L’orologio di Yerevan non fa più Tic-Tac (Sputniknews 14.05.19)

С’era una volta la fabbrica di orologi di Yerevan, in Armenia: dopo la chiusura, avvenuta nel 2013, il tempo qui, ironia della sorte, sembra essersi fermato per sempre.

La fabbrica di orologi di Yerevan, capitale dell’Armenia, venne aperta nel lontano 1943 e si specializzava nella produzione di sveglie con meccanismi a 4 e 11 pietre di rubino. Fu in questi enormi capannoni che vennero prodotte le prime sveglie dotate di melodia con cui iniziavano la loro giornata milioni di abitanti dell’Unione Sovietica.

La fabbrica ha cessato di operare nel 2013 ed il suo edificio da quel momento è in preda all’abbandono. Al suo interno è pieno di indizi che dicono al visitatore occasionale che il tempo si è fermato, a quanto pare, per sempre.

ARMENIA: La Vittoria, il Karabakh, la pace. Il 9 maggio a Erevan (Eastjournal 13.05.19)

DA EREVAN – Nello spazio post-sovietico (seppur con qualche nota eccezione e crescenti antagonismi), il 9 maggio si celebra il Giorno della Vittoria (in russo Den’ Pobedy): data che segna la sconfitta del nazifascismo durante la Seconda Guerra Mondiale – quella che i russi chiamano ancora oggi “Grande Guerra Patriottica”.

Durante il secondo conflitto mondiale, l’Armenia non conobbe la violenza e la distruzione che la guerra lasciò in altri territori dell’Europa centro-orientale, poiché l’esercito tedesco non giunse mai nel Caucaso del Sud. La repubblica caucasica non fu però affatto esente dalle dinamiche del conflitto: furono infatti circa 500.000 i soldati armeni che combatterono nell’esercito sovietico tra il 1941 e il 1945. Questi provenivano dalla Repubblica Socialista Sovietica Armena, ma anche dalla diaspora (soprattutto dagli Stati Uniti) e da altre repubbliche sovietiche; si stima che almeno la metà di loro non fece ritorno in patria. Un costo umano considerevole che viene ricordato in maniera molto sentita, e con una certa fierezza, dagli armeni.

Per onorare il contributo armeno nel secondo conflitto mondiale, il 9 maggio è una data festiva sul calendario, in cui si celebra ufficialmente il “Giorno della Vittoria e della Pace” (in armeno Haght’anaki yev Khaghaghut’yan ton). Oggi questa festa ha in realtà un triplice significato per gli armeni, che lega passato e presente.

Una data, tre ricorrenze

La vittoria sul nazifascismo è solamente la prima ricorrenza associata alla data del 9 maggio – e la più lontana nel tempo. Ve ne sono infatti altre due, sempre legate ad una guerra, ma più recente: quella consumatasi tra il 1988 e il 1994 nel Nagorno-Karabakh. Questa regione, contesa tra Armenia e Azerbaigian, fu allora al centro di una guerra che costò 30.000 vittime e mezzo milione di profughi – ed è ancora oggi teatro di un conflitto che viene erroneamente definito “congelato”.

Nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1992 ebbe luogo una battaglia decisiva nella guerra del Nagorno-Karabakh. Fino a quel momento l’esercito azero, strategicamente posizionato nella città di Shusha/Shushi, era riuscito a bombardare indisturbato la vicina capitale Stepanakert, roccaforte armena. Quella notte, la città fu riconquistata dalle forze armate del Nagorno-Karabakh (fiancheggiate da migliaia di volontari armeni); gli azeri furono costretti ad andarsene e le sorti del conflitto cambiarono drasticamente in favore degli armeni. Il 9 maggio di quest’anno segna il ventisettesimo anniversario di quella che gli armeni chiamano la “liberazione di Shushi”, e gli azeri “l’occupazione di Shusha”.

Proprio all’indomani della conquista di Shusha/Shushi fu creato l’Esercito di Difesa dell’Artsakh (dal 2017 nome ufficiale della repubblica de facto del Nagorno-Karabakh), con lo scopo di proteggere la popolazione armena della regione. Dal 1995, ogni 9 maggio questa ricorrenza viene celebrata con una parata militare che si svolge a Stepanakert, e alla quale hanno puntualmente partecipato i capi di stato armeni. L’attuale primo ministro NikolPashinyan, leader della “Rivoluzione di Velluto”, ha portato avanti la tradizione recandosi, per il secondo anno consecutivo nel Nagorno-Karabakh in occasione delle celebrazioni del 9 maggio.

Le celebrazioni di quest’anno nella capitale

A presenziare alle celebrazioni ufficiali a Erevan è stato invece il presidente della repubblica Armen Sarkissian. Nel primo pomeriggio del 9 maggio egli si è unito al corteo che dal centro della capitale ha sfilato fino al Parco della Vittoria – dedicato, come il nome lo indica, alla Seconda Guerra Mondiale. Sebbene le celebrazioni del 9 maggio a Erevan siano senza ombra di dubbio modeste e periferiche rispetto a quelle, imponenti, che si svolgono a Mosca, vi si ritrovano una simbologia e una retorica molto simili – sintomo delle relazioni ancora molto strette che l’Armenia (al contrario di altre repubbliche post-sovietiche) intrattiene con la Russia.

Ne è un esempio estremamente visibile l’onnipresenza del nastro di San Giorgio (georgievskaja lenta), nonostante in seguito all’annessione della Crimea e alla guerra nel Donbass questo simbolo sia diventato sinonimo del (neo)imperialismo russo di stampo putiniano. In alcuni stati post-sovietici come l’Ucraina il nastro di San Giorgio è stato bandito dalle celebrazioni del 9 maggio, o sostituito da nastri di altri colori. A Erevan, il nastro a strisce nero-arancioni è invece indossato fieramente e viene distribuito ai passanti nelle strade insieme ad altre coccarde e bandierine dai colori nazionali.

