Armenia-Cipro: presidente parlamento Syllouris visita memoriale di Tsitsernakaberd (Agenzianova 22.05.18)

Erevan, 22 mag 10:20 – (Agenzia Nova) – Con il termine “genocidio armeno”, le autorità di Erevan indicano le deportazioni e uccisioni di armeni perpetrate dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, che causarono circa 1,5 milioni di morti. Gli armeni commemorano il genocidio il 24 aprile di ogni anno. Sinora, 29 paesi hanno riconosciuto a livello internazionale le atrocità subite dalla popolazione armena in quel periodo storico come un genocidio. Cipro è tra i primi Stati che hanno riconosciuto e condannato il genocidio armeno e a inoltre adottato una legge che condanna la negazione del genocidio armeno il 2 aprile 2015. (Res)

In Armenia alla scoperta dei luoghi di Noè insieme ai Frati Minori di Pisa (Sanfrancescopatronoditalia.it 21.05.18)

Con i frati minori alla scoperta di una terra ricca di fascino: l’Armenia. A Pisa i francescani di Santa Croce in Fossabanda promuovono una serie di mini-vacanza (low cost) con partenze dal 13 al 25 agosto per conoscere meglio il Paese caucasico, le sue origini e la sua storia.

SULL’ARARAT

«Proponiamo un itinerario di viaggio indimenticabile – scrivono i frati – alla scoperta del popolo vissuto ai piedi dell’Ararat, il monte dove secondo la tradizione biblica si fermò l’arca di Noè dopo il diluvio».

Ci sarà la possibilità di visitare regioni dalle forti e antiche tradizioni e di conoscere il culto armeno ortodosso – proseguono i frati – in quello che fu il primo Stato ad adottare il cristianesimo come religione ufficiale, nel 301 d.C.

Leggi anche: A Pisa si balla con i frati e le suore

MONASTERI E METROPOLI

«Esploreremo i principali monasteri del paese, il sito megalitico di Stonehunge, e Yerevan, la metropoli moderna che conserva ancora tracce del suo antico passato».

Oggi la popolazione cattolica corrisponde a circa 280 000 persone su un totale di 2,9 milioni di abitanti dell’Armenia.

Leggi anche: 10mila poveri ospiti della mensa dei frati francescani di Pisa

LE PARTENZE

Partenze il 13, 22 e ultimo “round” il 25 agosto, con la “regia” di fra Matteo Brena ofm, Francescano e Commissario di Terra Santa della Toscana.

Per ulteriori informazioni sui viaggi francescani in Armenia si può contattare il seguente link.

DAL COSTATO DI CRISTO ALLA VISIONE

Tra le tappe previste, ci sono una sosta all’arco di granito di Eghisé Ciarents, che si affaccia su un’ampia vallata dominata dall’Ararat; il monastero di Ghegard, il cui nome significa “tempio della lancia”: secondo la tradizione conservava un frammento della lancia che colpì il crostato di Gesù crocifisso.

Ad Etchmiadzin si visita la chiesa di Santa Hripsimè del VII sec., che celebra la prima martire armena; e la cattedrale patriarcale, costruita secondo la tradizione da San Gregorio l’Illuminatore, l’evangelizzatore dell’Armenia a seguito di una visione: il nome “Etchmiadzin” significa “il luogo dove è disceso l’Unigenito”. Nello stesso complesso risiede il Catholicos, ossia il capo della Chiesa apostolica armena.

Vai al sito

HOTEL GAGARIN – In Armenia per amore del Cinema (cinemaitaliano.info 21.05.18)

Nicola (Giuseppe Battiston) è un professore di storia appassionato di cinema russo. Un giorno dopo le lezioni riceve una telefonata: la sceneggiatura che inviò per un bando ministeriale ha vinto. L’indomani Nicola deve partire per l’Armenia per iniziare la preparazione del suo primo film.

Sergio (Luca Argentero) è un fotografo sgangherato che deve trovare un modo per ripagare i suoi debiti ai suoi spacciatori. Un giorno trova un annuncio di lavoro per un film da girare in Armenia. Si reca al colloquio e viene preso.

