In Libano inaugurato il giardino dei giusti (Korazym 08.08.19)

Nello scorso 29 giugno il Console onorario d’Armenia in Italia e Cofondatore di Gariwo Pietro Kuciukian, ha inaugurato il primo Giardino dei Giusti nel Paese, nel villaggio di Kfarnabrakh, in Libano, definendo “un miracolo quello della nascita del primo Giardino dei Giusti in Libano, a Kfarnabrakh, un villaggio a 45 chilometri da Beirut che non raggiunge i 10.000 abitanti, ma che ospita 1.500 rifugiati siriani”.

L’iniziativa nasce dalla volontà di Gariwo e dell’associazione libanese Annas Linnas di perseguire il bene comune e la solidarietà. L’associazione Annas Linnas, costituita nel 2009 dal padre greco-melchita-basiliense Abdo Raad per favorire la convivenza tra la popolazione locale e i rifugiati, è impegnata dal 2011 ad alleviare i disagi causati dall’arrivo di nuovi profughi dai Paesi limitrofi. Tra le sue attività c’è appunto il Giardino Educativo Sensoriale, progettato come spazio aperto per la preghiera individuale e la discussione collettiva a contatto con la natura. Questi i Giusti onorati: Carlo Angela, Faraaz Hussein, Jakob e Elisabeth Künzler, Antonia Locatelli, Fridtjof Nansen, Andrej Sacharov, Sophie Scholl, Azucena Villaflor e Armin T. Wegner.

La cerimonia è stata anche l’occasione per ringraziare l’associazione svizzera Elias e in particolare il suo Presidente, Yves Tabin, per l’importante contributo donato per la realizzazione del Giardino. Nel Giardino Educativo Sensoriale che sorge sulla collina di Kfarnabrakh nella catena del Monte Libano – scuola e spazio aperto per la meditazione individuale e per la discussione collettiva a contatto con la natura oggi arricchito dal Giardino dei Giusti dell’Umanità – sono proprio la popolazione locale e i rifugiati a vincere il caos e a compiere il miracolo di poter restituire ai bambini il loro tempo, cambiare la loro vita, come ha spiegato p. Abdo Raad:

“Si è pensato a un Giardino perché capire e difendere la Natura, per assicurare una vita migliore per tutti, è un’aspirazione comune a gruppi etnici, religioni, nazionalità e classi di età diversi. Amare la Natura è una preghiera a Dio, poiché tutte le religioni riconoscono il proprio Dio come creatore della Natura”.

Nel discorso il console onorario armeno ha ricordato le proprie radici: “Sono figlio di un sopravvissuto al genocidio armeno. Mio padre è giunto in Italia a 12 anni nel 1915. Era determinato a dimenticare. Ma prima di morire ha rotto il silenzio. Lui e tutta la sua famiglia erano stati salvati a Costantinopoli da un amico turco che li ha nascosti e sulla porta di casa negava la presenza di armeni.

Fu un atto giusto di un uomo normale, la decisione di scegliere il bene, di far valere i valori della solidarietà, di non considerare l’altro, anche se diverso, un nemico. Per anni mi ero immerso nel male del mio popolo. Un amico professore alla Sorbona mi aveva consigliato di cambiare per non impazzire. Dopo il racconto di mio padre mi sono dedicato alla ricerca del bene al tempo del male.

Dagli anni ’90 sono andato alla ricerca dei quei Giusti che hanno salvato gli armeni o hanno testimoniato la verità; ho raccolto e trasportato le loro ceneri o la loro terra tombale a Yerevan, e li ho onorati al Memoriale del genocidio. Ho ricostruito anche le storie dei turchi ottomani che hanno rischiato o perso la vita disobbedendo agli ordini.

I Giusti sono il tramite della ripresa del dialogo e della realizzazione della pace tra i popoli”. Ed ha ricordato che anche di fronte agli orrori è possibile restare umani: “Questa terra è vicina al cuore degli armeni, perché ha offerto rifugio a tanti sopravvissuti. E anche qui oggi ci sono persone che praticano l’accoglienza verso nuovi rifugiati.

Le figure dei Giusti che oggi onoriamo ci dicono che si può restare umani in contesti difficili, che si possono abbattere i muri e iniziare cammini nuovi nella nostra convivenza civile. I Giusti ci insegnano a comprendere le ragioni dell’altro e persino a considerare il punto di vista del nemico”.

