L’Armenia guarda all’Europa. Una scelta naturale, solida, razionale (Haffingtonpost 04.06.19)

Quasi ventotto anni dopo l’uscita del celeberrimo Quarto potere” (1941), che affrontava il tema dell’identità e dell’autocoscienza americane, nell’Armenia sovietica fu miracolosamente autorizzata la produzione di un lungometraggio basato su un romanzo del giovane autore Hrant Matevosyan (1935-2002) altrettanto miracolosamente scampato alla censura.

Questo film, intitolato ”Noi e le nostre montagne” (1969) e divenuto in seguito un classico per chiunque parli armeno, raccontava la vita nell’Armenia sovietica e l’isolamento di un mondo che seguiva le proprie regole non scritte. Negli anni Sessanta, mentre tutto il mondo era travolto da rivoluzioni tecnologiche, culturali e politiche, due pastori nelle montagne d’Armenia discutevano pacatamente su quali fossero i Paesi più importanti al mondo, concludendo:

“Ci siamo noi, l’America e forse l’Austria”.

Oltre a essere un classico della cinematografia armena, ”Noi e le nostre montagne” simboleggia anche le principali paure degli armeni della nuova generazione: restare isolati sulle nostre montagne, avere una visione del mondo limitata e, come le generazioni che ci hanno preceduto, possedere soltanto un’immagine vaga di ciò che accade nel resto del mondo.

La nuova generazione armena vuole stare al passo coi tempi e prendere parte attiva nel mondo moderno. E a dettare il ritmo di questi nuovi tempi, tanto più rapidi quanto più ci si avvicini al meridiano di Greenwich, è l’Europa. Da questo dipende il genuino desiderio con cui l’Armenia e gli armeni guardano all’Europa: essa è una scelta naturale, ragionevole, solida, razionale.

L’Europa è per noi simbolo delle nostre ambizioni e una finestra di opportunità; una finestra apertasi dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e che oggi ha portato a un Accordo di partenariato globale e rafforzato (Comprehensive and Enhanced Partnership Agreement, o CEPA), ora in corso di ratificazione con gli Stati membri dell’Ue, che riflette tutti questi desideri e aspirazioni comuni.

Tre sono oggi le priorità dell’Armenia: sicurezza, welfare e demografia, e la nostra agenda con l’Ue le affronta tutte. Le costanti riforme negli affari interni e il rafforzamento delle istituzioni democratiche sono prerequisiti per creare e applicare nuove e più salde misure a salvaguardia della sicurezza interna.

Favorire lo sviluppo di un ambiente economico competitivo in Armenia e facilitare l’accesso al fiorente mercato europeo rappresenta un’opportunità per i produttori locali perché l’agevolazione dei rapporti commerciali è fonte di ricchezza per i nostri cittadini.

Nonostante l’andamento altalenante delle nostre relazioni politiche con l’Ue, ora più fredde ora invece più cordiali, i cittadini armeni non intendono rinunciare alle loro aspettative, che in sintesi possono essere descritte come un’aspirazione a godere di “maggiore accessibilità”.

Maggiore accessibilità significa per esempio facilitare la partecipazione a programmi di scambio con l’Europa per i nostri studenti, snellire per i nostri cittadini le procedure per richiedere i visti necessari per viaggiare nei Paesi membri dell’Ue, quando non abolire completamente la necessità di avere un visto.

Maggiore accessibilità significa anche avere compagnie aeree che offrano voli economici a prezzi più abbordabili e con partenze in orari più comodi durante la giornata dalle nostre due principali città in direzione dei Paesi europei; consentire a un numero sempre maggiore di turisti armeni di visitare, esplorare, conoscere e scoprire l’Europa, vederla con i loro occhi e toccarla con le loro mani; permettere a imprenditori e imprenditrici di vendere i propri prodotti sul mercato europeo e fare in modo che scienziati e ricercatori possano collaborare con i colleghi europei. È qualcosa di molto semplice, molto ragionevole. Ed è qualcosa di assolutamente realizzabile.

Come i suoi cittadini, anche l’Armenia ha aspirazioni ben precise. Come Paese stiamo naturalmente espandendo le nostre relazioni commerciali ed economiche con l’Ue grazie al Sistema di Preferenze Generalizzate Plus (SPG+). Cionondimeno, nella prospettiva di un’“Europa più vicina”, prevediamo la costituzione di attività produttive in Armenia da parte dei principali gruppi aziendali europei come l’italiana Fiat, la tedesca Siemens, altri colossi industriali francesi e diversi altri attori inevitabilmente attratti dal grande mercato dell’Unione Economica Eurasiatica.

Oltre a voler essere “più vicini” all’Europa, potremmo per esempio aspirare a dirigere e guidare l’UE nel progetto di costruzione di una linea ferroviaria ultramoderna ad alta velocità tra Erevan e Tbilisi, capace di trasformare Armenia e Georgia in un’area turistica integrata per gli europei, contribuendo a un rapido aumento del numero di visitatori. Anche in questo caso, si tratta di qualcosa di molto semplice e molto ragionevole. E di assolutamente realizzabile.

Ciononostante, abbiamo talvolta l’impressione che i rapporti fra l’Armenia e l’Ue finiscano per perdersi nei corridoi delle istituzioni ufficiali. Inoltre, gli esiti concreti di queste relazioni sono a volte così trascurabili e inconsistenti da vanificare il concetto stesso di cultura e valori europei, sconcertando e confondendo vari segmenti della società.

I risultati delle ultime elezioni europee dimostrano che le preferenze politiche delle società dei diversi Stati membri sono profondamente diverse. Per questo è tanto più necessario cooperare quotidianamente con tutte le rappresentanze politiche europee. Per coltivare una collaborazione attiva ed efficace con l’Ue si rende pertanto indispensabile un dialogo costante e mirato sia con tutti gli organi comunitari sia con ciascuno dei Paesi membri.

La partnership Ue-Armenia dovrebbe “tradurre” i nostri valori condivisi in risultati concreti capaci di soddisfare i bisogni quotidiani dei nostri cittadini. Questa è la formula per la nostra epoca: i valori devono trasformarsi in opportunità e risultati tangibili, concreti, apprezzabili.

D’altro canto, l’Europa non dovrebbe essere né qualcuno da cui aspettarci soltanto di ricevere qualcosa né il destinatario finale di uno scambio a senso unico. Anche l’Armenia può offrire qualcosa all’Europa: non solo la nostra identità cristiana o una meta turistica per un numero sempre crescente di visitatori europei, ma anche i nostri prodotti, le nostre risorse umane, la nostra creatività, la nostra capacità d’innovazione.

In questo senso, il nostro lungo dialogo politico dovrebbe pertanto finalmente superare la fase delle discussioni e degli incartamenti burocratici per giungere a decisioni e risultati tangibili. Se così non fosse, questa finestra europea finirebbe per tramutarsi in un sogno lontano e irraggiungibile.

Dobbiamo salvaguardare l’agenda europea per l’Armenia, perché essa non è un vuoto discorso politico o un progetto opportunistico ma qualcosa di concreto. È un’aspirazione autentica e genuina. Di conseguenza, una maggiore accessibilità all’Europa – risultato che può essere mutualmente vantaggioso – dipende da una nostra scelta consapevole. E anche in questo caso è qualcosa di assolutamente realizzabile.

