Il controverso accordo tra Vaticano e Azerbaigian (Renovatio21 13.08.25)

Il 25 luglio 2025, la Santa Sede ha firmato un accordo con l’Azerbaigian volto a promuovere il dialogo interreligioso e la cooperazione nell’educazione religiosa. L’iniziativa ha scatenato un’ondata di critiche alimentata da gravi accuse contro il governo azero, in particolare per quanto riguarda la pulizia etnica, che a volte si dice abbia preso di mira i cristiani.

Accordo o pomo della discordia? Il testo firmato a Baku dal cardinale George Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, giunge in un contesto geopolitico teso, a meno di due anni dall’offensiva militare azera del 2023, che ha portato allo scioglimento dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh, nella regione contesa del Nagorno-Karabakh.

Questa enclave, riconosciuta a livello internazionale come parte dell’Azerbaigian, era popolata e controllata da cristiani armeni fino all’operazione militare che ne ha costretto l’esodo. Molti osservatori denunciano questa offensiva come un atto di pulizia etnica, indicando la distruzione o la profanazione di siti religiosi, chiese e cimiteri armeni nella regione.

In questo contesto, la decisione del Vaticano ha suscitato incomprensione e indignazione tra alcuni cristiani della regione. I critici, tra cui influenti voci armene, accusano il governo azero di praticare la «diplomazia del caviale», una strategia volta a influenzare la politica estera attraverso investimenti culturali ed economici.

Questa pratica, secondo i critici, include generosi finanziamenti per progetti vaticani, in particolare attraverso la Fondazione Heydar Aliyev, guidata dalla first lady azera. La fondazione ha finanziato progetti di restauro in Vaticano, tra cui le Catacombe di Marcellino e Pietro, Commodilla, San Sebastiano, una statua nei Musei Vaticani e oltre 3.000 libri e 75 manoscritti nella Biblioteca Apostolica Vaticana.

Questi contributi finanziari sollevano interrogativi sulla possibile influenza dell’Azerbaijan sulle decisioni della Santa Sede, tanto che alcuni arrivano a parlare di «insabbiamento ecclesiastico» per minimizzare le obiezioni cattoliche alle azioni di Baku nel Nagorno-Karabakh.

I legami tra il Vaticano e l’Azerbaigian non sono nuovi. Nel 2011, un accordo fu mediato dal cardinale Claudio Gugerotti, allora Nunzio Apostolico, che pose le basi per la cooperazione diplomatica. Il cardinale Koovakad elogiò il nuovo accordo come «strumento prezioso per promuovere il principio della libertà religiosa», sottolineando il rispetto dell’Azerbaigian per le comunità religiose minoritarie e la possibilità di una coesistenza armoniosa tra cristiani e musulmani.

Ha parlato anche di priorità comuni, come la tutela dell’ambiente e l’uso etico dell’Intelligenza Artificiale: prova che il beato angelismo ereditato dall’ecumenismo del Vaticano II non è ancora del tutto scomparso.

Da parte degli ortodossi, le cui critiche a Roma vanno sempre prese con le pinze, l’atteggiamento del Vaticano non deve essere considerato ingenuo: monsignor Vicken Aykazian, direttore ecumenico della diocesi orientale della Chiesa apostolica armena d’America (non cattolica), ha fortemente criticato l’ impegno del Vaticano.

In un’intervista con The Pillar, il prelato ha affermato che «il Vaticano riceve denaro dall’Azerbaigian da tempo», citando come esempio i restauri finanziati nelle catacombe romane. Ha affermato che questi legami finanziari influenzano la diplomazia vaticana, a scapito delle relazioni storiche con l’Armenia, la prima nazione ad adottare il cristianesimo nel 301.

Le critiche provengono da ben oltre i circoli armeni. Oltre 300 accademici e professionisti da tutto il mondo hanno firmato una dichiarazione in cui condannano quella che ritengono essere la «complicità» della Santa Sede in quella che definiscono la «cancellazione culturale» del patrimonio armeno da parte dell’Azerbaigian.

Questa dichiarazione fa seguito a una controversa conferenza tenutasi il 10 aprile 2025 presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, intitolata «Il cristianesimo in Azerbaigian: storia e modernità». Organizzata da istituzioni azere, la conferenza è stata vista come un tentativo di riscrivere la storia minimizzando la presenza armena nella regione, etichettando anche le chiese armene come «albanesi caucasiche».

Il quadro necessita di qualche sfumatura: la Santa Sede, data la sua posizione unica sulla scena internazionale, cerca spesso di mantenere relazioni con regimi controversi per promuovere un certo grado di pace e facilitare la missione della Chiesa in territori in cui la sua esistenza è talvolta minacciata. Dimostrando un certo realismo, il cardinale Koovakad, durante la firma del controverso accordo, ha insistito sulla necessità di «gesti concreti di cooperazione», in particolare da parte dell’Azerbaigian.

Ma è improbabile che queste precauzioni siano sufficienti a disarmare i critici di coloro che temono che la Santa Sede rischi di compromettere la propria credibilità morale, in particolare tra le comunità cristiane armene che si sentono abbandonate.

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ARMENIA – AZERBAIJAN. Dalla pace Yerevan-Baku gli USA ereditano un corridoio per controllare l’Iran (Agcnews 12.08.25)

L’8 agosto in visione mondiale si sono tenuti i colloqui trilaterali tra İlham Aliyev, Donald Trump e Nikol Vovayi Pashinyan. Trump prima della firma ha annunciato trionfante: “Azerbaigian e Armenia si impegnano a una cessazione definitiva e definitiva delle ostilità”. 

Il presidente americano ha annunciato il congelamento della Sezione 907 contro l’Azerbaigian. La Sezione 907 del Freedom Support Act è stata approvata dal Congresso degli Stati Uniti nel 1992 e proibiva qualsiasi assistenza militare da parte del governo statunitense all’Azerbaigian. Alle 22:04 dell’8 agosto i presidenti di Armenia e Azerbaijan hanno siglato gli accordi di pace con successiva stretta di mano.

“Questo è davvero un giorno storico”, afferma la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense Tulsi Gabbard a proposito della pace tra Armenia e Azerbaigian. “Sotto la guida di questo presidente, questo storico accordo di pace è diventato realtà… questi due paesi sono in conflitto… da oltre 35 anni!”.

In esalta di storico c’è che per la prima volta gli Stati Uniti controlleranno il Caucaso sud e di riflesso l’Iran con un posto in prima fila per osservare direttamente i russi e Turchia. Se ne è parlato molto poco ma l’accordo di pace Azerbaijan e Armenia porta in pancia anche il fatto che parte del corridoio Zangezur che attraversa l’Armenia sarebbe stata trasferita a una società americana per 99 anni. Già soprannominata la “stada di Trump”. Lo stesso corridoio fu il motivo per cui anche nell’ultima guerra tra Azerbaijan e Armenia l’Iran si schierò con l’Armenia. Fu l’oggetto delle aggressioni del 2020 tra Armenia e Azerbaijan. Idealmente il corridoio collegherà l’Azerbaigian con l’enclave di Nakhchivan. Di fatto permetterà agli Stati Uniti di controllare l’Iran e porterà tanti soldi in cassa a chi gestirà il corridoio e non stupirà se alla fine il consorzio sarà gestito da Stati Uniti e Israele.

