.

28 giugno: Mikhail Gorbaciov si pronuncia contro qualsiasi modifica delle frontiere.

21 novembre: scoppiano a Kirovabad, città dell’Azerbaigian con una forte minoranza armeria, dieci giorni di violenze. Bilancio ufficiale: 28 morti e numerosi feriti.

22 novembre: 500.000 persone manifestano a Baku per il mantenimento del Nagorni Karabakh nell’Azerbaigian.

12 gennaio 1989: il Soviet supremo dell’Urss mette il Nagorni Karabakh sotto l’autorità di un comitato amministrativo speciale che dipende direttamente da Mosca.

7 febbraio: secondo un bilancio ufficiale, gli scontri tra armeni e azeri hanno fatto, in tin anno, 91 morti e 1.600 feriti.

19 agosto 1989: manifestazione a Baku di varie centinaia di migliaia di persone indetta dal fronte popolare azero per «l’autonomia politica ed economica dell’Azerbaigian».

1 dicembre 1989: il Soviet supremo armeno vota all’unanimità la creazione di una «Repubblica di Armenia unita» (Armenia, Nagorni Karabakh e Nakhitchevan).

2 gennaio 1990: violenti scontri tra manifestanti azeri e poliziotti a Jalalabad (Azerbaigian): 85 feriti.

10 gennaio: il presidium del Soviet supremo dell’Urss dichiara incostituzionali i voti del parlamento armeno sul Nagorni Karabakh. Numerosi sequestri tra azeri e armeni.

12 gennaio: a Baku una riunione di nazionalisti azeri si trasforma in pogrom.

14 gennaio: violenti combattimenti con armi da guerra provocano «decine di vittime» armene e azere.

15 gennaio: stato d’emergenza.

16 Gennaio 2021

Germus, antica chiesa armena usata per una festa con barbecue (Asianews 16.01.21)

Un uomo ha acceso un fuoco e cucinato kebab nella chiesa della Vergine Maria di Germuş. L’edificio risale all’800, ma da un secolo non è più a disposizione dei cristiani, oggetto di scavi, spoliazioni. La condanna di gruppi locali e di deputati dell’opposizione. In Turchia continua a crescere l’ostilità verso l’Armenia e gli armeni, considerati vicini di casa indesiderati.

Istanbul (AsiaNews) – Un uomo ha organizzato e promosso una festa a base di carne cucinata in un barbecue posto all’interno della storica chiesa armena di Sourp Asdvadzadzin, risalente al XIX secolo, nel villaggio di Germuş, 10 km a nord-est di Urfa, nel sud-est della Turchia. All’inizio del 1900 era costituita per oltre un terzo da cristiani, soprattutto armeni, decimati dal genocidio o emigrati all’estero per salvarsi dalla mattanza.

La chiesa della Vergine Maria di Germuş è in rovina a causa degli scavi illeciti che si sono svolti a lungo nell’area e per le depredazioni compite da avventurieri e cercatori di tesori antichi; da quasi un secolo non è più nella disponibilità della comunità cristiana locale, che ne chiede la restituzione per restaurarla e adibirla di nuovo a luogo di culto. Il barbecue (nella foto) allestito nei giorni scorsi è solo l’ultimo esempio dello scempio che si sta consumando ai danni della struttura.

Secondo alcune testimonianze e dalle immagini diffuse sui social, un venditore di kebab ha cucinato del fegato e lo ha servito alle persone presenti “all’evento”. Il “barbecue-party”, che ha avuto ampia eco fra gli internauti della zona, ha sollevato una ondata di commenti indignati soprattutto fra i cristiani. Condanne unanimi giungono anche da esponenti locali del partito di opposizione filo-curdo Hdp, fra cui il deputato di origine armena Garo Paylan.

Alcuni residenti hanno lanciato un appello all’amministrazione locale e al governo centrale, perché la storica chiesa venga protetta e restituita al suo utilizzo originario, non per essere usata come sfondo per una grigliata o feste di diversa natura. Ubeyit İnci, cristiano della zona, conferma che “siamo devastati dai cacciatori di tesori” che scavano e depredano. “Proteggiamo – aggiunge – questo patrimonio culturale con i nostri sforzi […] Vogliamo che la chiesa venga restaurata, proteggendola dagli attacchi di cacciatori di tesori e dalle gesta di quanti la usano per scopi diversi”.

Per la comunità cristiana in Turchia è un altro colpo alla propria storia e alle proprie tradizioni, dopo la conversione avvenuta lo scorso anno in moschee delle antiche basiliche cristiane – poi musei a inizio ‘900 sotto Ataturk – di Santa Sofia e Chora. Decisioni controverse nel contesto della politica “nazionalismo e islam” impressa dal presidente Recep Tayyip Erdogan per nascondere la crisi economica e mantenere il potere. A seguito del decreto presidenziale che ne ha decretato la trasformazione, sia a Chora che ad Hagia Sophia le autorità islamiche hanno coperto con una tenda bianca le immagini di Gesù, gli affreschi e le icone che testimoniano la radice cristiana.