Innanzitutto, l’Armenia e l’Europa sono unite dai nostri valori condivisi. L’Armenia, l’Artsakh e il popolo armeno nel mondo sono stati e sono tuttora parte inalienabile della cultura europea, e costituiscono il confine orientale del mondo cristiano.

Il nostro cammino è un cammino di civiltà, un cammino che include sia il Nord sia l’Occidente. Storicamente, in riferimento ai valori europei, abbiamo normalmente guardato sia a Nord sia a Occidente. È innegabile che molti elementi dei valori europei siano riemersi in Armenia passando da Nord. È per noi indispensabile che i transitori confini che ancora persistono fra Nord e Occidente scompaiano o che almeno siano ridotti al minimo.

Ciò che oggi cerchiamo non è un nuovo ruolo in Europa e nella vita europea. Dobbiamo rivalutare il nostro ruolo di una fra le colonne portanti della civiltà europea e del suo sistema di valori.

Ciò dovrà essere chiaro a noi come ai nostri partner: la nostra sicurezza non è negoziabile e i nostri valori dovranno restare, come sempre lo sono stati, l’elemento fondante del nostro lungo viaggio.

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Prefetto e presidente della Provincia incontrano ambasciatore armeno (Luccaindiretta 04.06.19)

Giornata di incontri quella di ieri (3 giugno) per il nuovo Prefetto di Lucca, Leopoldo Falco. Dopo aver incontrato il presidente della Provincia, Luca Menesini infatti, il rappresentante del Governo ha ricevuto anche la visita dell’ambasciatore dell’Armenia alla Santa Sede, Garen Nazarian, accompagnato dal legato apostolico della chiesa armena, Kajan Barsamian. Il motivo della visita è da ricondursi al legame con la città di Lucca, determinato dalla figura di San Davino, pellegrino armeno, la cui salma è conservata sotto l’altare maggiore della Chiesa di San Michele dove, sempre ieri è stata celebrata una messa di commemorazione da Monsignor Paolo Giulietti, nuovo vescovo di Lucca.

All’incontro, svoltosi in un clima di grande cordialità, era presente anche il professor Giovanni Macchia che ha curato una pubblicazione dedicata a San Davino. È stata l’occasione per una presa di contatto sui principali temi di interesse comune e per fornire al diplomatico in visita un primo quadro delle peculiarità storiche, culturali e produttive del territorio.

Al termine dell’incontro il prefetto e il presidente della Provincia hanno fatto dono all’ambasciatore di due pubblicazioni sulla città di Lucca e sulle sue ville.

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Nagorno-Karabakh: Armenia denuncia aumento delle tensioni negli ultimi giorni (Agenzianova 02.06.19)

Erevan, 02 giu 10:52 – (Agenzia Nova) – Il comunicato evidenzia che le recenti azioni “sono una sfida negli sforzi dell’Armenia e del Nagorno-Karabakh, sotto gli auspici dei co-presidenti del gruppo di Minsk dell’Osce, di compiere passi costruttivi verso una risoluzione pacifica del conflitto, per stabilire un ambiente favorevole a tale esito e rappresentano un serio arretramento di tutti gli sforzi compiuti negli ultimi mesi”. Il ministero degli Esteri dell’Armenia denuncia quindi che l’Azerbaigian ha violato gli impegni presi nelle ultime dichiarazioni congiunte adottate a Milano, nel dicembre 2018, a Vienna, nel marzo 2019, e a Mosca, nell’aprile 2019. Secondo Erevan, senza una rapida risposta tali azioni possono essere “un ostacolo serio” ai prossimi passi nel processo di risoluzione del conflitto nel Nagorno-Karabakh. L’Armenia invita quindi l’Azerbaigian “a dimostrare una volontà politica genuina” per garantire il rispetto del cessate il fuoco. Secondo Erevan, è necessario pertanto completare prima possibile l’istituzione di un meccanismo istitutivo dell’Osce sulle violazioni del cessate il fuoco. (segue) (Res)

Reggio Calabria: la Varia di Palmi in Cile e Armenia per il progetto “Unwritten Structures” (Strettoweb 02.06.19)

“Unwritten Structures. Racconti (in)Visibili” è un progetto espositivo itinerante che partirà il prossimo 11 giugno in Armenia e in Chile e che farà tappa in varie città, destinato alla diffusione della conoscenza del patrimonio culturale immateriale italiano nell’Europa dell’Est e in Sud America.

Il progetto, elaborato dall‘Istituto Centrale per la Demoetnoantropologia, in collaborazione con il MUCIV – Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, le società Glocal Project Consulting e Openlabcompany, in sinergia con il coordinamento tecnico-scientifico della Rete delle grandi Macchine a spalla italiane Patrimonio UNESCO  e con il contributo di curatori, artisti e registi indipendenti, propone una reinterpretazione in chiave artistica di pratiche e saperi della tradizione italiana, promuovendo una forma avvincente e innovativa di salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, attraverso la sperimentazione di codici multi-espressivi propri dell’arte contemporanea e dell’antropologia dialogica.

Accanto alle testimonianze materiali, ai documenti d’archivio e ad alcune proposte di reinterpretazione di matrice antropologico-visiva, saranno esposte le opere di quattordici artisti contemporanei ispirate alle strutture non scritte del patrimonio culturale italiano all’interno di un viaggio che, tra il vissuto e l’immaginato, propone la conservazione della memoria e la creatività come chiavi d’accesso privilegiate al dialogo intergenerazionale e al rispetto della diversità culturale.

Il percorso espositivo si svolgerà all’interno di un vero e proprio accerchiamento audiovisivo realizzato attraverso 4 “micro cinema” – unità di esposizione multimediale ad alta tecnologia progettate appositamente per le mostre dagli exhibition designer di Openlabcompany – all’interno dei quali sarà possibile “tuffarsi” nei documentari immersivi di Francesco De Melis, regista, musicista e antropologo forte di 40 anni di ricerche sul campo, in Italia e all’estero, sul tema della festa, della ritualità, della sonorità, della gestualità.

Le esposizioni sudamericane saranno focalizzate sulle feste della tradizione italiana caratterizzate dal trasporto di grandi macchine cerimoniali, portate devozionalmente a spalla, con un’attenzione particolare alle celebrazioni delle città di Nola, Palmi, Viterbo e Sassari dichiarate dall’UNESCO nel 2013 Patrimonio Immateriale dell’Umanità, alle quali si aggiunge la Corsa dei Ceri di Gubbio, in attesa dell’estensione del riconoscimento richiesta dalle comunità della Rete. Il Trasporto della Madonna del Soccorso di Sciacca, protagonista di uno dei quattro coinvolgenti short film, chiude il tema delle feste della tradizione mediterranea.

Il progetto espositivo della sezione antropologica sarà arricchito da una serie di maquette costruite da artigiani locali, oggetti sospesi tra la realizzazione artistica e la devozione popolare, a rappresentare la “materialità” di questi spettacolari e partecipatissimi riti collettivi.

Un’occasione straordinaria di divulgazione delle feste della Rete delle Macchine in Paesi nei quali grande attenzione è stata data, negli ultimi trent’anni, al patrimonio culturale immateriale che in molti casi ha dato linfa vitale a comunità e territori.

