Storia della montagna dove cinquemila armeni trovarono la salvezza e dei sette villaggi che si ribellano alla catastrofe. I quaranta giorni del Mussa Dagh (Idolomiti 01.07.25)

Il grande romanzo di Franz Werfel racconta la vicenda, basata su fatti reali, di sette villaggi armeni che dal luglio 1915 all’inizio di settembre resistettero agli assalti turchi sul massiccio del Mussa Dagh, a sud del golfo di Alessandretta, per essere infine salvati da alcune navi da guerra francesi

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

“Per qualche piccola imprecisione del divino ordine dell’universo, per la bonaria corruttibilità di qualche cherubino affezionato alla terra natale, pareva che nelle contrade del Mussa Dagh si fosse rinserrato un residuo, un riflesso, un ultimo sapore di Paradiso”.

 

Così Franz Werfel descrive il massiccio del Mussa Dagh, che si erge fra la baia di Antiochia e il golfo di Alessandretta. Qui, come in altre regioni dell’Impero ottomano, fino alla Prima guerra mondiale il popolo armeno viveva in pace con i vicini musulmani. Una vita condotta per secoli secondo tradizioni antichissime, scandita sul ritmo delle stagioni.

 

Tutto cambia con lo scoppio della Grande guerra. Il governo ultranazionalista dei “Giovani Turchi” insegue il progetto di turchizzare l’intero territorio anatolico, e per questo stabilisce di deportare l’etnia armena, presente fin dal VII secolo a.C. Le deportazioni ufficialmente prevedono un reinsediamento degli Armeni in Siria; in realtà l’obiettivo è l’eliminazione di un’etnia che non può essere assimilata.

Considerato il prototipo dei genocidi del Novecento, quello degli Armeni si consuma a partire dalla primavera del 1915, quando, dopo arresti di massa della popolazione, hanno inizio le marce forzate che conducono al deserto di Deir el-Zor, nel cuore della Siria. Pochissimi saranno quelli che raggiungeranno vivi la meta.

 

Franz Werfel (1890–1945) ritratto nel 1927 da Georg Fayer

 

Questo è il contesto storico da cui prende le mosse il grandioso romanzo di Franz Werfel, scrittore e drammaturgo austriaco di origine ebraica che, al pari di milioni di Armeni, sperimenterà a propria volta l’esperienza drammatica dell’esilio dopo l’annessione dell’Austria alla Germania, nel 1938.

 

Scritto febbrilmente a partire dal 1929, dopo un soggiorno a Damasco in cui aveva avuto la possibilità di ascoltare molte storie di sopravvissuti al genocidio, e pubblicato nel 1933, I quaranta giorni del Mussa Dagh racconta la storia di sette villaggi armeni che si ribellano alla catastrofe, trovando sulle balze del Mussa Dagh temporaneo rifugio.

 

Il romanzo, strutturato su tre libri, è incentrato inizialmente sulla figura di Gabriele Bagradian, facoltoso armeno che vive a Parigi e che nel 1914, a seguito della morte del fratello, ritorna, in compagnia della moglie e del figlio tredicenne Stefano, nella proprietà di famiglia situata nel villaggio di Yoghonoluk, ai piedi del Mussa Dagh.

Impossibilitato a partire a causa dello scoppio della guerra, Gabriele assiste al progressivo precipitare degli eventi. Suo malgrado diventa guida per la popolazione dei sette villaggi che convince a trasferirsi sul massiccio, dove, anche grazie alle sue competenze militari di ex ufficiale dell’esercito ottomano, organizza una tenace resistenza.

 

Una donna armena inginocchiata accanto al corpo di una bambina morta durante le deportazioni in Siria

 

In oltre novecento pagine di grande letteratura, Werfel ci conduce in seguito attraverso le vicende vissute dalle cinquemila persone che seguono Bagradian in questa eroica quanto disperata ricerca di salvezza, entra nell’animo di diversi personaggi, li segue nelle loro scelte, nelle azioni, nei sentimenti: dal momento di lasciare i villaggi alle battaglie che dovranno affrontare contro li milizie turche inviate per annientarli, dalla dura vita sulla montagna ai momenti più critici, quando la speranza di salvezza vacilla. Eroi e vili, uomini di cultura e semplici, personaggi che sprofonderanno nell’abisso e altri che saranno in grado di riscattarsi: la narrazione li abbraccia in pagine che raggiungono vette di intensità come solo la grande letteratura sa fare.

 

Intorno, il Mussa Dagh, l’immensa montagna divenuta rifugio, ma che rischia di diventare anche trappola mortale. Questo accade, per esempio, quando i difensori decidono di usare il fuoco contro le truppe turche causando un grandioso incendio che risparmia l’accampamento solo grazie al vento che spira contro i nemici.

 

“E di ora in ora l’incendio cresceva e si propagava […]. Si estinse solo davanti alle balze nude della parete scoscesa sotto il Bastione sud e in una insenatura di roccia, che protesse la Sella Nord. Il verde rigoglio di quell’alpe benedetta dalle sorgenti, quella meraviglia della costa siriaca trionfò ancora una volta con bandiere fiammeggianti per giorni e giorni, fino a che di tutto non rimase che un immenso campo d’ostacoli, cosparso di brace carbonizzata”.

 

Ma Werfel non si limita a raccontare vicende personali. Indossati i panni dello storico, presenta al lettore il contesto, le scelte dei politici, i tentativi falliti di chi, come il pastore protestante tedesco Johannes Lepsius, tentò di opporsi ai disegni genocidari del governo turco. Emblematico il capitolo Intermezzo degli dei, in cui Werfel ricostruisce l’incontro, realmente avvenuto, fra il pastore e l’onnipotente ministro della guerra turco Enver Pascià.

 

“Le sue stimabili intenzioni m’interessano – dice Enver in tono di considerazione, – ma naturalmente devo respingerle. […] Se io concedo ad uno straniero di recare aiuto agli armeni, creo con ciò un precedente, che riconosce l’intromissione di personalità straniere e quindi di potenze estere. […] No, mio signor Lepsius, questo è impossibile, io non posso concedere che degli stranieri benefichino questa gente. Gli armeni debbono vedere soltanto in noi i loro benefattori”.