Elio (Claudio Amendola) è un elettricista che fa lavori modesti qua e là. Una sera si trova ad aggiustare il sistema elettrico di un locale. Incontra un uomo e una donna che gli propongono di fare il tecnico luci per un film da girare in Armenia. Lui accetta.

Patrizia (Silvia d’Amico) è una prostituta. Un giorno si ferma a mangiare un panino da un furgone ambulante e incontra Franco Paradiso (Tommaso Ragno), un uomo che le propone di diventare la protagonista di un film in Armenia. Lei accetta.

I quattro, capitanati da Valeria (Barbora Bobulova), l’organizzatrice, partono per l’Armenia. Nessuno è un professionista ma nessuno lo sa. Valeria ha teso una trappola a tutti. L’idea è quella di fare credere alla troupe sgangherata di realizzare un film quando invece lei e Franco Paradiso, con il quale Valeria aveva già lavorato in passato, hanno in mente di intascarsi il finanziamento vinto da Nicola.
Una volta arrivati in Armenia però scoppia una guerra e i cinque italiani sono costretti a rimanere dentro l’Hotel Gagarin per ordini militari. La reclusione sarò un’inaspettata occasione di felicità che non potranno mai dimenticare.

Il film di Simone Spada è una commedia riuscita. A volte La scelta del cast è molto buona così come lo è la scelta di averlo ambientato in Armenia. Le comparse sono state selezionate e dirette in maniera cosciente, regalando allo spettatore alcune delle scene miglior del film come, ad esempio, il finale.

Ciò che arriva di “Hotel Gagarin” è l’onestà artistica con cui è stato girato; umile, senza pretese ma dritto al cuore. Si intuisce dalla storia che Simone Spada ama il cinema, e se, vogliamo, un po’ come Nuovo Cinema Paradiso, il regista ha voluto proprio scrivere una lettera d’amore alla settima arte.

Vai al sito

La Via dei Borghi in viaggio lungo la Valle degli Armeni (Calabriapost.net 20.05.18)

Terza tappa per il progetto La Via dei Borghi che questa domenica ha riscosso un altro successo di presenze lungo la Valle degli Armeni. Una giornata che si è conclusa con la visita all’antico borgo di Brancaleone Vetus grazie alla sinergia tra Il Giardino di Morgana e Kalabria Experience, oggi con una guida d’eccezione: Sebastiano Stranges

Pietrakappa, Sebastiano Stranges dedica incontro agli armeni (cn24tv.it 19.05.18)

Sebastiano Stranges parlerà, con l’ausilio di immagini suggestive, degli armeni che sono arrivati in Calabria a partire già dal V sec. d.C., che sono stati commercianti, stratioti, soldati o nobili condottieri. Nel nono secolo con l’avanzata araba su Reggio Calabria; all’inizio del 901 Reggio fu conquistata dagli Arabi, capeggiati da Abû el’-Abbâs, che massacrarono gli abitanti e uccisero il vescovo.

Nella vallata di Bruzzano, si stanziarono così gli armeni e gli ebrei: dei primi abbiamo le testimonianze nella toponomastica, Rocca degli Armeni a Bruzzano, e nei manufatti religiosi come le chiese grotte, di Brancaleone Superiore e a Bruzzano Vecchia. Verso la fine del IX secolo e nel X, con il riaffermarsi della potenza bizantina in Italia, vediamo di nuovo con frequenza, sulla scena della vita politica della Penisola, battaglioni e capi armeni.

Oltre alla ricca archeologia lasciata dagli armeni, ritroviamo toponimi, cognomi e vocaboli. Così per Bruzzano il cui nome antico era Bursana, Bur (buyr in arm. profumo) e Sa e Na, tradotto in armeno, diventa un posto pieno di profumi.

Dal paese Bursana provengono anche i cognomi Borsomati e Burzumati. Molti cognomi di Reggio e provincia sono armeni, un mondo tutto da scoprire quello degli armeni in Calabria.