Le mostre dell’Europa dell’Est, invece, proporranno l’“accerchiamento audiovisivo” con la stessa formula di allestimento prevista per il Sud America, ma con contenuti diversi, ampliando l’orizzonte espositivo, oltre il tema della festa in Italia qui rappresentato da una inedita raccolta di scatti della fotografa Sabina Cuneo, ad altre tematiche-cardine della tradizione popolare italiana: cucina, musica e pratiche religiose. L’itinerario visivo, in questo caso, sarà costellato di oggetti etnografici risalenti ai primi anni del 1900.

Tra gli artisti coinvolti per il Sud America, Bertozzi e Casoni, Tommaso Cascella, Flavio Favelli, Dario Ghibaudo, Silvia Giambrone, Maria Lai, Francesco Lauretta, Davide Monaldi, Luana Perilli, Roxy in the box, Marinella Senatore, Giuseppe Stampone, Sergio Tumminello, Angelo Marinelli e Zaelia Bishop.

Per l’Europa dell’Est, Tommaso Cascella, Gaia Scaramella, Flavio Favelli, Dario Ghibaudo, Silvia Giambrone, Maria Lai, Francesco Lauretta, Davide Monaldi, Luana Perilli, Roxy in the box, Marinella Senatore, Angelo Marinelli, Giuseppe Stampone, Sergio Tumminello, Zaelia Bishop e, per l’occasione, l’artista armeno Arshak Sarkissian.

Obiettivo del progetto è far conoscere il patrimonio culturale rappresentato da saperi e pratiche viventi, rielaborate e trasmesse di generazione in generazione: espressioni orali, arti dello spettacolo, consuetudini sociali, riti e feste, conoscenze e pratiche concernenti la natura e l’universo, artigianato tradizionale. Una tipologia patrimoniale fondamentale nel mantenimento e nel rispetto della diversità culturale contro l’omologazione che deriva dalla globalizzazione; un caleidoscopio di relazioni che aiuta il dialogo interculturale e incoraggia il rispetto reciproco dei diversi modi di vivere, perché la sua importanza non risiede solo nella manifestazione culturale in sé, bensì nella ricchezza di conoscenze e competenze che essa rappresenta e nell’elaborazione delle modalità con le quali è trasmessa da una generazione all’altra.

Le tappe

L’itinerario est-europeo avrà inizio presso la Styles Gallery di Gyumri, in Armenia, con il patrocinio dell’Ambasciata Italiana d’Armenia, per proseguire poi in Bosnia, Museum of Contemporary Art di Banja Luka, dal 12 settembre al 12 novembre 2019 e Mostar, dal 20 novembre al 10 gennaio 2020, per toccare poi la National Gallery di Sofia e quindi Skopye, Novisad, e Lubiana.

Contemporaneamente, grazie alla collaborazione con la Dante Alighieri di Merida (Yucatan) -interlocutore privilegiato fin dalle prime fasi del progetto- con gli Istituti italiani di cultura e con la rete consolare di Messico, Chile e Argentina partirà l’itinerario sudamericano, che si inaugurerà il prossimo 11 giugno a Santiago del Chile presso il Centro Cultural Las Condes, proseguirà poi in Argentina, Buenos Aires negli spazi espositivi del Centro de Arte Contemporáneo Uade Art dal 9 agosto al 6 ottobre. A seguire, Merida inaugurerà l’itinerario messicano nel Museo Fernando García Ponce-Macay, dal 20 ottobre al 6 gennaio 2020, itinerario che proseguirà presso la Fundación Pape di Cohauila dal 24 gennaio al 26 Aprile, per concludersi a Città del Messico con l’esposizione nel Museo de Arte Popular dal 6 maggio al 6 agosto 2020.

Per approfondire http://www.strettoweb.com/2019/06/varia-palmi-reggio-calabria-cile-armeni/848994/#mAkgZkUbYqVhF537.99

Loris Tjeknavorian, un compositore tra l’Armenia e l’Iran (Ilprimatonazionale.it 02.06.19)

Roma, 2 giu – Loris Tjeknavorian è un compositore e direttore d’orchestrariconosciuto a livello internazionale e uno dei personaggi culturali più celebrati in Armeniae in Iran. Ha diretto orchestre in tutto il mondo e ha composto 6 opere, 5 sinfonie, opere corali, concerti per pianoforte, violino, chitarra, violoncello e pipa (liuto cinese), oltre a musica per documentari e lungometraggi. Le sue composizioni sono state eseguite da importanti orchestre di ogni parte del mondo.

L’influenza di tre culture

Nacque nel 1937 a Borujerd, in Iran, da genitori armeni immigrati; la rivista londinese Gramophone nel 1976 così riportava la sua infanzia: “Suo padre era originario dell’Armenia orientale e sua madre era fuggita dall’Armenia occidentale durante il massacro del 1915 […] Fu influenzato da tre culture: armena, iraniana e occidentale, […] Loris a otto anni ricevette un violino. Sebbene senza un insegnante, il ragazzo iniziò a studiare seriamente; in poco tempo compose un numero di pezzi per pianoforte, senza alcuna istruzione formale. A sedici anni formò un coro composto da quattro parti e organizzò e diresse la sua orchestra a Teheran. Un anno dopo era pronto a partire per l’Accademia di Musica di Vienna […]”.

Gli spostamenti

In seguito a questo fruttuoso periodo di formazione, Tjeknavorian tornò in Iran nel 1961, dove insegnò al Conservatorio di Teheran e fu nominato direttore degli Archivi musicali di Teheran. Ritornò per un breve periodo in Austria nel 1963 e in seguito si trasferì negli Stati Uniti nel 1965, dove iniziò a studiare direzione all’Università del Michigan. Nel 1970, il ministero della Cultura dell’Iran gli offrì il ruolo di direttore principale della Rudaki Opera House di Teheran. L’ampio studio di Tjeknavorian sugli aspetti tecnici degli strumenti tradizionali iraniani culminò nella composizione del dramma Simorgh, la prima composizione polifonica interamente realizzata per strumenti iraniani e basata sui temi del mito zoroastriano e della poesia mistica persiana. Nel 1975 si trasferì a Londra, dove riscosse un grande successo e la Rca, tramite il Gramophone, lo proclamò “il più grande direttore della sua generazione”. Nel 1978 Tjeknavorian organizzò il Music Armenia, descritto dal Gramophone come “il primo festival armeno in terra straniera”.

Il terremoto in Armenia

Poco dopo essersi stabilito a New York nel 1986, il destino di Tjeknavorian fu cambiato dal devastante terremoto armeno del dicembre 1988. Tjeknavorian organizzò un concerto di beneficenza alla Carnegie Hall per raccogliere fondi di soccorso per le vittime, e infine si trasferì egli stesso in Armenia alcuni mesi dopo, essendo stato nominato direttore principale e direttore artistico della Armenian Philharmonic Orchestra (Apo) di Yerevan.

Fede e Cultura

Tjeknavorian fu anche determinante nella campagna del 1991 per l’indipendenza armena e, dopo l’indipendenza, fece parte del comitato per ripristinare la bandiera armena pre-comunista e lo stemma nazionale. Tjeknavorian ribattezzò anche le due vie principali di Yerevan, da Lenin e l’Armata Rossa a Mesrop Mashtots (creatore dell’alfabeto armeno) e Gregorio Illuminatore (fondatore della chiesa armena nel 301 d.C.). Questo atto riflette la sua filosofia di “Fede e Cultura” come le basi su cui ricostruire la nazione armena.

