Asolo ricorda il genocidio armeno: e arriva il plauso delle più alte cariche della comunità armena in Italia (Oggitreviso 26.04.19)

Dal settembre del 2016, Asolo ha stretto un “Patto di Amicizia” con la città Armena di Jermuk. Le esternazioni di vicinanza del sindaco hanno suscitato il plauso delle più alte cariche della comunità armena in Italia

ASOLO – “Desidero esprimere tutta la mia vicinanza morale alla comunità armena di Jermuk e all’Unione Armeni d’Italia e, naturalmente, a tutte le comunità armene nel mondo, in questo giorno in cui si celebra il ricordo dell’immane tragedia che ha colpito questo popolo nel XX secolo – dichiara il Sindaco di AsoloMauro Migliorini – un genocidio che ha causato oltre un milione e mezzo di vittime innocenti, con centinaia di migliaia di persone giustiziate, deportate, morte di stenti: si trattò di una repressione (senza eguali) contro la libertà di un popolo, contro la sua sacrosanta aspirazione all’autodeterminazione, contro la sua antica Chiesa apostolica”.

Tante le reazioni di stima e gratitudine verso il sindaco di Asolo a cominciare da Sargis Ghazaryan già ambasciatore della Repubblica Armena in Italia, a Valentina Karakhaniansegreteria di Stato Vaticana figure eminenti della comunità armena nel nostro paese. Ma anche il mondo della cultura ha voluto tributare un elogio alle belle parole asolane come nel caso di Ashod Grigorian professore alla National University of Architecture and Construction of Armenia. Tante anche le attestazioni di stima da parte di gente comune.

Asolo è diventata una casa per diversi esuli armeni tra questi l’architetto Leon Gurekian (Costantinopoli 1871 – Asolo 1950), figura di intellettuale e patriota armeno i cui familiari perirono tutti nel genocidio. Ad Erevan, odierna capitale dell’Armenia, nel marzo 2015, è stata inaugurata una mostra a lui dedicata alla quale ha partecipato anche una rappresentanza asolana che ha portato un messaggio del Sindaco in cui veniva sottolineato il suo impegno e il suo coraggio nel perseguire l’obiettivo della realizzazione dell’indipendenza della Repubblica Armena.

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ARMENIA. Nasce il battaglione di autodifesa “Nubar Ozanyan” (Notizie geopolitiche 26.04.19)

Dalla Grande Catastrofe (Metz Yegherni) sono ormai trascorsi 104 anni, ma la ferita non si è ancora rimarginata. E come potrebbe? Di certo non finché il responsabile, lo Stato turco, non avrà ammesso le proprie responsabilità e chiederà – almeno – scusa al popolo armeno.
Il genocidio era cominciato il 24 aprile 1915 quando oltre duecento intellettuali armeni vennero sequestrati ed eliminati. Si continuò con la deportazione e l’esilio per centinaia di migliaia di persone. E per moltissimi di loro fu il massacro. Un genocidio pianificato per uniformare la popolazione dello Stato turco, per cancellare le differenze e creare una società omogenea: una sola razza, una sola religione, una sola lingua. Uno stile che lo Stato turco ha sostanzialmente mantenuto. Ieri per gli armeni, oggi per curdi.
Due giorni prima dell’anniversario, il 22 aprile, l’evento era stato ricordato con la costituzione del primo Battaglione armeno di autodifesa, denominato “martire Nubar Ozanyan”.
L’annuncio è stato dato con un comunicato dalla formazione politica TPK/ML (Partito comunista di Turchia/marxista – leninista) spiegando che “questo battaglione andrà a rafforzare la rivoluzione nel territorio di Rojava per difenderlo dagli attacchi dei fascisti dello Stato Islamico e dello Stato turco”. Consentendo contemporaneamente “l’autodifesa del popolo armeno contro ogni tipo di oppressione, persecuzione, massacro o tentativo di assimilazione”. Nel comunicato si sottolineava come con la creazione di tale battaglione venissero realizzati una parte dei sogni e delle speranze del comandante Nubar Ozanyan. Il militante comunista armeno era nato nel 1956 e caduto combattendo contro il Daesh (Isis, ndr.) nel 2017 durante la battaglia di Raqqa.
Nell’agosto di due anni fa il suo sacrificio era stato commemorato a Parigi e a Zurigo da qualche centinaio di esponenti di diverse organizzazioni di sinistra, sia europee che turche e curde (Revolutionarer Aufbau, Secours rouge de Suisse, OCML-VP, Partizan, KCK…).
L’evento offre l’occasione per ribadire e sottolineare che quella del Genocidio non va interpretata come una questione religiosa. Fu infatti opera di nazionalisti turchi. Nazionalisti che per lo storico Baykar Sivazliyan “erano tutti Dunmeh (“convertiti) cioè ebrei formalmente islamizzati e sostanzialmente atei, in gran parte membri di una loggia massonica di Salonicco: Enver, Talat e Cemal Pascià…”.
Una conferma viene ripensando all’accoglienza ricevuta dai sopravvissuti armeni del Genocidio (quasi tutti orfani) da parte della popolazione siriano-araba. In particolare a Der Ez-Zor nel 1915. Per questo gli armeni rimasero sempre grati alla Siria, anche nei momenti difficili come quello attuale. Non è forse un caso che da qualche giorno si trovino ad Aleppo un centinaio di soldati professionisti dell’esercito armeno. Inquadrati in un reparto russo, si stanno dedicando allo sminamento dell’intera città. Si sono stabiliti nel quartiere armeno anche per garantirne la protezione. Infatti qui hanno cominciato a rientrare centinaia di armeni che la guerra aveva costretto ad allontanarsi.