Il clima ostile verso i cristiani, in particolare gli armeni, emerge inoltre dai risultati di un’inchiesta intitolata “Ricerche sulle tendenze della Turchia”, condotta dall’università Kadir Has di Istanbul, secondo cui sempre meno persone accettano di avere vicini armeni. Inoltre l’Armenia è considerata fra le prime tre nazioni al mondo a costituire una minaccia per i turchi. Alla domanda “non voglio essere vicino di…”, il 47,6% degli interpellati ha risposto gli armeni, mentre i greci sono al secondo posto con il 45,2%. Solo l’11,8% delle persone intervistate accetta di avere vicini di casa armeni.

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Cristianofobia islamica nella Montagna del Giardino Nero. In pericolo i tesori armeni nel Nagorno-Karabakh (Korazym 16.01.21)

“Distruggiamo tutte le chiese armene” nella Montagna del Giardino Nero (Nagorno-Karabakh), chiede il capo degli architetti azeri. Ecco perché l’Armenia ha nascosto in un bunker atomico del periodo sovietico molte stele cristiane che hanno più di 1.000 anni. Ma nel mirino azero-turco non c’è solo il patrimonio culturale Cristiano armeno nelle regioni occupate della Repubblica di Artsakh.

“Premio di guerra e simbolo di vittoria”. Così ilham Aliyev, il Presidente dell’Azerbajgian ha definito ieri nel corso della sua visita con la sua moglie Mehriban Aliyeva, Vicepresidente dell’Azerbaigian, la cattedrale armena del Santo Salvatore Ghazanchetsots a Shushi. Le foto ufficiali diffuse dai media azeri non mostrano gli squarci causati dalle bombe azere dell’ottobre scorso. La pace è ancora lontana. E le chiese armene nel Nagorno-Karabakh sempre più in pericolo.

Il silenzio che ha avvolto il primo genocidio armeno nel ‘900, continua a prolungarsi fino ad oggi. Una donna armena di 58 anni è stata ritrovata morta a Karin Tak, una comunità rurale della regione di Shushi della Repubblica di Artsakh, uccisa dopo essere stata torturata dagli Azeri. Non voleva lasciare il suo villaggio.

“Premio di guerra e simbolo di vittoria”. Così ilham Aliyev, il Presidente dell’Azerbajgian ha definito ieri nel corso della sua visita con la sua moglie Mehriban Aliyeva, Vicepresidente dell’Azerbaigian e Ambasciatrice dell’UNESCO, la cattedrale armena del Santo Salvatore Ghazanchetsots a Shushi. “Speriamo non la trasformi in una moschea, come ha fatto il suo amico Erdogan a Santa Sofia” (Giulio Meotti). Le foto ufficiali diffuse dai media azeri non mostrano gli squarci causati dalle bombe azere dell’ottobre scorso. La pace è ancora lontana.

La Repubblica dell’Artsakh sotto attacco dei tiranni azero e turco. L’obiettivo: pulizia etnica contro cristiani armeni, ostacoli agli scopi imperialisti turchi. E l’Occidente sta a guardare – 7 novembre 2020

Azeri-turchi hanno profanato la cattedrale del Santo Salvatore Ghazanchetsots di Shushi. Il monastero medievale di Dadivank messo sotto protezione della Russia – 16 novembre 2020

La Chiesa apostolica armena lancia un accorato appello: “Salviamo dalla distruzione chiese e monasteri nell’Artsakh”. Chi lo ascolterà? – 17 novembre 2020

La nuova minaccia di pulizia etnica azera-turca contro gli armeni cristiani nel Caucaso meridionale e le sue implicazioni geopolitiche – 21 novembre 2020

Soldati azeri decapitano civili armeni nell’Artsakh. Dove sono il governo e i parlamentari italiani amici di Baku per il gas azero? Dove sono i professionisti della protesta? – 17 dicembre 2020

Alvard Tovmasyan, in una foto del 29 ottobre 2020.

Samvel Tovmasyan, il fratello della donna il cui corpo è stato trovato il 13 gennaio nel villaggio di Karin Tak, dice che sua sorella è stata torturata al di là del riconoscimento. Una squadra di ricerca ha trovato il corpo di Alvard Tovmasyan nel cortile della sua casa. Samvel Tovmasyan ha preso parte alla ricerca e ha riconosciuto il corpo di sua sorella dai suoi vestiti. Karin Tak, alla periferia di Shushi, è stata occupato dalle forze azere durante la recente guerra di aggressione dell’Azerbajgian con il sostegno della Turchia nel Nagorno-Karabakh. I parenti hanno detto che Alvard Tovmasyan si era rifiutato di lasciare il villaggio. Hanno iniziato la sua ricerca dopo l’accordo di cessato il fuoco del 9 novembre scorso e hanno contattato il Comitato internazionale della Croce Rossa, l’Ufficio armeno dei difensori dei diritti umani dell’Armenia e la polizia locale. Nairouhie Tovmasyan, la moglie di Samvel, dice che la mano, il piede e l’orecchio della donna scomparsa sono stati tagliati. Samvel Tovmasyan e la sua famiglia ora vivono a Stepanakert.

Centinaia di khachkar risalenti al Medioevo sono stati trasportati dall’Artsakh in Armenia per prevenire possibili furti, saccheggi o distruzioni (Foto di Antoine Agoudjian/Le Figaro).