Il ritorno in Iran

Nel 2000, Tjeknavorian si è dimesso dall’Apo onde dedicare più tempo alla composizione ed è tornato a vivere in Iran, dove attualmente risiede. Dal 2009 ad oggi ha continuato a dedicarsi alla composizione, alla pittura e alla scrittura di racconti, tra i suoi lavori più recenti le opere Zahak (basato sul Shahname di Ferdowsi), Mowlana e Shams-e Tabriz(basato sulla poesia di Rumi). Ha inoltre composto una sinfonia per una delle figure religiose più rispettate in Iran, da musulmani e non, l’imam al-Husayn, dichiarando in un’intervista: “Quanti individui conoscete che abbiano subito così tante sofferenze quanto Gesù Cristo e l’imam al-Husayn e nonostante ciò siano rimasti saldi nella loro fede?”. Nel 2015-16 Tjeknavorian ricevette l’incarico di scrivere due composizioni per coro ed orchestra: Salam (pace), basato sulle poesie di Ferdowsi, Sadi, Hafez e Rumi, e un Requiem dedicato alle vittime della guerra imposta Iraq-Iran.

I riconoscimenti

Tjeknavorian ha ricevuto riconoscimenti per l’impatto dei suoi concerti religiosi settimanali in Armenia durante i primi anni ’90 da leader religiosi non armeni, incluso il Patriarca della Chiesa ortodossa orientale, e la Croce d’oro dal capo della Chiesa rumena. Oltre a ciò ha ricevuto la Medaglia d’oro dal Ministero della Cultura dell’Armenia per i servigi resi alla cultura armena. Inoltre il ministero della Cultura della Repubblica Islamica dell’Iran gli ha conferito il Dottorato onorario per i suoi contributi culturali.

“L’Iran è la mia patria”

In occasione del suo ottantunesimo compleanno in un’intervista con l’Irna, alla domanda sul perché avesse scelto di vivere in Iran, ha risposto: “L’Iran è la mia patria. I miei antenati hanno vissuto in questa terra. Sono nato in Iran e sarò sepolto qui. Sono emotivamente e culturalmente attaccato a ogni centimetro di questo paese e non mi sento a casa in nessun luogo, se non in Iran. Come ho detto, amo incontrare persone provenienti da varie parti del mondo, ma l’Iran è il centro della mia gravità. Ho studiato e pensato musica in America e in un certo numero di altri paesi. Mi sono esibito in molti paesi in cui avrei potuto avere buone condizioni per lavorare e vivere, ma l’Iran rimane la mia prima e ultima scelta per vivere. Sono felice di essere iraniano e di creare le mie composizioni in Iran mentre ho contatto diretto con i miei connazionali, riflettendo la loro felicità e tristezza. Apprezzo profondamente che tu abbia ricordato il mio anniversario di compleanno e mi dia la possibilità di parlare della mia vita. Ho qualcosa qui che potrebbe non essere con me con la stessa qualità in nessun’altra parte del mondo” .

Hanieh Tarkian

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Armenia: protesta a Erevan e in 12 città contro premier Pashinyan (Agenzia nova 01.06.19)

Erevan, 01 giu 17:09 – (Agenzia Nova) – Alcuni attivisti armeni, insoddisfatti delle politiche portati avanti dal primo ministro Nikol Pashinyan, hanno tenuto una protesta oggi a Erevan ed in altre 12 città dell’Armenia. Lo riferisce l’agenzia di stampa russa “Sputnik”, secondo cui la protesta si è svolta oggi in concomitanza con il compleanno del premier armeno. La manifestazione di protesta è stata organizzata con lo slogan ‘la nascita delle menzogne’, in riferimento proprio al compleanno di Pashinyan ed alle sue dichiarazioni. Secondo quanto riportato, circa 30 persone sarebbero state fermate dalla polizia nel corso delle proteste. I manifestanti accusano Pashinyan di aver mentito su una serie di questioni, come l’andamento dell’economia dell’Armenia e la gestione della politica estera e di sicurezza.
(Res)

San Davino: Lucca celebra il santo pellegrino il cui corpo è venerato dall’XI secolo (Toscanaoggi.it 30.05.19)

Lucca si appresta a ricordare San Davino, un santo, pellegrino, proveniente dall’Armenia e morto a Lucca il 3 giugno del 1050: di san Davino è custodito il corpo incorrotto e oggetto di venerazione nella chiesa di S. Michele in Foro. In occasione della Festa di questo santo, il 3 giugno, varie sono le proposte religiose e culturali (sarà ospite anche Moni Ovadia). Poi viene proposto un segno di solidarietà.

La Comunità parrocchiale del Centro Storico di Lucca, in una nota ricorda: “Davino arriva nella Lucca medioevale dell’XI secolo e qui, accolto e curato, si mette al servizio dei poveri presso un antico ospedale. Il 3 giugno Davino muore e la sua fama di santità si diffonde rapidamente tanto che già verso la fine dell’XI secolo viene canonizzato. Si tratta di un santo della carità, di un santo pellegrino ma è anche l’icona di una reciproca accoglienza che in tempi assai remoti contraddistingueva Lucca. Quest’anno, in seguito ad una serie di ricerche fatte sul corpo di san Davino e che stanno rivelando particolari sconosciuti ed interessanti di questa figura, desideriamo sottolineare maggiormente questo personaggio che dal lontano Medioevo ci porta un messaggio importante di civiltà, spiritualità, amore ed accoglienza.  Proprio per sottolineare e valorizzare all’oggi questa figura di santità quest’anno ci saranno diversi momenti ed iniziative su vari versanti (culturale, storico, spirituale, biblico…) – oltre che momenti liturgici – che riguardano san Davino ma soprattutto hanno a che vedere con la nostra vita e con l’impegno di fede e di umanità che ci interpella tutti“.

Tra gli appuntamenti religiosi c’è la messa solenne presieduta dall’arcivescovo Paolo Giulietti alle ore 18 di lunedì 3 giugno nella chiesa di S. Michele in Foro. In questa occasione saranno presenti il Legato Patriarcale della Chiesa apostolica armena in Europa e l’Ambasciatore della Repubblica Armena presso la  Santa Sede.
Tra quelli culturali spicca l’evento conclusivo del 14 giugno quando sarà a Lucca, sempre in S. Michele, l’attore e scrittore Moni Ovadia.

L’iniziativa di solidarietà che la comunità parrocchiale del Centro Storico di Lucca propone, è il sostegno al progetto “Tessere per Essere” promosso dal’Associazione “Famiglia Insieme Onlus”. Questo progetto si inserisce nella campagna governativa armena di lotta alla povertà e nella linea della partecipazione delle donne beneficiarie alla creazione di un’iniziativa di sviluppo locale, mediante i modelli dell’economia sociale e solidale. La manifestazione si tiene nella chiesa di san Michele, dove sarà possibile conoscere e cooperare al progetto con l’acquisto di manufatti e tessuti realizzati dalle donne di Yerevan ,che partecipano al progetto “Tessere per Essere”.

Per maggiori informazioni contattare la Parrocchia del Centro Storico di Lucca, Piazza San Pierino, 11 Tel. 0583 53576 Email: segreteria@luccatranoi.it

PROGRAMMA S. DAVINO 2019

Appuntamenti religiosi:

  • DOMENICA 2 GIUGNO ORE 10.30

chiesa di s. Michele in Foro celebrazione eucaristica. Verrà eseguito il Mottetto in onore di san Davino del Maestro Guido Masini.