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Patrimonio dell’Umanità UNESCO, quest’anno piovono le critiche. È un sistema da cambiare? (finestresullarte 04.08.19)

Lo scorso 9 luglio usciva su Hyperallergic un lungo articolo, firmato dal ricercatore in scienze politiche Simon Maghakyan, che definiva la riunione annuale del World Heritage Committee dell’UNESCO (il comitato che decide sui siti che fanno parte, o entreranno a far parte, del Patrimonio Mondiale dell’Umanità) come un “insulto al Patrimonio Mondiale”. La durissima posizione di Maghakyan nei confronti dell’UNESCO è motivata da ragioni politiche e culturali: com’è noto, la sessione annuale del comitato si è tenuta a Baku, in Azerbaigian, il cui governo viene da più parti indicato come responsabile di quello che Maghakyan stesso già da tempo ritiene “il più grave genocidio culturale del ventunesimo secolo”. Stando a quanto riporta il ricercatore, negli ultimi trent’anni l’Azerbaigian ha cancellato nel paese gran parte del patrimonio culturale degli armeni: un’operazione di distruzione massiva che, per estensione, supererebbe anche quella compiuta dall’Isis in Siria e in Iraq. Simbolo di questa campagna è l’antica città di Julfa, che fino a non molto tempo fa ospitava un cimitero medievale con la più vasta raccolta esistente di khachkar (la stele funeraria tipica degli armeni, di solito fittamente decorata con elaboratissimi motivi ornamentali e con al centro una croce: dal 2010 i khachkar fanno parte del Patrimonio Intangibile dell’Unesco). Tra il 1998 e il 2006, il sito è stato deliberatamente distrutto (“il cimitero, antico di mille e cinquecento anni”, sottolineava l’Icomos nel 2006, “è stato completamente raso al suolo”), e ci sono fotografie e video che possono fornire testimonianze della devastazione. Stando al governo azero, non ci sarebbe stata alcuna distruzione: semplicemente, i monumenti dei quali molti lamentano la scomparsa, non sarebbero mai esistiti.

Maghakyan ha puntato il dito contro l’UNESCO affermando che non soltanto l’organizzazione mondiale preposta alla tutela della cultura non ha aperto bocca per condannare pubblicamente le distruzioni del patrimonio armeno in Azerbaigian (paese nel quale, occorre specificare, è forte e persistente il sentimento antiarmeno, e gli armeni sono, secondo una relazione della Commissione Europea contro il razzismo e l’intolleranza, “il gruppo più vulnerabile in Azerbaigian in fatto di razzismo e discriminazione razziale”), ma che si è anche spinta a definire l’Azerbaigian come una “terra della tolleranza”. Alla base della collaborazione tra UNESCO e Azerbaigian, denuncia Maghakyan, ci sarebbero motivazioni economiche, tra cui una donazione di cinque milioni di dollari che nel 2013 l’Azerbaigian ha garantito all’UNESCO. Ma se è vero che l’UNESCO non riceve adeguati finanziamenti, è altrettanto vero che non dovrebbe legarsi troppo ai suoi donatori: “si potrebbe discutere sul fatto che sia giusto o meno che l’UNESCO recida ogni legame con un paese che ha fondato la propria ricchezza sul petrolio e che ha distrutto 28mila monumenti”, concludeva Maghakyan, “ma aver ospitato la principale riunione mondiale sulla conservazione del patrimonio è una sorta di punto di non ritorno: e la crudele ironia dell’UNESCO nell’ospitare la sessione annuale del World Heritage Committee è nient’altro che un insulto a tutto il patrimonio mondiale”.

Il cimitero di Julfa in una foto del 1915
Il cimitero di Julfa in una foto del 1915

Ma non c’è solo il problema dell’Azerbaigian a tener banco. Meno gravi, ma comunque pressanti, sono le questioni che riguardano nello specifico il nostro paese. L’UNESCO non ha fatto granché per salvare Venezia dai problemi del turismo di massa: avrebbe potuto iscrivere la città lagunare nei siti a rischio (sono notizie delle ultime settimane i danni, e i potenziali danni, causati dalle navi da crociera in transito per il canale della Giudecca e non solo), ottenendo nello stesso tempo due buoni risultati, ovvero ufficializzare la situazione di rischio che corre la città, e aprire una discussione su quali siano le armi di cui l’UNESCO dispone per affrontare problemi nuovi, nati negli ultimi anni, come quelli derivanti dal fenomeno dell’overtourism. La giornalista Anna Somers Cocks, fondatrice di The Art Newspaper e in passato presidente, per dodici anni, dell’associzione Venice in Perilsi è domandata nei giorni scorsi “che cosa può fare l’UNESCO”, se “è diventato così pavido e privo di speranze nel difendere i suoi siti, e se non riesce a riconoscere l’ovvio fatto che Venezia è in pericolo”.