Dalla fine dei quarantaquattro giorni di aggressione azero-turco contro la Repubblica di Artsakh di novembre Scorso, gran parte dell’eredità religiosa armena si nei territori occupati della forze armate dell’Azerbaigian e quindi è in grande pericolo. Il mondo sarà in grado di mobilitarsi per proteggere queste chiese, cimiteri, monasteri e khachkar, a volte più vecchi di 1.500 anni? La domanda è stata posta da Jean-Christophe Buisson sul quotidiano francese Le Figaro del 15 gennaio 2021.

Centinaia di khachkar risalenti al Medioevo sono stati trasportati dall’Artsakh in Armenia per prevenire possibili furti, saccheggi o distruzioni (Foto di Antoine Agoudjian/Le Figaro).

C’è un luogo della Repubblica di Armenia su cui viene mantenuto la massima riservatezza – si legge su Le Figaro. Sotto terra. Introvabile. Appena illuminato. Sorvegliato giorno e notte. Conosciuto da pochissime persone. Questo labirinto di lunghi corridoi scavati nella roccia è stato progettato durante l’era della Guerra Fredda, quando la paura del conflitto nucleare incombeva. L’Armenia allora era sovietica. Queste cantine simili a bunker non sono mai state utilizzate per ospitare uomini e donne minacciati dai missili nucleari americani. Però, hanno trovato, nelle ultime settimane, un utilizzo inedito: ospitano parte dei tesori armeni della Repubblica di Artsakh. Principalmente sono enormi stele chiamate khachkar, che sono i simboli più notevoli dell’identità cristiana armena. Pesando fino a una tonnellata, misurando da 1 a 3 metri di altezza, questi blocchi votivi di pietra scolpita, ciascuno unico, rappresentano l’albero della vita e la sua vittoria sulla morte. Si trovano principalmente nei cimiteri. Gli azeri-turchi cercano di distruggere tutto ciò che prova la presenza millenaria degli armeni su una terra che rivendicano per loro, il Nagorno-Karabakh.

Rimane una domanda, in tutto ciò, a cosa serve l’UNESCO? Attenzione, non ho chiesto cosa fa, ho chiesto a cosa serve.

Due khachkar di Julfa, datate 1602 e 1603, rimosse dal cimitero prima della sua distruzione e ora in mostra nella Santa Sede di Echmiadzin in Armenia.

Agli esperti dell’UNESCO Baku non permette di visitare le parti dell’Artsakh occupate dall’Azerbaigian

Sua Santità Karekin II, il Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni ha detto al quotidiano russo Izvestia che chiese e monumenti storici sul territorio del Nagorno-Karabakh controllato dalle forze armate dell’Azerbaigian sono minacciati e che Baku si rifiuta di lasciare che i rappresentanti dell’UNESCO valutino personalmente la situazione del patrimonio storico religioso armeno. Allo stesso tempo, il Primate della Chiesa Apostolica Armena osserva che le forze di pace russe stanno compiendo ogni sforzo per garantire la conservazione dei monumenti storici e culturali. Il 132mo Catholicos della Chiesa Apostolica Armena ha espresso gratitudine a Vladimir Putin per il suo contributo personale alla fine della guerra nella regione. Ha detto che un dipartimento speciale è stato creato nella Chiesa Apostolica Armena per verificare la conservazione dei monumenti di importanza internazionale, ha detto Karekin II. Ha aggiunto che il clero ha fatto appello a leader religiosi, organizzazioni e strutture culturali internazionali, nonché all’UNESCO. Tuttavia, ha aggiunto, la proposta di ammettere gli osservatori dell’UNESCO nei territori controllati dalle forze armate dell’Azerbajgian non ha trovato il sostegno da Baku. Il Primate della Chiesa Apostolica Armena ha espresso la speranza che attraverso gli sforzi dei copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE, inclusa la Russia, sarebbe possibile intraprendere azioni immediate per preservare i patrimonio storico, culturale e religioso armeno nella Montagna del Giardino Nero.

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IL CONFLITTO DEL NAGORNO KARABAKH DEL 2020 E L’EVOLUZIONE (TECNOLOGICA) DELLE OPERAZIONI MILITARI (Difesa on line 15.01.21)

La “piccola” guerra del Nagorno Karabakh1, conclusasi con il cessate il fuoco del 9 novembre 2020 dopo quarantaquattro giorni di combattimento, presenta novità nella condotta delle operazioni degne di nota. Non è ancora la rivoluzione negli affari militari, avviata da Stati Uniti, Cina – chissà chi vincerà la partita! – e da numerosi altri Paesi che possiedono capacità di ricerca nel campo della digitalizzazione e delle tecnologie “emerging & disruptive2”, ma qualcosa da osservare con attenzione perché quella rivoluzione in parte la preannuncia.

Dal punto di vista geopolitico poi rappresenta una conferma dell’abilità di Putin nel mantenere l’egemonia russa nelle provincie dell’ex impero sovietico. Nondimeno Erdogan ha giocato e continua a giocare un ruolo importante, confermandosi player molto assertivo della revisione degli equilibri regionali.