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25 aprile, sono per metà armena. E per me anche oggi è un giorno da ricordare (Ilfattoquotidiano 25.04.19)

di Manuela Avakian

Pensavo di essere per metà armena. Poi è arrivata l’attualità fatta di barconi, di porti chiusi, di migranti e politicanti schiava di una strumentalizzazione senza soluzione di continuità. Tutti commentati, commiserati, compresi o condannati da chi non ha mai attraversato il mare, né il deserto. Da chi non ha conosciuto la paura vera, né la fame. Così ho capito di essere anche armena. Ho compreso finalmente perché il mio cuore si apre alle celebrazioni del 25 aprile, e perché con altrettanta forza batte durante le commemorazioni del giorno prima.

Forse le parole di Sepulveda “Non serve a niente una porta chiusa. La tristezza non può uscire e l’allegria non può entrare” mi hanno guidato a una visione olistica dell’appartenenza. Questo mio dualismo ha radici tanto forti da assomigliare alle stesse che rendono unici alcuni ulivi millenari della Puglia, la terra che mi ha dato i natali. La mia individualità ha preso forma e con il suo micro tassello contribuisce a comporre la Storia. A decifrare l’umanità.

24 Aprile 1915 – il primo sterminio del Novecento perpetrato dai Giovani turchi dell’Impero ottomano inghiottito dagli archivi storici per decenni, volutamente ignorato. Il popolo armeno, schiacciato per quasi un secolo tra il “politically correct” e il “commercially necessary”. Poi, qualche concessione di timidi cenni qua e là fino al suo riconoscimento da parte di molti Stati.

Ma questa mia solitaria dissertazione non vuole essere di stampo geopolitico. Tutt’altro. È il senso di umanità che mi spinge a domandarmi perché non si parli mai degli Indiani d’America – ne sono rimasti un pugno, diceva un giornalista russo, giusto da utilizzare nei western hollywoodiani. Perché sono pochi quelli che conoscono la tragedia del Ruanda, troppi quelli che hanno già dimenticato l’ex Jugoslavia. Quanti si ricordano degli Incas, degli Aborigini… l’elenco è dolorosamente lungo.

“Chi mai si ricorda oggi degli Armeni?” avrebbe domandato Hitlerai consiglieri che cercavano di dissuaderlo dal suo folle piano. E venne la Shoah. La proliferazione di testimonianze sull’Olocaustoè un’operazione encomiabile. Un “Per non dimenticare” doveroso. Guai se così non fosse. Perché di un abominio si è trattato. Senza se (se gli ebrei…) e senza ma (ma anche Stalin…).