Secondo fonti social iraniane: “In futuro, gruppi e basi delle Forze per le Operazioni Speciali statunitensi, francesi e israeliane appariranno ufficialmente e pienamente nella regione. Si stanno creando tutte le condizioni necessarie per creare una linea del fronte contro Russia e Iran, nonché per condurre operazioni NATO attraverso una nuova versione degli Accordi di Abramo, ma mirata all’Asia centrale”

Anche i lobbisti armeni negli Stati Uniti non sono soddisfatti degli accordi. Il Comitato Nazionale Armeno (ANCA) – sulla pace tra Armenia e Azerbaigian: “Il piano di pace di Trump significa il crollo dello Stato armeno e la completa sconfitta del popolo armeno. Questo è un profondo tradimento di un antico popolo cristiano. Trump avrebbe dovuto sostenere l’Armenia, ripristinare l’Artsakh e imporre sanzioni all’Azerbaigian”.

L’opinione degli analisti turchi sull’Accordo di Pace Tripartito: “Se gli Stati Uniti riusciranno a mantenere il dominio mondiale in Oriente per altri 50 anni, ciò accadrà grazie a tre fattori: “L’amore della Russia per i conflitti congelati – le terribili conseguenze di guerre incompiute che non si concluderanno mai a suo favore; la pazienza strategica dell’Iran, che capisce che i suoi rivali vogliono la guerra, ed è quindi costretto a fare concessioni; La riluttanza della Cina ad abbandonare il suo approccio orientato al commercio”. 

Il Ministro degli Esteri turco Hakan Fidan: “Il corridoio Zengezur collegherà il mondo turco con l’Europa attraverso la Turchia. Questo progetto è di importanza strategica in termini di integrazione regionale e rafforzamento dei legami logistici. L’Azerbaigian ci ha informato sul corridoio”.

I punti principali di questo documento li riportiamo a seguire: “Il protocollo sull’accordo di pace è stato firmato: le parti hanno assistito alla parafatura del testo dell’”Accordo sulla pace e l’istituzione di relazioni interstatali” da parte dei ministri degli Esteri. Sono in corso le fasi per la firma e l’approvazione finale. Il Gruppo di Minsk è ufficialmente chiuso: una lettera congiunta sul Chiusura del Gruppo di Minsk dell’OSCE e delle strutture correlate.

I Corridoi di trasporto e TRIPP: è stato deciso di aprire corridoi di trasporto nel rispetto della sovranità. L’Armenia coopererà con gli Stati Uniti e altre parti al progetto Trump International Pathway for Peace and Prosperity (TRIPP) sul suo territorio. Rifiuto della vendetta: l’inviolabilità dei confini è stata riaffermata sulla base della Dichiarazione di Almaty del 1991. Le parti hanno dichiarato di “respingere categoricamente ed escludere qualsiasi tentativo di vendetta nel presente e nel futuro”.

Gratitudine a Trump: i leader hanno espresso profonda gratitudine al presidente degli Stati Uniti Donald Trump per aver ospitato il vertice e aver contribuito alla pace”.

Il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha aperto la possibilità di uno scambio di territori tra Armenia e Azerbaigian: “Ci sono territori che, secondo questa logica, ci appartengono, ma sono sotto il controllo dell’Azerbaigian, e ci sono territori che appartengono all’Azerbaigian, ma sono sotto il nostro controllo”.

E ancora, l’accordo energetico firmato da Trump e Pashinyan presuppone che gli Stati Uniti coopereranno e sosterranno l’Armenia in materia di sicurezza energetica; in particolare, si attribuisce importanza allo sviluppo dell’energia nucleare civile e gli Stati Uniti si dichiarano disponibili a investire in questo settore. In particolare, per quanto riguarda la costruzione di una nuova centrale nucleare, gli Stati Uniti forniranno un supporto tangibile all’Armenia. Non è molto chiaro che tipo di progetto gli americani saranno in grado di offrire a Yerevan, né come garantiranno le forniture di combustibile e il riprocessamento del combustibile nucleare esaurito.

Il Ministero degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi ha accolto con favore l’accordo raggiunto ieri tra Azerbaigian e Armenia. Ma l’Iran si oppone alla creazione di un corridoio che attraverserà l’Armenia e collegherà la parte principale dell’Azerbaigian con l’enclave Nakhichevan, ha affermato il consigliere di Khamenei. “I paesi della NATO vogliono indebolire la cooperazione tra Iran e Russia trasferendo il corridoio di Zangezur sotto il controllo degli Stati Unito”. Il consigliere di Khamenei ha affermato che l’Azerbaigian può utilizzare il territorio iraniano per stabilire comunicazioni con il Nakhichevan invece di modificare i confini.

Anna Lotti

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Corridoio di Syunik e il ruolo degli Stati Uniti (L’Antidiplomatico 12.08.25)

di Francesco Dall’Aglio*

L’idea che a giorni la 101a aviotrasportata si sarebbe lanciata in Armenia per prendere il controllo del corridoio di Syunik (è in Armenia, quindi si chiama di Syunik e non di Zangezur che è il nome azero, e così lo si chiamerà su questa pagine) per costruirvi una linea ferroviaria e un’autostrada che gli USA avrebbero usato per attaccare l’Iran da nord e che la Turchia avrebbe usato per lanciarsi nell’Asia Centrale distruggendo in un sol colpo sia il passante nord-sud Russia-Oceano Indiano che la Belt and Road cinese e danneggiando in un colpo solo Iran, Russia e Cina era, in effetti, un po’ peregrina. Altrettanto peregrino era immaginare che Pashinyan avrebbe davvero ceduto all’Azerbaijan o agli USA il territorio in questione, che non è oggetto di disputa e mai lo è stato, o i diritti esclusivi di utilizzo (anche se io stesso ero possibilista avendo di Pashinyan la stessa stima che ho dei celenterati, però con tutta l’antipatia mi pareva davvero troppo).

La reazione della Russia e dell’Iran avevano chiarito che un’ipotesi del genere non era praticabile, al di là della volontà politica della leadership armena e azera e delle difficoltà pratiche del caso (per dirne una, l’intera rete ferroviaria armena è gestita dalla Russia attraverso la ????, controllata al 100% dalla RZD, ovvero le ferrovie russe, fino al 2038). L’Iran era scattato subito dicendo che la presenza di “mercenari” statunitensi a ridosso del confine era inaccettabile e che lo avrebbero bloccato qualunque fosse stata la reazione della Russia, con il vicecomandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica che si lanciava in paragoni un po’ azzardati tra Armenia e Ucraina, nel senso delle conseguenze che sarebbero derivate al paese. La Russia invece aveva una posizione più sfumata, rallegrandosi per il trattato di pace ma mettendo in guardia da “ingerenze esterne”. Del resto la creazione di un passante di trasporto nel Syunik faceva già parte dell’accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan, firmato nel 2020 e mediato proprio dalla Russia, che al punto 9 garantiva che l’Armenia avrebbe dovuto garantire la sicurezza dei collegamenti tra l’Azerbaijan e il Naxç?van e il libero transito di merci e persone in entrambe le direzioni, e che il controllo delle frontiere sarebbe stato garantito dalle guardie di frontiera russe – quindi non per occupare militarmente Syunik, come pure mi è toccato di leggere (trovate il testo completo dell’accordo al link 1). Nel 2021, però Aliyev aveva iniziato a fare il furbo, “interpretando” l’articolo 9 come la promessa della creazione del famoso corridoio e minacciando azioni drastiche. La situazione si è placata nel 2021 (indovinate chi si è messo in mezzo per risolvere?) e gli eventi del 2023 hanno di nuovo congelato i negoziati e i lavori, che prevedevano di utilizzare la vecchia linea ferroviaria sovietica non più in esercizio.