Vai al sito

Business news: premier armeno riceve Ad italiana Renco, focus su nuova centrale termica (Agenzianova 19.05.18)

Erevan, 19 mag 08:00 – (Agenzia Nova) – Il premier dell’Armenia Nikol Pashinyan ha ricevuto Giovanni Rubini, amministratore delegato di Renco Spa. Lo riferisce una nota del governo di Erevan. Durante il colloquio si è discusso dell’attuazione del programma di investimenti per la costruzione di una nuova centrale termica nei pressi dell’impianto termoelettrico di Erevan. Rubini ha dichiarato che secondo il programma di investimenti, del valore di quasi 300 milioni di dollari, si prevede di costruire e mettere in funzione la centrale termica da 250 MW entro 25-28 mesi. Secondo l’Ad, gli ultimi sistemi da installare consentiranno di produrre energia a basso costo. Il progetto sarà realizzato in collaborazione con la tedesca Siemens e varie istituzioni finanziarie internazionali. “Siamo pronti a lanciare il programma il prima possibile. Durante la costruzione saranno creati mille nuovi posti di lavoro”, ha affermato Rubini. (Res)

Gli armeni divisi dalla Grande Guerra tra massacri e fughe (Ilpiccolo 18.05.18)

Inizia oggi, e fino a domenica, il festval èStoria di Gorizia, dedicato quest’anno al tema delle “Migrazioni”. Fra primi appuntamenti della giornata, alle 17, in Sala Dora Bassi, via Garibaldi 7, “L’Ungheria lacerata: il trattato del Trianon e le conseguenze sulle migrazioni”, con Stefano Bottoni, Cesare La Mantia e Adriano Papo. Sul tema delle migrazioni dei primi del novecento interverrà fra gli altri anche Mustafa Aksakal, professore associato di Storia e Nesuhi Ertegün Chair of Modern Turkish Studies alla Georgetown University che domenica, alle 15, all’Unione Ginnastica Goriziana (Sala del caminetto), parlerà su “La fine dell’impero ottomano e la catastofe delle minoranze”. Converseranno con lui Siobhan Nash-Marshall e Antonia Arslan, coordinerà Marco Cimmino. Anticipiamo di seguito un brano dell’intervento di Mustafa Aksakal.

Alla vigilia della Grande Guerra la Sublime porta navigava in acque difficili. La “primavera ottomana” del 1908-1909 aveva segnato l’apice del patriottismo civico, portando con sé elezioni, un parlamento e una costituzione che fu celebrata da un capo all’altro dell’impero come la panacea di tutti i mali. In migliaia sfilarono in un oceano di bandiere recanti lo slogan “libertà, uguaglianza, fratellanza” scritto in arabo, armeno, greco, ebraico, curdo e turco ottomano, spesso uno a fianco dell’altro. Poi arrivarono le perdite territoriali causate dal conflitto con l’Italia e dalle guerre balcaniche. Isolato diplomaticamente, l’impero vide nella crisi di luglio un’opportunità. All’alba del 2 agosto del 1914, dopo una lunga notte di negoziati nella sua residenza sul Bosforo, il gran visir Said Halim Pascià, assieme a tre ministri, siglò un trattato segreto di alleanza con l’ambasciatore tedesco. Il 29 ottobre del 1914 l’impero ottomano fece il suo ingresso nella Prima guerra mondiale a fianco degli Imperi centrali.

Il risultato fu la catastrofe per il Paese. La guerra, le epidemie, le carestie, le deportazioni politiche e i massacri ad opera dello Stato ridussero drasticamente sia la popolazione che il Pil dell’impero. Le conseguenze sul piano politico furono altrettanto drammatiche: la fine della dinastia ottomana, l’abolizione del califfato islamico e lo smantellamento dell’impero per mano delle potenze europee. Questo quadro drammatico favorì la censura di molti degli avvenimenti più recenti, e una drastica limitazione dell’ambito dei dibattiti storiografici in generale. In un simile contesto spiccano quindi per originalità i resoconti personali di due armeni che prestarono servizio nell’esercito ottomano: Kalusd Sürmenyan da Erzincan e Yervant Alexanian da Sivas. Entrambi servirono durante la Grande Guerra, anche in qualità di ufficiali. Kalusd si diplomò all’accademia militare nel 1912, appena in tempo per prestare servizio come sottotenente durante le guerre balcaniche. Yervant, nato nel 1895, allo scoppio della Grande Guerra non aveva ancora l’età per essere arruolato. Nell’autunno del 1914 iniziò l’ultimo anno della scuola superiore francese amministrata dai gesuiti, dove pareva destinato a essere il primo della classe. Nel mese di novembre, però, l’istituto venne chiuso e l’edificio requisito dalle autorità militari. L’anno successivo Yervant divenne un soldato semplice (poi sarebbe diventato sottotenente) e si trovò a servire nello stesso esercito che, grosso modo in quel periodo, sterminò 51 membri della sua famiglia. Anche quella di Kalusd subì una sorte analoga nel 1915: egli perse sua madre, ma riuscì a salvare gli altri.

