Armenia: l’Arcivescovo Mikael rifiuta la candidatura a Primo Ministro (AgenParl 27.06.25)

L’arcivescovo Mikael Ajapahian, a capo della diocesi di Shirak della Chiesa Apostolica Armena, ha rifiutato pubblicamente la proposta di essere nominato Primo Ministro dell’Armenia, dichiarando di voler continuare esclusivamente il proprio servizio come uomo di chiesa.

“Sono pienamente soddisfatto del mio ruolo di uomo di chiesa, quindi non voglio che il mio nome venga inserito nella lista dei candidati a primo ministro”, ha affermato in una dichiarazione trasmessa dal suo avvocato Ara Zograbian.

La proposta di candidare l’arcivescovo Mikael alla guida del governo era stata avanzata da alcuni parlamentari indipendenti, tra cui Hovik Aghazaryan e Hakob Aslanyan, nel contesto di un’iniziativa volta a promuovere un voto di sfiducia nei confronti dell’attuale Primo Ministro Nikol Pashinyan. Il blocco di opposizione “Armenia”, guidato dall’ex presidente Robert Kocharian, aveva annunciato di essere pronto a raccogliere le 26 firme necessarie a sostenere la mozione, seguita poi anche dalla fazione “I Have Honor”, fondata da un altro ex presidente, Serzh Sargsyan.

Tuttavia, l’eventualità della nomina è stata esclusa direttamente da Mikael, il quale è attualmente coinvolto in un’indagine giudiziaria. Venerdì scorso, infatti, l’arcivescovo è stato arrestato con l’accusa di incitamento al rovesciamento del governo. Il tribunale di Yerevan dovrà decidere sulla sua custodia cautelare entro 24 ore dall’arresto.

Il rifiuto di Mikael getta nuova incertezza sulla crisi politica in Armenia, mentre l’opposizione prosegue nella sua pressione per un cambiamento alla guida del Paese.

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Amb. Ferranti visita la Galleria Nazionale d’Armenia (Ansa 27.06.25)

(ANSA) – ROMA, 27 GIU – L’Ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti, si è recato in visita presso la Galleria Nazionale di Armenia, dove è stato ricevuto dalla Direttrice della Galleria, Marina Hakobyan, e dalla Vice Direttrice, Anna Yeghiazaryan.
Durante la visita all’Ambasciatore è stata presentata l’esposizione permanente della Galleria e sono stati inoltre trattati argomenti relativi alle opportunità di collaborazione in futuro. (ANSA).

«Vi è un corpo solo e un solo Spirito» (Tiforma 26.06.25)

Verranno dall’Armenia i testi per i sussidi della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani del 2026. L’équipe internazionale incaricata è dal 1968 nominata congiuntamente dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani (Dpcu) e dalla Commissione Fede e Ordine del Consiglio Mondiale delle Chiese (Cec). La redazione dei materiali era stata affidata per il prossimo anno al Dipartimento per le relazioni interconfessionali della Chiesa apostolica armena. Il Dipartimento ha coordinato il gruppo ecumenico di cristiani armeni che ha preparato la prima bozza dei testi. 

 

Durante un incontro a Etchmiadzin lo scorso ottobre, i rappresentanti di questo gruppo hanno collaborato con l’équipe internazionale per finalizzare i testi.  L’incontro è stato presieduto congiuntamente dal pastore Mikie Roberts del Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra e da padre Martin Browne del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Il 17 ottobre 2024, l’équipe è stata ricevuta in udienza da  Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni.

Il testo di riferimento è tratto da Efesini, capitolo 4, versetto 4: «Vi è un corpo solo e un solo Spirito, come pure siete stati chiamati a una sola speranza, quella della vostra vocazione».

 

Come si legge nei materiali introduttivi la Chiesa apostolica armena, riconosciuta come una delle più antiche comunità cristiane del mondo, ha svolto un ruolo fondamentale nel plasmare l’identità spirituale e storica del popolo armeno per quasi due millenni.  Fondata all’inizio del IV secolo, con radici che risalgono all’epoca apostolica, trascende l’organizzazione religiosa; incarna la resilienza nazionale, il patrimonio culturale e la forza spirituale di un popolo. Oltre a offrire una guida spirituale, la Chiesa ha salvaguardato le tradizioni, la lingua e i valori armeni, soprattutto durante i periodi di avversità e di dominazione straniera. In tempi contemporanei, soprattutto in mezzo a sfide come il conflitto nel Nagorno-Karabakh e lo sfollamento della popolazione dell’Artsakh, la Chiesa continua a servire come fonte di forza e di conforto per gli armeni. Oggi è un faro di fede, unità e continuità per gli armeni di tutto il mondo e fornisce spunti di riflessione che risuonano nella più ampia comunità cristiana globale.