Passata l’euforia per la firma del TRIPP, a seguito della quale si era detto di tutto e di più (appunto il controllo militare USA della regione e cose simili) si sono iniziate a capire alcune cose. Innanzitutto, da parte USA non c’è alcuna garanzia militare o di sicurezza e nessuno schieramento di truppe (lo nota, con un certo rammarico, il Kyiv Post, link 2) ma solo interesse commerciale. A ruota sono seguite le precisazioni diplomatiche. Pashinyan, a scanso di equivoci, ha telefonato prima a Putin per “ragguagliarlo” sulle condizioni del trattato firmato a Washington (link 3), e poi a Macron ed Erdogan, incassando da tutti e tre auguri e congratulazioni e, da parte di Macron, il sostegno alla sovranità e all’inviolabilità dei confini dell’Armenia, che non guasta mai. Contatti ci sono stati anche con l’Iran per i motivi che sappiamo. Stando a quanto scrive l’agenzia iraniana WANA (link 4) Pashinyan ha chiarito che non ci sarà alcun corridoio e alcuna cessione di sovranità, ma che il transito sarà gestito da un consorzio di ditte armene e statunitensi che sarà registrato in Armenia; martedì poi il Ministro degli Esteri armeno andrà a Teheran, e la cosa dovrebbe essere ulteriormente chiarita. Di conseguenza la posizione iraniana si è ammorbidita immediatamente.

E come chiarimento ulteriore e finale, proprio Pashinyan ha diffuso sui suoi social (ovviamente Facebook, da bravo boomerone. Gli ho messo pure un like, come si vede dallo screenshot che allego) il testo ufficiale dell’accordo, che condivido al link 5 non dalla sua pagina Facebook ma dal ben più credibile sito del Ministero degli Esteri Armeno. Ci interessano due punti in particolare: l’articolo 1, che conferma i confini dei due rispettivi stati secondo le frontiere che avevano all’interno dell’URSS, chiudendo la strada ad altre rivendicazioni come chiarito dall’articolo 2 che le esclude esplicitamente per il presente e per il futuro, e soprattutto l’articolo 7 secondo il quale “le parti non schiereranno lungo i loro confini comuni forze armate di terze parti”, il che include turchi, americani e russi (e pure francesi, mi sa). Chissà se finalmente si potrà davvero fare la pace nel Caucaso, e se quel disgraziato paese dell’Armenia (che alla sua lunga lista di sciagure aggiunge l’attuale Primo Ministro) potrà riprendere a fare una vita normale.

SPY FINANZA/ Se anche l’Armenia (con la Svizzera) entra nel “risiko” dell’oro di Trump (Il Sussidiario 12.08.25

Conviene tenere d’occhio quel che accade intorno all’oro, viste le mosse degli Stati Uniti che non si limitano ai lingotti svizzeri

Mentre l’attenzione del mondo è tutta proiettata verso l’incontro Trump-Putin in programma il 15 agosto in Alaska, permettetemi di andare controcorrente. E consigliarvi di tenere gli occhi ben puntati sull’oro, se volete davvero capire quanto si stia muovendo sottotraccia nell’orizzonte geopolitico.

Il tutto dopo la mossa a sorpresa degli Stati Uniti relativamente alle importazioni di barre da un chilo dalla Svizzera di cui vi ho parlato la scorsa settimana, in un primo tempo classificate dalle US Customs come soggette al dazio del 39% imposto da Washington sui beni elvetici e poi rimaste nel limbo settoriale dalla dichiarazione della Casa Bianca di venerdì sera, quando è stato annunciato un chiarimento sullo status effettivo.

La price action del metallo prezioso ha immediatamente offerto agli organizzatori dello stress test la reazione pavloviana che probabilmente si attendevano e auspicavano, passando su scadenza intraday dal nuovo record di 3.500 dollari l’oncia a un calo nell’arco di pochi minuti a 3.450. Proprio dopo la comunicazione presidenziale.

Al netto della tempistica dii questo chiarimento rispetto a un’eventuale esenzione o regime particolareggiato per quanto riguarda le barre da un chilo, i contesti da tenere sotto osservazione sono almeno due. Il primo più meramente finanziario, il secondo geo-finanziario.

Partiamo dal primo. Apparentemente, una mossa calcolata con conseguenze immediate sul mercato. La conferma della Dogana statunitense del 31 luglio che ha riclassificato come categoria soggetta a tariffa questi lingotti, gli stessi formati accettati dal Comex per la consegna, ha infatti spedito immediatamente i premi per i futures sull’oro di New York sopra del prezzo spot, segnalando che l’offerta disponibile sul mercato statunitense si era bruscamente ridotta.

Le raffinerie svizzere – colte alla sprovvista e in attesa di delucidazioni, casualmente messe subito sul tavolo dell’azzardo dalla Casa Bianca – hanno già comunicato il rallentamento o l’interruzione tout court delle spedizioni, aggravando ulteriormente la prezzatura di mercato. Da qui il record a 3.500 dollari l’oncia.

Trattasi, appunto, di leva finanziaria e posizionamento strategico. Gli Stati Uniti, dopo il nulla di fatto della visita a Washington della Presidente elvetica, paiono voler mettere sotto pressione Berna sul suo settore maggiormente strategico, offrendo al contempo alle raffinerie nazionali un vantaggio diretto sui prezzi nei formati da chilo (o 100 once). Di fatto, un potenziale premio più elevato sui futures di New York, al netto di una dinamica del prezzi spot su base globali che possa rimanere paradossalmente persino stabile.

Limitando di fatto le importazioni di queste tipologie di barre, la mossa aumenta infatti la posta in gioco per i venditori allo scoperto del Comex, la cui capacità di reperirle per la consegna formalmente si complica. Quantomeno a livello di tortuosità e costi delle alternative, fra cui il reperimento di barre da 400 once sul mercato londinese ma con la necessità di fonderle nuovamente in raffinerie statunitensi o comunque non svizzere, al fine di evitare il salasso del 39%.

Insomma, una stretta controllata proprio sui formati dei lingotti che determinano i prezzi dei futures globali e che, depotenziando de facto il ruolo della Svizzera, riafferma quello di New York come arena centrale per la price discovery e il fixing dei prezzi.