Nelle memorie dei due il resoconto del trattamento subito nel tardo periodo ottomano è sorprendente. A dispetto delle feroci politiche adottate dallo Stato contro gli armeni durante la Grande Guerra, Kalusd e Yervant spendono parole per lo più positive circa la società ottomana prebellica. Kalusd mette in evidenza il patriottismo dei giovani armeni dopo gli eventi del 1908, e come a questi fosse aperta la carriera nell’esercito. Descrive le autorità militari della sua città, Erzincan, ospitali e ben disposte; esse permettevano agli armeni di frequentare la chiesa e di osservare le festività religiose. Aggiunge anche che gli ufficiali turchi musulmani rispettavano i soldati armeni, e li consideravano “talentuosi e capaci”. Dopo la Costituzione, ci dice Kalusd, i turchi riservavano ai cristiani, e specialmente agli armeni, un trattamento “sincero e amichevole”; continua notando che “in tutti gli ambiti della carriera militare, le porte erano aperte agli armeni”. Pochi storici accetterebbero queste affermazioni senza grosse riserve. Ciò che qui conta più di tutto, però, sono la positività e l’ottimismo con cui Kalusd – pur ben consapevole di ciò che accadde al suo popolo durante la Grande Guerra – sceglie di descrivere la situazione alla vigilia del conflitto. Yervant Alexanian da Sivas – a circa 250 chilometri a ovest da Erzincan, la città di Kalusd – dipinge la situazione prebellica in termini altrettanto positivi. Ciò avviene ad esempio per i giochi “olimpici” locali. La società sportiva armena Bertevagoump “si aggiudicò la gran parte delle medaglie, guadagnandosi l’ammirazione generale”. Egli racconta la storia di come, durante la cerimonia di consegna dei riconoscimenti, “tutti gli atleti armeni in piedi cantando l’inno turco durante l’alzabandiera”. E, assicura Yervant, non si trattava di una formalità. Egli tuttavia non apparteneva a questo gruppo, e riferisce di non conoscere bene nessuno di questi atleti o le loro posizioni politiche. Ciò che tuttavia gli preme dire su Sivas (e a Kalusd su Erzincan) è che prima del 1914 gli armeni fossero ben integrati e, cosa ancor più importante, che “nessuno avrebbe creduto” al fatto che essi “sarebbero potuti essere sterminati così rapidamente”. Come scrive Yervant, “nessuno avrebbe potuto immaginare ciò che stava per accaderci, neppure i sopravvissuti ai vari pogrom e massacri, come quelli hamidiani, che precedettero il genocidio del 1915”. Yervant, la cui famiglia fu sterminata, ci teneva a specificare che, per quanto il suo popolo fosse accusato di azioni rivoluzionarie volte a minare lo sforzo bellico ottomano, “nessuna di queste vittime innocenti era affiliata ad alcun partito o coinvolta in alcuna attività politica”. Esse non avevano fatto nulla: “il loro unico crimine fu di essere armeni”.

I resoconti di Kalusd e di Yervant fanno luce sulla vita degli armeni che servirono nell’esercito ottomano, l’istituzione responsabile del massacro dei loro familiari. Queste fonti sono tentativi convincenti di interpretare gli eventi in mezzo a cui si ritrovarono i due, e il ruolo che vi svolsero. Le posizioni politiche di Kalusd subirono, durante il conflitto, dei mutamenti radicali. Lo stesso accadde a Yervant. Prima della guerra Kalusd si era dedicato anima e corpo a una carriera nell’esercito ottomano. Durante il conflitto si guadagnò una medaglia al merito, e nel 1915 fu sorpreso nell’apprendere che alcuni armeni combattessero con i russi. Ancora nel 1919, egli scriveva con soddisfazione della fedeltà all’impero sua e del suo popolo.

