La «Rivoluzione di Velluto» paralizza l’Armenia (Corriere della Sera 02.05.18)

Sciopero generale nello scontro tra l’opposizione e il governo. Che però ammette la sconfitta

di Francesco Battistini

Portano una finta bara davanti al Parlamento di Yerevan, l’adornano di fiori, inscenano un funerale: «Oggi muore questo regime!». Mettono di traverso trecento macchine sulle autostrade, isolano la capitale, bloccano i binari di treni e metrò: «Andiamo avanti finché i corrotti e i ladri non se ne vanno!». Fermano le auto verso l’aeroporto e fanno scendere tutti, si va a piedi, qualche volo viene cancellato e i piloti aderiscono alla protesta: «Sciopero generale!». Occupano i palazzi governativi delle altre città, da Gyumri a Maralik, e chiedono ai sindaci d’unirsi a loro: «Vogliamo la vittoria!».

Rivoluzione non violenta

La chiamano la Rivoluzione di Velluto, perché dura dal 13 aprile e non ha provocato morti, ma ieri sotto il morbido s’è temuto il pugno di ferro: «Non provate a mandare in piazza l’esercito — ha avvertito a un certo punto Nikol Pashinyan, leader dell’opposizione Yelq —, convinceremo i soldati a protestare con noi. Stavolta non si molla! E attenti: potrebbe diventare uno tsunami».

Armenia armata. Sei giorni per evitare (o scatenare) il caos. Sull’orlo di un’altra Ucraina. Uno dei Paesi più immobili del vecchio impero sovietico, dove dagli anni Novanta la benedizione di Mosca fa governare sempre gli stessi, martedì prossimo proverà a darsi un nuovo premier e una nuova politica: sull’autocandidatura di Pashinyan, 42 anni, t-shirt e berretto, ex giornalista già finito in galera per le sue contestazioni, alla fine della giornata di scioperi dice d’essere d’accordo anche il suo grande nemico Serzh Sargsyan. Il Partito repubblicano che comanda in Armenia, e che ha permesso a Sargsyan di regnare nell’ultimo decennio, alla fine accetta il cambio di stagione. Quasi inevitabile: con un contestato referendum il presidente Sargsyan aveva ritoccato i poteri presidenziali e in aprile (non potendosi dare un terzo mandato, vietato dalla Costituzione) li aveva riversati tutti sul primo ministro, cioè se stesso, perché a quella carica s’era poi fatto eleggere dal Parlamento (che il suo partito controlla). Un colpo di mano. Un mezzo golpe. Abbastanza per muovere le piazze e costringere l’eterno Sargsyan, improvvisamente mite e rassegnato, alle dimissioni: «E va bene. Pashinyan aveva ragione, io torto. Esaudisco le vostre richieste».

Il controllo di Mosca

La crisi è finita o è solo all’inizio? Protettorato putiniano, l’Armenia deve guardarsi da vicini ostili (i turchi del Medz Yeghern, il grande genocidio, più gli azeri del gas e del conteso Nagorno-Karabakh) e soprattutto dalle attenzioni russe. Le idee di Pashinyan non piacciono a Mosca: l’aspirante premier vuole un riavvicinamento all’Ue e alla Cina, più dialogo con gli Usa e qualche mese fa ha proposto di rivedere gli accordi economici coi russi.

Dal Cremlino sono arrivate telefonate preoccupate: «Spero in una soluzione rapida», ha raccomandato lo Zar. E i deputati della Duma si sono presentati subito a Yerevan in delegazione.

Il senso di Luca Argentero per la neve (Bestmovie.it 03.05.18)

In occasione dell’uscita di Hotel Gagarin, commedia sognante ambientata nella gelida Armenia, abbiamo incontrato l’attore torinese che ci ha raccontato di quanto si sia divertito a trasformarsi in un indolente fotografo stordito dalla cannabis…

Capelli lunghi, barba incolta, orecchino, canna sempre in mano. Per Hotel Gagarin Luca Argentero ha sporcato la sua faccia da bravo ragazzo e si è trasformato in un trentenne sfatto e indolente che galleggia nella precarietà. Fotografo di matrimoni a tempo perso ricattato da un gruppo di spacciatori, Sergio troverà l’occasione di riscatto in un viaggio di lavoro in Armenia: in quelle lande desolate sepolte dalla neve, dovrà girare un film insieme a una squadra di altri disperati. Opera prima di Simone Spada (aiuto regista di lunghissima esperienza), Hotel Gagarin è una commedia insolita e dall’ottimo cast che celebra la magia del cinema. Una commedia che ha permesso ad Argentero di sperimentare un ruolo molto lontano dal solito, e anche molto lontano da lui. Carico di un’energia contagiosa e iperattivo, Luca è distante anni luce dal pigro Sergio.Anche solo per l’ambientazione, Hotel Gagarin è un film originale nel panorama del cinema italiano. In generale, cosa ti ha spinto a partecipare?
«La molla è stata Simone Spada, il regista: Hotel Gagarin è il suo esordio dietro la macchina da presa. Conosco Simone da anni: lui ha una lunghissima carriera come aiuto regista e insieme abbiamo fatto almeno 4-5 film. Fin dal primo momento gli ho dato la mia disponibilità: lo avrei seguito ovunque, in Armenia, in Nuova Zelanda, in Perù. Sia a livello di attori sia di cast tecnico, Simone si è circondato di amici coi quali ha lavorato negli ultimi 30 anni e coi quali condivide una certa idea di cinema. Anche perché trascinare una troupe in Armenia, per due mesi, e girare a – 24° non è così scontato…».Quanto è stato bello e quanto è stato faticoso girare lì?
«Le riprese si sono svolte tra gennaio e febbraio, in pieno inverno, il loro inverno! C’erano temperature siberiane e distese infinite di neve: non abbiamo visto un filo erba. Quindi sì, è stato faticoso, ma è stato davvero un’esperienza di vita: per questo devo ringraziare Simone. Io amo viaggiare ma mai avrei pensato di depennare l’Armenia tra le mie tappe… Produttivamente è stata un’avventura più unica che rara: unica nel senso che lì non ci torno più! (ride, ndr)».

