Nagorno-Karabakh: Osce su prossimo incontro ministri Esteri, ci aspettiamo passi avanti (Agenzianova 31.10.19)

Mosca, 31 ott 16:54 – (Agenzia Nova) – L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) si augura che il prossimo incontro tra i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaigian, Zohrab Mnatsakanyan e Elmar Mammadyarov, porti a dei passi in avanti nel quadro del processo per la risoluzione del conflitto in corso nella regione del Nagorno-Karabakh. Lo ha dichiarato oggi il segretario generale dell’Osce, Thomas Greminger, al termine del suo incontro di oggi a Mosca con il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. “I negoziati hanno subito alcuni rallentamenti ultimamente, ma ci auguriamo che il prossimo incontro tra i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaigian possa contribuire a superare questo stallo”, ha detto Greminger. (segue) (Rum)

Armeni e curdi, la sfida Usa a Erdogan (Rassegna 31.10.19)

Kim Kardashian celebra riconoscimento genocidio armeno (Sputnik 31.10.19)

La star di un reality show americano e imprenditrice californiana di origine armena Kim Kardashian ha pubblicato su Instagram le nuove foto di un recente viaggio in Armenia per celebrare il riconoscimento da parte del Congresso degli Stati Uniti del genocidio armeno.

Il 29 ottobre la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha votato a favore del riconoscimento del genocidio armeno. Risoluzioni analoghe sono state introdotte per anni, ma non hanno mai ottenuto i voti necessari.

“Ieri c’è stata una vittoria così grande per il popolo armeno quando il Congresso americano ha riconosciuto il genocidio del popolo armeno! Questa foto è stata scattata questo mese in Armenia”, ha scritto Kim su Instagram.

Kim ha successivamente pubblicato una serie di scatti con sua sorella maggiore Kourtney e i suoi figli. Le donne indossavano rigorosi abiti neri e gioielli tradizionali del Paese caucasico.


Usa, riconosciuto genocidio armeno e sanzioni alla Turchia, l’ira di Ankara (Ilvaloreitaliano 31.10.19)

WASHINGTON. Meglio tardi, molto tardi, che mai. Doppio schiaffo della Camera Usa ad Ankara, a due settimane dalla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca: i deputati hanno approvato in modo bipartisan quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio armeno e un’altra che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e altre restrizioni alla Turchia e ai dirigenti di quel Paese per l’offensiva nella Siria settentrionale. Immediata la reazione di Ankara, che “rifiuta” la risoluzione sul genocidio armeno, bollandola come una decisione “ad uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica”.

Il ministero degli esteri turco ha convocato David Satterfield, ambasciatore Usa ad Ankara e ha condannato fortemente anche la risoluzione sulle sanzioni, sottolineando che la decisione non è consona all’ alleanza Nato tra i due Paesi e all’accordo tra Usa e Ankara sulla tregua in Siria, e ammonendo Washington a prendere misure per evitare passi che danneggino ulteriormente le relazioni bilaterali. Il 24 aprile è il giorno della memoria dello Metz Yeghern, ossia il  Grande Male, il nome con cui gli armeni indicano il genocidio di cui furono oggetto a partire dal 1915 per volontà del governo dei Giovani Turchi nei giorni del tramonto dell’Impero Ottomano. Il 24 aprile 1915 furono arrestati e deportati gli esponenti delle élites armene di Costantinopoli, Smirne e Aleppo. Nei due anni successivi persero la vita un milione e mezzo di armeni a causa sia di massacri che di malattie e stenti dovuti alle condizioni in cui venivano spostati attraverso i territori dell’Impero. Il silenzio dell’ Occidente fu assordante. Recentemente la questione del genocidio armeno è tornata di attualità in Italia e il Parlamento italiano si era impegnato a riconoscere ufficialmente l’evento e a darne risonanza internazionale.


Genocidio armeno. Anche gli Usa si convincono. L’arma segreta? Kim Kardashian (Blitzquotidiano 31.10.19)

ROMA – La decisione della Camera dei Rappresentanti Usa di riconoscere il genocidio degli armeni perpetrato tra il 1915 e il 1916 dai turchi e costò la vita a un milione e mezzo di persone è incontestabilmente un fatto storico. Scontata la rabbiosa reazione di Erdogan. Ha richiamato l’ambasciatore turco a Washington, messo in stand-by la visita di Stato programmata, minaccia di buttarsi nelle braccia della Russia fregandosene dell’alleanza atlantica.

Se ne discuterà a lungo (tranne in Turchia dove chi solo vi accenni finisce in galera). Intanto vanno rilevati alcuni fatti collegati alla vicenda piuttosto sorprendenti. Di sicuro lo è l’appoggio offerto da Trump, solitamente allergico a quanto accade fuori dall’America. Ma chi ha convinto lui, la figlia Ivanka, il cognato Jared Kushner, la pasionaria democrat Jackie Speier e i suoi 405 colleghi che hanno votato la risoluzione praticamente all’unanimità?

Non gli intellettuali, non una campagna d’opinione. Nemmeno un toccante film come Ararat, del 2002, girato dal grande regista canadese-armeno Atom Egoyan. Dove peraltro si cita, a proposito del silenzio di cento anni sul tentativo di eliminazione di un intero popolo, una frase attribuita ad Hitler in procinto di compiere il suo di genocidio: “Qualcuno si ricorda degli armeni?”.

Non ci è riuscito nemmeno l’armeno più famoso del mondo, Shahnour Vaghinagh Aznavourian, al secolo Charles Aznavour, immenso chansonnier e anche lui protagonista di Ararat. Nella società dello spettacolo di debordiana memoria, aggiornata dai social network alla società dello spettacolo di se stessi, ruolo e meriti vanno attribuiti invece a Kim Kardashian. Sì proprio lei, la regina dei like e del trash-chic, moglie del rapper Kanye West, maitresse a penser leopardata.

Un segno dei tempi, non c’è che dire. Inutile smoccolare sullo scadimento dei valori. Vano stracciarsi le vesti per il sacrilego accostamento tra la distruzione di un popolo e la banalità decerebrata spacciata via facebook. I potenti, gli influencer, provengono oggi dall’industria dell’intrattenimento che da un pezzo ha surclassato negli Usa i tradizionali fortini del potere economico, dall’acciaio al petrolio.

Dove non arrivano la denuncia e il memoir, l’analisi storica e i documenti d’epoca, dove nulla possono la rivendicazione etnica e la solidarietà internazionale, giunge, a proposito, tempestivo e risolutore, il marchio di fabbrica del brand Kardashian. Le sue generose natiche da esposizione. L’arma segreta degli armeni. (fonte La Repubblica)


Gli Stati Uniti riconoscono il genocidio armeno (31.10.19)

a Camera degli Stati Uniti ha riconosciuto il 30 ottobre 2019 – quasi all’unanimità,  405 «sì», 11«no» su 435 voti – una risoluzione che riconosce e invita «a commemorare il genocidio armeno e a rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione». Il «sì» bipartitico è salutato da un lungo applauso. È il riconoscimento formale di Washington. La Camera approva anche – 403 «sì» e 11 «no» (ora passa al Senato) – una risoluzione che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e restrizioni alla Turchia per l’offensiva militare in Siria. Furibonda la reazione turca: Ankara convoca l’ambasciatore americano. Il Paese guidato dal dittatore Erdogan «rifiuta» la risoluzione, la bolla come «decisione a uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica, un passo politico insignificante».

Il 1917 è l’anno di svolta nella Grande Guerra (1914-18) – Diserzioni negli eserciti e rivolte della gente spossata, anche da uno degli inverni più rigidi del secolo; Caporetto e Rivoluzione Russa; denuncia dell’«inutile strage» e genocidio degli armeni, il primo (e dimenticato) del XX secolo. «Metz Yeghern, il Grande Male» colpisce un nobile popolo. Re Tiridate III di Armenia, convertito e battezzato con la sua corte da san Gregorio Illuminatore, nel 312 dichiara il Cristianesimo «religione di Stato», un anno prima che l’«editto di Milano», sottoscritto nel febbraio 313 da Costantino il Grande per l’Occidente e da Valerio Liciniano Licinio per l’Oriente, conceda libertà di culto anche ai cristiani. Sotto l’Impero Ottomano un milione e mezzo di armeni rifiutano di rinnegare la fede e sono sterminati. Inizialmente i non musulmani sono protetti dall’Islam in quanto «gente del libro» e monoteisti: tra islamici e non musulmani, pur in posizione subalterna, la coabitazione regge fino a quando il nazionalismo non conta­gia anche l’Impero Ottomano. A Costantinopoli presso la Sublime Porta le minoranze religiose sono protette dalle potenze europee: la Francia tutela i cattolici, la Russia gli ortodossi, la Gran Bretagna i protestanti e gli anglicani, gli Stati Uniti gli ebrei.