Molti diari e resoconti scritti durante o subito dopo la guerra danno voce ad atteggiamenti sfumati e mutevoli nei confronti dell’impero, della religione, e della nascente nazione. Queste prospettive “transitorie” si trovano spesso in netto contrasto rispetto alle nuove direttive politiche stabilite nei tardi anni Venti. Le storie che ci raccontano Kalusd e Yervant non rispecchiano le posizioni della storiografia sulla Grande Guerra nel Medio oriente, che spesso dà per scontato l’inevitabile crollo dell’impero ottomano.

Sia Kalusd che Yervant spesero il resto delle proprie vite lontano dai loro luoghi natali. Nessuno dei due lo aveva del tutto pianificato. Dopo la guerra Yervant intendeva stabilirsi ad Adana, ma notizie circa le magre prospettive lavorative lo fecero desistere. Finì con l’accompagnare

la sua futura cognata negli Stati Uniti, dove si stabilì e mise su famiglia. Kalusd invece fuggì dall’Armenia sovietica e si rifugiò a Bagdad, “con grande nostalgia di casa e la profonda convinzione che, un giorno, ci saremmo ritornati”.

Vai al sito

Dopo le tensioni con la Turchia, la Knesset mette in agenda il riconoscimento del Genocidio armeno (Agenziafides 18.05.18)

Gerusalemme (Agenzia Fides) – Dopo il duro scontro diplomatico tra Israele e il governo turco, che in seguito all’ultimo massacro di palestinesi a Gaza aveva espulso l’ambasciatore dello Stato ebraico, sembra prendere quota la possibilità che il Parlamento israeliano riconosca il Genocidio armeno. La proposta di tale riconoscimento – riferiscono i media israeliani – è stata presentata agli uffici competenti della Knesset dal deputato di centrosinistra Itzik Shmuli, membro di “Unione Sionista”, è appoggiata da almeno 50 parlamentari appartenenti sia ai Partiti di governo – Likud compreso – che a quelli dell’opposizione. La proposta di legge presentata da Itzik Shmuli prevede anche di istituire in Israele una giornata di commemorazione annuale del Genocidio armeno. Lo stesso Shmuli, in dichiarazioni rilanciate dai media israeliani, ha fatto notare che non c’è motivo “di trattare con particolare delicatezza i turchi, vista l’istigazione contro lo Stato d’Israele scatenata dal Presidente turco Erdogan”.Lo stesso Presidente della Knesset, Yuli Edelstein, ha dichiarato che farà il possibile per facilitare l’approvazione della proposta di legge.
Come riferito dall’Agenzia Fides (vedi Fides 20/2/2018), tre mesi fa lo stesso Parlamento israeliano aveva di fatto respinto un progetto di legge presentato da Yair Lapid, rappresentante del partito centrista e laico Yesh Atid, che avrebbe ufficializzato il riconoscimento da parte di Israele del “Genocidio armeno”. In quel frangente, il vice-ministro degli esteri israeliano, Tzipi Hotovely, aveva dichiarato che Israele non avrebbe preso ufficialmente posizione sulla questione del Genocidio armeno, “tenendo conto della sua complessità e delle sue implicazioni diplomatiche”.
Il 26 aprile 2015 il Presidente israeliano Reuven Rivlin aveva ospitato presso la residenza presidenziale di Gerusalemme un evento commemorativo per ricordare i cento anni dagli stermini pianificati degli armeni avvenuti un secolo prima in Anatolia. Durante quella cerimonia, il Presidente Rivlin aveva ricordato che il popolo armeno fu “la prima vittima dei moderni stermini di massa”, ma aveva evitato di usare la parola “Genocidio” per indicare i massacri in cui morirono più di un milione e 500 mila persone. (GV) (Agenzia Fides 18/5/2018).