 

Il testo redatto da Cec e Dpcu ricorda che le origini della Chiesa apostolica armena sono profondamente radicate negli insegnamenti degli apostoli Taddeo e Bartolomeo, che evangelizzarono l’Armenia già nel I secolo d.C.. Tuttavia, fu sotto la guida di San Gregorio Illuminatore, il primo Catholicos (patriarca) ufficiale dell’Armenia, che il cristianesimo iniziò a fiorire. Nel 301 d.C., l’Armenia divenne la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione di Stato sotto il re Tiridate III, un evento che la contraddistinse come pioniera della fede molto prima dell’abbraccio dell’Impero Romano al cristianesimo.La sede madre di Etchmiadzin, situata vicino a Yerevan, funge da centro spirituale e amministrativo della Chiesa apostolica armena.  La tradizione racconta che San Gregorio ricevette una visione divina di Cristo che scendeva dal cielo e colpiva il suolo con un martello d’oro, designando il sito per la prima cattedrale armena. Questa visione portò alla costruzione della Cattedrale di Etchmiadzin, una delle chiese più antiche del mondo, che simboleggia il legame duraturo tra la Chiesa armena e i suoi fedeli.  Nel corso dei secoli, la Sede madre è stata un centro di spiritualità e di autorità ecclesiastica, guidando i fedeli e preservando il patrimonio cristiano armeno.

 

I materiali, per ora ancora in lingua inglese (saranno poi tradotti nei prossimi mesi) sono disponibili qui: 

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Se la strada della politica è riprendere l’orizzonte morale di Pietro Kuciukian (Gariwo 26.06.25)

Ritrovare lo spirito dell’Onu, rinnovare l’animo originario dell’Onu attraverso l’esempio dei Giusti e la creazione dei Giardini, antidoto all’odio e via per la prevenzione dei genocidi, è l’appello che Gabriele Nissim, presidente di Gariwo, ha lanciato nella sede del Palazzo di vetro di New York, realtà internazionale costituita da Stati sovrani, nata nel 1945 per garantire la pace dell’Umanità. Chiaro l’orizzonte etico degli Stati fondatori trasfuso nella Carta dell’Onu, un trattato che secondo le normative è vincolante per tutti gli Stati che lo hanno ratificato: condannando l’uso della forza nelle relazioni internazionali, fa riferimento ai diritti umani, alle libertà fondamentali, ai principi di cooperazione tra le nazioni.

Se la strada della politica oggi è riprendere l’orizzonte morale, particolarmente incisivo risulta un passaggio dell’appello: “I Giardini dei Giusti”- afferma Nissim – “…sono come piccole Nazioni Unite dal basso, luoghi in cui persone diverse si incontrano, dialogano, si impegnano per il bene comune”.

Viviamo tempi in cui l’appello alla difesa della pace giunge dal basso e non dall’alto dove si è installato il dominio dell’autoritarismo, del militarismo, della forza. Dall’esempio dei Giusti è necessario ripartire perché si possa sperare nella ricostituzione di relazioni amichevoli tra le nazioni così come auspicato dall’Onu al suo sorgere.

Per questo è importante oggi fare anche memoria del popolo armeno e della sua storia recente, della quale segnalo due tappe importanti: la prima nell’ottobre del 2023 quando l’enclave armena del Nagorno Karabakh, nell’ultimo attacco sferrato dagli azeri invece di resistere si è arresa, opponendo alla violenza lo status di profughi, un esodo di 120.000 persone; una resa il cui significato sta nella scelta di salvare vite umane, così come dichiarato dal Primo ministro Nikol Pashinyan. (https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/il-nagornokarabakh-tra-ieri-e-oggi-26715.html).

Appare paradossale che un popolo perseguitato, massacrato, scacciato dalla sua terra per migliaia di anni, un popolo che ha subito un genocidio, che ha accolto di recente con grandi sacrifici gli esuli del Karabakh, possa proporre oggi un progetto morale e umanitario di portata internazionale quale quello nato recentemente a Yerevan, mentre altri popoli con storie millenarie stanno percorrendo strade opposte. L’altra tappa recente del popolo armeno e del suo difficile cammino di indipendenza è la nascita del Centro per l’Etica negli Affari Pubblici (ETICA). 