Lo stermino comincia nel 1894-96 con Abdul-Hamid II – I sultani sono sovrani politici e capi religiosi. Nel 1908 i Giovani Turchi lo depongono e lo sostituiscono con il fratello Mehmet V; propugnano un nazionalismo che soffoca i non musulmani; sterminano 30 mila armeni. Alla vigilia della Grande Guerra le potenze europee ritirano il personale diplomatico e così le minoranze religiose restano indifese. I Giovani Turchi ne approfittano e nella notte del 23-24 aprile 1915 passano di casa in casa ad arrestare e uccidere 50 intellettuali, accusati di essere la «quinta colonna» dell’Impero Russo. Un pretesto per scatenare la pulizia etnica che dura fino al 1922. Conversioni forzate, maltrattamenti, deportazioni e «marce della morte» provocano un milione e mezzo di morti per fame, malattie, sfinimento. Sovrintendono ufficiali tedeschi in collegamento con l’esercito turco, «prova generale» della deportazione nazifascista degli ebrei, con il ghigno beffardo di Hitler: «Chi ricorda più lo sterminio degli armeni?». I principali genocidi del XX secolo sono: i nazifascisti (1939-45) sterminano 6 milioni di ebrei e mezzo milione di zingari perseguitati, seviziati, sterilizzati e gasati perché «razza inferiore» nel «Porajmos, Grande divoramento»; stalinismo comunista in Urss con milioni di morti (1924-53); Khmer rossi in Cambogia (1975-79); pulizia etnica in Bosnia (1992-96), in Ruanda e Burundi (1994).

Periscono vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani, bambini e malati armeni, assiri, caldei, greci. L’ecatombe innesca la diaspora in Europa, Stati Uniti, Russia e Ucraina, Sudamerica. Benedetto XV scrive al sultano Mehmet V (10 settembre 1915) per far cessare l’eccidio «che avviene contro il volere di Vostra Maestà. Il popolo armeno, per la reli­gione che professa, è spinto a mantenere fedele suddi­tanza a Vostra Maestà». Nella risposta il sultano sostiene l’impossibilità di distinguere fra inno­centi e sediziosi e giustifica la pulizia etnica. Il Papa proclama «dottore della Chiesa universale» Sant’Efrem Siro vissuto in esilio a Edessa in Turchia. In visita in Armenia, Giovanni Paolo II (27 aprile 2001) definisce lo sterminio «un’aberrazione disumana, un tempo di indicibile terrore e sofferenza».

Suscita le ire della Turchia anche Papa Francesco che celebra in San Pietro il centenario del martirio e proclama dottore della Chiesa San Gregorio di Narek, monaco, filosofo, teologo, mistico e poeta: «Fare memoria dello sterminio di un milione e mezzo di armeni sotto un regime totalitario è doveroso, per il popolo armeno, per la Chiesa, per la famiglia umana perché il monito che viene da questa tragedia ci liberi dal ricadere in simili orrori. Quel massacro fu un vero martirio. Sentiamo il grido di tanti fratelli e sorelle che, per la fede in Cristo o l’appartenenza etnica, sono uccisi, decapitati, crocifissi, bruciati vivi, costretti ad abbandonare la loro terra. Basta conflitti e violenze fomentate strumentalizzando le diversità etniche e religiose. Si riprenda il cammino di riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco».

Ma la Turchia si ostina a negare e non vuol sentir parlare di «genocidio». L’11 dicembre 1946 l’assemblea delle Nazioni Unite (risoluzione 96) riconosce «il crimine di genocidio, negazione del diritto alla vita di gruppi umani, razziali, religiosi, politici o altri, che siano stati distrutti in tutto o in parte». Il termine è coniato da Raphael Lemkin, giurista polacco (1944). In risposta alle parole di Papa Bergoglio, il ministero degli Esteri convoca mons. Antonio Lucibello, nunzio apostolico ad Ankara, e gli esprime «il disappunto del governo. Le dichiarazioni del papa non sono fondate su dati storici e sono inaccettabili». Nominare in pubblico il genocidio è punito con tre anni di carcere in quanto «gesto anti-patriottico e vilipendio dell’identità turca»: per questo molti sono perseguitati, tra cui lo scrittore Orhan Pamuk, Premio Nobel per la letteratura 2006, e il giornalista armeno Hrant Dink, ucciso da un ultranazionalista. Nel 2014 il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, poi presidente-dittatore, con un gesto a sorpresa, esprime le condoglianze «ai nipoti degli armeni uccisi». Le cifre sono discordanti: secondo l’Armenia le vittime sono almeno 1 milione e mezzo; secondo la Turchia 300 mila: secondo l’Associazione internazionale degli studiosi di genocidi sono «oltre un milione». Riconoscono il genocidio armeno: Argentina, Armenia, Belgio, Canada, Cile, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Lituania, Libano, Paesi Bassi, Parlamento europeo, Slovacchia, Stato Città del Vaticano, Svezia, Uruguay, Venezuela. Il Congresso degli Stati Uniti nel marzo 2010 approva la risoluzione che ne chiede il riconoscimento, ora è avvenuto.

Un secolo fa a Torino trovano accoglienza anche i profughi armeni. A Roma Pio XI mette a disposizione dei profughi la residenza estiva di Castel Gandolfo. Don Adolfo Barberis, segretario del cardinale arcivescovo di Torino Agostino Richelmy, un vulcano di attività, in una lettera descrive l’accoglienza: «Si ripetono un poco le opere di carità di Lourdes, in beneficio dei poveri profughi, nell’Istituto Sant’Anna. Si vanno ad accogliere alla stazione donne e fanciulli a tutte le ore della notte: si dà loro da mangiare e da bere, poi un poco di materasso per riposare, una benedizione, spesso Messa, confessione e Comunione, poi si mandano a spasso nel nome del Signore, e si accolgono altri».

 

 

 


Armeni e curdi, la sfida Usa a Erdogan (Il Giornale 31.10.19)

New York. A due settimane dalla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca, la Camera Usa assesta un doppio schiaffo bipartisan ad Ankara, approvando a larghissima maggioranza una risoluzione che riconosce il genocidio armeno e un’altra che chiede al presidente americano Donald Trump di imporre sanzioni alla Turchia e ai suoi dirigenti per l’offensiva nella Siria settentrionale.

La mossa ha mandato su tutte le furie Erdogan: «Questa accusa è il più grande insulto alla nostra nazione», ha detto del documento che riconosce formalmente il genocidio armeno per mano dell’impero ottomano durante la prima guerra mondiale. «La risoluzione non ha alcun valore», ha precisato, mentre l’ambasciatore statunitense ad Ankara David Satterfield veniva convocato al ministero degli Esteri per vedersi contestare una misura «priva di qualsiasi base storica o legale».

Il premier armeno Nikol Pashinian, invece, lo ha definito un voto «storico», e ha ringraziato per quello che ritiene un «passo audace verso la verità e la giustizia storica che conforterà milioni di discendenti dei sopravvissuti al genocidio». «In questo modo onoriamo la memoria delle vittime e diciamo mai più», ha scritto su Twitter l’ex vice presidente Joe Biden, candidato alle primarie democratiche del 2020. La risoluzione, non vincolante, invita a «commemorare il genocidio armeno» e a «rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione», nonché a educare sulla vicenda. E segue quella di una trentina di paesi, tra cui l’Italia, e di 49 su 50 degli stati Usa, dove vivono due milioni di americani di origine armena. Sulle due risoluzioni ora si dovranno esprimere prima il Senato e poi lo stesso Trump, che con l’annuncio della tregua in Siria ha revocato le sanzioni ad Ankara.

