Iran, Teheran all’Armenia: “Preoccupano truppe straniere vicino al confine” (Varie 18.08.25)

L’Iran esprime preoccupazione per la presenza di truppe straniere lungo il confine con l’Armenia, in un momento di delicate trattative nel Caucaso meridionale. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, durante una conferenza stampa tenutasi a Erevan con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, ha sottolineato l’importanza di rispettare l’integrità territoriale e la sovranità dell’Armenia, invitando le autorità armene a considerare con attenzione le preoccupazioni di Teheran riguardo alla presenza di forze di terze parti vicino ai confini comuni.

Preoccupazioni iraniane e dialogo tra Erevan e Teheran

Le dichiarazioni di Pezeshkian, riportate dall’agenzia Mehr, arrivano in un momento in cui Armenia e Azerbaigian stanno negoziando l’accordo sullo sviluppo del corridoio di transito dello Zangezur, che si trova in prossimità del confine con l’Iran. Il presidente iraniano ha fatto appello a Erevan affinché affronti in maniera completa e trasparente ogni cambiamento relativo alla presenza di forze straniere nella regione di confine, rimarcando che qualsiasi modifica nella posizione delle truppe iraniane sarà attentamente monitorata.

Dal canto suo, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha dichiarato che le istanze di Teheran saranno rispettate, ma ha anche evidenziato che la sicurezza del corridoio di Zangezur sarà decisa esclusivamente dall’Armenia e non da Paesi terzi. Tale posizione riflette la volontà di Erevan di mantenere il controllo sovrano sulle proprie decisioni di sicurezza, nonostante le pressioni regionali e internazionali.

Il contesto geopolitico e il ruolo degli alleati

Il dialogo tra le due capitali si inserisce in un contesto geopolitico complesso, segnato dall’erosione della storica alleanza armena con la Russia, percepita come sempre meno affidabile nella tutela degli interessi di Erevan. Dopo gli scontri con l’Azerbaigian, la Russia ha mostrato un impegno limitato, mentre l’Armenia ha iniziato ad aprirsi a nuovi interlocutori, incluse potenze occidentali come gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

Nonostante la presenza di circa 10.000 soldati russi sul territorio armeno, la leadership di Yerevan, guidata da Pashinyan, ha iniziato a ridurre la dipendenza da Mosca, anche in campo militare, mentre si intensificano le trattative per una possibile normalizzazione dei rapporti con Baku. Tuttavia, la complessità delle relazioni regionali e la presenza di interessi contrastanti rendono molto delicata la gestione delle questioni di sicurezza lungo i confini comuni con l’Iran e l’Azerbaigian.

Il richiamo di Pezeshkian alla necessità di affrontare le preoccupazioni iraniane rappresenta quindi un segnale importante in vista del proseguimento dei negoziati e della stabilizzazione della regione, che resta uno snodo cruciale per gli equilibri geopolitici del Caucaso meridionale.

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Iran: ministro Esteri, non accetteremo presenza truppe Usa al confine con Armenia (2)

Baghdad, 18 ago 13:14 – (Agenzia Nova) – Araghchi ha sottolineato che la leadership armena ha confermato a quella iraniana che “le linee rosse della Repubblica islamica non saranno inficiate dal nuovo corridoio – che passerà in territorio armeno – e che non ci sarà nessuna presenza militare statunitense né di società di sicurezza private legate a Washington”. Il capo della diplomazia di Teheran ha poi esaminato le possibili conseguenze economiche di questo accordo. “La nuova via potrebbe avere alcune conseguenze economiche, riducendo leggermente l’importanza della rotta di transito che passa attraverso l’Iran”, ha spiegato Araghchi, aggiungendo che “nella misura in cui il corridoio rimarrà sotto sovranità armena, non potremo sollevare nessuna obiezione”. (Irb)

Armenia-Iran: Pashinyan, relazioni bilaterali vanno portate a livello di partenariato strategico

Erevan, 19 ago 13:22 – (Agenzia Nova) – Le relazioni tra Armenia e Iran devono essere portate al livello di un partenariato strategico. Lo ha affermato il primo ministro armeno Nikol Pashinyan durante un briefing con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che si trova in visita a Erevan. “Abbiamo concordato che è giunto il momento di lavorare per portare le relazioni tra i nostri Paesi al livello di un partenariato strategico”, ha dichiarato Pashinyan dopo l’incontro con il capo dello Stato iraniano. I leader dei due Paesi hanno firmato una dichiarazione congiunta e una serie di memorandum sulle consultazioni politiche tra i rispettivi ministeri degli Esteri, sulla cooperazione nei settori del turismo, della formazione professionale, dello sviluppo urbano e della costruzione di strade, della cinematografia, della regolamentazione della produzione di prodotti medicali e dell’interazione tra musei e archivi. (Rum)

 

La fragile promessa di pace tra Armenia e Azerbaigian (Tempi 17.08.25)

Più che accordo di pace, sarebbe più giusto chiamarla promessa di pace. Ma la stretta di mano tra il premier armeno Nikol Pashinyan e il dittatore azero Ilham Aliyev alla Casa Bianca è più di una photo opportunity e potrebbe davvero portare i due paesi alla risoluzione di un conflitto secolare con l’aiuto degli Stati Uniti.

L’ingiusta rinuncia dell’Armenia

C’è una premessa importante, che viene troppo poco sottolineata nei commenti all’incontro di venerdì a Washington: un eventuale accordo non ristabilirà in ogni caso la giustizia, violata con l’uso della forza da parte dell’Azerbaigian e dal suo alleato turco. Anzi, metterà nero su bianco un’ingiustizia, rendendola definitiva.