Ma attenzione, perché il secondo contesto pare prendere il largo con velocità inaspettata a livello di centralità di analisi. Al netto di Banche centrali che da trimestri di caricano di oro fisico come mezzo di diversificazione delle proprie riserve, una mossa simile pare implicitamente suggerire la volontà di posizionamento Usa in un contesto prodromico di new gold standard globale e parallelo. E in un anno in cui l’oro è già in rialzo a causa delle tensioni macro-economiche e geopolitiche, un punto di strozzatura progettato politicamente a tavolino come questo potrebbe modificare attivamente il dove e il come vengono fissati i prezzi di riferimento mondiale dell’oro.

In tal senso, l’accordo di pace fra Armenia e Azerbaijan che Donald Trump ha benedetto e reso possibile nel fine settimana assume contorni decisamente interessanti. E strategici. Il secondo Paese pompa 600.000 barili di petrolio al giorno e nel 1846 ha tenuto a battesimo il primo meccanismo di trivellazione meccanica, 13 anni prima del tanto sbandierato e rivendicato Titusville statunitense. Inoltre, il guru geopolitico di Ronald Reagan, Zbigniew Brzezinski, definì l’Azerbaijan the cork in the bottle for unlocking the riches in Central Asia e aver piazzato una bandierina a stelle e strisce nell’area crea un cuneo nell’influenza storica di Russia e Turchia.

Ma è l’Armenia a interessarci maggiormente in questo contesto. Povera di idrocarburi, in compenso è ricchissima di rame. E oro. Un hub aureo di fondamentale importanza come mostrano queste immagini tanto da operare da proxy e broker del cosiddetto oro sporco con cui la Russia circumnaviga le sanzioni internazionali.

Nel silenzio e nell’accettazione generale, poiché i dati di interscambio commerciale ci mostrano come proprio l’Armenia garantisca ai Paesi dell’eurozona di poter tranquillamente continuare a operare commercialmente con la Russia sanzionata. E con la Cina. Ma è appunto il dato del gold re-export mostrato plasticamente nel terzo grafico a interessarci maggiormente, soprattutto alla luce di quanto scatenatosi a tempo zero dopo la pubblicazione della notizia relativa al dazio record sull’oro elvetico.

Insomma, l’America pare aver rotto gli indugi relativamente all’importanza strategica globale dell’oro fisico. E in questo contesto, chiaramente la mossa armena appare una sorta di territorial pissing strategico non tanto verso la Russia e i suoi commerci paralleli, quanto verso quel mercato cinese che, tonnellata dopo tonnellata, punta in maniera ormai esplicita a ruolo di secondo mercato del fixing globale.

La nuova corsa all’oro è iniziata. E qui il Klondike è decisamente finanziarizzato. E geopolitico. Con questo carico da novanta, Donald Trump si siederà al tavolo in Alaska.

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Armenia: verso le pari opportunità nel mercato del lavoro (Osservatorio Balcani e Caucaso 11.08.25)

Colmare il divario di genere nel mercato del lavoro in Armenia è una sfida ancora da vincere. Alcuni recenti cambiamenti fanno ben sperare: da una maggiore presenza di donne in vari settori agli sforzi per superare le barriere sistemiche e cambiare le percezioni sociali

11/08/2025 –  Armine Avetisyan Yerevan

Tra le storie di donne che cercano di cambiare la realtà – lottando con determinazione per i propri diritti – c’è anche quella di Liana Harutyunyan, 38 anni, specializzata in sviluppo di software.

Da donna nel settore IT, Liana, laureata alla Facoltà di scienze informatiche dell’Università statale di Yerevan, in passato si è trovata ad affrontare discriminazioni persistenti, seppur velate.

“A 28 anni, appena sposata, avevo lasciato il lavoro dopo la nascita di mio figlio. Quando poi, cinque anni dopo, ho deciso di ricominciare a lavorare, ho incontrato un ostacolo dopo l’altro”, racconta Liana.

“Le aziende mi invitavano ai colloqui, tutto andava bene, poi però ogni volta ricevevo una risposta negativa senza alcuna spiegazione. Ad un certo punto, dopo l’ennesimo rifiuto, grazie ad un’amica, ho scoperto che le aziende semplicemente preferivano i candidati maschi, anche quando noi donne avevamo qualifiche uguali o migliori”.

Liana però non si è mai arresa. Ha continuato a candidarsi per diversi lavori, si è impegnata per migliorare le sue competenze e alla fine ha iniziato a collaborare con aziende internazionali. Oggi è una professionista freelance di successo.

“All’inizio è stato difficile, ora però vedo un vero cambiamento. Sempre più donne si uniscono ai team e il clima sta diventando più inclusivo. Anche le startup locali si stanno rendendo conto che la qualità e la professionalità non hanno genere”, conclude Liana.

Un’altra storia è quella di Ani Mkrtchyan, 35 anni, che lavora come sarta in una zona rurale, nella provincia di Aragatsotn in Armenia.

In passato, Ani ha avuto difficoltà ad ottenere un prestito per avviare una piccola impresa. “Mi sono rivolta a diverse banche, presentando le mie competenze e un valido piano di attività, ma hanno sempre respinto le mie richieste, semplicemente perché ero una donna. Non credevano che un’imprenditrice potesse farcela”, spiega Ani.

“C’è stato un periodo in cui pensavo davvero di essere condannata a rimanere disoccupata. Le persone non si fidavano di me. Alla fine, ho cominciato a credere che, da donna – soprattutto vivendo in un’area rurale – la mia unica opzione fosse quella di lavorare nei campi e mungere le mucche. Ero pronta a rinunciare”.

Poi un giorno Ani ha visto un post su Facebook su un programma di sviluppo regionale alla ricerca di donne con idee imprenditoriali. Il programma prevedeva un corso di formazione e la possibilità di richiedere un finanziamento. La donna non ha esitato: ha presentato domanda, è stata selezionata e oggi gestisce un piccolo atelier di sartoria.

“Ad accompagnarmi in questo percorso è stato un consulente aziendale, poi ho presentato il mio lavoro ad una fiera locale. Quell’esperienza mi ha fatto sentire sicura di me stessa. Ho iniziato con semplici riparazioni sartoriali, ma ora ho intenzione di espandere l’attività. Questa volta sono convinta di farcela”, afferma Ani sorridendo.

I numeri stanno cambiando

In Armenia, le donne rappresentano quasi il 45% della forza lavoro. Pur essendo ancora lontani da un’effettiva parità di genere, il dato è indicativo di un trend di crescita costante per quanto riguarda la partecipazione femminile al mercato del lavoro.

Anche se il divario di genere persiste, negli ultimi anni si è osservata una tendenza positiva, soprattutto nel settore pubblico e in alcuni ambiti dove l’occupazione femminile è in aumento.

Il governo di Yerevan riconosce il ruolo fondamentale della partecipazione delle donne all’economia. La Strategia nazionale per l’occupazione 2025-2031 pone particolare enfasi sulla riqualificazione delle donne e sul sostegno al loro reinserimento nel mercato del lavoro.