Il 22 maggio 2025, l’Università Americana di Armenia (AUA) ha ospitato l’evento pubblico del nuovo Centro, finanziato da Horizon Europe nell’ambito della Cattedra ERA (Spazio Europeo della Ricerca). Ad oggi, l’Armenia è il primo paese del Caucaso meridionale a ricevere tali finanziamenti. Il Centro è guidato da Maria Baghramian, e coordinato da Arshak Balayan. Di particolare interesse il fatto che le principali attività di ricerca, didattica, divulgazione al pubblico e riforma sono inserite nel tema di fondo:”Fiducia e Speranza in Tempo di Crisi”. La piattaforma ufficiale dell’Unione europea per la presentazione di iniziative innovative (Cordishttps://cordis.europa.eu/it ) colloca e riconosce ETICA tra i progetti di maggiore interesse che segna una pietra miliare significativa per l’Armenia e per altri paesi.

Il Presidente dell’AUA, Dr. Bruce Boghosian, ha sottolineato l’importanza di ETICA in questo momento storico dell’Armenia e del mondo: “In un momento in cui le società di tutto il mondo, e la nostra società armena in particolare, stanno attraversando un periodo di turbolenta trasformazione e si trovano ad affrontare profonde scelte etiche, il ruolo della ricerca interdisciplinare è diventato vitale per ispirare una governance responsabile, le politiche pubbliche e i dibattiti sociali. Il nostro Paese sta coraggiosamente forgiando un nuovo contratto sociale basato sui principi democratici, affrontando al contempo problemi del XXI secolo, tra cui il cambiamento climatico, la tutela ambientale, l’ascesa dell’intelligenza artificiale e l’abuso dei dati per diffondere disinformazione. A mio avviso, tali sforzi, intrapresi di fronte a così tante avversità, esemplificano il miglior comportamento etico di cui l’umanità è capace. Spero che questo finanziamento contribuisca a far crescere la consapevolezza di questo momento storico unico e del ruolo dell’Armenia in questa lotta”.

Di primaria importanza nella sua essenzialità l’analisi del Dr. Stephan Astourian che nell’Università Americana di Yerevan dirige il “Turpanjian Institute of Social Sciences” (TISS). Il professor Astourian è un accademico armeno-americano, formatosi in Francia alla Sorbonne, docente all’Università della California, Berkeley, esperto in storia diplomatica, relazioni internazionali, crisi e risoluzione dei conflitti, psicologia politica. Dopo avere contestualizzato il ruolo di ETICA nell’ ambito degli sviluppi geopolitici contemporanei, ha dichiarato: “Il Centro insegnerà agli studenti a pensare”.

Ricordo il pessimismo analitico dell’amico Stephan quando in Armenia ci si ritrovava ogni anno come membri della giuria del Premio che il Presidente della Repubblica assegnava al migliore lavoro sul tema del genocidio. Interminabili dialoghi notturni a cui partecipava anche lo storico armeno-francese Raymond Kevorkian, ambasciatore della Fondazione Gariwo, sui temi della memoria e della storia, della testimonianza, della verità tradita, della perdita irreparabile di pensieri critici e di idee alternative. La domanda ricorrente di Astourian quando parlava dell’insegnamento e della formazione dei giovani, domanda che poneva a se stesso e a noi interlocutori attenti, era sempre una: “come posso farli diventare better thinkers?”. Si arrivava poi in modo unanime a considerare il fatto che avere accesso alla conoscenza è la prima conquista ma che ancora più importante è la capacità di usarla in modo “etico” se si vuole presidiare la democrazia.

Fare di ETICA il polo regionale di eccellenza nella ricerca, nella formazione e nella divulgazione nei settori pubblici e professionali, ha insistito il Professor Baghramian, è il valore da perseguire nella vita dei singoli, nelle formazioni sociali nella politica, ed è una responsabilità che ci dobbiamo assumere, perché l’Armenia – ha concluso – è l’unico paese della regione ad avere una democrazia funzionante, seppur imperfetta. Colpisce nell’evento del lancio del Centro di ETICA la determinazione a diffondere e comunicare al pubblico le iniziative e gli obiettivi raggiunti.

