Subire un genocidio dà diritto a compierne un altro? (Pressenza 24.08.25)

Un anno fa sono stato in Armenia: volevo conoscere un luogo lontano carico di storia, volevo conoscere – per quanto possibile – un popolo che mi ha sempre affascinato. Sono tornato carico di emozioni, di incontri, di immagini di luoghi antichi, di una realtà mite, di un popolo che ha subito un genocidio e che resiste come può.

Negli ultimi anni abbiamo imparato questa parola: Nagorno-Karabakh. Ma è solo stando lì che ho capito tra chi fosse conteso questo territorio, come è andata e soprattutto come è finita. Gli Armeni, non dotati probabilmente di un potente esercito e soprattutto con pochi “santi in paradiso”, hanno dovuto lasciare quel territorio all’Azerbaijan (una dittatura bella e buona), e più di 100mila armeni hanno dovuto lasciare le loro case e rifugiarsi in Armenia. Qualcuno nel mondo ha battuto ciglio per quello che è successo? No.

Quell’Azerbaijan dove, a Baku, da tutto il mondo sono andati per la COOP 29 per poi scoprire (ma davvero a posteriori?) che i padroni di casa sono grandi produttori di fonti inquinanti di energia e il Paese è stato governato per decenni da un uomo che poi ha lasciato l’incarico al figlio. L’opposizione è silenziata.

Così l’Armenia si trova schiacciata tra Turchia ed Azerbaijan, storiche alleate, che se la papperebbero in un boccone e chissà che prima o poi non lo facciano.

Anche gli Armeni sopravvivono solo grazie ad un’enorme diaspora sparsa nel mondo, ma legata a quel fazzoletto di terra, quello che è rimasto di un territorio che era ben più vasto.

E poi c’è la storia: il genocidio degli armeni è troppo poco conosciuto. Si parla di tre milioni di morti tra il 1915 e il1923, in seguito alla decisione del governo ottomano di far piazza pulita di questi mercanti e artigiani, accusati di essere in combutta con i russi. Vennero uccisi o deportati, a piedi, in condizioni tali da lasciare una scia di morti lungo quelle centinaia di chilometri: uomini, donne, anziani, bambini.

Il governo turco in questi 100 anni non ha mai ammesso le sue responsabilità, e nessuno in Europa le ha pretese nè le pretende. Gli Armeni vennero lasciati soli, e in fondo lo sono ancora.

Tornando all’oggi, ho visitato il museo di Erevan sul genocidio armeno: impressionante. Ma ciò che mi ha colpito solo le brevi sintesi di vari genocidi compiuti nella storia che vi sono alla fine: Americhe, Germania, Ruanda, Cambogia e Namibia compresi. Ovvero, dicono: il “nostro genocidio” non è stato l’unico. Nella storia ve ne sono stati diversi.

Ho conosciuto tra gli altri una famiglia armena, sono stato a casa loro. Ad un certo punto è uscita da una stanza la nonna, di oltre 90 anni, con in mano una preziosa scatolina: mi ha subito mostrato con orgoglio la medaglia ricevuta per essere sopravvissuta all’assedio di Leningrado durante la Seconda guerra mondiale. Lei e migliaia di altri bambini vennero messi al sicuro, andò in Armenia e lì è rimasta tutta la vita. Una volta dagli assedi c’era una via d’uscita, e i bambini venivano messi in salvo. Ci dice qualcosa oggi?

Infine, in Armenia ho conosciuto un popolo mite, nella capitale c’è una grande energia e una spinta in avanti, malgrado un paio di anni fa abbiano perso una guerra e abbiano dovuto accogliere (loro che sono 3 milioni) oltre 100mila profughi armeni. Ma in tutti questi anni, abbiamo mai detto “Con quello che hanno subito gli Armeni…” “Si stanno difendendo e dobbiamo aiutarli!”?

Non lo abbiamo mai detto, e in questi 100 anni non sono stati certo trattati bene. Eppure credo di non aver mai respirato un’aria più pacifica come a Gyumri, la seconda città armena. Nessuno nel mondo ha realizzato musei sulla loro storia, ben pochi la leggono sui libri o la ricordano nella Giornata della Memoria.

Sono il popolo che aderì, primo al mondo, al cristianesimo. Si sono mai sognati di fare uno stato “confessionale”?

Un amico armeno, gran conoscitore della lingua e della cultura italiana, sogna di venire in Italia a visitarla, un giorno, perché non c’è mai stato: ai cittadini armeni è praticamente impossibile avere il visto. Come mai non abbiamo il minimo scrupolo di coscienza verso questo popolo?

Si sono mai sognati gli Armeni di “farsi spazio” intorno (persero gran parte del loro territorio storico e più di 5 milioni di Armeni vivono fuori dal Paese) a suon di bombardamenti?

No. Punto.

Chi ha subito un genocidio, dovrebbe sapere cosa significhi e si dovrebbe solo augurare che non succeda mai più nel mondo.

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Armenia e Azerbaijan, la pace firmata a Washington inquieta Mosca (IlDomani 22.08.25)

La notizia è rimasta un po’ in secondo piano, non percepita appieno dalla pubblica opinione. L’accordo chiude la contesa sul Nagorno Karabakh ma apre nuovi scenari geopolitici che coinvolgono Russia, Iran e Turchia.

Soverchiata dagli incontri di Anchorage prima e di Washington poi, la notizia dell’intesa firmata alla Casa Bianca – con grande sfoggio di piena soddisfazione esibita da Donald Trump – fra Armenia e Azerbaijan è rimasta un po’ ai margini delle cronache internazionali pur essendo di grande importanza. Perché se l’accordo raggiunto si svilupperà come previsto davvero si sarà conclusa una contesa ultradecennale costata centinaia di vite umane e l’esodo di una intera popolazione, quella di origine armena del Nagorno Karabakh. Un accordo, inoltre, che reca con sé effetti geopolitici di natura regionale affatto secondari.