  • LUNEDÌ 3 GIUGNO, FESTA DI SAN DAVINO

chiesa di s. Michele in Foro ore 10 celebrazione eucaristica; ore 18 celebrazione eucaristica presieduta da mons. PAOLO GIULIETTI, arcivescovo di Lucca, saranno presenti il Legato Patriarcale della Chiesa apostolica armena in Europa e l’Ambasciatore della Repubblica Armena presso la Santa Sede. Verrà eseguito il Mottetto in onore di san Davino del Maestro Guido Masini.

  • VENERDÌ 7 GIUGNO, LECTIO DIVINA sulla MISERICORDIA

ore 18, chiesa di san Michele, Lectio Divina a cura di Padre Bernardo di san Miniato al Monte, in occasione del Meeting Internazionale delle Misericordie a Lucca.

Appuntamenti culturali:

  • SABATO 1 GIUGNO Concerto

ore 21 chiesa di s. Michele in Foro: concerto del “Canticum Novum Gospel Choir” insieme al Gruppo Americano “Hand Bells”, orchestra di oltre 50 campane. Ingresso Libero.

  •  GIOVEDÌ 6 GIUGNO Analisi paleo-antropologica sul corpo di S. Davino e descrizione delle vie medioevali al tempo di S. Davino

Ore 17.30 nella chiesa di S. Michele in Foro il prof. Gino Fornaciari dell’Università di Pisa interviene su  “Gli ultimi risultati dell’analisi paleo-antropologica sul corpo di s.Davino”, poi sarà la volta del prof. Giovanni Macchia membro dell’Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti su “Le Vie Medioevali al tempo di san Davino, dalla via Francigena alla via della Seta”.

  •  MERCOLEDI 12 GIUGNO, presentazione restauro pulpito della chiesa di s. Michele

ore12, chiesa di s. Michele in Foro, presentazione del restauro integrale del “Pulpito” della chiesa di san Michele a cura del dott. Paolo Cecchettini.

  •  VENERDÌ 14 GIUGNO, Incontro con MONI OVADIA

ore 21, nella chiesa di san Michele in Foro, “Dialogo sulla cultura dell’accoglienza: sulle orme di papa Francesco per trovare un nuovo lessico di umanità”, introduce il giornalista Raffaele Luise, interviene l’attore e scrittore Moni Ovadia.

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DIARIO DI VIAGGIO. Caucaso: i monasteri armeni e il lago di Sevan (mbnews.it 29.05.19)

Immersi tra luoghi ricchi di storia e ampi spazi naturalistici. Gli studenti dell’indirizzo turistico dell’Istituto Vanoni continuano il progetto “Viaggi diversi”. Nuova meta? Il Caucaso, ai confini tra Europa e Asia. Dopo i viaggi e reportage degli scorsi anni, tra cui il Marocco la Grecia e la Spagna, gli allievi della 3D e 3E si trasformeranno ancora in guide turistiche per i professori, i loro stessi compagni e i lettori di Mbnews.

Durante il tour, già preannunciato dal nostro giornale, saranno 5 le tappe che si raggiungeranno: Yerevan, Lago di Sevan, Parco nazionale di Dilijan, Kazbegi e Tbilisi. Partiti il 24 maggio, gli studenti attraverseranno così le due repubbliche della Transcaucasia, l’Armenia e la Georgia. L’iniziativa, che durerà fino al 31 maggio, non sarà solo un viaggio culturale ma una vera esperienza di alternanza scuola-lavoro, organizzata in collaborazione con l’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia, che sarà ente esterno per la certificazione.

Per godere delle bellezze del territorio e comprendere la storia del popolo, la partenza è stata preceduta da mesi di studio e approfondimento della cultura dello stato visitato. Per questo progetto gli studenti, come da veri tour operator, dovranno infatti occuparsi di aggiornare il sito, pubblicare contenuti sulle pagine Facebook , Instagram e il canale YouTube. Grazie alle idee proposte dagli insegnanti e all’impegno dei ragazzi nel raccontare le loro avventure, “Viaggi diversi” ha ricevuto il patrocinio del Touring Club Italiano.

Le giovani guide turistiche non saranno sole, all’iniziativa parteciperanno i docenti referenti del progetto, la professoressa di Storia dell’Arte Marilena Scarpino e il professore di Geografia Alfio Sironi. Presenti anche la Dirigente Scolastica, Elena Centemero, e l’esperto di foto e videomaking Oscar Bede.

1° TAPPA:  Kiev, Yerevan

Alle 4:00 di mattina ci imbarchiamo per Kiev, la capitale ucraina in cui sosteremo per mezza giornata prima di ripartire alla volta di Yerevan e dell’Armenia, la prima meta del nostro itinerario. Il programma prevede la visita del centro storico e un rientro all’aeroporto nel tardo pomeriggio, ma la giornata non sembra partire bene: le comunicazioni con il popolo ucraino risultano complesse, difficilmente incontriamo qualcuno che capisca l’inglese e la nostra scarsa conoscenza del cirillico ci conduce sul mezzo sbagliato. Ci ritroviamo così su un lentissimo treno che credevamo facesse più fermate e che invece ci porta lontano dal centro storico della città. Non importa, non ci demoralizziamo. Continuiamo col sorriso e decidiamo di procedere a piedi.

La cattedrale di Santa Sofia ci accoglie scintillante con le sue maestose cupole d’oro e la nostra guida del giorno, Sophie, ci spiega che siamo di fronte all’edificio religioso più importante di Kiev, commissionato da Yaroslav il saggio nel 1037 e utilizzato come luogo di sepoltura dello stesso fondatore. Il suo stile è un raro esempio di architettura bizantina, costruita sul modello in scala ridotta della Cattedrale di Santa Sofia a Costantinopoli.

Il viaggio continua. Procediamo per tentativi, faticando a destreggiarci nell’uso di mappe e incomprensibili indicazioni. Orientarsi ci sembra complicato in questa città in cui non disponiamo di internet e gps.

Piazza Maidan ci colpisce per la vastità dei suoi spazi architettonici. Luogo di note manifestazioni e proteste nella storia del popolo ucraino come la rivoluzione arancione del 2004 e le proteste antigovernative del 2014, il Campo dell’Indipendenza è il frutto di un rifacimento urbanistico dei primi decenni del XX secolo.

Dopo un veloce pranzo in piazza ci incamminiamo verso il Monastero delle Grotte. Gli spazi a Kiev ci sembrano infiniti e raggiungere la prossima meta ci porta via molto più tempo del previsto.

La collina di Pecherska Lavra ospita uno dei centri culturali e religiosi più importanti del mondo ortodosso. Su di essa sorge un enorme complesso monastico che, secondo la leggenda, è sorto spontaneamente nel X secolo ad opera del monaco Antonio il Venerabile. Questi, spinto dal desiderio di vivere in solitudine e meditazione, si recò in questo luogo isolato e cominciò a scavare delle grotte in cui man mano arrivarono molti monaci e pellegrini che nel tempo le trasformarono nel centro spirituale più importante della città. Marika ci racconta che il Lavra nei secoli si dotò della prima pressa da stampa dell’Ucraina centro-orientale, favorendo una produzione tale di testi e manoscritti di pregio che contribuirono alla formazione della prima università dell’Europa dell’est, quella di Kiev.