Il pastore cadde sulla sedia. Tutto è perduto! Fallito! Ogni altra parola è superflua. Almeno quell’uomo fosse malvagio, pensa con desiderio, almeno fosse Satana. Ma non è malvagio e non è Satana, è simpatico come un fanciullo, quel grande inesorabile assassino di moltitudini.

 

Civili armeni in marcia forzata sorvegliati da soldati turchi

 

Quaranta giorni dura la resistenza armena sul Mussa Dagh, dalla fine di luglio ai primi di settembre. Poi tutto sembra precipitare: l’esaurimento delle scorte di cibo, la pressione del nemico, la stanchezza e la disperazione sono sul punto di vincere. E quando un secondo incendio distrugge l’accampamento pare giunta davvero la fine. Ma dalla catastrofe germoglia la speranza: il fuoco viene avvistato da un incrociatore francese che naviga non lontano dalla costa e che soccorre i difensori.

 

Un romanzo corale da tornare a rileggere a centodieci anni dal primo genocidio del Novecento, in cui la montagna di Mosè è protagonista salvifica e ci ricorda quanto stretto sia il legame fra uomo e ambiente. In un tempo in cui la guerra e il nazionalismo sembrano aver sostituito la pace e il dialogo, I quaranta giorni del Mussa Dagh ci ricorda quanto è stato e interroga il nostro presente senza memoria.

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L’Armenia verso la liberalizzazione dei visti con l’Ue (ma sempre all’ombra di Mosca) (Eunews 01.07.25)

L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha lodato i progressi di Yerevan nel suo avvicinamento al club europeo e nella pacificazione con l’Azerbaigian. Ma ha anche messo in guardia il governo armeno dalle minacce poste dalla Russia

Bruxelles – L’Ue e l’Armenia “non sono mai state così vicine”. È il messaggio di speranza consegnato dall’Alta rappresentante Kaja Kallas a Yerevan, dove ha condotto una visita di due giorni conclusasi oggi. Il Paese caucasico sta cercando di abbandonare l’orbita russa e di entrare in quella europea, ma il cammino da fare è ancora lungo. E passa per la normalizzazione dei rapporti col vicino Azerbaigian dopo decenni di guerra, nonché per la difesa dalle “minacce ibride” russe.

Parlando accanto al suo omologo armeno Ararat Mirzoyan, il capo della diplomazia a dodici stelle ha annunciato ieri (30 giugno) che la Commissione europea ha “adottato la sua proposta per il piano d’azione per la liberalizzazione dei visti” coi Ventisette, un primo passo simbolico per continuare ad accorciare le distanze tra Yerevan e Bruxelles.

Un passo richiesto a gran voce dallo stesso premier armeno Nikol Pashinyan, il cui governo a gennaio ha iniziato a muoversi nella direzione dell’adesione all’Ueottenendo lo scorso marzo il via libera del Parlamento nazionale. Nei prossimi mesi la popolazione dovrebbe esprimersi sulla questione tramite referendum.

 

L’Ue e l’Armenia non sono mai state così vicine, avete lanciato il processo di adesione all’Ue, e diamo il benvenuto alla vostra intenzione di approfondire la nostra partnership“, si è congratulata Kallas. L’Alta rappresentante ha svelato anche l’imminente lancio di un nuovo partenariato e l’avvio del piano di resilienza e crescita per il 2024-2027 da circa 270 milioni di euro (messo sul tavolo nell’aprile 2024), nonché la partecipazione dell’Armenia alle missioni Ue nel mondo.

Il supporto di Bruxelles alla fragile democrazia caucasica comprende anche, tra le altre cose, il finanziamento dei media indipendenti, il sostegno agli sfollati del Nagorno-Karabakh – una provincia separatista dell’Azerbaigian a maggioranza armena, al centro di un conflitto decennale con Baku conclusosi nell’autunno 2023 con la riconquista dell’exclave armena da parte dell’esercito azero – e la cooperazione militare coi Ventisette.

Ma il percorso di Yerevan verso l’ingresso in Ue è ancora lungo, accidentato e tutto in salita. C’è molto da fare a livello domestico per allineare l’Armenia all’acquis communautaire, il corpo giuridico dell’Unione cui tutti i Paesi candidati devono conformarsi in qualunque ambito, dall’energia al commercio passando per lo Stato di diritto.

Nikol Pashinyan
Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan (foto: Leon Nea/Afp)

Poi c’è la politica estera e di sicurezza. Sul Paese guidato da Pashinyan pendono almeno due grosse spade di Damocle, rappresentate dai rapporti con l’Azerbaigian e con la Russia. A detta di Mirzoyan, i colloqui per la normalizzazione con Baku stanno procedendo. L’obiettivo è la firma di un trattato di pace il prima possibile, magari entro la fine dell’anno.

Bruxelles “sostiene” il processo, ha ribadito Kallas, che deve basarsi sul “rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e dell’inviolabilità dei confini”. Lo sostiene anche, o forse soprattutto, “dal punto di vista dei progetti di connettività verso l’Asia Centrale“, cioè quelli recentemente messi nero su bianco dall’esecutivo comunitario con la Strategia per il Mar Nero che vede coinvolte, appunto, sia Baku sia Yerevan.

Potrebbero essere ancora più problematici, invece, i legami con Mosca. La Federazione è l’alleato storico dell’Armenia (un’ex repubblica sovietica ancora dipendente dalla Russia soprattutto per le esportazioni e per l’approvvigionamento energetico), ma da tempo Pashinyan sta cercando di sganciare Yerevan dal Cremlino e di collocarla nell’orbita occidentale.

Vladimir Putin
Il presidente russo Vladimir Putin (foto: Vyacheslav Prokofyev/Sputnik via Afp)

Soprattutto dopo che l’esercito russo non è intervenuto in Nagorno-Karabakh al fianco dei separatisti armeni, come avrebbe dovuto fare in base agli obblighi del trattato di difesa collettiva (Csto) di cui fanno parte diversi ex membri dell’Urss. Dal febbraio 2024, il Paese caucasico ha di fatto congelato la propria partecipazione nell’alleanza militare, annunciando di volerla abbandonare al più presto.

Anche per questo, Kallas ha esortato il suo omologo a non abbassare la guardia e tenere d’occhio le “minacce ibride” poste dall’ingombrante vicino russo, incluse la disinformazione e le ingerenze del Cremlino nell’intera regione, come visto nei processi elettorali e politici in diversi Paesi dalla Georgia alla Moldova e fino alla Romania.