Inoltre, in diverse regioni dell’Armenia vengono lanciati progetti sostenuti dal governo e da partner internazionali per incoraggiare l’imprenditorialità femminile, fornire formazione e aumentare le opportunità di impiego.

Ridurre il divario retributivo di genere

Recentemente, il ministero del Lavoro e degli Affari Sociali ha deciso di dare priorità agli sforzi per facilitare il reinserimento delle donne nel mondo del lavoro. Capita spesso, come spiega il vice ministro Ruben Sargsyan, che le donne che hanno smesso di lavorare per poter crescere i figli, una volta tornate al lavoro si rendano conto di possedere competenze obsolete.

“Pur rappresentando la maggioranza dei laureati in Armenia, al rientro al lavoro molte donne si trovano ad affrontare un mercato del lavoro che non corrisponde più alle loro qualifiche. Di conseguenza, sono spesso costrette ad accettare lavori sottoqualificati e mal pagati”, spiega Sargsyan.

Consapevole della necessità di contrastare questo fenomeno, il ministero ha implementato diversi programmi a lungo termine – in particolare rivolti alle donne che cercano di reinserirsi nel mercato del lavoro – per ridurre la disoccupazione. Sono stati avviati anche alcuni programmi statali destinati agli altri segmenti vulnerabili della popolazione femminile.

Negli ultimi anni, il divario retributivo di genere, pur persistendo, si è ridotto. Diversi studi dimostrano che oggi in Armenia le donne lavoratrici hanno in media livelli di istruzione più elevati e maggiore esperienza rispetto ai loro colleghi maschi. Date queste permesse, è chiaro che, a parità di condizioni, le donne potrebbero rapidamente riconquistare la loro posizione nel mercato del lavoro.

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Armenia-Azerbaigian: i ministeri degli Esteri pubblicano il testo completo dell’accordo di pace (Agenzia Nova 11.08.25)

Armenia e Azerbaigian hanno reso pubblico il testo integrale dell’Accordo per l’instaurazione della pace e delle relazioni interstatali” firmato l’8 agosto a Washington, nel quale i due Paesi si impegnano a porre fine a decenni di ostilità e a stabilire relazioni bilaterali fondate sul rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale. Il documento afferma che “i confini tra le ex Repubbliche Socialiste Sovietiche dell’Unione sovietica sono diventati i confini internazionali dei rispettivi stati indipendenti e sono stati riconosciuti come tali dalla comunità internazionale” e sancisce che le Parti “non hanno rivendicazioni territoriali reciproche e non avanzeranno tali rivendicazioni in futuro”. Viene inoltre stabilito l’impegno a “non intraprendere alcuna azione, compresa la pianificazione, la preparazione, l’incoraggiamento e il sostegno di tali azioni, che miri allo smembramento o al danneggiamento, in tutto o in parte, dell’integrità territoriale o dell’unità politica dell’altra Parte”. Entrambi i Paesi si obbligano ad “astenersi, nei loro rapporti reciproci, dalla minaccia o dall’uso della forza” e a non consentire a terzi di utilizzare i propri territori “per l’uso della forza incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite”, impegnandosi anche a “non interferire reciprocamente negli affari interni”.

Il testo prevede che entro un numero imprecisato di “giorni dallo scambio di notifiche” sul completamento delle procedure interne di ratifica, le Parti “stabiliranno relazioni diplomatiche” secondo le Convenzioni di Vienna e avvieranno negoziati per “concludere un accordo sulla delimitazione e demarcazione del confine di Stato”. In attesa di questo passaggio, si impegnano a non schierare “forze di terze parti lungo il loro confine comune” e a mettere in atto “misure di sicurezza e di rafforzamento della fiducia concordate”. L’accordo contiene anche una clausola congiunta per “condannare e combattere l’intolleranza, l’odio e la discriminazione razziale, il separatismo, l’estremismo violento e il terrorismo in tutte le loro manifestazioni”, e per affrontare “i casi di persone scomparse e di sparizioni forzate” nei conflitti precedenti, inclusa la restituzione delle salme e indagini appropriate “come mezzo di riconciliazione e rafforzamento della fiducia”.

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Pace tra Armenia e Azerbaigian. Il passo falso di Mosca e i timori dell’Iran (Rassegna Stampa 11.08.25)

Pagine Esteri – Dopo quasi quarant’anni di guerre, Armenia e Azerbaigian hanno siglato nei giorni scorsi un accordo di pace apparentemente storico, frutto di anni di mediazioni e pressioni internazionali.

Venerdì scorso i presidenti dei due paesi, l’armeno Nikol Pashinyan e l’azero Ilham Aliyev, hanno firmato a Washington, sotto lo sguardo più che compiaciuto di Donald Trump, un Memorandum diretto ad istituire un Gruppo di Lavoro Strategico. A sua volta quest’ultimo dovrà redigere una Carta di Partenariato Strategico che cementerà le relazioni tra Baku e gli Stati Uniti, che non solo si faranno garanti della pace tra i due storici nemici ma incassano un importante ruolo di supervisione e gestione del “corridoio di Zangezur”, una via di transito che collegherà l’Azerbaigian alla sua exclave della Repubblica autonoma del Nakhchivan, passando nel sud del territorio armeno per più di 40 km.

Attualmente il passaggio tra il Nakhchivan e l’Azerbaigian (e viceversa) è possibile solo attraverso il territorio iraniano o quello georgiano, visto che le frontiere tra Armenia e Azerbaigian sono chiuse.

La realizzazione del corridoio, richiesta storica e pressante di Baku dopo le ripetute vittorie degli ultimi anni sulla sempre più isolata e debole Armenia, comporterà una linea ferroviaria, un’autostrada, un oleodotto, un gasdotto e una rete in fibra ottica.

Secondo Foreign Policy, formalmente il corridoio sarà sotto la giurisdizione armena, ma Erevan dovrà affittare per “99 anni” le aree interessate ad una società privata statunitense che controllerà la costruzione e la gestione delle infrastrutture previste.

Si tratta di una tripla vittoria dell’Azerbaigian, che non solo otterrà un collegamento diretto con una parte finora isolata del proprio territorio che sorge ad ovest dell’Armenia, ma anche una proiezione economica e logistica diretta verso la Turchia e il Mediterraneo, e la possibilità di bypassare sia la Russia sia l’Iran, rafforzando il proprio ruolo di hub energetico globale.

Da parte sua la Turchia, da tempo “fratello maggiore” della ex repubblica sovietica turcofona, otterrà una via privilegiata ed esclusiva per proiettare commerci ed influenza geopolitica e militare verso l’Asia Centrale.

Esulta anche Donald Trump, che oltre a confermare il suo sempre più ricercato e ostentato ruolo di “paciere globale”, ottiene un ritorno dell’influenza statunitense in un’area del globo dove Washington aveva avuto poco da fare negli ultimi anni.

