Pinocchio, burattino armeno. Tra danza, teatro e visual art (Teatrocritica 23.04.19)

Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, di Carlo Collodi (al secolo Carlo Lorenzini), è un romanzo per bambini di fine Ottocento, noto a tutti. Così famoso, con il suo inquieto protagonista di legno, da essersi guadagnato traduzioni in tutte le lingue del mondo, ma anche numerosi film (un ultimo, in lavorazione, è a firma di Matteo Garrone), cartoni animati, irruzioni in ogni negozio di giocattoli. Grazie alla sua trama agrodolce e ambigua il testo di Collodi si è anche prestato a una miriade di interpretazioni psicologiche, psicoanalitiche e persino filosofiche. Ora Pinocchio è diventato un intelligente balletto in bianco e nero. Attorno ai due creatori – la coreografa Patrizia de Bari e il drammaturgo Tuccio Guicciardini – si è formata una cordata di istituzioni fiorentine, toscane e armene che ha prestato danzatori e a ragione sostenuto questo lavoro (Compagnia Giardino Chiuso, C.O.B Opus Ballet, Versiliadanza, NCA, Small Theatre Yerevan).

foto di Andrea Ulivi

Adatto a un pubblico di tutte le età, questo Pinocchio ha infatti almeno cinque grandi pregi e qualche difetto forse facile da eliminare. Il primo pregio è la presenza dell’attore ottantatreenne Virginio Gazzolo. Si presenta subito come narratore, su palco vuoto. Poi ricomparirà a metà spettacolo e alla fine. È così ricurvo, legnoso, con le braccia penzolanti che agita continuamente, da sembrare l’esatta incarnazione di ciò che recita. Ovvero: brani tratti da Henrich von Kleist, Carlo Collodi, Rainer Maria Rilke, Charles Baudelaire, Vsevolod Mejerchol’d. Tutti spiegano la grazia “senza smancerie” delle marionette, la danza angelica dei burattini e il mistero del teatro dove «le cose devono andare non come sono in natura».
Ai bambini, già presenti in molte recite scolaresche al Teatro Goldoni di Firenze, questo canuto narratore piace moltissimo: appare come un nonno che racconta, con insolita veemenza e passione, una fiaba. Agli adulti può piacere per l’importanza di ciò che recita e per come recita perfettamente “all’antica”, in sintonia con il romanzo di Collodi.

foto di Andrea Ulivi

Il secondo pregio, ben legato al terzo, è senz’altro la presenza di una danzatrice/Pinocchio armena (Tamara Aydinyan), di solida formazione accademico-contemporanea, in grado di restituire con assoluta purezza e assenza di “smancerie” tutte le azioni di cui è protagonista. Dall’assoloquasi acrobatico e ipnotico dell’inizio, alla scena, incantevole, in cui deve ingerire una medicina. Senza di lei e alcuni altri interpreti, Geppetto/Mangiafuoco o la prima fata Turchina, le azioni della coreografa Patrizia de Bari – già nota per l’attività nella compagnia Giardino Chiuso – non avrebbero lo stesso effetto, soprattutto negli assoli e nei duetti (terzo pregio), creati con originalità e una precisa schiettezza.

Il quarto pregio è costituito dall’ambiente, creato solo da immagini video in bianco e nero, ma con talune necessarie luci (un bel rosso acceso) qua e là. I vari contesti sono restituiti con dettagli ricercati e un pizzico di melanconia: senza tradire la storia, eppure senza cadere nell’ovvio. Basti ricordare che il famoso naso lungo di Pinocchio appare una volta sola e scompare tra gli uccellini che vi si aggrappano sopra, sempre in video.
Il quinto pregio è la sobrietà dei costumi: color carne per la danzatrice/Pinocchio di Yerevan: scuri, attuali e casual per la brava coppia del Gatto e la Volpe, in nero teatrale à la Strehler per il narratore: quando scompare dopo aver recitato von Kleist, all’inizio, Gazzolo lascia il posto all’immagine di un nerboruto albero, pure nero. Sembra la sua stessa, imprescindibile, trasformazione che fa compagnia alla squisita prima danza della danzatrice/ burattino.

foto di Andrea Ulivi

Infine, questo Pinocchio, dalla musica varia, ma appropriata, è un gioiellino double/face – popolare e colto – che andrebbe accorciato qua e là; tutti gli interpreti dell’Opus Ballet, volenterosi di certo, dovrebbero puntare a somigliare almeno un po’, nelle proprie scene di gruppo, all’armena Aydinyan e agli artisti più vicini alla coreografa de Bari. Il grande lavoro sfociato in questa collaborativa messinscena non esclude che, se protratto, possa portare a un Pinocchiopersino da esportazione. È una pièce vestita di danza, teatro, visual art dedicata a un pubblico non di nicchia, un progetto per tutte le stagioni che rivedremo in autunno.