Mirzoyan ha recepito il messaggio, ingiungendo a Mosca di tenersi alla larga dalle vicende domestiche dell’Armenia. A partire dall’arresto dell’arcivescovo Bagrat Galstanyan, figura di spicco della Chiesa apostolica armena e leader dell’opposizione antigovernativa, per il suo presunto coinvolgimento in un tentativo di colpo di Stato che Yerevan non esclude possa essere sostenuto proprio dal Cremlino.

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Settimana della Cultura Armena al Teatro Marrucino (Unich 01.07.25)

Sei giorni di eventi con la Scuola di Recitazione, l’Università “G. d’Annunzio” e la NUACA di Yerevan

Dall’8 al 13 luglio, il Teatro Marrucino di Chieti ospiterà la Settimana della Cultura Armena, una rassegna di eventi, organizzata per il tramite della Scuola di Recitazione e con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia, che celebra la tradizione, la storia e l’identità del popolo armeno attraverso un ricco calendario di eventi artistici, musicali e teatrali.
Si tratta di un’occasione unica per esplorare la ricchezza culturale dell’Armenia, grazie alla preziosa collaborazione con l’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e con la National University of Architecture and Construction of Armenia (NUACA), che rende possibile la partecipazione di una delegazione di dieci studenti e cinque docenti provenienti da Yerevan che prenderanno parte attivamente alla rassegna proponendo numerose attività.

Ulteriori informazioni nel comunicato stampa allegato

 


 

A Chieti la “Settimana della cultura armena”

Settimana della Cultura Armena al Teatro Marrucino: sei giorni di eventi con la Scuola di Recitazione, l’Università “G. d’Annunzio” e la NUACA di Yerevan. Appuntamento da martedì 8 luglio a domenica 13 luglio con spettacoli, concerti, conferenze e letture

Dall’8 al 13 luglio, il Teatro Marrucino di Chieti ospiterà la Settimana della Cultura Armena, una rassegna di eventi, organizzata per il tramite della Scuola di Recitazione e con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia, che celebra la tradizione, la storia e l’identità del popolo armeno attraverso un ricco calendario di eventi artistici, musicali e teatrali. Si tratta di un’occasione unica per esplorare la ricchezza culturale dell’Armenia, grazie alla preziosa collaborazione con l’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara e con la National University of Architecture and Construction of Armenia (NUACA), che rende possibile la partecipazione di una delegazione di dieci studenti e cinque docenti provenienti da Yerevan che prenderanno parte attivamente alla rassegna proponendo numerose attività.

La rassegna vedrà la partecipazione degli allievi della Scuola di Recitazione del Teatro Marrucino che, attraverso i corsi “Favolando” (per bambini da 6 a 12 anni), “Innamoramento al Teatro” (da 13 a 18 anni), “Teatro che Passione” (da 18 anni in su) e il corso di Lettura Espressiva, porteranno in scena performance teatrali e letture, condensando l’esperienza e lo studio dell’Anno Accademico 2024/2025.

La manifestazione prenderà il via martedì 8 luglio alle ore 19.00 con una cerimonia di apertura, seguita da un concerto di musica folkloristica armena, proposto dagli studenti della NUACA. La serata vedrà anche l’inaugurazione della mostra di bambole tradizionali armene e si concluderà con lo spettacolo teatrale “Il quaderno”, con gli allievi della Scuola di Recitazione, tratto dall’omonima opera della scrittrice Sonya Orfalian.

Nel corso della settimana, gli ospiti avranno l’opportunità di partecipare a numerose conferenze, tra cui approfondimenti sul genocidio armeno o sulla storia dell’architettura armena, tenuti dai docenti della NUACA (Proff. Armen Minassian, Armen Abroyan) e della “d’Annunzio” (Proff. Filippo Angelucci e Vasco La Salvia). I visitatori potranno anche imparare a creare bambole tradizionali armene in laboratori pratici tenuti dalla Prof.ssa Irina Vanyan, scoprire la musica di Komitas e partecipare attivamente agli eventi.

Un momento particolarmente significativo sarà l’omaggio a William Saroyan, che venerdì 11 luglio racconterà il legame indissolubile tra il celebre scrittore armeno vincitore di un Premio Pulitzer e la sua terra d’origine attraverso passi scelti dalla M° Giuliana Antenucci, coordinatrice e docente dei corsi di recitazione del Teatro Marrucino, che cura la regia di tutti gli spettacoli teatrali della rassegna.

La Settimana si concluderà domenica 13 luglio con una performance teatrale inedita che coinvolgerà contemporaneamente gli allievi della Scuola di Recitazione del Teatro Marrucino e gli studenti universitari della NUACA, coordinati e diretti da Giuliana Antenucci ed il Prof. Narek Minassian (NUACA), rendendo tangibile l’importante ponte culturale tra i due Paesi e lo spirito di collaborazione che caratterizza l’evento.

 

“La partecipazione all’evento promosso dalla Deputazione Teatrale nasce da una collaborazione che, per l’Università “G. d’Annunzio” ha un valore particolarmente significativo: quella con la NUACA, con cui da anni condividiamo un percorso fatto di progetti, scambi accademici e relazioni umane nell’ambito del Programma Erasmus” sottolinea il Prorettore Vicario dell’Università “G. d’Annunzio”Prof. Carmine Catenacci“L’iniziativa si inserisce nel progetto attualmente attivo nell’ambito dell’International Credit Mobility – Key Action 171, rivolto a Paesi partner extra UE, che sostiene principalmente la mobilità in entrata verso l’Europa e offre a studenti e docenti provenienti da università non europee la concreta opportunità di vivere un’esperienza accademica e culturale all’interno del nostro Ateneo e del nostro territorio. L’obiettivo è favorire l’incontro tra persone, conoscenze e culture diverse, stimolando la crescita professionale, linguistica e personale di chi partecipa. Un intento che si riflette pienamente nello spirito dell’evento teatrale, pensato anche come momento di dialogo, scambio e condivisione tra comunità universitarie e locali. Quando abbiamo proposto questa collaborazione alla NUACA, abbiamo ricevuto una risposta entusiasta e siamo certi che l’impegno e la professionalità dei partecipanti armeni porteranno un prezioso contributo all’iniziativa. Grazie al progetto e ai fondi Erasmus, sarà possibile finanziare la partecipazione di 10 studenti e 5 docenti provenienti da Yerevan, coprendo i costi di viaggio, soggiorno e tutte le spese legate alla mobilità”.