Armenia e Azerbaijan: nuove dispute o vecchie ruggini? (I) (Ilcaffegeopolitico.it 18.05.18)

Il Caucaso, importante ponte tra Europa e Asia, ospita popolazioni millenarie, paesaggi incontaminati e dispute territoriali sin dalle sue origini. Oggi l’Armenia e l’Azerbaijan, prima in guerra e poi in lotta diplomatica per le terre del Nagorno-Karabakh, tornano grandi protagonisti regionali, con importanti cambiamenti politici e forse nuovi motivi di scontro.

Prima parte di una lunga analisi del conflitto caucasico tra Yerevan e Baku.

CAUCASO, MORFOLOGIA DI UN TERRITORIO MILLENARIO

La regione del Caucaso è ponte naturale tra Europa e Asia, collega il bacino del Mar Nero con quello del Mar Caspio e rappresenta un’area di primaria importanza dal punto di vista strategico, economico e socio-culturale. Alla regione appartengono l’Armenia, l’Azerbaijan, la Georgia e la Russia caucasica del nord, ma anche le aree turche del Nordest (le colline di Agri, Ardahan, Artvin,Van, Igdyr e Kars) e le aree del Nordovest iraniano (Ardabil, Gilyan, Zanjan, Qazvin, Hamadan e l’Azerbaijan occidentale). I primi insediamenti risalgono al IV-III millennio a.C., con un retaggio storico molto antico, caratterizzato dall’incontro tra popoli diversi come greci, romani, persiani, arabi, turchi, mongoli e russi. Un’eterogeneità viva anche nella religione: cristiani (cattolici, protestanti, ortodossi, armeni e georgiani), musulmani (sunniti e sciiti), buddisti, ebrei convivono con adepti di religioni minori, collegate da usanze e tradizioni risalenti alle credenze primitive e allo zoroastrismo (religione fondata da Zoroastro in Persia nel VI secolo a.C.). La regione è ricca di risorse naturali sia minerarie (oro, rame, ferro e mercurio) che energetiche (petrolio, gas naturale e carbone), che richiamano l’interesse e gli investimenti delle compagnie internazionali e dei Paesi stranieri. Ma le opportunità economiche offerte sono bilanciate in egual misura da guerre, tensioni sociali, minacce terroristiche e dispute territoriali congelate. Un esempio importante è la controversia sfociata in conflitto armato tra Armenia e Azerbaijan per la regione del Nagorno-Karabakh (conosciuta anche come Artsakh), scoppiata agli inizi degli anni Novanta e provocata da motivazioni inerenti alla sovranità dell’area. Il conflitto continua a influenzare le scelte geopolitiche di entrambi i Paesi: l’Azerbaijan, media potenza regionale, ha assecondato la propria posizione geografica adottando una politica estera di buon vicinato con Russia, Iran, Turchia e Georgia. Baku però non intrattiene rapporti diplomatici con la vicina Armenia, con la quale è ancora formalmente in guerra. L’Armenia vanta invece diverse e buone relazioni diplomatiche con molti Paesi occidentali, determinate anche e soprattutto da un’importante diaspora estera particolarmente influente in Francia, Stati Uniti e Canada. La posizione geografica le permette di modulare e adattare la propria geopolitica adun modello che si può definire “complementare”, in quanto è un Paese che guarda con simpatia, interesse e con sentimenti di forte appartenenza all’Occidente, senza per questo indebolire o sminuire i rapporti con Mosca e con gli altri Paesi della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). Al contrario di Baku, il Paese non intrattiene rapporti con la Turchia, perché Ankara ha disatteso gli impegni assunti con la firma dei due Protocolli di Zurigo, nell’ottobre 2009, per lo sviluppo delle relazioni diplomatiche e per l’apertura delle frontiere, condizionando i progressi nei processi di pace per il conflitto del Nagorno-Karabakh.PROPAGANDA POLITICA O REALE INTERESSE?