I risultati della ricerca dell’area universitaria saranno portati all’esterno, utilizzati a beneficio del pubblico, una osmosi necessaria legata agli scopi stessi per i quali è nato il progetto: migliorare i livelli di convivenza, il riconoscimento reciproco, l’accettazione dell’altro in tutti i campi, realizzando un nuovo “contratto sociale” basato sulla rivitalizzazione dei principi democratici necessari per affrontare le sfide della contemporaneità: i temi della pace, del diritto internazionale, dei diritti umani, delle disuguaglianze, della tutela dell’ambiente, dell’intelligenza artificiale, della globalizzazione.

Stiamo assistendo in questi giorni al rinnovarsi di scelte incoerenti, guerre e attacchi giustificati come difese preventive. Da praticare attivamente è invece la prevenzione contro l’odio e i nuovi genocidi. L’Armenia ora pone mano a scelte che presidiano la democrazia e esprime fiducia nei governanti che contengono la paura di invasioni territoriali attraverso l’apertura e la costruzione di un dialogo che ha come obiettivo la pace con i paesi confinanti.

Dal cambiamento e dalla presa di coscienza dei singoli al cambiamento delle politiche pubbliche. Tappe queste della realtà dell’Armenia che andranno seguite nei loro sviluppi e risultati.

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Roma-Accademia Filarmonica Romana i ritmi ancestrali con i Munedaiko e concerto della flautista Veronika Kisanishvili (La Notizia 29.06.25)

Roma- Concerto della flautista Veronika Kisanishvili  nei  Giardini della Filarmonica, festival estivo dell’Accademia Filarmonica Romana, lunedì 30 giugno (ore 21.30, via Flaminia 118) tornano gli spettacolari tamburi giapponesi con la formazione dei Munedaiko.  “Il suono e la vibrazione del Taiko sono in grado di scuotere le fondamenta del cuore umano. Se ascoltiamo attentamente, il nostro stesso cuore batte in modo ritmico” così racconta il percussionista Mugen Yahiro che ha fondato il gruppo Munedaiko nel 2014 insieme ai suoi due fratelli Naomitsu e Tokinari Yahiro, con l’intento di promuovere e valorizzare lo strumento in Italia e in Europa, e diffonderne la pratica.

Quella del taiko è musica ancestrale, le cui prime origini risalgono a circa 2000 anni fa, spesso usato in battaglia per intimorire e spaventare i nemici. Oltre all’aspetto marziale, è sempre stato utilizzato in contesti popolari, culturali, religiosi e spirituali. Trovava spesso parte in cerimonie religiose sia buddiste che shintoiste, una tradizione che è perdurata fino ai nostri tempi. Nella credenza popolare giapponese si dice che con la sua vibrazione sia in grado di purificare l’ambiente in cui viene suonato scacciando i demoni o le impurità che lo abitano. Nei villaggi le feste venivano celebrate con il suono del tamburo, la gente lo suonava per rallegrare ed elevare lo stato d’animo. È da queste feste che si sono sviluppati gran parte dei ritmi tradizionali, fonte di ispirazione per tutti i percussionisti di taiko moderni. Lo scopo di chi “pratica” il taiko, con un severo allenamento, è quello di far risvegliare, sviluppare e manifestare la propria forza interiore, creando una condizione di armonia nel corpo, nel cuore e nella mente e condividerla con chi gli è vicino. La postura, il movimento e la concentrazione sono fondamentali: “Bisogna focalizzarsi su come si muove il corpo per arrivare a colpire il tamburo, liberare la mente per sentire il suono e risuonare con la vibrazione per entrare nel ritmo” conclude Mugen Yahiro.

La giornata si apre in Sala Casella con il concerto (ore 20) della flautista armena Veronika Kizanishvili, che insieme alla pianista Oh Yunwoo, esplora autori armeni e georgiani, fra cui in particolare l’armena Elena Mardian (1960) per cui la flautista ha dedicato un progetto editoriale e discografico. Altri autori in programma i georgiani Otar Taktakishvili (1924-2989) e Aram Chačaturjan (1903-1978), e per l’Armenia Padre Komitas (1869-1935) e Grigor Narekatsi (951-1003). In programma anche Cantabile ed Presto di George Enescu virtuoso violinista e compositore rumeno. Nata a Tbilisi in Georgia, in una famiglia per metà armena e per metà georgiana, Veronika Kizanishvili è cresciuta in una famiglia d’arte, respirando fin da piccola la musica in ogni sua declinazione, dal repertorio antico alla musica tradizionale armena e georgiana, fino al repertorio flautistico classico. Dal Conservatorio della sua città, si trasferisce a Roma dove si laurea al Conservatorio di Santa Cecilia nel 2014 in flauto e successivamente in flauto traversiere, perfezionandosi poi all’Accademia Internazionale di Imola. Il concerto è realizzato in collaborazione con l’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia.