Nel pomeriggio ormai inoltrato ci accorgiamo che raggiungere l’aeroporto sarà più difficile del previsto. L’ora di punta e le distanze impreviste ci conducono molto lentamente, forse troppo lentamente, con una margine di soli dieci minuti di anticipo, a quello che scopriamo essere l’unico treno che ci riporterà all’aeroporto. L’imprevisto fa da padrone in questa strana giornata di mezzo. Per miracolo la preside e i docenti riescono ad acquistare i biglietti mentre noi, gesticolando, preghiamo il conduttore di attenderci un pochino. Sfoderiamo sorrisi, planiamo a braccia aperte sulla banchina indicando il cielo, finché sul fischio del treno li vediamo in corsa verso di noi. Biglietti alla mano ci indicano urlando di salire, e noi saliamo spintonando la folla.

Sventato il pericolo di perdere l’aereo, ci accasciamo stanchi ma entusiasti sugli zaini gettati a terra. La stanchezza ormai impera nel gruppo. Gli sguardi si spengono. È ora di riposare, eppure neanche questo sembra essere così scontato in questo strano inizio dell’avventura caucasica. Una volta atterrati, il bus ci conduce nell’hotel sbagliato. L’autista parla solo armeno e Yerevan ci sembra buia e desolata a mezzanotte. Eppure anche stavolta riusciamo a intenderci gesticolando e raggiungere la nostra meta.

La giornata successiva parte sotto un bel sole. Lasciamo la città per avventurarci tra le prime montagne fuori Yerevan. Il paesaggio cambia: si aprono vallate e montagne, i paesi diventano villaggi di piccole case povere. La prima tappa è il monastero di Ghegard. Incastonato dentro una parete di roccia, il monastero è famoso soprattutto per una fonte d’acqua naturale che scorre al suo interno e dona giovinezza eterna. I pellegrini armeni fanno la coda per accendere una candela e dire una preghiera, mentre dentro l’oscurità del monastero si tiene un concerto di sole voci femminili, un momento commovente per la sua bellezza.

Ci spostiamo a Garni. Un villaggio piuttosto grande con tante case dai tetti di lamiera, qualche chiosco con bibite e souvenir e mucche che pascolano a bordo strada. Qui arrivano molti turisti per osservare il tempio greco romano di Garni. In stile ionico, il tempio è l’unico simbolo rimasto nel paese dell’Armenia precristiana. Salendo sul  colonnato si possono scorgere impressionanti paesaggi delle gole di Garni, ricchissime di colonne di basalto ottagonali che vorremmo andare a vedere. I nostri compagni espongono il loro lavoro di ricerca, mentre grandi nuvole nere si accumulano sopra la nostra testa. Nonostante il cielo lasci intuire che fra poco pioverà, ci avventuriamo per il trekking che avevamo progettato a casa: quello al monastero di Havuts Tar passando per le gole. Scendiamo prima lungo una acciottolata che costeggia il promontorio su cui si erge il tempio. Prendiamo sentierini fangosi e pieni di enormi pozzanghere. Dopo mezzora di cammino siamo scesi nel fondo della gola. Di fianco a noi scorre chiassoso il fiume Azat. Inizia a piovere intanto: siamo indecisi su cosa fare. Andare avanti rischiando di prenderci in testa un diluvio o rientrare alla base? Ci guardiamo in faccia per un secondo e poi qualcuno di noi dice: “ragazzi, ma quando ci ricapita di essere qui? Non saranno due gocce di pioggia a fermarci!”. Il gruppo pian piano si affiata. Proseguiamo ancora per un po’ fino ad arrivare ad ammirare una delle zone più belle dal punto di vista geologico. Gli armeni questo sito  lo chiamano canne d’organo, perchè guardando dal basso le colonne di basalto dà l’impressione di guardare le tante canne di un organo enorme. Inizia a piovere più fittamente. Dovremmo inoltrarci nel cuore della riserva di Khosrov e da lì raggiungere Havuts Tar, ma decidiamo sia saggio rientrare alla base. La salita sarà tutta sotto la pioggia.

Tornati a Garni è tempo di pranzo.

Il nostro autista Sargis ci porta in una strada secondaria, piena di alberi di noci e case di pietra. Ci chiediamo un po’ dubbiosi dove sia il ristorante. Si apre d’improvviso un portone di legno alla nostra destra e veniamo invitati ad entrare in uno splendido giardino racchiuso da muri di pietra. Lì, sotto una bella tettoia, viene servito un tipico pasto armeno: si inizia con verdura e formaggi, si passa poi a della carne grigliata e si conclude con una fetta di un morbido pandolce con ripieno di burro e zucchero. Durante il pranzo assistiamo anche alla preparazione del lavash, il sottilissimo, onnipresente sulle tavole e tipico pane armeno. Le signore stendono la pasta sottile su un telaio rigido rettangolare, ricoperta da un telo. Poi con un colpo secco lo appiccicano sulle pareti verticali del forno tandoori, che i prof ci dicono essere tipico di tutta l’Asia centrale.

Ripartiamo alla volta di Yerevan dopo il grande banchetto. Ripartiamo… in verità ritroviamo il nostro pullman con la batteria a terra e rimaniamo fermi per un’ora in cerca di una soluzione. Prima si fermano dei ragazzi del villaggio con una vecchia Lada, si prova ad attaccare i cavi, ma la batteria della vecchia auto sovietica, non riesce a sostenere quella del pullman. Poi si ferma un pullman che ha appena scaricato turisti al tempio. Si collegano i cavi, ma anche questa volta il tentativo fallisce. Presi da una certa disperazione alcuni uomini del posto insieme al prof. Sironi si mettono a spingere a mano il bus: dopo 300 metri di spinta il pullman magicamente riesce a riavviare il motore. Una scena divertentissima che ci fa calare ancora di più nello spirito di questo viaggio diverso!

Siamo salvi!

Tornati a Yerevan partiamo per una visita del centro storico da Piazza della Repubblica. Bella, ampia, imponente nelle sue geometriche architetture realizzate  in tufo rosa e giallo, che combinano gli stilemi neoclassici con la tradizione armena. Poi, desiderosi di portare a casa un ricordo dell’Armenia, facciamo un salto al vernissage, il mercatino di prodotti artigianali – lungo quasi cinquecento metri – che sta a pochi passi dal centro.

Proseguiamo sulla pedonale che porta verso il monolitico teatro dell’opera godendo delle architetture che caratterizzano la città e che devono molto ad Alexander Tamanian, l’architetto che ha ridisegnato il volto dei principali luoghi storici di Yerevan su richiesta del governo sovietico allora in vigore. Il risultato dei suoi interventi, tuttavia, non è stato quello neoclassico di Mosca e Leningrado, ma una originale commistione di uso di materiali locali, come il basalto nero, e il suo amore per Palladio.

Arrivati al palazzo dell’opera troviamo un comizio di qualche partito politico. Non capiamo niente di quanto si dice, ma campeggiano sopra il palco bandiere del Nagorno-Karabakh, la più spinosa questione politica per gli armeni, inerente la zona del paese che rimane contesa con l’Azerbaigian a seguito del conflitto del 1993.