Ok, però di’ la verità: anche a voi, come alla troupe del film, un po’ è dispiaciuto andarvene dall’hotel Gagarin, no?
«Be’ un po’ sì. Da un lato non vedevamo l’ora di tornare verso un clima più temperato, dall’altro, però, sentivamo la commozione reale di questo gruppo di persone che aveva imparato a conoscersi davvero proprio come i protagonisti del film».

L’intervista completa è pubblicata su Best Movie di maggio, in edicola dal 30 aprile

Armenia, Pashinyan: “la rivoluzione vincerà in ogni caso” (Sputniknews 03.05.18)

Il leader dell’opposizione armena Nikol Pashinyan ha promesso oggi in un’intervista di continuare la sua “rivoluzione”, che si aspetta riesca in ogni caso.

Il partito repubblicano al governo ha detto ieri che avrebbe approvato un candidato nominato da un terzo dei legislatori durante un voto parlamentare la settimana prossima, dopo aver negato il sostegno all’aspirante primo ministro ad interim. Ciò ha causato proteste a livello nazionale, che hanno portato la capitale di Yerevan a un punto morto.

Alla domanda da parte dei media su quale azione avesse in programma, Pashinyan ha risposto: “Il piano è lo stesso, la rivoluzione continua”.

Il 42enne ex editore di un giornale e critico del governo da lungo tempo ha detto che voleva cambiare il “processo” politico nella nazione del Caucaso meridionale, ed era pronto per una rapida elezione parlamentare.

“Ci va bene, non c’è uno scenario con cui non siamo d’accordo, siamo in una posizione in cui la vittoria è garantita in ogni caso”, ha detto Pashinyan.

Interrogato sulla sua opinione sulla reazione della Russia alle turbolenze in Armenia in seguito alle dimissioni del primo ministro Serzh Sargsyan, suo alleato, il leader dell’opposizione si è detto soddisfatto di ciò e di non aspettarsi che Mosca interferisse con gli affari interni del paese.

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Perché tenere la Turchia lontana dall’UE e fuori dalla NATO (Articolo21 03.05.18)

Lo strenuo baluardo militare alleato dell’Occidente, la Turchia, con le ultime condanne contro i giornalisti e i media che “hanno osato” criticare il sultano Erdogan, autocrate islamista, si è messo fuori dalla cerchia delle nazioni democratiche e in quanto tale non ha più nessun diritto al momento di proseguire i negoziati per entrare nell’Unione Europea.

Cosa devono ancora aspettare per indignarsi formalmente l’opinione pubblica, i mass-media, i partiti politici rappresentati nell’imbarazzato Parlamento di Bruxelles, i governi reticenti dei 27/28 paesi aderenti all’EU? Un altro “contro-golpe di stato” costruito ad arte? Altre decine di migliaia di arresti indiscriminati? Altri martiri torturati nelle squallide prigioni turche? O ulteriori stragi di Curdi e Siriani ai suoi confini, nell’ottusa politica espansionistica del sultano di Istambul, intento a ricreare il rimpianto Impero Ottomano?

E’ di questi giorni la vergognosa sentenza di condanne pesanti contro 18 tra giornalisti, collaboratori e dirigenti dello storico quotidiano di opposizione Cumhuriyet (che dal 1924 ha resistito a 5 golpe e ad innumerevoli arresti, processi, torture e anche assassini di suoi redattori). Antonella Napoli, rappresentante di Articolo 21, è stata testimone diretta delle ultime fasi del processo e ha portato la solidarietà di tutte le organizzazioni sindacali dei giornalisti e per la difesa dei diritti civili: “È stato un processo farsa, senza prove, basato solo sulla linea editoriale di Cumhuriyet. È apparso chiaro da subito che sotto accusa ci fosse la libertà di informazione. Le imputazioni di terrorismo erano, sono e restano ridicole”, ha commentato la Napoli, “Ma mai prima d’ora si era vista una così intensa volontà di eliminare completamente Cumhuriyet. L’attacco contro il più longevo giornale della Turchia è stato puramente politico, seppur per via giudiziaria, un assalto diretto alla libertà di stampa e al diritto, che nessun paese democratico può accettare”.

Da 30 anni la Turchia ha chiesto di far parte dell’Unione Europea e dal 2013 anche la Francia, la più riottosa, si è convinta a riprendere i negoziati, pur in presenza nel suo territorio di 750 mila profughi armeni, discendenti della grande Diaspora seguita all’Olocausto di oltre 1 milione e 600 mila cristiani armeni avvenuto tra il 1915 e il 1916.

Nonostante la feroce repressione contro gli oppositori democratici e laici, Erdogan prosegue nella sua politica di trasformare la debole democrazia turca in una autarchia sullo stile degli stati sunniti del Golfo, suoi alleati: ha indetto le elezioni anticipate, sicuro di stracciare anche la debole opposizione dei partiti di sinistra e dell’etnia curda, dopo aver modificato a suo favore la costituzione laica, erede di quella disegnata dal “padre della patria” Ataturk.