Se le relazioni internazionali dei due Paesi registrano una situazione pressoché stabile, la loro politica interna è invece soggetta a importanti cambiamenti: a marzo Yerevan ha eletto come nuovo Presidente Sarkissian, mentre l’uscente Sargsyan è diventato Primo Ministro lo scorso 17 aprile, per poi rassegnare rapidamente le dimissioni a seguito di vivaci proteste di piazza contro la sua mancata promessa di ritirasi dalla vita politica. A guidare la “rivoluzione di velluto” è stato il deputato dell’opposizione Nikol Pashinyan, eletto poi Primo Ministro dal Parlamento agli inizi di maggio. Le dimissioni di Sargsyan rappresentano un importante spartiacque politico per l’Armenia, per quanto concerne sia le questioni interne che quelle estere, e molti si chiedono come ciò influirà sulla disputa del Nagorno-Karabakh e sulle relazioni di Yerevan con Mosca all’interno dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) e dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE). Nel frattempo a Baku si sono svolte le elezioni presidenziali, anticipate di circa 8 mesi dal presidente Aliyev, il quale è stato facilmente riconfermato per un quarto mandato con l’86,9% di voti, percentuale favorita dall’astensione per protesta dei partiti di opposizione. I nuovi assetti politici in entrambi i Paesi rimescolano quindi le carte, in particolare per il già citato conflitto dell’Artsakh, che il Governo azero spera di poter risolvere a proprio favore grazie alle dimissioni di Sargsyan. E proprio le dispute territoriali con l’Armenia sono state oggetto di intensa campagna elettorale da parte di Aliyev: lo scorso febbraio, in occasione del discorso di apertura del Congresso del suo partito (New Azerbaijan Party), il Presidente azero ha infatti dichiarato di voler reintegrare sotto la sovranità di Baku tutte le “terre storiche” azere nei confini armeni, incluse l’area della capitale Yerevan e le regioni del lago Sevan e di Zangezur. Ovviamente le dichiarazioni di Aliyev hanno dato origine a polemiche, seppur contenute, di carattere diplomatico con la comunità internazionale, in particolare con gli Stati membri del Gruppo di Minsk (presieduto da Francia, Russia e Stati Uniti), che hanno chiesto a Baku di non esacerbare le tensioni con Yerevan e di non danneggiare il processo di pace già avviato per il conflitto dell’Artsakh. In risposta a tali critiche, il portavoce del Ministero degli Affari Esteri azero, Hikmet Hajiyev, ha affermato che le dichiarazioni del Presidente miravano solo a far riconoscere da Yerevan il retaggio azero delle odierne terre armene, rivendicato anche da una campagna promozionale su Youtube e altri social network.

Secondo gli analisti politici armeni, le cause di una tale mancanza di diplomazia da parte di Aliyev sono principalmente tre:

1) Prossimo alle elezioni, il Presidente azero ha voluto fare propaganda, dimostrando ai suoi elettori e ai circoli nazionalistici di essere un leader tenace e poco incline alla diplomazia per la risoluzione del conflitto Artsakh;
2) Mettendo sotto pressione l’Armenia con le sue dichiarazioni e ventilando la minaccia di una guerra regionale per riprendersi le sopracitate “terre storiche”, Aliyev ha voluto spronare la comunità internazionale a perseguire più attivamente un cambiamento dello status quo attuale nella controversia a favore dello Stato azero;
3) Affermando la volontà di riappropriarsi dei territori azeri in Armenia, Aliyev ha voluto screditare, in particolare agli occhi degli elettori giovani, l’operato dei leader della Repubblica Democratica dell’Azerbaijan degli anni 1918-1920, ricordandoli non come eroi e pionieri dello Stato azero, ma come i principali autori della perdita delle “terre storiche”.LE ‘TERRE STORICHE’