 

Questa collaborazione tra Italia e Armenia, infatti, rappresenta una straordinaria opportunità di scambio e approfondimento culturale, promuovendo una maggiore comprensione reciproca ed un arricchimento delle rispettive tradizioni grazie ad un programma che, attraverso l’arte e la cultura, ha l’obiettivo di rafforzare il legame tra i due popoli, celebrando la memoria e la bellezza del patrimonio armeno.

Un appuntamento che unisce persone, storie e tradizioni, offrendo un ponte di scambio tra Italia e Armenia. Una settimana di eventi aperti a tutti, in cui il Teatro Marrucino diventa spazio vivo di dialogo e scoperta. Tutta la cittadinanza è invitata a prendere parte a questo viaggio tra memoria, identità e bellezza condivisa.

L’ingresso agli eventi della Settimana della Cultura Armena è libero e gratuito fino ad esaurimento posti.

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Settimana della Cultura Armena presso il Teatro Marrucino a Chieti dall’8 al 13 luglio 2025. (Abruzzo Oggi)

Armenia – Sostegno dell’UE e della Francia per la pace (Assadakah 01.07.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – L’Unione Europea e la Francia confermano il loro sostegno al processo di normalizzazione tra Armenia e Azerbaijan. In visita ufficiale a Yerevan, l’Alta rappresentante dell’UE per la Politica estera, Kaja Kallas, ha dichiarato che “l’Unione continua a sostenere con forza la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, sulla base del rispetto della sovranità,dell’integrità territoriale e dell’inviolabilità dei confini”. Secondo Kallas, una pace duratura è nell’interesse non solo delle due nazioni, ma dell’intera regione, anche in funzione delle nuove rotte di connettività tra Europa e Asia centrale.

“Abbiamo bisogno di più stabilità, non di meno”, ha affermato la rappresentante UE, ricordando di aver affrontato lo stesso tema anche durante la sua visita a Baku.

Dello stesso tenore le parole del presidente francese Emmanuel Macron, che ha riferito di una conversazione telefonica con il premier armeno Nikol Pashinyan. In un messaggio sui social media, Macron ha espresso la solidarietà della Francia e ha ribadito il sostegno agli “sforzi coraggiosi” per raggiungere la pace con l’Azerbaijan e la normalizzazione delle relazioni con la Turchia. Ha inoltre sottolineato che la pace e l’apertura delle frontiere rappresenterebbero un importante passo avanti per l’intera regione e un esempio per il resto del mondo.

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“Chiesa Apostolica Armena: da culla del Cristianesimo a vittima del potere”, l’Editoriale di Bruno Scapini (Gazzetta Diplomatica e altri

L’ arresto di sabato scorso del Capo della Diocesi di Shirak, l’Arcivescovo Mikael Ajapahyan, che fa seguito ad altro nei confronti del Capo della Diocesi di Tavush, l’Arcivescovo Bagrat Galstyan, eseguito appena tre giorni prima, è l’ennesimo episodio di una teoria di attacchi che il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, sta portando da qualche tempo avverso la Chiesa Apostolica armena con pretestuose accuse di sovversione dell’ordine costituzionale del Paese. Già da qualche tempo, infatti, in particolare da quando si è andata affermando una diffusa opposizione verso l’attuale Governo, l’Armenia sta vivendo uno dei momenti più critici della sua esistenza. Ma non tanto a causa di una conflittualità sociale inesistente o di una pretesa crisi economica che investirebbe il Paese, bensì per ragioni di pura conservazione del potere. Un potere finalizzato ad attuare un corso di politica estera più favorevole ai tradizionali nemici di vicinato (leggi Azerbaijan e Turchia), ma mascherandone la compiacenza con un quanto mai illusorio progetto di pacificazione regionale non inclusivo dei reali e più rilevanti interessi nazionali. E proprio in questa prospettiva, il Governo avrebbe condotto oggi il Paese ad un bivio cruciale: ovvero a dover scegliere se permanere nello storico legame con Mosca, o se invece abiurarlo in favore di uno schieramento pro-occidentale. Un’opzione, quest’ultima, che è stata adottata in via preferenziale proprio da Pashinyan, su sollecitazione delle forze euro-atlantiste inclini a strumentalizzare la sua figura politica nell’ottica di antagonizzare ancora una volta la Russia nello scacchiere caucasico. Ed è in questa prospettiva che l’attuale scontro tra Governo e Chiesa Apostolica troverebbe le sue primarie motivazioni e spiegazioni.

La criticità, infatti, dell’attuale rapporto tra le Autorità e la Chiesa Apostolica andrebbe più propriamente inquadrata nel contesto di quella crescente tensione con i massimi esponenti religiosi di Echmiadzin che l’attuale Governo di Nikol Pashinyan avrebbe provocato a seguito di una sua deriva autocratica sempre più allineata con gli interessi di alcune potenze occidentali intenzionate a destabilizzare il Paese in funzione anti-russa. Non va dimenticata, infatti, la genesi dell’attuale Governo: Pashinyan, da “prigioniero politico” quale era, dopo i cruenti fatti di piazza del 2008 – cui lo stesso ha attivamente partecipato – è passato al ruolo di un auto-proclamato “Primo Ministro” nel 2018 a seguito di una quanto mai perplessa “transizione di velluto”. Da allora il suo Governo è stato sempre alla ricerca di un consenso che potesse garantirne una legittimazione politica, e ha contato a tal fine sulla disaffezione serpeggiante attraverso alcune frange dell’elettorato che si facevano portatrici di un auspicato cambiamento rispetto al precedente Governo. Poiché l’iniziale sostegno popolare in favore di Nikol è andato nel tempo scemando a fronte di alcune sue scelte politiche adottate in aperto contrasto con le cause storiche nazionali armene, quali la reintegrazione del Nagorno Karabach e il riconoscimento universale del Genocidio del 1915 (elementi entrambi costituenti storicamente l’identità nazionale del popolo armeno), una forte reazione si sarebbe gradualmente consolidata verso la sua figura istituzionale vista non più in linea con gli interessi del Paese, ma anzi con essi in aperto pieno contrasto. La discutibile sconfitta subita con l’ultima guerra con l’Azerbaijan nel 2020, la totale perdita del Karabagh nel 2023, la inattuabilità del suo progetto di fare dell’Armenia un “crocevia della pace” – attraverso concessioni di varia tipologia in favore di Paesi storicamente “nemici”, ma percepite come “inaccettabili” dall’opinione pubblica del Paese – e l’inasprimento dei rapporti con la Russia – in contro-tendenza con i tradizionali interessi economici, migratori e strategici da sempre mantenuti con Mosca – sono tutti fattori che hanno portato all’emergere di un vasto movimento di resistenza di cui proprio la Chiesa Apostolica di Echmiadzin si è fatta interprete offrendo il pretesto per le scomposte e irreverenti reazioni avute dal Premier, al limite dell’oltraggio, verso la massima Autorità religiosa e spirituale della Nazione, il Catholicos di tutti gli armeni.