E cosa dire delle popolazioni locali di quella terra di confine tra Europa e Asia3? Esse sono vicine a noi. La rappresentanza di armeni in Italia è storicamente consolidata, come nell’Isola di San Lazzaro degli Armeni, nella laguna di Venezia, o nel quartiere napoletano di San Gregorio Armeno, noto per la tradizione dei presepi. E sono di considerevole entità le relazioni commerciali con l’Azerbaijan, paese ricco di risorse energetiche e aperto al mercato europeo4.

Il contesto

Armenia e Azerbaijan sono due entità statali della regione transcaucasica (definizione sovietica di quell’area che comprende anche la Georgia), i cui confini nei secoli hanno subito modifiche significative, lasciando sempre aperti i problemi dell’identità nazionale. Le popolazioni lì residenti sono rispettivamente 3,3 milioni (97,9% armeni; ortodossi 72,9% più altri,) per l’Armenia e 8,9 milioni (azeri al 91,6%; musulmani sciiti 63% e sunniti al 33% più altri) per l’Azerbaijan.

Nella storia, gli armeni hanno mantenuto una forte identità, talvolta contrastata. Ricordiamo le tragiche deportazioni del 1895 (foto) e 1896 e poi dell’estate del 1915, da parte dell’Impero Ottomano (Papa Francesco il 12 aprile 2015 ha ricordato il massacro degli Armeni “generalmente considerato come primo genocidio del Novecento”. La frase, pronunciata durante una celebrazione liturgica del rito armeno in San Pietro per il centenario del martirio armeno, ha scatenato l’immediata reazione della Turchia che ha ritirato il suo ambasciatore)5. Quindi l’imposizione da parte di Stalin di confini non rispondenti alla distribuzione etnica, negli anni ’20 del secolo scorso. Infine i sanguinosi fatti di Sumgait, città dell’Azerbaijan, in cui nel 1988 furono perpetrate gravi violenze a danno sempre dei residenti armeni. Inoltre armeni e azeri risentono tuttora dell’influenza geopolitica delle potenze vicine, in particolare Russia e Turchia.

L’attuale disputa ha quindi origine remote. Ma fu la dissoluzione dell’URSS a far riaffiorare i nazionalismi come forze identitarie e talvolta disgregatrici dell’ordine internazionale. Nasceva così nel settembre del 1991 la Repubblica Indipendente dell’Artsakh6, per autodeterminazione degli armeni del Nagorno Karabakh, quella regione montuosa sita nella parte orientale dell’Azerbaijan. Una repubblica indipendente questa, peraltro mai riconosciuta. Seguiva un conflitto tra Armenia e Azerbaijan, interrotto con un cessate il fuoco nel 1993, ma periodicamente riaccesosi per incidenti nelle zone di confine.

Un conflitto identitario, si è detto e non religioso, pur trattandosi di popoli di diversa fede. Così è avvenuto anche il 27 settembre scorso, quando con un attacco azero lungo l’intera linea di confine dell’Artsakh la situazione è precipitata7.

Se il primo conflitto, quello degli anni novanta del secolo scorso, dando la vittoria all’Armenia stabiliva di fatto un nuovo assetto territoriale, l’ultimo in ordine di tempo ha consentito all’Azerbaijan di riprendersi Shusha, la seconda città per importanza della regione, il corridoio di Lachin8, che costituisce la principale via di comunicazione tra Artsakh e Armenia, (ne esisteva una seconda, passante nel distretto di Kalbjar, a nord ovest, ora ritornato all’Azerbaijan) e sette province amministrative alle falde del complesso montuoso del Nagorno Karabakh. Dunque, una sconfitta militare che ha prodotto effetti molto significativi sulla geografia.

Russia e Turchia

In questo conflitto Russia e Turchia hanno sostenuto, ma in maniera diversa, rispettivamente Armenia e Azerbaijan. Sebbene i due stati siano membri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, guidato da Mosca, che prevede il sostegno militare della Russia in caso di attacco, essendo l’Artsakh non riconosciuto come stato indipendente, all’attacco azero Mosca non è intervenuta direttamente, limitandosi a schierare proprie unità militari in Armenia, lungo il confine9. Dunque, Putin, pur storico sostenitore dell’Armenia, ha tenuto un profilo basso, almeno sino a quando le forze azere non hanno minacciato direttamente Stepanakert, la capitale di fatto dell’Artsakh.

Libero di agire, Erdogan ha schierato con l’esercito azero soldati, mercenari fondamentalisti10 e armamenti pregiati, che hanno determinato il successo militare di quella parte. Si arriva così al 9 novembre scorso, quando Putin riconduce i contendenti al tavolo della trattativa, sancendo un cessate il fuoco tuttora in vigore, che congela la situazione sul campo, prevedendo però lo schieramento di una unità militare russa di peacekeeping in Artsakh, per vigilare sul rispetto dell’accordo. Sempre Erdogan, a cose fatte, nel corso della parata celebrativa della vittoria, a Baku, ha dichiarato: “Siamo qui oggi per celebrare questa gloriosa vittoria, la liberazione delle terre occupate dell’Azerbaigian, tuttavia, non significa che la lotta sia terminata11.