Il corridoio nell’Armenia meridionale sarà battezzato con l’altisonante appellativo di “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP), cioè “Rotta Trump per la Pace e la Prosperità Internazionale”. Sarà Washington – che da una parte corteggia Erevan insieme alla Francia dopo che il governo Pashinyan si è distanziato dalla Russia, ma che dall’altra gode di ottimi rapporti con l’Azerbaigian, come del resto l’intera Unione Europea – a dover garantire la sovranità armena sul territorio attraversato dal corridoio e al tempo stesso la piena fruizione di quest’ultimo da parte di Baku. Dovrebbero essere gli Stati Uniti a proteggere Erevan nel caso in cui Aliyev non dovesse accontentarsi di utilizzare la regione di Syunik nel sud dell’Armenia e tentasse l’annessione di quello che a Baku tutti chiamano, ormai da tempo, “Azerbaigian occidentale”. Ma il fatto che contestualmente all’intesa Trump abbia sbloccato la fornitura di armi all’Azerbaigian non lascia ben sperare.

Pashinyan ha cercato di presentare l’accordo come un successo, affermando che la pace e il cedimento alle pretese azere attireranno nuovi investimenti internazionali e apriranno comunque nuove opportunità economiche per la piccola repubblica, da tempo in crisi permanente e alle prese con un gran numero di sfollati provenienti dall’ex Repubblica dell’Artsakh, l’enclave armena in territorio azero spazzata via dall’ultima offensiva militare di Baku nel settembre del 2023.
Ma le voci contrarie a quella che molti considerano l’ennesima capitolazione di Pashinyan sono numerose negli ambienti nazionalisti e di opposizione, oltre che nella numerosa diaspora armena nel mondo.

Chi ha mostrato immediatamente la propria contrarietà all’accordo a tre è stato l’Iran, che non solo verrà tagliato completamente fuori dalle rotte commerciali dell’area interessata a causa del corridoio “Baku-Istanbul”, ma che guarda con preoccupazione alla ritrovata egemonia statunitense nel quadrante caucasico meridionale.
Non è ancora chiaro se il controllo della rotta logistico-commerciale da parte statunitense verrà gestito con l’invio di truppe regolari o, più probabilmente, attraverso qualche compagnia di sicurezza privata, ma la presenza di Washington a ridosso dei suoi confini, sommata alla sempre più stretta alleanza tra l’Azerbaigian e Israele, impensieriscono non poco Teheran.
Poche ore dopo la firma dell’intesa alcuni esponenti dell’establishment iraniano hanno addirittura minacciato il blocco del corridoio, definendolo una minaccia alla propria sicurezza nazionale.

La Russia, formalmente, ha accolto con favore l’intesa di Washington. «Sosteniamo costantemente tutti gli sforzi che contribuiscono al raggiungimento di questo obiettivo chiave per la sicurezza regionale. Ci auguriamo che questo passo contribuisca a far progredire l’agenda di pace», ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova.
Ma la Federazione Russa dall’intesa ha più da perdere che da guadagnare. Il corridoio bypasserà il territorio russo e indebolirà i traffici commerciali con l’Iran, rafforzando il regime azero che dopo aver approfittato dell’attiva collaborazione di Mosca – fondamentale, insieme al sostegno turco e israeliano, per avere la meglio sull’Armenia – negli ultimi anni ha assunto un atteggiamento ostile nei confronti della Russia, preferendo sviluppare relazioni privilegiate con l’occidente, sempre più dipendente dal gas di Baku.
Per non parlare del ritorno dell’egemonia statunitense in Armenia, paese che si è sentito abbandonato da Mosca e che ha lasciato le alleanze economiche e militari regionali guidate proprio dalla Russia, che pure nel paese mantiene una importante presenza militare.

Dopo la vittoria del fronte filoccidentale guidato da Pashinyan la dirigenza russa ha deciso alcuni anni fa di mollare l’Armenia al proprio destino, ritenendola poco interessante e poco appetibile e preferendo l’Azerbaigian che nel frattempo si era trasformato in una potenza regionale, economicamente e militarmente parlando, e in uno dei maggiori produttori mondiali di idrocarburi.

Così facendo però Mosca ha reso le cose ancora più facili al governo armeno che ha cercato un rapporto privilegiato con Washington e la Nato – che comunque rappresentano un baluardo assai poco convincente di fronte alle crescenti pretese azere – provocando un ulteriore indebolimento dei legami tra Erevan e Russia.
Il risultato è che Mosca si ritrova ora con gli Stati Uniti che rientrano in gioco nel suo “cortile di casa” caucasico, con un Azerbaigian sempre più potente e pretenzioso e con Israele e Washington che potrebbero utilizzare il nuovo scenario per isolare ulteriormente – se non per aggredire di nuovo militarmente – l’Iran, il principale alleato della Russia in Medio Oriente. Pagine Esteri

Pagine Estere


Pace nel Caucaso grazie a Trump (CorrierePl)


Così passa la gloria di Mosca (Tempi)


La pace sospesa tra Armenia e Azerbaigian (Asianews)


Armenia: da “Crocevia della Pace” a “Via Crucis”, l’Editoriale dell’Ambasciatore Bruno Scapini (Gazzetta Diplomatica 10.08.25)

di Bruno Scapini

Le intese raggiunte l’8 agosto scorso a Washington tra Donald Trump, Ilham Aliyev, Presidente dell’Azerbaijan e Nikol Pashinyan, Primo Ministro armeno, non promettono nulla di buono. Ben inteso per l’Armenia, non per le altre due Parti dell’accordo che non nascondono il loro compiaciuto giubilo per il successo così conseguito.

Un po’ con le buone, un po’ con le cattive, Baku, infatti, sarebbe finalmente riuscita nel proprio piano, da lungo tempo vagheggiato, di piegare Yerevan alle sue volontà per sottometterla. E sì, perché proprio di questo si tratta. L’ Armenia, vittima di una guerra con l’Azerbaijan che già dal suo esordio, nel settembre del 2020, si prospettava come una capitolazione preannunciata per mano di un uomo, qual è appunto Pashinyan, pedina manipolata di un progetto anti-Russia, oggi, in questo laborioso negoziato trilaterale, svolge il ruolo che da ultimo le è rimasto: essere protagonista in un esercizio di devozione verso il suo antico rivale che la vede passare da comparsa quale “Crocevia della Pace” a vittima sacrificale di una “Via Crucis” destinata a porre una pietra tombale su tutte le aspirazioni del Paese e sulle sue storiche cause nazionali quali: la reintegrazione del Nagorno Karabagh, il riconoscimento internazionale del Genocidio del 1915 e la sicurezza delle frontiere internazionali in ossequio ai santificati principi dell’OSCE.

La Dichiarazione rilasciata ieri dai tre leader alla Casa Bianca, infatti, in attesa di un formale trattato di pace tra Yerevan e Baku – cui si fa peraltro esplicito rinvio – farebbe stato della previsione di un corridoio terrestre (detto di Zangezur) di 42 km di lunghezza per il collegamento tra l’esclave azera del Nakishevan e l’Azerbaijan passando a ridosso dell’Iran lungo il confine della regione armena di Syunik. Si tratterebbe, in via più specifica, di una infrastruttura di comunicazione che verrebbe gestita dagli USA, in leasing per 99 anni e sotto il proprio controllo militare, in grado di connettere direttamente l’area mediterranea della Turchia con quella centro-asiatica aggirando l’Iran e la Russia. Paesi che verrebbero in tal modo estromessi dal sistema trasportazionale e strategico della regione, ostacolando al contempo il grande sogno cinese di veder realizzato, nel contesto della ambita Via della Seta, un diretto collegamento dell’Estremo Oriente con l’area euro-mediterranea.