E sta proprio in questa volontà di rinnegare ogni memoria del passato tragico della sua storia moderna, che alberga in  Erdogan, la sua forza e la sua debolezza. Si fa forte dell’appoggio strumentale e opportunistico della Russia del suo omologo autocrate Putin, interessato a estendere il suo dominio geopolitico fino a tutto il Medio Oriente e a controllare oleodotti e gasdotti, che trasportano energia verso l’Europa e fruttano miliardi di dollari. Il diktat di 3 mesi fa, ordito tramite la marina militare turca contro la piattaforma italo-cipriota della Saipem, che stava trivellando al largo delle acque territoriali, fa parte di questa sua strategia da “potenza imperialista regionale”. I media hanno dato poco risalto al gesto di sopraffazione turco, ma l’atto di pura pirateria è da ricondurre alle recenti scoperte di gas e petrolio sia nella terraferma della Siria, sia delle risorse energetiche al largo tra il Libano Cipro, che renderebbero questi due piccoli stati “cuscinetto” indipendenti dal ricatto russo/ turco per il petrolio e il gas, oltre che destinati ad arricchirsi sul mercato internazionale, attraverso altri accordi con la francese Total e l’americana Exxon.

Proprio per questi interessi, la Russia chiude anche gli occhi sulla politica di aggressione espansionistica delle forze armate turche contro i Curdi, i soli che sul terreno hanno sconfitto veramente i terroristi fondamentalisti sunniti dell’ISIS, e contro gli oppositori al dittatore siriano Assad.

L’ignavia dell’Unione Europea e della NATO nei confronti del regime autocratico di Istanbul si evidenzia anche con lo stendere una sorta di “sudario dell’oblio” sull’anniversario dello sterminio degli Armeni. Sono passati 103 anni e ancora le strade desertiche che portano ad Aleppo risuonano delle grida e grondano del sangue di oltre un milione di donne, bambini, vecchi e giovani cristiani armeni, costretti alle lunghe “marce della morte”, che facevano parte dell’aberrante strategia di annientamento.

La memoria storica a volte fa fatica a diventare anche “memoria ufficiale” degli stati. E’ già capitato con la Shoah ebraica, e stenta ad affermarsi per altri genocidi di comunità umane, diverse per religione, cultura e “radici razziali” in varie parti del mondo, per “resistenze” dovute ad opportunità diplomatiche, ad interessi economici, alla geopolitica.

Il “Medz Yeghern, il “grande crimine”, che tra il 1909 e il 1926 portò allo sterminio di oltre 2 milioni di cristiani armeni, segnò l’asse fondante su cui Ataturk e i suoi “giovani ufficiali” costruirono la Turchia moderna, tanto da vietarne ancora per legge (art. 301 del codice penale “Attentato alla turchicità dello stato”) la ricorrenza e il solo accenno, pena il carcere, l’esilio o persino l’attentato omicida. Solo 27 stati al mondo riconoscono l’Olocausto armeno e tra questi anche l’Italia. Addirittura la Francia e la Svizzera ritengono un crimine contro l’umanità il negazionismo e il revisionismo storico, come per la Shoah ebraica.

La strage degli Armeni fu una specie di “prova generale” delle tecniche di sterminio, cui si ispirò lo stesso Hitler. Da allora, nei libri di storia turchi è scritto solo di massacri di turchi ad opera degli armeni. Ancora oggi chi parla dello sterminio rischia di essere incarcerato, perseguitato, come lo scrittore Premio Nobel Orhan Pamuk, o addirittura ucciso, come successe a Istanbul il 19 gennaio del 2007, al giornalista armeno Hrant Dink, fondatore della rivista bilingue turco-armena Agos, per averne scritto in un articolo.

Ma perché la Turchia non vuole ancora riconoscere il genocidio armeno? La risposta l’ha data uno storico turco, Taner Akçam: “è il nazionalismo della Turchia a non permetterle di riconoscere il proprio passato. La Turchia di oggi, quella rifondata da Kemal Ataturk, non può e non vuole riconoscere che la fondazione del proprio stato sia sporcata da una così grande macchia di sangue… I turchi oggi imparano che sono stati gli armeni a massacrare i loro antenati”.

Ancora oltre si spinse l’ex-Presidente della Repubblica tedesca, Joachim Gauck, il 23 aprile 2015, quando ha riconobbe non solo il genocidio ma sottolineò la “corresponsabilità” tedesca. “Dobbiamo indagare nella nostra memoria”, disse Gauck, durante la cerimonia religiosa della comunità armena a Berlino per commemorare il centenario. E in merito ai consiglieri tedeschi che all’epoca aiutarono a pianificare le deportazioni, affermò: “La Germania ha avuto una responsabilità condivisa, forse anche una colpa condivisa, per il genocidio degli Armeni”.

A questo proposito, andrebbero ricordate le parole lucide e profetiche di Antonio Gramsci, che l’11 marzo del 1916, su “Il Grido del popolo” dedicò un articolo al genocidio:  “…Perché un fatto ci interessi, ci commuova, diventi una parte della nostra vita interiore, è necessario che esso avvenga vicino a noi, presso genti di cui abbiamo sentito parlare e che sono perciò entro il cerchio della nostra umanità… Così l’Armenia non ebbe mai, nei suoi peggiori momenti, che qualche affermazione platonica di pietà per sé o di sdegno per i suoi carnefici…Sarebbe stato possibile costringere la Turchia, legata da tanti interessi a tutte le nazioni europee, a non straziare in tal modo chi non domandava altro, in fondo, che di essere lasciato in pace. La guerra europea ha messo di nuovo sul tappeto la questione armena. Ma senza molta convinzione…E così quanti sanno che gli ultimi tentativi di rinnovare la Turchia furono dovuti agli armeni e agli ebrei?”.

La Turchia, secondo gli oppositori ad Erdogan, avrebbe anche intrapreso un progetto di negazionismo, una sorta di “genocidio culturale e artistico”. Uno degli ultimi episodi riguarda “The Promise”, primo film hollywoodiano che tratta dell’Olocausto armeno, uscito nel 2016 negli Stati Uniti e scarsamente programmato in Europa. Nonostante finora abbia ricevuto consensi critici in festival minori, ha avuto molti giudizi negativi in Rete, a quanto pare grazie ad una campagna creata dai negazionisti turchi. Intanto, alcuni finanziatori turchi hanno appoggiato la produzione del film “The Ottoman Lieutenant”, ambientato nello stesso periodo di “The Promise”, pellicola bollata dai critici come “propaganda turca”.