foto di Andrea Ulivi

Nel frattempo, a Fabbrica Europa, storico festival fiorentino al via il 3 maggio, la collaborazione tra Giardino Chiuso, Versiliadanza di Angela Torriani Evangelisti e l’NCA Small Theatre, diretto da Vahan Badalyan, si esporrà in un collaudato progetto italo-armeno, già presentato a Yerevan in occasione della settimana della lingua italiana nel mondo, promosso dall’Ambasciata d’Italia in Armenia e in occasione del decennale della collaborazione tra NCA.Small Theatre e Versiliadanza.
Si tratta di Macchine, da La morte di Marx e altri racconti di Sebastiano Vassalli per la regia di Tuccio Guicciardini e la coreografia di Patrizia de Bari. Sul palco dello Small Theater di Yerevan, in scena sei danzatori/performer armeni, tra cui ancora Tamara Aydinyan, alle prese con una progressiva disumanizzazione. Come in Pinocchio,il corpo si irrigidisce in un originale movimento che cerca di divenire fossile, tra immagini che corrono e profetiche parole (di Vassalli) sul nostro futuro senz’anima, ovvero entro un guscio, simile a quello di Gregor Samsa nella Metamorfosi di Franz Kafka. La vita e la morte stanno in bilico, anzi in un equilibrio più che precario.

Marinella Guatterini

Teatro Goldoni, Firenze – marzo 2019
NCA (National Center of Aesthetics) Small Theater, Yerevan – marzo 2019

PINOCCHIO
coreografia Patrizia de Bari
drammaturgia Tuccio Guicciardini
scenografia/video Andrea Montagnani
costumi Santi Rinciari
produzione Compagnia Giardino Chiuso, C.O.B Opus Ballet, Versiliadanza, NCA, Small Theatre Yerevan (Armenia)

MACCHINE
regia Tuccio Guicciardini
coreografia Patrizia de Bari
video Andrea Montagnani
con Ashot Marabyan, Christina Danielian, Narek Minassian, Luska Davtyan, Tamara Aydinyan, Mher Zalinyan

Macchine replica al Teatro della Pergola, Firenze, “Fabbrica Europa” 3 e 4 maggio.

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Anniversario del genocidio armeno Un forte impegno a non dimenticare (Corriere della Sera 22.04.19)

Alla vigilia del 24 aprile, data scelta per commemorare lo sterminio del 1915,
l’editore Guerini interviene su una tragedia che le stragi dei cristiani rendono attuale

Un gruppo di profughi armeni all’epoca del genocidio
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Il 10 aprile la Camera dei Deputati del Parlamento italiano ha approvato una mozione bipartisan di grande rilevanza storica e culturale, con cui il governo si impegna a «riconoscere ufficialmente il genocidio armeno e a darne risonanza internazionale».

Come Edizioni Guerini, sposiamo in pieno questa affermazione e, alla vigilia del 24 aprile, data commemorativa del genocidio armeno, facciamo nostro l’impegno a darne la massima risonanza. Una missione culturale che Edizioni Guerini porta avanti fin dal 1992, con la pubblicazione del Canto del pane di Daniel Varujan, grazie al prezioso contributo di Antonia Arslan (co-fondatrice della casa editrice), dedicando una parte importante del catalogo proprio alla valorizzazione di documenti, carte, testimonianze, studi relativi al genocidio.

Frutto di questo lavoro sono stati libri importanti e decisivi per l’interpretazione storica del genocidio come i lavori di Dadrian e Dedeyan (pubblicati in una serie dedicata, «Carte armene»), il Diario dell’ambasciatore americano a Costantinopoli Henry Morgenthau, il volume fotografico Armin T. Wegner e gli armeni in Anatolia, La Santa Sede e lo sterminio degli Armeni nell’Impero Ottomano. Dai documenti dell’Archivio Segreto Vaticano e dell’Archivio Storico della Segreteria di Stato di Karakhanian e Viganò L’inquietudine della colomba. Essere armeni in Turchia di Hrant Dink, per citarne solo alcuni.

Tra le pubblicazioni più recenti, vi sono l’importante testimonianza di Hasan Cemal, nipote di Cemal Pasha, uno degli esecutori materiali del genocidio (1915: Genocidio armeno) e il saggio I peccati dei padri della studiosa Siobhan Nash-Marshall, opera coraggiosa e stimolante pubblicata in Italia solo pochi mesi fa e che ha animato un vivace dibattito sulle pagine culturali dei principali giornali del nostro Paese.

Impossibile non citare poi i lavori di Taner Akcam, lo studioso che forse più di ogni altro ha avuto il merito di attirare l’attenzione pubblica, anche italiana, su questi temi così spesso trascurati. Di Taner Akcam uscirà nei prossimi mesi per le nostre edizioni l’ultimo libro, Killing Orders, con la traduzione di Vittorio Robiati Bendaud e la prefazione di Antonia Arslan, a coronamento dell’opera di diffusione e mediazione culturale avviata oltre venticinque anni fa.

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Armenia e Italia, profonda amicizia e prospettive di sviluppo nei rapporti commerciali (Thedailycases.com 20.04.19)

Il prossimo 24 aprile si commemora quello che viene ricordato come il “Grande crimine” ovvero il genocidio di oltre un milione e mezzo di armeni da parte dell’Impero ottomano ovvero dall’esercito turco e dal suo alleato tedesco avvenuto nel biennio 1915-1916.

di Vincenzo Elifani

Il prossimo 24 aprile si commemora quello che viene ricordato come il “Grande crimine” ovvero il genocidio di oltre un milione e mezzo di armeni da parte dell’Impero ottomano ovvero dall’esercito turco e dal suo alleato tedesco avvenuto nel biennio 1915-1916. La Turchia non ha mai voluto riconoscere questo crimine, ed è questo uno dei principali motivi la tengono lontana dall’adesione all’Unione Europea, ma anche con la Santa Sede i rapporti tra i due Stati sono un pò tesi da quando Papa Francesco nel 2015, riferendosi alle persecuzione nei confronti dei cristiani, ha parlato apertamente del genocidio armeno come il primo genocidio del XX secolo, tanto da provocare l’immediata protesta del governo turco.