E ancora, feroci polemiche sono sorte attorno alla nomina del cinquantacinquesimo sito italiano del Patrimonio dell’Umanità, le Colline del Prosecco: i colli attorno a Conegliano e Valdobbiadene famosi in tutto il mondo per la loro produzione vinicola sono oggetto, stando a uno studio dell’Università di Padova, di un forte rischio di erosione, legato alle arature intensive, alla compattazione del terreno, ai diserbanti utilizzati nelle coltivazioni, al fatto che vengano coltivati anche versanti fragili delle colline. E la situazione peggiora di anno in anno, perché le colture intesive delle viti le cui uve si trasformeranno in prosecco si estendono a scapito di altri tipi di coltivazioni, fagocitando boschi e prati. Ciò che in questo caso servirebbe, secondo Massimo De Marchi, esperto di politiche territoriali e ambientali e docente di Metodi di Valutazione Ambientale presso l’ateneo patavino, è una riflessione “sul modello di agricoltura che stiamo proponendo”: manca in Italia un piano agroecologico e il nostro paese è in ritardo rispetto all’Europa nel ragionare su “cosa significhi pensare a una produzione che alimenti centinaia di milioni di cittadini europei solo con un modello agroecologico”.Già lo scorso marzo le associazioni ambientaliste avevano lanciato una marcia di protesta contro la candidatura UNESCO delle Colline del Prosecco, evidenziando come i vitigni per la produzione industriale del prosecco abbiano totalmente stravolto le colline (con sbancamenti e disboscamenti), modificando in maniera massiccia un paesaggio che oggi appare del tutto diverso rispetto a come si presentava anche soltanto dieci anni fa, come la monocoltura del prosecco abbia portato alla scomparsa di circa la metà delle specie di uccelli del territorio, come dalle coltivazioni derivino i pericoli idrogeologici che i continui sbancamenti creano agli abitanti, come il largo utilizzo di pesticidi favorisca l’inquinamento. È peraltro notizia di pochi giorni fa la protesta di un gruppo di cittadini di Miane, vicino Treviso, contro il disboscamento di una collina che dovrà accogliere un nuovo vigneto (gli abitanti paventano, come appena ricordato, rischi per la stabilità idrogeologica del luogo e per la salute di quanti vivono nell’area). L’UNESCO, in sostanza, sembra aver inserito nel suo patrimonio un sito che forse andrebbe già iscritto nell’elenco di quelli in pericolo.

Quando un sito viene inserito nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità, è quasi naturale associare il riconoscimento ai benefici che potrebbe portare per il turismo, oppure considerarlo, come verrebbe da pensare scorrendo le dichiarazioni dei politici riguardo le Colline del Prosecco, una sorta di certificato all’eccellenza: eppure il Patrimonio Mondiale non nasce come bollino turistico, ma come elenco di siti da tutelare e preservare con la massima cura per farli arrivare alle generazioni future così come li abbiamo ereditati. “Il patrimonio culturale e naturale”, si legge nelle linee guida ufficiale dell’organizzazione, “è una risorsa senza prezzo e insostituibile non solo per le singole nazioni, ma per tutta l’umanità. La perdita, attraverso il deterioramento o la sparizione, di qualsiasi di queste preziose risorse, costituisce un impoverimento del patrimonio di tutti i popoli del mondo. Parti di questo patrimonio, a causa delle loro eccezionali qualità, possono essere considerate di ‘straordinario valore universale”, e sono pertanto degne di una protezione speciale contro i pericoli che sempre più le minacciano”.

L’UNESCO è ancora in grado di tener fede a queste linee guida? La risposta, ovviamente, non può che essere affermativa, ma forse è ora che l’organizzazione cominci a riconsiderare se stessa e a cambiare i suoi sistemi di lavoro: rivedere certi legami politici (il caso dell’Azerbaigian è emblematico), alleggerire la sua burocratizzazione, riconsiderare i criterî di assegnazione del riconoscimento se è vero che ci sono troppi siti e se è vero che al contrario molti monumenti degni di nota sono ancora esclusi (il 16 luglio scorso, il giornalista Oliver Smith, in un articolo sul Telegraph, faceva ironicamente notare che nel Patrimonio Mondiale sono inclusi anche “uno stabilimento di confezionamento della carne in Uruguay, una fabbrica di scarpe in Germania e un ascensore idraulico in Belgio”), assumere impegni più stringenti nel valutare i siti in pericolo, esercitare pressioni più forti sui paesi nei quali si trovano tali siti potrebbero essere azioni da intraprendere in futuro. In un fervido articolo pubblicato lo scorso 10 luglio su The Art Newspaper e dedicato al fallimento, da parte dell’UNESCO, nel proteggere Venezia alla riunione di Baku, Francesco Bandarin, già direttore del World Heritage Centre dell’UNESCO, si chiedeva se “si può fare qualcosa per fare in modo che il World Heritage Committee smetta di essere un mercato di scambio di favori tra nazioni e torni a essere ciò che era quando fu firmata la convenzione sul patrimonio mondiale del 1972”. È quello che sempre più osservatori cominciano a domandarsi.