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Armenia, l’8 maggio il Parlamento dovrà eleggere il primo ministro o si andrà a nuove elezioni (Tpi.it 03.05.18)

Il capo del partito di maggioranza armeno, Vahram Baghdasaryan, ha assicurato che il paese avrà un nuovo primo ministro l’8 maggio 2018, dopo settimane di proteste.

Baghdasaryan ha incontrato nella giornata di oggi, 3 maggio 2018, Nikol Pashinyan, l’avvocato a capo delle manifestazioni che aveva annunciato l’inizio della “rivoluzione di velluto”, cioè non violenta.

Alla fine dell’incontro, Baghdasaryan ha riferito a Reuters  che il suo partito appoggerà chiunque riesca ad ottenere i voti favorevoli di un terzo del parlamento l’8 maggio.

Nikol Pashinyan potrebbe quindi diventare il prossimo primo ministro dell’Armenia, dopo che il primo maggio la sua investitura era stata ostacolata dallo stesso partito di maggioranza.

Se l’8 maggio 2018 il Parlamento non troverà un accordo sulla nomina del primo ministro, nel paese saranno indette nuove elezioni parlamentari.

Come siamo arrivati fin qui

Il 17 aprile 2018 il Parlamento armeno aveva approvato la nomina a primo ministro dell’ex presidente Serzh Sargsyan, leader del Partito repubblica d’Armenia.

Il leader repubblicano, 63 anni, ex ufficiale dell’esercito, aveva vinto le elezioni presidenziali nel 2008 ed era stato rieletto per un secondo mandato nel 2013. In passato era già stato premier a cavallo tra il 2007 e il 2008.

L’ex presidente ha di recente trasformato il paese in una Repubblica parlamentare per poter ottenere la carica di primo ministro e continuare a governare oltre i due mandati previsti dalla costituzione come presidente dell’Armenia.

Il leader partito di opposizione Elk, Nikol Pashinyan, ha guidato le manifestazioni iniziate il 13 aprile nel tentativo di impedire lo svolgimento del voto.

“In tutta la repubblica hanno luogo azioni di protesta, scioperi, vengono bloccate le strade. Io do l’annuncio dell’inizio della rivoluzione di velluto”, aveva dichiarato Pashinyan in un comizio durante le proteste.

L’avvocato ha più volte ribadito che le manifestazioni da lui guidate sono pacifiche e ha chiesto “la nomina di un primo ministro del popolo”, la formazione di un governo provvisorio e le elezioni anticipate.

Secondo gli osservatori, Pashinyan vorrebbe ricoprire la carica di premier, modificare il sistema elettorale per poi indire nuove elezioni democratiche anticipate.

I primi scontri tra i manifestanti e la polizia sono avvenuti lunedì 16 aprile. Dopo i primi giorni di proteste, almeno 46 persone sono rimaste ferite negli scontri con la polizia e numerosi manifestanti sono stati arrestati a Yerevan, capitale della città, dove si erano radunati circa 40mila cittadini.

Il 23 aprile Serzh Sargsyan si è dimesso dalla carica di primo ministro, dopo che anche le forze armate si sono schierate con gli insorti

A seguito  delle dimissioni di Sargsyan, il potere era passato nelle mani del primo ministro ad interim Karen Karapetya, ma Pashinyan aveva subito convocato nuove manifestazioni per chiedere la rimozione dal potere dell’intero Partito repubblicano, a cui appartiene lo stesso Sargsyan, erede del Partito comunista e a capo del paese dall’indipendenza dall’URSS.

Il primo maggio, dopo 3 settimane di manifestazioni, si credeva che Nikol Pashinyan sarebbe diventato il nuovo primo ministro dell’Armenia, ma l’avvocato non è riuscito a raggiungere la maggioranza parlamentare necessaria per ottenere l’incarico.

Dopo il deludente risultato, Pashinyan ha chiesto ai manifestanti di bloccare totalmente il paese.

In base alle dichiarazioni rilasciate oggi, 3 maggio, da Vahram Baghdasaryan, il candidato dell’opposizione Elk, Nikol Pashinyan, potrebbe ottenere la carica di primo ministro“Annunciamo che il Partito repubblicano non proporrà un proprio candidato per il ruolo di premier”, ha riferito Baghdasaryan alla fine dell’incontro.

“Daremo il nostro sostegno al candidato che otterrà il supporto di un terzo dei deputati del parlamento, che si tratti di Pashinyan o di qualcun altro, e l’8 maggio l’Armenia avrà un primo ministro”.

La scorsa settimana il partito di Baghdasaryan aveva detto che non avrebbe ostacolato l’elezione di Pashinyan, per poi opporsi in sede parlamentare durante le votazioni del primo maggio.

Se l’8 maggio 2018 il Parlamento non eleggerà un primo ministro, in Armenia saranno indette nuove elezioni parlamentari.

Reazioni internazionali

La crisi interna in Armenia ha delle conseguenze sulle relazioni del paese con Russia, Turchia e con l’Occidente in generale.

L’Armenia è un’ex repubblica sovietica, divenuta indipendente nel 1991. L’ex presidente Sargsyan è sempre stato accusato di essere vicino al presidente russo Vladimir Putin, soprattutto dopo che nel 2013 rifiutò  l’accordo di integrazione economica con l’Unione Europea.

Nel 2014, il paese è entrato nell’Unione Economica eurasiatica, di cui fanno parte Bielorussia, Kazakistan, Russia e Kirghizistan.