Ma quali sono queste “terre storiche”? Molte di loro sono sostanzialmente poco conosciute in Occidente. I monti Zangezur, ad esempio, sono una catena montuosa che suddivide la provincia meridionale armena di Syunik e la Repubblica Autonoma di Nakhichevan in Azerbaijan. Questo passaggio di terra, apparentemente impervio, è un crocevia regionale molto importante, perché chi controlla tale corridoio può controllare la sfera turca in Anatolia, quella russa nel Caucaso e i territori persiani. La catena montuosa ospita anche la seconda area forestale più estesa dell’Armenia, che ricopre oltre il 20% del territorio dei monti fino a 2.200–2.400 metri di altitudine, mentre il resto del Paese è quasi privo di foreste. Attualmente l’area è così suddivisa: la maggior parte della popolazione nel quadrante nordorientale, ovvero la zona più coltivabile del corridoio, è armena; il quadrante nordoccidentale, meno coltivabile, detiene la posizione strategica del Monte Ararat ed è a maggioranza turca; il quadrante sudovest ospita una comunità iraniana al confine fra il territorio turco e quello armeno; il quadrante sudest ospita l’enclave azera del Nakhchivan. Il lago Sevan invece è il più grande lago dell’Armenia e uno tra i più grandi laghi d’alta quota al mondo. È situato nella provincia di Gegharkunik, nella parte est del Paese. Riceve l’acqua da 28 affluenti e ha come unico emissario il fiume Hrazdan. La particolarità del lago è il fenomeno dell’evaporazione, con il 90% della portata che evapora e il restante 10% che si immette in altri corsi d’acqua. Ciò non gli impedisce di essere un’importante risorsa idrica locale, essendo un grande serbatoio naturale di acqua dolce. Il lago è stato oggetto di un importante disastro ecologico, iniziato in epoca sovietica con la supervisione dell’ingegnere civile Soukias Manasserian (già colpevole del disastro del Lago d’Aral), il quale propose di abbassare il livello del lago di 45 metri per ridurre la superficie di evaporazione e di sfruttarne l’acqua per l’irrigazione e la produzione elettrica. In epoca staliniana, il progetto fu modificato, ipotizzando di ridurre ulteriormente il livello dell’acqua di 55 metri, portando il perimetro del lago a 80 chilometri e il volume a soli 5 chilometri cubici. Sulle terre emerse si sarebbero piantate noci e querce, mentre in quelle ancora sommerse si sarebbero introdotte nuove specie di trote per incrementare la pesca. Il Soviet Supremo dell’Armenia approvò il piano senza consultare la popolazione locale, iniziando il progetto nel 1933. Il letto del fiume Hrazdan fu abbassato e s’iniziò a costruire un tunnel di 40 metri sotto il livello originale dell’acqua per la produzione idroelettrica. L’opera, ritardata dalla Seconda Guerra Mondiale, fu terminata nel 1949 e il livello dell’acqua cominciò a scendere di oltre un metro l’anno. Soltanto con la morte di Stalin e l’evidente scempio ecologico fu attivato un programma di recupero dell’ecosistema supervisionato dal Comitato Sevan, che prevedeva il rialzo del livello dell’acqua, convertendo l’originaria centrale idroelettrica in una termoelettrica. Dalla letteratura geografica disponibile non emergono ulteriori elementi che spieghino il rinnovato interesse azero verso tali aree. Ma la recente costruzione di un tunnel che dovrebbe importare acqua dal fiume Vorotan ha sicuramente attirato l’attenzione di Aliyev, perché il corso separa la regione dello Zangezur dall’Armenia e copre per 59 chilometri quella del Nagorno-Karabakh. È chiaro quindi che le “terre storiche” sono di grande importanza per la geostrategia regionale del Presidente azero.

Armenia: premier Pashinyan, Consiglio sicurezza dovrà saper affrontare sfide contemporanee (Agenzianova 18.05.18)

Erevan, 18 mag 12:26 – (Agenzia Nova) – Il Consiglio di sicurezza guidato dal nuovo segretario Armen Grigoryan dovrà svolgere in maniera efficace la propria funzione in linea con le richieste e le sfide contemporanee. Lo ha detto il premier armeno Nikol Pashinyan presentando il nuovo segretario Grigoryan agli altri membri del consiglio. “Sono convinto che il processo di sviluppo della politica di sicurezza arriverà a un nuovo livello. L’Armenia affronta sfide che richiedono soluzioni politiche. Sono fiducioso che il team sarà in grado di adempiere ai suoi compiti, aumentare il livello di sicurezza dell’Armenia proponendo soluzioni per le sfide e i problemi esistenti”, ha affermato il nuovo segretario del Consiglio di sicurezza. (segue) (Res)