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30 giugno, i ritmi ancestrali del taiko con i Munedaiko e concerto della flautista Veronika Kisanishvili (ArgoOnline)

Il film sul grande Komitas va sottratto all’oblio. La Rai agisca, c’è per questo (Tempi 26.06.25)

“Songs of Solomon” è molto di più di una rievocazione del genocidio armeno. Tutti dovremmo guardarlo. Aiuta a sconfiggere l’odio, induce al perdono. La tv pubblica si muova subito
Song of Solomon

Quando tutto fa cascare le braccia, mi è apparsa di nuovo davanti agli occhi la “croce di pietra” (Khatchkar), che esiste solo in Armenia, e costella ogni angolo della nostra terra. La nostra croce è diversa dalle altre, come le altre è piantata sul Calvario, ma ecco che dalla base conficcata del Khatchkar, dai piedi di Cristo, balzano su radici fiorite, che parlano già di risurrezione. La morte di papa Francesco ha questo stesso profumo per noi. Ha donato se stesso risorgendo come il Cristo vivo nella nostra fede così scadente.
Noi armeni ci ricorderemo per sempre quando ci ospitò in San Pietro il 12 aprile del 2015, nella Messa per i “martiri armeni”. Erano cent’anni dal “Grande Male”, la strage (il martirio) di un milione e mezzo di cristiani. Egli osò dire che «il primo genocidio del XX secolo ha colpito il popolo armeno, prima nazione cristiana». Il governo turco, per bocca di Erdogan, lo accusò di calunnia. Il governo italiano (allora di sinistra, ma che differenza c’è?) tacque.

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UE-Azerbaigian, visita a Baku: il rappresentante Kallas evita toni duri sul regime autoritario. (Sardegnagol 26.06.25)

La visita dell’Alto Rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, a Baku il 25 aprile, ha sollevato più di una perplessità, soprattutto per la moderazione – se non l’arrendevolezza – mostrata nei confronti del regime autoritario azero.

Durante gli incontri con il presidente Ilham Aliyev, il ministro degli Esteri e alcuni rappresentanti della società civile, Kallas ha evitato critiche esplicite sulle gravi violazioni dei diritti umani e sul sistematico accentramento del potere nelle mani del presidente azero. Il comunicato della Commissione del 27 giugno riferisce che la visita ha toccato temi come i diritti umani, lo Stato di diritto e la cooperazione regionale, ma le dichiarazioni ufficiali si limitano a vaghi richiami al “mutuo rispetto” e ai “valori fondamentali”.

Nessun riferimento diretto alle pressioni su attivisti e giornalisti indipendenti, alla repressione delle opposizioni, né alla crescente censura nei media locali. Il tono conciliatorio scelto dall’Alto Rappresentante contrasta poi fortemente con la crescente preoccupazione espressa da ONG internazionali e dal Parlamento europeo, che da tempo chiedono una linea più dura verso Baku.

L’unico tema su cui la Kallas ha speso parole più decise è stato il processo di normalizzazione tra Armenia e Azerbaigian, appoggiando con convinzione i negoziati e accogliendo con favore l’accordo preliminare su un progetto di trattato di pace. Tuttavia, anche in questo caso, la narrazione è rimasta su un piano formale, senza mai accennare alle tensioni ancora vive né ai timori armeni riguardo alle ambizioni territoriali azere.

Il “basso profilo” tenuto da Kallas rifletterebbe la volontà dell’UE di preservare i legami energetici con l’Azerbaigian, partner strategico per la diversificazione delle forniture di gas. Tuttavia, questo approccio sta suscitando crescenti critiche: l’Unione infatti sceglie di sacrificare i principi di democrazia e diritti umani sull’altare della realpolitik.