Mosca ha forti interessi economici in Armenia e nel paese è presente una base militare russa.

La posizione internazionale del paese ex sovietico è inoltre complicata dai difficili rapporti con la Turchia e l’Azerbaigian.

La Turchia non ha ancora riconosciuto il genocidio degli armeni, avvenuto nel 1915, mentre continua la disputa con l’Azerbaigian per il controllo del Nagorno Karabakh, una regione internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaigian ma ancora contesa tra quest’ultima e l’Armenia.

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Armenia: annullato boicottaggio Alleanza Tsarukian, parlamento riprende i lavori (Agenzianova 03.05.18)

Erevan, 03 mag 08:53 – (Agenzia Nova) – Il parlamento armeno è riuscito oggi ad avviare la seduta inizialmente rinviata e poi annullata ieri per la mancanza del quorum. Secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa “Armenpress”, infatti, sono 66 i deputati che si sono regolarmente registrati alla seduta. La mancanza del quorum di ieri è stata determinata dal boicottaggio annunciato dall’Alleanza Tsarukian, principale schieramento dell’opposizione in termini di seggi; tuttavia, in seguito agli ultimi sviluppi di ieri sera quando il capogruppo in parlamento del Partito repubblicano armeno, Vahram Baghdasaryan, ha dichiarato che il suo schieramento l’8 maggio – data in cui il parlamento si riunirà nuovamente per eleggere un primo ministro – non presenterà un proprio candidato e sosterrà la personalità che verrà proposta da almeno un terzo dei parlamentari armeni. Il candidato sarà nuovamente il leader delle proteste ed esponente del blocco Yelq, Nikol Pashinyan, cui è stato ribadito il sostegno da tutti le forze all’opposizione. (Res)

Armenia, svolta nella crisi: il partito Repubblicano appoggerà il leader delle proteste (Tgcom24 02.05.18)

La crisi armena è a una svolta: il partito Repubblicano ha dichiarato che appoggerà il candidato dell’opposizione Nikol Pashinyan come nuovo primo ministro. Un’affermazione che sorprende: il primo maggio i repubblicani, che detengono la maggiornaza in Parlamento, si erano rifiutati di  votarlo. Una decisione che aveva portato a nuove proteste. Le elezioni saranno l’8 maggio e il risultato dovrebbe essere certo.

Le elezioniLe elezioni saranno il prossimo 8 maggio e questa volta il risultato dovrebbe essere già scritto: Nikol Pashinyan, membro del Congresso Nazionale Armeno e leader delle proteste che hanno portato alle dimissioni di Serzh Sargsyan, dovrebbe diventare il nuovo primo ministro. Il partito Repubblicano, che detiene la maggioranza dei seggi in Parlamento, ha infatti dichiarato che appoggerà la sua candidatura. Lo ha fatto sapere il capogruppo Vahram Baghdasaryan, il quale, come riporta Interfax, non ha nominato esplicitamente Pashinyan. A conti fatti, ora il candidato dell’opposizione dovrebbe avere dalla sua un terzo dei voti, la soglia richiesta dalla Costituzione per essere nominato. Una decisione, quella dei repubblicani, che arriva inaspettata: lo scorso primo maggio, infatti, si erano rifiutati di sostenere Pashinyan, in quanto aveva guidato i manifestanti a chiedere le dimissioni del premier repubblicano. “La discussione sull’elezione del primo ministro inizierà in una sessione speciale del Parlamento armeno l’8 maggio a mezzogiorno“, ha detto il presidente della camera Ara Babloyan.

Armenia, il Parlamento non elegge il leader delle proteste: i manifestanti bloccano le strade

Pashinyan aveva definito un “sucidio” la scelta del partito Repubblicano. In Armenia, infatti, erano ricominciate le proteste. I manifestanti avevano addirittura bloccato con automobili e camion le maggiori arterie della capitale, Yerevan, fra cui la strada che porta all’aeroporto. Un disagio anche per i turisti, che sono stati sorpresi dai mezzi pubblici fermi e dalle fermate delle metro chiuse, come parte dello sciopero generale. Pashinyan aveva intimato al Governo di non ricorrere all’esercito per disperdere i protestanti. “Se lo faranno”, aveva detto in un’intervista all’Associated Press, “i soldati si uniranno a noi”. In effetti, era già successo in occasione delle ultime mobilitazioni. Nel corso della giornata, con un messaggio su Facebook, ha poi chiesto ai suoi sostenitori di riaprire le strade e di spostarsi in piazza della Repubblica, dove in serata era prevista un’altra manifestazione.

“Voglio che sia chiaro”, ha poi detto alla Bbc, “che questa non è una lotta per far eleggere Nikol Pashinyan. E’ una lotta per i diritti umani, per la democrazia, per la legge e i regolamenti, ed è per questo che la gente non è e non sarà mai stanca di protestare”.