Il testo su cui hanno iniziato ad accordarsi Armenia e Azerbaigian prevede infatti all’articolo I che «i confini tra le Repubbliche socialiste sovietiche dell’Urss diventino i confini internazionali dei rispettivi Stati indipendenti» e che (articolo II) «le parti non hanno alcuna rivendicazione territoriale reciproca» e rinunciano a rivendicazioni future.

Questo significa che il territorio del Nagorno-Karabakh, da sempre appartenente all’Armenia e che solo per un accidente della storia è finito all’interno della giurisdizione dell’Azerbaigian durante l’epoca sovietica, conquistato definitivamente con la forza da Baku nel settembre 2023, complice l’inazione della comunità internazionale, sarà per sempre azero.

Un corridoio per la pace con gli azeri

È questa la concessione che il premier armeno Pashinyan è disposto a fare pur di evitare una guerra tra Armenia e Azerbaigian, che non ha mai abbandonato in questi anni la retorica bellicista e razzista verso la popolazione armena.

Venerdì a Washington un ulteriore passo verso la pace e, nelle speranze di Pashinyan, verso la sicurezza del popolo armeno è stato fatto. Erevan, infatti, ha ceduto a un’altra antica richiesta di Baku, la costruzione su territorio armeno di una strada che colleghi l’Azerbaigian all’exclave di Nakhicevan, al confine con l’Iran. Il corridoio comprenderà una ferrovia, gasdotti, oleodotti e cavi di fibra ottica.

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L’Armenia spera in Trump e negli Usa

Il corridoio si chiamerà “Trump Route for International Peace and Prosperity” (Tripp) e sarà costruito e gestito dagli americani in base alla legge armena. Si spiega così la concessione di Pashinyan all’Azerbaigian senza ottenere nulla in cambio.

La contropartita è la speranza, vedremo quanto fondata, che gli americani, forti di un interesse economico e geopolitico nella regione, influenzata da Iran e Russia, si facciano garanti della pace. O meglio: tengano a bada gli appetiti del lupo azero.

Questa sarebbe la base anche per il ristabilirsi di rapporti commerciali tra Armenia e Turchia, che a Erevan servono come il pane.

Nessuno può credere all’Azerbaigian

Il dittatore Aliyev, infatti, è completamente inaffidabile e nulla di ciò che dice può essere creduto. L’Armenia non può permettersi questa leggerezza. Nel 2020, quando fu firmato un cessate il fuoco dopo che gli azeri erano riusciti durante una guerra durata sei settimane a conquistare un pezzo del Nagorno-Karabakh, il ruolo ora affidato agli americani spettava ai russi.

Ma Vladimir Putin, troppo distratto dalla guerra in Ucraina, ha barattato il Nagorno-Karabakh armeno per qualche vantaggio offerto da Aliyev ed Erdogan, e l’Armenia si è ritrovata sola e impossibilitata a difendersi contro le armi sofisticate che un paese Nato come la Turchia e uno avanzato come Israele, fornivano all’esercito azero per massacrare i civili armeni.

Proteste in Bulgaria contro l'invasione del Nagorno-Karabakh da parte dell'Azerbaigian, 2023
Proteste in Bulgaria contro l’invasione del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian, 2023 (foto Ansa)

Nessuna giustizia per Stepanakert

L’accordo, che è stato fortemente criticato dall’Iran e solo tiepidamente accettato dalla Russia, prevede che le parti dimostrino buona volontà nel disegnare i confini internazionali e nel fornire informazioni sui prigionieri di guerra (l’Azerbaigian non l’ha mai fatto).

La parte più dolorosa per l’Armenia non è ciò che è contenuto nell’accordo, ma ciò che manca: non c’è alcun riferimento, infatti, al diritto dei 120 mila armeni di ritornare alle loro case nel Nagorno-Karabakh occupato militarmente.

Che cosa ne sarà delle loro proprietà e dei loro diritti? È fin troppo chiaro, dal momento che l’intesa sarebbe tombale.

Pashinyan abbandonato da tutti

Non c’è dubbio che il premier armeno verrà fortemente criticato per aver abbandonato una rivendicazione storica del suo popolo e rinunciato alla giustizia che gli spettava (che alla comunità internazionale interessa se riguarda l’Ucraina, meno quando si parla di Armenia).

Ma davanti al tradimento dei russi e in assenza di appoggio internazionale (quante terribili responsabilità ha l’Unione europea), che cosa poteva fare Pashinyan se non cedere qualcosa in cambio della protezione della prima superpotenza mondiale?

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Restano i dubbi, ovviamente. Le concessioni ottenute placheranno la fame del lupo azero? E Trump farà davvero rispettare la pace facendo la voce grossa (anche militare)? Per il momento si tratta di domande senza risposta. Per questo, più che di accordo, bisogna parlare di promessa. Ma una promessa di pace è meglio di una certezza di guerra.

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Gemona abbraccia il folklore: il mondo al Festival dei cuori (Messggeroveneto 17.08.25)

Gemona si prepara ad accogliere ancora una volta il Festival dei Cuori, la più longeva manifestazione folclorica del Friuli Venezia Giulia, giunta quest’anno alla sua 55° edizione.

Nata nel 1965 su iniziativa di Vittorio Gritti, la rassegna è divenuta negli anni un punto di riferimento internazionale per la promozione del dialogo tra i popoli. Il festival si svolge in collaborazione con i Comuni di Gemona, Tricesimo, Udine e Bovec (Slovenia), con il sostegno di Regione, Fondazione Friuli e il contributo di numerosi sostenitori. Un anno particolare, questo, dopo lo strappo con la storica sede di Tarcento.