Recentemente la Camera dei Deputati italiana ha approvato una mozione che impegna il governo a “riconoscere ufficialmente il genocidio armeno e a darne risonanza internazionale”. Anche in questo caso immediata è stata la risposta del governo turco che ha convocato l’ambasciatore italiano ad Ankara per esprimergli il proprio disappunto e ribadire la posizione turca che sostiene che i massacri siano avvenuti nell’ambito di un conflitto e non pianificati su base etnica o religiosa.

Di certo il dramma vissuto dalla popolazione armena è stato enorme e talmente devastante che ancora oggi, a distanza di oltre cento anni, la ferita è ancora aperta e viva nella memoria collettiva del Paese e delle vaste comunità che vivono all’estero e che continuano a restare molto legate alla loro madrepatria.

Tuttavia, nonostante l’importanza e la sacralità dell’argomento, limitare i discorsi sull’Armenia al genocidio è ormai forse riduttivo nel giudizio su un Paese che, tra mille difficoltà, sta uscendo dalla marginalizzazione del recente passato per proporsi come una realtà potenzialmente molto dinamica, in particolare modo per gli interessi italiani.

L’Armenia, che fino al 1990 faceva parte dell’Unione sovietica, è una piccola nazione del Caucaso, che fa quasi da cerniera tra l’Europa e l’Asia. Le ultime rilevazioni demografiche parlano di una popolazione di poco inferiore ai tre milioni di abitanti.

Quindi, in termini assoluti, una realtà abbastanza “piccola”, ma le dimensioni del Paese non devono ingannare perché l’Armenia, da qualche tempo ha compreso di doversi adeguare agli altri Paese dell’area che, in alcuni casi per effetto delle proprie potenzialità energetiche, marciano a tassi di crescita sostenuti.

L’Armenia, cercando di superare le difficoltà ereditate dai vecchi modelli economici figli del centralismo di Mosca, ha avviato una profonda riscrittura dei propri canoni economici.

Come evidenziano gli incoraggianti dati relativi all’interscambio con l’Italia, che segnala un progresso forse non impetuoso, ma certamente costante, cosa che rassicura gli investitori che intravedono nell’Armenia un partner affidabilissimo nella regione.

Uscendo fuori dai concetti per andare alla solidità dei numeri, la situazione economica armena segnala un rafforzamento di tutti gli indicatori a cominciare dal Prodotto Interno Lordo che, a prezzi costanti, ha fatto registrare un tasso di crescita positivo e con buone prospettive, passando dal +0,2 del 2016 al +5,3 del 2018, con una previsione per l’anno in corso di un +5,5, mentre per il 2020 le stime sono prudenti, prevedendo un aumento del 4,3, che è comunque un traguardo eccellente.

Parallelamente alla crescita del Pil, in Armenia il tasso di disoccupazione, a conferma della bontà delle politiche economiche del lavoro che sono state cambiate, è in costante decrescita.

Nel 2015 era del 18,5 per cento; lo scorso anno del 17,4; la previsione per il 2019 è del 17 per cento. E per il 2020 si prevede un’ulteriore diminuzione del dato, che dovrebbe attestarsi sul 16,8 per cento.

Il quadro generale, come si vede bene, è quindi in costante e progressivo miglioramento, con buone prospettive legate soprattutto all’intensificarsi dei rapporti commerciali con i più important partners europei, come l’Italia.

L’interscambio tra Italia ed Armenia è cresciuto sensibilmente nel corso degli anni, di fatto raddoppiando dal 2000, quando ammontava a quasi 99 milioni di euro.

L’ultima rilevazione è quella del 2018, dove l’interscambio tra i due paesi ha raggiunto i 182,4 milioni di euro, riprendendo a correre dopo la lieve flessione del 2016 (124,6 milioni), comunque “corretta” l’anno successivo (150,5 milioni di euro).

Nel 2018 l’Armenia ha importato prodotti italiani per un totale di 139,8 milioni di euro, esportandone per 42,6, con un saldo negativo di 97,2 milioni di euro.

Quindi, ad oggi, quali sono le prospettive dei rapporti commerciali tra i due Paesi? Direi incoraggianti, a volere essere prudenti.

E non solo per quello che l’Armenia offre come partner, quanto perché essa può garantire quella solidità politica che è necessaria per proporsi come terminale delle merci italiane nella regione. Un impegno di prospettiva che gli imprenditori italiani devono sapere cogliere, con coraggio.

Vincenzo Elifani, imprenditore, analista geopolitico e componente della Giunta nazionale di Confapi.