Oltre ai militari, a vari corpi delle forze dell’ordine e ai rappresentanti dello stato, il grosso del corteo che ha sfilato per le vie di Erevan era costituito da gente comune, che ha preso parte alla sfilata del “Reggimento immortale”. Si tratta di un’altra iniziativa made in Russia (e dagli sviluppi controversi), che si è svolta in varie città dell’Armenia per il quarto anno consecutivo. Migliaia di cittadini hanno sfilato con in mano i ritratti dei propri genitori, nonni o bisnonni che hanno partecipato alla Seconda Guerra Mondiale.

Se le foto degli “eroi” del conflitto mondiale sono per la maggior parte in bianco e nero, o ritraggono persone di età avanzata, a queste si affiancano altre fotografie a colori, più recenti, raffiguranti ragazzi pressapoco ventenni. Sono le vittime (gli eroi?) della guerra mai sopita nel Nagorno-Karabakh, che continua a mietere ogni anno centinaia di vittime da entrambe le parti – tra stallo ed escalation (come quella dell’aprile 2016). Il 9 maggio in Armenia è anche dedicato al loro ricordo.

Anche in Armenia, così come in Russia, la militarizzazione della società – inesorabilmente presente in moltissimi ambiti della vita pubblica e quotidiana – emerge in maniera esplicita in corrispondenza del 9 maggio. L’estetica militare, che si esprime attraverso le uniformi, i berretti, le giacche e i pantaloni mimetici indossate da adulti e bambini, è estremamente marcante in questo “Giorno della Vittoria e della Pace”. In fondo, a quale pace si fa riferimento? Quella del 1945 sembra passare in secondo piano, sovrastata dalla simbologia della guerra e del nazionalismo. La pace con l’Azerbaigian riguardo al conflitto del Nagorno-Karabakh, invece, appare ancora lontana.

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Ecumenismo, il catholicos armeno Karekin II: “Sviluppiamo il tema dell’amore” (AciStampa 10.05.19)

I cristiani? Sono cercatori di verità, chiamati a sviluppare e praticare il tema dell’amore. Karekin II, catholicos della Chiesa Apostolica di Armenia, in una intervisa con ACI Stampa delinea le sfide del dialogo ecumenico di oggi.

Lo fa in una cornice di relazioni straordinariamente buone tra Chiesa Apostolica Armena e Chiesa Cattolica, ormai non più divise da nessun problema teologico. Per tre volte, Karekin II ha incontrato Papa Francesco in questi ultimi due anni. A San Miniato, la basilica di Firenze dedicata al monaco armeno che morì martire proprio in quelle terre, ha parlato lo scorso lo scorso 26 aprile in una conferenza al Festival delle Religioni, dell’importanza della ricerca della verità, denunciato il comunismo che in Armenia aveva tolto ogni oggettività e trascendenza alla verità, indicato la strada del futuro in una rinnovata adesione a Cristo. ACI Stampa lo ha incontrato dopo la conferenza.

Santità, lei ha parlato nella rapporto tra verità e fede. Quanto si pensa che questo senso della verità sia andato perso nel mondo di oggi?

Nel mondo di oggi vediamo molte situazioni di vizio, che gettano ombra sulla verità, ma crediamo fermamente che una persona che crede e che crede in Cristo, che crede Dio può accedere a questa verità e farla diventare fonte di vita.

Lei ha fatto accenno al pensiero comunista in Armenia, che metteva l’uomo al centro di ogni cosa. Quanto è forte il rischio che il pensiero comunista, anche se non chiamato più tale in questo mondo?

Naturalmente queste situazioni che ho accennato nel mio discorso persistono nel mondo, ma come ho menzionato nella frase precedente, è una sfida per ogni cristiana poter, attraverso l’atto della fede, arrivare alla riscoperta della verità in Cristo. Come cristiani dobbiamo essere molto vigili perché situazioni che cercano di intimidire il processo di giungere alla verità ci sono sempre stati e ci saranno anche in futuro. Quello che è importante è la missione che ogni cristiano ha di non farsi deviare da queste situazioni, anzi di vedere nell’apostolato di ciascun cristiano quello di combattere per mantenere intatta la verità. Nel mondo vediamo molte situazioni, guerre, carestie, persecuzioni, la povertà, problemi social di vario genere che non sono altro che l’espressione di una verità messa ai margini. Quello che può fare il cristiano dinanzi a questo tipo di situazioni è continuare a ispirarsi alla fede in cerca della verità. È attraverso la conoscenza della verità che ci rendiamo liberi.

Si parla tanto di un ecumenismo basato su un impegno pratico: l’impegno comune per i poveri, l’impegno comune per i migranti… in che modo l’ecumenismo può anche essere un lavoro comune di ricerca della verità? Perché il dibattito teologico sembra un problema, ma magari c’è un ecumenismo della verità che va perseguito…

Certamente è un tema molto importante nell’ambito politico, e tutte queste situazioni di difficoltà che ho citato prima non fanno altro che sfidare i cristiani a trovare un risposta in maniera unitaria. Perciò è una richiesta del Signore quella di rispondere alle situazioni attraverso un comune impegno. E naturalmente c’è il tema centrale che è quello dell’amore. L’amore che viene dal Signore e che deve naturalmente essere reso pratico, reso concreto nella vita.