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Altri aspetti della Conferenza della pace di Sanremo del 1920. Un evento da celebrare degnamente (Sanremonews.it 04.04.19)

Gli echi degli avvenimenti nel Caucaso giunsero a Sanremo durante i lavori di quella conferenza di pace. Armenia, Georgia e  Azerbaijan, riuniti in una sola, se pur effimera, repubblica transcaucasica, nel timore di un ritorno russo o bolscevico o bianco, si muovevano per riaffermare i loro diritti nazionali. La situazione tuttavia non era stabile, anche per le rivalità tra quei popoli. Analogamente si poneva il problema delle ambizioni turche nell’area e della volontà dei nazionalisti turchi di contrastare il sorgere di uno stato armeno, che di fatto sorgerà poi, parzialmente, solo come repubblica sovietica. Le promesse di una grande Armenia e di uno Stato curdo non furono del resto mantenute dai vincitori del primo conflitto mondiale.

A Sanremo giungeva inoltre notizia che i bolscevichi, in violazione del trattato di Berlino, marciavano sul porto georgiano di Batum (oggi Batumi, ameno ritrovo balneare per turisti turchi e russi) sul Mar Nero e si faceva strada tra i delegati, da Nitti a Lloyd George, il progetto di inviare un corpo di spedizione antisovietica nella zona. E se la Francia armo’ una flotta diretta nella regione, le condizioni sul terreno non cambiarono. Il potere sovietico stava vincendo. Già le informazioni sul genocidio armeno e di altri colpi di mano turchi ormai promossi dai kemalisti, vittoriosi su greci e armeni, investivano in modo crescente i lavori della conferenza sanremese. La caduta della dinastia ottomana (l’ultimo rampollo trovò rifugio proprio nella Città dei Fiori, dove si spense) e il consolidarsi leninista in Russia e negli altri ex territori zarista trovò spazio nelle discussioni nel vertice diplomatico di Sanremo. Affioro’ pure l’idea di una commissione d’inchiesta su ciò che stava accadendo in Russia. In sostanza il problema internazionale  seriamente tenuto presente in quel periodo era solo quello tedesco; gli altri non avevano, per gli Alleati, la giusta importanza e fu un errore.

In altri termini, se a Sanremo vide la luce il Medio Oriente come lo conosciamo, è anche vero che ci si occupo’ degli altri problemi in maniera più sfumata. Il pericolo bolscevico non era certamente sottovalutato, ma a Sanremo ci si accontentò di pensare che la Russia, privata della Polonia, era ormai estranea al concerto europeo. La sola potenza europea a livello mondiale presente a Sanremo era la Gran Bretagna e l’uscita di scena della Russia fu sotto molti aspetti considerata una questione positiva, dal momento che sia la Francia che gli inglesi avevano avuto un numero maggiore di grane dalla politica della Russia zarista di quante ne avrebbero potuto  avere dalla propaganda comunista nel Vicino e nel Medio Oriente o in India negli anni successivi.

Diverso il discorso dell’America che si isolava solo formalmente, ma ormai consacrata la prima potenza globale. La conferenza di Sanremo, di cui si sta per celebrare il centenario, mostra dunque non pochi aspetti ancora da approfondire. Una memoria di grande importanza, dunque, quella della conferenza, non solo sul piano storico e diplomatico, ma anche di richiamo per coloro che amano Sanremo e questa Riviera.

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Armenia: esplosione in autostrada Erevan-Sevan, polizia segue pista terroristica (Agenzianova 02.08.19)

Erevan, 02 ago 15:31 – (Agenzia Nova) – Si è verificata un’esplosione lungo l’autostrada Erevan-Sevan, nei pressi della città di Abovyan. Secondo le autorità, la deflagrazione non ha provocato vittime o feriti. Il dipartimento investigativo del comitato investigativo di Kotayk ha avviato un procedimento penale per “tentato omicidio”, secondo quanto riferisce “Armenpress”. Secondo i servizi di soccorso, due Suv sono stati danneggiati nell’esplosione. Non è chiaro se i veicoli fossero parcheggiati o fossero in movimento. Sebbene al momento siano pochi i dettagli noti, il comitato investigativo ha riferito che è stato avviato un procedimento penale con l’accusa di “tentato omicidio” e “possesso illegale, trasporto e trasporto di armi da fuoco, munizioni ed esplosivi”. Le autorità non hanno indicato chi potrebbe essere il potenziale obiettivo e sinora non hanno fornito l’identikit di un potenziale sospettato. “È in corso un’indagine”, hanno affermato le autorità. Una foto della scena mostra i danni causati da quella che sembra essere un ordigno piazzato lungo la strada. (Res)

Armenia: smantellata rete irachena che gestiva traffico di migranti irregolari (Agenzia Nova 01.08.19)

