Diplomazia Pontificia, Focus Armenia -Armenia, una difficile situazione ad Etchmiadzin (Acistampa 05.07.25)

FOCUS ARMENIA

Armenia, una difficile situazione ad Etchmiadzin

In Armenia sta facendo discutere l’irruzione della polizia ad Etchmiadzin, il “Vaticano” della Chiesa apostolica armena. Il 27 giugno, la polizia ha cercato di arrestare l’arcivescovo Mikayel Ajapahyan. In centinaia hanno fatto scudo attorno all’arcivescovo, evitandone l’arresto, dopo che questi era stato accusato di aver fatto dichiarazioni pubbliche di prendere il potere e ribaltare l’ordine costituzionale in Armenia.

Ajapahyan è solo l’ultimo degli alti ufficiali della Chiesa ad essere messo sotto queste accuse. All’inizio della settimana scorsa, il Servizio di Sicurezza Nazionale di Armeno ha arrestato l’arcivescovo Bagrat Galstyan, poi posto in una detenzione pre-processo di due mesi con l’accusa di terrorismo, incitamento al disordine pubblico e pianificazione di prendere il potere. Galstyan si era messo nel 2024 alla testa di un movimento che aveva opposto il piano del governo armeno di consegnare delle regioni di confine all’Azerbaijan.

Tornando ad Ajapahyan, questi è uscito scortato dal Catholicos Karekin II circondato da manifestanti in suo favore, e ha così potuto lasciare Etchmiadzin, dove era arrivato per un incontro del clero locale.

“Non sono una minaccia per questa nazione. La minaccia è il suo governo”, ha dichiarato l’arcivescovo. Dopo alcune scaramucce, la polizia ha lasciato Etchmiadzin affermando di non voler creare una escalation.

In una dichiarazione diffusa il 28 giugno, la Chiesa Apostolica Armena ha fatto sapere che “il 27 giugno di quest’anno sarà ricordato nella storia moderna del nostro popolo come un giorno di vergogna nazionale, a causa delle azioni disgraziate portate avanti dalle autorità armene contro la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Madre di Santa Etchmiadzin”.

La dichiarazione denuncia che “sulla base di un caso criminale costruito su false basi, ufficiali di polizia sono entrati nel perimetro della Santa Madre di arrestare e convocare in maniera forzata Sua Eminenza l’arcivescovo Michael Ajapahyan”, mentre “le entrate alla Santa Madre sono state bloccate da un grande spiegamento di forze, distruggendo la vita normale del centro spirituale dell’intera nazione armena”, e sono stati posti “ostacoli artificiali, incluse le ispezioni, a quanti viaggiavano verso Vagharshap e Santa Ethcmiadzin”.

La Chiesa Apostolica armena “condanna con forza queste azioni anti-Chiesa”, considerandole “non solo un insulto e una profanazione del più Santo dei Santi, la Sede Madre di Etchmiadzin, ma anche una grave offesa contro i sentimenti spirituali dei fedeli”.

E ancora, Etchmiadzin denuncia che “come è evidente dalla retorica del primo ministro e di altri rappresentanti di governo, questa operazione premeditata è un’altra espressione della politica di odio alla Chiesa dell’attuale amministrazione”, perché “è inimmaginabile che le autorità della nostra nazione possano portare avanti un attacco così traditore alla più antica istituzione nazionale del popolo armeno, una offesa che nemmeno i governanti del passato hanno mai osato commettere”.

Etchmiadzin chiede al popolo di “continuare a rimanere con devozione intatta a fianco alla Chiesa Madre e di pregare perché la Santa Etchmiadzin irradi la pace nella nostra terra”.

Il 28 giugno, un tribunale dello Stato ha deciso comunque l’arresto dell’arcivescovo Adjapahyan. In un comunicato diffuso in quello giorno, Etchmiadzin ha detto che “i fatti dimostrano che la decisione del tribunale, presa sotto direzione politica e pressione, è allo stesso tempo senza basi e illegale”, e che le azioni prese contro l’arcivescovo “costituiscono, in senso classico, un caso di persecuzione politica e una manifestazione di vendetta personale da un individuo che professa di essere cristiano e figlio della Chiesa Armena”, e che questa azione “irresponsabile costituisce un assalto al centro spirituale alla popolazione armena, al suo clero, ai suoi fedeli”.

Dal 30 giugno al 4 luglio, Karekin II ha chiesto di celebrare una divina liturgia per la liberazione dei prigionieri, la consolazione degli afflitti e la pace nella patria”.

Si può ancora parlare di genocidio armeno?

Lo scorso 18 giugno era previsto un incontro su “La Santa Sede e il genocidio degli armeni e della altre minoranze cristiane nell’Impero Ottomano” presso la Chiesa Reale Belga San Giuliano dei Fiamminghi, in collaborazione con il Centro Pro Unione. A tenere la conferenza, sarebbe stato il professor Georges Ruyssen, gesuita, curatore dei volumi “La Questione Armena 1894 – 1896 / 1980 – 1925. Documenti degli Archivi della Santa Sede ASV, ACO, SS.RR.SS.”. Si tratta di un monumentale lavoro che riproduce tutti i documenti della Santa Sede riguardanti il genocidio armeno, particolarmente centrale nello studio del metz yeghern.