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Campania Europa Mediterraneo: focus sul genocidio armeno (Ilvaglio.it 01.05.19)

A San Giorgio del Sannio (Palazzo Bocchini), presso l’Associazione Campania Europa Mediterraneo, sabato 4 maggio alle ore 19 è in programma la presentazione del libro “Il CHICCO ACRE DELLA MELAGRANA”, scritto a quattro mani dalla giornalista Letizia Leonardi e dal professionista armeno Giorgio Kevork Orfalian. E’ il primo degli eventi dedicati all’Armenia, paese ospite, insieme al Libano, della dodicesima edizione del Premio Internazionale Giornalistico e Letterario MARZANI, in programma nel mese di settembre 2019.All’appuntamento, si legge in una nota, pareciperanno Letizia Leonardi, Amerigo Ciervo (presidente ANPI provinciale), Enzo parziale (presidente di Campania Europa Mediterraneo), Mario Pepe (sindaco di San Giorgio del Sannio.

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Letizia Leonardi, è nata a Civitavecchia nel 1965 e attualmente residente a Piombino. Giornalista professionista, ha lavorato nelle redazioni di Civitavecchia dei quotidiani nazionali «Il Messaggero» e «Il Tempo». Ha pubblicato contributi sulla cultura armena su riviste e volumi. Ha tradotto dal francese Mayrig (Divinafollia, 2015), il libro autobiografico di Henri Verneuil, presentato, per la prima volta, al Salone Internazionale del Libro di Torino e in moltissimi eventi pubblici. Come giornalista free lance, ha collaborato con diversi giornali on line e pubblicazioni cartacee. Si è laureata in Scienze Economiche e Bancarie presso l’Università degli Studi di Siena, È stata anche insegnante di Diritto, Economia e Scienza delle finanze.

Kevork Orfalian, figlio della diaspora armena, è nato a Tripoli nel 1950 e attualmente vive tra Roma e Yerevan. Si è diplomato nel prestigioso collegio armeno Moorat Raphael di Venezia. Ha lavorato per importanti ditte nel commercio internazionale come agente di vendita per il mercato dell’est Europa e del Golfo Arabo. Parla 7 lingue e ha dedicato e dedica gran parte del suo impegno alla Comunità Armena di Roma e d’Italia. Accusato ingiustamente di essere un terrorista armeno ha scontato molti mesi di dura prigionia nelle carceri turche

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Il genocidio armeno: La Francia ricorda, la Turchia nega (Lopinione.it 30.04.19)

La “Questione armena”, o meglio il genocidio del popolo armeno, è uno di quei “momenti” della Storia che per opportunità “politiche” ed economiche, si tende e si è teso a trascurare. Emmanuel Macron ha voluto mantenere una promessa elettorale fatta nel 2017 istituendo, il 24 aprile, il giorno della “Memoria armena”, in ricordo della retata di intellettuali armeni avvenuta a Costantinopoli nel 1915. La “Questione armena” ha una genesi di matrice geopolitica, e si inserisce all’interno della “Prima Questione d’Oriente”; ricordo, che l’Impero Ottomano assunse la definizione di “malato d’Europa”, dopo la storica sconfitta inflitta dall’Alleanza Cattolica, guidata da Giovanni III Sobieski, a Kara Mustafa sotto i bastioni viennesi, il 12 settembre 1683; inizia da quella data la contrazione territoriale della Porta, che si conclamerà, con la sconfitta nella guerra russo-turca del 1878.

La conseguente e controversa Pace (trattato) di Santo Stefano regolata dalla Russia il 3 marzo 1878, riduce l’Impero ottomano a circa le dimensioni dell’attuale Turchia; ricordando che se l’esercito russo non fosse stato fermato “diplomaticamente” dalla Gran Bretagna, dall’Impero Austro Ungarico e dalla Francia, a pochi chilometri da Costantinopoli, si sarebbe realizzato il “Progetto Greco” di Caterina II, programmato un secolo prima, che prevedeva il ritorno della Capitale ottomana nell’ambito del Cristianesimo dopo la conquista islamica del 1453. La vittoria russa liberò dal dominio della Porta quasi tutta l’area danubiano-balcanica e allentò la “pressione” anche nel Vicino oriente. Tuttavia i termini del Trattato di pace non furono ne condivisi ne recepiti dalle altre potenze europee (ovviamente escluse dal Tavolo), che spinsero il Sultano a temporeggiare sui termini dell’applicazione dell’accordo, a causa della grande e legittima ascendenza che la Russia avrebbe esercitato sui territori liberati dal giogo ottomano. Il successivo trattato di Berlino del 13 giugno 1878, convocato da Andrássy, aprì una conferenza internazionale nella quale la Pace di Santo Stefano sarebbe stata esaminata per apportare le variazioni idonee ad un bilanciamento d’interessi tra le nazioni europee, a scapito della Russia vincitrice e tracciando un nuovo assetto dei Balcani. E’ proprio da questo nuovo “assetto” geostrategico che nascono, dai popoli liberati dall’oppressione turca, le rivendicazioni sui territori, sui diritti in generale e sulla necessità di riformare i sistemi sociali e politici che per secoli erano stati disciplinati da una supremazia su base religiosa ed etnica (nonostante qualche sfumata pseudo Costituzione liberale). Dopo la Serbia, il Libano, la Grecia e la Bulgaria, anche l’Armenia e la Palestina diventano temi di “interesse” internazionale. Il territorio tradizionalmente abitato dagli armeni, a inizio Ottocento, era diviso tra l’Impero Ottomano, quello Persiano e quello Russo, La parte anatolica subì un processo di islamizzazione e turchizzazione che si accentuerà per tutto il XIX secolo, favorito dal regime fondiario ottomano. La maggior parte degli armeni erano contadini, legati alla famiglia patriarcale, alla Chiesa e al villaggio, ma era presente anche una minoranza urbana di mercanti, architetti, medici, finanzieri, che vivevano a Costantinopoli o in altre grandi città. L’avido interesse internazionale, presente al “capezzale” ottomano, suscitò grandi aspettative nel popolo armeno, conscio della propria fragilità e generalmente sfiduciato; le mancate riforme, però, indussero alla nascita di partiti tendenzialmente radicali-rivoluzionari, come l’Amenakat fondato a Van nel 1885, il partito Hunchakian nato a Ginevra 1887, ed il Dashnak Suction a nato a Tblisi nel 1990 di ispirazione socialista. Brevemente, la conseguenza della nascita di correnti ideologiche “sovversive”, da l’inizio ad una escalation di violenze diffuse ed articolate ai danni della popolazione armena, che portò, già tra il 1890 ed il 1896, ad una prima forte oppressione dei Turchi contro l’antica comunità cristiana degli armeni, che si manifestò con stragi, distruzioni di chiese, sostituite da moschee, circa duecentomila uomini armeni furono uccisi ed iniziarono le prime consistenti deportazioni. L’entrata nel primo conflitto mondiale dell’Impero ottomano a fianco dell’Impero tedesco, nasce su un principio che sarà il filo conduttore delle azioni turche, cioè l’identificazione della Guerra nel jihad; lo scopo del Sultano Abd ul-Amid, era quello di andare oltre lo spirito di sopraffazione, identificando il “conflitto” su principi religiosi, etnici e nazionalisti, in una visione della politica, per la prima volta centripeta. L’arresto di quasi 3mila armeni, dirigenti politici, leader di comunità, commercianti, intellettuali, uomini d’affari, giornalisti, funzionari pubblici e studenti, segna l’inizio, il 24 aprile 1915, dell’eccidio degli armeni. La “ripulitura” etnica dell’Anatolia, della Cilicia, della città di Zeytun, seguita dalla regione di Van lungo la linea del Mar Nero, fino al confine persiano, dalla presenza della popolazione armena era l’obiettivo principale delle direttive del Ministero dell’Interno di Costantinopoli. Varie risoluzioni di “valore” internazionale hanno rilevato la gravità del genocidio, fino alla risoluzione del 1946 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che definiva l’azione turca come: “… il rifiuto al diritto all’esistenza di un intero gruppo umano …”. Da quel momento venne istituito un Comitato giuridico, che tra varie ratifiche, nel 1950, approva la Convenzione sul genocidio armeno. Il 26 novembre 1968 le Nazioni Unite votarono la decisione che prolungava indefinitamente la responsabilità dei crimini, con la Convenzione dell’imprescindibilità dei crimini di guerra contro l’Umanità.

Molti studiosi hanno scritto su tale tragico evento: Vahakn Dadrian, Bernard Bruneteau, Guenter Lewy, Marcello Flores ed altri, tutti con lo scopo di analizzare le cause e gli effetti sociologici che hanno tracciato il destino ed il “profilo” del popolo armeno, ma con il sicuro e voluto “effetto collaterale” di “rimarcare”, con varie letture, l’oggettività imprescindibile delle realtà storiche. Tuttavia la giornata della “Memoria armena” di Emmanuel Macron, non lo ha visto, per ora, in prima linea, è stato compito del primo ministro, Edouard Philippe, di partecipare ad una cerimonia, a Parigi, nell’ottavo arrondissement, davanti alla statua dell’armeno Padre Komitas, morto a Parigi nel1935; altrove sono stati autorizzati i prefetti ad organizzare analoghe manifestazioni e cerimonie nei loro dipartimenti di competenza.

Le dinamiche ideologiche del Genocidio, non possono essere comprese se si riducono le cause alle componenti di breve e medio periodo, e che si sono catalizzate all’inizio della Guerra, esse devono essere analizzate inserendole nel processo di crisi e “modernizzazione” dell’Impero ottomano, valutando soprattutto il ruolo avuto dal nazionalismo nel contesto della Prima guerra mondiale, che costituisce il sub strato ideologico che ha permesso deportazioni e massacri. Ritengo, inoltre, che i problemi fondamentali del Genocidio sconfinano le considerazioni sul destino di un particolare gruppo di vittime o le peculiarità di un rapporto tra il carnefice e la sua vittima; quello che considero pertinente sono i concetti di memoria e “impunità”, che non dovrebbero prevedere ne oblio ne tempi di “prescrizione”. Le dinamiche e gli interessi economici e politici hanno spesso condizionato la Storia, rendendone parziale o errata la conoscenza pubblica; è rilevante ricordare ed analizzare i tragici eventi del secolo passato e di questo secolo, al fine di non occultare le spesso controverse considerazioni che vengono date su drammatici momenti storici, specialmente quando si parla di genocidi. Il tardivo riconoscimento, il frequente schizofrenico revisionismo, l’ignoranza ed il negazionismo (turco in questo caso), sono un altro aspetto del “genocidio mentale” che purtroppo spesso subisce una sempre più rilevante parte della massa.

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Nagorno Karabakh: la vita dopo la guerra (Osservatorio Balcani e Caucaso 30.04.19)

Il 2 aprile 2016 è ricordato come l’inizio della cosiddetta Guerra dei quattro giorni, tra Nagorno-Karabakh e Azerbaijan. Come risultato di quella guerra vi furono più di cento vittime, grandi distruzioni e l’abbandono di centri abitati situati in prossimità delle operazioni militari. Sul lato del Karabakh, è stato il villaggio di Talish ad essere evacuato. Il 2 aprile le truppe azerbaijane riuscirono ad entrare nel villaggio dove, in quel momento, risiedevano numerosi civili. I militari dell’Azerbaijan mutilarono e uccisero Marusya Khalapyan, nata nel 1924, suo figlio Valera e la moglie di lui Razmela.

Gli altri abitanti del villaggio fuggirono e si nascosero per giorni nei dintorni e solo quando venne dichiarato il cessate il fuoco rientrarono a Talish trovando uno scenario terribile: il villaggio era distrutto, più di metà delle case erano demolite ed inabitabili, molte macchine e macchinari agricoli erano stati bruciati e centinaia di capi di bestiame erano stati uccisi.

Mataghis

Situazione simile era quella di Mataghis, presso Talish. Le case severamente danneggiate e i colpi di artiglieria che cadevano ogni giorno impedirono a lungo ai suoi residenti di rientrare. Narek Sargsyan è da 8 anni che vive a Mataghis, nel nord del Nagorno-Karabakh. 8 anni fa vi arrivò per aiutare un amico a ristrutturare la sua casa ma poi, innamorato della natura di questo luogo, decise di rimanervi a vivere.

“Quando arrivai per la prima volta qui pensavo che di tanto in tanto sarei ritornato a Gyumri, seconda città dell’Armenia, di cui sono originario. Ma dopo quanto accadde nell’aprile 2016 mi sono reso conto non avrei mai più abbandonato Mataghis. Dopo la guerra guardo al mondo in modo diverso e guardo a Mataghis in modo diverso”, afferma Sargsyan.

Mataghis, nella regione di Martakert, è uno dei luoghi più pericolosi sul versante del Karabakh. Nella guerra degli anni ’90, Mataghis, assieme a decine di altri insediamenti nelle vicinanze, venne conquistato dalle truppe dell’Azerbaijan e parzialmente distrutto. Nell’aprile del 1994 venne liberato e i suoi residenti tornarono lentamente alle loro case incominciando la ricostruzione.

Il secondo grave attacco al villaggio avvenne nell’aprile del 2016. Venne bombardato per giorni. Ciononostante i suoi abitanti sono riusciti per due volte a superare l’orrore della guerra e sono ripartiti a ricostruire le loro vite.

Attualmente Mataghis ha 540 residenti di cui 245 sono bambini e ragazzini sotto i 17 anni. “Di fatto è ancora in corso una guerra non dichiarata. Spesso sentiamo colpi di arma da fuoco sparati dal nemico. Per fortuna senza morti. Siamo così abituati a sentire spari che senza per noi sarebbe troppo tranquillo”, afferma Sargsyan. Dopo i fatti dell’aprile 2016 quasi tutti sono rientrati alle proprie case e i lavori di ristrutturazione sono quasi terminati.

Talish

La vita è tornata anche a Talish, epicentro della guerra dell’aprile 2016. Tre anni fa anche questo villaggio venne quasi completamente distrutto. I più anziani, le donne e i bambini lasciarono il villaggio. “Nei giorni della guerra di aprile abbiamo rapidamente portato le donne ed i bambini via dal villaggio. Era troppo pericoloso. Per un lungo periodo vivemmo solo noi uomini qui. Quando necessario, diventavamo soldati. Se serve difenderemo le nostre terre con i denti”, ribadisce Petros Abrahamyan.

“Portai mia moglie e i miei figli in un posto sicuro. Poi tornai in municipio per organizzare lo sfollamento della popolazione. Poi, quando mi resi conto che la situazione peggiorava, portammo via tutti gli abitanti del villaggio”, ricorda Vilen Petrosyan, sindaco di Talish.

Attualmente molto è in ricostruzione e ovunque vi sono cantieri aperti. La scuola del paese, l’asilo e il centro culturale sono già a buon punto. “Sono state risistemate numerose case e sono stati ostruiti nuovi appartamenti: sono dodici gli edifici in ricostruzione e dovrebbero essere consegnati per giugno o luglio”, afferma il sindaco aggiungendo che non tutti gli abitanti originari sono ancora rientrati a Talish ma che è un processo che sta arrivando a compimento.

Sono 22 le case del villaggio ricostruite grazie ai finanziamenti messi a disposizione dalla Hayastan All-Armenian Fund, fondo istituito con decreto del presidente dell’Armenia nel 1992 la cui missione è quella di unire armeni in Armenia e della diaspora per superare le difficoltà del paese e aiutare a stabilire uno sviluppo sostenibile in Armenia e in Nagorno Karabakh. Il programma, “ricostruzione di Talish” del Fondo è stato lanciato nel maggio del 2018 con un investimento sino ad ora di 506 milioni di drams (equivalente di circa 920.000 euro).

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Il genocidio armeno e la politica eurasiatica italiana (Lintellettualedissidente.it 30.04.19)

La Camera dei Deputati ha approvato una mozione che impegna il governo a riconoscere formalmente il genocidio consumato ai danni del popolo armeno: un gesto che ribadisce i forti legami culturali e religiosi tra Roma ed Erevan e conferma il progressivo riavvicinamento dell’Italia al cuore pulsante dell’Asia.

di Maxence Smaniotto – 30 Aprile 2019

Il 10 aprile 2019 la Camera ha approvato la mozione che riconosce il genocidio dei sudditi armeni dell’impero ottomano ad opera del governo dei Giovani Turchi, nel 1915, in piena Prima guerra mondiale. La mozione è passata con 382 voti favorevoli, 0 contrari e 43 astenuti, cioè tutti i deputati di Forza Italia. Fortemente voluta dalla Lega e da Fratelli d’Italia, la mozione è stata ugualmente sostenuta dal Partito Democratico, e impegna il governo Conte a riconoscere pienamente il genocidio del 1915. Considerati come quinta colonna agli ordini della Russia, i panturchisti che avevano conquistato il potere nell’impero ottomano in occasione della rivoluzione del 1909 massacrarono un milione e mezzo di armeni che vivevano nelle regioni orientali dell’impero, in ciò aiutati dalle tribù kurde e dai Circassi. Roma è di conseguenza a un passo dal divenire il ventinovesimo Paese al mondo a riconoscere i massacri del 1915 per quello che furono: un genocidio, la volontà, da parte della maggioranza turcofona e sunnita, di eliminare ogni minoranza religiosa, a cominciare dalla più numerosa, quella cristiana degli armeni. Ma non furono solamente loro ad essere massacrati, le loro donne vendute come schiave negli harem e i loro orfani turchizzati al fine di sradicarne l’identità. Ben prima dei demenziali massacri ad opera dello Stato Islamico, yezidi, aleviti, assiro-caldeani e greci patirono ricorrenti persecuzioni che sfociarono in nuovi massacri durante il genocidio degli armeni e proseguono periodicamente fino ad oggi. I legami storici e attuali tra l’Italia e gli armeni Seppur poco conosciuto in Italia, il genocidio degli armeni è stato raccontato attraverso vari libri, documentari e film di produzione nostrana. Segno che, anche se l’Armenia non figura tra i paesi più conosciuti da parte degli italiani, suscita malgrado tutto un certo interesse e una sicura e reciproca simpatia. Eppure i legami tra l’Italia e il popolo armeno esistono da secoli, soprattutto grazie gli scambi commerciali e culturali tra gli armeni del regno di Cilicia e la Repubblica di Venezia, nell’Alto Medioevo. Svariate comunità armene s’insediarono a Genova, Livorno, Sicilia e Ravenna nel corso dei secoli. La prima stamperia di Livorno è nata grazie all’iniziativa di un sacerdote armeno, nel 1643, e il primo libro mai stampato in armeno ha visto la luce proprio a Venezia, nel 1512.

La casa madre dell’Ordine dei mechitaristi, fondato dal monaco benedettino Mechitar nel 1700, si trova sull’isola di San Lazzaro degli Armeni, nella laguna di Venezia (pare che Iosif Stalin vi soggiorno’ nel 1907, lavorandovi come campanaro prima di recarsi in Svizzera per incontrarvi Lenin, allora in esilio). Mechitar Il genocidio del 1915 si rivelerà un’altra occasione per rinsaldare i legami tra l’Italia e gli armeni. Giacomo Gorrini, console a Tresibonda, sarà un importante testimone oculare del massacro e delle deportazioni. Dopo il genocidio l’Italia accolse varie migliaia di sopravvisuti, che s’installarono principalmente a Venezia, Padova e Milano. Oggi i rapporti diplomatici tra Erevan e Roma sono solidi e si basano in buona parte sui legami storici e culturali tra i due Paesi, soprattutto sulle comuni radici cristiane, in quanto l’Armenia fu il primo Paese al mondo ad adottare il cristianesimo come religione di Stato nel 301. Paese piccolo, senza sbocchi sul mare e con due frontiere, quelle con la Turchia e con l’Azerbaigian, chiuse e militarizzate, l’Armenia non rappresenta un importante sbocco commerciale per l’Italia, i cui investimenti sono molto ridotti. Allora perché riconoscere il genocidio degli armeni e inimicarsi così la Turchia (20 miliardi di euro in scambi commerciali nel 2018 secondo i dati della SACE) e l’Azerbaigian, da cui Roma dipende in buona parte per le forniture di petrolio e rischiare così delle ritorsioni economiche?

 Dinamismo internazionale

L’Italia del trittico Salvini-di Maio-Conte mostra un dinamismo sulla scena internazionale a cui più nessuno era abituato. Il ventennio berlusconiano aveva assuefatto gli italiani alla sudditanza americana e a rispondere, secondo un riflesso pavloviano ben collaudato dal secondo dopoguerra, al suo braccio armato, la NATO. Ciò ha portato il Bel Paese a impantanarsi nelle avventure brancaleonesche di Iraq, Libia e Afghanistan, contribuendo cosi a quel disastro geopolitico e umanitario che sono il Medio-oriente e il Nord Africa dal 2001. La parentesi di sinistra del governo di Massimo d’Alema (1998-2000), che non esitò a partecipare ai bombardamenti della Serbia socialista e sovranista di Slobodan Milosevic al fine di creare quell’oasi di democrazia e benessere che è il Kosovo, aveva mostrato i germogli di una nuova sinistra oggi nel pieno della sua maturità. Ieri no-global, localista e anti-militarista, oggi riconvertita alla globalizzazione, al neo-liberalismo e agli interventi militari per “ragioni umanitarie”, cosi care ai neocon statunitensi e francesi, da Bernard-Henri Lévy al cineasta sessantottino Romain Goupil, dal fondatore di Medici senza frontiere Bernard Kouchner al filosofo ex-maoista André Glucksman. Da ultimo il grigio inverno del PD e dei governi cosiddetti «tecnici» la cui azione internazionale si riduceva a chiedere consiglio a Bruxelles, Berlino e Parigi, tacendo spudoratamente sul dramma greco e sulle cause della guerra nel Donbass.

Una nuova politica internazionale per Roma, dunque? L’attuale governo di Giuseppe Conte sembra tentare di far intendere la propria voce non solamente quando si tratta di battibeccare su budget nazionale e architettura europea, ma ugualmente sui dossier libici, cinesi e del Medio Oriente, con i soliti alti e bassi che caratterizzano l’ondivaga politica nostrana. Il riconoscimento del genocidio armeno pare rientrare in questa linea. Esso non può essere esclusivamente inteso come un atto simbolico né come un disinteressato gesto di simpatia nei confronti del piccolo paese caucasico. L’atto deve essere sostenuto da una logica. Dispiacerà a due paesi fondamentali per l’economia europea e italiana: la Turchia che, irritata, l’otto aprile ha convocato l’ambasciatore italiano Massimo Gaiani per protestare, ma ugualmente il suo alleato principale, l’Azerbaigian, a cui le truppe armene hanno strappato la regione del Nagorno-Karabakh al termine di una sanguinosa guerra svoltasi tra il 1988 e il 1994.

Come precedentemente accennato, Ankara e Baku sono partner commerciali imprescindibili per Roma. Ma l’importanza nei confronti di questi due paesi va ben al di là del commercio. Dall’Azerbaigian arriva, tramite l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC), alla cui costruzione ENI ha partecipato per il 5%, il 17,7% delle importazioni di petrolio in Italia. E il BTC passa dalla Georgia, bypassa l’Armenia, attraversa tutto il Kurdistan turco e sfocia sulle coste mediterranee dell’Anatolia. Ma la Turchia è allo stesso tempo membro della NATO, di cui possiede il secondo esercito dopo quello USA, possiede una numerosa diaspora in Germania e Francia, e accoglie un gran numero di rifugiati provenienti da tutti il Medio oriente, che spedisce in Europa quando necessita di far pressione politica e economica sull’UE, come fu il caso nel 2015. La crisi e le sue conseguenze hanno contribuito a indebolire Angela Merkel, a discreditare Bruxelles, a rafforzare il governo di Viktor Orban in Ungheria e a far eleggere Sebastian Kurz in Austria. E certamente a incrementare i consensi per la Lega e Fratelli d’Italia.

Pur essendo un paese piccolo e dal mercato interno poco interessante, l’Armenia rappresenta però un partner politico di primo piano grazie alla sua posizione geografica e alle sue alleanze politiche e militari. Si trova al cuore del Caucaso e alla frontiera dell’Iran, alleato della Russia, verso cui l’Italia sta tentando un riavvicinamento non solo economico, dal momento che le sanzioni volute dagli USA hanno pesantemente colpito le esportazioni italiane, ma anche culturale e politico. Dal 2014 l’Armenia fa parte dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE) a guida russa e composta da Kazakistan, Bielorussia e Khirghizistan, e, dal 2002 dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO). L’Armenia si trova inoltre sul percorso delle Nuove Vie della Seta (BRI) che, nei progetti di Pechino, dovrebbero legare l’Europa alla Cina in funzione antistatunitense, passando da Asia centrale, mar Caspio e, appunto, Caucaso. L’Italia ha recentemente firmato degli accordi commerciali con la Cina per diventarne il terminal, aprendo potenzialmente così le porte dell’Europa centrale all’Impero Celeste, la cui attività diplomatica e economica in Armenia sta crescendo. Nel complesso mosaico militare, politico e economico del Caucaso e dell’Asia centrale, l’Armenia è dunque un tassello importante, e delle buone relazioni con esse implicano il potenziale accesso, in quanto partner e investitore, a un ampio spazio economico e politico tutt’altro che fermo su se stesso.

Roma sembra voler tentare un’emancipazione dall’abbraccio soffocante di USA e UE orientando a sua politica economica all’Est e nell’Estremo Oriente. Il riconoscimento del genocidio degli armeni potrebbe dunque essere interpretato secondo diversi punti di vista. Un segnale di avvicinamento a quell’idea eurasiatica, cara a intellettuali come Alexander Dugin e Robert Steuckers, che sembra prendere forma con l’UEE a guida russa. Ma anche una dichiarazione implicita alla Turchia conservatrice e sunnita di Recep Erdogan, a cui una parte del governo italiano rifiuta l’adesione all’UE, ricordandole che l’Italia ha vocazione a ribadire la sua cristianità di fronte a un Paese i cui rapporti con lo Stato Islamico e altri gruppi fondamentalisti islamici sono stati (e rimangono) ben più che ambigui.

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NICHELINO – Un flash-mob dei ragazzi della scuola media: solidarietà ai compagni armeni Lyana e Jury (Torinosud.it 30.04.19)

lash mob degli allievi della scuola media Aldo Moro, questa mattina in piazza Di Vittorio. I ragazzi, accompagnati dalla dirigente scolastica, dagli insegnanti e dai genitori, hanno voluto, in modo creativo, testimoniare la loro solidarietà a due compagni di scuola armeni, Lyana di prima media, e Jury di terza media, repentinamente allontanati da Nichelino insieme ai genitori e alla sorellina.
Alle 8 del mattino, due mesi fa, è stato comunicato alla famiglia che doveva immediatamente lasciare Nichelino e andare a Riva di Chieri. «Non sono un pacco» è stato lo slogan che ha caratterizzato il flash mob dei ragazzi durante il quale è intervenuta anche l’assessora alle Politiche Sociali della Città di Nichelino.
«Nella nostra città, sono stati cinque i nuclei familiari costretti a un trasloco forzato», fanno sapere dall’amministrazione comunale che ha pubblicato la notizia dell’iniziativa sulla pagina Facebook ufficiale del Comune (dalla quale sono tratte le immagini dell’iniziativa dei ragazzi).

Genocidio degli armeni, la commemorazione a Brancaleone (ntcalabria.it 29.04.19)

GENOCIDIO DEGLI ARMENI, LA COMMEMORAZIONE

Il consueto appuntamento commemorativo si è svolto giovedì 25 Aprile a Brancaleone vetus. Una manifestazione patrocinata dall’ambasciata della repubblica Armena di Roma e dal comune di Brancaleone che ogni anno attira un gran numero di pubblico nel borgo.
La giornata si è aperta nel segno dei saluti e dei ringraziamenti a cura del presidente della pro loco Carmine Verduci. Lo stesso ha sottolineato il grande impegno dei soci dell’associazione e del Consorzio di bonifica basso ionio reggino per il progetto “Renaissance Brancaleone vetus”. Un progetto che ha riqualificato e messo in sicurezza il borgo antico consentendo così una fruizione idonea alle visite e a questa manifestazione in particolare. Presenti anche il viceprefetto Salvatore Mottola di Amato che ha posto i saluti a nome della triade commissariale di Brancaleone che dal secondo anno partecipa all’evento con grande entusiasmo.