 

La Trump Route” e il nuovo corridoio

Facciamo ordine. Dapprima i fatti: il presidente azero Ilham Aliyev e il premier armeno Nikol Pashinyan hanno sottoscritto un documento, denominato Roadmap for Peace, che supera i contrasti esplosi da ultimo nel 2023, quando l’Azerbaijan costrinse con la forza allo scioglimento l’autonominata Repubblica del Nagorno Karabakh, un territorio abitato da persone di etnia armena ma collocato all’interno dell’Azerbaijan. L’intesa ruota intorno alla creazione di una rotta terrestre che collegherà l’Azerbaijan alla propria enclave di Nackhchivan attraversando l’Armenia per circa 40 km.

In omaggio al mediatore i due ex avversari hanno denominato questa futura arteria commerciale nientemeno che Trump Route for International Peace and Prosperity e hanno proposto il Presidente USA per il premio Nobel per la Pace (ormai una fissa, per Trump). Un investimento infrastrutturale i cui diritti di sviluppo verranno affidati agli Stati Uniti, che mettono così un piede sulla scacchiera caucasica già dominio sovietico. Ed è questa la novità rilevante in termini geopolitici.

 

Le reazioni di Ankara e Teheran

Infatti la cosa non è affatto piaciuta a Mosca. Ma neppure a Teheran e Ankara. Per quest’ultima, alleata di Baku e rafforzata dagli eventi del 2023, l’intromissione dell’alleato americano è un possibile problema perché ne limita le ambizioni regionali, trattandosi evidentemente di una presenza ingombrante.

Per l’Iran il motivo dell’irritazione è addirittura ovvio, e nello specifico Teheran minaccia un intervento per “bloccare” il corridoio immaginato dall’accordo (“questo passaggio non diventerà un cancello per i mercenari di Trump, diverrà la loro tomba”) invitando al contempo con toni duri l’alleato moscovita a muoversi a sua volta e a non rimanere immobile di fronte a quella che viene ritenuta una grave provocazione.

 

La Russia e lombra dellUcraina

La Russia, pur non esprimendo esplicitamente il proprio fastidio, ha in effetti già reagito: nei confronti dell’Azerbaijan, con il quale i rapporti erano migliorati proprio in seguito al non intervento a supporto di Erevan nel 2023. E qui entra in ballo, manco a dirlo, l’Ucraina. Già, perché Baku ha siglato con Kyiv un accordo per fornitura di gas, condotto dal Caspio verso ovest attraverso la pipeline TransBalkan.

E questo per Mosca è chiaramente un affronto. Al punto che alcuni droni russi, nell’ambito di un attacco su Odessa, hanno colpito (volontariamente? nessuno lo ammette ma tutti lo pensano) i depositi ivi presenti della compagnia petrolifera statale azera SOCAR. E, ancora, al punto che a Mosca si sia levata più d’una voce reclamante un embargo per i prodotti azeri e, addirittura, l’avvio di una “operazione militare speciale” anche nel Caucaso.

Una minaccia lasciata filtrare attraverso personaggi minori, che però offre l’idea di quanto le novità prospettate dall’intesa firmata a Washington possano generare importanti novità in quel quadrante geografico ex sovietico. Termine, quest’ultimo, che dopo l’esibizione in felpa del Ministro degli Esteri Lavrov non pare più improprio tornare a utilizzare.

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“Settimana della Cultura Armena” al Teatro Marrucino di Chieti, tasselli preziosi fioriscono nell’incontro di culture (DiariToscani 22.08.25)

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Shvydkoy, demolizione monumenti sovietici in Karabakh è atto ignobile (Agenzia Nova 21.08.25)

Mosca, 21 ago 08:45 – (Agenzia Nova) – La demolizione di 25 monumenti e busti dedicati a militari e figure illustri di origine armena nel Karabakh è un atto ignobile e privo di dignità. Lo ha dichiarato Mikhail Shvydkoy, rappresentante speciale del presidente russo per la cooperazione culturale internazionale, commentando le recenti rimozioni avvenute nella regione per volere delle autorità dell’Azerbaigian. “La guerra contro i monumenti non è la cosa migliore per nessun Paese. Essi riflettono la storia dei popoli che vivono su questa terra”, ha affermato Shvydkoy, paragonando l’attuale distruzione di monumenti armeni a quella dei memoriali dedicati a personaggi culturali azerbaigiani avvenuta negli anni Novanta. “Combattere contro i monumenti non è la cosa più nobile”, ha aggiunto. Secondo Shvydkoy, le relazioni tra la Russia e i popoli del Caucaso hanno radici profonde e storiche, e vanno ben oltre le dinamiche politiche del presente: “La politica è momentanea, mentre la cultura vive per sempre”. Ha inoltre sottolineato l’importanza di mantenere i legami culturali con tutti i popoli vicini alla Russia: “Oltre alle relazioni interstatali, ci sono relazioni tra i popoli, che sono più profonde. È importante oggi preservare tutti i contatti culturali che ci hanno unito”. Shvydkoy ha concluso ribadendo che la memoria culturale e storica deve essere protetta come parte integrante delle relazioni tra i popoli, indipendentemente dalle tensioni geopolitiche.
(Rum) © Agenzia Nova – Riproduzione riservata

Il pianista armeno Ashot Khachaturian in concerto a Pantelleria (Tgcom24 21.08.25)

Dopo il successo dello scorso anno con Absolutely Ennio, le associazioni Artsuite e Pantarei rinnovano il loro impegno a favore della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica, proponendo un nuovo grande evento musicale a Pantelleria: “Absolutely… Ashot“, concerto del celebre pianista armeno Ashot Khachaturian, domenica 24 agosto ai Giardini della Luna (Contrada Kafaro, ore 21).

L’iniziativa

 L’iniziativa nasce con l’obiettivo di unire la bellezza della musica al sostegno concreto alla ricerca scientifica. La Fondazione è presieduta da Matteo Marzotto, con Paolo Faganelli come vicepresidente. Quest’ultimo, frequentatore assiduo di Pantelleria, ha recentemente scelto l’isola come luogo del cuore, acquistando qui una proprietà. Il concerto si rivolge sia ai residenti che ai turisti presenti sull’isola, offrendo un’esperienza musicale di altissimo livello, all’altezza delle più prestigiose stagioni concertistiche internazionali.