Nelle giornate del 24 e del 26 agosto, Gemona sarà il cuore pulsante. Il filo conduttore rimane immutato: la celebrazione delle diversità culturali come fonte di arricchimento reciproco, nel rispetto delle direttive Unesco per la promozione della pace, della solidarietà e della tolleranza.

Quest’anno, sul palcoscenico si esibiranno gruppi provenienti da cinque continenti, ciascuno portatore di tradizioni millenarie, musiche, costumi e coreografie che raccontano l’identità del proprio popolo: l’Armenia con il Gruppo folkloristico “Armenner”, sotto la direzione artistica di Artur Hakobyan; la Colombia con la Compañía artística “Ainjaa”, diretta da Homero Cortés; l’Ecuador con il Grupo Folclórico “Tungurahua”, con la direzione di Mary Marcial De Quinde; il Kirghizistan con l’Ensemble “Adis”, coreografie di Veronika Shafikova; Tahiti con Hei Show Tahiti ‘Ori, guidato da Heilani Tama e l’Italia con il Gruppo folkloristico “Chino Ermacora” di Tarcento, con la direzione artistica di Massimo Boldi e il Gruppo “Città di Quarto 1928” di Quartu Sant’Elena (Cagliari, Sardegna), diretto da Gianni Orrù.
Il programma comincerà domenica 24 agosto alle 9.30 con la sfilata dei gruppi in costume per le vie del centro: Caneva, Cavour e Bini. Novità di questa edizione: alle 10.30 in duomo ci sarà la messa con la partecipazione di tutti i gruppi, che animeranno il sagrato con una esibizione finale. La giornata si concluderà nel Borgo del Ponte, con la Festa di San Rocco, che quest’anno si arricchisce della “Serata dell’Amicizia”: dalle 19.30, i gruppi incontreranno la popolazione per un momento di scambio tra culture. In caso di maltempo, la serata si terrà al Cinema teatro sociale alle 21.

Gran finale martedì 26 agosto. Il pomeriggio sarà dedicato all’incontro tra i gruppi e le autorità locali alle 17 a Palazzo Boton. Alle 21, nell’arena di via Roma (o al Cinema teatro sociale in caso di pioggia), si terrà l’esibizione completa di tutti i gruppi partecipanti; occasione per celebrare la “comunione di cuori” che dà il nome e il senso profondo alla manifestazione. In un mondo ancora lacerato da conflitti, Gemona offre uno spazio di dialogo attraverso la bellezza delle tradizioni popolari.

Sotto la direzione artistica di Massimo Boldi, l’edizione 2025 promette di essere ancora una volta un inno alla diversità, un invito a guardare l’altro con occhi nuovi, aperti, curiosi. Perché, come ricorda lo spirito della kermesse, non ci sono distanze quando si parla il linguaggio del cuore.

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Le implicazioni geo-politiche della Dichiarazione congiunta tra Armenia e Azerbaigian (AgenziaFides 16.08.25)

di Cosimo Graziani

Washington (Agenzia Fides) – «Mi congratulo con l’Armenia e l’Azerbaigian, che hanno raggiunto la firma della Dichiarazione congiunta di pace».Così Papa Leone XIV si è espresso domenica 10 agosto parlando alla moltitudine raccolta in Piazza San Pietro dopo la recita della preghiera mariana dell’Angelus. Il Pontefice si riferiva al testo sottoscritto due giorni prima alla Casa Bianca Armenia e Azerbaigian: una dichiarazione congiunta di sette punti per regolare le loro future relazioni, in vista di giungere a un vero e proprio trattato di pace. Leone XIV ha auspicato «possa contribuire a una pace stabile e duratura nel Caucaso meridionale».