Putin, da parte sua, il 18 dicembre, ha dichiarato che “il Nagorno Karabakh, dal punto di vista del diritto internazionale è territorio azero, nemmeno riconosciuto dall’Armenia”. Che “le radici sono nel conflitto etnico, iniziato a Sumgait12, che si è poi diffuso in Nagorno-Karabakh”. Quindi, riferendosi ai pogrom anti-armeni del 1988, ha così proseguito: “Ogni parte ha le sue ragioni. Gli armeni del Nagorno-Karabakh hanno preso le armi nel loro tempo per proteggere le loro vite e la loro dignità. E si è creata la situazione esistente al momento dell’escalation del conflitto di quest’anno”13.

Sin dal 1992 l’OSCE ha cercato di risolvere la controversia con il Gruppo di Minsk, guidato da Francia, Stati Uniti e Russia, che vede anche la partecipazione dell’Italia. Ma i fatti dicono che tale foro diplomatico sino ad ora ha fallito la propria missione. Occorre ancora ricordare che l’Azerbaijan è un paese esportatore di idrocarburi (il gasdotto TAP che approda nel Salento origina dai giacimenti azeri), con un PNL di circa 50 miliardi di dollari USA, rispetto all’Armenia che registra un PNL di circa 10 miliardi. Tale differenza di ricchezza tra i due paesi ha sicuramente inciso sugli apparati militari, ovviamente a favore degli azeri che hanno potuto avvalersi di tecnologie evolute, anche provenienti da Israele.

Le trattative finalizzate a ricomporre i conflitti identitari e territoriali sono sempre irte di difficoltà. Tuttavia, nel caso specifico, l’Italia, presente nel Gruppo di Minsk, avrebbe potuto contribuire nel dirimere le controversie avvalendosi della propria tradizione di cultura ed esperienza. Infatti, il nostro Paese ha sempre gestito con sagacia e lungimiranza le questioni identitarie delle diverse comunità presenti sul territorio nazionale, riuscendo a comporre le divergenze e a stemperare le diffidenze; tutto ciò senza trascurare poi il capitale di esperienza maturato nel campo del peacekeeping. Ma l’Italia, in quanto a peso strategico, non è un player globale e anche l’Europa in questo conflitto ha reputato di dover tenere un profilo di lontana equidistanza dalle parti.

Ma cosa ha caratterizzato questo conflitto peraltro ignorato dai media nostrani? Le novità appaiono numerose e tutte degne di nota.

Le operazioni belliche, in sintesi

Sebbene l’entità delle forze in campo fosse a vantaggio dell’Azerbaijan, tuttavia il terreno impervio e le difese ben consolidate nel tempo avrebbero potuto favorire le forze armene, consentendo di incanalare gli attaccanti in aree di distruzione, per colpirle con le riserve mobili: ciò è possibile in terreni compartimentati. Tuttavia, le informazioni raccolte mostrano che le forze azere abbiano adottato sistemi evoluti di comando, controllo, acquisizione degli obiettivi ed erogazione del fuoco distruttivo. Inoltre i droni utilizzati da questa parte, sia i velivoli a pilotaggio remoto che quelli autonomi, che non necessitano di pilotaggio, hanno svolto un ruolo di primaria importanza. Tale superiorità tecnologica ha sortito l’effetto desiderato, consentendo il pieno successo.

Dunque, l’attacco azero sembra sia partito con la distruzione della rete di comando e controllo dell’esercito armeno e subito dopo delle unità corazzate di riserva nelle zone di attesa. È possibile che per colpire i posti comando siano state utilizzate bombe volanti autocercanti le emissioni elettromagnetiche, gli UAV (unmanned aerial veihcle) Harop15, di costruzione israeliana. Questo tipo di velivolo può restare in volo per sette ore e vagare sul campo di battaglia in attesa di individuare emissioni radio. A quel punto, autonomamente, si dirige con una traiettoria verticale oppure obliqua sul bersaglio, distruggendolo con la carica di esplosivo che trasporta. Quindi, l’attacco è proseguito colpendo le riserve corazzate schierate nelle aree di diradamento e nelle zone di attesa utilizzando, questa volta, UAV di provenienza turca: i Bayraktar TB216. Si tratta di un drone con autonomia di 27 ore, capace di volare sino a ottomila metri di altitudine, poco visibile anche ai radar e silenzioso, armato con missili aria terra. I filmati che circolano in internet, presi da questi stessi velivoli a pilotaggio remoto, mostrano i bersagli inquadrati con telecamere ad alta definizione e la loro distruzione all’impatto del missile.

Una volta neutralizzata la comandabilità delle forze e colpite le unità mobili della riserva è iniziato l’attacco alle posizioni difensive e la conquista degli abitati. Non sono mancati i bombardamenti anche sulla popolazione civile, l’uso di bombe a grappolo, vietate dalle convenzioni internazionali e forse atti di violenza indiscriminati. In questo modo, poco alla volta, le propaggini del complesso montuoso del Nagorno Karabakh, una vera e propria fascia cuscinetto dell’autoproclamata repubblica, sono cadute nelle mani dell’attaccante e quando è stato minacciato il corridoio di Lachin ed è anche caduta la città di Shusha, a venti chilometri dalla capitale, Stepanakert, la situazione per l’Artsakh è divenuta veramente critica, profilandosi una crisi umanitaria di vaste proporzioni.