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Sul riconoscimento del Genocidio Armeno (Gariwo 17.04.19)

l 10 aprile 2019 la Camera dei deputati ha approvato, con 382 voti a favore e 43 astenuti (nessun voto contrario), la “mozione unitaria che impegna il governo a riconoscere ufficialmente il genocidio e a darne risonanza internazionale”.

Prima di “riconoscere” bisogna “conoscere”. È a partire dalla conoscenza dell’identità di un popolo, del peso che ha avuto nella storia, dei valori di cui è portatore, che è possibile fare proprio l’impegno di combattere il negazionismo, definibile come “tutto ciò che è contro la verità storica”. Nel caso armeno, le basi della storiografia ufficiale negazionista della Repubblica turca furono poste da Mustafa Kemal, detto Atatürk, il padre della patria. Il fondatore della Repubblica turca in un primo tempo aveva condannato l’operato del Partito dei Giovani turchi, definendoli assassini e ladri, ma poi, quando gli ufficiali, i governatori, i militari, i gendarmi e l’intera burocrazia genocidaria sono confluiti nel partito repubblicano da lui organizzato per costruire la Turchia del futuro, cambiò atteggiamento. Quattro dei maggiori carnefici erano divenuti suoi ministri e Mustafa Kemal portò a compimento la pulizia etnica degli armeni su tutto il territorio: dei 3 decreti legge emanati dal precedente governo unionista (riforme, deportazione e confisca dei beni degli armeni), ha mantenuto in vita la legge della confisca dei beni abbandonati. Sui passaporti dei pochi armeni sopravvissuti, poi “espulsi”, era scrittopas possible le retour (non è possibile ritornare).

In un celebre discorso politico del 1927, Mustafa Kemal sottolineava la capacità del Paese di rinascere e di uscire rafforzato dalla guerra avendo saputo resistere agli attacchi di “minoranze immorali”, nello specifico della minoranza armena insediata da tremila anni sul territorio e che veniva così separata ed espulsa dalla storia dell’Impero ottomano. Come potevano i turchi dopo la fine della Prima guerra mondiale disconoscere gli “eroi” che avevano dato vita alla repubblica monoetnica, sterminando gli armeni e appropriandosi di tutti i loro beni? Se ci interroghiamo sulle cause che impedirono agli armeni di ricevere giustizia e di dare sepoltura ai loro morti, può servire operare un confronto con la Germania dopo la Seconda guerra mondiale. L’esercito tedesco fu sciolto, i nazisti messi fuori legge, le nazioni vittoriose ottennero giustizia. Se oggi ci fossero al potere in Germania i nazisti chi potrebbe affermare che c’è stata la Shoah, il genocidio degli ebrei?

Dopo la fine della Prima guerra mondiale, gli occidentali non hanno voluto disarmare l’esercito turco che è diventato la spina dorsale della nazione e in tutta la Turchia sono state innalzate statue ai carnefici, gli “eroi”: continuità, contro discontinuità. Se la Turchia avesse riconosciuto la messa in atto dello sterminio intenzionale e sistematico degli armeni da parte del governo dei Giovani turchi, ovvero il “genocidio”, avrebbe potuto essere tra le nazioni della Comunità Europea. Con quel riconoscimento sarebbe entrata nel novero degli Stati democratici. La cancellazione dalla storia e dalla memoria dei turchi di intere epoche ed eventi dura sino ad oggi. Ma trattandosi del “crimine dei crimini” di cui il popolo armeno è stato vittima agli inizi del Novecento, vale a dire del crimine di “genocidio” – condannato nel 1946 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite e definito come “rifiuto al diritto dell’esistenza di un intero gruppo umano che sconvolge la coscienza dell’umanità” -, si ricava facilmente l’entità dell’impegno richiesto a chi voglia oggi intraprendere un cammino che coinvolge il diritto internazionale e la politica nella sua accezione più alta. Fare memoria e condannare il crimine di chi ha legiferato contro i propri cittadini è un messaggio universale, valido per tutta l’umanità, ieri e oggi.

L’approvazione della mozione sul riconoscimento del genocidio armeno votata dalla Camera dei deputati del Parlamento Italiano, è importante poiché apre un’altra “porta” alla possibilità di ripensamento e di presa di coscienza della gente turca o turchizzata. Ed è proprio dalla società civile turca che ci si può aspettare la spinta al cambiamento: far pensare, conoscere, in un futuro “riconoscere”, per prevenire e dare alle nuove generazioni la possibilità di affrontare la Storia in modo aperto e critico, e forse di vedere nuove statue dedicate ai disobbedienti, i Giusti che hanno saputo dire di no.

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La Valle degli Armeni tra storia e fascino (ntacalabria.it 17.04.19)

La denominazione “Valle degli Armeni” comincia ad entrare tra gli itinerari turistici della Calabria Sud–Orientale a partire dal 2014, quando grazie all’intuizione di Carmine Verduci (Presidente della Pro-Loco di Brancaleone) a seguito dell’avvio del progetto di promozione territoriale conosciuto come “Kalabria Experience”, promosse una visita a Bruzzano Vetere (Rocca Armenia); un’ escursione che rimarrà negli annali della storia locale per aver avuto un ampio risalto mediatico, soprattutto per la provenienza di numerosi visitatori da ogni parte della Regione.