Infine, arriviamo alla Cascademonumento celebrativo del tempo sovietico, più di cinquecento scalini che si ergono verso il cielo, una piramide della modernità, una cascata sì, ma di  solido cemento. Al suo interno si sviluppa oggi il più importante museo di arte contemporanea della città, ai suoi pieni si possono trovare tante opere anche di artisti del calibro di Botero. Dall’alto ascoltiamo i nostri compagni parlare della città e ci perdiamo a guardare il tramonto. Rimaremmo lì per ore, ma la cena nei bei locali all’aperto di Piazza della Libertà ci chiama. Di sera Yerevan è piena di vita, di gente, di locali che ci piacciono e che, se avessimo più tempo, ci farebbero fare una sosta per un aperitivo.

Concludiamo così una lunga giornata di visite. Ci aspettavamo un Armenia poco turistica e forse anche con delle città un po’ tristi, abbiamo trovato un paese in cui il turismo si sta espandendo e una città piena di vita.


Sono in viaggio in Caucaso e noi li stiamo seguendo virtualmente pubblicando i loro racconti. Gli studenti della 3D e 3E dell’Istituto Vanoni di Vimercate, indirizzo Turismo ci stanno raccontando giorno per giorno il loro tour che hanno interamente programmato con il progetto “Viaggi Diversi” allo scopo di approfondire la materia dell’Itinerario turistico.

Bellissimo progetto!

TAPPA 2

Il caldo sole del mattino erevanita ci dirige verso una nuova meta, sono le 9 quando salendo sul pullman di Sargis ci accorgiamo che la stanza 307 manca all’appello. Con 10 minuti di ritardo carichiamo le nostre pesanti valigie e, ancora assonnati per la frenetica giornata passata, partiamo verso Khor Virapuno dei tanti monasteri che caratterizzano il territorio armeno.

Khor Virap, situato alle pendici del monte Ararat, noto per la leggenda che narra lo sbarco dell’arca di Noè, è uno dei primi monasteri ad essere eretto da San Gregorio l’Illuminatore, colui che costruendo molteplici chiese sopra i templi pagani, riuscì a diffondere e predicare il cristianesimo in Armenia.

Durante la visita abbiamo notato un fenomeno che non ci saremmo mai aspettati da un paese come questo: gente di tutto il mondo affollava l’intero monastero togliendo quell’atmosfera sacra che dovrebbe caratterizzate luoghi come questo. Sperando di avere un attimo di pace ci avviamo verso il secondo obiettivo di giornata.

Il viaggio è turbolento con strade impervie percorse in velocità dal nostro autista abituato a questi percorsi tortuosi; pur con qualche brivido osserviamo un paesaggio mozzafiato che abbiamo chiamato: “Il Gran Canyon d’Armenia” che ci accompagna fino al complesso di Noravank.

Giunti a destinazione, entriamo nel sito e esplorandolo per intero. Quello che impressione del complesso di Noravank è che le chiese sembrano uscire dal terreno, fondersi con lo scenario minerale, sembrano fatte della stessa sostanza del paesaggio roccioso che hanno attorno.

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Terminata la visita decidiamo di pranzare a nei pressi di Noravank. Carne alla brace e un tripudio di verdure, tra i sapori l’immancabile aneto, a cui i nostri palati ancora devono abituarsi.

Concluso il pranzo ci rimettiamo in “carrozza” per dirigerci verso la penultima tappa di domenica 26 maggio, il Caravanserraglio di Selim. Si sale vicino al passo omonimo a 2.500 metri d’altezza, in quello che è il vero e proprio tetto d’Armenia.

Durante il tragitto rimaniamo incantati dalla splendida vista che appare ai nostri occhi, immense distese di praterie, caratterizzate dalla presenza di piccoli cumuli di neve non ancora  sciolti, e una distesa infinita di pascoli.

Proseguendo lungo il tragitto Filippo, il nostro esperto ornitologo, ci intrattiene illustrandoci molteplici specie di volatili autoctoni; diverse persone si mostrano interessate, mentre altrettante si sono addormentate (forse) per la stanchezza. Per queste ultime il risveglio sarà magico, davanti alla visione del tanto immaginato lago di Sevan.

Dormiamo in un villaggio turistico sulle rive del lago, ci sistemiamo in piccoli cottage, sotto un cielo che cambia in continuazione: l’ambientazione è quasi esotica.

Passiamo il tempo prima della cena stando in spiaggia. La piccola baia è punteggiata da ombrelloni in paglia tutti spettinati dal vento. Solra le nostre teste: un tramonto estasiante.

Si fa ora di cena e, dopo aver passato giorni mangiando i piatti tradizionali a base di carne, finalmente ecco arrivare in tavola la famosa trota endemica di Sevan. Pesce pregiato che popola il lago e che fin dai tempi dello zar veniva richiesto in mezza Russia ed esportato per migliaia di chilometri nei palazzi del potere prima zaristi e poi sovietici. Le carni, leggermente salmonate, sono gustosissime e compatte: una vera goduria per il palato, ma attenti alle lische!

La notte è fredda a 2000 metri d’altezza e passa lentamente. Risvegliati dal soave cinguettio degli uccellini e dalle onde del “mare d’Armenia”, che si increspano sulla riva, ci prepariamo all’attività del giorno: la navigazione sul Sevan. La nostra guida Giada ci spiega che è il lago d’altaquota più grande d’Europa ed ospita un’ampia varietà di specie animali. Il sole riflette sulle sue acque color smeraldo e noi, accompagnati da un nostromo del luogo, abbiamo  la possibilità di apprezzarne la grande biodiversità.

Attraccati al molo del nostro resort e dopo uno squisito pranzo vista lago, dove incontriamo ancora le carni della trota locale, partiamo per l’ultima visita al Sevan.

Eccoci a Sevanavank, monastero che sorge sulla sponda nord occidentale della penisola di Geghardkunik, nasce dal sogno di Grigor Yeghirvadezi che, richiamato dagli apostoli di Gesù, innalza due di quelle che oggi sappiamo essere tra le cattedrali più visitate d’Armenia.

Il lago da qui sembra davvero un mare. Percorrere la piccola penisola tra lago e cielo blu è un’emozione bellissima: staremmo qui tutto il giorno!

In seguito abbiamo lasciato il lago e ci siamo inoltrati nel vicino Parco nazionale di Dilijan. Il paesaggio a poche curve dalle rive del Sevan cambia repentinamente, torna ad essere montuoso e ammantato ora di foreste. Lungo la strada per l’hotel in cui sosteremo per la notte ci fermiamo per una breve escursione fino al “Re della foresta” come lo chiamano da queste parti.

Un grande albero in parte scolpito con le sembianze di un monarca, indiscusso padrone del bosco. Una piccola chicca scoperta dopo lunghe ricerche in internet e che oggi si raggiunge con qualche difficoltà poiché il sentiero di accesso ufficiale è chiuso e sbarrato da un cancello con tanto di guardia: bisogna contrattare un po’ per poterci arrivare.

Conclusasi anche questa tappa, siamo rimasti sbalorditi e soddisfatti del lavoro che abbiamo svolto sia come gruppo che singolarmente. È stata un’esperienza unica e indimenticabile soprattutto nel magnifico luogo in cui ci siamo ritrovati, una meta sconosciuta a molte persone. L’Armenia ci ha sorpresi: appena la si scopre non la si vuole più lasciare.