La sfida alla Turchia da parte della Camera Usa arriva sullo sfondo della battaglia per l’impeachment, alla vigilia del voto di oggi dei deputati per formalizzare le procedure della messa in stato di accusa per la prossima fase dell’indagine. Per i dem la mossa «assicurerà trasparenza e fornirà una strada chiara per andare avanti». Il documento, che «stabilisce le procedure per le udienze», richiede in primis audizioni pubbliche, e la speaker Nancy Pelosi in una lettera ai democratici ha scritto: «Stiamo prendendo questa misura per eliminare ogni dubbio sul fatto che l’amministrazione Trump possa trattenere i documenti, bloccare la testimonianza di testimoni, ignorare mandati puntualmente autorizzati o continuare a ostruire la Camera». Nel frattempo il colonnello Alexander Vindman, il massimo esperto di Ucraina nel National Security Council, ha testimoniato ieri alla Camera affermando che la trascrizione della telefonata in cui il tycoon chiese al presidente ucraino Zelensky di indagare i Biden ha omesso parole e frasi cruciali. Secondo quanto riferito dal New York Times, che ha citato tre fonti informate, Vindman ha riferito come le omissioni comprendessero l’affermazione che c’era una registrazione dell’ex numero due di Barack Obama mentre discuteva della corruzione ucraina. Oltre ad una menzione esplicita da parte di Zelensky relativa a Burisma, la società del gas nel cui board sedeva il figlio di Biden. L’ufficiale ha sostenuto che provò a cambiare la trascrizione del colloquio preparata dallo staff della Casa Bianca, ma che mentre alcune sue correzioni ebbero successo le altre due non furono fatte.


Gli Usa, la Turchia e i curdi. Genocidio armeno: ora di verità e di scontento (Avvenire 31.10.19)

Se fossero cittadini della Turchia, 405 americani sarebbero oggi in guai seri. Tanti sono, infatti, i deputati che, sui 435 totali e quindi in maniera del tutto bipartisan, hanno votato perché le stragi di armeni compiute dagli ottomani nel 1915, con oltre un milione e mezzo di vittime, siano riconosciute come un “genocidio”. Parola che le autorità turche non vogliono sentir pronunciare. Mai. In nessun contesto.

Tanto che l’articolo 301 del codice penale nazionale prevede l’arresto e due anni di carcere per chi «offende lo Stato turco», in quella che pure è la versione riformata e mitigata nel 2008 di un articolo che invece prevedeva l’offesa «dell’identità turca». In questa tagliola nel 2005 incappò persino Orhan Pamuk, il più grande scrittore turco, l’unico premio Nobel per la letteratura del Paese, colpevole di aver pronunciato la parola proibita in un’intervista a una rivista svizzera.

I 405 deputati invece sono americani e hanno potuto decidere nel relativo agio di una piena democrazia. Nondimeno il pronunciamento è clamoroso e rovescia la lunga abitudine americana di aggirare il problema in omaggio al rapporto strategico con la Turchia, che per decenni è stata un’alleata decisiva, anche in seno alla Nato. Barack Obama aveva promesso di riconoscere il genocidio degli armeni nel 2008, durante la sua prima campagna per la presidenza, ma una volta eletto non aveva dato seguito concreto alle affermazioni di principio. Donald Trump aveva parlato di «atrocità di massa» pochi mesi dopo essersi insediato alla Casa Bianca, nell’aprile del 2017, ma si era ben guardato dall’usare il termine “genocidio”.

Adesso si cambia. E la svolta americana aggiunge un peso enorme alla non foltissima lista (29 Paesi) dei Paesi che hanno invece riconosciuto il genocidio. Lista di cui, accanto a Germania, Francia e Russia, fanno parte anche l’Italia e la Santa Sede, che ha sopportato in tempi recenti i tentativi di intimidazione che i vertici della Turchia di solito riservano a chi non si adegua al loro revisionismo nazionalista. Tipicamente, la convocazione dell’ambasciatore altrui e il ritiro del proprio. Come avviene ora con gli Usa. E come appunto avvenne quando papa Francesco, nel Messaggio agli armeni del 2015, nel centenario appunto del genocidio, citò la Dichiarazione comune di Giovanni Paolo II e del patriarca Karekin II del 2001 per ricordare che l’immenso massacro degli armeni di un secolo prima era «generalmente definito come il primo genocidio del XX secolo».

Una immagine del genocidio armeno dall'archivio Ansa

Una immagine del genocidio armeno dall’archivio Ansa

Piacerebbe a tutti poter credere che i deputati americani abbiano deciso di voltar pagina in seguito a una riflessione storica e morale. Avendo magari ascoltato la voce dei gruppi di pressione armeni che, negli Usa, alternano alla forza dei documenti e delle testimonianze le prese di posizione di stelle e stelline della musica e del cinema. E in parte sarà senz’altro così. È impossibile, però, non scorgere anche la più vasta filigrana politica del pronunciamento parlamentare.

È grande negli Usa, soprattutto negli ambienti diplomatici e militari, lo scontento per le recenti decisioni di Donald J. Trump che, ritirando i soldati dal Nord Est della Siria, ha di fatto “invitato” Recep Tayyip Erdogan ad attaccare i curdi del Rojava. A tali ambienti poco importa che il capo della Casa Bianca abbia altri obiettivi strategici, per esempio contenere l’influenza iraniana, in omaggio ai quali nelle stesse ore ha rinforzato con migliaia di soldati le guarnigioni di stanza in Arabia Saudita. Per molti americani è inaccettabile che siano stati scaricati i curdi, alleato decisivo nella lotta contro il Daesh, e che nello stesso tempo si sia offerta alla Russia di Vladimir Putin l’occasione per espandere ancora il proprio ruolo in Medio Oriente.

Non a caso, le risoluzioni parlamentari sono state in realtà due. Quella sul genocidio e quella in cui, con un consenso di pochissimo inferiore, si chiede all’Amministrazione di adottare sanzioni punitive nei confronti dei dirigenti turchi. Il tutto alla vigilia della visita di Stato di Erdogan a Washington che era prevista per il 13 novembre ma che ora, a giudicare dalla reazione dello stesso Erdogan («Non ho ancora deciso») e del suo ministro degli Esteri Cavusoglu («Una decisione insignificante»), pare fortemente a rischio. Per ‘The Donald’, che dopo l’attacco turco aveva varato un pacchetto di flebili sanzioni quasi subito ritirate, è un momento di grande imbarazzo.

Pare evidente, infatti, che i fatti siriani delle ultime settimane siano il frutto di una triangolazione Usa-Russia-Turchia che la Casa Bianca è sola a difendere. Ora Trump deve scegliere tra la critica del Congresso che per di più sta per decidere l’apertura della procedura di impeachment e l’ira di Erdogan, mentre già sfuma tra le polemiche l’effetto da campagna elettorale dell’eliminazione di al-Baghdadi. Anche questa, con ogni probabilità, frutto della triangolazione di cui sopra, che gran parte dell’America non riesce proprio a digerire.


Usa riconosce genocidio armeno, Ankara: “Tentativo di ricattare la Turchia” (La Repubblica 31.10.19)

ANKARA – Il parlamento turco ha votato questa mattina una risoluzione in cui definisce “un tentativo di ricattare la Turchia” il testo approvato dalla Camera Usa, che ha riconosciuto come “genocidio” il massacro degli armeni del 1915. “Il parlamento turco condanna e non riconosce l’adozione da parte della Camera dei rappresentanti americana di un documento in cui si aderisce alla teoria del genocidio armeno. Una decisione che getta ombre su verità storiche e va a discapito dei membri del congresso che hanno mostrato saggezza e coscienza”. Queste le parole della risoluzione, firmata da quattro dei cinque partiti che siedono nel Parlamento turco: oltre al partito di governo Akp e agli alleati nazionalisti del Mhp, il documento è stato votato anche dai rappresentanti dell’opposizione del partito repubblicano, Chp, e dell’altro partito nazionalista, Iyi parti. Npon ha votato la risoluzione il Partito democratico dei Popoli, forza di sinistra e filo-curda.

La Camera dei rappresentanti Usa ha votato ieri a larghissima maggioranza a favore di due risoluzioni. La prima riconosce come “genocidio” il massacro della popolazione armena in Turchia negli anni compresi tra il 1915 e il 1916 ad opera dell’impero ottomano; tragici fatti di cui Ankara ha ammesso la veridicità definendolo “un fatto tragico”, ma su cui si rifiuta di usare la parola genocidio. Ci furono almeno 1,5 milioni di morti.

La seconda risoluzione contiene la proposta di sanzioni alla Turchia in seguito all’intervento militare nel nord-est della Siria e  arriva dopo che il 17 ottobre la Casa Bianca aveva annunciato che tutte le sanzioni in corso nei confronti della Turchia sarebbero state abolite.