A questo punto, nell’equidistanza tra le parti dell’Occidente; nell’impossibilità del gruppo di Minsk di generare una soluzione condivisa, Putin ha condotto i contendenti all’accordo di cessate il fuoco, rimettendo così ordine nel giardino di casa!

E mentre scriviamo, la forza di peacekeeping russa prende contatto col terreno e già vigila sul vitale corridoio di Lachin; mentre i profughi che avevano cercato rifugio in Armenia iniziano a rientrare alle proprie terre.

Evoluzione di armi e strategie

Sul piano militare, oltre al ruolo degli UAV già richiamato, senza dubbio decisivo, occorre constatare che la tecnologia informatica (IT) sarà sempre più presente sul campo di battaglia con la digitalizzazione dei sistemi.

Se negli ultimi due decenni sono giunte a maturazione le tecnologie di comando e controllo (C2) basate sulla citata IT: posti comando in rete, generazione di “carta della situazione”17 informatizzata, aggiornata di fatto in tempo reale (COP: common operational pictures), anche la funzione operativa ISTAR (informazione, sorveglianza, acquisizione obiettivi e ricognizione) può essere automatizzata e collegata al C2. In particolare, con l’intelligenza artificiale, in via di rapida evoluzione, sistemi informatici sempre più efficienti potranno gestire autonomamente la raccolta e fusione delle informazioni, la designazione degli obiettivi, la distribuzione degli stessi alle sorgenti di fuoco e la verifica dell’efficacia dell’azione (processo sensor to shooter).

La sfida tecnologica consiste nel gestire contemporaneamente numerosi sensori e tracce radar, il che comporta una grande mole di dati da processare in breve tempo. In questa maniera, una unità militare, schierata in un’area di operazione anche compartimentata per morfologia del terreno o perché urbanizzata, è totalmente connessa in rete. Ogni singolo elemento – dal soldato appiedato al veicolo da combattimento e quindi ai sensori da ricognizione e acquisizione obiettivi sul terreno e in volo (dispositivi campali, droni, palloni sonda, velivoli e satelliti) – raccoglie le informazioni e le invia ai nodi di rete, dove elaboratori sufficientemente potenti le interpretano, le catalogano, le fondono e attribuiscono priorità decidendo di fatto cosa fare. Ovvero, impartiscono in automatico l’ordine di fuoco alla sorgente più idonea: velivolo, artiglieria, veicolo da combattimento o singolo uomo sul campo. Quindi, l’elaboratore valuta l’effetto dell’azione e archivia il processo in una memoria di massa.

E l’uomo che ruolo detiene? Se per un verso l’IT tenderebbe ad appiattire le strutture di comando e controllo, le linee di comando, nondimeno l’azione di comando resta centrale. I comandanti ai diversi livelli supervisioneranno i processi, stabilendo la politica da adottare in base alle regole d’ingaggio (fire policies), per graduare gli effetti. Occorre anche considerare che queste soluzioni tecnologiche potrebbero monitorare l’azione lasciandone traccia registrata, utile per accertare a posteriori la conformità dell’azione al mandato conferito alla forza in campo e quindi alle leggi che regolamentano i conflitti: una funzione molto importante da un punto di vista etico.

Una critica frequente a questo sistema fortemente digitalizzato e che la tecnologia, più è complessa, più può essere soggetta a essere degradata con attacchi tecnologici, come quelli cibernetici. In effetti, parimenti allo sviluppo dei sistemi evolvono le contromisure. Già le azioni condotte con gli UAV possono essere neutralizzate con contromisure oltre che passive (mimetizzazione, protezione) anche attive, tipo jammer: emissioni elettromagnetiche capaci di oscurare il bersaglio oppure disorientare il velivolo. Ma alle contro-misure, seguono poi le contro-contro misure tese a rendere queste armi e i sistemi di comando e controllo resilienti.

Quindi, ignorare l’evoluzione tecnologica comporta rischi da valutare con la cura che richiede l’interesse nazionale. Perché il non sviluppare capacità operative fondamentali quasi sempre riduce o annulla la credibilità dello strumento militare e rende impreparati a sostenere il conflitto futuro.

Per non restare indietro

Queste brevi note descrivono situazioni differenti che in comune hanno anche la peculiarità di sollevare dubbi di natura etica: la questione geopolitica dell’Autoproclamata repubblica dell’Artsakh, irrisolta da quasi trent’anni; le ingerenze straniere in un conflitto locale e la presenza di paramilitari, che combattono non vincolati alle leggi di guerra (l’avevamo visto nei Balcani, ora lo ritroviamo anche in Siria, Libia e nel Sahel); la propaganda che rende la realtà sul campo indistinguibile, con filmati molto convincenti sui social; infine la disponibilità di armi e sistemi militari innovativi, capaci di generare un salto di qualità. Ma questa è la realtà che ci circonda, di cui occorre saper prendere atto.