Svolta nella crisi politica: la mossa del partito di governo di appoggiare Pashinyan apre la via alla soluzione dello stallo nella Repubblica ex sovietica capo dell’opposizione e leader delle proteste in Armenia, Nikol Pashinyan, ha chiesto ai suoi sostenitori di interrompere la mobilitazione che ha bloccato la capitale Erevan, affermando di aver ottenuto il sostegno delle quattro forze politiche in Parlamento in vista della sua elezione a premier l’8 maggio. Attualmente tutti i gruppi hanno detto che sosterranno la mia candidatura. La questione è risolta”, ha affermato Pashinyan, “fermiamo la nostra azione e riposiamoci”. La svolta del partito di governo Il Partito repubblicano armeno al governo infatti ha fatto sapere che appoggerà il candidato dell’opposizione alla carica di primo ministro il prossimo 8 maggio. Ad annunciarlo è stato ill capogruppo in Parlamento del partito, Vahram Baghdasaryan. Baghdasaryan non ha comunque nominato esplicitamente Nikol Pashinyan, il leader delle proteste e capo della sigla Elk Erevan bloccata dai manifestanti Erevan e altre città dell’Armenia sono state bloccate dalle proteste dopo che il Parlamento non ha approvato (con 56 voti sfavorevoli e 45 favorevoli) il conferimento della carica di premier a Pashinyan. Manifestanti hanno impedito la circolazione delle auto sulla strada che collega la città con l’aeroporto di Zvarnots. Bloccate anche le strade dirette dalla capitale ai confini con l’Iran e con la Georgia, così come l’accesso alle stazioni della metropolitana di Erevan e alle stazioni ferroviarie. Pashinyan aveva guidato le proteste che hanno costretto il premier ed ex presidente Serzh Sargsyan a dimettersi. E’ stato il suo Partito repubblicano, che ha la maggioranza, a impedire la nomina di Pashinyan con una decisione annunciata all’ultimo momento prima del voto, ieri. “Nessuno scontro, nessuna aggressione. Comprendiamo tutti che questo processo non potrà non finire con una vittoria legittima. Tutte le nostre azioni devono essere pacifiche”, ha scritto Pashinyan invocando lo sciopero generale. Il leader dell’opposizione si propone come candidato del popolo per guidare un governo di transizione verso nuove elezioni.


Armenia: nuova elezione Primo ministro fissata per l’8 maggio

Erevan, 2 mag. (askanews) – Il Parlamento armeno ha annunciato oggi che procederà l’8 maggio ad un nuovo voto per eleggere il Primo ministro di questa repubblica ex sovietica del Caucaso che da due settimane versa in una delicata crisi politica.

Ieri il Parlamento ha votato una prima volta per scegliere il nuovo premier ma l’unico candidato, il capo dell’opposizione e punta di diamante della attuale contestazione, Nikol Pashinian, non ha ottenuto il numero di voti necessari. (fonte Afp)

È morte padre Giuseppe Behesnilian, decano degli Armeni dell’isola di San Lazzaro (Genteveneta.it 02.05.18)

Lutto per la Comunità Armena di Venezia. Si è spento, all’età di 91 anni, padre Giuseppe Behesnilian, nel 2005 premiato dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi con la Stella della Solidarietà Italiana, destinata a quanti si distinguono per la loro italianità.

Padre Giuseppe, il cui nome di battesimo era Krikor, è stato un punto di riferimento nel mondo della cultura e dell’impegno evangelico armeno. Uomo di cultura e autore di numerose pubblicazioni, era il decano della Congregazione.

Per anni anche Vicario generale della Congregazione, padre Behesnilian era stimato per santità personale e per il tratto affabile e solare.

I funerali di padre Giuseppe, cui spettava il titolo di Vardapet – cioè di Maestro, monaco teologo – saranno celebrati martedì 8, alle ore 11.30, nella chiesa dell’isola di San Lazzaro, sede della Congregazione Armena Mechitarista a Venezia. (L.M.)

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Le proteste in Armenia che preoccupano Mosca (Internazionale.it 02.05.18)

Sembrava fatta. Unico candidato in lizza, Nikol Pashinyan, l’uomo che incarna l’opposizione armena, il 1 maggio sarebbe dovuto diventare primo ministro dopo tre settimane segnate da grandi manifestazioni popolari.

Sembrava fatta, perché il presidente alla guida di questa ex repubblica sovietica indipendente dal 1991, Serž Sargsyan, si era inimicato la maggioranza dei tre milioni di armeni cercando di restare al potere oltre i due mandati consecutivi concessi dalla costituzione.

Sargsyan ha fatto passare l’Armenia da un regime presidenziale a un regime parlamentare per poi farsi nominare primo ministro dalla camera controllata dal suo partito. Tecnicamente la legge non è stata violata, ma il suo spirito è stato chiaramente calpestato. Così le manifestazioni di protesta avevano costretto Sargsyan a dimettersi il 23 aprile, lasciando via libera a Nikol Pashinyan, ex giornalista di 42 anni conosciuto per la sua eloquenza, il suo coraggio e la sua eleganza, una specie di Robin Hood maestro nell’arte di denunciare la corruzione, la disoccupazione, le enormi fortune di un gruppetto di eletti e la miseria della maggior parte della popolazione.

Appello al blocco totale
Sembrava fatta. Il partito di maggioranza avrebbe dovuto permettere a Pashinyan di andare al governo, perché era l’unico modo per ripristinare la calma. E invece no. Robin Hood non ha ottenuto la maggioranza parlamentare tanto attesa. Sorpreso e indignato quanto la folla che si preparava a festeggiarlo, ha immediatamente chiesto – a partire dal 2 maggio e invitando comunque alla non violenza – un blocco totale del paese, delle sue strade, delle sue stazioni e dei suoi aeroporti.

Un paese stretto tra l’Iran, la Turchia, la Georgia e l’Azerbaigian potrebbe essere sull’orlo della rivoluzione, animato da una volontà di ribellione contro l’ingiustizia sociale e dal rifiuto verso un uomo e un partito che non vogliono mollare la presa.

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Dato che la diaspora armena è molto presente in diversi paesi, tra cui la Francia, questa crisi non passerà inosservata e farà tanto più rumore considerando che rappresenta un vero dilemma per la Russia, ex potenza tutelare dell’Armenia e garante della sua sicurezza davanti all’occidente, alla Turchia che continua a non voler riconoscere il genocidio armeno di un secolo fa e all’Azerbaigian a cui gli armeni contendono dal 1988 l’enclave del Nagorno Karabakh.

L’Armenia ha troppo bisogno della Russia per allontanarsene. Nikol Pashinyan continua a ripeterlo, ma Vladimir Putin non vede di buon occhio un popolo, per giunta gravitante nell’area russa, che voglia sbarazzarsi dei suoi dirigenti accusandoli di aver diffuso la corruzione e aver provocato la miseria della gente. Questo tipo movimento, infatti, rischia di far venire idee strane a qualcuno, anche in Russia.