 

Antonia Arslan: “Ma Erdogan persiste in un negazionismo feroce” (Famigliacristiana 30.10.19)

Gli Stati Uniti riconoscono finalmente il genocidio armeno. A due settimane dalla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca, i deputati americani hanno votato quasi all’unanimità la risoluzione che riconosce il genocidio degli armeni da parte dell’Impero ottomano fra il 1915 e il 1917. Una mossa politica, per punire l’intervento militare turco nel Nord della Siria. Erdogan, ovviamente, ha alzato la voce, il Governo di Ankara ha definito la risoluzione come una mossa “ad uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica”. Ma la decisione statunitense segna una svolta epocale e un traguardo importantissimo, atteso da tanto tempo, per la comunità armena e non solo, come commenta Antonia Arslan, 81 anni, famosa scrittrice, traduttrice e docente padovana di origini armene, autrice di numerosi romanzi, a partire dal bestseller La masseria delle allodole, pubblicato nel 2004, portato sul grande schermo tre anni dopo dai fratelli Taviani.

Antonia Arslan, cosa rappresenta per gli armeni la risoluzione americana?

«Il riconoscimento del genocidio armeno avrebbe dovuto avvenire già tanti anni fa. Eppure persiste una tradizione di ignoranza e di grande negliglenza in relazione a questo tema che ha fatto sì che solo negli ultimi anni sia stato attuato il riconoscimento da parte di numerosi Paesi, con formule diverse di nazione in nazione, che con molta semplicità affermano che il primo sterminio di un popolo nel Novecento è realmente avvenuto. Eppure, purtroppo, il negazionismo stolto, feroce del Governo turco continua a rifiutare l’evidenza. A breve arriva in Italia il libro di un grande storico turco, Taner Akçam, fra i primi accademici nel suo Paese a parlare apertamente di genocidio degli armeni, e per questo incarcerato, poi costretto a fuggire dal suo Paese. Oggi vive e insegna negli Stati Uniti. Akçam ha analizzato i famosi telegrammi dell’allora ministro degli Interni turco Talaat Pasha in cui veniva ordinato chiaramente lo sterminio degli armeni e ha dimostrato, con un lavoro di analisi enorme e minuzioso, che quei documenti erano assolutamente veri, prove non confutabili del genocidio. Il libro si intitola Killing orders, ordini di sterminio, e uscirà in Italia per Guerini editore».

Pensa che oggi in Italia la conoscenza e la consapevolezza sul tema del genocidio armeno siano abbastanza diffuse, in particolare fra le nuove generazioni?

«Proprio su questo tema l’Italia rappresenta un caso oggetto di studio. Nel nostro Paese vive una minoranza esigua di armeni – solo poche migliaia di persone –  e non particolarmente famosa o influente. Eppure gli italiani, negli ultimi vent’anni, hanno ampliato la loro conoscenza dell’Armenia e degli armeni in modo straordinario. In parte questo fenomeno è dovuto – e lo ammetto con orgoglio e con gioia – al successo del mio romanzo La masseria delle allodole, che è arrivato alla trentanovesima edizione ed è stato adottato come lettura in tante scuole. E’ passata anche l’idea del confronto tra il primo e il secondo genocidio del Novecento – quello degli armeni e quello degli ebrei – fra i quali sono emersi tanti collegamenti. Gli italiani oggi viaggiano tantissimo in Armenia: l’Italia rappresenta il terzo Paese per numero di turisti. L’Armenia è diventata una meta molto affascinante, per chi visita i monasteri, per chi va alla scoperta della natura o a fare trekking sulle montagne. Io ci torno un paio di volte all’anno».

La Chiesa cattolica è sempre stata molto sensibile al tema dello sterminio del popolo armeno. Papa Francesco nel 2016 durante la sua visita in Armenia ha parlato di genocidio.

«Facendo una veloce carrellata storica, è importante ricordare che il Vaticano si è comportato molto bene nei confronti del popolo armeno con diversi Papi. Nel 1915 Benedetto XV scrisse una lettera al sultano ottomano nella quale si legge la frase: “quel miserabile popolo armeno che viene condotto quasi all’estinzione”, definendo così la volontà di sterminio da parte dei turchi.  Il primo a parlare esplicitamente di genocidio è stato Giovanni Paolo II nel 2001, in occasione della ricorrenza dei 1700 anni dalla conversione degli armeni al cristianesimo.  Benedetto XVI, pur non parlando di genocidio, ha compiuto un atto molto importante: ha aperto gli archivi segreti vaticani, dai quali è venuto fuori di tutto sullo sterminio, facendo infuriare la Turchia».

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Gambero Rosso – Armenia. Nella giovane repubblica un vino millenario diventa occasione di sviluppo

 

 

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Usa: la Camera riconosce il genocidio armeno, ira della Turchia (Cds, Ansa …30.10.19)

Corriere della Sera – Risoluzione approvata alla quasi unanimità con voto bipartisan. La protesta di Ankara: «Atto ad uso interno, privo di qualsiasi base storica e giuridica»

Doppio schiaffo della Camera Usa ad Ankara, a due settimane dalla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca: i deputati hanno approvato in modo bipartisan quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio armeno e un’altra che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e altre restrizioni alla Turchia e ai dirigenti di quel Paese per l’offensiva nella Siria settentrionale. Immediata la reazione di Ankara, che «rifiuta» la risoluzione sul genocidio armeno, bollandola come una decisione «ad uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica». «È un passo politico insignificante – ha detto il capo della diplomazia di Ankara Mevlut Cavusoglu – indirizzato solo alla lobby armena e ai gruppi anti-Turchia».

Il voto dei parlamentari Usa

Il ministero degli esteri turco ha condannato fortemente anche la risoluzione sulle sanzioni, sottolineando che la decisione non è consona all’ alleanza Nato tra i due Paesi e all’accordo tra Usa e Ankara sulla tregua in Siria, e ammonendo Washington a prendere misure per evitare passi che danneggino ulteriormente le relazioni bilaterali. La Camera Usa ha riconosciuto formalmente il «genocidio armeno» con una maggioranza schiacciante (405 sì su 435 voti, di cui 11 contrari). Il testo, non vincolante, invita a «commemorare il genocidio armeno» e a «rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione», nonché a educare sulla vicenda. L’approvazione è stata salutata con un lungo applauso in aula.

La ricostruzione storica

Il genocidio armeno è stato riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia. Secondo le stime tra 1,2 e 1,5 milioni di armeni sono stati uccisi durante la prima guerra mondiale dalle truppe dell’impero ottomano, all’epoca alleato di Germania e Regno austro-ungarico. Ma Ankara rifiuta il termine genocidio sostenendo che vi furono massacri reciproci sullo sfondo di una guerra civile e di una carestia che fecero migliaia di morti da entrambe le parti. Nell’aprile 2017, pochi mesi dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump aveva definito il massacro degli armeni nel 2015 «una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo», senza però usare il termine genocidio. Ma bastò a suscitare l’ira della Turchia. Barack Obama, prima di essere eletto nel 2008, si era impegnato ad riconoscere il genocidio armeno ma non lo fece.

La parola al Senato

La risoluzione sulle sanzioni è stata approvata con 403 sì e 11 no. Ora deve pronunciarsi il Senato. Il doppio schiaffo arriva dopo che Trump ha ritirato le truppe Usa dalla Siria abbandonando gli alleati curdi all’ offensiva turca. Incalzato dal Congresso, il tycoon ha imposto alcune sanzioni modeste, revocandole non appena è stata annunciata la tregua. Ma Capitol Hill è ancora irritata, in un raro momento di unità bipartisan sullo sfondo della battaglia per l’impeachment.

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Camera Usa riconosce il genocidio armeno. Ira Turchia (Ansa 30.10.19)

Doppio schiaffo della Camera Usa ad Ankara, a due settimane dalla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca: i deputati hanno approvato in modo bipartisan quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio armeno e un’altra che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e altre restrizioni alla Turchia e ai dirigenti di quel Paese per l’offensiva nella Siria settentrionale. Immediata la reazione di Ankara, che “rifiuta” la risoluzione sul genocidio armeno, bollandola come una decisione “ad uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica”. “E’ un passo politico insignificante – ha detto il capo della diplomazia di Ankara Mevlut Cavusoglu – indirizzato solo alla lobby armena e ai gruppi anti-Turchia”. Il ministero degli esteri turco ha condannato fortemente anche la risoluzione sulle sanzioni, sottolineando che la decisione non è consona all’ alleanza Nato tra i due Paesi e all’accordo tra Usa e Ankara sulla tregua in Siria, e ammonendo Washington a prendere misure per evitare passi che danneggino ulteriormente le relazioni bilaterali. La Camera Usa ha riconosciuto formalmente il “genocidio armeno” con una maggioranza schiacciante (405 sì su 435 voti, di cui 11 contrari). Il testo, non vincolante, invita a “commemorare il genocidio armeno” e a “rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione”, nonché a educare sulla vicenda. L’approvazione è stata salutata con un lungo applauso in aula. Il genocidio armeno è stato riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia. Secondo le stime tra 1,2 e 1,5 milioni di armeni sono stati uccisi durante la prima guerra mondiale dalle truppe dell’impero ottomano, all’epoca alleato di Germania e Regno austro-ungarico. Ma Ankara rifiuta il termine genocidio sostenendo che vi furono massacri reciproci sullo sfondo di una guerra civile e di una carestia che fecero migliaia di morti da entrambe le parti.