VALLE DEGLI ARMENI

La denominazione di  Valle degli Armeni si è coniato sulla base delle conoscenze acquisite dal celebre ormai Prof. Sebastiano Stranges (Ricercatore e Archeologo oggi Socio onorario della Pro-Loco di Brancaleone) che istruisce nel tempo Carmine Verduci; svelandogli numerose ricerche condotte dallo stesso durante anni ed anni di esperienza e ricerca sul territorio. Una definizione che non stenta a prendere presto piede nel linguaggio collettivo e del sistema turistico locale; con eventi e convegni che riprendono spesso questo argomento che ormai identifica questa zona di Calabria fino ad ora sconosciuta. O meglio dire, identificata confusamente con vari e molteplici significati etimologici.

L’AREA DELLA VALLE DEGLI ARMENI

Ad oggi sappiamo che questa grande intuizione ha avuto i frutti sperati. Sono stati molti in questi anni ad usare questa definizione, sia per indicare quest’area geografica e sia per identificare un itinerario turistico-culturale che comprende la zona di: BrancaleoneBruzzano ZeffirioStaiti e Ferruzzano Superiore; con i suoi borghi, castelli e grotte ricchi di storia, cultura e gastronomia tipica tra i più singolari e ricercati dell’intero territorio Calabrese.

LE TESTIMONIANZE A BRANCALEONE E STAITI

A Brancaleone troviamo ormai la famosa chiesa-grotta conosciuta come: “Albero della vita” che presenta una caratteristica strutturale di ipogeo circolare con pilastro centrale e graffiti sulla parete orientale che denotano una croce astile e un pavone prostrato verso il sacro simbolo risalente al IX sec. d.C.; oltre a vari toponimi ancora in uso, come Loc. San Gregorio (riferito a San Gregorio l’Armeno).

Staiti, toponimi di luoghi, cognomi e opere Bizantine come l’Abbazia di Santa Maria di Tridetti (Monumento Bizantino dell’ XI sec.). Ma anche vari cognomi e toponimi derivanti dalla lingua armena, come ad esempio loc. San Biagio (una grangia monastica dedicata al Santo di origini e provenienza Armena).

LE TESTIMONIANZE A FERRUZZANO E BRUZZANO ZEFFIRIO

Ferruzzano troviamo i Palmenti rupestri scoperti dal Prof. Orlando Sculli; poi grotte e Santi. Nel territorio di Ferruzzano ad esempio troviamo “S. Maria degli Armeni”, posta a circa 400 mt. di quota – in una zona che sovrasta la valle si presenta come un tempietto di foggia siriaco-armena a forma pagodeggiante; simile ad altri templi che si trovano nella penisola anatolica.

Bruzzano Zeffirio, la “Rocca Armenia” (l’antica Bruzzano), fondata dalle prime popolazioni Armene. Numerose grotte e testimonianze religiose ancora presenti dimostrano che questo sito rupestre ancora oggi conserva tutte le caratteristiche necessarie ad asserire con fermezza le origini Armene di questo luogo. Prova ne sia il toponimo ancora usato per identificare il vecchio paese ed il suo castello costruito ed arroccato proprio sulla rocca (in epoche successive).

MA CHI ERANO GLI ARMENI E DA DOVE VENIVANO?

Secondo quanto rileva il Prof. Sebastiano Stranges oltre ad aver descritto ed illustrato ampiamente le ricerche condotte su questo territorio, gli Armeni arrivarono in Calabria a partire già dal V° sec. dopo Cristo. Furono commercianti, stratioti (soldati o nobili condottieri). Nel IX secolo con l’avanzata araba su Reggio Calabria. All’inizio del 900 Reggio fu conquistata dagli Arabi capeggiati da Abû el’-Abbâs, che massacrarono gli abitanti e uccisero il vescovo.

ARMENI ED EBREI

Nella vallata di Bruzzano si stanziarono gli Armeni ed Ebrei. Dei primi abbiamo le testimonianze nella toponomastica come “Rocca degli Armeni” (a Bruzzano) e nei manufatti religiosi: come le chiese grotte di Brancaleone Vetus. Bruzzano nel 925, fu distrutto dagli arabi, guidati da Abu Ahmad Gafar Ibn Ubayd. Secondo la tradizione orale del territorio, dopo la distruzione di Bruzzano, gli abitanti superstiti si divisero ed alcuni si stanziarono sulla collina dove sorse poi il villaggio di Ferruzzano, altri invece si stanziarono sulla Rocca Armenia.

IL TOPONIMO “ROCCA DELL’ARMENIO” A QUALE INSEDIAMENTO SI RIFERISCE?

Probabilmente a quello distrutto dagli arabi nell’862 quando il Wali di Sicilia, Ab-Allah Ibn Al-Abbas, occupò molte rocche bizantine in Sicilia e scatenò la sua furia guerriera in Calabria, distruggendo Qalat- Al Armanin (la Rocca degli Armeni); secondo quanto riferisce Al-Aktir, e che Michele Amari non sa dove collocare nella sua “Storia dei musulmani di Sicilia”. In seguito la comunità distrutta si ricompose, ma nel 925, come abbiamo accennato venne di nuovo massacrata. Proprio in questo periodo le dinastie berbere degli emiri di Sicilia, per via della scarsità della popolazione in Africa del Nord, andavano alla ricerca di mercenari nelle terre slave dell’Adriatico settentrionale tra gli schiavoni della Croazia o nella Dalmazia. Infatti nel 918 molti mercenari schiavoni al soldo degli arabi, sotto la guida di Masud devastarono Reggio e presero la Rocca di Sant’Agata forse nei pressi di Reggio stessa.