Tuttavia, i promotori delle numerose iniziative che si adoperano per ricordare lo sterminio del popolo ebreo dovrebbero dare spazio a La Storia, e non a una storia. Il diffusore di cultura monotematica rischia di scivolare nell’autoreferenzialità, di sembrare uno studioso a metà, e si sa: “Half knowledge is a dangerous thing“. Difficile da tradurre, ma non altrettanto da comprendere. Potrebbe anche trattarsi di ignoranza, ovvero di ignorare i genocidi che hanno preceduto l’Olocausto e quelli che lo hanno succeduto. Escludiamo infatti il dolo, ma non la colpa. La propaganda non lascia spazio alla verità. Di conseguenza, neppure alla giustizia.

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Udine ricorda l’eccidio degli Armeni (Messaggeroveneto.it 25.04.16)

La comunità armena, nel parco di via III Novembre a Udine, ha commemorato i 104 morti nel genocidio di un popolo strappato dalle proprie abitazioni e condotto a una mattanza spaventosa, inspiegabile se non alla luce dello spietato disegno politico attuato dal governo turco di allora. (Videoproduzioni Petrussi)

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Dal Genocidio armeno alla Diaspora dei cristiani d’Oriente. (Artciolo21 25.04.19)

C’è una lunga scia rossa che attraversa oltre un secolo nella storia della comunità cristiana d’Oriente. Una sorta di Diaspora dei Cristiani, disseminata anche di persecuzioni, massacri, lunghe prigionie e distruzioni di chiese e santuari, oltre che di espropriazioni ed esili forzati, di fughe per la vita. Ha preso spesso le sembianze di una “guerra di religione”, soprattutto tra islamici, predominanti, e cristiani, vittime designate. Ma in realtà si è tratta di una lotta senza quartiere e non convenzionale per la supremazia economica, culturale e territoriale, che si ammanta di ideologizzazioni religiose, per coinvolgere come “braccia armate” proprio quelle fasce sociali più deboli o più sensibili ad essere strumentalizzate dai potentati fondamentalisti islamici del Medio ed Estremo Oriente.

Il tutto inizia in Turchia tra il 23 e il 24 Aprile del 1915 e culmina, almeno per ora, nelle stragi in Sri Lanka la domenica di Pasqua di questo 21 Aprile.

Oltre un secolo fa, mentre l’Europa si dilaniava nella Prima Guerra Mondiale, in Turchia il Movimento dei Giovani Turchi, guidati dal futuro “padre della patria” Mustafa Kemal Ataturk, disarcionava del tutto il regime dispotico di quello che per lungo tempo era stato l’Impero Ottomano. Ma a caro prezzo per la comunità cristiana armena e non solo. Il “Medz Yeghern, ovvero il “Grande Male” si perpetrò fino al 1917 con il massacro scientifico della popolazione cristiana (siro cattolici, siro ortodossi, assiri, caldei e greci), ma soprattutto di 1,5 milioni di armeni su una popolazione di 2 milioni, presenti su quei territori da Tremila anni! Allo sterminio presero parte, secondo documenti storici, anche ufficiali dell’Impero prussiano, alleato della Turchia nella guerra.

Dovettero passare 70 anni perché la comunità internazionale lo riconoscesse questo genocidio: nel 1985, con una delibera della Sottocommissione dei diritti umani dell’Onu, e poi nel 1987 con il Parlamento Europeo.Condanna che l’Europarlamento ha ribadito con una risoluzione del 16 aprile 2015, nella quale s’invitavano “l’Armenia e la Turchia ad utilizzare il Centenario del genocidio armeno per rinnovare le relazioni diplomatiche, aprire i confini e spianare la strada per l’integrazione economica”, sottolineando la necessità che la Turchia ammettesse “il genocidio armeno”.