Per gli aspetti più propriamente geopolitici, che attengono invero alla vera sostanza della attuale crisi attraversata dal Paese, non va parimenti sottaciuto come l’Armenia costituisca oggi col Governo Pashinyan l’elemento sul quale poggia quell’Occidente collettivo votato alla sconfitta strategica della Russia; lo stesso Occidente che ritiene di poter condurre oggi Yerevan verso uno schieramento euro-atlantista non solo inducendo il suo Governo ad abiurare i tradizionali vincoli con Mosca (dall’appartenenza all’Unione Euroasiatica alla CSTO ed altre forme di cooperazione), ma anche accreditando in alternativa un’ipotesi di destabilizzazione del Paese funzionale – congiuntamente ai casi della Moldova e della Georgia – ad un indebolimento del fronte caucasico della Federazione Russa. Non sarebbe irrealistico, del resto, immaginare in proposito come anche l’Armenia, nelle intenzioni di alcune note leadership occidentali, possa rappresentare al pari dell’Ucraina un’utile opportunità per ingegnerizzare un altro “progetto anti-Russia”. Ma la difficoltà incontrata per una simile conversione del ruolo del Paese (strategicamente ed economicamente più orientato verso Mosca) indurrebbe ora Pashinyan a ricercare altri ulteriori pretesti per attivare uno scontro con le opposizioni all’interno della società armena colpendola proprio in quello che ha più di vitale per mantenere e preservare l’unità storica, spirituale, etica e morale dell’intera Nazione ivi compresa la sua stessa Diaspora.

Prova dell’appoggio di cui peraltro gode l’attuale Governo armeno da parte occidentale per questa sua riprovevole linea di condotta è ancora una volta quel noto doppio standard comportamentale tenuto dalle istituzioni di Bruxelles. Queste, al tempo delle violenze di piazza del 2008, non lesinavano pressioni politiche di ogni tipo pur di ottenere la scarcerazione di Pashinyan ritenendolo “prigioniero politico”. Ma oggi quelle stesse leadership tacciono. Né osano prendere le difese di esponenti religiosi arbitrariamente arrestati con motivazioni tanto speciose nelle finalità, quanto pretestuose e fallaci nei contenuti.

In questa prospettiva, aizzare, dunque, il popolo contro la massima Istituzione religiosa, denigrandola con una narrativa offensiva e oltraggiosa, ma anche cercando di imbavagliarla con veri e propri atti persecutori (accuse di comportamenti osceni e immorali, arresti di esponenti religiosi e civili, proposta di riforma per l’elezione del Catholicos quale suprema guida spirituale), potrebbe ben percepirsi non solo come una violazione del principio oggi universalmente riconosciuto dell’indipendenza della Chiesa dallo Stato (un principio peraltro fatto proprio dalla stessa Costituzione armena e dalla più recente legge di ridefinizione dei rapporti tra le due entità del 2007), ma anche come tragico e al contempo miserevole espediente per raccogliere consensi in vista delle prossime elezioni politiche del 2026, in occasione delle quali molto verosimilmente Nikol Pashinyan si troverà a dover fare i conti con una opposizione sempre più consolidata e determinata ad invertire il corso politico del Paese per restaurare quei valori che proprio il suo Governo ha inteso mettere in discussione in un’ottica distruttiva dell’unità nazionale.

Bruno Scapini

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Armenia, la tensione tra Stato e Chiesa spiegata: perché l’arresto dell’arcivescovo potrebbe portare ad una frattura nel paese (Torinocronaca)


Il golpe degli arcivescovi. La gracile Armenia destabilizzata dal “clericalismo criminale-oligarchico” e dai russi (Haffington Post)


Il frontale tra Pashinyan e il suo “papa” che può spaccare l’Armenia (Tempi)


Arresti di vescovi, accuse di tentato colpo di Stato e crescenti tensioni tra Stato e Chiesa in Armenia (Europeantimes)


Armenia: le autorità hanno arrestato l’arcivescovo Ajapahyan (AgenziaNova)


 

Apo Yaghmourian. Perduranza (Arte.it 30.06.25)

Dal 2 July 2025 al 25 July 2025

Caserta

Luogo: Reggia di Caserta

Indirizzo: Piazza Carlo di Borbone

Costo del biglietto: La partecipazione all’iniziativa è inclusa nel biglietto/abbonamento al Museo

Sito ufficiale: http://reggiadicaserta.cultura.gov.it

 