La domanda quindi è se questa realtà la stiamo ignorando, forse perché concentrati su altre priorità: Covid 19, debito pubblico, instabilità politica. Dunque, la sintesi che deduciamo è un invito a considerare tutti questi aspetti e ricercare formule congruenti con gli interessi nazionali, mantenendo una visione etica e nel rispetto di quello delle parti concorrenti. Perché, e questo è un fatto incontrovertibile, la competizione continua ad animare le relazioni internazionali, la conflittualità nelle regioni di più diretto interesse è cresciuta e stanno emergendo pericolose tendenze alla revisione dei confini nazionali, il che è sempre fonte di instabilità.

In tale quadro, la politica militare, nell’indicare le linee evolutive alle forze armate, ha innanzi a sé la sfida a dover essere lungimirante, viepiù in un momento di sviluppo tecnologico come quello che stiamo vivendo. Forze armate, integrate nel contesto atlantico e europeo, solo se aggiornate alle capacità operative fondamentali, rimarranno uno strumento di deterrenza, come è necessario ai fini della stabilità e della pace. Viceversa, la disattenzione all’evoluzione tecnologica in campo militare, come la storia evidenzia, sarà foriera di emarginazione geopolitica, la qual cosa l’Occidente, assertivo nel ritenere l’uomo e la sua dignità centrale nel sistema di vita e di relazioni, non può permettersi.

Siamo in piena rivoluzione negli affari militari18, a cui, come detto in apertura, sono molti a lavorare alacremente (la Cina ha dichiarato nel suo Libro Bianco di tendere a diventare potenza militare vincente nella dimensione del Cyberspazio): una sorta di 5G militare che a breve subiremo, se non capaci di adeguarci con la necessaria tempestività. La disponibilità, ridotta, di risorse finanziarie mostra anche la centralità delle alleanze, della Nato e dell’Unione Europea, nel cui ambito far convergere la ricerca scientifica e gli investimenti, per generare forze efficienti a difesa dell’interesse comune e al servizio di una visione fondata sui valori condivisi dell’Occidente.

In termini di maggiore pragmatismo, il fattore chiave è che rimanere indietro nella sfida “sensor-to-shooter19” significa perdere capacità operativa e quindi di deterrenza, non solo in ambienti war fighting (di guerra), ma anche di Crisis Responce Operations, ovvero missioni di pace, che restano uno via imprescindibile alla pacificazione di realtà contese, come Putin ha appena confermato nello scenario transcaucasico appena descritto. Il sensor to shooter è dunque oggi il fattore chiave su cui già competono le forze terrestri.

Gen. EI (ris.) Antonio Venci

1 Il Nagorno Karabakh è una regione montuosa dell’Azerbaijan occidentale, compresa nel territorio dell’Autoproclamata Repubblica dell’Artsakh, entità geografica con popolazione prevalentemente armena, non riconosciuta come stato indipendente.

2 Tecnologie che generano un vantaggio strategico a chi le possiede: big data, elaboratori quantistici, materiali innovativi, ecc.

3 L’Italia, presente nel Gruppo di Minsk dell’OSCE, mantiene una posizione equidistante tra le parti, auspicando la soluzione pacifica della controversia territoriale. In data 11 novembre 2020 il MAECI ha emesso il seguente comunicato stampa: “In risposta all’emergenza umanitaria provocata dall’escalation delle ostilità nella regione del Nagorno-Karabakh, il Sistema della Cooperazione Italiana, su indicazione del Vice Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Emanuela Del Re, ha contribuito con 500.000 euro al Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). Grazie al contributo italiano, il CICR potrà rafforzare le sue attività nel fornire servizi umanitari essenziali, come cibo e riparo, agli oltre 75.000 sfollati colpiti dal conflitto, su entrambi i lati della linea di contatto, e in collaborazione sia con la Croce Rossa Armena che con la Mezzaluna Rossa dell’Azerbaijan.

4 Agenzia Nova. È stato firmato il 18 dicembre in videoconferenza un contratto tra Azerenerji e Ansaldo Energia, che prevede la ricostruzione di quattro sottostazioni in aree recentemente liberate dall’occupazione militare delle forze militari dell’Armenia: i distretti di Agdam, Kalbajar, Gubadly e Fuzuli. Nelle prossime settimane, si legge in un comunicato, è prevista l’apertura di una filiale di Ansaldo Energia a Baku. (18.12.20)

5 Alcuni Stati definiscono le violenze contro gli armeni del 1915 (seguite a quelle degli anni 90 dell’’800) da parte dell’Impero Ottomano ‘genocidio’. La Turchia rifiuta questa definizione inquadrando le deportazioni delle popolazioni armene nelle esigenza di difesa nazionale nel corso del primo conflitto mondiale, quando interi battaglioni di quella popolazione militava nell’esercito russo. Papa Francesco il 12 aprile 2015 ha ricordato il massacro degli Armeni (cristiani) “generalmente considerato come primo genocidio del Novecento“. La frase, pronunciata durante una celebrazione liturgica del rito armeno in San Pietro per il centenario del martirio armeno, ha scatenato l’immediata reazione della Turchia che ha ritirato il suo ambasciatore. (Servizio Studi del Senato. Nota breve n.67)

6 La popolazione stimata è di 150.000 persone. Il conflitto di cui stiamo parlando ha generato 70.000 profughi, che ora in parte ritornano alle proprie case. https://www.aljazeera.com/news/2020/10/12/the-human-cost-of-the-nagorno-karabakh-conflict (2020)

8 Ora il Corridoio di Lachin, che costituisce l’unica via di collegamento dell’Artsakh con l’Armenia, è presidiato dai peacekeeper russi, in base agli accordi di “cessate il fuoco” assunti tra Armenia e Azerbaijan con la mediazione russa, il 9 novembre 2020. Correndo questa via attraverso la città di Shushi, ora in mano azera, l’accordo prevede anche la realizzazione di una bretella per aggirare l’abitato e garantire la viabilità verso Stepanakert. In questo modoviene garantita una via di collegamento e di rifornimento tra Artsakh e Armenia.