Tra i maggiori paesi che riconoscono il genocidio, quasi una trentina, ci sono l’Italia (Risoluzione votata dalla Camera nel Novembre 2000), e la Francia, dove vive la comunità armena più numerosa con 350mila persone ed è stato introdotto il reato di “negazionismo” come per la Shoah ebraica. Il primo stato al mondo a riconoscere l’Olocausto degli armeni, nel 1965, fu comunque l’Uruguay. Nel 2015, Papa Francesco durante le celebrazioni del Centenario a Erevan, capitale dell’Armenia, definì il massacro come “il primo genocidio del XX secolo” scatenando l’ira della Turchia, dove l’utilizzo del termine è punito con il carcere in base all’articolo 301 del codice penale che prevede il reato di “vilipendio dell’identità turca”. A giugno 2018 il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, anche a seguito di una rinnovata alleanza geopolitica con la Turchia (nemica della Siria dilaniata dalla guerra con l’ISIS, a sua volta aiutata dalle truppe degli Indipendentisti Curdi), fece invece slittare “sine die” il dibattito alla Knesset sul riconoscimento del genocidio.

Ambigua la posizione degli Stati Uniti, dove il Congresso approvò nel marzo 2010 una risoluzione che chiedeva al presidente Obama il riconoscimento di questo Olocausto; ma lui non mantenne la sua promessa elettorale del 2008, quando si schierò per il riconoscimento ufficiale del “genocidio armeno”. Nel saluto inviato agli Armeni per il Centenario, ha invece optato per parole più diplomatiche pur di non offendere la Turchia “alleato privilegiato” e il suo presidente-dittatore Erdogan, che ha fustigato il discorso di Papa Francesco sul genocidio e che si è detto pronto ad espellere gli ultimi 100 mila armeni ancora rimasti sul suolo turco. Anche per l’attuale presidente USA, Donald Trump, il termine “genocidio” non sembra appropriato; per lui si trattò solo di “atrocità di massa”.

Diversamente, invece, si sono comportati i tedeschi, nonostante abbiano sul loro territorio 4 milioni di abitanti di origine turca. Sempre nel 2015, Angela Merkel dichiarò: “Oggi la Germania considera il massacro di 100 anni fa come un genocidio”. Ancora oltre andò l’allora Presidente della Repubblica, Joachim Gauck, che riconobbe anche la “corresponsabilità” tedesca. “Dobbiamo indagare nella nostra memoria”, disse Gauck. E in merito ai consiglieri tedeschi che all’epoca aiutarono a pianificare le deportazioni, affermò: “La Germania ha avuto una responsabilità condivisa, forse anche una colpa condivisa, per il genocidio degli Armeni”. La strage degli Armeni in effetti fu una specie di “prova generale” delle tecniche di sterminio, poi attuate dai nazisti, cui si ispirò lo stesso Hitler, come dichiarò pubblicamente.

Da allora, nei libri ufficiali di storia è scritto solo di turchi massacrati dagli armeni e ancora oggi parlare di genocidio equivale ad un “insulto all’identità turca”, secondo l’articolo 301 del codice penale turco. Si può essere incarcerati, perseguitati, come lo scrittore Premio Nobel Orhan Pamuk, o addirittura uccisi, come successe il 19 gennaio del 2007, al giornalista armeno Hrant Dink, fondatore della rivista bilingue turco-armena Agos, assassinato a Istanbul per aver parlato e scritto pubblicamente del genocidio.

Il 10 aprile la Camera dei Deputati ha approvato, con 382 voti a favore, 43 astenuti (di Forza Italia) e nessun voto contrario, una “Mozione unitaria che impegna il governo a riconoscere ufficialmente il genocidio e a darne risonanza internazionale”. Forse questo documento, nonostante le rimostranze diplomatiche turche, servirà a smuovere una nostra ritrosia, che trova le sue fondamenta nella stessa Alleanza Nato. E che si cementa anche nel corposo interscambio commerciale, finanziario e industriale, che pone l’Italia al quarto posto con 19,8 miliardi di dollari di interscambio totale, di cui 11,3 miliardi di dollari in esportazioni e 8,5 miliardi di dollari in importazioni e una quota di mercato del 5,1%.