Erevan, 01 ago 15:50 – (Agenzia Nova) – Il Servizio di sicurezza nazionale dell’Armenia (Nss) ha dichiarato di aver intercettato un gruppo criminale che avrebbe aiutato dei migranti iracheni a raggiungere l’Europa attraverso il paese caucasico utilizzando documenti di identità falsi. “Un gruppo di cittadini iracheni ha organizzato una rete di immigrazione clandestina per alcuni loro connazionali: a queste persone sono stati forniti documenti falsi per 12 mila euro per favorirne il transito verso l’Europa attraverso l’Armenia”, ha riferito l’Nss in un comunicato. L’agenzia ha aggiunto di aver arrestato diversi membri del gruppo criminale all’aeroporto di Erevan: gli uomini sono entrati in Armenia con i loro passaporti autentici e hanno quindi tentato di salire a bordo di un aereo diretto a Vienna con falsi passaporti spagnoli e francesi. Inoltre, l’Nss ha comunicato di aver intercettato le attività di due cittadini armeni sospettati di traffico di migranti in Europa: queste due persone avrebbero dei legami col gruppo iracheno. (Res)

Vartavar, la festa del raccolto in Armenia (Assadakah 31.07.19)

Letizia Leonardi – Si è svolta ieri, 28 luglio, in Armenia il giorno dedicato alla Trasfigurazione o Festa dell’acqua: Vardavar o Vartavar. Non è un giorno fisso sul calendario perché dipende da quando cade la Pasqua. L’anno prossimo, ad esempio, la Festa dell’Acqua si festeggerà il 20 luglio. Si fa presto a calcolarla: 14 settimane dopo il giorno di Pasqua.

Il Vartavar rappresenta la più importante ricorrenza del periodo estivo nel calendario armeno. Si tratta di una delle più antiche celebrazioni risalenti addirittura al periodo del paganesimo, un cerimoniale associato alla dea Astghik, una figura mitica spesso identificata con Afrodite greca, perché protettrice delle acque, della bellezza e dell’amore. Una divinità con occhi lucenti come le stelle e capelli mossi, come onde del mare. Il Vartavar rappresenta la rinascita della natura dopo il gelo dell’inverno. Anche in questa occasione si nota il rispetto e l’importanza che ha il popolo armeno per la natura. Durante il cerimoniale pagano si svolgevano balli e canti e i partecipanti venivano bagnati con l’acqua per eliminare le impurità e cospargevano di petali di rose profumati, simbolo di amore e prosperità. Dopo l’adozione del cristianesimo la chiesa ha trasformato questa celebrazione nella festa della Trasfigurazione di Cristo.

Nel giorno di Vardavar, tutti gli armeni si bagnano allegramente o si schizzano l’un l’altro con l’acqua. È una festa molto popolare e sentita, soprattutto tra i bambini e i giovani. Protagonisti indiscussi sono i fiori e l’acqua: i giovani lanciano secchiate d’acqua, gli innamorati si regalano fiori e rose e si liberano colombe in memoria di quella che volò dopo la fine del diluvio universale. Il nome Vartavar deriva dal termine vart che significa rosa, rose che venivano simbolicamente donate alla dea Astghik e da var che significa ascesa e,in onore alla dea della fertilità, questa celebrazione avveniva nel periodo del raccolto

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ASIA/TURCHIA – Sono 12 i potenziali candidati alla carica di Patriarca armeno di Costantinopoli (Agenzia Fides 30.07.17)

Istanbul (Agenzia Fides) – Sono almeno 12 i Vescovi della Chiesa armena apostolica che hanno i requisiti per essere eletti alla carica di Patriarca armeno di Costantinopoli, rimasta vacante dopo la morte di Mesrob II Mutafyan, spentosi lo scorso 8 marzo, dopo che una malattia degenerativa lo aveva reso inabile dal 2008. La principale condizione posta dal decreto turco del 1961 che regola l’elezione patriarcale, dispone che i candidati legittimi alle elezioni siano nati in Turchia o abbiano almeno il padre registrato come cittadino turco. Il giornale bilingue turco-armeno Agos, stampato a Istanbul, ha pubblicato la lista dei potenziali candidati al soglio patriarcale, tra i quali spiccano i nomi dell’Arcivescovo Sahak Masalyan – attualmente incaricato di coordinare l’intero processo elettorale, in qualità di “Degabah” (fiduciario) – e l’Arcivescovo Aram Athesyan, già “locum tenens” del Patriarcato nei lunghi anni di malattia del Patriarca Mesrob. Nella lista dei candidati figurano anche i Vescovi Daniel Findikyan e Vicken Aykazyan, mentre tra i potenziali candidati residenti in Armenia l’Arcivescovo Khajag Barsamyan ha già annunciato di non voler prendere parte all’elezione patriarcale.
Il processo per l’elezione del nuovo Patriarca armeno di Costantinopoli sembra aver imboccato ora la dirittura d’arrivo, dopo le controversie e gli incidenti che ne avevano condizionato l’avvio. Come riferito da Fides (vedi Fides 4/4/2018), nel febbraio 2018 l’ufficio del governatore di Istanbul aveva azzerato il processo elettorale già avviato per cercare il successore del malato Patriarca Mesrob. A quel tempo, le autorità turche avevano bloccato l’iter elettorale facendo appello alla circostanza che il Patriarca Mesrob era ancora vivo, seppur ridotto in stato vegetativo, e le disposizioni giuridiche turche prevedono che si possa eleggere e insediare un nuovo Patriarca armeno solo quando la carica rimane vacante con la morte del predecessore.
Sulla tormentata vicenda della elezione del nuovo Patriarca armeno di Costantinopoli era intervenuto a più riprese anche il Consiglio spirituale supremo del Catholicosato armeno di Echmiadzin, lamentando che le contrapposizioni tra individui e gruppi ecclesiali in seno al Patriarcato armeno di Costantinopoli avevano aperto la strada alle “interferenze esterne”, comprese quelle degli apparati politici turchi. (GV) (Agenzia Fides 30/7/2019)