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Intervista a Taysaev: “Fermare le manovre imperialiste in Armenia, perché non si ripeta il copione ucraino” (Lantidiplomatico.it 02.05.18)
Si ripeterà in Armenia lo scenario ucraino? Avranno successo le manovre destabilizzanti in corso nell’ex repubblica sovietica, oggi tra le più vicine alla Federazione Russa? Andranno in porto le manovre sovversive delle solite forze (Ong per prime), finanziate dagli ambienti legati a Soros e al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, creando le premesse per un ulteriore rafforzamento dell’attuale assedio imperialista alla Russia? Sono le domande che si pone il dirigente comunista Kazbek Taysaev – che è anche membro del Comitato della Duma per gli Affari della Comunità deli Stati Indipendenti (CSI), chiedendo alle autorità del proprio paese l’energia e la determinazione che, a suo parere, era mancata nel momento in cui si andava preparando il colpo di stato nazista e filo-imperialista del 2014 in Ucraina? (MG)

E’ possibile che in Armenia si ripeta lo scenario ucraino?

Che la situazione ci possa sfuggire di mano, non è escluso. Anche in Ucraina tutto ebbe inizio con manifestazioni contro oligarchi e funzionari corrotti. Dobbiamo seguire da vicino gli sviluppi, senza nasconderci dietro dichiarazioni secondo cui si tratterebbe di affari interni all’Armenia. Occorre preservare il corso filo-russo dell’Armenia e non permettere che forze distruttive sconvolgano la situazione. Ciò che là si sta verificando ci riguarda direttamente. Siamo uniti dal comune accordo collettivo sulla sicurezza, da una storia comune, dalla cultura, ecc.

Ho paura che gli statunitensi stiano investendo molte risorse e mezzi per destabilizzare la situazione, provando a giocare la stessa carta dell’Ucraina. Grandi somme potrebbero essere gettate nelle cosiddette nuove elezioni parlamentari e per lo “sviluppo della democrazia” in Armenia. Non si sa ancora chi si occuperà dell’Armenia e chi avrà accesso al Parlamento. Oggi la maggioranza nel parlamento armeno è costituita da politici di orientamento filo-russo. La carica di primo ministro ad interim dell’Armenia è occupata dall’ex vice premier della repubblica, Karen Karapetyan, una persona degna e costruttiva, che ama molto il suo paese. Lo conosco personalmente e ritengo che dobbiamo sostenerlo quanto più è possibile. L’importante è non perdere tempo.

Quando in Ucraina tutto era appena all’inizio, per l’unione con la Russia si schierava il 90% e solo tra il 5 e il 10% si pronunciava per l’associazione con l’Unione Europea.

Nel 2013, i comunisti guidati dal loro leader Petro Nikolaevich Simonenko avevano raccolto oltre 3 milioni di firme per chiedere un referendum nazionale sull’ingresso o meno dell’Ucraina nell’Unione Europea. Noi lo avevamo sostenuto. Allora, oltre il 75% della popolazione dell’Ucraina era contro l’ingresso nell’UE. Ma ci è sfuggita di mano la situazione, e il potere è stato conquistato da un’aggressiva minoranza fascista. Risultato: le fiaccolate dei fascisti nel centro di Kiev, la beffa per i veterani della Grande Guerra Patriottica e per chi è animato da sentimenti filo-russi.

Ma soprattutto sono stati comunisti a soffrite delle azioni di questi fascisti, eredi di Bandera e Shukhevich. Ad esempio. La prima persona ad essere aggredita sul majdan fu il primo segretario del comitato cittadino di Lviv del PCU, Rostislav Vasil’ko. Gli furono spezzate le ossa e venne costretto a mangiare una croce ortodossa di fronte a tutti i giornalisti. E tutto ciò ha forse sollevato la minima indignazione della comunità mondiale e dei rappresentanti degli Stati che impongono la loro visione della democrazia all’Ucraina? No, nessuno lo ha fatto. Siamo riusciti solo noi a portarlo fuori da Kiev, a Mosca, dove gli è stata salvata la vita.

Perchè ha subito questa crocifissione?

Per il fatto che a Lviv si era pronunciato per l’unione con la Russia e perchè è un comunista.

E se la Russia non avesse sostenuto allora che quanto stava accadendo era un affare interno dell’Ucraina, ma avesse appoggiato la maggioranza filo-russa, non ci sarebbe stata una guerra civile in Ucraina, a mio avviso. Secondo l’OSCE, circa 15.000 persone sono morte, ma in realtà le vittime sono state 50.000. Andate nel Donbass, sulla linea di contatto, e capirete che la gente su entrambe le parti parla russo. Questa è una cosa terribile. La Russia deve riconoscere i risultati del referendum, riconoscere l’indipendenza della Repubblica Popolare di Donetsk e della Repubblica Popolare di Lugansk, contribuire a integrare le imprese del Donbass nell’economia russa, approvare una legge che permetta l’accelerazione dell’ottenimento della cittadinanza della Federazione Russa. Questò è ciò che la Russia deve fare nell’immediato futuro.

A differenza di noi, gli statunitensi non hanno esitato a dichiarare di avere speso 5 miliardi di dollari per condizionare la situazione in Ucraina.

Noi non abbiamo il diritto di trattare l’Armenia come abbiamo fatto con l’Ucraina: la politica dello “struzzo” ci costerrebbe molto cara. Il 9 maggio celebreremo il Giorno della Vittoria, che abbiamo ottenuto insieme ai popoli dell’Armenia. 106 armeni sono diventati Eroi dell’Unione Sovietica. E ora dovremmo fare un passo indietro e consegnare gli armeni alla follia degli statunitensi come è avvenuto con l’Ucraina? Questo sarebbe un crimine nei confronti del popolo fratello dell’Armenia.