Camera Usa riconosce il Genocidio Armeno, risoluzione storica che fa infuriare Erdogan (Il Messaggero)

Città del Vaticano – La decisione era nell’aria da tempo ed è stata accelerata dopo l’attacco della Turchia alla Siria. La Camera americana (a due settimane dalla visita del presidente Erdogan alla Casa Bianca) ha approvato in modo bipartisan – quasi all’unanimità – una storica risoluzione che riconosce per la prima volta il genocidio armeno. In un’altra risoluzione chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e altre restrizioni alla Turchia e ai dirigenti di quel paese per l’offensiva nella Siria settentrionale

Anche l’Italia riconosce il Genocidio Armeno: passa alla Camera la mozione bipartisan, solo FI si astiene

La reazione di Ankara che «rifiuta» la risoluzione sul genocidio armeno e mantiene una posizione totalmente negazionista, non si è fatta attendere. «È un passo politico insignificante – ha detto il capo della diplomazia di Ankara Mevlut Cavusoglu – indirizzato solo alla lobby armena e ai gruppi anti-Turchia».

Il ministero degli esteri turco ha condannato fortemente anche la risoluzione sulle sanzioni, sottolineando che la decisione non è consona all’alleanza Nato tra i due paesi e all’accordo tra Usa e Turchia sulla tregua in Siria, e ammonendo Washington a prendere misure per evitare passi che danneggino ulteriormente le relazioni bilaterali.

La Camera americana ha riconosciuto formalmente il «genocidio armeno» con una maggioranza schiacciante (405 sì su 435 voti, di cui 11 contrari). Si tratta di riconoscere i fatti storici che portarono nel 1915 alla eliminazione sistematica, attraverso un piano di sterminio, di 1 milione e mezzo di cristiani armeni dall’allora Impero Ottomano. Una pulizia etnica perseguita attraverso leggi e mediante il dispositivo militare. Il testo, non vincolante, invita a «commemorare il genocidio armeno» e a «rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione», nonché a educare sulla vicenda. L’approvazione è stata salutata con un lungo applauso in aula.

Antisemitismo, il capo dei rabbini europei allarmato per la crescita dell’ultradestra

Il genocidio armeno è stato riconosciuto da una trentina di paesi. Ankara rifiuta il termine genocidio sostenendo che vi furono massacri reciproci sullo sfondo di una guerra civile e di una carestia che fecero migliaia di morti da entrambe le parti, ma i documenti inoppugnabili conservati in decine di archivi, tra cui quello della Santa Sede, provano esattamente il contrario. Fu un piano di sterminio premeditato.

Regione Lazio approva mozione per riconoscere il genocidio armeno

Nell’aprile 2017, pochi mesi dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump aveva definito il massacro degli armeni nel 1915 «una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo», senza però usare il termine genocidio. Ma bastò a suscitare l’ira della Turchia. Barack Obama, prima di essere eletto nel 2008, si era impegnato a riconoscere il genocidio armeno ma non lo fece per timori di ritorsioni da parte di Erdogan.

Persino Papa Francesco ha dovuto subire una crisi diplomtica con la turchia per aver celebrato una messa funebre a San Pietro tre anni fa, in occasione del centenario del genocidio, durante la quale ha parlato di “genocidio”. Tanto è bastato per ricevere minacce e ritorsioni.

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Usa riconoscono genocidio armeno e approvano sanzioni. Erdogan: “Risoluzione senza valore” (La Repubblica)

WASHINGTON – Doppio schiaffo della Camera Usa ad Ankara, a due settimane dalla visita del presidente turco Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca: i deputati hanno approvato in modo bipartisan quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio armeno da parte dell’impero Ottomano durante la Prima Guerra Mondiale e un’altra che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e altre restrizioni alla Turchia e ai dirigenti di quel Paese per l’offensiva nella Siria settentrionale.

La rabbia di Ankara, convocato ambasciatore

La risoluzione approvata ieri dalla Camera dei Rappresentanti Usa “non ha nessun valore” per la Turchia, ha detto Erdogan. Il leader turco ha ribadito la “condanna” già espressa dal suo ministero degli Esteri, che stamani ha convocato l’ambasciatore americano ad Ankara David Satterfield per protestare. “Nella nostra fede il genocidio è assolutamente vietato. Consideriamo questa accusa come il più grande insulto al nostro popolo”, ha aggiunto Erdogan.

L’Armenia esulta

Il premier Nikol Pashinyan ha parlato su Twitter di “voto storico” e “passo importante verso verità e giustizia storica”. “Questa risoluzione ha profondo significato perché commemora il genocidio armeno attraverso il riconoscimento e il ricordo internazionale”, ha aggiunto il ministero degli Esteri armeno, ringraziando i deputati statunitensi per “il loro incredibile impegno per verità, giustizia, umanità, solidarietà e per i valori universali dei diritti umani”. Sono stimati tra 500 mila e un milione e mezzo gli americani di origine armena.

Genocidio armeno riconosciuto a maggioranza schiacciante

La Camera Usa ha riconosciuto formalmente il “genocidio armeno” con una maggioranza schiacciante (405 sì su 435 voti, di cui 11 contrari). Il testo, non vincolante, invita a “commemorare il genocidio armeno” e a “rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione”, nonché a educare sulla vicenda. L’approvazione è stata salutata con un lungo applauso in aula. Il genocidio armeno è stato riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia. Secondo le stime tra 1,2 e 1,5 milioni di armeni sono stati uccisi durante la prima guerra mondiale dalle truppe dell’impero ottomano, all’epoca alleato di Germania e Regno austro-ungarico. Ma Ankara rifiuta il termine genocidio sostenendo che vi furono massacri reciproci sullo sfondo di una guerra civile e di una carestia che fecero migliaia di morti da entrambe le parti.

Nell’aprile 2017, pochi mesi dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump aveva definito il massacro degli armeni nel 2015 “una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo”, senza però usare il termine genocidio. Ma bastò a suscitare l’ira della Turchia. Barack Obama, prima di essere eletto nel 2008, si era impegnato ad riconoscere il genocidio armeno ma non lo fece. La risoluzione sulle sanzioni è stata approvata con 403 sì e 11 no. Ora deve pronunciarsi il Senato.


Usa, la Camera riconosce il genocidio armeno e chiede sanzioni contro Ankara per la Siria (Quotidiano.net)

Washington, 30 ottobre 2019  – La Camera Usa non fa sconti al presidente turco Recep Tayyip Erdogan, e a soli due settimane dalla sua visita alla Casa Bianca ha approvato in modo bipartisan quasi all’unanimità una risoluzione che riconosce il genocidio armeno, e un’altra che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e altre restrizioni alla Turchia e ai dirigenti di quel Paese per l’offensiva nella Siria settentrionale.

La reazione di Ankara, che non riconosce la risoluzione sul genocidio armeno, non si è fatta attendere bollando la decisione “ad uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica”.

Il capo della diplomazia di Ankara Mevlut Cavusoglu ha detto: “È un passo politico insignificante indirizzato solo alla lobby armena e ai gruppi anti-Turchia”. Il ministero degli esteri turco ha condannato fortemente anche la risoluzione sulle sanzioni, sottolineando che la decisione non è consona all’alleanza Nato tra i due Paesi e all’accordo tra Usa e Ankara sulla tregua in Siria.

Poi Ankara ha ammito Washington a prendere misure per evitare passi che danneggino ulteriormente le relazioni bilaterali. Ma la Camera Usa ha riconosciuto formalmente il “genocidio armeno” con una maggioranza schiacciante (405 sì su 435 voti, di cui 11 contrari).