Chiaramente, la questione del Nagorno Karabagh è divenuta marginale nel contesto di un tale esercizio di ricomposizione regionale, al punto che dell’eventuale ritorno degli sfollati armeni, della liberazione dei tanti prigionieri di guerra e detenuti civili ancora trattenuti dagli azeri non c’è alcuna menzione nella Dichiarazione, la quale si limita a ribadire, non senza certa insistenza, la necessità di una riappacificazione tra i due Paesi rinviando a tal fine ad un preannunciato trattato di pace dai contorni ancora non chiari e dai contenuti ancora più oscuri ed inquietanti.

Vera novità dell’attuale contesto negoziale risulterebbe, peraltro, a conferma della irritrattabilità dei termini dell’intesa, la comune richiesta rivolta dalle Parti all’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) di chiudere definitivamente quel processo negoziale avviato fin dalla fine della guerra del 1992 con il Gruppo di Minsk. Uno strumento, questo, di diplomazia multilaterale che, nel corso degli anni, si è rivelato più una inutile farsa diplomatica che un vero esercizio di mediazione, in quanto  imperniato sull’arida “vexata quaestio” di quale criterio dovesse prevalere per la determinazione dello status del Nagorno Karabagh; ovvero  se quello dell’integrità territoriale (sostenuto da Baku) o se l’altro (appoggiato da Yerevan) dell’”auto-determinazione dei popoli”, un principio di universale riconoscimento e per di più legittimato per la sua applicazione giuridica nel caso del Nagorno Karabagh a termini della normativa sovietica in vigore al tempo per la secessione delle Repubbliche dell’URSS e dei loro “oblast” interni.

Un risultato è, comunque, innegabile di questa concertazione tripartita: in cambio di una vaga speranza di pace, senza utili, né profitti se non quelli derivanti in quota dal previsto consorzio di gestione, il corridoio di Zangezur sarà un ulteriore strumento per sottrarre all’Armenia altra sovranità territoriale con tutte le conseguenze che la sua creazione produrrebbe sul piano geopolitico regionale per un riposizionamento del Paese nel Caucaso Meridionale. Sul corridoio convergerebbero, infatti, se solo guardiamo alle modifiche che da esso deriverebbero alla linea frontaliera con l’Iran, molteplici direttrici strategiche di Paesi portatori anche di interessi contrastanti.  L’Iran resterebbe tagliato fuori dai suoi tradizionali rapporti con l’Armenia, la Russia si vedrebbe scippato il controllo su un’area nevralgica per gli equilibri strategici col rischio di essere sostituita dagli Stati Uniti, mentre Turchia ed Israele si appoggerebbero rispettivamente a Baku e a Washington per l’utilizzo della struttura; il tutto in considerazione del partenariato militare ed energetico già esistente tra Israele e l’Azerbaijan. Ma non solo. Per l’Armenia in particolare, il corridoio significherebbe non tanto una rinuncia alla propria sovranità – cosa cui la Nazione è ormai avvezza dall’ascesa al Governo di Pashinyan – quanto una subalternità irrituale al potere decisionale di attori geopolitici più interessati a perseguire progetti di affermazione egemonica nell’area che a stabilire un vero clima di reciproca fiducia in cui possa trovar posto una prospettiva di benessere e di prosperità per il popolo armeno, il quale, non sapendo cos’altro offrire in cambio della propria dignità, troppo spesso vilipesa dalla sua più recente Storia, rischia oggi di essere trascinato in pericolosi conflitti regionali tra potenze avide di dominio economico e di supremazia militare.

La prospettiva del corridoio, dunque, non si limiterebbe a riplasmare la configurazione geografica dell’area in vista di conseguire vantaggi economici per tutti i Paesi. Questo, in realtà, sarebbe il pretesto per convincere la vittima sacrificale della bontà di un progetto inteso alla realizzazione nel lungo termine di un disegno geopolitico ben più vasto. Una progettualità invero che punterebbe a vari obiettivi, tra cui principalmente: il contenimento dell’Iran, che in tal modo si troverebbe direttamente a ridosso, tramite il corridoio, una presenza militare americana e, per suo tramite, anche israeliana, il completamento della cintura di accerchiamento della Russia sul fronte caucasico e centro-asiatico, aree notoriamente  fragili per tenuta politica, e l’opposizione allo sviluppo nella regione transcaspica di reti trasportazionali alternative alla rotta Astana-Baku sostenuta da parte occidentale.  La creazione del corridoio, insomma, da elemento in fondo non di primo piano nella crisi del Nagorno Karabagh,  viene oggi ad acquistare, a vittoria ottenuta da Baku con la capitolazione armena, una importanza ed un rilievo imprescindibili nel grande gioco di riposizionamento degli interessi strategici che le potenze di area cercano di perseguire nella regione euro-asiatica. Un intreccio inestricabile di interessi vedrebbe ora la luce, con flusso inarrestabile di possibili crisi ognuna delle quali in grado di sviluppare nuovi focolai di belligeranza.

L’ Armenia in tutto questo fosco scenario non avrebbe via di uscita per recuperare nemmeno in parte la propria sovranità.  Persa la partita negoziale con Baku, e convinta dalle leadership euro-atlantiste a riconvertire il proprio orientamento verso la Russia con un allontanamento progressivo da Mosca, Yerevan verrà probabilmente a perdere tutti i vantaggi che ha finora ottenuto dalla sua appartenenza all’Unione Euro-asiatica (2.8 milioni di emigrati armeni in Russia, garanti del 70% delle rimesse, un export del 40% e fonti energetiche a basso costo), senza per contro la certezza di equivalenti benefici da parte di un Occidente in fondo disinteressato verso l’Armenia come dimostrato dall’apatico assenteismo tenuto nei momenti più critici della sua recente storia. Non solo; ma quant’anche dovesse realizzarsi questo distacco dalla Russia, l’Armenia non solo non otterrebbe dall’Occidente gli auspicati vantaggi economici, oltre l’esportazione di qualche tonnellata di derrate alimentari, ma perderebbe il sostegno  dell’unico  Paese in fondo in grado, per condivisa eredità storica, di offrirle quella sicurezza sulla integrità territoriale che oggi le potenze occidentali simulano di proporre facendo passare ipocritamente la prospettiva di pace, ottenuta al prezzo di un miserevole disfattismo politico, quale garanzia da esse offerta per la inviolabilità delle future frontiere internazionali e per la sopravvivenza di una Nazione ormai minorata nella sua storica identità. Un Paese, l’Armenia di oggi, costretto –  a termini della Dichiarazione di Washington – a riconoscere il nuovo stato di fatto territoriale rinunciando a qualsivoglia velleità di futura rivendicazione.