Mercoledì 2 luglio, alle ore 17.30, alla Reggia di Caserta inaugura l’installazione “Perduranza” di Apo Yaghmourian. L’artista armeno presenta la sua opera al Vestibolo superiore del Palazzo reale fino al 25 luglio.
“Perduranza” è un progetto dell’associazione Talenti e Territori selezionato dal Comitato Scientifico del Museo nell’ambito del Bando di Valorizzazione partecipata. Un esperimento di arte collettiva in cui ogni partecipante è protagonista di un racconto che appartiene a tutti. Un mosaico di voci e storie, un abbraccio collettivo che celebra la diversità e il potere trasformativo della creatività.
Un basso vassoio circolare accoglie l’acqua attinta alla Fontana del Pastore nel Giardino Inglese. Al centro, una semisfera in tufo Piperno, materiale impiegato anche nella costruzione della Reggia. La semisfera si riflette nell’acqua, completando con l’illusione metà della sua parte e diventando così completa. La parte superiore del solido fa riferimento al tangibile, quindi al presente; quella inferiore suggerisce l’idea dell’intangibile, dunque al passato. Esso rappresenta la continuità del tempo e della storia, mentre l’acqua funge da elemento di connessione tra passato presente.  Questa installazione ricorda ancora una volta in questo momento di grave crisi idrica, l’acqua quale patrimonio prezioso, risorsa indispensabile per tutti gli esseri viventi e per il nostro pianeta.
L’installazione al Vestibolo superiore si completa con una performance dei bambini del Centro Infanzia Baby Birba di Castel Morrone.
L’associazione Talenti e Territori è affiancata in questo progetto dalla nascente residenza artistica Corte Marcosc’. I partner del progetto sono FLR Fondazione la Rocca, Dello Iacono Comunica e Centro Infanzia Baby Birba. Apo Yaghmourian è nato nel 1993 ad Amman, in Giordania, da genitori armeni. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove si è laureato in pittura nel 2022. Sin dalla giovane età, l’artista sperimentato danza, canto e teatro. Attualmente vive a Napoli. L’arte di Apo Yaghmourian intreccia memoria e identità, indagando la crescita interiore attraverso la manipolazione materica. Connette storie personali sradicamenti collettivi. Le sue opere dialogano con lo spazio, amplificando la trasformazione e la poetica di oggetti ritrovati nel tempo. La sua ricerca profonda esplora il peso del passato come opportunità per riflettere sulle complessità culturali contemporanee.

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Nel pieno della crisi con la Russia, l’Azerbaigian rischia un nuovo conflitto con l’Armenia (Nova News 30.06.25)

L’obiettivo strategico del presidente Ilham Aliyev sarebbe il controllo del “Corridoio di Zangezur”, nella provincia armena di Syunik, per collegare direttamente il territorio azerbaigiano con l’exclave del Nakhchivan

La nuova crisi diplomatica tra Azerbaigian e Russia potrebbe nascondere ambizioni ben più ampie da parte di Baku: secondo fonti giornalistiche e analisti militari russi, l’obiettivo strategico del presidente Ilham Aliyev sarebbe il controllo del cosiddetto “Corridoio di Zangezur” – una stretta porzione di territorio nella provincia armena di Syunik – per collegare direttamente il territorio azerbaigiano con l’exclave del Nakhchivan. Secondo alcuni osservatori, fra cui l’analista militare Yuri Podolyaka, l’attuale contesto internazionale offre a Baku una finestra temporale favorevole. L’Iran, tradizionale baluardo contro l’espansione azerbaigiana nella regione e alleato dell’Armenia, è stato colpito duramente dai raid israeliani e statunitensi delle ultime settimane. La Russia è quasi del tutto assorbita dal conflitto in Ucraina e ha ridotto drasticamente la sua influenza nel Caucaso meridionale, come dimostrano le frizioni con la stessa Armenia. A Erevan, intanto, il premier Nikol Pashinyan – già duramente criticato per aver accettato la resa del Karabakh – potrebbe perdere le elezioni del 2026, interrompendo un ciclo di concessioni a favore dell’Azerbaigian.

Secondo l’analista russo, Baku avrebbe volutamente inasprito i rapporti con Mosca, usando come pretesto il caso dell’arresto in Russia di presunti membri della criminalità organizzata azerbaigiana avvenuto venerdì scorso a Ekaterinburg. L’operazione di sicurezza avvenuta nella città degli Urali, tuttavia, è stata molto dura, con oltre 50 persone arrestate e due morti fra le fila della comunità azerbaigiana. “In realtà – scrive Podolyaka – è proprio l’assurdità del caso che mi fa pensare che Baku cercasse disperatamente un pretesto per rompere con Mosca, in un momento che giudica strategico per agire”. Podolyaka aggiunge che la recente sconfitta militare dell’Iran nella cosiddetta “guerra dei dodici giorni” con Israele avrebbe ridotto la capacità di Teheran di reagire. “Dopo le elezioni del 2026, Pashinyan – considerato da molti una ‘quinta colonna’ di Baku – potrebbe essere sostituito, rendendo più difficile per l’Azerbaigian ottenere concessioni territoriali. Se l’operazione va fatta, va fatta ora”, aggiunge l’analista militare.

Il controllo del Corridoio di Zangezur rappresenterebbe per l’Azerbaigian un successo simbolico – perché ricongiungerebbe il Paese caucasico al Nakhchivan – ma anche una svolta strategica. Baku potrebbe avviare la costruzione di nuove infrastrutture energetiche con la Turchia evitando di doverle far transitare attraverso il territorio della Georgia, consolidando il suo ruolo di snodo energetico per l’Europa. Attualmente attraverso la Georgia transitano sia l’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan (Btc) sia il Corridoio meridionale del gas, ma con il Corridoio di Zangezur sotto il controllo dell’Azerbaigian, non sarebbe più necessario utilizzare queste rotte e si potrebbe inviare forniture dirette alla Turchia attraverso il confine con il Nakhchivan, inviandole per esempio a Kars, città turca dove già passano le due infrastrutture energetiche sopracitate, che dista poco più di 200 chilometri dal confine.

Tuttavia, l’opzione militare rischia di creare forti tensioni con l’Unione europea, che ha già aumentato la propria dipendenza energetica dall’Azerbaigian dopo la rottura con la Russia. Il punto critico è che, a differenza del Karabakh, la provincia di Syunik è internazionalmente riconosciuta come parte dell’Armenia: un’eventuale invasione sarebbe dunque una violazione palese del diritto internazionale. La questione assumerebbe particolari criticità per l’Italia, che in seguito all’inaugurazione del gasdotto transadriatico (Tap) – ultimo ramo del Corridoio meridionale del gas – ha rafforzato la sua cooperazione energetica con l’Azerbaigian: i rapporti fra Roma e Baku, come confermano gli intensi scambi di visite e le crescenti attività economiche e industriali in comune, sono oramai di grande rilevanza strategica per il nostro Paese.