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Cagliari, al via a Palazzo Siotto la nuova edizione di 5×88 – Un viaggio musicale tra la Sardegna, il Libano e l’Armenia (Castedduonline 29.05.19)

Cinque appuntamenti, in compagnia di cinque affermati talenti del pianoforte, per un viaggio musicale tra la Sardegna, il Libano e l’Armenia, senza dimenticare i paesi in cui fiorì la musicaclassica e romantica. Dal 2 al 29 giugno nel Palazzo Siotto di Cagliari ritorna 5×88, rassegna organizzata dalla Fondazione di ricerca “Giuseppe Siotto” dedicata al pianoforte.

Realizzata sotto la direzione artistica di Irma Toudjan, pianista e compositrice da tempo residente in Sardegna, la manifestazione proporrà per ciascuno dei cinque concerti sonorità e suggestioni ogni volta diverse. “Quest’anno nella ricerca della proposta per la rassegna ho pensato alle sonorità dei diversi paesi in cui ho vissuto- afferma Irma Toudjian– Volevo far conoscere il patrimonio musicale contemporaneo libanese e armeno e fare sentire i brani di compositori sardi come Oppo, Silesu e Porrino”.

Domenica 2 giugno (ogni concerto comincia alle 21) si parte con un viaggio verso il Libanoinsieme a Georges Daccache, pianista e compositore franco-libanese da sempre attento a far conoscere in giro per il mondo le musiche, anche contemporanee, della sua terra. Il programma della serata spazierà da brani di autori come Stéphane Émiyan a Wadia Sabra, da Irma Toudjian a Naji Hakim.

Domenica 9 giugno, torna a suonare a Cagliari, dopo un lungo periodo di assenza, Samuel Tanca.

Vincitore di numerosi premi internazionali e nazionali, il musicista sardo proporrà un programma incentrato sulle sonorità della Sardegna, con particolare attenzione a musicisti contemporanei come Franco Oppo, Lao Silesu ed Ennio Porrino.

Si prosegue venerdì 14 giugno con uno sguardo all’Armenia in compagnia diDiana Gabrielyan. Di lei nel 1999 Pierre Petit sul Le Figaro scrisse: “Ha tredici anni, possiede una presenza, una passione e un senso dello stile inarrestabili…”. A Cagliari Gabrielyan proporrà un programma costruito sulle note di alcuni tra i più noti compositori armeni contemporanei: da Arno Babadjanyan ad Aram Khachaturyan, toccando anche Alexander Scriabin e la musica romantica del maestro unghere Franz Liszt.

Giovedì 21 giugno sarà ospite il cagliaritano Marco Sanna, artista in grado di proporre un repertorio che spazia dal barocco al contemporaneo. Al pubblico di5×88 Sanna proporrà una serata incentrata su musica classica e romantica: daLudvig Van Beethoven a Federic Chopin sino a Franz Schubert.

Il sipario sull’edizione 2019 di 5×88 cala sabato 29 giugno quando salirà sul palco il libanese Patrick Fayad, vincitore del “Gran premio all’unanimità del Conservatorio Internazionale di Parigi”.

Il programma del suo concerto proporrà brani di Ludvig Van Beethoven, Franz Liszt e Franz Schubert.

Biglietti: intero 10 euro; 7 euro ridotto per under26 e soci dell’Associazione Suoni e Pause e Touring Club Italiano.

Informazioni e prenotazioniinfo@fondazionegiuseppesiotto.org

Europa League: perché Baku è uno dei nuovi centri dello sport europeo? (foxsports.it 29.05.19)

La finale di Europa League 2019 è già una delle più controverse degli ultimi anni, ancor prima di essere giocata. Le polemiche sulla città di Baku, sede scelta per la partita, e sulla distanza e i problemi logistici per i tifosi, fino alle controversie politiche e la questione-Armenia: tutto ha contribuito ad alzare il volume delle critiche contro la UEFA per la decisione presa nel settembre 2017.

Ma Baku rappresenta uno dei nuovi centri sulla mappa dello sport europeo, che lo si voglia o no, e i motivi sono molteplici, a cominciare ovviamente da quello economico, che traccia la strada di molte scelte recenti nel calcio contemporaneo. La percezione dell’Europa verso l’Azerbaijan è ancora di forte diffidenza, e lo sport diventa la carta migliore da giocare per questo paese, per farsi accettare a livello internazionale.

L’entusiasmo locale per questi eventi, però, è un dettaglio non indifferente. Dall’edizione di Eurovision 2012, ai Giochi Europei del 2015, fino alla finale di quest’anno e alle partite già in calendario per Euro 2020, l’Azerbaijan sta cercando di proporsi all’Europa come un parente con cui riuscire a intrecciare qualche relazione, e non come un vicino di casa scomodo e antipatico. Ma il percorso è lungo e per il momento ancora ricco di contraddizioni.

Il calcio verso Baku, nuova città sulla mappa dello sport europeo
L’interno dell’Olympic Stadium di Baku, che ospiterà la finale di Europa League 2019

Europa League, Baku è uno dei nuovi centri dello sport europeo

Il caso più eclatante, nell’avvicinamento alla finale di Europa League Chelsea-Arsenal, è stato quello riferito al centrocampista dei Gunners Henrikh Mkhitaryan. Il 30enne nazionale dell’Armenia ha dovuto rinunciare a viaggiare verso Baku e giocare la finale, di concerto con il club, a causa dei rischi per la sua stessa incolumità, in conseguenza alle tensioni politiche fra Armenia e Azerbaijan ormai presenti da tempo.

Una situazione ai limiti della realtà, che la UEFA avrebbe dovuto tenere in considerazione nella scelta della sede della finale, nonostante non si tratti di una questione strettamente legata al rettangolo di gioco. Ma, allo stesso tempo, cosa succederà se l’Armenia dovesse qualificarsi a Euro 2020, ed eventualmente giocare a Baku (città scelta fra le sedi ospitanti dei prossimi Europei)?

A questo si sono poi aggiunte le difficoltà logistiche per i tifosi nel raggiungere Baku. La casualità di avere due squadre londinesi a giocarsi la finale ha posto l’accento sulla quasi totale assenza di voli di linea da Londra a Baku, e riportato alla ribalta la questione di quanto e se la UEFA tenga in considerazione le necessità dei tifosi nella gestione delle proprie competizioni.

Il complesso percorso di affermazione dell’Azerbaijan sulla mappa sportiva europea

Per una nazione così distante dall’Europa, e già non vista di buon occhio a livello politico, è molto difficile riabilitarsi solo attraverso lo sport e, per il momento, il percorso rimane complesso. I soldi messi sul piatto dal governo azero per conquistarsi una posizione rilevante all’interno del calendario sportivo europeo, per ora, non stanno dando i frutti sperati.

600 milioni di dollari sono stati spesi nel 2015, quando Baku si era aggiudicata la prima edizione dei Giochi Europei di atletica, e la città è un perfetto mix eurasiatico, in grande trasformazione, che merita di essere visitata e apprezzata al di là delle questioni geopolitiche internazionali. La Terra del Fuoco, come viene soprannominata è un luogo in parte ancora misterioso, ma in costante rilancio.

L’Heydar Aliyev Centre, il moderno centro culturale dal profilo ondeggiante progettato dal celebre architetto Zaha Hadid, è uno dei simboli della nuova Baku, insieme allo Stadio Olimpico, che ospiterà la finale di Europa League. È lo slancio di una città e di un paese, il tentativo di trovare il proprio posto in mezzo ai grandi nonostante (o grazie, a seconda dei punti di vista) la posizione di confine fra due mondi così diversi come sono Europa e Asia. E lo sport non può fare miracoli, ma può aiutare.

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