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Armenia, Chiesa e Stato in conflitto in vista delle elezioni (Osservatorio Balcani e Caucaso e altri 25.06.25)

In vista delle prossime elezioni in Armenia, si intensifica lo scontro politico e ideologico tra la leadership post-rivoluzionaria e il radicato establishment religioso, espressa dalle figure leader: il primo ministro Pashinyan e Karekin II, capo della secolare Chiesa apostolica armena

25/06/2025 –  Onnik James Krikorian

Il miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan è stato posto la scorsa settimana in custodia cautelare per due mesi con l’accusa di aver invitato al rovesciamento del governo armeno. La minaccia percepita è stata formulata quando si è schierato apertamente dalla parte del Catholicos armeno, Karekin II, attualmente coinvolto in un altro scontro con il primo ministro Nikol Pashinyan.

Il Servizio di sicurezza nazionale aveva inizialmente tentato di arrestare Karapetyan con un raid notturno, fallito, che a quanto pare è costato il posto al capo dell’agenzia. Il giorno successivo, Pashinyan ha anche privato Karapetyan del controllo della rete di distribuzione elettrica nazionale, ENA, che aveva acquisito dalla russa Inter RAO nel 2015.

Sebbene il governo abbia poi ritrattato la minaccia di nazionalizzare ENA per non allarmare gli investitori, il messaggio è chiaro. Nell’anno pre-elettorale, nessuno è intoccabile. L’episodio ha anche segnato un punto di svolta in quella che è ormai diventata una vera e propria guerra politica e ideologica tra la leadership post-rivoluzionaria dell’Armenia e un radicato establishment religioso.

Al centro c’è Karekin II, capo della secolare Chiesa apostolica armena, a lungo considerata un pilastro dell’identità nazionale, ma ora chiaramente vista da Pashinyan come un ostacolo ai piani di normalizzazione delle relazioni con Azerbaijan e Turchia.

L’ultimo scontro è iniziato con una serie di attacchi pubblici di Pashinyan sui social media, in cui accusava il Catholicos di aver violato il voto di celibato e di essere padre di un bambino: un’accusa risalente ad almeno un decennio fa, ma ora riproposta in termini più aspri. Sua moglie, Anna Hakobyan, ha associato clero e pedofilia.

Sebbene Karekin II non abbia pubblicamente negato le accuse, i suoi sostenitori affermano che gli attacchi violano il codice penale armeno. Con le elezioni parlamentari previste per giugno 2026, la tempistica è considerata da molti anche politica, soprattutto dopo il coinvolgimento della Chiesa nelle proteste dell’opposizione nel 2022 e nel 2024.

Pochi giorni prima dei post di Pashinyan, Karekin II si trovava in Svizzera, dove ha partecipato ad una conferenza sul patrimonio culturale armeno in Karabakh, una questione che Pashinyan evita accuratamente in questo momento.

Hakobyan ha specificamente insultato la Chiesa per aver partecipato all’evento, ora più incline a ostacolare un possibile accordo di pace che a contribuirvi. Il governo aveva già segnalato che farlo ora avrebbe comportato significative preoccupazioni per la sicurezza nazionale.

Nel frattempo, il fratello del Catholicos, l’arcivescovo Yezras Nersessyan (capo della diocesi russa, con noti legami con gruppi militanti filo-russi) è arrivato in aereo da Mosca per dimostrare pubblicamente il suo sostegno a Karapetyan, che aveva anche pagato gran parte della cauzione di 4 milioni di dollari per liberare l’acerrimo nemico di Pashinyan, l’ex presidente Robert Kocharyan, nel 2020. Il ministero degli Esteri russo ha dichiarato di seguire attentamente gli eventi a Yerevan.

Il governo di Pashinyan accusa la Chiesa armena di violare la separazione costituzionale tra Chiesa e Stato, opponendosi al fragile processo di pace con l’Azerbaijan e intromettendosi nella politica interna. I critici affermano che Pashinyan stia violando lo stesso principio cercando di estromettere Karekin II attraverso un meccanismo recentemente proposto che preparerebbe il terreno per la sua sostituzione.

Karekin II, nato Ktrij Nersessyan, è stato eletto nel 1999 sotto l’allora presidente Robert Kocharyan, tra accuse di manipolazione politica. In effetti, dalla Rivoluzione di velluto di Pashinyan del 2018, la Chiesa è rimasta una delle poche istituzioni sopravvissute ad un regime apparentemente filo-russo, lanciato da Kocharyan e portato avanti dal suo successore, Serzh Sargsyan. Non c’è da stupirsi che funzionari russi, media e persino pop star si siano espressi a sostegno di Karapetyan, che lì ha fatto fortuna.