La Diaspora contemporanea dei Cristiani d’Oriente ha ripreso a solcare le terre desertiche, le alture, i mari e i fiumi dell’Iraq e della Siria. Dalla Prima guerra del Golfo nel 1991 alla seconda e più terribile nel 2003 contro l’Iraq, qui la comunità cristiana è stata sterminata. Certo, ha prevalso l’immagine di uno scontro religioso tra sunniti e sciiti, da una parte, e la galassia dei riti cristiani dall’altra. In realtà si è trattato di una vera e propria espropriazione territoriale della presenza di quei ceti sociali, che contavano a livello economico, culturale e politico nazionale ed internazionale. Basti pensare al potente ministro dell’esteri iracheno, il cristiano Tarek Aziz.

In Iraq vivevano 1,5 milioni di cristiani agli inizi degli anni Novanta. Oggi, secondo le statistiche stilate dalle organizzazione internazionali umanitarie ne sono rimasti appena 146 mila, “una decimazione”, come ha recentemente annotato Lucia Annunziata in un suo reportage da quelle terre martoriate dall’ISIS su Huffington Post.

Cattolici greco-ortodossi di Antiochia, ortodossi siriaci, cattolici melchiti, maroniti, armeni, caldei, persino piccolissimi nuclei di protestanti evangelici: ma prima di tutto popoli euroasiatici che si erano stabiliti in tutto il Medio Oriente, poco dopo l’evangelizzazione cristiana in epoca imperiale romana, molti secoli prima della nascita e dello sviluppo dell’Islam predicato da Maometto. Gli sciiti iraniani da una parte e i sunniti dell’ISIS, fomentati dai salafiti e dai wahabiti dell’Arabia Saudita, sono riusciti nell’intento di scalzare dalle élites locali i cristiani, attuando una sorta di pulizia etnica, anche ammantata da motivazioni religiose. In realtà, si cerca di creare una separazione geografica e sociale tra mondo islamico e mondo occidentale. Non si tratta quindi di uno scontro religioso, di nuove crociate, ma di una strategia per la supremazia territoriale per sfruttare le fonti energetiche, minerali rari, incrementare le risorse finanziarie e demarcare gli stili di vita socio-culturali.

Secondo le statistiche dell’autorevole Pew Research Center di Washington prima della guerra in Siria, si calcola che la comunità cristiana contasse il 13% della popolazione, all’incirca 2,5 milioni di persone. Aleppo nel Nord con 300 mila cristiani era la terza maggiore città cristiana del mondo arabo, dopo Beirut e Il Cairo. Si stima che almeno 900 mila cristiani siano fuggiti dal paese e abbiano ingrossato i campi profughi di Giordania e Libano, mentre altri hanno tentato le tortuose e pericolose strade della migrazione verso l’Europa. Oggi, sarebbero rimasti solo 250 mila cristiani tra le macerie delle città siriane.

Una Diaspora, intramezzata da stragi terroristiche di fondamentalisti islamici, che non ha risparmiato neppure l’Egitto, paese arabo che vanta la maggiore presenza di cristiani, oltre 4 milioni di copti, ovvero il 5% rispetto ai 76 milioni di islamici, il 95%. In pochi anni la loro presenza ha subito un calo dall’8%. Ora in Medio Oriente e in Nord Africa, la presenza dei cristiani si è assottigliata allo 0,6% e si va ancor più marginalizzando

Certo, nell’Africa subsahariana, la presenza dei cristiani, sempre secondo il Pew Research Center, è maggioritaria (46,53% rispetto al 40,46% dei musulmani): 500 milioni, il vero serbatoio di credenti e di vocazioni per il futuro della Chiesa di Roma. Ma nello stesso tempo crescono le violenze nei loro confronti da parte dei gruppi terroristici islamisti, spinti e sostenuti da oligarchi locali e finanziati dagli oligarchi del Golfo arabo, proprio per ridurre l’influenza di quegli strati sociali che finora dominavano la politica e l’economia dei paesi principali dell’Africa nera.

A questa Diaspora dei Cristiani d’Oriente potrà opporsi la testimonianza evangelica di Papa Francesco, così impegnato nella sua strategia di riconciliazione con l’Islam? E’ questo il fine ultimo del Documento sulla “Fratellanza Umana”, firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio scorso insieme alla più alta autorità musulmana, il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb. Come di recente ha sentenziato: “Per il bene della pace, non si deve permettere che le credenze religiose vengano abusate per la causa della violenza o della guerra”.