Se l’Azerbaigian dovesse lanciare un’operazione militare, Bruxelles e Roma si troverebbero in un dilemma simile a quello vissuto con la Russia nel 2022. Ma la possibilità che vengano adottate sanzioni contro Baku è tutt’altro che certa, anche alla luce dell’attuale crisi in Medio Oriente e del timore di compromettere le forniture energetiche. Secondo Podolyaka, l’unico ostacolo concreto all’operazione militare potrebbe essere una forma di deterrenza tattica, come il rapido dispiegamento da parte armena di unità dotate di droni da ricognizione: “Se venissero costituite e posizionate in Armenia (questo tipo di unità), l’invasione potrebbe essere evitata o almeno resa molto più costosa per Baku”. La crisi in corso tra Azerbaigian e Russia potrebbe dunque essere il preludio a un tentativo azerbaigiano di cambiare con la forza l’assetto geopolitico del Caucaso. In questo contesto, l’Unione europea potrebbe essere chiamata a prepararsi a uno scenario in cui i propri interessi energetici rischiano di entrare in rotta di collisione con la difesa dei principi di sovranità e del diritto internazionale.

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Kallas, bene il processo di adesione dell’Armenia all’Ue (Ansa e altri 30.06.25)

(ANSA) – BRUXELLES, 30 GIU – Kallas ha poi sottolineato che l’Ue “sostiene” il processo di normalizzazione dei rapporti con l’Azerbaigian e che vorrebbe vedere la firma del trattato di pace “il prima possibile”. “In questo mondo c’è bisogno di stabilità ed è nostro interesse la conclusione di questo processo, anche dal punto di vista dei progetti di connettività verso l’Asia Centrale”, ha aggiunto.


KALLAS PLAUDE AL PROCESSO DI ADESIONE DELL’ARMENIA ALL’UE (Opinione)


Kallas: “Bene il processo di adesione dell’Armenia all’Unione europea” (Espresso) 

Armenia – Khor Virap, le origini della fede cristiana (Assadakah 30.06.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Sorge nella valle dominata dal profilo del biblico monte Ararat il monastero di Khor Virap, luogo simbolico della storia cristiana dell’Armenia. Più che un santuario, per gli armeni rappresenta il cuore spirituale della nazione, il punto in cui ha preso forma un’identità religiosa destinata a segnare in profondità la storia del Paese. 

Qui, secondo la tradizione, San Gregorio l’Illuminatore fu imprigionato per tredici anni alla fine del III secolo d.C., sotto il regno di Tiridate III, colpevole di aver professato la fede cristiana in un’epoca in cui il paganesimo era ancora dominante. Rinchiuso in un pozzo-prigione, sopravvisse grazie alla provvidenza, fino a quando – raccontano le fonti ecclesiastiche – fu invocato per guarire lo stesso re, gravemente malato. La sua liberazione segnò una svolta: Tiridate III guarì, si convertì e battezzò sé stesso e il suo popolo. Fu così che l’Armenia, nel 301 d.C., divenne la prima nazione al mondo ad adottare ufficialmente il cristianesimo come religione di Stato.

L’archimandrita Komitas Poghosyan, che guida da quattro anni la comunità del monastero, lo definisce senza esitazione “il luogo in cui è iniziato il risveglio spirituale del popolo armeno”. Per lui, la fede non è solo memoria, ma un’eredità viva: “Abbiamo vissuto momenti durissimi nella nostra storia, ma la fede ci ha sempre sostenuti. Anche nei tempi di maggiore sofferenza, non l’abbiamo mai perduta”.

Khor Virap è oggi meta di pellegrinaggi e punto d’incontro tra fedeli locali e visitatori provenienti da tutto il mondo. Durante le celebrazioni, le voci di tre giovani donne – Mariam, Lily e Anna – accompagnano le liturgie con canti che, secondo l’abate, “non sono solo musica, ma l’anima di un popolo che prega”.

Con un atteggiamento cordiale e un’umiltà disarmante, l’archimandrita accoglie chiunque varchi la soglia del monastero. “Come dice il Vangelo – ricorda – Cristo conosce i suoi, e i suoi lo conoscono. Quando si entra in una chiesa, si dovrebbe poter guardare negli occhi qualcuno e sentirsi accolti”.

Poghosyan ha anche un legame speciale con la Bulgaria, dove ha vissuto e prestato servizio in passato. “Ho ricordi bellissimi di quel Paese, non solo tra gli armeni della diaspora, ma anche tra i bulgari. L’amicizia fra i nostri popoli è una ricchezza”.

Nel pozzo in cui Gregorio fu rinchiuso, oggi si scende per devozione. Lì dove un tempo regnavano oscurità e dolore, oggi si celebra il miracolo della fede che ha resistito ai secoli. Khor Virap resta così il testimone silenzioso di una storia che continua a parlare, generazione dopo generazione.

“Chiesa Apostolica Armena: da culla del Cristianesimo a vittima del potere”, l’Editoriale di Bruno Scapini (Gazzetta Diplomatica 30.06.25)

arresto di sabato scorso del Capo della Diocesi di Shirak, l’Arcivescovo Mikael Ajapahyan, che fa seguito ad altro nei confronti del Capo della Diocesi di Tavush, l’Arcivescovo Bagrat Galstyan, eseguito appena tre giorni prima, è l’ennesimo episodio di una teoria di attacchi che il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, sta portando da qualche tempo avverso la Chiesa Apostolica armena con pretestuose accuse di sovversione dell’ordine costituzionale del Paese. Già da qualche tempo, infatti, in particolare da quando si è andata affermando una diffusa opposizione verso l’attuale Governo, l’Armenia sta vivendo uno dei momenti più critici della sua esistenza. Ma non tanto a causa di una conflittualità sociale inesistente o di una pretesa crisi economica che investirebbe il Paese, bensì per ragioni di pura conservazione del potere. Un potere finalizzato ad attuare un corso di politica estera più favorevole ai tradizionali nemici di vicinato (leggi Azerbaijan e Turchia), ma mascherandone la compiacenza con un quanto mai illusorio progetto di pacificazione regionale non inclusivo dei reali e più rilevanti interessi nazionali. E proprio in questa prospettiva, il Governo avrebbe condotto oggi il Paese ad un bivio cruciale: ovvero a dover scegliere se permanere nello storico legame con Mosca, o se invece abiurarlo in favore di uno schieramento pro-occidentale. Un’opzione, quest’ultima, che è stata adottata in via preferenziale proprio da Pashinyan, su sollecitazione delle forze euro-atlantiste inclini a strumentalizzare la sua figura politica nell’ottica di antagonizzare ancora una volta la Russia nello scacchiere caucasico. Ed è in questa prospettiva che l’attuale scontro tra Governo e Chiesa Apostolica troverebbe le sue primarie motivazioni e spiegazioni.