Usa, Camera vota risoluzione che riconosce genocidio armeno (Rainews.it)

La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha votato, a grande maggioranza, una risoluzione che riconosce il “genocidio armeno”. Il voto, senza precedenti, è stato accolto dai vivi applausi dell’emiciclo. Si tratta della prima volta che una tale risoluzione viene sottoposta a votazione negli Stati Uniti. Il testo che invita “commemorare il genocidio armeno” e intende “respingere i tentativi di associare il governo degli Stati Uniti alla negazione del genocidio armeno” è stato adottato con 405 voti su complessivi 435, mettendo a segno una rara convergenza tra democratici e repubblicani. Immediata la condanna del governo turco, secondo il quale la presa di posizione americana “non ha alcun fondamento storico”. Il genocidio armento è riconosciuto da una trentina di Paesi e da gran parte della comunità degli storici. Secondo le stime, tra 1,2 e 1,5 milioni di armeni furono uccisi durante la Prima guerra mondiale dalle truppe dell’Impero ottomano. – See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Usa-Camera-vota-risoluzione-che-riconosce-genocidio-armeno-921631ad-ed4e-463d-bd99-6197e842d4f1.html


Anche gli Usa riconoscono il genocidio armeno. Ankara convoca l’ambasciatore (Huffington post)

L’ambasciatore Usa ad Ankara, David Satterfield, è stato convocato al ministero degli Esteri turco a seguito della risoluzione approvata ieri dalla Camera dei Rappresentanti americana che riconosce il “genocidio armeno”. Lo riferiscono fonti diplomatiche di Ankara.

La convocazione, precisano le fonti, è stata decisa per denunciare la “risoluzione priva di qualsiasi base storica o legale” sul “genocidio armeno” e un’altra proposta di legge che chiede al presidente Donald Trump di sanzionare la Turchia a seguito della sua offensiva militare in Siria.

Il testo approvato dalla Camera Usa, che non è vincolante, era già stato duramente condannato stanotte anche in una nota ufficiale del ministero degli Esteri. Ankara nega che i massacri di centinaia di migliaia di armeni compiuti durante la Prima Guerra Mondiale dall’impero Ottomano siano stati frutto di un “genocidio” pianificato, sostenendo che sono avvenuti sullo sfondo di una guerra civile, e ne contesta anche le cifre.

Le nuove tensioni tra Ankara e Washington giungono a due settimane dalla visita del presidente Recep Tayyip Erdogan alla Casa Bianca. Una visita che adesso il presidente turco mette in dubbio, dicendosi “ancora indeciso” su se andare o meno a Washington il prossimo 13 novembre.

Con la risoluzione approvata ieri la Camera Usa ha riconosciuto formalmente il “genocidio armeno” con una maggioranza schiacciante (405 sì su 435 voti, di cui 11 contrari). Il testo, non vincolante, invita a “commemorare il genocidio armeno” e a “rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione”, nonché a educare sulla vicenda. L’approvazione è stata salutata con un lungo applauso in aula.

Il premier armeno Nikol Pashinyan ha definito “storico” il riconoscimento formale da parte della Camera Usa del genocidio armeno. “Accolgo positivamente lo storico voto del Congresso Usa sul riconoscimento del genocidio armeno”, compiuto dall’Impero Ottomano durante la prima guerra mondiale, ha detto Pashinyan, che ha definito l’approvazione del documento “un chiaro passo verso il ristabilimento della giustizia storica che conforterà milioni di discendenti dei sopravvissuti al genocidio”.

Il genocidio armeno è stato riconosciuto da una trentina di Paesi, tra cui l’Italia. Secondo le stime tra 1,2 e 1,5 milioni di armeni sono stati uccisi durante la prima guerra mondiale dalle truppe dell’impero ottomano, all’epoca alleato di Germania e Regno austro-ungarico. Ma Ankara rifiuta il termine genocidio sostenendo che vi furono massacri reciproci sullo sfondo di una guerra civile e di una carestia che fecero migliaia di morti da entrambe le parti.

Nell’aprile 2017, pochi mesi dopo l’insediamento alla Casa Bianca, Donald Trump aveva definito il massacro degli armeni nel 2015 “una delle peggiori atrocità di massa del XX secolo”, senza però usare il termine genocidio. Ma bastò a suscitare l’ira della Turchia. Barack Obama, prima di essere eletto nel 2008, si era impegnato ad riconoscere il genocidio armeno ma non lo fece.
La risoluzione sulle sanzioni è stata approvata con 403 sì e 11 no. Ora deve pronunciarsi il Senato.

Il doppio schiaffo arriva dopo che Trump ha ritirato le truppe Usa dalla Siria abbandonando gli alleati curdi all’offensiva turca. Incalzato dal Congresso, il tycoon ha imposto alcune sanzioni modeste, revocandole non appena è stata annunciata la tregua. Ma Capitol Hill è ancora irritata, in un raro momento di unità bipartisan sullo sfondo della battaglia per l’impeachment.


GLI STATI UNITI RICONOSCONO IL GENOCIDIO ARMENO (Gariwo)

Per la prima volta la più grande potenza al mondo, gli Stati Uniti, a oltre un secolo da quegli eventi, rompe il silenzio sul genocidio armeno. Lo fa con una risoluzione, approvata ieri a larghissima maggioranza dalla Camera (405 voti favorevoli e 11 contrari) che pone fine a una danza macabra protrattasi fin troppo a lungo: un solo presidente fino ad oggi, Ronald Reagan, ha avuto infatti il coraggio di usare la parola “genocidio” nei confronti del Metz Yeghern – il Grande Male, come lo chiamano gli armeni –, mentre per il Congresso si tratta, in assoluto, di un riconoscimento senza precedenti per questa tragedia costata la vita, durante il primo conflitto mondiale, a un milione e mezzo di persone.

Tante le ragioni di questo ostinato negazionismo, cui la risoluzione di ieri pone un seppur tardivo rimedio: dalla Guerra Fredda, che aveva visto su fronti contrapposti la piccola Repubblica sovietica armena e la Turchia, fedele alleata nella NATO; fino all’ostinazione con cui Ankara ha perseguito per decenni una politica di pressioni e minacce nei confronti di chiunque, poco importa se Stato o personalità pubblica, provasse a farsi promotore di questa verità storica.

Grande commozione da parte della nutrita comunità armena americana, ma anche dai discendenti del genocidio, sparsi in tutto il mondo dopo la catastrofe del 1915. Una risoluzione che si apre con una apprezzabile menzione dell’ambasciatore americano Henry Morgenthau, un Giusto che si oppose con grande coraggio al Metz Yeghern, e che ricorda – cosa spesso poco nota – come il genocidio abbia travolto anche altre minoranze cristiane dell’Impero Ottomano, dagli assiri ai greci. Importante anche il riconoscimento tributato alla figura di Raphael Lemkin, l’inventore della parola e del concetto di genocidio. Per quanto spesso lo si ignori (o si finga di farlo), l’idea stessa di genocidio è contenuta fin dal principio nella definizione e nella storia di questo termine. Lemkin, infatti, coniò il neologismo proprio in base alle similitudini da lui riscontrate fra la Shoah e il Metz Yeghern.

Ma non solo del passato si è discusso ieri nel dibattito alla Camera. Come spesso avvenuto nel caso del genocidio armeno, il riconoscimento è arrivato in un momento storico ben specifico, in cui Washington, dopo aver offerto a Erdogan su un piatto d’argento il Kurdistan siriano, vuole esercitare pressioni su Ankara, dando al contempo un segnale, sia all’interno che all’esterno, di non sudditanza nei confronti dell’autocrate turco.

Non a caso Nancy Pelosi, durante il dibattito alla Camera, ha ribadito come “i recenti attacchi dei militari turchi contro il popolo curdo sono un forte monito riguardo al pericolo per il nostro tempo”. E non serve alcuna malizia per ricordare come sia più semplice mettere nero su bianco una risoluzione su una tragedia del secolo scorso, peraltro non vincolante per la Turchia, rispetto al porre freno alla macchina della morte messa in moto da Erdogan che, proprio in questi giorni, compie massacri di curdi, armeni, assiri e yazidi in quegli stessi territori che, al tempo del genocidio, furono teatro di pagine terribili.

Un’affinità che dev’essere assai ben chiara anche alla mente di Erdogan, che solo pochi giorni fa vantava, con esplicita menzione a quanti si opponevano alla sua invasione del Kurdistan, come la Turchia nella sua storia non abbia mai compiuto massacri di civili; altri i crimini da ricordare, secondo il presidente turco: da Srebrenica alla persecuzione dei Rohingya, dalla Palestina fino agli uiguri e all’Afghanistan.

È giusto dunque gioire ed essere grati agli Stati Uniti per questo importante riconoscimento storico, che mette in difficoltà tanto i negazionisti, vecchi e nuovi, che quella retorica vittimistica di cui il presidente turco è solo un triste e tardo epigono. Ma questa risoluzione non deve servire solo a rimarginare vecchie ferite, per quanto profonde. Il Medio Oriente di oggi sta conoscendo, con una ferocia e una rapidità non inferiori a quelle dimostrate dai Giovani Turchi un secolo fa, una crisi che vede sull’orlo dell’estinzione le diverse minoranze etniche e religiose di sono composte quelle terre.

Il più grande omaggio che possiamo fare alle vittime del passato, alle loro memorie di sangue, è batterci affinché non si ripetano e si ripresentino. Di lacrime tardive è pieno il mondo; e il pericolo è che, a volte, a nulla servano. Ripartiamo da questo giusto riconoscimento del passato che ci arriva da Washington per guardare, con occhi nuovi, al nostro presente e al prossimo futuro. Per riprendere coraggio.

Che la giustizia di ieri sia anche quella di oggi e di domani.

Italia-Armenia: Raggi incontra presidente parlamento Mirzoyan, focus su sviluppo capitale (Agenzianova 29.10.19)

Roma, 29 ott 14:24 – (Agenzia Nova) – Il presidente del parlamento di Erevan, Ararat Mirzoyan, ha incontrato la sindaca di Roma, Virginia Raggi, nel quadro della sua visita ufficiale in Italia. Lo riferisce l’agenzia di stampa “Armenpress”. Stando alle informazioni diffuse, le due parti hanno discusso lo sviluppo della capitale italiana e le sfide che esso comporta in termini di gestione. Mirzoyan ha incontrato anche i presidenti di Senato e Camera dei deputati, Maria Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico, nel quadro della visita. (Res)

Serbia-Armenia: governo Belgrado approva provvedimento per eliminazione visiti per cittadini armeni (Agenzianova 28.10.19)

Belgrado, 28 ott 11:46 – (Agenzia Nova) – L’ultimo giorno di visita, sabato 5 ottobre, Sarkissian ha deposto una corona di fiori presso il monumento in onore del popolo armeno a Belgrado. I due presidenti hanno ribadito la volontà di rafforzare la cooperazione e aprire un nuovo capitolo nelle relazioni bilaterali. “Questa è la mia prima visita in Serbia. I nostri popoli hanno legami storici e culturali secolari, che oggi crescono in relazioni bilaterali dinamiche, fondate sulla visione del futuro”, ha detto il presidente armeno. “Insieme abbiamo confermato l’impegno e il desiderio di rafforzare la cooperazione e aprire un nuovo capitalo nei nostri rapporti”, ha ancora detto Sarkissian indicando per la cooperazione economica i settori dal maggiore potenziale, dall’agroalimentare all’alta tecnologia fino al turismo. (segue) (Seb)

La Camera dei Rappresentanti Usa pronta a riconoscere ufficialmente il Genocidio Armeno (Il Messaggero 26.10.19)

La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America è pronta a mettere ai voti una risoluzione per il riconoscimento ufficiale del Genocidio armeno, il piano di sterminio della comunità armena, costato 1 milione e mezzo di vittime, e portato avanti dall’Impero Ottomano nel 1915. Il voto sulla risoluzione è stato inserito nei lavori parlamentari della prossima settimana. Si tratta di un passaggio molto importante, caldeggiato dalla comunità armena ma finora fortemente osteggiato dalla realpolitik a favore della Turchia. A determinare l’avanzata della risoluzione sembra che sia stato lo stesso Trump – hanno fatto notare diversi giornali americani – per fare pressioni su Erdogan protagonista di una operazione bellica in Siria contro i curdi.

​Mozione genocidio armeno, la Turchia convoca l’ambasciatore italiano ​ad Ankara

La risoluzione era stata presentata da alcuni parlamentari lo scorso aprile, e da allora aveva ricevuto il sostegno di 117 rappresentanti della Camera, attualmente a maggioranza democratica.

«Ci prepariamo ad un provvedimento sulle sanzioni alla Turchia, e anche un provvedimento sul Genocidio armeno. Sono certo che il governo della Turchia sarà scontento per entrambe queste due azioni, ma del resto anche noi non siamo contenti del governo turco» ha spiegato Eliot Engel, Presidente della Commissione esteri della Camera dei Rappresentanti.

Regione Lazio approva mozione per riconoscere il genocidio armeno

La comunità armena ha manifestato soddisfazione per questo passaggio tanto atteso.  «Il recente attacco turco a gruppi etnici vulnerabili – ha dichiarato Brian Ardouny, Direttore esecutivo della Armenian Assembly of America – conferma la necessità che il Congresso riconosca in ermini inequivocabili il Genocidio armeno, approvando le risoluzioni già presentate alla Camera dei Rappresentanti e al Senato».

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Fino ad oggi, i diversi tentativi messi in atto negli USA da associazioni armene per far votare risoluzioni parlamentari sul riconoscimento del Genocidio armeno sono caduti nel vuoto, a causa dell’opposizione delle diverse amministrazioni presidenziali interessate a non compromettere i buoni rapporti tra Turchia e Stati Uniti.

In passato, i Presidenti  Carter e  Reagan avevano usato l’espressione Genocidio armeno, ma successivamente George Bush e Obama avevano prudentemente evitato di utilizzare questa espressione. In Turchia parlare di genocidio armeno è punibile con il carcere: esiste un articolo del codice penale che prevede punizioni per chi attenta all’unità della nazione.

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ASIA/TURCHIA – Parlamento USA mette in agenda il voto sul riconoscimento del Genocidio armeno (Fides 25.10.19)

Washington (Agenzia Fides) – La Camera dei Rappresentanti USA, ramo del Congresso degli Stati Uniti d’America, si prepara a mettere ai voti una risoluzione che comporterebbe il riconoscimento ufficiale da parte statunitense del Genocidio armeno, il massacro sistematico di armeni perpetrato nei territori della Penisola anatolica nel 1915. Il voto sulla risoluzione in questione è stato inserito nell’agenda dei lavori parlamentari della prossima settimana. La risoluzione era stata presentata da alcuni parlamentari lo scorso aprile, e da allora aveva ricevuto il sostegno di 117 rappresentanti della Camera, attualmente a maggioranza democratica. Nel contesto delle tensioni in atto tra Usa e Turchia sugli scenari siriani, il voto parlamentare sulla controversa questione del Genocidio armeno viene esplicitamente presentata da alcuni suoi supporter come un potenziale fattore di pressione statunitense sulle scelte della leadership politica turca. “Ci prepariamo a avere un provvedimento sulle sanzioni alla Turchia, e anche un provvedimento sul Genocidio armeno. Sono certo che il governo della Turchia sarà scontento di entrambe, ma del resto anche noi non siamo contenti del governo turco” ha dichiarato in una intervista radiofonica Eliot Engel, Presidente della Commissione esteri della Camera dei Rappresentanti.
Anche associazioni e gruppi armeni operanti negli USA hanno espresso compiacimento per l’iniziativa, che secondo alcuni media gode del sostegno della democratica Nancy Pelosi, Presidente della Camera. “Il recente attacco turco a gruppi etnici vulnerabili” ha dichiarato Brian Ardouny, Direttore esecutivo della Armenian Assembly of America in riferimento all’intervento militare turco nei territori della Siria nord-orientale “conferma la necessità che il Congresso riconosca in ermini inequivocabili il Genocidio armeno, approvando le risoluzioni già presentate alla Camera dei Rappresentanti e al Senato”.
Fino ad oggi, i diversi tentativi messi in atto negli USA da associazioni armene per far votare risoluzioni parlamentari sul riconoscimento del Genocidio armeno sono caduti nel vuoto, a causa dell’opposizione delle diverse amministrazioni presidenziali interessate a non compromettere i buoni rapporti tra Turchia e Stati Uniti. Il Presidente USA Donald Trump, come riferito da Fides (vedi Fides 25/4/2017), nell’aprile 2017 aveva dedicato un pronunciamento ufficiale ai massacri pianificati subiti nella Penisola anatolica dagli armeni nel 1915, ma aveva evitato di applicare a quei massacri sistematici la definizione di “Genocidio armeno”, accodandosi alla linea seguita dai suoi ultimi 4 predecessori per non suscitare reazioni risentite da parte della Turchia.
In passato, i Presidenti USA Jimmy Carter e Ronald Reagan avevano usato l’espressione “Genocidio armeno”, ma poi, da George H.W Bush a Barack Obama, l’espressione era scomparsa da lessico dei leader della Casa Bianca nei loro pronunciamenti ufficiali.
La stampa USA ricorda che il Presidente Obama, anche a causa delle pressioni turche sul Congresso USA, aveva accantonato la promessa fatta durante una campagna elettorale di riconoscere la natura genocidaria dei massacri subiti nell’attuale territorio turco dagli armeni più di un secolo fa. (GV) (Agenzia Fides 25/10/2019)

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Lo sterminio degli armeni – Prima parte – (Laluce.news 24.10.19)

Pubblicheremo la storia delle delle persecuzioni contro gli armeni culminate nel genocidio del 1915-1918. Questa è la prima di dieci parti. 