Ma se i paesi occidentali, specie l’Unione Europea, non acquisiscono la consapevolezza di agire in prima persona nello scacchiere geopolitico orientale; discernendo le alleanze con i paesi islamici dagli interessi meramente economici, energetici e finanziari; anteponendo invece i propri valori secolari in difesa dei diritti universali delle persone, delle libertà individuali e collettive, della non-violenza, della tolleranza e reciprocità religiosa, assisteremo ad un’escalation di terrorismo e di “guerre non convenzionali per procura” fin dentro i nostri confini.

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Turchia: Erdogan condanna paesi che criticano Ankara per questione armena (Agenzianova 24.04.19)

Ankara, 24 apr 16:23 – (Agenzia Nova) – Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan si è scagliato oggi contro quei paesi che “danno lezioni alla Turchia sul genocidio armeno”, inclusa la Francia, accusata dallo stesso capo dello Stato di essere responsabile del genocidio in Ruanda. In un discorso trasmesso in diretta televisiva, Erdogan ha dichiarato: “Se guardiamo a coloro che stanno cercando di dare lezioni alla Turchia su diritti umani e democrazia sfruttando la questione armena e la lotta contro il terrorismo, vediamo che tutti hanno un passato sanguinoso”, ha dichiarato Erdogan. “È ovvio che coloro che hanno ucciso 800 mila persone nel genocidio in Ruanda, sono i francesi”, ha dichiarato Erdogan facendo riferimento anche al passato coloniale francese in Algeria. “Abbiamo archivi e documenti che lo dimostrano molto chiaramente”, ha aggiunto. La questione armena resta un tema caldo per la Turchia che ha sempre rifiutato l’utilizzo del termine “genocidio” per definire il massacro che secondo diverse stime ha visto l’uccisione di 1,5 milioni di persone tra il 1915 e 1917 da parte delle forze dell’allora Impero ottomano. Le autorità turche hanno vietato oggi una manifestazione a Istanbul per ricordare il massacro armeno: la polizia ha disperso un centinaio di manifestanti che si erano radunati di fronte all’ex carcere di Istanbul, dove vennero condotti il 24 aprile 1915 i primi armeni arrestati dalle forze ottomane.

Il 24 aprile la Comunità armena commemora il genocidio da parte dei turchi (Tgcom24 24.04.19)

Il 24 aprile la Comunità armena commemora il genocidio da parte dei turchi

Il 104° anniversario del genocidio armeno (Radioradicale 24.04.19)

Il ricordo del Genocidio armeno. A RadioRadicaleAntonia Arslan (Ha insegnato Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova)Siobhan Nash-Marshall (Insegna Filosofia Teoretica al Manhattanville College di New York) e Vittorio Robiati Bendaud (Filosofo. Coordina il Tribunale Rabbinico del Centro-Nord Italia).

Cent’anni di storia, prima dimenticata, poi negata nonostante la mobilitazione internazionale. Anche di recente, con la dura risposta turca alla condanna di papa Francesco. Eppure i numeri sono impietosi, un milione di morti: è il genocidio degli Armeni, nel 1915.

Una tragedia che ha le sue radici nel 1894, con le prime, violente repressioni della protesta armena da parte degli ottomani e della fazione dei “giovani turchi”, dopo secoli di pacifica convivenza, e culmina con le stragi del 1915, complice l’ingresso della Turchia in guerra. A scatenare la violenza è la decisione di alcuni armeni di arruolarsi nell’esercito russo. Tanto basta perché i turchi comincino a uccidere i soldati armeni del proprio esercito e l’elite culturale di quel popolo, a Istanbul. Ed è solo l’inizio: leggi speciali, deportazioni, massacri.

La notizia del genocidio comincia a diffondersi, nel mondo. Le reazioni sono indignate. Gli Stati Uniti inviano aiuti, l’Inghilterra, a fine guerra, preme perché si arrivi a un processo. I responsabili delle stragi vengono condannati a morte, ma riescono a fuggire. La vendetta armena li raggiungerà lo stesso.