La criticità, infatti, dell’attuale rapporto tra le Autorità e la Chiesa Apostolica andrebbe più propriamente inquadrata nel contesto di quella crescente tensione con i massimi esponenti religiosi di Echmiadzin che l’attuale Governo di Nikol Pashinyan avrebbe provocato a seguito di una sua deriva autocratica sempre più allineata con gli interessi di alcune potenze occidentali intenzionate a destabilizzare il Paese in funzione anti-russa. Non va dimenticata, infatti, la genesi dell’attuale Governo: Pashinyan, da “prigioniero politico” quale era, dopo i cruenti fatti di piazza del 2008 – cui lo stesso ha attivamente partecipato – è passato al ruolo di un auto-proclamato “Primo Ministro” nel 2018 a seguito di una quanto mai perplessa “transizione di velluto”. Da allora il suo Governo è stato sempre alla ricerca di un consenso che potesse garantirne una legittimazione politica, e ha contato a tal fine sulla disaffezione serpeggiante attraverso alcune frange dell’elettorato che si facevano portatrici di un auspicato cambiamento rispetto al precedente Governo. Poiché l’iniziale sostegno popolare in favore di Nikol è andato nel tempo scemando a fronte di alcune sue scelte politiche adottate in aperto contrasto con le cause storiche nazionali armene, quali la reintegrazione del Nagorno Karabach e il riconoscimento universale del Genocidio del 1915 (elementi entrambi costituenti storicamente l’identità nazionale del popolo armeno), una forte reazione si sarebbe gradualmente consolidata verso la sua figura istituzionale vista non più in linea con gli interessi del Paese, ma anzi con essi in aperto pieno contrasto. La discutibile sconfitta subita con l’ultima guerra con l’Azerbaijan nel 2020, la totale perdita del Karabagh nel 2023, la inattuabilità del suo progetto di fare dell’Armenia un “crocevia della pace” – attraverso concessioni di varia tipologia in favore di Paesi storicamente “nemici”, ma percepite come “inaccettabili” dall’opinione pubblica del Paese – e l’inasprimento dei rapporti con la Russia – in contro-tendenza con i tradizionali interessi economici, migratori e strategici da sempre mantenuti con Mosca – sono tutti fattori che hanno portato all’emergere di un vasto movimento di resistenza di cui proprio la Chiesa Apostolica di Echmiadzin si è fatta interprete offrendo il pretesto per le scomposte e irreverenti reazioni avute dal Premier, al limite dell’oltraggio, verso la massima Autorità religiosa e spirituale della Nazione, il Catholicos di tutti gli armeni.

Per gli aspetti più propriamente geopolitici, che attengono invero alla vera sostanza della attuale crisi attraversata dal Paese, non va parimenti sottaciuto come l’Armenia costituisca oggi col Governo Pashinyan l’elemento sul quale poggia quell’Occidente collettivo votato alla sconfitta strategica della Russia; lo stesso Occidente che ritiene di poter condurre oggi Yerevan verso uno schieramento euro-atlantista non solo inducendo il suo Governo ad abiurare i tradizionali vincoli con Mosca (dall’appartenenza all’Unione Euroasiatica alla CSTO ed altre forme di cooperazione), ma anche accreditando in alternativa un’ipotesi di destabilizzazione del Paese funzionale – congiuntamente ai casi della Moldova e della Georgia – ad un indebolimento del fronte caucasico della Federazione Russa. Non sarebbe irrealistico, del resto, immaginare in proposito come anche l’Armenia, nelle intenzioni di alcune note leadership occidentali, possa rappresentare al pari dell’Ucraina un’utile opportunità per ingegnerizzare un altro “progetto anti-Russia”. Ma la difficoltà incontrata per una simile conversione del ruolo del Paese (strategicamente ed economicamente più orientato verso Mosca) indurrebbe ora Pashinyan a ricercare altri ulteriori pretesti per attivare uno scontro con le opposizioni all’interno della società armena colpendola proprio in quello che ha più di vitale per mantenere e preservare l’unità storica, spirituale, etica e morale dell’intera Nazione ivi compresa la sua stessa Diaspora.

Prova dell’appoggio di cui peraltro gode l’attuale Governo armeno da parte occidentale per questa sua riprovevole linea di condotta è ancora una volta quel noto doppio standard comportamentale tenuto dalle istituzioni di Bruxelles. Queste, al tempo delle violenze di piazza del 2008, non lesinavano pressioni politiche di ogni tipo pur di ottenere la scarcerazione di Pashinyan ritenendolo “prigioniero politico”. Ma oggi quelle stesse leadership tacciono. Né osano prendere le difese di esponenti religiosi arbitrariamente arrestati con motivazioni tanto speciose nelle finalità, quanto pretestuose e fallaci nei contenuti.

In questa prospettiva, aizzare, dunque, il popolo contro la massima Istituzione religiosa, denigrandola con una narrativa offensiva e oltraggiosa, ma anche cercando di imbavagliarla con veri e propri atti persecutori (accuse di comportamenti osceni e immorali, arresti di esponenti religiosi e civili, proposta di riforma per l’elezione del Catholicos quale suprema guida spirituale), potrebbe ben percepirsi non solo come una violazione del principio oggi universalmente riconosciuto dell’indipendenza della Chiesa dallo Stato (un principio peraltro fatto proprio dalla stessa Costituzione armena e dalla più recente legge di ridefinizione dei rapporti tra le due entità del 2007), ma anche come tragico e al contempo miserevole espediente per raccogliere consensi in vista delle prossime elezioni politiche del 2026, in occasione delle quali molto verosimilmente Nikol Pashinyan si troverà a dover fare i conti con una opposizione sempre più consolidata e determinata ad invertire il corso politico del Paese per restaurare quei valori che proprio il suo Governo ha inteso mettere in discussione in un’ottica distruttiva dell’unità nazionale.

Bruno Scapini

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