Pashinyan ha chiarito che sradicare l’eredità di Kocharyan e Sargsyan è fondamentale per la sua visione di una nuova Armenia. Ciò implica affrontare i clan imprenditoriali rimasti fedeli a loro e la Chiesa, i cui leader, a suo avviso, incarnano la stessa politica nazionalista che ha fatto fallire i passati sforzi di pace.

Venerdì sono stati arrestati decine di sostenitori della Federazione rivoluzionaria armena (ARF-D), un gruppo nazionalista affiliato a Kocharyan e alla Chiesa. Tra loro c’erano seguaci dell’arcivescovo Bagrat Galstanyan, il religioso estremista che ha guidato le proteste contro Pashinyan lo scorso anno con l’approvazione di Karekin II.

Le linee di frattura ideologiche sono ormai chiare: da un lato una visione dell’Armenia fondata sul nazionalismo e sulla rete di élite post-sovietica, dall’altro la promessa di Pashinyan di integrarsi a livello regionale dopo decenni di semi-isolamento.

Fondamentale sarà la firma di un accordo di pace con l’Azerbaijan. Con le elezioni del 2026 che si avvicinano, questo confronto potrebbe rivelarsi la resa dei conti tra il passato e il futuro dell’Armenia.

Quello che è iniziato come uno scontro politico tra Pashinyan e un clero ribelle è ora una lotta su vasta scala per l’Armenia e l’identità nazionale nell’era post-Karabakh. Con potenti interessi coinvolti, da Mosca alla Chiesa passando per gli oligarchi, sembra chiaro che la battaglia è ormai in corso.

Mentre questo articolo stava per essere pubblicato oggi, il Servizio di Sicurezza Nazionale Armeno ha annunciato che l’Arcivescovo Galstanyan e membri dell’opposizione parlamentare della Federazione Rivoluzionaria Armena-Dashnaktsutyun (ARF-D) sono stati arrestati e i loro beni perquisiti. “I partecipanti e i leader del movimento ‘Santa Lotta’ pianificavano di compiere atti terroristici e azioni volte a prendere il potere nella Repubblica di Armenia”, si leggeva in un comunicato. Il giorno prima, un sito web pro-Pashinyan aveva pubblicato quello che sosteneva essere un piano di 7 pagine trapelato per organizzare un colpo di Stato.

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Armenia, sventato colpo di Stato: coinvolto un alto ecclesiastico (L’Indipendente)

Il premier armeno Pashinyan denuncia un tentativo di colpo di stato (Internazionale)

“Voleva rovesciare il governo”: Golpe in Armenia, l’Arcivescovo a capo dei ribelli. Sequestrate armi e piani segreti. (Scenari Economici)

La proposta indecente in Armenia: il premier Pashinyan si offre di mostrare il pene al capo della Chiesa ortodossa (Euronews)

Il premier armeno Pashinyan denuncia un tentativo di colpo di stato (Internazionale 25.06.25)

Il 25 giugno il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha affermato che le forze di sicurezza hanno sventato un tentativo di colpo di stato in cui è coinvolto un ecclesiastico, un’accusa respinta dall’opposizione, in un contesto di forti tensioni tra il governo e la chiesa apostolica.

Secondo il Comitato d’inchiesta armeno, al centro del presunto tentativo di colpo di stato ci sarebbe l’arcivescovo Bagrat Galstanyan.

L’anno scorso Galstanyan aveva guidato un movimento di protesta contro Pashinyan, accusato di aver ceduto dei territori all’Azerbaigian.

“Le forze di sicurezza hanno sventato un vasto piano, ordito da membri criminali del clero, per destabilizzare l’Armenia e prendere il potere”, ha dichiarato Pashinyan su Telegram.

“Sono in corso perquisizioni nelle abitazioni dell’arcivescovo Galstanyan e di una trentina di suoi collaboratori”, ha affermato il Comitato d’inchiesta.

Un video diffuso dal sito d’informazione News.am mostra Galstanyan che lascia la sua casa circondato da agenti mascherati, mentre i suoi sostenitori gridano: “Nikol è un traditore”.