La dichiarazione è stata mediata dagli Stati Uniti, che hanno partecipato alla firma con il Presidente Donald Trump. La firma giunge in un momento in cui le relazioni tra i due Paesi del Caucaso meridionale sono ancora segnate dall’ultimo conflitto del 2023, quello con il quale Baku ha riconquistato la regione del Nagorno-Karabakh.
Dopo la conquista da parte di Baku della regione, l’Azerbaigian ha presentato delle richieste all’Armenia, prima fra tutte la modifica del preambolo della Costituzione che prevede rivendicazioni territoriali verso l’Azerbaigian e la Turchia. Tali richieste non sono state ancora soddisfatte. Già lo scorso marzo i due Paesi avevano raggiunto un accordo su un testo riguardante un trattato di pace, Baku però aveva vincolato il processo al rispetto delle condizioni poste. Se si tiene conto di questo, la dichiarazione di Washington si configura come un’altra tappa nel processo di pace ancora in corso, visto che non è vincolante come un Trattato.
Molti analisti sostengono che non ci sia stato un vero e proprio passo in avanti nel miglioramento delle relazioni proprio per la natura dell’accordo firmato a Washington, anche se tale accordo ha preso in considerazione uno dei punti importanti al centro delle tensioni: la gestione del corridoio di Zangezur, un lembo di terra armeno che divide l’Azerbaigian dalla sua exclave della Repubblica Autonoma del Nakhichevan. Uno dei punti stabilisce l’entrata degli Stati Uniti nella gestione delle future infrastrutture del corridoio – si parla di un’autostrada, un gasdotto e un oleodotto – per connettere l’exclave con il restante territorio azero. La gestione statunitense – che sarebbe esclusiva – dovrebbe durare novantanove anni e dovrebbe soddisfare due richieste importanti: darebbe all’Azerbaigian la connessione tra i suoi territori e al primo ministro Pashinyan la possibilità di affermare che la sovranità del territorio è rimasta armena.
La notizia dell’accordo provvisorio ha scatenato le reazioni di tutte le potenze che confinano con il Caucaso. La regione infatti è tra le più importanti al mondo in termini geopolitici, essendo uno snodo importante per le connessioni Est-Ovest e confinando con Paesi quali la Turchia, l’Iran e la Russia. Tutti e tre i Paesi hanno accolto con favore il fatto che Armenia e Azerbaijan abbiano compiuto passi in avanti nella risoluzione delle loro tensioni. Ma in alcuni casi gli interessi dei Paesi confinanti si scontrano con la possibile nuova presenza americana nel Caucaso nella gestione delle infrastrutture.
Per la Russia si tratta di una situazione che riduce ulteriormente la sua rilevanza nel Caucaso. Il ruolo di Mosca era già diminuito a seguito dello scoppio della guerra del 2023, in seguito alla quale Erevan aveva accusato i soldati russi di non aver saputo proteggere la popolazione armena nel Nagorno-Karabakh (dove forze militari russe erano presenti dalla fine del conflitto del 2020).
La firma del documento della scorsa settimana rende gli Stati Uniti un attore da non poter più escludere nella regione: Mosca da oggi in poi dovrà considerare anche le reazioni di Washington nella sua politica estera nel Caucaso.
L’altro attore che può non sentire la pressione di una rinnovata presenza statunitense nella regione è l’Iran, che in questi ultimi anni aveva preso le difese dell’Armenia nella questione del corridoio di Zangezur. La possibilità che gli Stati Uniti possano avere in gestione le infrastrutture del corridoio, che dovrebbe costeggiare il confine tra Armenia e Iran, è, come ha dichiarato il ministro degli Esteri di Teheran, una “preoccupazione” che potrebbe “destabilizzare la regione”.
Per gli Stati Uniti, aver portato allo stesso tavolo i due Paesi è una vittoria diplomatica che permette di porre la propria bandiera in un’area sensibile, attraversata da infrastrutture che collegano Asia ed Europa.
Il Corridoio di Zangezur è lungo solo quarantatré chilometri, che però hanno un’importanza strategica enorme. Sviluppare nuove infrastrutture come strade, ferrovie e gasdotti in quel punto significa avere la possibilità di ridurre la lunghezza dei corridoi infrastrutturali che passano per il Caucaso. Al momento infatti il Middle Corridor, una volta arrivato in Azerbaigian dall’Asia Centrale, passa per la Georgia a nord per poi tornare verso sud in Turchia. Se poi si considera che in prospettiva tali corridoi potranno collegare la Cina all’Europa, per gli Stati Uniti il fatto di controllare la sezione che farebbe ridurre i tempi di consegna permetterebbe di continuare il confronto con Pechino in maniera strategica. Da questo punto di vista, la presidenza Trump, con la firma dei documenti dell’8 agosto, può ritenere di aver guadagnato terreno nel confronto geopolitico con la Cina. (Agenzia Fides 16/8/2025)

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In rotta con Mosca, l’Azerbaigian ora minaccia di armare Kiev (Il Manifesto 16.08.25)

Con l’Ucraina al centro dell’incontro di venerdì sera tra Donald Trump e Vladimir Putin chissà se i due leader avranno discusso questioni più “laterali”, quali gli ultimi sviluppi nei negoziati di pace azero-armeni.

Leggendo il vertice in Alaska come una novecentesca spartizione di sfere d’influenza, l’intesa firmata l’8 agosto da Azerbaijan e Armenia a Washington (e con la mediazione statunitense) può essere interpretata come un’interferenza in quella che è una tradizionale zona di dominio del Cremlino.

A maggior ragione se, come sembra suggerire la felpa con la scritta “Urss” sfoggiata dal ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, ancora aleggiano sogni di “restaurazione imperiale”. L’egemonia della Federazione nel Caucaso del sud è però da tempo in discussione e le relazioni bilaterali di Mosca tanto con Erevan quanto, soprattutto, con Baku, sono ai minimi storici.

A fare scalpore in questo senso a inizio settimana, una presunta dichiarazione del presidente azero Ilham Aliyev che starebbe prendendo in considerazione la revoca del veto sull’assistenza militare a Kiev, oltre a quella umanitaria già in corso: lo ha riferito il canale filo-governativo Caliber, citando fonti «ben informate sui fatti».

SI TRATTEREBBE di un cambiamento a 360 gradi della politica della repubblica caucasica in merito al conflitto in Ucraina: dalla rigorosa neutralità delle fasi iniziali, nelle quali anzi veniva firmato un trattato di cooperazione con Mosca, a un sostegno sempre più pieno al paese aggredito. D’altronde a fine luglio Baku e Kiev siglavano il loro primo accordo per le forniture di gas, che dai pozzi del Caspio vengono ora pompati verso la pianura sarmatica grazie al condotto TransBalkan.

Ecco che circa una settimana dopo, il 6 agosto, droni russi su Odessa sono andati a colpire un impianto di compressione legato alla compagnia di stato azera Socar. Per alcuni analisti non si sarebbe trattato di una semplice “vittima collaterale” della campagna di bombardamenti sulle infrastrutture che il Cremlino continua a portare avanti in Ucraina, dal momento che diversi ordigni sarebbero andati a mirare proprio quell’impianto.

A ogni modo, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e Aliyev hanno colto “il danno al balzo” e domenica scorsa hanno condannato pubblicamente l’accaduto puntando il dito contro Mosca. Da lì l’annuncio da parte di Baku dell’approvazione di 2 milioni di dollari di aiuti umanitari per il paese aggredito (ne sono stati mandati circa 40 milioni dall’inizio dell’invasione) e poi le voci su possibili forniture d’arma.