Cosa dovrebbe fare il nostro governo?

La Duma di Stato sta per iniziare i suoi lavori. La prima questione che deve essere affrontata dalla Duma è quella relativa alla situazione in Armenia. I nostri deputati devono recarsi là al più presto e avviare consultazioni con tutti, aiutare la nostra ambasciata e tutte le forze filo-russe. In Armenia c’è anche un forte partito comunista.

C’è l’organizzazione che si chiama UPC-PCUS (Unione dei Partiti Comunisti-Partito Comunista dell’Unione Sovietica). Questa organizzazione è il successore del PCUS, che comprende i partiti comunisti di tutte le repubbliche dell’URSS e di tre nuovi stati: Ossezia del Sud, Abkhazia e Transnistria. Tutti questi partiti comunisti sono orientati solo verso la Russia e si pronunciano per la rinascita dell’unione dei popoli fratelli. Perchè il nostro governo non dovrebbe ora sostenere i comunisti dell’Armenia?

Sono sorpreso per la posizione dei nostri governanti, che non riescono a formulare con chiarezza il loro pensiero. Mentre occorrerebbe dichiarare a gran voce che l’Armenia rientra nella zona dei nostri interessi strategici, geopolitici, economici… Il nostro governo deve capire che la Russia non può vivere circondata da paesi che ci odiano e sono assetati di sangue. Guardate cosa sta accadendo in Ucraina, in Georgia. Vogliamo che accada lo stesso in Armenia? Proprio no!

Quali lezioni dovrebbero trarre le nostre autorità?

Secondo me, la lezione dovrebbe essere questa: occorre sostenere le forze che si battono contro gli elementi distruttivi e che stanno facendo di tutto per rafforzare la nostra secolare amicizia. Il nostro futuro è nell’unità. Se si unissero i tre Stati slavi – Russia, Ucraina e Bielorussia – avremmo un’alleanza potentissima, sul piano economico, politico e militare. Presto vi ritornerebbero tutte le ex repubbliche dell’Unione, che proprio questo stanno aspettando. E la rinascita dell’Unione dei popoli fratelli diventerebbe una realtà.

Credo che la prima riunione della Duma di Stato, e la prima riunione del Comitato per gli affari della CSI, per l’integrazione eurasiatica e per le relazioni con i compatrioti, che è direttamente incaricato di occuparsi di tali problemi, dovrebbero essere dedicate agli avvenimenti in corso in Armenia. E anche le altre strutture che si occupano della geopolitica dovrebbero affrontare per prima la situazione in Armenia.

Fallita investitura a Pashinyan, in Armenia è sciopero generale (Ilmanifesto 02.05.18)

La crisi politica in Armenia non trova soluzione e rischia di trascinare il paese verso il caos. Il primo maggio il parlamento si è finalmente riunito, ma non è riuscito ad eleggere il nuovo premier. Eppure per l’unico candidato Nikol Pashinyan (il leader dell’opposizione anti-corruzione che sta paralizzando il paese dal 13 aprile) le cose sembravano essersi messe bene.

IL 30 APRILE PASHINYAN infatti aveva dichiarato, ribaltando di 360 gradi le posizioni assunte in precedenza, che «non intende né adesso né nel futuro uscire dall’Alleanza militare guidata dalla Russia (presente con basi militari nel paese ndr) e neppure dall’Unione euroasiatica» la Ue in sedicesimi composta oltre che dalla Russia e dall’Armenia dal Kazakistan, dalla Bielorussia e dal Kirghizistan. Una presa di posizione che aveva fatto tirare un sospiro di sollievo al Cremlino.

Ma non solo. La Federazione rivoluzionaria armena (Dashnak), il più antico partito del paese fondato nel 1890 e di orientamento socialdemocratico, a questo punto decideva di uscire dalla coalizione con il partito repubblicano e di sostenere, con i suoi 7 deputati, Pashinyan. Tuttavia una volta in aula il partito repubblicano da 10 anni al potere e ancora in possesso della maggioranza assoluta dei mandati, ha dimostrato un’imprevedibile compattezza nel respingere la candidatura di Pashinyan. Le defezioni dal gruppo si sono limitate alla fine a soltanto tre. Risultato 45 voti a favore di Pashinyan e 55 contrari.

LA RITROSIA DEL PARTITO al potere a passare la mano è legata a motivazioni ben poco nobili. I deputati repubblicani a rischio di essere inquisiti per corruzione, hanno chiesto un salvacondotto-amnistia dopo elezioni anticipate da tenersi a breve. Pashinyan non avrebbe potuto accondiscendere, pena perdere credibilità tra i suoi sostenitori. «Boicotteremo le elezioni anticipate, torniamo subito in piazza!» è stato il suo appello dopo la bocciatura in aula. E così ieri le proteste si sono trasformate per la prima volta in sciopero generale. Il paese ieri era di fatto isolato dal resto del mondo: niente voli da e per Erevan, bloccate le linee ferroviarie, sit-in in tutte le arterie stradali del paese. Il capo dell’opposizione ha chiesto però «la massima calma» alla popolazione. «Nessuna violenza deve essere consentita, la nostra rivoluzione resta non violenta, «di velluto» ha fatto appello Pashinyan.

IL RISCHIO, come fa notare un deputato del Dashnak, è ora che la situazione si avviti su stessa. Da una parte la paralisi «potrebbe far rientrare in scena l’esercito come unico apparato capace di mettere fine alla confusione» afferma il parlamentare. Ma potrebbe condurre anche Pashinyan a rivedere nuovamente la sua posizione sulla delicata collocazione internazionale del paese. Facendo rientrare in gioco gli Usa. