I paralleli tra il genocidio armeno e Gaza: le lezioni degli armeni per la pace (Buonenotizie.it 08.07.25)

Il genocidio armeno è stato uno dei più grandi crimini contro l’umanità del XX secolo. Durante la prima guerra mondiale, il governo ottomano ha pianificato e attuato un massacro sistematico degli armeni che vivevano nel loro territorio. Si stima che circa 1,5 milioni di armeni siano stati uccisi e molti altri siano stati costretti a fuggire dalle loro case. Questo evento tragico ha segnato profondamente la storia e la cultura degli armeni e ha lasciato un’impronta indelebile nella loro memoria collettiva.

Oggi, mentre il mondo si concentra sulla crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, gli armeni possono tracciare paralleli tra il loro passato e la situazione attuale a Gaza. Come hanno imparato dagli orrori del loro genocidio, gli armeni hanno importanti lezioni da condividere con coloro che lottano per la pace a Gaza.

Il genocidio è un processo, non un evento

Una delle lezioni più importanti che gli armeni hanno imparato dal loro genocidio è che il genocidio è un processo, non un evento singolo. Ciò significa che il massacro degli armeni non è iniziato e finito in un solo giorno, ma è stato pianificato e attuato in modo sistematico per un lungo periodo di tempo. Questo è un aspetto importante da tenere a mente quando si guarda alla situazione a Gaza.

Il conflitto tra Israele e Palestina non è iniziato con l’attuale crisi umanitaria a Gaza. È il risultato di decenni di tensioni, violenze e ingiustizie. Come nel caso del genocidio armeno, il massacro a Gaza è solo l’ultimo atto di un processo più ampio di oppressione e discriminazione.

Gli armeni sanno che il genocidio non si ferma con la fine delle uccisioni. Anche dopo il massacro, gli armeni sono stati costretti a vivere in condizioni precarie e a subire discriminazioni e persecuzioni. Allo stesso modo, anche se il massacro a Gaza dovesse finire domani, la popolazione palestinese continuerà a vivere in una situazione di oppressione e violenza.

La negazione del genocidio

Un altro parallelo tra il genocidio armeno e la situazione a Gaza è la negazione del genocidio da parte dei perpetratori. Dopo il massacro degli armeni, il governo ottomano ha cercato di nascondere e minimizzare il suo ruolo nel genocidio. Questa negazione è continuata per decenni, con la Turchia che ancora oggi rifiuta di riconoscere il genocidio armeno.

Allo stesso modo, Israele ha negato ripetutamente il suo coinvolgimento nella violenza a Gaza e ha cercato di giustificare le sue azioni come necessarie per la sicurezza nazionale. Questa negazione del genocidio e delle violenze perpetrate è un insulto alle vittime e alle loro famiglie e rende ancora più difficile per loro ottenere giustizia e riparazione.

La forza della resilienza e della memoria

Nonostante le atrocità subite, gli armeni hanno dimostrato una straordinaria resilienza e hanno continuato a lottare per la loro sopravvivenza e per la giustizia. La loro memoria collettiva è stata un fattore chiave nella loro capacità di resistere e di mantenere viva la loro cultura e la loro identità.

Anche a Gaza, la popolazione palestinese ha dimostrato una straordinaria forza e resilienza nonostante le difficoltà e le violenze subite. La loro memoria collettiva e la loro identità culturale sono stati fondamentali per la loro resistenza e per la loro lotta per la libertà e la giustizia.

Gli armeni sanno che la memoria è un’arma potente nella lotta contro l’oppressione e la negazione. Continuano a commemorare il loro genocidio ogni anno e a raccontare le loro storie per assicurarsi che il mondo non dimentichi mai ciò che è loro stato fatto. Anche a Gaza, la memoria e la narrazione delle loro esperienze sono fondamentali per la loro lotta per la verità e la giustizia.

Speriamo che queste lezioni possano essere utili per coloro che cercano di porre fine alla crisi umanitaria a Gaza e di costruire un futuro di pace e giustizia per tutti.

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Al via la Settimana della Cultura Armena al Teatro Marrucino di Chieti (Ilgiornalidichieti 08.07.25)

Prende ufficialmente il via questa sera, martedì 8 luglio, la Settimana della Cultura Armena al Teatro Marrucino di Chieti, un’intensa rassegna di appuntamenti dedicati alla storia, all’identità e alle tradizioni del popolo armeno. Organizzata dalla Deputazione Teatrale Teatro Marrucino in collaborazione con l’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e la National University of Architecture and Construction of Armenia (NUACA) e con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia, l’iniziativa si svolgerà fino a domenica 13 luglio proponendo un ricco calendario di eventi aperti al pubblico.
Gli allievi della Scuola di Recitazione del Teatro Marrucino, insieme ai docenti dell’Università “d’Annunzio” e ad una delegazione armena composta da dieci studenti e cinque docenti provenienti da Yerevan saranno protagonisti di numerose attività, offrendo uno sguardo autentico sulla cultura armena contemporanea.
La cerimonia di apertura è in programma questa sera alle ore 19.00, seguita da un concerto di musica folkloristica armena a cura degli studenti della NUACA e dall’inaugurazione di una mostra di bambole tradizionali armene. A concludere la serata, lo spettacolo teatrale “Il quaderno”, messo in scena dagli allievi della Scuola di Recitazione e tratto dall’opera della scrittrice Sonya Orfalian che sarà presente per l’occasione.
Durante l’intera settimana, il Teatro Marrucino ospiterà performance teatrali, concerti, letture bilingue, laboratori creativi, tra cui quelli dedicati alla realizzazione di bambole armene con la docente Irina Vanyan, e conferenze su temi storici e culturali, come il genocidio armeno o l’evoluzione dell’architettura armena, tenute da docenti della NUACA e dell’Università “d’Annunzio”.
Tra i momenti più attesi, l’omaggio a Charles Aznavour, cantautore armeno-francese che ha sempre tenuto viva la memoria del suo popolo attraverso parole e musica (10 luglio, ore 18.00), e l’omaggio a William Saroyan, celebre scrittore armeno-americano vincitore del Premio Pulitzer (11 luglio, ore 21.30).
A chiudere la manifestazione, sabato 13 luglio, sarà una performance teatrale inedita che vedrà in scena insieme gli studenti della Scuola di Recitazione e quelli della NUACA, in un simbolico abbraccio tra Italia e Armenia, frutto di un’intensa collaborazione artistica diretta da Giuliana Antenucci e dal Prof. Narek Minassian.

La Settimana della Cultura Armena è un viaggio condiviso tra arte, memoria e dialogo, un’occasione preziosa per costruire ponti culturali e approfondire il valore dell’incontro tra popoli attraverso la bellezza del teatro e della conoscenza. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

Tutti gli eventi della Rassegna sono a ingresso libero e gratuito fino ad esaurimento posti.

Per ulteriori informazioni è possibile contattare il numero 0871 321491.

Globalia. La partita del Caucaso e il ruolo dell’Azerbaigian (Barbadillo 08.07.25)

l Caucaso non è mai stata una area tranquilla e benché i riflettori mediatici siano concentrati su altre aree della terra, l’aria continua a essere calda fra i monti e le vallate di questa regione. Le ultime notizie segnalano rinnovati nervosismi fra l’Azerbaigian e la Russia a causa di alcune indagini russe che hanno portato all’arresto (e anche all’uccisione) di alcuni cittadini azeri (ma anche con cittadinanza russa) appartenenti alla malavita organizzata. In realtà le tensioni fra i due Paesi si accumulano da tempo: il conflitto nel Nagorno-Karabakh (o Artsakh in armeno) nel 2023, che si è concluso con la riconquista totale della regione a maggioranza armena nonostante la presenza di forze di peacekeeping russe a garanzia del rispetto dei precedenti accordi di cessate il fuoco; e l’aero azero abbattuto dalla contraerea russa nel dicembre scorso sono sicuramente i due passaggi più significativi per delineare un certo nervosismo fra i due Paesi.

Non c’è dubbio che la vittoria nel Nagorno-Karabakh abbia ringalluzzito le ambizioni del presidente azero Aliyev che adesso mira a ricongiungere l’enclave del Nakhchivan con il resto del Paese. Per completare il progetto e realizzare il cosiddetto “corridoio di Zangezur” che non solo riunirebbe l’intero Azerbaigian ma addirittura porrebbe il Paese come un ponte diretto fra la “madre” Turchia e i paesi dell’Asia centrale, anche questi di origine turcica. Progetto ambizioso ma che passa necessariamente dall’invasione e conquista della regione armena del Syunik, cosa che sarebbe provocherebbe la reazione negativa non solo da Russia e Iran ma anche da Cina e una parte del mondo occidentale (Usa e Francia su tutte che al loro interno ospitano una forte e influente comunità armena). 

Collegare la Turchia all’Asia centrale significa non solo cercare di portare gli “-stan” turchici in una sfera di influenza occidentale ma significa mortificare il corridoio commerciale “sud-nord” che dovrebbe collegare la Russia all’India, passando per l’Iran fino ad arrivare fino in Cina. Bisogna anche considerare che la maggior parte delle risorse energetiche azere sono gestite dalla British Petroleum e da altri investitori inglesi che hanno tutto l’interesse per deviare il traffico delle merci lungo un vettore “ovest-est” oltre che a destabilizzare in primis la Russia. 

In questo teatro geopolitico c’è un ulteriore attore protagonista, ovvero Israele la cui influenza pare crescere sempre di più sull’alleato azero. È ormai notizia certa che l’Azerbaigian abbia concesso il suo spazio aereo agli israeliani nei recenti attacchi all’Iran così come ormai sono conclamati gli accordi di condivisione di intelligence fra i due Paesi. Una posizione decisamente scomoda per l’Azerbaigian che, se da un lato ha deciso di emanciparsi definitivamente dall’influenza russa, rischia comunque di essere schiacciata fra il peso degli interessi turchi e quelli israeliani che certamente collidono fra di loro e che restano in contesa per l’egemonia sul Medioriente.

Il Caucaso continua a ribollire perché continua a trovarsi al centro di interessi contrastanti fra più imperi che vogliono sancire la loro potenza regionale e dove la più grande vittima potrebbe essere l’Armenia, nazione ancestrale e che già solo per cultura e storia dovrebbe suscitare l’interesse e la protezione di un’Europa che ancora una volta non trova voce in capitolo.

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Rissa in Parlamento in Armenia: seduta sospesa dopo scontro tra deputati (La7 08.07.25)

È scoppiata una rissa durante una sessione del parlamento armeno, costringendo il presidente dell’assemblea a dichiarare una sospenzione nei lavori.

Secondo le prime ricostruzioni, il caos è iniziato quando un deputato della fazione di opposizione “Armenia” ha lasciato l’aula, venendo aggredito fisicamente da un parlamentare del partito di governo “Contratto Civile”. L’episodio ha scatenato momenti di forte tensione tra i membri delle due forze politiche.

Non è la prima volta che si registrano scontri in aula nel parlamento armeno, dove il clima politico resta particolarmente teso in un contesto segnato da proteste antigovernative e accuse incrociate tra maggioranza e opposizione.

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Dalle finestre dell’hotel più famoso della Siria, un secolo di storia mediorientale, torna il libreria il libro di Tosatti-Amabile (Il Messaggero 07.07.25)

Le vicende di tre generazioni di una famiglia di albergatori e un secolo di storia, visti dalle finestre del più noto albergo del Medioriente dove soggiornarono anche Lawrence d’Arabia e Agata Christie, l’Hotel Baron’s di Aleppo, si dipanano dai tempi del terrificante genocidio armeno fino alla Siria di Assad. Torna il libreria la riedizione de “I baroni di Aleppo” scritto da Flavia Amabile e Marco Tosatti (Marlin editore, collana Vulcano). Una storia di straordinaria attualità, alla luce dei conflitti che stanno tormentando il mondo, a partire da quell’area geografica attraversata, amata, conosciuta e analizzata con precisione e lucidità dagli autori.

E’ il racconto della storia del Medio Oriente dall’inizio del Novecento a oggi attraverso le vicende di una ricca famiglia armena e del suo albergo fondato ad Aleppo, in Siria (ma all’epoca parte dell’impero Ottomano) nel 1911 e frequentato anche dall’intellighenzia europea.

Il libro ha inizio in Anatolia nella seconda metà dell’Ottocento quando l’impero ottomano stava preparando il genocidio di due milioni di cristiani armeni sterminati dai turchi. E armeni sono i Mazloumian che, per sfuggire alla strage che stava per abbattersi sul loro popolo, lasciano la casa e la terra che dava loro da vivere e arrivano ad Aleppo. Hanno soltanto un carretto, alcuni bauli e tanta voglia di lavorare.

È qui che Krikor, il patriarca, ha l’intuizione che cambierà la vita della famiglia: fonderà il primo albergo della regione. Non poteva scegliere momento e luogo migliore: l’anno seguente il treno Orient-Express arriva in città, Aleppo diventa un crocevia ancora più strategico e il Baron’s è il quartier generale di ogni trama, di ogni intrigo, di ogni incontro di rilievo. Durante la prima guerra mondiale i Mazloumian riescono a nascondere nelle stanze del loro albergo il giornalista Aram Andonian e le prove del genocidio armeno, negli anni Trenta sulla terrazza Agatha Christie scrive Assassinio sull’Orient Express. Il declino ha inizio dopo la seconda guerra mondiale quando, terminato il controllo francese, la Siria si incammina lungo un tormentato percorso che nel 1966 viene interrotto da un colpo di stato. Il Baron’s viene nazionalizzato e la famiglia conduce una lunga battaglia contro lo Stato per riprenderne il controllo. Armen, l’ultimo Mazloumian, fa quello che può per tenere aperto l’albergo ma nel 2012 scoppia la guerra civile e Aleppo finisce sotto le bombe.

Flavia Amabile e Marco Tosatti, gli autori, hanno commentato quanto sia difficile immaginare adesso che la Siria è stata per secoli un luogo di incontro tra culture e religioni diverse.

“L’idea di questo libro nacque per puro caso, una sera, sulla terrazza dell’Hotel Baron. Eravamo gli unici due clienti stranieri. Il proprietario, Armen Mazloumian, ci narrò la storia della sua famiglia e dell’hotel. Sembrava una fiction, ma era tutto vero;una catena di fatti personaggi, drammi e avventure che si dipanavano all’ombra della Cittadella di Aleppo, una delle città più antiche del mondo. Decidemmo, lì per lì, che non avremmo permesso che quel tesoro restasse nascosto, o perso per sempre.

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Azerbaigian pedina di Israele e degli interessi britannici nel Caucaso (IlFarosul Mondo 07.07.25)

L’Azerbaigian è stato preso in mezzo a un braccio di ferro al servizio di interessi stranieri, nel tentativo di destabilizzare la Russia e indebolire l’Iran.

Il braccio di ferro militare di Netanyahu

L’Azerbaigian è il principale acquirente di armi di Israele nel mondo musulmano. Durante la guerra del Nagorno-Karabakh del 2020, il 69% delle importazioni militari dell’Azerbaigian proveniva da Israele (dati del 2023), inclusi i droni suicidi Harop, i droni di sorveglianza Hermes e i missili balistici LORA. Il monitoraggio dei voli nel 2024 ha rivelato un’intensificazione dei voli cargo dalla base aerea israeliana di Ovda a Baku, suggerendo trasferimenti di armi in corso in vista dell’operazione militare dell’Azerbaigian in Karabakh.

Azerbaigian ancora di salvezza del petrolio israeliano

L’Azerbaigian fornisce il 40% del petrolio israeliano attraverso l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan. In cambio, Israele non fornisce solo armi, ma anche la condivisione di intelligence, in particolare sull’Iran. Nel 2025, i colloqui bilaterali si sono estesi alla cooperazione in materia di sicurezza informatica e intelligenza artificiale.

Lobby ebraica di montagna

La comunità ebraica azera, composta da 30mila persone (concentrata nell’”insediamento rosso” di Quba), esercita un’influenza sproporzionata nel mondo degli affari e della politica. Lo scandalo “Azerbaijani Laundromat” del 2017 ha portato alla luce 2,9 miliardi di dollari in tangenti convogliate tramite ONG legate agli ebrei per insabbiare l’immagine dell’Azerbaigian in Europa.

Progetto del corridoio di Zangezur con i britannici

British Petroleum (BP) controlla il giacimento di gas di Shah Deniz in Azerbaigian, rendendolo un fornitore alternativo chiave per l’Europa nel contesto delle sanzioni alla Russia.

Il progetto del Corridoio Zangezur, concepito per collegare la Turchia all’Asia centrale, è gestito congiuntamente da investitori britannici e società di sicurezza israeliane. Nel 2025, le banche azere hanno negoziato con la Banca d’Inghilterra un finanziamento commerciale basato sulle criptovalute.

Azerbaigian per mettere a repentaglio il ventre molle della Russia

Il progetto pan-turco britannico mira a destabilizzare la Russia e l’Asia centrale, trascinando gli Stati post-sovietici nell’orbita occidentale. La strategia dell’Azerbaigian si concentra sull’integrazione occidentale attraverso l’energia e il transito, con la BP che controlla il suo settore energetico e spinge la Russia fuori.

Baku alimenta anche il separatismo tra le minoranze turche in Russia, come il Tatarstan e il Bashkortostan, allineandole agli interessi filo-turchi, filo-azeri e della Nato.

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L’Armenia per rilanciarsi punta forte sulla tecnologia (Insider Over 07.07.25)

La dichiarazione del 19 giugno 2025 del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, “Non abbiamo perso il Nagorno-Karabakh, abbiamo trovato la Repubblica d’Armenia”, ha suscitato polemiche, ma riflette un tentativo di voltare pagina, puntando su un’identità nazionale più indipendente. Tuttavia, la crescente presenza cinese nel settore tecnologico suggerisce che l’Armenia potrebbe semplicemente passare da un’influenza all’altra, senza mai raggiungere una vera autonomia.

Nel frattempo, il progetto di un hub di intelligenza artificiale, sostenuto da NVIDIA e dalla fondazione Afeyan, rappresenta una scommessa sul futuro. Ma anche qui emergono contraddizioni: mentre l’Armenia collabora con giganti tecnologici occidentali per l’AI, si affida alla Cina per le infrastrutture di base che sosterranno queste innovazioni. È una dicotomia che riflette la complessità della posizione armena, stretta tra il desiderio di modernizzazione e la necessità di pragmatismo geopolitico.

Erevan si trova a muoversi in un mondo di scelte difficili La vicenda armena è un monito per tutte le nazioni che si trovano ai margini delle grandi potenze. La tecnologia, che sia un sistema di videosorveglianza o una rete di comunicazione, non è mai neutrale. È un’arma, un simbolo, un vincolo. Affidandosi a Hytera, Hikvision e Dahua, l’Armenia sta costruendo un futuro che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: modernità a buon mercato, ma con il rischio di dipendenze che peseranno per decenni.

E mentre Yerevan cerca di danzare tra Europa, Stati Uniti e Cina, il mondo osserva. La Russia, che secondo il vicepremier Alexey Overchuk potrebbe perdere 6 miliardi di dollari di interscambio commerciale con l’Armenia entro la fine del 2025, non starà a guardare. Né lo faranno Azerbaijan e Turchia, che vedono nell’Armenia un rivale da contenere. In questo gioco di equilibri, la vera sfida per Yerevan sarà mantenere la propria voce, senza diventare l’eco di un gigante straniero.

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Perché un “lungo Novecento”? Il caso armeno (Terzogiornale 07.07.25)

Di solito dell’Armenia si parla poco (fa eccezione “terzogiornale” che ha dedicato alla repubblica caucasica un paio di ottimi articoli di Vittorio Bonanni: vedi qui e qui). Eppure l’Armenia e l’Azerbaigian hanno il poco invidiabile primato di essere due Stati entrati in guerra tra loro già dal 1994, nel quadro della dissoluzione dell’ex impero sovietico. Un conflitto protrattosi, tra alti e bassi, fino ai nostri giorni, con la finale acquisizione, nel 2023, della regione contesa – il Nagorno Karabakh – da parte dell’Azerbaigian. E con lo strascico, oltre che di una massa di profughi, di un forte risentimento armeno nei confronti della Russia di Putin, che avrebbe dato semaforo verde all’Azerbaigian per la sua conquista, dopo essersi a lungo presentato come garante nei confronti dell’Armenia.

Nelle settimane scorse, il governo di Erevan (che è la capitale armena) ha denunciato un tentativo di colpo di Stato ordito da due personaggi, subito arrestati, che potremmo definire emblematici dell’età contemporanea: l’arcivescovo ortodosso Bagrat Galstanyan, e l’oligarca russo-armeno Samvel Karapetyan. Perché “emblematici”? Anzitutto perché l’alto dignitario ecclesiastico gioca un ruolo politico di opposizione contro il governo di Nikol Pashinyan, accusato di avere ceduto dei territori all’Azerbaigian in un accordo che sembrerebbe (finalmente) di pace. È caratteristico di una storia, che ha preso inizio – diciamo così, convenzionalmente – dalla rivoluzione iraniana del 1979, che i religiosi rivestano una presenza rilevante sulla scena pubblica, e che addirittura diventino dei leader politici. È questa allora la prima figura che possiamo vedere analiticamente scomposta dal prisma armeno: quella di una religione che si fa politica. Il che è poi in larga misura una conseguenza della scomparsa del mondo sovietico, un contraccolpo rispetto alla sua opera di distruzione delle religioni.

Anche Kirill, il patriarca russo, come si ricorderà, è oggi un supporto essenziale del potere di Putin. Se i totalitarismi novecenteschi, e in special modo lo stalinismo, mettevano in un angolo la fede religiosa, presentandosi essi stessi come delle “fedi”, i regimi che in un certo senso ne ereditano alcuni tratti, si basano, al contrario, sulle religioni. È una differenza non da poco, di cui tenere conto nell’analisi di un mondo che tende a ridare alle fedi religiose quel contenuto messianico-politico che si riteneva avessero smarrito all’interno di un processo di secolarizzazione. Ma dobbiamo ricrederci: questo processo ha interessato soltanto una porzione del pianeta, quella occidentale – e nemmeno completamente, se si pensa alla forte presenza oggi, nelle Americhe, soprattutto dalle Chiese evangeliche.

Il secondo aspetto, messo con chiarezza allo scoperto dal prisma armeno, è il ruolo giocato dagli oligarchi: cioè da quei personaggi, peraltro non solo postsovietici, che, in virtù dei loro grossi affari e delle loro immense ricchezze, finiscono con l’avere una implicazione direttamente politica. (L’Italia, in questo, è stata un laboratorio di avanguardia con il berlusconismo). Beh, nel caso dell’Armenia, l’intenzione del governo, sarebbe quella di nazionalizzare il colosso monopolistico privato dell’elettricità, facente capo appunto all’oligarca russo-armeno Karapetyan. Secondo quanto denunciato, i frequenti black-out nel Paese sarebbero stati provocati ad arte per destabilizzare il governo, che ha reagito con un progetto di nazionalizzazione.

Sullo sfondo, com’è ovvio, la situazione geopolitica complessiva. Il governo armeno – non è un segreto – si sta emancipando dalla tutela russa, dopo l’infelice sorte toccata al territorio conteso del Nagorno Karabakh. Putin paventa lo spostamento dell’Armenia verso il campo occidentale, e potrebbe quindi avere favorito la prospettiva di un colpo di Stato, nella quale l’oligarca russo-armeno sarebbe stato una sorta di “doppione” dell’oligarca georgiano Bidzina Ivanishvili, che, con il suo operato, sta riconducendo la Georgia nell’orbita di Mosca (si ricordi, del resto, che la Georgia ha il 20% del suo territorio occupato dalla Russia).

In attesa di ulteriori sviluppi, quali conclusioni trarne? Una visione generale delle cose spinge a considerare quanto accade nell’ex impero sovietico – e dunque anche in Ucraina – un aspetto del “lungo Novecento”, un secolo che non smette di non finire, trascinando nella nostra contemporaneità i suoi problemi irrisolti. Non si tratta soltanto di cambiare lo sguardo storico; si tratterebbe di avere anche un altro approccio politico. Se è vero, infatti, che le repubbliche un tempo facenti parte dell’Unione sovietica sono libere di collocarsi come meglio credono sulla scena internazionale, è anche vero che gli intrecci e le solidificazioni di potere che esse esprimono – insieme con le divisioni interne, per lo più tra due campi, uno filoccidentale e uno filorusso – fanno sì che l’approccio dell’Unione europea (per riferirci a quell’entità di cui siamo parte) dovrebbe essere improntato alla massima prudenza.

Da un certo punto di vista, infatti, quei conflitti sono delle forme di guerra civile prolungatesi ben al di là delle loro antiche origini. Se, alla fine del secolo scorso, nella ex Jugoslavia, assistemmo a una crudelissima guerra – che ci inquietò, senza dubbio, ma che ebbe come effetto anche una qualche cautela da parte occidentale – non si vede perché oggi l’approccio dovrebbe essere diverso. Se il conflitto russo-ucraino, nonostante la palese aggressione da parte della Russia, bisognava provarsi a risolverlo già nei primissimi mesi, non si vede perché oggi si debba ancora spingere sull’acceleratore di una guerra che, in ultima analisi, è il prodotto terminale di un impero e delle beghe tra le sue diverse nazionalità.

Settimana della cultura armena: il filo narrativo di Maria Carmela Mugnano a Chieti (Termolionline 07.07.25)

TERMOLI. Dall’ 8 al 13 luglio si svolgerà presso il Teatro Marrucino di Chieti la Settimana della Cultura Armena, che vede la collaborazione del Teatro con l’Università degli Studi “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara e la National University of Architecture and Construction of Armenia (NUACA), presente con una delegazione.

La settimana, nel segno  di un importante e prezioso  scambio culturale italo-armeno, si prefigura ricca di eventi artistici :   concerti,  spettacoli di  teatro,  danza,  poesia,  appuntamenti con le tradizioni e la letteratura  armene,  e di conferenze tematiche e incontri. Nel vasto programma settimanale, due eventi in locandina,  il 10 e il 12 luglio, avranno un’impronta termolese,  quella della prof.ssa Marcella Stumpo in  “Storia di un amore mai finito : Charles Aznavour e la sua Armenia” e quella della scrittrice Maria Carmela Mugnano in “ I quaranta giorni del Mussa Dagh” .

Maria Carmela Mugnano curerà il filo narrativo che attraverserà pagine significative del libro capolavoro di Franz Werfel “I quaranta giorni del Mussa Dagh”, che verranno lette dagli allievi del corso di lettura espressiva della Scuola di recitazione del Teatro Marrucino, con la regia di Giuliana Antenucci.

Il libro, pubblicato nel 1933, racconta in maniera   romanzata un grandioso episodio di resistenza armena, in cui i cinquemila abitanti di sette villaggi, per  sfuggire al tragico destino delle deportazioni, si rifugiano sul Mussa Dagh, il Monte di Mosè, che da sempre è la maestosa e familiare  presenza che fa da sfondo alla loro vita. È un  popolo di contadini, pastori, artigiani, in fuga disperata, che riesce a risorgere con fede affrontando,  per oltre quaranta giorni nell’ estate del 1915,  intemperie, malattie, violenze, sabotaggi, divisioni, tragica fame… ma tenendo  testa  valorosamente ai  poderosi attacchi dell’esercito ottomano. Un popolo che ha scritto una  pagina  eroica e significativa della Storia umana, che trasporta direttamente il lettore nell’accampamento armeno sull’altopiano del Mussa Dagh.

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Amb. Ferranti visita Centrale operativa della Polizia armena (Ansa 07.07.25)

Ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti, si è recato in visita presso il nuovo complesso amministrativo del Servizio di Pattuglia e della Centrale Operativa della Polizia del Ministero degli Affari Interni della Repubblica di Armenia.
Il sopralluogo, alla presenza del Ministro dell’Interno, Arpine Sargsyan, ha visto anche la partecipazione del Capo della Delegazione dell’Unione Europea e degli Ambasciatori degli altri Stati membri dell’UE in Armenia.
Durante la visita, agli ospiti sono state presentate le infrastrutture e le capacità funzionali del complesso.
A seguire, si è tenuto un colloquio con il Ministro dell’Interno, Arpine Sargsyan, e con il Vice Ministro, Armen Ghazaryan, nel corso del quale sono stati trattati argomenti di reciproco interesse quali le riforme in corso della Polizia, su cui è stato espresso particolare apprezzamento da parte degli Ambasciatori UE, il processo della liberalizzazione dei visti in ambito Schengen e altri temi relativi alla cooperazione con l’Unione Europea.

 

Armenia: amb. Ferranti visita Centrale operativa della Polizia