LA BENEDIZIONE DEL PANE

Sebastiano Stranges, anima di questo importante evento, ha proseguito con un racconto sulle origini dei primi insediamenti Armeni tra l’ VIII e IX secolo d.C. in questo territorio, oggi conosciuto come “Valle degli armeni”. La prima parte si è conclusa con la benedizione del pane Armeno (lavash) benedetto da Don Vladimiro Calvari delegato dal Parroco Don Ivan Iacopino, assente per impegni parrocchiali.
Al termine del cerimoniale di benedizione del pane Armeno, la folla che si trovava chiesa Maria SS Annunziata del vecchio borgo si è diretta in corteo verso l’antica chiesa Protopapale del borgo con una solenne fiaccolata. Sul sito è stata accesa la “fiamma della Memoria” e osservato un minuto di silenzio in memoria dei martiri Armeni, trucidati dai turchi nel 1915 quando occuparono i loro territori.

VISITA ALL’ALBERO DELLA VITA

Il pomeriggio è proseguito con la visita alla chiesa grotta denominata Albero della vita con Sebastiano Stranges. Lo stesso ha illustrato le caratteristiche di questi primi insegnamenti Armeni a Brancaleone e nei dintorni, come BruzzanoStaiti e Ferruzzano. Presente all’evento anche una nota cooperativa che ha presentato i vini dell’azienda caratteristici per la somiglianza dei vini Armeni; e la presenza di uno dei massimi esperti della viticoltura e dell’archeologia del territorio, il prof. Orlando Sculli.
L’organizzazione ha sottolineato l’importanza dell’evento che ha unito il dramma del popolo Armeno, presente all’evento con una piccola delegazione di Calabria e Sicilia, e gli aspetti culturali e i costumi con la presenza di abiti tipici dell’Armenia indossati dal Presidente della Pro Loco Carmine Verduci e dalla giovane Themina Arshakyan d origine armena.

ANCORA UN SUCCESSO

Per l’ennesimo anno, si è registrato un successo di presenze con diverse associazioni del territorio presenti all’evento; moltissimi provenienti dalla Sicilia, dal reggino, dalla locride e dal Cosentino.

“Eventi come questo – ha sottolineato la pro loco di Brancaleone – servono a ricordare tragici eventi storici che ci toccano da vicino, e che alcune nazioni come la Turchia ancora negano. Un forte segnale del Governo italiano è arrivato quest’anno con il riconoscimento del Genocidio in Senato; motivo per cui siamo veramente orgogliosi di questo importante atto di riconoscimento”.

La manifestazione avrà appuntamento l’anno prossimo sempre il 25 aprile giorno della liberazione Italiana; data emblematica, che rappresenta l’unione di due momenti storici e tragici della storia mondiale.

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“Hotel Gagarin”: la commedia di Simone Spada per la 13esima edizione del Nonantola Film Festival (Modena2000.it 29.04.19)

Una commedia agrodolce su ciò che il cinema rappresenta e sull’Europa di oggi, seconda delle sei opere prime di giovani registi e registe presenti in rassegna quest’anno come da mission della manifestazione. Con la proiezione ad ingresso gratuito di “Hotel Gagarin” – il film d’esordio del regista torinese Simone Spada, classe 1973  – continuano domani lunedì 29 aprile alle ore 21.00 gli appuntamenti alla Sala Cinema Massimo Troisi di Nonantola nell’ambito della tredicesima edizione del Nonantola Film Festival, organizzato dall’omonima associazione affiliata Arci. Tra i protagonisti di questa commedia ironica, intelligente e commovente, Claudio Amendola, Luca Argentero, Giuseppe Battiston, Barbora Bobulova, Silvia D’Amico e un ritrovato Philippe Leroy.

Cinque italiani, spiantati e in cerca di un’occasione, vengono mandati a girare un film in Armenia. Appena arrivati scoppia una Guerra e il sedicente produttore sparisce con i soldi. Abbandonati all’Hotel Gagarin, isolato nei boschi e circondato dalla neve, trovano il modo di inventarsi un’originale e inaspettata occasione di felicità che non potranno mai dimenticare. Una commedia divertente, poetica e sgangherata come i suoi protagonisti, che parla di sogni, di cinema e di incontri.

 

Note di regia

“Sentivo l’esigenza di raccontare una storia di speranza, sogni, popoli ed esseri umani marginali di varia natura e di raccontarla col sorriso della commedia, attraverso il mezzo che amo e conosco meglio: il cinema. Ho pensato a un film che non parla di cinema ma che lo usa come pretesto, come possibilità di esplorazione, di emozione, di incontri. Sono sempre stato affascinato dai più deboli, perché nella loro salvezza c’è una possibilità di un mondo migliore. I miei protagonisti rappresentano, per sesso ed età, un po’ tutti noi, con i nostri desideri, i nostri problemi, i nostri sogni. Affascinato da un territorio montagnoso e innevato, da un paese che per tantissimi anni è stato parte dell’Unione Sovietica, ma che non ha mai perso le sue peculiarità e radici ho pensato all’Armenia come luogo nuovo, sconosciuto e pieno di fascino, possibilità di condivisione umana e culturale tra diversi popoli. L’Armenia ricorda per certi versi l’Italia del dopoguerra, ricca di tradizioni culturali, territoriali, storiche e religiose, ma al tempo stesso protesa verso un futuro politico ed economico moderno e aperto. Hotel Gagarin vuole essere una commedia romantica, brillante, malinconica e un po’ visionaria. È la possibilità di fare un viaggio divertendosi, un film in movimento nonostante si svolga principalmente in un unico grande ambiente. È un tentativo di farci sognare, ridere, emozionarci o intristirci, come faceva, una volta, la commedia all’italiana che ci faceva uscire dal cinema più consapevoli e felici. Per concludere, vorrei sottolineare la frase di Lev Tolstoj che il professor Nicola Speranza (Giuseppe Battiston), in una scena del film, cita ai suoi compagni di viaggio: “Se vuoi essere felice, comincia”. Questa frase racchiude il senso profondo che ho voluto dare a questa avventura, il mio modo di intendere questo film e più in generale la vita.” (Simone Spada)

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