Il grande pianista armeno

 Quest’anno l’invito è rivolto a uno dei pianisti più acclamati della scena contemporanea: Ashot Khachaturian, nato a Yerevan nel 1984, nipote del leggendario compositore Aram Khachaturian. Cresciuto in una famiglia di musicisti, ha iniziato a suonare il pianoforte a soli cinque anni sotto la guida del padre. Tra i numerosi riconoscimenti internazionali si ricordano: 1° Premio Assoluto al Concorso Pianistico Internazionale Rachmaninov (2006); 1° Premio Assoluto al Concorso Pianistico Martha Argerich (2007); Vincitore del “Top of the World Piano Competition” (2011); Vincitore del “Concours d’Épinal” (2013). Da allora, la sua carriera è decollata portandolo nelle sale da concerto più prestigiose del mondo, da Salisburgo a Parigi, da Londra a Berlino, da Tokyo a New York, con le più rinomate orchestre e direttori.

L’ingresso è gratuito, ma è gradita una libera donazione a favore della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica. Giardini della Luna, Contrada Kafaro Ore 21. Per prenotazioni (WhatsApp): 329 8369471.

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Strette di mano a Washington, manette a Baku (Osservatorio Balcani e Caucaso 20.08.25)

Il recente incontro di Trump coi leader di Azerbaijan e Armenia, Aliyev e Pashinyan, a Washington, lascia sperare in un accordo di pace. Tuttavia c’è un paradosso: mentre i leader si stringono la mano all’estero, in patria quelli che praticano la riconciliazione vengono criminalizzati

20/08/2025 –  Arzu Geybullayeva

Lo scorso 8 agosto, il presidente Donald Trump, affiancato  da Ilham Aliyev e Nikol Pashinyan, leader di Azerbaijan e Armenia, si è seduto ad un tavolo alla Casa Bianca, firmando una dichiarazione in sette punti  e una serie di accordi di cooperazione tra Armenia, Azerbaijan e Stati Uniti.

Poi lunedì 11 agosto, Baku e Yerevan hanno diffuso  il testo di un accordo di pace concordato nel marzo 2025, ma reso noto solo dopo l’incontro negli Stati Uniti. Tornando alla Casa Bianca, Trump, con un’aria plateale, ha dichiarato: “È passato molto tempo – 35 anni – hanno combattuto e ora sono amici, e lo saranno per molto tempo”.

Tutte queste grandi parole e strette di mano sono molto lontane dalla caotica realtà della riconciliazione tra i due paesi, realtà che non solo viene ignorata  , ma anche respinta dalle autorità.

Appena due mesi fa, a giugno, un giovane studioso è stato condannato  ad una lunga pena detentiva per aver promosso la pace. L’etichetta di traditore  viene utilizzata da persone legate alla leadership al potere, mentre ai membri della società civile, che si battono per la riconciliazione e il superamento dei conflitti, viene preclusa ogni possibilità  di impegnarsi in iniziative significative a causa delle leggi restrittive  adottate negli ultimi anni.

Questo è il paradosso della pace mediata dalla Casa Bianca: i leader si stringono la mano all’estero, mentre in patria quelli che praticano la riconciliazione vengono criminalizzati.

Il caso di Bahruz Samadov

Samadov, 30 anni, è uno dei pochi cittadini azerbaijani impegnati per la pace tra Armenia e Azerbaijan. Ha scritto molti testi sulla riconciliazione, ma anche sullo stato della democrazia e dei diritti umani in Azerbaijan.

Il giovane studioso stava frequentando un dottorato di ricerca presso l’Università Carolina a Praga. È stato fermato  il 21 agosto 2024, mentre era in visita a sua nonna a Baku. La polizia ha arrestato Samadov fuori dalla casa della nonna, consegnandolo ai servizi segreti.

Due giorni dopo, accusato di cospirazione contro lo stato per aver comunicato con alcuni cittadini armeni su WhatsApp, è stato condannato a quattro mesi di custodia cautelare per tradimento.

Sin dal suo arresto, il giovane studioso ha definito false le accuse, affermando che erano direttamente collegate al suo attivismo pacifista e alle critiche rivolte al governo, sia durante la seconda guerra del Karabakh  che nel periodo successivo  .

Anche in detenzione è rimasto irremovibile nei suoi principi. Durante una delle udienze, Samadov avrebbe gridato  : “Viva la pace! Viva la fratellanza tra le nazioni!”.

Il 23 giugno 2025, dopo quasi un anno di custodia cautelare, in un processo a porte chiuse  , lo studioso è stato condannato  a quindici anni di carcere per tradimento.

Le organizzazioni per i diritti umani  , gli organismi che si occupano della libertà di stampa  altri soggetti  hanno criticato il processo contro Samadov, vedendovi un’azione motivata politicamente.

Il 30 giugno, Abzas Media – una testata indipendente che si occupa di giornalismo investigativo, il cui intero team di Baku è stato recentemente condannato  a lunghe pene detentive – ha pubblicato un’intervista  con Samadov.

L’intervistatrice, Ulviyya Ali, è una delle tante giornaliste  arrestate in Azerbaijan. Al momento dell’intervista, entrambi erano ricoverati nella struttura ospedaliera del Centro di detenzione preventiva a Baku.

Bahruz Samadov ha tentato il suicidio  il 21 giugno, dopo aver appreso la notizia della richiesta di condanna a sedici anni di carcere avanzata dalla procura. Ulviyya Ali ha ricevuto forti colpi alla testa  durante un interrogatorio. Nel 2017 ad Ulviyya era stato diagnosticato  un adenoma pituitario. I ripetuti colpi alla testa le hanno causato vomito e sanguinamento dal naso. Tuttavia, alla giornalista, che ha bisogno  di farmaci e visite regolari, non è mai stata fornita un’assistenza medica adeguata.

Durante l’intervista, Samadov ha affermato che “non dimenticherà mai il trauma” di essere stato trattato “come un terrorista” e messo a tacere per la sua “posizione pacifica”.

“Sostengo, sin dall’inizio, che questa accusa sia in contrasto con gli interessi dello stato. Accusare un accademico di tradimento e sottoporlo a tortura danneggia la reputazione del paese e mette a repentaglio la cosiddetta agenda di pace. La vera motivazione alla base delle accuse resta poco chiara. Non sono né un politico né una persona che scrive per un pubblico ampio. Sono semplicemente un critico radicale. I servizi segreti mi hanno detto che il problema erano gli armeni che citavano i miei articoli”, ha spiegato  Samadov durante l’intervista.

Poco dopo l’arresto di Samadov, alcuni dei suoi amici sono stati interrogati come testimoni. A Samad Shikhi, un giovane scrittore, è stato impedito di imbarcarsi su un volo a Baku. Shikhi è stato interrogato sotto pressione in condizioni difficili. Alla fine è stato rilasciato, però con un divieto di viaggiare e l’obbligo di rimanere in silenzio e di non pubblicare nulla sui suoi account social. Shikhi è riuscito a lasciare l’Azerbaijan solo dopo nove mesi trascorsi in un costante stato di ansia, temendo per la propria sicurezza.

La repressione non si ferma

Cavid Agha, un ricercatore indipendente dell’Azerbaijan, era diretto in Lituania per proseguire i suoi studi quando è stato fermato all’aeroporto  .

“Mi hanno fermato per interrogarmi [e] una delle prime cose che mi hanno detto è stata: ‘Sei qui perché intrattieni stretti legami con Bahruz’”, ha raccontato Agha in una recente intervista  a Global Voices.

Dopo la seconda guerra del Karabakh, molti attivisti sono stati criticati per le loro idee pacifiste e per gli appelli a porre fine ai conflitti armati. Tra questi spiccano i nomi di Ahmed Mammadli  , Emin Ibrahimov, Emrah Tahmazov, e tanti altri  .

Lo stesso Samadov, prima di essere arrestato, ha scritto  per Eurasianet di atti intimidatori e campagne contro gli attivisti per la pace. Queste campagne e accuse non sono un fenomeno nuovo  : si tratta di strumenti utilizzati ormai da tempo  per colpire i critici del governo e i membri della società civile  in Azerbaijan.

Senza un impegno per liberare Samadov e difendere i diritti degli attivisti, il recente accordo di pace rischia di rimanere meramente simbolico. Un’autentica riconciliazione  richiede iniziative per sostenere un dialogo tra diverse comunità.

Per passare dagli accordi siglati ai tentativi di guarire una società ferita, il rilascio di sostenitori della pace, come Samadov, rappresenterebbe un gesto di buona volontà, fondamentale per rendere credibile la pace concordata agli occhi dei cittadini.

Abbandonando la propaganda e la retorica di stato – utilizzata per colpire chi promuove la pace – e garantendo la protezione legale a tutte le persone coinvolte in iniziative transfrontaliere, l’Azerbaijan farebbe un ulteriore passo nel suo percorso verso la pace.

Andrebbero poi abolite le leggi restrittive – che hanno reso impossibile  il lavoro della società civile in Azerbaijan – e sostenute le iniziative per rafforzare la fiducia tra le due nazioni.

Coinvolgere tutte le parti nella fase successiva, comprese le comunità sfollate e la società civile, garantendo che gli accordi scritti riflettano effettivamente le esperienze vissute, può contribuire a spostare la narrazione da un’idea di pace come spettacolo ad una visione di pace come processo, portando la riconciliazione là dove conta di più: tra le persone.

In un messaggio  pubblicato alla vigilia dell’incontro alla Casa Bianca, Human Rights Watch ha invitato l’amministrazione Trump ad approfittare dell’incontro con il presidente Ilham Aliyev vedendovi un’opportunità “per gli Stati Uniti di sollevare pressanti preoccupazioni per la sconcertante repressione del dissenso in Azerbaijan”.

Dalla guerra del Karabakh del 2020, le autorità azerbaijane hanno intensificato la campagna di arresti e repressione contro la già fragile società civile, colpendo giornalisti  difensori dei diritti umani  attivisti politici  tanti altri  con accuse false e pretestuose.

A rafforzare questa repressione è un sistema di propaganda di stato  che dipinge l’Armenia come un nemico esistenziale permanente. In quest’ottica, parlare con gli armeni e sostenere la riconciliazione significa schierarsi con il nemico, e quindi tradire la nazione.

Sarebbe ingenuo aspettarsi un impegno significativo da parte delle autorità di Baku in assenza di una società civile vivace e di media indipendenti, portando gli osservatori a chiedersi se l’impegno della leadership azerbaijana per una pace duratura sia solo di facciata.

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Ue: ambasciatore armeno Maragos, liberalizzazione visti per Armenia è obiettivo realistico (Agenzia Nova 20.08.25)

L’avvio del dialogo per la liberalizzazione dei visti tra l’Unione europea e l’Armenia è un passo politico eccezionale e un obiettivo realistico. Lo ha dichiarato l’ambasciatore dell’Ue a Erevan, Vassilis Maragos, in un’intervista al portale “CivilNet”, sottolineando che dal 2019 Bruxelles non ha avviato alcun dialogo simile con altri partner. “Lo abbiamo fatto perché ci crediamo, perché crediamo che sia realistico”, ha affermato Maragos, ricordando che il dialogo con l’Armenia è stato avviato il 9 settembre 2024. Secondo l’ambasciatore, Erevan ha già compiuto progressi rilevanti: “Durante la visita dell’Alta rappresentante Kaja Kallas a giugno, sono state effettuate missioni di valutazione. È stato annunciato il completamento dei lavori del comitato interno per la preparazione del piano d’azione per la liberalizzazione dei visti”, ha spiegato. Il piano d’azione, ha aggiunto Maragos, è attualmente oggetto di discussione tra la Commissione europea e gli Stati membri. Una volta conclusa questa fase, il documento sarà presentato al pubblico e alle autorità armene. La sua attuazione stabilirà il calendario entro il quale i cittadini armeni potranno beneficiare dell’ingresso senza visto nello spazio Schengen.

Nagorno Karabakh, il fallimento dei peacekeeper russi. (Osservatorio Balcani e Caucaso 19.08.25)

Il recente fallimento della missione russa di peacekeeping nel Caucaso meridionale evidenzia la necessità di mandati chiari e forti, sorretti da ampie garanzie e allineati ai principi internazionali. Qualsiasi accordo privo di solide garanzie rischia la stessa sorte della piccola regione del Nagorno Karabakh che due anni fa è sparita dalle mappe

19/08/2025 –  Olesya Vartanyan

(Originariamente pubblicato sul blog LSE  , il 30 luglio 2025)

Gli ultimi giorni del Nagorno Karabakh, nel settembre del 2023, hanno segnato la drammatica fine di un ciclo di conflitti e guerre che hanno sconvolto per trent’anni la regione. A decidere il destino dell’enclave – formalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaijan, ma a lungo rivendicata come repubblica indipendente dalla maggioranza etnica armena – è stata un’operazione lampo delle forze azerbaijane. Nel giro di pochi giorni, convogli di veicoli sono stati schierati lungo l’unica strada che collegava il Nagorno Karabakh all’Armenia. La stragrande maggioranza della popolazione armena del Karabakh è fuggita, lasciando le forze russe a sorvegliare città fantasma e villaggi abbandonati.

Le lezioni che possiamo trarre dal fallimento della missione russa di mantenimento della pace in Nagorno Karabakh vanno ben oltre la regione del Caucaso meridionale, incastonata tra Turchia, Iran e Russia. Un’analisi dei passi sbagliati può offrire un quadro più ampio delle missioni di peacekeeping in altre parti del mondo, lanciando un monito pressante sulla necessità di fornire forti garanzie di sicurezza in altre zone di conflitto, Ucraina compresa. La necessità di garanzie di sicurezza applicabili va oltre il mero parallelismo geografico, trattandosi di un requisito fondamentale per una pace duratura.

Un mandato fragile sin dall’inizio

Il dispiegamento delle forze di pace russe, entrate in Nagorno Karabakh nel 2020, inizialmente simboleggiava la stabilità. L’arrivo dei peacekeeper ha segnato la fine della guerra più sanguinosa della storia moderna del Caucaso meridionale, protrattasi per sei settimane, mietendo oltre settemila vittime tra armeni e azerbaijani. La guerra si era conclusa con la ripresa del controllo da parte dell’Azerbaijan di gran parte del territorio conteso, ribaltando così l’esito del primo conflitto scoppiato all’inizio degli anni ’90.

L’accordo di cessate il fuoco  del 2020, firmato da Armenia, Azerbaijan e Russia, si limitava a delineare una cornice generale per una missione di peacekeeping: la durata, il numero di truppe e le condizioni operative di base, tra cui un armamento limitato per l’autodifesa. Oltre a questi punti, non è mai stato creato alcun meccanismo internazionale per rafforzare l’autorità o l’efficienza delle forze di peacekeeping.

Sin dall’inizio, la presenza dei peacekeeper russi in Nagorno Karabakh si è contraddistinta da altre missioni nell’area post-sovietica. Invece di costruire basi permanenti, le truppe vivevano in rifugi temporanei in plastica e fortificavano le loro posizioni con sacchi di sabbia – un’infrastruttura decisamente inadatta ad una missione di stabilizzazione a lungo termine. Nel frattempo, un centro di monitoraggio congiunto russo-turco seguiva l’andamento della missione con l’uso di droni.

Allo stesso tempo, i rapporti politici ed economici, sempre più stretti, tra Azerbaijan e Russia hanno sollevato dubbi sull’impegno di quest’ultima nel mantenimento della pace. Il dispiegamento della missione ha coinciso con un rilancio delle relazioni russo-azerbaijane, alimentando il sospetto che l’operazione fosse stata deliberatamente indebolita sin dall’inizio.

Nel febbraio 2022, due giorni prima dell’invasione russa dell’Ucraina, il presidente azerbaijano si è recato a Mosca per firmare un accordo di alleanza strategica. Questo patto, pur essendo stato percepito come un contrappeso ad un trattato più significativo che Baku aveva firmato con Ankara l’anno precedente, ha gettato le basi per una più ampia cooperazione istituzionale tra Russia e Azerbaijan, soprattutto nel contesto della guerra russa in Ucraina. Questa dinamica ha rafforzato la percezione che Mosca avesse scarsa volontà politica di proteggere la comunità etnica armena del Nagorno Karabakh.

Nonostante i cambiamenti geopolitici e i limiti del mandato delle forze di peacekeeping, gli armeni del Karabakh non avevano altra scelta che riporre un’immensa fiducia nel contingente russo, convinti che potesse offrire loro la possibilità di rimanere nella propria terra. L’impegno per la ricostruzione sostenuto dalla Russia – compresi lo sviluppo delle infrastrutture, la ristrutturazione delle scuole e le operazioni di sminamento – ha rafforzato la fiducia che le truppe potessero rimanere per decenni. Tuttavia, l’assenza di un mandato internazionale chiaramente definito ha reso la missione intrinsecamente vulnerabile.

Discostandosi dalle consuete pratiche di peacekeeping, la Russia non ha chiesto alcun sostegno né mandato internazionale per la sua missione. L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) ha riconosciuto  l’esito della guerra nel dicembre 2020, senza però fare alcun riferimento specifico alla presenza dei peacekeeper russi. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non ha emanato risoluzioni che legittimassero il dispiegamento, né tanto meno ha preso in considerazione la possibilità di schierare un contingente internazionale a integrare le forze russe, perdendo così l’occasione di rafforzare la stabilità, facilitare la riconciliazione e attrarre finanziamenti per la ricostruzione postbellica.

Affrancandosi dal supporto internazionale, Mosca ha cercato di gestire la situazione bilateralmente  , negoziando direttamente con Baku e Yerevan. Una strategia che ben presto si è rivelata limitata, iniziando a vacillare dopo il rifiuto dell’Azerbaijan di formalizzare il mandato della missione, erodendone ulteriormente la legittimità. Sprovvista di un chiaro quadro giuridico e vincolata dalla diplomazia russa, la missione di peacekeeping è diventata ostaggio di una realtà geopolitica in continuo cambiamento.

Una missione paralizzata da priorità esterne

Mosca ha lavorato duramente per trasmettere l’immagine di una missione di successo, ingaggiando un team di esperti di pubbliche relazioni concentrato esclusivamente sui media russi, al contempo ostacolando i giornalisti locali. All’inizio del 2021, sono state introdotte forti limitazioni all’ingresso in Nagorno Karabakh per i giornalisti non russi e non armeni, rafforzando così il controllo dell’informazione.

Tuttavia, anche i rapporti redatti dalla missione stessa hanno rivelato una crescente discrepanza tra le operazioni delle forze di pace e il deterioramento del contesto di sicurezza. Un’analisi comparativa delle rotte di pattugliamento e degli scontri suggerisce che le truppe russe, pur avendo sempre monitorato le località giuste, non sono riuscite a impedire l’escalation delle tensioni, dimostrandosi quindi incapaci di garantire la stabilità.

Percorsi di pattugliamento da marzo ad agosto 2022, quando le forze di peacekeeping russe hanno intensificato la loro presenza nell'area cerchiata, teatro di diversi incidenti mortali che non sono riusciti a prevenire. Le tonalità più scure indicano pattugliamenti più frequenti. Basato sulle mappe dei rapporti giornalieri della missione di peacekeeping russa. Creato dall'autrice.

Percorsi di pattugliamento da marzo ad agosto 2022, quando le forze di peacekeeping russe hanno intensificato la loro presenza nell’area cerchiata, teatro di diversi incidenti mortali che non sono riusciti a prevenire. Le tonalità più scure indicano pattugliamenti più frequenti. Basato sulle mappe dei rapporti giornalieri della missione di peacekeeping russa. Creato dall’autrice

Le distrazioni della Russia, sempre più impegnata su altri fronti, si sono rivelate decisive. Con l’intensificarsi della guerra in Ucraina, Mosca ha indirizzato sempre meno risorse e interesse politico verso il Caucaso meridionale. In un contesto regionale in cui l’Azerbaijan, incoraggiato dalla vittoria del 2020, si è imposto come la prima potenza militare, la Russia non è riuscita, o forse non si è nemmeno impegnata, a contrastare la strisciante avanzata di Baku in Nagorno Karabakh.

Verso la fine del 2022, la portata operativa della missione è stata fortemente ridimensionata. Le missioni di scorta per gli agricoltori armeni che lavoravano nei pressi delle postazioni militari sono state ridotte, la protezione dei pellegrini in visita alle chiese armene è stata abolita. Gli aiuti umanitari sono diminuiti, tanto che le forze di pace russe sono state costrette a distribuire principalmente rifornimenti sponsorizzati dalla diaspora, provenienti dalle comunità armene in Russia.

Diminuzione delle scorte di peacekeeping russe per gli agricoltori armeni locali prima e dopo l'invasione russa dell'Ucraina, che ha impedito alla missione di affrontare il peggioramento della situazione della sicurezza nel Nagorno-Karabakh. Basato su rapporti giornalieri fino al ritiro della missione. Creato dall'autrice

Diminuzione delle scorte di peacekeeping russe per gli agricoltori armeni locali prima e dopo l’invasione russa dell’Ucraina, che ha impedito alla missione di affrontare il peggioramento della situazione della sicurezza nel Nagorno-Karabakh. Basato su rapporti giornalieri fino al ritiro della missione. Creato dall’autrice

La fine della missione russa

L’impotenza della missione è diventata innegabile quando, nell’autunno del 2022, le forze azerbaijane hanno preso il controllo dell’unica strada che collegava il Nagorno Karabakh all’Armenia. I peacekeeper russi, un tempo considerati garanti di sicurezza della rotta, sono rimasti a guardare il blocco di nove mesi imposto dall’Azerbaijan che ha ridotto la regione allo stremo, culminando con un’offensiva militare che, in un solo giorno, ha posto fine alla presenza armena nell’enclave.

Dopo la vittoria dell’Azerbaijan, Mosca ha cercato di scaricare la colpa sull’Armenia che, con il deteriorarsi della situazione, ha provato a coinvolgere mediatori occidentali. Considerando però che la Russia ha schierato unilateralmente le sue forze di peacekeeping, i paesi occidentali e le organizzazioni internazionali non hanno potuto incidere immediatamente sugli eventi in Nagorno Karabakh, consapevoli al contempo di non poter intervenire senza il consenso di Baku. L’Unione europea non ha potuto fare molto oltre a inviare una missione civile di monitoraggio in Armenia dopo l’attacco transfrontaliero lanciato dall’Azerbaijan nel settembre del 2022.

A segnare la fine di una missione fallita è stata la morte di alcuni membri delle forze di peacekeeping russe, compreso un vice comandante, durante l’offensiva finale dell’Azerbaijan nel settembre del 2023. A differenza del 2008, quando Mosca aveva risposto alla morte dei suoi peacekeeper in Ossezia del Sud con un intervento militare su vasta scala in Georgia, in Nagorno Karabakh la Russia ha prontamente accettato le scuse di Baku, proseguendo come se nulla fosse.

Un anno dopo, un monumento ai peacekeeper caduti è sorto di fronte alla sede della missione, poco prima che le ultime truppe russe si ritirassero silenziosamente da una regione in cui non avevano più alcuna funzione.

Lezioni da trarre

Il destino delle forze di pace russe in Nagorno Karabakh rivela una realtà più ampia: gli accordi, a prescindere dal potere dei leader coinvolti, possono rapidamente andare in frantumi se non dispongono di garanzie vincolanti da parte di una coalizione di stati e organizzazioni internazionali. Senza tali garanzie, gli accordi di pace diventano ostaggi dei mutamenti geopolitici e rischiano di degenerare in un preludio a nuovi conflitti, sfollamenti di massa e guerre prolungate.

Il fallimento in Nagorno Karabakh è un forte monito per i fautori degli accordi di pace in Ucraina, e non solo. L’assenza di garanzie credibili porta alla catastrofe. Il prezzo da pagare per aver ignorato questa lezione si conta in vite umane perse, generazioni di sfollati e conflitti infiniti.