LA CONTROPARTE RUSSA non è rimasta in silenzio. Sulla televisione di stato, il conduttore Vladimir Solovyov (mai parco di annunci roboanti) ha paventato la possibilità che il Cremlino venga costretto a condurre una “operazione militare speciale” anche sulle rive del Caspio, oltre a quella in corso in Ucraina. Una minaccia reiterata attraverso i social pure dall’ex-militare e deputato di Russia Unita Andrey Gurulyov, che in più ha suggerito la necessità di imporre un embargo commerciale sui prodotti provenienti da Baku e di intensificare la repressione nei confronti dei cittadini azeri presenti sul territorio della Federazione.

Dietro la spaccatura tra Azerbaijan e Russia (e la conseguente convergenza azero-ucraina) c’è indubbiamente l’interesse di Baku di rafforzarsi nel ruolo di fornitore di energia per l’Unione Europea. Non manca però anche l’aspetto personalistico. In un’intervista concessa a Fox News questa settimana, Aliyev ha dato l’idea di non aver mai perdonato Putin per le mancate scuse dopo l’incidente dello scorso dicembre di un aereo della compagnia di bandiera azera causato dalla contraerea di Mosca. In modo non poi così diverso, si può leggere l’attivismo di Trump nel Caucaso in chiave anti-russa o anti-iraniana (o entrambe le cose, visto che dalla regione passano le vie di comunicazione terrestri tra i due paesi).

AL CONTEMPO, tuttavia, i vertici del Cremlino vengono accolti col tappeto rosso sulla questione ucraina e non va dimenticato che, al netto delle tensioni retoriche e non, la Federazione mantiene ancora una discreta presenza militare ed economica sia in Azerbaijan che in Armenia. Più che una spartizione, allora, sembra più quasi un disegno di “coabitazione imperiale” in cui Putin subappalta a Trump il ruolo di paciere e stabilizzatore regionale per disimpegnarsi, ma solo fino a dove conviene.

Va da sé però che l’“attivismo negoziale” a stelle e strisce rimane molto di facciata ed è più che probabile che gli apparenti successi (celebrati dalla Casa Bianca come passi verso il Nobel) andranno a scontrarsi coi nodi critici lasciati irrisolti e con gli interessi dei diversi attori su vari dossier (energia, infrastrutture, sicurezza…), storicamente difficili da conciliare.

Il Festival Internazionale del Folklore, alla XIX edizione, ha registrato il successo annunciato (Gazzetta Benevento 16.05.25)

Il Festival Internazionale del Folklore, alla XIX edizione, ha visto un pienone annunciato, anche grazie alla nuova location, ma soprattutto grazie ad una proposta innovativa e decisamente multietnica.
“Da sempre, il bel borgo dell’Alto Beneventano sannita – si legge nella nota inviata alla Stampa – offre un festival che fa parlare di sé.
Gruppi provenienti da Armenia, Mexico, Martinica (foto) già dalle prime ore della giornata hanno animato i vicoli e le piazze del paese, offrendo una straordinaria performance itinerante che ha concesso attimi di pura condivisione, sia in termini culturali, sia in termini di richiesta di pace.
Tamburi, chitarre, guitarròn, pimax, bangio, violini, bandol, maracas, duduk,kamancha, saz, darbuka, bouzouki hanno sparse note etniche coronate da balli e canti che, nell’inneggiare la tradizione, hanno formulato risposte forti e nette su come si deve tornare a parlare di concetti nobile e lasciare a nei cassetti più reconditi, la voglia sfrenata di conquiste accentuate e garantite da bombe e morti d’innocenti.
Un festival partecipato, circa millecinquecento le persone accorse nella splendida piazza Municipio, per applaudire Lino Rufo e Stefano Saletti ensemble, con la nuova creatura dedicata a Giose Rimanelli, scrittore, poeta e saggista molisano, J Janare baselicesi che hanno rievocato la strega Coletta, e le performance dei gruppi provenienti da Mexico, Armenia e Martinica.
Tre ore di spettacolo a cura del gruppo Murgantia.
Il sindaco di Baselice, Massimo Maddalena, nel patrocinare l’evento, ha sottolineato come questo sia diventato imprescindibile per la cittadina e per l’intera area forturina.
Il presidente del gruppo Murgantia, Enzo Cocca, non ha nascosto l’emozione e orgogliosamente ha voluto omaggiare gli ospiti e soprattutto porre l’accento sulla felice ristrutturazione del gruppo folkolorico locale.
Applausi, emozioni, ricordi e soprattutto speranza per un futuro senza antagonismi, senza l’oligarchia dei regimi che minano incontri e scambi culturali, fonti uniche di vera condivisione.
La forza del mondo sta nelle idee globali, accettare differenza e condividerne le parti migliori senza retorica e prevaricazioni l’urlo della piazza che non ha mai fatto mancare il giusto apporto agli artisti che, con le loro straordinarie esibizioni, hanno esaltato identità, tradizioni, e soprattutto aggregazione.
La serata, condotta dal giornalista Maurizio Varriano, ha concesso alla splendida luna affacciatasi in tutto il suo splendore, una serata che rimarrà indelebile nei cuori di una Baselice che non dimentica e spera che ogni disgrazia sia fonte di nuovo rinascimento.
Un ricordo a chi ci ha lasciato troppo presto e un caloroso abbraccio a chi da qualche giorno non da notizie di sé”.

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Armenia: l’Ambasciatore Ferranti a Dilijan (Aise 14.08.25)

JEREVAN\ aise\ – L’Ambasciatore italiano in Armenia, Alessandro Ferranti, accompagnato da alcuni funzionari della Sede, nei giorni scorsi si è recato in visita a Dilijan dove è stato accolto dal Sindaco della Città, Davit Sargsyan. Nel corso del cordiale colloquio è emersa la comune volontà di realizzare iniziative di mutuo interesse, con particolare riguardo all’ambito culturale.
La visita – riporta l’Ambasciata – è poi proseguita presso la sede di Green Rock, società internazionale dedita alla realizzazione di progetti finalizzati allo sviluppo economico e al benessere sociale dell’Armenia.
Durante l’incontro sono stati presentati i progetti in corso e futuri di Green Rock, tra cui in particolare l’apertura, prevista per il prossimo autunno a Dilijan, di una rappresentanza armena della rinomata Apicius International School of Hospitality di Firenze, un’Accademia per la formazione in Management dell’Ospitalità, Enogastronomia e Benessere.
Il percorso accademico sarà condotto anche da esperti italiani del settore e gli studenti avranno l’occasione di trascorrere un anno della loro formazione presso la Scuola Apicius a Firenze.
Il progetto “Apicius Armenia” – sottolinea l’Ambasciata – rappresenta una significativa opportunità di sviluppo regionale e mira a promuovere e a rafforzare i legami educativo-culturali e gli scambi commerciali tra Italia ed Armenia, valorizzando il know-how e i prodotti di eccellenza della nostra tradizione eno-gastronomica.
La visita si è conclusa al Museo e Galleria d’Arte di Dilijan per un tour guidato in cui è stato possibile ammirare una panoramica della storia e della cultura materiale della regione di Tavush. La Galleria espone un gran numero di opere di artisti armeni e stranieri, tra cui anche italiani. (aise)

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Il vertice in Alaska e quei 47 chilometri nel Caucaso. Il prezzo di Trump per salvare Putin (Quotidiano 14.08.25)

Il presidente determinato ad affermare la sua presenza nella regione cerniera fra l’Asia Centrale e l’Ue e tagliare fuori la Cina. La chiave è il corridoio di Zangezur tra Azerbaigian, Iran e Armenia

Roma, 14 agosto 2025 – Il vertice di venerdì potrebbe risolversi con un enorme salvagente tirato dal presidente americano, Donald Trump, a quello russo, Vladimir Putin, sulla carta il nemico storico degli USA. Ma nel mondo multipolare, anche le alleanze diventano più fluide, così fluide da riuscire addirittura a ribaltarsi.

Il pericolo numero uno si chiama Pechino e il tycoon è pronto a salvare di fatto la Russia dall’isolamento internazionale, anche se non lo farà gratis. Per sua stessa definizione, il presidente fa accordi e quello con Putin riguarda una pacifica convivenza in determinate aree del mondo, evidentemente per entrambi più simile a una torta e dove entrambi vogliono la loro fetta.in

L’Artico è la parte con più crema, ma non è l’unica a fare gola al tycoon. Con l’accordo fra Azerbaigian e Armenia, gli USA ora fanno parte a pieno titolo anche della partita sul Caucaso, regione per lungo tempo di pertinenza esclusiva della Russia, ma dove Mosca ha perso molto terreno negli ultimi decenni.

C’è una parte di quest’area, in particolare, che fa gola agli USA: il corridoio di Zangezur. In tutto, sono 47 chilometri. Tecnicamente, servirà a connettere l’Azerbaigian con la exclave di Nakhchivan. Due terre separate dall’Armenia. Baku e Yerevan sono nemiche giurate per motivi religiosi e territoriali, con la prima uscita notevolmente rafforzata dopo le guerre fra il 2020 e il 2023, che le hanno permesso di riconquistare molte posizioni in Nagorno-Karabakh, a maggioranza armena, ma di fatto in territorio azero.

All’Armenia, uscita sconfitta, non è rimasto altro che accettare condizioni molto pesanti, fra cui acconsentire alla costruzione del Corridoio Zangezur e realizzarne una parte. L’accordo è stato mediato proprio da Donald Trump che, come ‘garanzia’ per la pacificazione dell’area ha imposto/proposto che il corridoio, che consisterà in una sede ferroviaria e una stradale, sia gestito dagli USA.

Se l’affare dovesse andare in porto, la gestione per 100 anni del Corridorio di Zangezur potrebbe fare entrare nelle casse statali dai 50 ai 100 miliardi di dollari all’anno. Il passaggio, poi, connetterebbe il Caspio con la Turchia e dunque con l’Europa.

Un disegno altamente strategico, da cui, però, rimangono fuori Russia e Cina, anche se in modo diverso. Mosca dovrà accettare di essere ridotta a un ruolo di comparsa in un territorio dove prima era la protagonista assoluta, con in cambio, forse, la possibilità di mantenere una presenza in Siria, Paese vitale per la sua prospezione sul Mediterraneo.

L’opera, poi, penalizzerà l’Iran, che si trova in una posizione di forte debolezza a causa degli eventi successivi al 7 ottobre e il ‘colpo di grazia’ inferto da Israele e Stati Uniti, e che quindi potrà obiettare ben poco. Ma dietro c’è una vittima ancora più eccellente. Si tratta della Cina, che proprio con la Repubblica Islamica ha avviato un imponente programma di investimenti per potenziare la sua presenza sull’area e che sembra aver puntato su un cavallo che è tutto, ma non vincente.

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La via verso la pace tra Azerbaigian, Armenia e Caucaso meridionale (Trt Global 14.08.25)

Si è vissuto un momento storico alla Casa Bianca quando il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha invitato i leader di Armenia e Azerbaigian a un grande vertice di pace a Washington. Questo vertice sembra finalmente aver posto fine a uno dei conflitti più lunghi in corso dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev, dopo aver firmato nuovi accordi strategici con gli Stati Uniti, hanno approvato una dichiarazione congiunta ritenuta capace di risolvere pacificamente le dispute tra i due paesi che durano da decenni.