Ma la pace, quando imposta senza che si innesti organicamente nella realtà storica e sociale di un popolo resta solo un puro intendimento, un traguardo ideale scritto sulla labile carta di un trattato destinato ad un futuro effimero. Nel caso dell’Armenia non è solo mancata la volontà di recepire le sue storiche istanze, parte della identità nazionale del suo popolo, ma si è favorita, per mascherare un’ingerenza politica inaccettabile,  l’ascesa al Governo di un uomo, già “prigioniero politico” (per attività eversive condotte nel 2008 col pretesto di combattere le oligarchie economiche), ma capace di imprimere al Paese un corso politico distruttivo della coesione sociale e inteso alla cancellazione della sua memoria storica; e ciò pur di realizzare una deriva pro-occidentale in coerenza con lo spostamento dell’asse strategico di confronto della NATO con la Russia dall’Ucraina verso il Caucaso.

L’ Armenia, soprannominata un tempo la “tigre del Caucaso” nel periodo della sua massima espansione economica degli anni ’90, un Paese che, pur legato a Mosca da vincoli di partenariato strategico, ha saputo ben mantenere per decenni quel giusto dosaggio di pesi e misure in politica estera da permettersi proficui rapporti sia con Paesi dell’Est che dell’Ovest, oggi, non solo si trova ad affrontare la sua più grave crisi politica della Storia, ma anche il più profondo dei drammi umani che possa affliggere il popolo armeno dal tempo del Genocidio: la perdita della propria identità nazionale. Cancellare la memoria storica e vilipendere la stessa Chiesa Apostolica, come sta avvenendo in questi giorni, equivale a sradicare sentimenti di gratitudine verso gli avi e di rispetto verso i propri simili; il che non farebbe altro che alimentare l’odio nella società per favorire lo scontro politico funzionale ad un governo che, insediatosi per via di ingerenze esterne, facendo leva su alcune vulnerabilità del sistema politico, ha portato il Paese alla totale perdita di fiducia e di speranza in un futuro migliore.

Attendiamo, comunque, per formulare una valutazione più compiuta dei fatti di conoscere i contenuti del trattato di pace parafato ora a Washington, ma non ancora firmato per le vie ufficiali.  Tuttavia, se queste sono le premesse deducibili dalla Dichiarazione tripartita enunciata sotto la benedizione di Donald Trump, pochissime e scarse sembrerebbero purtroppo le aspettative per essere smentiti. Unico passaggio in esito al quale il progetto del corridoio potrebbe essere fatto oggetto di ripensamento sarebbe ora quello del dibattito parlamentare in vista della ratifica del trattato. Ma anche qui i numeri giocheranno prevedibilmente a favore di Pashinyan che, forte della sconfitta fatta subire al suo popolo, saprà ancora una volta convincerlo che il raggiungimento della pace dovrà inevitabilmente passare per una “Via Crucis” quale atto di redenzione per gli errori commessi dalla precedente classe politica governante.

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Accordo Armenia Azerbaigian, Iran si oppone al controllo Usa sul corridoio Zangezur/ Teheran minaccia blocco (Rassegna Stampa 10.08.25))

Iran contrario alla dichiarazione nell’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian che prevede il controllo Usa del corridoio sul Caucaso meridionale

L’Iran sta cercando di ostacolare l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian minacciando un blocco del corridoio di Zangezur nel Caucaso meridionale, che in base a quanto anticipato dall’incontro con Trump, dovrebbe essere controllato dagli Stati Uniti. Teheran aveva già avvertito dichiarando la propria contrarietà a questa opzione, il consigliere dell’Ayatollah Khamenei, in una intervista al quotidiano nazionale Tasnim aveva infatti affermato che, tale corridoio previsto dalla dichiarazione porterà alla distruzione dell’Armenia e diventerà “Un cimitero per mercenari di Trump“, per questo ha anche fatto appello alla Russia e al popolo armeno chiedendo sostegno nell’opposizione al progetto.

Mosca però al momento non sembra contraria alla proposta, la portavoce del Ministero degli Esteri Maria Zakharova, ha commentato l’accordo definendolo come uno sforzo utile ad aumentare la sicurezza di tutta l’area e che contribuisce al raggiungimento degli obiettivi di pace, chiedendo però che la Russia possa restare come interlocutore con Washington per lo sblocco delle comunicazioni nella regione.

Iran si oppone al controllo Usa sul corridoio di Zangezur: “Difendiamo i nostri interessi dal complotto politico di Trump”

Dopo la storica firma dell‘accordo di pace tra Armeni ed Azerbaigian, che ha segnato la fine di un conflitto durato 40 anni, avvenuta sotto la supervisione degli Stati Uniti come partner strategico, l’Iran ha accusato Trump di voler assumere il controllo del corridoio nel Caucaso, che sarà denominato Trump Route to International Peace and Prosperity per provocare una spaccatura tra Teheran e Mosca. Ali Akbar Velayati, consigliere della guida suprema iraniana, ha dichiarato: “L’Iran si opporrà al complotto politico e difenderà con decisione i propri interessi”.

La Russia però si era già detta favorevole alla riapertura delle comunicazioni nella zona, e anche adesso, alla luce dell’annuncio ufficiale degli Usa, ha manifestato sostegno ad un programma che possa finalmente favorire la pace nella regione. Ora entrambi i paesi rischiano di essere esclusi dalle influenze geopolitiche nell’area, visto che la dichiarazione prevede un contratto per la gestione del corridoio, e il controllo di un canale che includerà strade, ferrovie, oleodotti e gasdotti e che era stato il principale oggetto della guerra tra forze azere e armene.

Il Sussidiario


Pace tra Armenia e Azerbaigian: un nuovo inizio dopo decenni di conflitto (Notizie.it)


Trump si prende la scena nel Caucaso: “Storico trattato tra armeni e azeri”. Un colpo per Russia, Iran e Cina(Rassegna 09.08.25)

Con un colpo di scena il leader Usa porta al tavolo Baku e Yerevan dopo 40 anni di conflitto. Il messaggio al Cremlino: la regione non è più sotto l’influenza esclusiva della Federazione (La Stampa)


Trump trasforma la pace tra Armenia e Azerbaigian in un business per le società Usa (Domani)


Storico accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian (RSI)


L’accordo tra Baku e Yerevan: Teheran contraria al corridoio, Mosca positiva (Rainews)


Accordo Armenia-Azerbaigian, il commento della Farnesina su X (Gazzetta Diplomatica)


Armenia-Azerbaigian, Pashinian e Aliyev si impegnano alla pace alla Casa Bianca, ma molte le questioni aperte (AdnKronos)


Caucaso . Trump paciere tra Armenia e Azerbaigian: così spinge la candidatura al Nobel (Avvenire)


Armenia e Azerbaigian da Trump. Ma un accordo per il Caucaso non è vicino (Haffingtonpost)


La mossa del cavallo di Trump tra Armenia e Azerbaijan, un messaggio alla Russia (InsideOver)


Armenia e Azerbaigian, accordo per la pace mediato da Trump (VaticanNews)