AREA DI ACQUARTIERAMENTO

In quel periodo la vallata di Bruzzano divenne area di acquartieramento delle truppe arabe e una comunità slava di croati, vi si stabilì, come ricorda il toponimo vicino, alla Rocca degli Armeni, “Schiavuni” o “Rocca Schiavuni”. Verso la fine del IX secolo e nel X, con il riaffermarsi della potenza bizantina in Italia, vediamo di nuovo con frequenza, sulla scena della vita politica della Penisola, battaglioni e capi armeni. Già nei primi decenni del IX secolo, si trova in Italia Arsace (Arshak), ambasciatore di Niceforo I alla corte di Carlo Magno il quale arrivò a Venezia per giudicare il doge Obelerio.

SOTTO BASILIO I

Gli armeni combattevano in Italia, ai tempi di Basilio I, sotto il comando di Niceforo Foca il Vecchio, nonno dell’imperatore dallo stesso nome. Anzi, Niceforo il Vecchio impiantò una moltitudine di Armeni in Calabria, forse Pauliciani, come numerosi erano gli Armeni in Italia anche sotto il comando del patrizio Cosma nel 934.
L’antica Bruzzano Zeffirio è sorta con il nome di Bursana che come riferisce l’esperta in lingue antiche Armene Lilit Chilingaryan deriverebbe dalla parola BUR (buyr) in armeno “profumo” SA e NA che sono dei pronomi (questo-quello). Tradotto in lingua armena diventa “un luogo pieno di profumi”.

ALCUNI VOCABOLI

Tra le tante curiosità troviamo anche i vocaboli di oggetti come: “TARRU O TARRA” del latte (solo per Casignana). Il tarru è un contenitore. Esiste come soprannome ancora a San Luca, Bruzzano, Africo, un vocabolo che a parere dello stesso S. Stranges suo padre tenne a mente per molti anni disturbando molti studiosi, tra cui il grande G. Rohlfs autore del “Dizionario dialettale della Calabria” ed oggi è stato finalmente svelato grazie al contributo di Lilit Chilingaryan, stiamo parlando del termine “BALANGHOCCU” . La parola deriva da “balaban” (բալաբան) che significa tamburo + ghoghu che può essere la voce del verbo կոխել k (gh)ok (gh)u; “ghoghel” significa “calpestare” e balaco (gh) la U diventa bala (tamburo) co (gh)u (calpestare), ed è riferito ad “una moltitudine di zoccoli in corsa”.

IL VOCABOLO “BAGIANARU” O “BAGIANU”

Oppure il vocabolo “BAGIANARU” o “BAGIANU”, dall’etimo “BAGIANA” che significa “ORO PURO” + ARU=UOMO e BAGIANA (gl) U con in mezzo una R (moscia) pronunciata ancora esattamente a San Luca, che sta per “oro puro-lucente-splendente”. Si definisce ad esempio un uomo bagianaru o una donna bagianara, come eccellenti, brillanti oppure si usa per definire gli animali piu belli, ad esempio: vitello bagianu o capra bagiana.

LA VALLE DEGLI ARMENI: UNA CONCENTRAZIONE DI ANTICHE VESTIGIA

Dunque la valle degli Armeni è una concentrazione di antiche vestigia e toponimi di origine armena che rappresenta il nucleo primordiale di una civiltà perduta. E che ha fortemente caratterizzato la storia di questo territorio dai connotati culturali e geo-morfologici molto simili alle terre d’Armenia, che sarà vista da questi popoli arrivati da tanto lontano come una nuova patria.

Come si svilupperà poi la ricerca dell’identità “del nostro popolo” del nostro tempo, che ancora è fortemente radicato in usi e costumi che richiamano palesemente le antiche culture Armene, lo si saprà tra qualche decennio. Di certo questo itinerario rappresenta un universo da scoprire, conoscere ed ammirare; oltre il quale esistono altre belle realtà che debbono essere valorizzate al meglio, per essere conservate e mai più dimenticate.

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Commemorazione del genocidio armeno a bari (Baritoday 17.04.119)

L’ Associazione Armeni Apulia, comunica ai propri associati e sostenitori che il giorno 24 aprile 2019 alle ore 12,00 presso il Khachkar di Bari, stele armena, posta sul piazzale Cristoforo Colombo (nelle vicinanze dell’autorità portuale) a Bari, si terrà la Commemorazione annuale del Genocidio del Popolo Armeno.
Durante la cerimonia saranno ascoltate alcune testimonianze dei discendenti dei profughi armeni giunti a Bari negli anni Venti, recitate poesie e preghiere

Tutti i partecipanti sono invitati a portare una rosa da deporre ai piedi della stele.“

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Le squadre di sminamento armene hanno bonificato oltre 10.000 km2 di territorio in Siria (lantidiplomatico 16.04.19)