Due elementi fondamentali di questo percorso verso la pace sono: il riconoscimento reciproco, da parte delle due parti, dei confini internazionali senza rivendicazioni territoriali, e la creazione di una via di transito attraverso una stretta fascia a sud dell’Armenia che colleghi il territorio exclave azero del Nakhchivan con il resto dell’Azerbaigian.

Questo corridoio, chiamato Trump International Route for Peace and Prosperity (TRIPP), sarà gestito per 99 anni da un consorzio economico sostenuto dagli Stati Uniti.

L’idea di un corridoio di trasporto in questa regione non è nuova. Una tale rotta è esistita in varie forme per decenni, ma l’Armenia ne ha ostacolato l’utilizzo negli anni ’90.

Dopo la seconda guerra del Karabakh, questa idea è tornata alla ribalta con il nome di Corridoio di Zangezur, ma non sono stati compiuti grandi progressi.

Tuttavia, a prescindere dal nome, poiché serve gli interessi di tutte le parti coinvolte, nessuno sembra opporsi alla sua creazione.

I benefici per la Türkiye

Il processo di normalizzazione tra Armenia e Azerbaigian ha due principali implicazioni geopolitiche per la Türkiye. La prima è la possibilità di rendere più resilienti le rotte di trasporto che collegano la Türkiye al cuore dell’Eurasia.

Attualmente, la principale rotta turca passa attraverso la Georgia, l’Azerbaigian e poi attraversa il Mar Caspio verso l’Asia centrale.

Questa è una rotta già collaudata che ha consolidato il ruolo della Türkiye come hub regionale di trasporto. La ferrovia Baku-Tbilisi-Kars, l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan e il Corridoio del Gas Meridionale svolgono un ruolo centrale nel collegamento della Türkiye ai mercati globali.

Il progetto TRIPP non è stato concepito per competere con queste rotte esistenti, ma per integrarle.

Aggiungere una seconda rotta commerciale attraverso il Nakhchivan, l’Armenia e poi l’Azerbaigian fornirà un’alternativa in caso di instabilità regionale o eventi geopolitici che colpiscano il corridoio georgiano, garantendo così la sicurezza degli scambi orientali della Türkiye.

Inoltre, questo corridoio permetterà un collegamento diretto per il transito e la comunicazione tra la Türkiye e gli altri paesi turcofoni dell’Eurasia.

Questa iniziativa rappresenta un grande successo geopolitico, poiché offre l’opportunità di una maggiore integrazione all’interno dell’Organizzazione degli Stati Turchi (TDT).

Fondata nel 2009 come Consiglio Turco, la TDT mira ad approfondire i legami culturali, storici e linguistici tra gli stati turcofoni dell’Eurasia, oltre a rafforzare le relazioni economiche e commerciali.

Il secondo risultato riguarda la creazione di un maggiore spazio politico per la normalizzazione tra Türkiye e Armenia.

Le relazioni tra Türkiye e Armenia sono state difficili negli ultimi anni. Sebbene la Türkiye sia stato uno dei primi paesi a riconoscere l’indipendenza dell’Armenia dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, i rapporti si sono rapidamente deteriorati a causa dell’occupazione azera da parte dell’Armenia nei primi anni ’90.

Nel 1993, la Türkiye sostenne una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiedeva il ritiro delle forze armene dalla regione di Kelbajar, occupata durante i conflitti.

Più tardi, nello stesso anno, le relazioni diplomatiche tra i due paesi si interruppero e la Türkiye chiuse il confine con l’Armenia. Da allora, le interazioni diplomatiche turco-armene hanno seguito un andamento altalenante.

Prima di riconquistare completamente i suoi territori nel settembre 2023, l’Azerbaigian aveva già ripreso gran parte dei territori occupati negli anni ’90 durante la seconda guerra del Karabakh nel 2020.

Dopo che Kelbajar è tornata sotto il controllo azero nel novembre 2020, molti si sono chiesti se ciò avrebbe potuto rappresentare un’opportunità per rinnovare le relazioni diplomatiche tra Türkiye e Armenia.

Tuttavia, oltre alla questione di Kelbajar, Ankara ha costantemente sostenuto che veri negoziati con l’Armenia sarebbero possibili solo in seguito alla normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian e alla firma di un accordo di pace.

Ora che il processo di ratifica di un accordo di pace è in corso, potrebbero emergere nuove opportunità per le relazioni Türkiye-Armenia.

Panoramica generale

È importante sottolineare che i benefici della normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian non sono limitati ad Ankara e Baku. Anche Erevan ne trarrebbe vantaggio.

L’Armenia, un paese povero, è stata esclusa per circa 35 anni dalla maggior parte dei grandi progetti regionali di infrastrutture energetiche e di trasporto a causa del conflitto irrisolto del Karabakh.

È difficile stimare quanto investimento straniero l’Armenia abbia perso a causa di questo, ma si può dire che miliardi di dollari in potenziali progetti sono passati oltre il paese.

Con la prospettiva di pace all’orizzonte, l’Armenia potrà avere relazioni normali con i suoi vicini e partecipare a nuove iniziative infrastrutturali nel settore energetico e commerciale.

Col tempo, ciò potrebbe portare benefici significativi all’economia armena.

Per la Türkiye, l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian rappresenta non solo nuovi progetti infrastrutturali, ma anche un’opportunità per promuovere una cooperazione più stretta con il Caucaso meridionale, la stabilità, la crescita economica e la connettività regionale.