Il deputato Garnik Danielian, considerato vicino all’arcivescovo, ha dichiarato alla stampa che “queste scene sono degne di un regime dittatoriale”.

Un altro politico d’opposizione, Ishkhan Saghatelyan, del partito nazionalista Dashnaktsutyun, ha riferito che la polizia ha perquisito anche membri della sua formazione.

Il 20 giugno alcuni esponenti dell’opposizione, appartenenti al partito Dashnaktsutyun e vicini a Galstanian, erano stati arrestati mentre Pashinyan era in visita ufficiale in Turchia, un nemico storico dell’Armenia.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’Armenia ha combattuto varie guerre con l’Azerbaigian per il controllo della regione contesa del Nagorno Karabakh, che è stata conquistata definitivamente da Baku nel settembre 2023.

La sconfitta militare ha però causato forti tensioni in Armenia.

Nel giugno 2024 Galstanian aveva guidato le proteste contro la cessione all’Azerbaigian di alcuni villaggi al confine, che Pashinyan aveva definito necessaria per evitare un nuovo conflitto.

Galstanian, che chiedeva le dimissioni di Pashinyan, si era perfino temporaneamente dimesso dalle sue funzioni religiose per candidarsi alla carica di primo ministro. Tuttavia, aveva poi fatto marcia indietro perché la sua doppia cittadinanza armena e canadese gli impediva di ricoprire la carica.

All’inizio di giugno Pashinyan ha invitato i fedeli della chiesa apostolica a rovesciare il suo capo Karekin II, accusandolo anche di avere una figlia segreta.

Armenia – Accordo con l’Italia sulla disabilità e l’identità di Eloyan (Assadakah 24.06.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News)Inclusione, diritti e trasformazione: sono queste le parole chiave che hanno scandito la visita ufficiale del ministro per le Disabilità, Alessandra Locatelli, in Armenia.

Il 20 giugno, a Yerevan, Locatelli ha firmato un memorandum d’intesa con il ministro del Lavoro e degli Affari sociali della Repubblica di Armenia, Narek Mkrtchyan. «L’obiettivo – ha spiegato il ministro italiano – è sviluppare e attuare progetti comuni, condividere esperienze e buone pratiche per garantire la protezione e la promozione dei diritti delle persone con disabilità».

Il ministro italiano ha poi partecipato al panel “Decent Work for ALL: Empowerment of Women, Youth, and Persons with Disabilities”, nell’ambito della conferenza internazionale “Uniting For Social Justice”.

Durante il suo intervento, Locatelli ha sottolineato la portata della riforma in atto in Italia: «Si passa da una visione meramente assistenzialista alla valorizzazione delle potenzialità e delle competenze di ciascuno. Un cambio di prospettiva che può generare nuovi investimenti e occasioni concrete di lavoro, grazie anche al bando “Vita e opportunità” in fase di elaborazione”.

Nella stessa giornata, il ministro ha visitato l’orfanotrofio “Mankan Tun” di Yerevan, accompagnata dalla viceministra armena Tatevik Stepanyan. «Grazie di cuore a tutti gli operatori per l’impegno e l’attenzione che ogni giorno dedicano ai bambini, alcuni anche con gravi disabilità», ha scritto Locatelli su X, «offrendo amore e sostegni indispensabili per farli crescere supportando i bisogni di ognuno».

E proprio tra i margini, dove fragilità e forza si incontrano, si muove anche l’arte di Armen Eloyan, artista nato in Armenia e oggi voce affermata del panorama internazionale.

Il suo lavoro, intriso di influenze americane ed europee, attinge all’universo dei cartoni animati e dei fumetti di George Herriman. Le sue figure, grottesche e deformate, sembrano una parodia dei codici visivi e delle strutture sociali contemporanee, mettendo in scena un mondo segnato da consumismo, alienazione e instabilità identitaria.

Come nei progetti di inclusione sociale si tenta di ricomporre esistenze frammentate, così nei dipinti di Eloyan linguaggio, narrazione e simboli si frantumano, si sfaldano, sfuggono a ogni rigida definizione. Ma proprio in quella rottura si apre uno spazio nuovo per raccontare la complessità dell’essere umano.

Nel cuore del Caucaso, dunque, l’Italia stringe un patto di collaborazione con l’Armenia, mentre l’arte ci ricorda che la giustizia sociale non è fatta solo di leggi e progetti, ma anche di sguardi che sanno vedere l’invisibile.

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