Poi, nel 1923, nasce la nuova Turchia di Ataturk. Il genocidio diventa argomento scomodo, al punto che, oggi, sono moltissimi i turchi che negano quanto accaduto cento anni fa.

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“Genocidio degli armeni, l’allarme inascoltato dell’ambasciatore italiano a Costantinopoli ” (Lastampa.it 24.04.19)

Laura Mirakian

È il 28 agosto 1896 quando da Costantinopoli l’ambasciatore Alberto Pansa, accreditato presso la Sacra Porta e decano del corpo diplomatico, trasmette a Roma un telegramma del seguente tenore: «Ho testé inviato al Sultano, anche a nome delle Grandi Potenze, una urgente missiva per descrivere i massacri, gli assassini, le violenze in atto contro gli armeni. Stermini nelle strade e altresì nelle case sono in corso nella Capitale e in altri villaggi del Bosforo. Ho chiesto che egli dia ordini immediati, precisi, categorici, perché si metta fine allo stato delle cose, che è tale da condurre alle conseguenze più disastrose per il Suo impero».
E prosegue, l’ambasciatore Pansa, informando Roma che se non otterrà risultati «entro domani» si recherà personalmente con i cinque colleghi ambasciatori dal Sultano stesso per confermare la «più formale protesta». E a fine pagina annota che, mentre sta scrivendo, «due armeni sono stati assassinati davanti all’Ambasciata».
Questa preziosa testimonianza, un testo redatto in francese secondo il costume dell’epoca, in due fogli consunti dal tempo ma perfettamente leggibili, è stata inserita per la prima volta tra i documenti storici esposti nella vasta rassegna in corso alla Farnesina a cura del Servizio storico del ministero degli Esteri sulla diplomazia italiana. È corredata da stralci delle note personali dell’ambasciatore, ove trapelano senza mezzi termini forte riprovazione e scandalo.
Onore all’ambasciatore Pansa, esempio di coraggio, sensibilità, dirittura morale, lealtà al giovane Stato italiano. Testimonianza preziosa, perché poco è stato rivelato delle persecuzioni, deportazioni, spoliazioni di beni, l’immensa tragedia (Metz Yeghern) di quegli interminabili anni, conclusisi solo nel 1922 con gli incendi dei quartieri di Smirne abitati dagli armeni, che vi erano approdati alla fine di lunghe marce forzate attraverso l’intera Anatolia. Quegli incendi segnarono l’esodo definitivo dalle loro terre di insediamento.

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La deportazione degli armeni

Solidarietà con gli ebrei
Oggi che papa Bergoglio ha pubblicamente riconosciuto il genocidio, e che negli anni molti parlamenti europei (Germania, Francia, Svizzera, Austria, Svezia e altri, ivi incluso il Parlamento europeo) hanno formalmente statuito che di questo si è trattato, possiamo commemorare insieme quel 24 aprile 1915 in cui l’intera intellighenzia armena fu appesa ai pali dell’impiccagione. Lo facciamo in totale solidarietà con il popolo ebraico, tragicamente erede di quel primo genocidio del XX secolo, rabbrividendo di fronte alle parole beffarde di Hitler mentre ne sanciva la «soluzione finale»: «Chi ricorda più lo sterminio degli armeni?».
Un popolo sconfitto? Certamente no. Esiste, in un lembo di Caucaso, una giovane Repubblica di Armenia che nell’aprile del 2018 ha dato prova di saper transitare pacificamente verso una modernizzazione economica e politica, nella ricerca di un difficile equilibrio geopolitico tra Oriente e Occidente. Una «rivoluzione colorata», si direbbe, che ha condotto al potere Nikol Pashinyan, attivista dei diritti e delle libertà democratiche. Trai suoi primi gesti, i contatti con l’Azerbaigian per rafforzare il cessate-il-fuoco nella regione contesa del Nagorno-Karabakh, aprire canali di comunicazione, lasciar transitare aiuti umanitari. Ed esiste una diaspora armena in Europa e nel mondo che, fin dalla prima ora, ha dato prova di grande vitalità nel percorrere un modello di piena, fruttuosa integrazione nei Paesi di accoglimento senza mai sconfinare nell’assimilazione.
Gli armeni sono impegnati in una straordinaria, silenziosa battaglia contro l’oblio. Sorretta dalle croci rosa di pietra intagliata (khachkars) di cui hanno costellato le loro terre e dalle preziose miniature religiose degli amanuensi medievali, e dall’amore per l’arte, la musica e la cultura, in una visione liberale e aperta a quella degli altri.