Completando i corridoi di transito esistenti, aprendo la porta alla normalizzazione con l’Armenia e rafforzando come mai prima i legami con il mondo turcofono, la Türkiye può contribuire all’inizio di una nuova era nel Caucaso meridionale, in cui la cooperazione sostituisce il conflitto e la prosperità condivisa diventa la base di una pace duratura.

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L’operazione geopolitica che ha portato all’accordo tra Armenia e Azerbaigian: nuovi canali per energia e merci che aggirano Putin (Il Riformista 14.08.25)

L’intesa per la pace raggiunta dalle due nazioni ‘grazie’ alla volontà di Washington di ridefinire gli equilibri commerciali e politici dell’area, a discapito della Russia e dell’Iran

Dietro la facciata di un accordo di pace per chiudere decenni di conflitto tra Armenia e Azerbaigian, si cela un’operazione di ingegneria geopolitica volta a ridisegnare il Caucaso meridionale in chiave filo-occidentale e a mettere Washington nella posizione di arbitro dei flussi commerciali, energetici e digitali dell’area.

Il fulcro è il nuovo corridoio di transito attraverso l’Armenia meridionale che collegherà l’Azerbaigian all’enclave di Nakhchivan, per poi proseguire verso la Turchia e l’Europa. Se gli Stati Uniti assumeranno la regia nella costruzione e gestione dell’arteria, otterranno il controllo di un importante checkpoint. Una leva che permetterà a Washington di colpire l’elusione delle sanzioni, monitorare i flussi dal Caspio e determinare tempi e costi con cui l’Europa potrà ridurre la dipendenza dall’energia russa. La logica è semplice: chi controlla i colli di bottiglia, detta le regole.

L’uscita dall’ombrello russo

Per Erevan, la posta in gioco è la sopravvivenza e l’uscita da un ombrello di sicurezza russo ormai logoro. Al contrario di Baku, è senza sbocco sul mare, povera di idrocarburi, ma ricca di rame, oro e capitale umano. Produce scacchisti di livello mondiale, un fiorente settore informatico e una diaspora politicamente influente. Eppure è strategicamente vulnerabile: incuneata tra Turchia e Azerbaigian, dipendente da Georgia e Iran per l’accesso e ancora legata alla Russia per la sicurezza. In cambio dell’accordo, l’Armenia riceverà addestramento occidentale, tecnologie di sorveglianza di frontiera, investimenti e un flusso stabile di entrate dal transito. Se il progetto verrà realizzato con confini sicuri, regole di arbitrato chiare e flussi finanziari regolari, potrà innescare riforme strutturali e investimenti privati che Mosca non è in grado di offrire. Ma basterà un tradimento delle promesse per provocare un rapido rigetto politico interno.

Per Baku, l’accordo consolida i guadagni militari del 2023 e garantisce un collegamento più agevole con Nakhchivan e la Turchia, rafforzando al contempo i legami con la finanza, la tecnologia e — potenzialmente — la difesa statunitense. L’Azerbaijan pompa circa 600 kbpd e vanta la più antica produzione petrolifera commerciale al mondo. Nel 1846, il primo pozzo petrolifero trivellato meccanicamente fu scavato vicino a Baku, 13 anni prima del famoso pozzo di Titusville negli Stati Uniti. In cambio, l’Azerbaigian dovrà accettare una maggiore vigilanza occidentale su diritti umani, controlli all’export e spedizioni sensibili. La Turchia, da parte sua, vede avanzare il progetto di “Middle Corridor” che collega l’Asia centrale all’Europa e unisce economicamente il mondo turcofono. Con gli Stati Uniti in cabina di regia, Ankara dovrà però condividere l’influenza con un set di regole americane su dogane, cybersicurezza e finanza, trasformando quello che poteva essere un asse Ankara-Baku in un progetto multilaterale sotto supervisione Usa.

Chi sono i veri sconfitti

I veri sconfitti sono Russia e Iran. Mosca perde il ruolo di mediatore regionale e vede smantellarsi una parte della rete economica caucasica che garantiva canali di elusione delle sanzioni. Teheran si ritrova con un nuovo corridoio commerciale a nord del proprio confine. L’Armenia avrebbe concesso in locazione agli Stati Uniti, per 99 anni, un’area situata nella parte meridionale del Paese per l’istituzione di un corridoio NATO verso il Mar Caspio, interrompendo di fatto il confine con l’Iran. Di conseguenza, l’Armenia non condivide più un confine con l’Iran ai fini commerciali. Entrambi quindi tenderanno a sabotare l’intesa con pressioni di confine, attività per procura e propaganda. Per l’Europa, l’intesa realizza un obiettivo inseguito dal 2014: nuovi canali per energia e merci che aggirano la Russia.

Se gestito dagli Usa, il corridoio garantirà anche un monitoraggio più serrato dei carichi, rafforzando l’applicazione delle sanzioni e le regole commerciali. Avranno benefici anche le repubbliche centroasiatiche, che disporranno di una via d’accesso all’Europa alternativa sia a Mosca che a Teheran. Per Washington, la partita è imprimere il proprio “ruleset” su un crocevia strategico: dominare pagamenti, assicurazioni, compliance, comunicazioni e cybersicurezza per avere piena visibilità dei flussi, beneficiarne e rallentarli se necessario. L’operazione apre spazio a imprese, banche e assicuratori statunitensi, getta le basi per cooperazioni di difesa e intelligence senza basi permanenti e costituisce una polizza d’assicurazione: se l’Europa avrà bisogno di energia o materie prime critiche, saranno gli Stati Uniti a decidere se aprire o chiudere il rubinetto. La cerimonia di pace è la vetrina: il vero trofeo è il controllo del corridoio.

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