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Arshile Gorky: 1904 – 1948 (nonsolocinema.com 29.07.19)

Arshile Gorky – nato Vostanik Adoian – a 16 anni emigra negli Stati Uniti per ricongiungersi con il padre, il giovane è scappato prima dalla natia Turchia dove un terribile genocidio stava decimando gli armeni e in seguito pure dall’Armenia, la terra dove ha visto la madre morire di stenti. In America Arshile studia arte all’Accademia di Boston e a 21 anni si trasferisce a New York, nella Grande Mela entra in contatto con la fervente comunità artistica della metropoli, diventando amico di Stuart Davis e Willem de Kooning. Nonostante sia stato uno degli artisti più rilevanti dell’astrattismo americano, non è conosciuto dal grande pubblico quanto alcuni suoi colleghi.

La ricca esposizione alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro– prima completa retrospettiva del pittore in Italia – aiuta il visitatore a comprendere il percorso dell’artista. Le prime due sale dell’esposizione dimostrano, attraverso differenti tele, la passione che spinge Gorky a una costante ricerca espressiva: il suo amore per Cézanne, i primi passi con il movimento cubista e poi l’attenzione rivolta a singoli artisti come Paolo Uccello e Ingres unito all’interesse per i contemporanei. Nei ritratti pervade una sacralità monumentale che richiama senza dubbio Picasso, successivamente nelle varie nature morte intravediamo Miró e Léger. Nella terza stanza, osservando i materiali disposti nelle teche, il quadro diventa più chiaro: studi, ricerche, influenze, ricordi tutto serviva a formare la poetica di Gorky e quanto esposto ne testimonia l’incredibile cultura visiva.

I tanti disegni che produceva lo aiutavano a sviluppare il suo stile; pastello e matite colorate, carboncino o inchiostro erano al servizio di una furia creativa che pian piano diventa elemento riconoscibile dell’artista. Anche qui sottopelle si intravede un altro pittore: Roberto Matta e gli universi che ruotano attorno al surrealismo. Gorky vedeva in modo differente da tutti, aveva studiato e sperimentato diversi stili ma infine ciò che emerge nelle sue tele è proprio un profilo surreale, non a caso Breton – anche lui immigrato in America – si recava ospite a casa sua. Una sera durante una cena Breton chiese all’artista di spiegargli cosa vedeva e Gorky, tenendo in mano una foglia di carciofo, disse che non vedeva una foglia, ma un gufo.

Gorky “sente la natura viva” – come sostiene la moglie nel film The eye spring (visibile in mostra) – e possiede la capacità di fondere diversi ricordi, soprattutto immagini di paesaggi interiori e esteriori: l’Armenia dell’infanzia e l’America selvaggia del presente in Virginia o Connecticut.

PastoralAnti-MedusaApple Orchard contengono un’esplosione di vita, diventiamo spettatori inerti davanti a tanto colore, stupiti dalla materia che cola e copre il supporto. Al tempo stesso avvertiamo un sottile dolore che corre in quelle cascate di colore, in Waterfallad esempio, dove le pozze di giallo si mischiano a ruscelli di verde e la vita e la morte si uniscono in poesia.

Le tele dell’ultimo periodo: The Liver Is the Cock’s CombOne Year the Milkweed, Landscape-Table sono capolavori che mantengono la freschezza della contemporaneità, poiché sono avvisaglie del suo tempo – quando De Kooning dichiarava che Pollock in fondo aveva rotto il ghiaccio con il dripping – ma sono pure testimoni del nostro presente, che possiamo ben intravedere in quella matassa caotica di colore e forme che è la vita.

 

ARSHILE GORKY 1904 – 1948

Dal 9 maggio al 22 settembre 2019
Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna, Santa Croce 2076 (fermata vaporetto: San Stae), Venezia

Orari

Dal 1 aprile al 31 ottobre: 10.30 – 18 / dal 1 novembre al 31 marzo: 10.30 – 16.30.  Chiuso il lunedì