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Francia. Disinformazione e guerra invisibile contro l’Armenia (Notizie Geopolitiche 19.08.25)

di Giuseppe Gagliano –

Nell’estate del 2025 l’Armenia è diventata il bersaglio di una delle più sofisticate campagne di disinformazione degli ultimi anni. Un sito fasullo, battezzato “Courriere France 24”, ha simulato di essere un canale legittimo dell’emittente francese e ha pubblicato articoli falsi firmati da giornalisti veri. Una manovra che va oltre la semplice fake news: qui siamo davanti all’usurpazione dell’identità di professionisti dell’informazione, alla manipolazione di immagini e testi generati dall’intelligenza artificiale e a un piano di propaganda volto a destabilizzare la presidenza armena di Nikol Pashinyan.
Il meccanismo è stato semplice quanto efficace. Registrato in Perù a metà giugno, il sito ha rilanciato la notizia secondo cui la Francia avrebbe esportato rifiuti nucleari in Armenia, con la complicità del governo di Yerevan. Per dare autorevolezza, le firme di sei giornalisti di France 24 e di altre testate sono state falsificate. Alcuni, come Romain Fiaschetti, hanno dovuto perfino smentire pubblicamente il furto della loro identità. La storia ha fatto il giro del web: milioni di visualizzazioni, rilanci su social e addirittura la temporanea diffusione da parte di media rispettati. L’effetto voluto era chiaro: indebolire Pashinyan, accusato di corruzione, e gettare ombre sulle relazioni tra Francia e Armenia.
Dietro l’operazione si scorgono due regie. Da un lato Mosca. Il gruppo Storm-1516, collegato all’intelligence russa, è noto per orchestrare campagne simili in Europa. La sua missione: minare la credibilità dei governi filo-occidentali, alimentare sfiducia e seminare caos informativo. Dall’altro lato l’Azerbaigian, da tempo irritato dalle posizioni critiche della Francia e dall’appoggio parigino a Yerevan. Gli account e i media azeri hanno amplificato la falsa notizia sui rifiuti nucleari, sfruttandola per erodere l’immagine della leadership armena. Qui il punto non è soltanto la rivalità con l’Armenia sul Nagorno-Karabakh ma la volontà di colpire la Francia stessa, divenuta in questi anni un avvocato della causa armena nei consessi internazionali.
L’operazione va letta in un quadro più ampio. L’Armenia, tradizionalmente legata a Mosca, ha negli ultimi anni accentuato la sua apertura verso l’Occidente, rafforzando i legami con Parigi e Bruxelles. Una scelta che ha irritato il Cremlino, sempre più convinto che la piccola repubblica caucasica stia sfuggendo alla sua orbita. Per l’Azerbaigian, invece, è l’occasione di sfruttare gli strumenti digitali per compensare sul piano politico ciò che ha già ottenuto su quello militare: la superiorità sul campo dopo la guerra del 2020 e la riconquista del Karabakh. Disinformare significa plasmare l’opinione pubblica, indebolire la legittimità di un leader, preparare il terreno a nuovi equilibri regionali.
L’impatto della campagna non va sottovalutato. La storia sui rifiuti nucleari ha avuto oltre due milioni di visualizzazioni su X. L’Armenia, che già vive una fase delicata di instabilità politica ed economica, si trova a dover fronteggiare non solo le pressioni militari dell’Azerbaigian ma anche un attacco informativo che mina la fiducia interna e i rapporti con i partner esterni. La Francia, a sua volta, viene trascinata in una guerra digitale che mira a screditarne il ruolo internazionale, proprio mentre cerca di rafforzare la sua influenza nel Caucaso.
La vicenda dimostra che la disinformazione non è un fastidio marginale ma un’arma geopolitica a tutti gli effetti. Non si tratta soltanto di “fake news”: è un campo di battaglia in cui gli Stati testano nuove tecniche di influenza, combinando strumenti tradizionali della propaganda con le potenzialità dell’intelligenza artificiale. France 24 ha reagito smascherando il sito e i giornalisti colpiti hanno avviato azioni legali. Ma la sfida rimane aperta: per l’Armenia come per la Francia, la difesa della verità è diventata parte integrante della sicurezza nazionale.

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Trump ospita il vertice Aliyev-Pashinyan (Osservatorio Balcani e Caucaso 18.08.25)

Baku e Yerevan hanno fatto ulteriori passi verso la pace durante un incontro, definito storico, ospitato e facilitato da Donald Trump. I leader di Armenia e Azerbaijan annunciano di volerlo candidare al Premio Nobel per la Pace

18/08/2025 –  Onnik James Krikorian

Lo scorso 8 agosto Armenia e Azerbaijan hanno fatto un ulteriore passo verso la normalizzazione delle relazioni bilaterali in un ambiente assai insolito – la Casa Bianca. Anche in passato c’erano stati incontri tra le due parti a Washington, mai però di così alto livello.

Durante il loro primo incontro trilaterale, il premier armeno Nikol Pashinyan, il presidente azerbaijano Ilham Aliyev e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno firmato una dichiarazione congiunta in sette punti che delinea il loro impegno per finalizzare il tanto atteso trattato di pace.

Nel corso dei colloqui a Washington, il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan e il suo omologo azerbaijano Jeyhun Bayramov hanno sottoscritto l’Accordo sulla pace e l’instaurazione di relazioni interstatali, che comprende diciassette punti.

Un gesto che, pur ribadendo quanto scritto nella bozza dell’accordo, finalizzata a marzo, non è sufficiente. Restano infatti da soddisfare due condizioni prima di concludere definitivamente e ratificare il trattato: sciogliere il Gruppo di Minsk dell’OSCE, ormai inattivo, che prima della guerra del 2020 aveva funto da mediatore tra le parti, e rimuovere un controverso preambolo dalla Costituzione armena.

È improbabile che questo accada prima della metà del prossimo anno. Ad ogni modo, durante l’incontro con Trump le parti hanno avanzato una richiesta congiunta di sciogliere il Gruppo di Minsk.

Un altro risvolto significativo del vertice di Washington è la pubblicazione, lo scorso 11 agosto, dei dettagli della bozza del trattato di pace. Le parti sembrano aver compiuto progressi sufficienti per far credere a molti che una pace duratura e sostenibile sia a portata di mano.

Questo implica il riconoscimento reciproco dei territori e dei confini, il continuo impegno per delimitare e demarcare i confini, l’obbligo reciproco di rinunciare alle rivendicazioni territoriali e di astenersi dall’uso della forza e dall’ingerenza negli affari interni della controparte, l’instaurazione di relazioni diplomatiche, gli sforzi per evitare la presenza di truppe di paesi terzi sul confine condiviso e per affrontare la questione delle persone scomparse a causa del conflitto che si è protratto per oltre trent’anni. Una commissione bilaterale monitorerà il rispetto dell’accordo.