La Fine del XIX Secolo 

La serie di persecuzioni scatenate contro le popolazioni armene a partire dal penultimo decennio del XIX secolo, culminate nel genocidio del 1915-1918, sono riconducibili a cause di assoluta immanenza e ben spiegabili in termini puramente materialisti, attingendo alla documentazione disponibile, alla geopolitica ed alla sociologia. Le cause dello sterminio sono una costellazione riconducibile pressoché in blocco al travolgente impatto delle strutture sociali del tempo con la modernità, piuttosto che ad una metafisica e sostanzialmente risibile “malvagità islamica” buona soltanto per rafforzare in un’opinione pubblica decerebrata e pornofila la solita foia securitaria in gran voga oggidì.

A partire dall’inizio dell’era moderna in Armenia – termine che storicamente indica un territorio almeno dieci volte più ampio di quello attualmente sotto la sovranità di Erevan – accanto ad una maggioranza di contadini si era andata formando una classe borghese abbastanza numerosa ed influente, i cui usi, la cui cultura ed i cui consumi erano profondamente influenzati dai corrispettivi europei; le testimonianze documentali della situazione sono imponenti e confermano l’alto livello di vita di professionisti, commercianti ed artigiani concentrati in comunità ad Istanbul, a Izmir ed in altri grossi centri, nonché sparpagliati in tutta l’Anatolia. I musei delle comunità armene ancora esistenti, come quella di Esfahan nella Repubblica Islamica dell’Iran o quella siriana di Aleppo, mostrano la raffinatezza anche materiale di cui la borghesia armena riusciva a circondarsi. A questo fenomeno si univano i legami culturali con gli Stati europei, primi tra tutti la Francia e la Russia, nelle cui università ricevevano formazione anche parecchi giovani armeni.

L’élite cui abbiamo accennato viveva gomito a gomito con curdi, turchi e molte altre popolazioni in un mondo che a tutti i livelli dava per scontate due cose che oggi inimmaginabili: la normalità della differenza, e l’idea che essa differenza non implicasse una particolare superiorità o inferiorità. Nonostante la scarsità di beni materiali e la sua influenza sulla qualità della vita, nel territorio imperiale – come in tutti i territori imperiali – coesistevano comunità dai costumi diversissimi. Le basi pratiche e ideologiche per il genocidio vanno ricercate non in un “islam” buono per gli articoli dei giornalini “d’Occidente”, ma nell’irruzione travolgente della modernità e delle idee nazionaliste. Lungi dal costituire un monolito “islamico”, l’Impero ottomano aveva concesso ad esempio fino alla metà del XIX secolo ai propri sudditi non musulmani di prestare servizio come dragomanni (interpreti, guide, segretari) per una potenza straniera; alla carica si accompagnavano esenzioni fiscali ed uno statuto giuridico particolare, che consentiva ai dragomanni di farsi proteggere dallo stato per il quale operavano.

Questa polverizzazione di diritti e privilegi venne meno durante la tanzimat, la “riorganizzazione” imperiale tentata negli stessi anni per tentare di metabolizzare gli effetti e l’influenza della modernità, che tra le altre cose dotò di rappresentanze e di assemblee proprie i millet, le nazionalità comprese nell’impero.

L’inizio del precipitare delle sorti armene va fatto risalire almeno al 1878, anno a partire dal quale divenne sempre più evidente che la supremazia ottomana in Europa orientale aveva i giorni contati. Il trattato di Santo Stefano ed il seguente congresso di Berlino (congresso il cui scopo sostanziale era quello di limitare l’influenza russa nella regione) avevano imposto all’impero perdite territoriali molto consistenti, vissuti dai militari come una deminutio capitis insanabile. Da sempre puntello del potere e forza sociale tra le più influenti, la casta militare godeva nell’impero, ed ha continuato a godere nella Turchia contemporanea, di un prestigio e di un’autorevolezza molto alti.

Con gli ultimi anni del XIX secolo va facendosi strada ad Istanbul – e presso essa classe militare – la convinzione che gli altri Stati europei (che le idee nazionaliste le hanno prima prodotte e poi fatte completamente proprie, improntando ad esse la propria forma di Stato e la propria politica interna ed estera) abbiano in agenda lo smembramento e l’occupazione dell’impero alla prima occasione favorevole; la politica di Abdulhamid II, al trono dal 1876, si basa sull’autoritarismo e sulla burocratizzazione: gli aspetti peggiori del nazionalismo vengono fatti propri dalla burocrazia, con l’abbandono dell’idea di una “cittadinanza ottomana” ed il recupero strumentale dell’appartenenza religiosa per legare all’etnia turca gli altri popoli musulmani non turchi, la cui aggressività viene diretta contro i cristiani. Dal 1891 i curdi sono irreggimentati in reparti semiregolari, su modello di quelli cosacchi: la cavalleria hamidiana è destinata alla guardia personale del sultano ed alla sorveglianza della frontiera con l’Impero russo e sarà tra le forze militari protagoniste dei successivi eventi.

Nel nuovo stato di cose, nel nuovo ordinamento giuridico che paga all’ideologia nazionalista tributi via via più pesanti e dagli effetti sempre più articolati, i non turchi, i non musulmani non soltanto diventano rapidamente “altra cosa” rispetto ai gruppi maggioritari, ma prendono essi stessi coscienza nazionale. In territorio ottomano nascono società segrete armene su modello carbonaro; a Van, nel 1885 lo Armenakan; a Ginevra il Hntchack e a Tbilisi il Dashnaksutiun. Rifacendosi al trattato di Berlino ed agendo nelle zone di una frontiera ondivaga, le formazioni armene tentano di assicurare le funzioni statali in cui Istanbul non riesce più a mostrarsi efficiente, facendo crescere tra gli armeni la percezione della propria appartenenza nazionale e la prospettiva dell’autogoverno.

La minoranza radicale è protagonista degli avvenimenti: nel 1890 un processo pubblico ad Istanbul è occasione per scaramucce e per proclami contro il Sultano. Pochi mesi dopo una colonna di appartenenti al Dashnaksutiun provoca un incidente di frontiera e la repressione arriva immediata, con l’arresto di religiosi di spicco e la sospensione dell’assemblea del millet armeno. Gli attivisti armeni rispondono con attentati. Nell’estate del 1894, nella zona di Sasun, tre villaggi rifiutano di pagare una seconda volta imposte già pagate ad esattori curdi: la cavalleria hamidiana rastrella la zona facendo migliaia di morti e la notizia arriva in Europa occidentale senza che la propaganda imperiale riesca a controbattere in modo efficace: la sproporzione tra atti di guerriglia o di insubordinazione e successiva rappresaglia è intollerabile agli occhi di chiunque. Le violenze dei tre anni successivi, note grazie a una nutrita serie di rapporti consolari, causarono duecentomila morti e si accompagnarono alla distruzione di chiese e villaggi.

Nel 1896 un commando armeno compì uno spettacolare assalto alla Banca ottomana di Istanbul, centro degli interessi europei nell’Impero: l’atto fu seguito da un’altra ondata di repressione e l’opinione pubblica europea si divise ancora una volta sull’opportunità di azioni cui corrispondeva immancabilmente una reazione sproporzionata, mentre le esigenze di una politica realista imponevano a Francia e Russia di barcamenarsi tra le “verità” della propaganda imperiale e quella delle note consolari.

Nonostante l’interpretazione dei massacri hamidiani di quegli anni sia ancora oggetto di dibattito, la volontà politica che li muoveva, ossia il restauro del vecchio ordine, ne fa qualcosa di non genocidario; i massacri costituiscono una sostanziale ammissione di impotenza da parte della Sublime Porta ad affrontare gli stravolgimenti sociali che la modernità comportava: non l’eliminazione degli armeni come popolo ma il restauro del sistema dei millet e l’eliminazione dell’attivismo radicale erano gli obiettivi di Abdulhamid, che verrà poi sconfitto dalle forze da lui stesso messe in moto.

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