Ora, la definizione di “genocidio armeno” è contestata da parte turca, che accetta che si parli di massacro, ma non di genocidio. Quando ci fu la celebrazione del centenario del genocidio in San Pietro, nel 2015, ci fu anche gelo con la Turchia, e fu poi solo il lavoro di uno storico, consegnato a Papa Francesco, a ripristinare una normalità dei rapporti.

La conferenza, però, non ha avuto luogo nei termini stabiliti. È stato comunicato dal rettore, monsignor Gabriel Quicke, che il professor Ruyssen è stato scoraggiato dalla Segreteria di Stato dal tenere la conferenza attraverso una lettera inviata dalla Segreteria di Stato alla compagnia di Gesù. Monsignor Quicke ha detto che la Segreteria di Stato è stata avvista “diplomaticamente” dall’iniziativa, che lascia pensare al coinvolgimento di qualche ambasciata, probabilmente quella turca presso la Santa Sede.

Monsignor Quicke ha comunque deciso di prendere il ruolo di moderatore e descrivere il lavoro scientifico del professor Ruyssen, che conosceva bene per aver lavorato per dieci anni al Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani dove era reponsabile del dialogo con i cristiani ortodossi orientali.

Tuttavia, resta da comprendere perché la Segreteria di Stato intervenga su una conferenza di tipo accademico, e perché la Compagnia di Gesù accetti di ricevere questa pressione. Va segnalato anche che il presidente di Armenia Pashinyan ha avuto pochi giorni dopo un colloquio con la controparte turca. Va segnalato anche che il Cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, ha partecipato negli ultimi tempi ad atti accademici che spostano gli equilibri della storia, come una conferenza organizzata dalla Ambasciata di Azerbaijan presso la Santa Sede presso l’Università Gregoriana che promuoveva un dibattito sulla chiesa cristiana “albaniana” preesistente in territorio azerbaijano e in particolare in Nagorno Karabakh – da parte armena, si sono sempre invece fatte notare le radici cristiane e armene della regione, lamentando persino di un genocidio culturale ai danni dell’eredità armena.

Tuttavia, sebbene le ricostruzioni storiche possano portare a dibattiti anche accesi, e sebbene ci sia molta politica dietro ognuna di queste decisioni, è da capire il perché di interventi così forti da parte della Santa Sede per evitare questo tipo di dibattiti.

Erano presenti alla conferenza Boris Sahakyan, l’Ambasciatore Della Repubblica d’Armenia presso la Santa Sede, l’Arcivescovo Khajag Barsamian, Rappresentante della Chiesa Armena presso La Santa Sede e la prima consigliera dell’Ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia Marietta Stepanyan e Padre Jim Loughran, presidente del Centro Pro Unione che ha concluso con calorosi ringraziamenti.

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Armenia. Arcivescovi accusati di ordire un golpe: Pashinyan si scaglia contro il clero (Notiziegeopolitiche 05.07.25)

di Enrico Oliari –

Il premier armeno Nikol Pashinyan ha accusato esponenti del clero di essere coinvolti in un tentativo di colpo di stato. Dopo le perquisizioni presso il patriarcato di Echmjadzin, sede della Chiesa apostolica armena, sono stati arrestati dalle autorità civili due arcivescovi, e il premier Pashinyan ha chiesto la rimozione del catholikos Karekin II, al secolo Ktrij Nersessian.
Ne ha dato notizia CivilNet, il quale ha riportato le accuse di Erevan secondo cui dietro le manovre del clero vi sarebbe la Russia, ma da più parti tale supposizione è stata bollata come di routine per marchiare ogni oppositore. I due arcivescovi che avrebbero collaborato per la creazione di gruppi volti a compiere attacchi hacker contro il sistema bancario, provocare incidenti stradali per paralizzare il traffico intorno alle caserme e alimentare la protesta di piazza, sono Bagrat Galstanyan, capo della diocesi di Tavush, e Mikael Ajapahyan, numero uno della diocesi di Shirak. Con loro sono stati arrestati anche una quindicina di altri individui, tra cui sacerdoti e politici, compreso il deputato del blocco Armenia, Artur Sarkisyan, il capo del Parlamento dell’ex Repubblica dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh), David Galstyan, e uno dei dirigenti del partito Dashnaktsutyun, Igor Sarkisyan.
Il clero armeno ha chiesto la scomunica di Pashinyan e c’è chi lo ha accusato pubblicamente di essere “un circonciso”, ma lui ha risposto di essere disposto a far vedere pubblicamente la prova anatomica dell’infondatezza della provocazione, e ha tacciato il primate Karekin II di non rispettare il voto di astinenza sessuale.
Con una lettera ufficiale la Chiesa apostolica armena ha espresso “indignazione per la riprovevole campagna istigata dalle autorità armene e dallo stesso primo ministro contro la Chiesa armena, il catholicos di tutti gli armeni e l’alto clero, che è accompagnata dalla diffusione di odio e ostilità nei confronti del clero, nonché da insulti personali e dichiarazioni irrispettose. Questa campagna anti-ecclesiastica è niente meno che un colpo catastrofico per il popolo armeno e lo Stato armeno, soprattutto nel contesto della vita nazionale e delle sfide esistenziali che si stanno sviluppando in Armenia. L’indebolimento e il discredito della Chiesa armena non possono che giovare alle forze anti-armene e ai nemici degli armeni”.
“La persecuzione – continua il documento – dei nostri fratelli spirituali, benefattori nazionali e dei nostri compatrioti a loro associati è apertamente accompagnata da istruzioni pubbliche e dalla diffusione di discorsi d’odio da parte di alti funzionari della forza politica al potere, che li hanno dichiarati colpevoli ancor prima del verdetto del tribunale. Un simile stile di azione da parte delle autorità viola gravemente i principi della presunzione di innocenza e della separazione dei poteri garantiti dalla Costituzione della Repubblica di Armenia e rivela che il processo ha motivazioni politiche, il che ne mette in discussione la legalità.
Un’altra manifestazione lampante della politica anti-ecclesiastica delle autorità è l’incarcerazione del benefattore nazionale Tiar Samvel Karapetyan, legata alla sua dichiarazione in difesa della Chiesa armena”.
“Il clero esporta quindi “le autorità della Repubblica di Armenia a rilasciare immediatamente i nostri fratelli spirituali, i benefattori nazionali e i nostri compatrioti a loro associati e ad agire esclusivamente nel quadro della legge, garantendo il loro diritto a un giusto processo.
Riteniamo intollerabile l’ingerenza, sia da parte delle autorità che di chiunque altro, nella sede patriarcale e nei principi canonici della Chiesa. Con filiale umiltà, noi, classe episcopale e leader diocesani, esprimiamo la nostra lealtà al monarca eletto a livello nazionale della Chiesa armena, Sua Santità Karekin II, catholicos di tutti gli Armeni. La Chiesa armena, con il Consiglio Ecclesiastico Nazionale come suo organo supremo, continuerà d’ora in poi a essere governata dalle sue procedure consolidate da secoli, escludendo qualsiasi interferenza esterna”.

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A Bolzano apre “Casa Nur”: la cucina armena trova casa in via Rovigo (Bolzanoquotidiano 05.07.25)

BOLZANO – In via Rovigo 74 si respira un’aria nuova. È il profumo caldo e speziato della cucina armena che, da lunedì, conquisterà il cuore dei bolzanini grazie all’apertura di Casa Nur, il nuovo ristorante nato dal sogno e dalla determinazione di Gagik “Gago” Khalatyan, orafo conosciuto in città per il suo laboratorio in via Palermo.

Un progetto a lungo coltivato, quello di Gago, che ha trovato casa negli spazi che per vent’anni hanno ospitato il laboratorio artistico “Persefone” di Carlo Gresia. «Quando Carletto ha deciso di chiudere, sono andato a parlargli. Era da settembre che lavoravo su questo sogno. Il locale era un po’ abbandonato, ma ci ho visto subito un’opportunità», racconta.

Il risultato è una riqualificazione profonda e appassionata: ambienti caldi, arredi curati nei dettagli e un’atmosfera che vuole far sentire ogni cliente come a casa. Non a caso, il nome “Casa Nur” porta con sé un doppio significato: “Nur” in armeno significa melograno, simbolo di bellezza e abbondanza, con i suoi 365 semi come i giorni dell’anno. E “Casa”, perché qui si mangia davvero come in famiglia.

La proposta gastronomica è autentica e radicata nella tradizione armena: carne alla griglia (agnello, maiale, manzo), cotture naturali e piatti vegetariani. Ai fornelli lo chef Ghazaryan “Rez”, originario di Yerevan e con una lunga esperienza tra Bolzano e la Riviera romagnola, porta in tavola sapori genuini e storie di un popolo fiero e accogliente.

Casa Nur non è solo un ristorante: è uno spazio culturale, un ponte tra popoli. Sulle pareti, una mappa dell’Armenia fa da cornice a un viaggio fatto di gusto, memoria e tradizione. Il locale conta 54 coperti interni e 6 esterni, è aperto a pranzo e cena (chiuso la domenica) e propone anche aperitivi con assaggi tipici armeni.

Un sogno che non è stato privo di ostacoli: «Ci sono stati momenti complicati – racconta Gago – come il giorno di Natale, quando un tubo perdeva acqua e ho dovuto tenerlo chiuso con il dito per un quarto d’ora perché non trovavamo un idraulico». Ma oggi quel sogno è realtà.

Casa Nur apre le sue porte a Bolzano e invita tutti a scoprire, con una forchetta, il cuore e l’anima dell’Armenia.

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“Perduranza”: l’installazione dell’artista armeno Apo Yaghmourian alla Reggia di Caserta (Madeinpompei 04.07.25)

CASERTA. Mercoledì 2 luglio alla Reggia di Caserta è stata inaugurata l’installazione “Perduranza” di Apo Yaghmourian. L’artista armeno presenta la sua opera al Vestibolo superiore del Palazzo reale fino al 25 luglio 2025.

“Perduranza” è un progetto dell’associazione Talenti e Territori selezionato dal Comitato Scientifico del Museo nell’ambito del Bando di Valorizzazione partecipata. Un esperimento di arte collettiva in cui ogni partecipante è protagonista di un racconto che appartiene a tutti. Un mosaico di voci e storie, un abbraccio collettivo che celebra la diversità e il potere trasformativo della creatività.
Un basso vassoio circolare accoglie l’acqua attinta alla Fontana del Pastore nel Giardino Inglese. Al centro, una semisfera in tufo Piperno, materiale impiegato anche nella costruzione della Reggia. La semisfera si riflette nell’acqua, completando con l’illusione metà della sua parte e diventando così completa. La parte superiore del solido fa riferimento al tangibile, quindi al presente; quella inferiore suggerisce l’idea dell’intangibile, dunque al passato.
Esso rappresenta la continuità del tempo e della storia, mentre l’acqua funge da elemento di connessione tra passato presente.  Questa installazione ricorda ancora una volta in questo momento di grave crisi idrica, l’acqua quale patrimonio prezioso, risorsa indispensabile per tutti gli esseri viventi e per il nostro pianeta. L’installazione al Vestibolo superiore si completa con una performance dei bambini del Centro Infanzia Baby Birba di Castel Morrone.
Apo Yaghmourian è nato nel 1993 ad Amman, in Giordania, da genitori armeni. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove si è laureato in pittura nel 2022. Sin dalla giovane età, l’artista sperimentato danza, canto e teatro. Attualmente vive a Napoli.
L’arte di Apo Yaghmourian intreccia memoria e identità, indagando la crescita interiore attraverso la manipolazione materica. Connette storie personali sradicamenti collettivi. Le sue opere dialogano con lo spazio, amplificando la trasformazione e la poetica di oggetti ritrovati nel tempo. La sua ricerca profonda esplora il peso del passato come opportunità per riflettere sulle complessità culturali contemporanee.
L’associazione Talenti e Territori è affiancata in questo progetto dalla nascente residenza artistica Corte Marcosc’. I partner del progetto sono FLR Fondazione la Rocca, Dello Iacono Comunica e Centro Infanzia Baby Birba. La partecipazione all’iniziativa è inclusa nel biglietto/abbonamento al Museo.

Arresti e accuse di tentato golpe: è scontro aperto tra il governo e la Chiesa armena (Asianews 04.07.25)

In carcere due arcivesacovi (tra cui Galstanyan) dopo un’irruzione della polizia nel patriarcato di Ečmjadzin. Pašinyan accusa direttamente il katholicos Karekin II chiedendone la rimozione, il clero armeno risponde invocando la scomunica del premier. Secondo il governo dietro le “manovre” della Chiesa ci sarebbe Mosca, ma altre voci denunciano l’uso di marchiare ogni opposizione con “il timbro delle spie del Cremlino”. Sullo sfondo gli equilibri geopolitici e i negoziati con l’Azerbaigian.

Erevan (AsiaNews) – L’Armenia è profondamente scossa dalla denuncia avanzata dal premier Nikol Pašinyan di un tentativo di colpo di Stato a cui si sarebbero stati preparando alcuni vescovi e sacerdoti della Chiesa Apostolica armena, tradizionalmente molto filo-russa, con a capo i due arcivescovi Bagrat (Galstanyan) e Mikael (Adžpayan), arrestati insieme ad altre 15 persone. Il gruppo del “clero criminale oligarchico”, come viene definito dal primo ministro, avrebbe animato il movimento della “Lotta santa” contro il governo e le istituzioni del Paese, aprendo “un armadio pieno di cianfrusaglie”. Il premier ha accusato anche il patriarca degli armeni, il katholikos Karekin II, di essere il “primo mafioso” dell’Armenia, trasgredendo a tutti i comandamenti “cominciando da quello della castità”.

Il capo del governo ha chiesto di sostituire il patriarca, e il clero armeno ha risposto che Pašinyan “va scomunicato ed escluso dalla Chiesa insieme a sua moglie”. La polemica ha toccato livelli altissimi con l’arresto del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, capo del gruppo commerciale ed edilizio Tašir, sostenitore di Karekin II e arrestato con l’accusa di aver lanciato appelli per sovvertire l’ordine costituito. Sono quindi state effettuate quasi cento perquisizioni, arrestando anche alcuni politici d’opposizione come il deputato del blocco Armenia, Artur Sarkisyan e uno dei dirigenti del partito Dašnaktsutyun, Igor Sarkisyan, insieme a un deputato dell’ex-Nagorno Karabakh armeno, David Galstyan.

I raid sono giunti fino al Santo Ečmjadzin, la sede del patriarcato armeno, confrontandosi con lo stesso Karekin II che cercava, insieme ai preti riuniti, di impedire l’arresto dell’arcivescovo Adžpayan, mentre la residenza di quest’ultimo a Gyumri veniva messa a soqquadro dagli agenti della sicurezza, e lui stesso si è poi consegnato nelle mani della polizia. Ora è stato messo in cella insieme al suo confratello Galstanyan, “per spiare le loro conversazioni” secondo le critiche delle opposizioni.

Le polemiche hanno assunto anche caratteri surreali, con accuse a Pašinyan di essere un circonciso, non si sa se ebreo o islamico, e il premier ha dichiarato di essere pronto a mostrare anatomicamente la falsità dell’affermazione a Karekin II stesso, invitandolo a casa sua per verificare. Sono stati poi pubblicati diversi piani di colpo di Stato secondo le perquisizioni, con accuse al Cremlino di essere dietro i vescovi e i loro seguaci, per destabilizzare la situazione politica in Armenia, che con il governo di Pašinyan si sposta sempre più verso l’Europa, allontanandosi da Mosca.

I cospiratori avrebbero avuto l’intenzione di formare gruppi da 25 persone, e i comandanti di queste unità non dovevano conoscersi tra di loro. Le azioni da compiere erano l’interruzione delle connessioni internet del sistema bancario, organizzare incidenti stradali per paralizzare il traffico intorno alle caserme e alle questure, istigare a proteste di piazza fino a riuscire a rovesciare il governo. È stata pubblicata anche la composizione del nuovo governo che avrebbe dovuto prendere il potere dopo questa specie di “rivoluzione”, composto da politici e uomini d’affari chiaramente filo-russi e putiniani per ragioni politiche ed economiche.

Le voci critiche, come quella della giornalista Aza Babyan, ritengono che questa persecuzione contro la Chiesa armena e gli uomini ad essa vicina sia tipica della politica di Pašinyan, “che reagisce a qualunque espressione delle opposizioni con il timbro delle spie del Cremlino”. Il premier starebbe preparando le elezioni amministrative del prossimo anno, che potrebbero essere decisive per il futuro dell’Armenia, soprattutto nelle regioni di confine con l’Azerbaigian come quelle di Tavuš e Gyumri, sedi dei due vescovi arrestati. La vittoria della linea del governo di superare i conflitti e smettere di “sognare l’Armenia del passato” potrebbe infine portare alla definitiva conclusione della pace con l’Azerbaigian, che continua a rimanere in sospeso, e aprire un futuro di pace per l’Armenia e l’intera regione.

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Roma – Due mostre per raccontare l’arte armena (Assadakah 04.07.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – È un momento significativo per l’arte armena contemporanea nella capitale italiana. Due mostre per raccontare l’arte armena contemporanea: Armen Eloyan in chiusura e una collettiva in arrivo. La mostra personale di Armen Eloyan, si chiuderà domani ma una collettiva di artisti armeni in arrivo sarà inaugurata a metà luglio a Palazzo Valentini.

È agli sgoccioli quindi la mostra “Couples” del celebre artista Armen Eloyan, ospitata presso la Tim Van Laere Gallery (Palazzo Donarelli Ricci, Via Giulia 98). L’esposizione, aperta il 10 maggio, si conclude sabato 5 luglio e al momento non è prevista alcuna proroga.

Nato in Armenia, cresciuto in Europa e fortemente influenzato dalla cultura visiva americana, Eloyan ha saputo fondere fumetto, pittura e linguaggio astratto in un’opera originale e disturbante. Le sue figure grottesche, spesso ispirate al mondo dei cartoni animati (come Krazy Kat di George Herriman), si presentano come parodie deformate dell’esistenza umana, riflettendo alienazione, assurdità e violenza latente della modernità.

L’artista, influenzato da maestri come Philip Guston, Willem de Kooning e Paul McCarthy, utilizza un registro visiv in cui linguaggio, simboli e identità si frantumano. Eloyan porta così lo spettatore a confrontarsi con un universo opaco, dove ciò che appare leggibile è in realtà ambiguo, e dove le certezze culturali si dissolvono in un linguaggio visivo tanto giocoso quanto brutale.

Ma l’arte armena a Roma non si ferma qui. Dal 14 al 24 luglio 2025, nella cornice della Biennale Internazionale d’Arte della Riviera Romana, Palazzo Valentini (Via IV Novembre 119a) ospiterà una mostra collettiva che vedrà protagonisti 24 artisti e scultori armeni provenienti da Armenia, Stati Uniti, Inghilterra, Germania e Cipro.

Un evento che testimonia la vitalità e la dimensione globale della produzione artistica armena contemporanea, capace di unire radici profonde e linguaggi sperimentali. L’inaugurazione è fissata per lunedì 14 luglio alle ore 17:30. L’ingresso è gratuito e l’esposizione rappresenta un’occasione preziosa per entrare in contatto con la pluralità di espressioni, tecniche e sensibilità che oggi animano la diaspora e la scena artistica armena.

Queste due iniziative, pur molto diverse per forma e contenuto, offrono uno sguardo complementare sull’identità visiva armena nel mondo contemporaneo. Se Eloyan mette in scena la disgregazione del significato e dell’identità con un linguaggio visivo corrosivo e ironico, la collettiva a Palazzo Valentini restituirà invece un panorama più ampio e diversificato, in cui convivono pittura, scultura e nuovi media.

Roma, ancora una volta, si conferma crocevia privilegiato per le culture in dialogo. E l’Armenia, con la forza della sua arte, si fa sentire.

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Genocidio armeno: prima il Vaticano agiva, ora volta le spalle (Assadkah 02.07.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – A distanza di oltre un secolo, le carte vaticane svelano uno sforzo diplomatico tanto disperato quanto ignorato. Mentre il mondo taceva, Benedetto XV e il suo delegato a Costantinopoli, nel 1915, cercavano di fermare, con le sole armi della parola e della coscienza, l’annientamento di un intero popolo. Questa storia, poco conosciuta anche in ambito cattolico, racconta il coraggio e il limite della diplomazia umanitaria in tempo di guerra. E parla al nostro presente più di quanto sembri.

Nel giugno del 1915, mentre l’Impero ottomano avviava la deportazione e lo sterminio della popolazione armena, l’arcivescovo Angelo Maria Dolci, delegato apostolico a Costantinopoli, iniziava a ricevere notizie sempre più tragiche dalle regioni interne dell’Impero. I primi telegrammi alla Santa Sede parlavano di armeni in fuga e “voci di massacri”. Poi arrivarono le prove: famiglie costrette a lasciare le proprie case, intere città svuotate, religiosi assassinati, popolazioni decimate.

Il 22 giugno, Dolci apprese che anche ad Adana era in corso un’operazione sistematica per “sradicare la componente armena e cristiana” della provincia. E solo pochi giorni dopo, veniva informato del massacro di 700 cattolici, tra cui l’arcivescovo armeno-cattolico Ignatius Maloyan. La persecuzione non risparmiava nemmeno quei cristiani, i cattolici armeni, notoriamente fedeli alla Sublime Porta.

Nonostante l’assenza di ogni forma di ribellione da parte loro, anche i cattolici venivano deportati o eliminati. A nulla valse, in quel momento, la supplica di Dolci al Gran Visir Said Halim. “Le potenze cristiane hanno il dovere di intervenire”, scrisse al cardinal Gotti il 19 luglio. Il 20 agosto, in una lettera al cardinal Gasparri, Dolci descrisse la scena come “uno spettacolo barbaro che mi spezza il cuore e mi riempie di orrore”. Ma soprattutto, lo tormentava l’impotenza.

Alla fine di agosto, 1.500 armeni cattolici di Angora furono arrestati, tra cui il vescovo e 17 sacerdoti. Solo le pressioni congiunte del delegato apostolico e delle ambasciate di Germania, Austria e Bulgaria evitarono una strage. Ma le donne e i bambini, sebbene risparmiati da marce forzate, vennero deportati nei campi del deserto siriano stipati in vagoni bestiame.

Questi piccoli spiragli di salvezza generarono tensioni con gli armeni ortodossi, che si sentivano esclusi. Alcuni passarono perfino alla Chiesa cattolica, generando imbarazzo a Roma. Benedetto XV, in una visione sorprendentemente “ecumenica” per l’epoca, ricordò a Dolci: “Io sono padre di tutti i cristiani, anche di quelli che non mi accettano come tale”.

Quando fu chiaro che l’azione del delegato non bastava, il Papa prese in mano la situazione. Scrisse al kaiser Guglielmo II e all’imperatore Francesco Giuseppe, chiedendo loro di intercedere presso l’alleato turco. Poi scrisse personalmente al sultano Mehmet V. La sua lettera, carica di compassione, chiedeva clemenza e giustizia: “Non lasciate che gli innocenti ricevano la stessa pena dei colpevoli”.

La risposta arrivò solo il 19 novembre: fredda, retorica, negazionista. Secondo il sultano, le deportazioni erano la legittima risposta a un complotto, e il governo non poteva distinguere tra ribelli e pacifici. Dolci, inizialmente fiducioso, si rese conto presto dell’inganno. Le promesse di protezione e di amnistia vennero disattese. Le persecuzioni continuarono.

Alla fine del 1915, il bilancio era agghiacciante: un milione di armeni gregoriani uccisi, migliaia di sacerdoti, vescovi e religiosi assassinati, undici diocesi cancellate. I turchi non risparmiarono neppure le diocesi cattoliche. Dolci scrisse a monsignor Eugenio Pacelli, futuro Pio XII: “Per difendere gli armeni, ho perso il favore di Cesare… Intendo con queste parole il Ministro dell’Interno Talaat Pascha, Gran Maestro della Massoneria d’Oriente”.

Il 6 dicembre 1915, Benedetto XV dichiarò pubblicamente davanti al Concistoro che “lo sventurato popolo armeno va incontro a un quasi totale annientamento”. Aveva ragione. Sei mesi dopo, un rapporto del patriarcato armeno-cattolico lo confermava. Il genocidio proseguiva sotto gli occhi del mondo cristiano.

Il tentativo di Benedetto XV di fermare il genocidio armeno fu, sul piano pratico, un fallimento. Ma rappresentò uno straordinario atto di coscienza e di coraggio morale. In un’epoca in cui le potenze occidentali tacevano o guardavano altrove, la voce del Papa, e con lui quella di monsignor Dolci, si alzò forte, chiara e insistente per denunciare lo sterminio di un intero popolo cristiano.

Oggi, però, colpisce un paradosso inquietante: mentre all’epoca la Santa Sede si mobilitava per tentare di salvare gli armeni, oggi sembra ignorare o minimizzare la loro memoria e il loro ruolo storico. Il primo popolo cristiano della storia, che nel 301 d.C. adottò ufficialmente il cristianesimo come religione di Stato, è oggi marginalizzato, non solo nella geopolitica internazionale, ma anche nei contesti ecclesiali.

La recente esclusione di un esperto di genocidio armeno, come Georges Ruyssen, da una conferenza organizzata in una chiesa cattolica a Roma, il silenzio sugli anniversari e sulle iniziative di memoria, e la disponibilità di alcuni ambienti ecclesiastici a ospitare rappresentanti dell’Azerbaijan che negano apertamente i fatti storici e diffondono versioni revisioniste del conflitto, sono segnali preoccupanti.

Non si tratta di semplice diplomazia o opportunismo. È una questione di verità e giustizia, di fedeltà alla memoria di un martirio cristiano che Benedetto XV ebbe il coraggio di riconoscere e denunciare, pur in una situazione politica e militare estremamente complessa. Oggi, di fronte a nuove tensioni nella regione, questo silenzio rischia di tradursi in un’altra forma di abbandono.

Il passato insegna che il silenzio e l’indifferenza hanno un costo altissimo. La responsabilità morale grava non solo su chi commette le atrocità, ma anche su chi sceglie di non parlarne. La storia del genocidio armeno e dell’impegno vaticano allora, a confronto con l’attuale reticenza e strumentalizzazione, dovrebbe essere un monito severo per tutti noi.

(Foto Wikipedia)

ARMENIA: Tra identità costituzionale e integrazione europea (East Journal 02.07.25)

Nell’ultimo decennio l’Armenia ha sviluppato una identità costituzionale e di stato di diritto dal basso. Ne ha parlato a Trento Anna Khvorostiankina, professore alla Eurasia International University di Yerevan.

L’Armenia è parte della politica di vicinato europea ma non ha ricevuto promesse di adesione né finora fatto domanda. Il paese caucasico non ha confini diretti con l’Ue, e si trova in un contesto geopolitico ben difficile – stretta tra il confine sigillato con la Turchia, le ostilità con l’Azerbaigian, e i confini con Iran (anch’esso in posizione geopolitica complessa ) e Georgia (unico stato confinante con cui ha relazioni amichevoli. Il percorso di integrazione europea della Georgia potrebbe avere riflessi anche sull’Armenia, ma l’attuale svolta autoritaria a Tbilisi accresce le incertezze. L’influenza della Russia in Armenia resta molto rilevante.

In tale situazione, non è per condizionalità europea che l’Armenia ha sviluppato una identità costituzionale basata sullo stato di diritto, secondo Khvorostiankina Si tratta invece di un processo domestico radicato nell’evoluzione sociale.

Dalle elezioni del 2008 alla cooperazione limitata con l’Ue

Punto di svolta sono state le elezioni rubate del 2008, che hanno causato proteste di piazza. Al tempo, l’Ue ha reagito solo in sordina. L’anno successivo, nel 2009, l’Ue lanciava il Partenariato Orientale, con una dichiarazione sui “valori comuni”.

Nel 2010 terminano i negoziati per un accordo d’associazione, ma sotto pressione di Mosca nel 2013 l’Armenia finisce per aderire invece all’Unione Economica Euroasiatica (EEU): un progetto senza valori comuni o supremazia del diritto, e senza capacità istituzionali. La Russia utilizza varie leve: le garanzie di sicurezza militare (poi dimostratesi inconsistenti), l’energia (Mosca è fornitore monopolista e proprietario delle infrastrutture), e l’emigrazione (la diaspora armena che lavora in Russia). L’Armenia si trova in una condizione di dipendenza e vulnerabilità rispetto a Mosca, una sovranità limitata.

La reazione europea è di shock. Si apre allora un periodo di pausa nelle relazioni euro-armene. L’accordo di partenariato poi verrà firmato nel 2017, ma senza la parte commerciale, poiché l’adesione a una unione doganale come quella euroasiatica è incompatibile con il libero scambio pan-europeo. Yerevan si pone in una situazione intermedia tra il “trio associato” (Ucraina, Moldova, Georgia) e gli altri stati post-sovietici che non hanno accordi internazionali con l’Ue.

Democratizzazione e sconfitta militare

Il secondo momento di cambiamento avviene nel 2018, con la transizione pacifica da un regime oligarchico-autoritario a una democrazia elettorale. La “rivoluzione di velluto” armena non ha agenda geopolitica ma si pone questioni puramente interne. E’ un cambiamento positivo per le relazioni euro-armene. L’Ue aumenta le proprie attività in Armenia, offre sostegno alle riforme istituzionali e legislative e formazione ai nuovi quadri dirigenziali.

Con l’accordo di associazione, l’Armenia si è impegnata ad avvicinare la propria legislazione al diritto europeo, seppur in assenza di una prospettiva d’adesione. Il nuovo governo riformista vuole procedere su questa strada, ma le riforme legislative vengono sabotate nella loro attuazione, anche da una magistratura ancora legata al vecchio regime oligarchio. E’ il caso del processo all’ex presidente Kocharyan: la “rivoluzione di velluto” aveva promesso di accertare le responsabilità per gli eventi del 2008, ma il processo fallisce a causa dei legami tra il potere giudiziario e il vecchio regime.

Infine nel 2020, con la sconfitta militare nel conflitto del Nagorno Karabakh, vi è l’ultima inversione di tendenza. Da una parte, la società armena resta molto delusa dalla reazione europea al conflitto e dalla sua incapacità di intervenire come mediatore. Si nota la discrepanza tra aspettative e realtà. La “potenza normativa” europea non è vista come abbastanza vicina in un conflitto tra un paese autoritario e uno che cerca di conformarsi ai valori europei. Dall’altra parte, l’Ue riesce comunque a essere presente come attore umanitario e di sviluppo, ripristinando una certa fiducia.

A fine 2024 l’Armenia inizia a negoziare la liberalizzazione dei visti – un processo di condizionalità rigorosa – mentre prosegue la cooperazione settoriale, ad esempio con un accordo sullo spazio aereo.

Da ultimo, il Parlamento armeno ha adottato una laconica legge di iniziativa popolare – per la prima volta nella sua storia – secondo cui “l’Armenia avvia il processo di adesione all’Unione europea“. Il solo articolo non indica tempistiche o istituzioni responsabili, che restano da definire. Ma indica chiaramente il perché: la volontà di rafforzare le istituzioni democratiche, la sicurezza, e lo stato di diritto. Tale processo può favorire le riforme e lo sviluppo dello stato di diritto.

Non è possibile promuovere lo stato di diritto dall’esterno, conclude Khvorostiankina, e la condizionalità non è uno strumento adeguato. Serve una domanda dal basso da parte della società, come dimostra il caso armeno, o l’attuazione e la sostenibilità delle riforme resteranno in dubbio.

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La presidente del Consiglio comunale Damiano riceve al Municipio di Mestre il giovane artista armeno Taron Manukyan (Comune Venezia 02.07.25)

La presidente del Consiglio comunale Ermelinda Damiano ha ricevuto questo pomeriggio, al Municipio di Mestre, il giovane artista armeno Taron Manukyan. L’accoglienza dell’artista a Venezia è frutto di una sinergia con l’Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio contesto delle manifestazioni promosse in occasione della Giornata del Ricordo del Genocidio Armeno. “La Presidenza del Consiglio comunale, che promuove e coordina iniziative di rilevanza istituzionale promosse in occasione della Giornata dedicata al Ricordo del Genocidio Armeno, ha ricevuto con favore questa proposta di accoglienza, che contribuisce ad alimentare lo storico legame culturale tra la comunità armena e la città di Venezia, grazie allo scambio e cooperazione tra nuove generazioni” è il commento della presidente del Consiglio comunale Damiano.

Durante la sua permanenza a Venezia, Taron Manukyan elaborerà un progetto che riflette sull’idea del movimento costante della vita, in contrasto con la staticità senza tempo della città. Una volta rientrato in Armenia, il lavoro si tradurrà in opere che faranno parte della sua mostra personale prevista per novembre 2025.

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Consiglio Veneto approva quattro Risoluzioni: navigazione, fisco, genocidio Armeni e Ucraina (Padovanews 01.07.25)

Il Consiglio regionale del Veneto, dopo aver nominato il Sindaco unico di Infrastrutture Venete (Michele Devivo), ha approvato oggi quattro Risoluzioni in tema di sicurezza della navigazione, deducibilità fiscale dei veicoli usati dagli agenti di commercio, riconoscimento del genocidio degli armeni da parte della Turchia, e cessate il fuoco in Ucraina.

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