Biglietti

Intero: 14,00 euro / Ridotto: 11,50 euro / Gratuito: Residenti e nati nel Comune di Venezia; bambini da 0 a 5 anni; persone con disabilità e accompagnatore; Guide turistiche abilitate in Italia che accompagnino gruppi o visitatori individuali; per ogni gruppo di almeno 15 persone, 1 ingresso gratuito (solo in caso di preacquisto); docenti accompagnatori di gruppi scolastici, fino ad un massimo di 2 per gruppo; membri ICOM; titolari AMACI Card; partner ordinari MUVE; volontari del Servizio Civile del Comune di Venezia; possessori MUVE Friend Card, soci dell’associazione “Amici dei Musei e Monumenti Veneziani”; possessori di Art Pass Venice Foundation e Fondazione Venetian Heritage.
https://capesaro.visitmuve.it/it/pianifica-la-tua-visita/biglietti/

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Posti fantastici e dove trovarli Yerevan, ai piedi del monte Ararat (bergamopost.it 27.07.19)

Ci sono luoghi che spesso anche chi ha girato il mondo ha colpevolmente saltato: uno di questi è sicuramente Yerevan. Se non sapete dove sia, non preoccupatevi: siete in buona compagnia. La capitale dell’Armenia è solo di recente uscita dall’anonimato, e piano piano sta sempre più facendo capolino quando si parla di viaggi originali e fuori dall’ordinario. Città tra le più antiche del pianeta, è un interessante mix tra la plurimillenaria cultura armena e i lasciti dell’occupazione sovietica del ventesimo secolo. Le tracce di quest’ultima sono le più evidenti ad un primo sguardo, sia nell’architettura che nel gusto con cui sono state realizzate statue e fontane.

La scalinata, in primis. Una visita della città non può non iniziare dalla Cascade, una scalinata monumentale realizzata in pietra calcarea, dalla cima della quale godere della vista su tutta la città. Si tratta di un monumento ancora in costruzione, che funge da ingresso per un museo di arte moderna finanziato dal mecenate americano Gerard Cafesjan, di origine armena. Al museo appartengono le statue presenti nel giardino alla base del monumento.

Non potrete poi non farvi prendere dalla vitalità della zona di piazza della Repubblica, la principale della città, che stupisce i turisti con le sue fontane, su cui si affacciano il Palazzo del Governo ed il Palazzo dei Musei, dove trovano spazio il Museo di Storia e la Galleria d’Arte di Armenia. Proseguendo per il quartiere non potrete non fermarvi in uno dei tanti bar a sorseggiare il caffè e il cognac, il brandy nazionale il cui produttore dell’epoca, all’esposizione universale di Parigi del 1900, ottenne il diritto di chiamare alla francese. Se invece voleste perdervi tra bancarelle ed immergervi in un mondo bohemien, non dovete perdere il Vernissage, il mercato all’aperto dove potete trovare artisti, pittori, scultori, venditori di tappeti, strumenti musicali e gioielli. Proseguendo nella zona centrale, vale la pena visitare la cattedrale dedicata a San Gregorio Illuminato, il più grande luogo di culto della Chiesa Apostolica Armena. Una visita alla città non può però dirsi completa senza una visita allo Tsitsernakaberd, il memoriale del genocidio del popolo armeno, inaugurato nel 1995, con l’annesso Museo e il parco della memoria. Spostandosi dal centro città possono ancora essere visitate le rovine di Katoghike Tsiranavor, la chiesa più antica della città datata fine del VI secolo, e della fortezza di Erebuni, risalente all’VIII secolo A.C., le cui rovine sono state riportate alla luce nel diciannovesimo secolo.

Le gite fuori porta. Ma Yerevan è soprattutto una splendida base per indimenticabili gite fuori porta, per visitare bellezze naturali e monasteri sotto la presenza massiccia del monte Ararat. La gita più conosciuta è quella al Tempio di Garni, un tempio in stile Ionico, ricostruito a partire dal 1880 dopo che un terremoto nel 1679 lo aveva raso al suolo. Nei pressi del tempio vi è il monastero più famoso d’Armenia, patrimonio mondiale dell’Unesco: Geghard. Costruito nel IV secolo, e ricostruito quasi un millennio più tardi a seguito della sua distruzione a causa di un’incursione araba, è parzialmente scavato nel terreno roccioso. Il suo nome in armeno significa “il monastero della lancia”, poiché vi era conservata quella che viene ritenuta essere la lancia che trafisse Gesù in croce. Si narra che a portarla fin li fosse stato l’apostolo Taddeo. Oggi si trova ad Echmiadzin, il complesso religioso dove risiede il Catholicos, la figura religiosa più importante della Chiesa armena. Le chiese della località, a poche decine di chilometri da Yerevan, assieme alle vicine rovine della città di Zvarnots, rappresentano anch’esse un’escursione veloce ma da non perdere. Ma ricordate: se avete deciso di affittare una macchina per raggiungere queste località, il tasso alcolemico tollerato è pari a zero, quindi state alla larga dal cognac!