Le squadre di sminamento armene, nel nord della Siria, hanno bonificati più di 10.000 chilometri quadrati di territorio da quando hanno iniziato le loro operazioni all’inizio di quest’anno.
Il portavoce armeno del Centro per la sminamento e l’aiuto umanitario Nazeli Elbakyan ha dichiarato, ieri,  all’ARMENPRESS che stanno mantenendo contatti quotidiani con il comandante del gruppo, Ara Martirosyan.
“Secondo lui, si trovano sia mine anticarro che antiuomo, anche gli IED(ordigni artigianali) non sono pochi. I lavori di bonifica delle mine antiuomo sono eseguiti in conformità con gli standard internazionali”, ha precisato Elbakyan.
L’Armenia non ha solo aiutato a bonificare le mine nel Governatorato di Aleppo, ma i loro medici e gli operatori umanitari hanno fornito molti servizi necessari a migliaia di siriani.

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Armenia: Centemero (Lega) a “Nova”, su genocidio riconosciuta verità storica, tendiamo mano a Turchia laica (Agenzianova 16.04.19)

Roma, 16 apr 17:46 – (Agenzia Nova) – Le celebrazioni per i 104 anni del genocidio armeno, il prossimo 24 aprile, quest’anno hanno un “sapore diverso” dopo il via libera da parte di Montecitorio alla mozione unitaria che riconosce ufficialmente tale genocidio da parte dell’Impero ottomano. Lo ha sottolineato il deputato e tesoriere della Lega, Giulio Centemero, a margine dell’incontro alla Camera per i 104 anni dal genocidio armeno, alla presenza di Victoria Bagdassarian, ambasciatore delle Repubblica di Armenia in Italia. “Finalmente ci siamo tolti un peso dalla coscienza con il riconoscimento di una verità storica. Negata per anni per 30 denari. Non era mai stato fatto, infatti, da parte delle istituzioni italiane. Non solo – ha aggiunto Centemero -, ma abbiamo impegnato il governo a darne risonanza sul piano internazionale”. (segue) (Rin)

Alishan, grande poeta armeno sempre vissuto a San Lazzaro (Ilgazzettino.it 15.04.19)

È tutt’ora considerato il maggior poeta armeno del periodo romantico, eppure in Armenia non trascorse un solo giorno della sua vita. Fu uno storico e un conoscitore profondo della sua patria, per la quale disegnò anche la prima bandiera, senza avervi mai messo piede. Questo perchè, nato a Costantinopoli nel 1820, Ghevont Alishan morì a Venezia 81 anni più tardi dopo aver trascorso la sua intera esistenza sull’isola di San Lazzaro degli Armeni, essendo divenuto monaco della congregazione Mechitarista nel 1838.

Il suo lavoro di ricerca e scrittura di diverse opere sulla geografia, la storia, la religione antica e il cristianesimo dell’Armenia contribuì in maniera determinante alla rinascita culturale del suo paese, in osservanza coi dettami del padre fondatore dell’ordine, Mechitar, che riteneva indispensabile recuperare profondamente ogni possibile conoscenza di riscoperta delle radici, attorno al senso di appartenenza del suo popolo.

Poeta e teologo, letterato e poligrafo, Alishan è probabilmente l’esponente più noto della congregazione mechitarista nei suoi tre secoli di storia: insegnò a lungo nei collegi veneziani della congregazione e diresse per un biennio (tra il 1859 e il 1861) quello di Parigi. Tra le opere di carattere storico, archeologico e geografico per le quali è conosciuto si distingue la cospicua “Sisouan, ou l’Arméno-Cilicie”, del 1885.

Grazie ai suoi studi conosceva con una tale precisione ogni palmo delle terre dell’Anatolia (soprattutto quelle armene storiche e la Cilicia) che su tale sapere circola un aneddoto del secolo scorso: si era sul finire dell’Ottocento, e padre Alishan era oggetto di una grande venerazione; John Ruskin, l’inglese celebre autore de “Le pietre di Venezia” che l’aveva frequentato per molti anni, spiegò di averlo sempre considerato “una specie di santo”.

Ebbene, in quei giorni arrivò in visita un giovanotto dal Caucaso e secondo l’abitudine si prostrò a terra per baciargli i piedi, tanto era il rispetto che ne avevano i suoi contemporanei mentre ancora viveva! Alishan lo sollevò, e quando ne capì la provenienza, gli disse: “Dalle vostre parti, lungo il fiume Orotan, deve esserci un ponte romano. Puoi dirmi in che stato si trova?”. Il giovane rispose: “Padre, io conosco come la mia mano le nostre terre, ma – che Dio mi sia testimone – non c’è nessun ponte romano da quelle parti”. “No – disse Alishan – deve esserci! Tu ancora non conosci bene la tua terra. Quando tornerai, vai a verificare: vedrai che c’è. Appena lo troverai, mi farai sapere”. Il giovane tornò, prese un bel numero di compagni coraggiosi e si inoltrò nella stretta valle che porta verso le sorgenti del fiume. Alla fine, dopo un lungo andare, perso tra i cespugli apparve il ponte romano. Questo raccontava quel giovane, ormai divenuto anziano, negli anni Sessanta del Novecento a un padre mechitarista che era in visita nella Repubblica Armena, facente allora parte dell’Unione Sovietica.