Tra due imperi
Tutto mirabilmente documentato nella mostra al Metropolitan di New York intitolata semplicemente «Armenia». Sorretta da una storia che li ha collocati tra due grandi imperi, romano e persiano, arricchita dai contatti con le città mesopotamiche e con gli antichi greci, giù dalle montagne fino al Mediterraneo, e più tardi snodo cruciale dei grandi circuiti commerciali sul tragitto della Via della Seta, fino a Venezia. E sorretta soprattutto dalla religione cristiana, adottata fin dal 312 d.C. precedendo Costantino. No, il progetto di pulizia etnica e ingegneria sociale che ha colpito gli armeni nel passato non ha potuto spegnerne la forza d’animo, non ha potuto annientarli. Noi ne siamo i fieri e orgogliosi figli.

Genocidio Armeno (Giorgioperlasca.it 24.04.19)

Durante la prima guerra mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Il governo dei Giovani Turchi, preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal 7° secolo a.C.
Dalla memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell’Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 vennero preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.
Le responsabilità dell’ideazione e dell’attuazione del progetto genocidario vanno individuate all’interno del partito dei Giovani Turchi, “Ittihad ve Terraki” (Unione e Progresso). L’ala più intransigente del Comitato Centrale del Partito pianificò il genocidio, realizzato attraverso una struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S.), diretta da due medici, Nazim e Chakir. L’O.S. dipendeva dal Ministero della Guerra e attuò il genocidio con la supervisione del Ministero dell’Interno e la collaborazione del Ministero della Giustizia. I politici responsabili dell’esecuzione del genocidio furono: Talaat, Enver, Djemal. Mustafa Kemal, detto Ataturk, ha completato e avallato l’opera dei Giovani Turchi, sia con nuovi massacri, sia con la negazione delle responsabilità dei crimini commessi.
Il genocidio degli armeni può essere considerato il prototipo dei genocidi del XX secolo. L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente.
Il movente principale è da ricercarsi all’interno dell’ideologia panturchista, che ispira l’azione di governo dei Giovani Turchi, determinati a riformare lo Stato su una base nazionalista, e quindi sull’omogeneità etnica e religiosa. La popolazione armena, di religione cristiana, che aveva assorbito gli ideali dello stato di diritto di stampo occidentale, con le sue richieste di autonomia poteva costituire un ostacolo ed opporsi al progetto governativo.
L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni. Il governo e la maggior parte degli storici turchi ancora oggi rifiutano di ammettere che nel 1915 è stato commesso un genocidio ai danni del popolo armeno.
Il 24 aprile del 1915 tutti i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati. A partire dal gennaio del 1915 i turchi intrapresero un’opera di sistematica deportazione della popolazione armena verso il deserto di Der-Es-Zor.

genocidio armenoIl decreto provvisorio di deportazione è del maggio 1915, seguito dal decreto di confisca dei beni, decreti mai ratificati dal parlamento. Dapprima i maschi adulti furono chiamati a prestare servizio militare e poi passati per le armi; poi ci fu la fase dei massacri e delle violenze indiscriminate sulla popolazione civile; infine i superstiti furono costretti ad una terribile marcia verso il deserto, nel corso della quale gli armeni furono depredati di tutti i loro averi e moltissimi persero la vita. Quelli che giunsero al deserto non ebbero alcuna possibilità di sopravvivere, molti furono gettati in caverne e bruciati vivi, altri annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero.
Anche qui la presenza di alcuni Giusti permise al mondo di sapere quello che stava succedendo. Ne ricordiamo due Armin T. Wegner e Giacomo Gorrini

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