Uno dei punti più sorprendenti della dichiarazione congiunta è l’annuncio della Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), un collegamento di transito tra l’Azerbaijan e la sua exclave di Nakhchivan attraverso l’Armenia. Già noto come “corridoio di Zangezur” – anche se l’Armenia si è sempre opposta a questo nome – il percorso dovrebbe essere realizzato concedendo alle aziende americane diritti di sviluppo esclusivi per un massimo di novantanove anni.

Le trattative sarebbero già in corso, anche se non è ancora chiaro come l’idea possa essere messa in pratica. Non si sa nemmeno quando l’annunciato percorso di 44 chilometri possa essere inaugurato.

Inizialmente la Russia si era opposta ad un maggiore coinvolgimento degli Stati Uniti, esortando l’Armenia e l’Azerbaijan a rimanere legati ad un gruppo di lavoro trilaterale per raggiungere un accordo sullo sblocco dei trasporti regionali che includesse Mosca. A Yerevan, l’opposizione accusa Pashinyan di voler cedere sovranità, accuse respinte dal governo.

Sia Aliyev che Pashinyan hanno sottolineato la necessità di fare ulteriori passi prima di siglare un accordo di pace. Il presidente azerbaijano resta però fiducioso che Yerevan possa modificare la propria Costituzione per permettere la ratifica dell’accordo entro la metà del 2026.

La dichiarazione congiunta firmata a Washington spiana la strada anche ad una nuova Carta di partenariato strategico tra Stati Uniti e Azerbaijan e all’abrogazione della Sezione 907 del Freedom Support Act statunitense del 1992. Questa disposizione vieta gli aiuti finanziari diretti a Baku, anche se dal 2001 di solito non viene applicata.

L’incontro di Washington ha suscitato entusiasmo della comunità internazionale, compresi la NATO, l’UE, il Regno Unito e persino l’Iran, anche se Teheran ha messo in guardia sui “cambiamenti geopolitici” al confine con l’Armenia.

La Russia e l’Iran sono entrambi visti come potenziali oppositori all’accordo, e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian è atteso in Armenia a breve. Ora Yerevan sta cercando di dissipare le preoccupazioni dei funzionari più intransigenti di Teheran, che hanno reagito al vertice di Washington con toni più aggressivi.

L’opposizione armena cerca di sfruttare il processo di normalizzazione delle relazioni con Baku per screditare Pashinyan in vista delle elezioni del prossimo anno. Non stupisce quindi la reazione delle forze di opposizione, secondo cui il governo avrebbe oltrepassato la sua stessa linea rossa, concedendo all’Azerbaijan un passaggio agevole senza chiedere un percorso reciproco per l’Armenia quando un giorno i suoi cittadini vorranno attraversare il Nakhchivan.

Il primo presidente dell’Armenia, Levon Ter-Petrosyan, il cui partito Congresso Nazionale Armeno (ANC) si oppone a Pashinyan, è stato più cauto nella sua valutazione. Interpellato dai giornalisti, Petrosyan ha affermato che non sarà possibile trarre conclusioni definitive dall’incontro di Washington finché i punti concordati non saranno attuati. Questi dettagli sono fondamentali, considerando il clima, già teso, che vige nel paese in vista delle elezioni.

Ad ogni modo, sia Aliyev che Pashinyan sembrano soddisfatti dei risultati dell’incontro, annunciando di voler candidare Trump al Premio Nobel per la Pace, cosa che il presidente statunitense desidera ardentemente.

Yerevan e Baku non sono mai state così vicine ad un accordo di pace come lo sono oggi. L’Iran e la Russia dovranno trovare un compromesso per evitare di compromettere qualsiasi accordo. Al momento, le prospettive sembrano promettenti. Mancano però solo dieci mesi alle elezioni parlamentari in Armenia, quando tutto potrebbe cambiare.

Un sondaggio condotto a giugno dall’International Republican Institute (IRI) ha rilevato che il 47% degli armeni è favorevole ad un accordo con l’Azerbaijan, mentre il 10% ha affermato di non poter rispondere alla domanda prima di leggere le disposizioni del trattato.

Al momento della stesura di questo articolo non sono stati effettuati nuovi sondaggi per permettere un confronto dei dati dopo la pubblicazione dell’accordo, reso disponibile contemporaneamente dai ministeri degli Esteri di Armenia e Azerbaijan la scorsa settimana.

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CAUCASO: Verso la firma della pace tra Armenia e Azerbaigian (EastJournal)


 

Iran, il ministero degli Esteri: “Non accetteremo la presenza di truppe Usa al confine con l’Armenia” (Agenzia Nova) 

L’Iran non accetterà cambiamenti geopolitici nell’area di confine con l’Armenia, né tantomeno la presenza di forze militari statunitensi o compagnie di sicurezza private incaricate di attuare pattugliamenti nell’area. Lo ha detto il ministro degli Esteri dell’Iran, Abbas Araghchi, commentando la recente intesa, siglata tra l’Armenia e l’Azerbaigian con la mediazione degli Stati Uniti, che prevede la creazione di un corridoio di terra (Trump Route for International Peace and Prosperity) che connette l’Azerbaigian alla Repubblica autonoma di Naxcivan, exclave azerbaigiana situata 450 chilometri a ovest di Baku e all’interno del territorio dello Stato armeno. A riferirlo è lo stesso ministro iraniano in una nota su Telegram, secondo cui obiettivo di Teheran è “impedire cambiamenti geopolitici nella regione ed evitare interferenze nella sovranità e nell’integrità territoriale dell’Armenia”.

Araghchi ha sottolineato che la leadership armena ha confermato a quella iraniana che “le linee rosse della Repubblica islamica non saranno inficiate dal nuovo corridoio – che passerà in territorio armeno – e che non ci sarà nessuna presenza militare statunitense né di società di sicurezza private legate a Washington”. Il capo della diplomazia di Teheran ha poi esaminato le possibili conseguenze economiche di questo accordo. “La nuova via potrebbe avere alcune conseguenze economiche, riducendo leggermente l’importanza della rotta di transito che passa attraverso l’Iran”, ha spiegato Araghchi, aggiungendo che “nella misura in cui il corridoio rimarrà sotto sovranità armena, non potremo sollevare nessuna obiezione”.

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