9 Il 9 novembre 2020 un elicottero russo è stato abbattuto mentre sorvolava la linea di confine tra Armenia e Azerbaijan. Due piloti sono rimasti uccisi, un terzo membro dell’equipaggio si è salvato. L’Azerbaijan si è assunta la responsabilità scusandosi per l’incidente.

10 Nella Dichiarazione congiunta dei Capi delegazione dei Paesi co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE viene fatta esplicita richiesta: “… i Capi delegazione chiedono anche la piena e pronta partenza dalla regione di tutti i mercenari stranieri e invitano tutte le parti a facilitare questa partenza”.

11 Dal discorso di Erdogan tenuto a Baku in occasione della parata militare celebrativa della vittoria militare del 10 dicembre 2020 (Agenzia NOVA 25.12.20)

12 Sumgait è una città industriale azera sita sul mar Caspio, a nord di Baku. Nel 1988 bande di azeri lì residenti scatenarono un pogrom contro la comunità armena. Ci furono devastazioni, morti feriti e stupri in misura tale da risvegliare la memoria delle sofferenze patite dagli armeni nel periodo della Grande Guerra. Pietro Kuciukian. Gariwo Network. https://it.gariwo.net/rubriche/viaggio-fra-i-disobbedienti-azeri/testimoni-dei-pogrom-di-sumgait-19699.html (2021). Ancora riportiamo: “In quell’anno il Premio Nobel Andrei Sakharov, attivista per i diritti umani ed eminente scienziato (sposato a un’armena), in una lettera indirizzata al leader sovietico Mikhail Gorbaciov sui pogrom di Sumgait scriveva: “Se prima degli eventi di Sumgait qualcuno poteva avere ancora dei dubbi, dopo questa tragedia non resta nessuna possibilità morale di insistere sul mantenimento dell’appartenenza territoriale del Nagorno-Karabakh all’Azerbaijan. Le liste delle vittime di Sumgait non sono state pubblicate, cosa che mette in dubbio l’esattezza dei dati ufficiali relativi al numero delle vittime. Non ci sono informazioni sulle indagini. Un crimine del genere non può non avere degli organizzatori. Chi sono questi?”. Francesco De Palo. https://impaginato.it/article/3069/trent-anni-fa-i-massacri-degli-armeni-a-sumgait.-ma-chi-se-ne-ricorda/ (2021)

13 LUISS Osservatorio sulla sicurezza internazionale. https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/12/18/nagorno-karabakh-lopinione-putin/ (01.01.21)

14  Robin Forestier-Walker. Aljazeera (13.10.20)

15 Shaan Shaikh, Wes Rumbaugh. Center of strategic and international studies. (2020)

16 Ibidem.

17 La carta della situazione/informazioni, costituita da una carta topografica riportante anche la posizione delle unità schierate sul terreno, le direttrici di movimento e di attacco, le posizioni difensive, ecc. può essere oggi realizzata con sistemi digitali distribuiti all’interno dei posti comando, se non anche nei computer portatili in rete dei soldati schierati sul campo. In tale configurazione “virtuale”, la carta della situazione/informazioni assume la denominazione di Common Operational Picture (COP).

18 Armi da fuoco, eserciti permanenti al servizio di stati nazionali dopo la Pace di Vestfalia, leva di massa, rivoluzione industriale e binomio carrarmato e aereo d’attacco al suolo, armi nucleari, Information Technology militare, possono considerarsi altrettante rivoluzioni negli affari militari, ovvero, momenti di rottura nell’andamento delle operazioni generati dall’irruzione di un fatto nuovo. Una politica militare lungimirante dovrebbe osservare l’evoluzione tecnologica, come questa influenzi il war fighting e tendere a evitare di giungere al prossimo conflitto impreparati.

19 Sensor to shooter, letteralmente dall’individuazione del bersaglio all’azione di fuoco: un processo che l’automazione delle procedure di comando e controllo unitamente a quelle di ricognizione, sorveglianza e acquisizione obiettivi rende più celere. Conferisce il vantaggio consentendo la celere individuazione anche di più obiettivi contemporaneamente, l’ingaggio, la designazione e la neutralizzazione. Tali processi sono validi anche solo per il controllo della conflittualità, senza necessariamente usare il fuoco letale, come avviene nelle operazioni di risposta alle crisi (CRO). Si veda anche https://asc.army.mil/web/news-alt-jas19-from-sensor-to-shooter-faster/ (2021) e https://www.rafael.co.il/worlds/land/multi-service-network-centric-warfare/ (2021).

Foto: ARMENPRESS / AZERTAC / Ministry of Defence of the Russian Federation / Ministero della Difesa

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