Una fama di studioso che gli meritò anche diversi riconoscimenti: insignito della Legione d’Onore dall’Accademia di Francia nel 1866, Ghevont Alishan fu anche membro onorario della Società italiana di Studi Asiatici, delle Società Archeologiche di Mosca e San Pietroburgo, dell’Accademia di Venezia. Nel suo percorso di sostenitore della rinascita culturale armena si dedicò anche alla poesia, divenendo il massimo esponente del romanticismo: “Vergini degli Armeni, nuovo giglio / vedete nel campo di Sciavarscian. / Splendida immagine di vergini, / degli Armeni ghirlande di gloria”, recita un brevissimo brano di uno dei suoi componimenti.

Nel 1885 creò la prima bandiera dell’Armenia moderna: un tricolore orizzontale rosso, verde e bianco (oggi è rosso, blu e arancione, dopo la separazione dell’Armenia dall’Unione Sovietica avvenuta nel 1991). Qualche anno più tardi Alishan creò una seconda bandiera, rossa verde e blu a bande verticali (immaginando i colori che Noè dovette vedere una volta uscito dall’Arca, sul monte Ararat), che è conosciuta come lo stendardo della Diaspora armena. A San Lazzaro degli Armeni i padri Mechitaristi conservano ancora la sua stanza con tutti i libri, i cimeli e i gli oggetti personali.

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Meteore rossoverdi – Hovhannisyan, dall’Armenia e ritorno (calciofere.it 15.04.19)

Parte oggi un nuovo spazio della memoria, dedicato a quei giocatori passati fugacemente alla Ternana. Chi sono, cosa hanno fatto e che ne è stato di loro dopo Terni. Tocca al centrocampista caucasico

Inauguriamo oggi uno spazio dedicato alle ‘Meteore’ rossoverdi, ovvero quei giocatori passati così rapidamente dalla Ternana che quasi non ce se ne ricorda l’esistenza. Schizzi di calcio in rossoverde, cancellati dal tempo e dagli eventi, ma che ogni tanto riaffiorano in superficie. Primo ospite di questo spazio Ara Hovhannisyan.

L’ITALIA. Classe 1986, resciuto nel Banants Erevan, uno dei maggiori club armeni, in Italia, Hovhannisyan ci arriva tramite un procuratore di Todi, che lo piazza prima alle giovanili del Livorno e poi, dopo qualche mese trascorso in una realtà dilettantistica umbra, alla Ternana. In rossoverde, l’allora diciannovenne centrocampista, gioca la stagione 2006-07: la Ternana è in serie C1. Hovhanesyan non ha vita facile, in una squadra impelagata nelle secche della zona playout. Nè Maurizio Raggi, nè Massimo D’Urso, che siedono inizialmente sulla panchina rossoverde, gli danno spazio.

ROSSOVERDE Passano le giornate ed il suo turno non arriva mai. Deve attendere la penultima giornata, nello scontro diretto contro il Martina di Fabio Brini, giocato in terra pugliese: Hovhannisyan viene mandato in campo da Raimondo Marino, nel frattempo salito al timone rossoverde al 42′ del secondo tempo, rimpiazzando Domenico Ciarcià. Resterà la sua unica presenza a Terni.

L’anno dopo approda al Gubbio in C2, seguendo Marino, che però dopo tre giornate viene esonerato e sostituito da Marco Alessandrini: coi Lupi Hovhanessyan gioca in tutto 7 spezzoni fino a gennaio 2008, quando passa all’Andria Bat, dove con altre 3 presenze chiude l’esperienza italiana. Ad oggi è il solo calciatore armeno ad aver giocato nei nostri campionati professionistici.

TERNANA MEMAS. Hovhannisyan è stato suo malgrado protagonista fra  l’anno scorso e quest’anno di due contest umoristici – ma non troppo – creati dalla pagina Ternana Memas: la Bidone Cup e la Chi l’ha visto Cup, dedicata quest’ultima proprio ai giocatori che a Terni hanno avuto fugaci e trasparenti apparizioni. Per lui, dopo aver vinto controGabriel Enzo Ferrari,  sconfitta a suon di like contro il giovane Monteleone.  Nella prima invece, dopo aver vinto il ‘girone’ con Fasciocco, Cento e Imburgia, uscì nel turno ad eliminazione diretta, battuto da Pierluigi Borghetti.

DOPO L’ITALIA. Finita l’esperienza nel nostro Paese e trasformatosi – già ai tempi del Gubbio – in difensore,  Hovhannisyan  tornerà in patria, dove giocherà prima con l’Ulisses di Erevan, poi con l’Ararat Erevan, per un breve passaggio al King Deluxe di Abovyan (club che non riuscì nemmeno a concludere la stagione, stroncato dai debiti dopo appena 10 giornate),  ed infine con l’Alashkert, club del quale diverrà capitano e col quale chiuderà la carriera nel 2014 dopo aver vinto anche tre scudetti. Nel 2013, fra l’altro, accoglierà all’Alashkert un ex compagno delle giovanili del Livorno, Alessandro Marchetti.

PS: Se googlate, digitando ‘Ara Hovhannisyan’ vi esce fuori un cantante armeno. No, non è lui che ha cambiato mestiere ed effettuato un trapianto di capelli. E’ solo un omonimo

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