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Armenia: nidi di gru e melanzane ripiene (unimodno 26.07.19)

Il treno notturno Tbilisi– Yerevan è parcheggiato solerte al binario tre. Lo staff fuma in cerchio sul marciapiede reso umido dalle piogge. Attese. Il macchinista esamina con noncuranza il biglietto, mi indica distrattamente la cuccetta: uno spazio ridotto caratterizzato da quattro brandine in legno grezzo poste a castello, qualche coperta ed un tavolino pieghevole d’acciaio. Sbadigli e chiazze di marmellata sulle lenzuola. La locomotiva scricchiola, borbotta, esita e infine schizza via con un colpo assordante e metallico.  Macina chilometri attraverso rocce, polvere ed ampie vallate che si perdono al circolo massimo.

L’Armenia: una terra ancora in grado di regalare tracce autentiche di passato, quel misto di nostalgia e freschezza che rende un viaggio avventura. Lande secche di abili mercanti, crocevia del passato.  Situato tra Russia, Turchia, Asia, Medio Oriente ed Europa, il paese risente fortemente dell’influsso culturale dei paesi vicini pur mantenendo un’identità compatta. L’Armenia si è sviluppata maggiormente attraverso l’architettura, la scultura, la religione ma anche attraverso la musica, caratterizzata dal suo strumento più tipico, il Duduk. Simile ad un flauto, ma con un suono più struggente. Il proprietario di una piccola bottega vicina al centro di Vardenis, la scorsa estate, mi ha riferito che nel campo letterario assumono ancora grande importanza le fiabe, i proverbi ed i racconti popolari, tramandati di anno in anno da numerosi nuclei famigliari. È invece Avag, 63 anni, che ora, nella calura mattutina, narra un passo “altrove” districandosi tra venti parole in inglese e tanti schizzi abbozzati. “Il nome originario dell’Armenia era Haya, divenuto poi Hayastan, traducibile come <<la terra di Haik>>. Secondo la leggenda Haik era un gran condottiero e discendente di Noè, che stando alla tradizione cristiana è antenato di tutti gli armeni. Haik si stabilì ai piedi del monte Ararat, partì poi per assistere alla costruzione della Torre di Babele. Ritornando a casa sconfisse il re assiro Nimrod presso il lago di Van, nell’attuale Turchia” racconta l’uomo guardando lontano.

Il termine Armenia fu coniato dai popoli confinanti a partire dal nome della più potente tribù presente nel territorio. Gli armeni, appunto. Fonti precristiane riportano invece la derivazione dal termine Nairi, “terra dei fiumi”, che è l’antico nome della regione montuosa del paese. Le colline corrose dal vento caucasico ipnotizzano, cullano nell’uniformità del paesaggio. Malgrado la spiritualità galoppante, non vi è alcun fiume. Tum tututum. Il cielo è effimero come il tempo. Instancabile viaggiatore.

Dal finestrino si vedono tante cose. Case grezze in legno e mattoni. Oche e mucche nella stalla costruita a due passi dall’uscio domestico. Le carcasse dei pulmini sovietici abbandonate ai lati della strada, arenaticome mostri terrestri senza anima. Famiglie in viaggio a bordo di vecchie macchine scassate colme di angurie e meloni. Le ruote anteriorifaticano a toccare terra visto il peso complessivo della ciurma. Gli oleodotti neri, anch’essi, corrono via veloci nelle vallate. Le gallerie in cui i vagoni si infilano sono buchi artigianali scavati nella roccia nuda, priva di lampioni o luminarie. Ogni ripartenza è uno sferragliare di tubi, ingranaggi, rotaie cigolanti, mani frenetiche che salutano dalla banchina. Il mezzo partito ieri notte dal cuore della vicina Georgia è composto da otto carrozze, quattro per la prima classe e quattro per la seconda. Ad attendere i passeggeri, nell’ultima carrozza, ci sono nientedimeno che due cuoche burbere e schive, intente a mangiare un piatto di melanzane ripiene.

Nel centro del tavolo svetta una moca di caffè caldo e fumante.Quando gli spazisi riducono i convenevoli cadono lenti come piume. Svetlana, una russa dalle guance rosse, imbandisce la tavola di Khorovadz e Madzun, teneri Baklava a chiudere il lauto pasto. Sulla sinistra, gonfie nuvole e sporadici raggi di sole dipingono il cielo di uno spento color grigio verde, mentre il treno scivola via nella notte che velocemente cala. Il fascino dei viaggi lenti.  Superiamo cimiteri in marmo, fabbriche abbandonate invase dai nidi della gru: animale che qui assume un forte significato migratorio legato alla diaspora del popolo armeno. Gli scompartimenti sono inondati da canzoni tradizionali trasmesse da un paio di piccole casse acustiche in legno d’ebano. Il Caucaso saluta il treno notturno con un abbagliante tramonto sul mar Nero, che funge da sfondo ad un ponte diroccato su cui mucche e tori brucano la poca erba rimasta. Ad un passo dal confine turco un giovanissimo venditore di pannocchie si aggira tra i camion fumanti, spingendo un carretto illuminato da una lampada ad olio. Passato e presente. Vecchio e nuovo. 

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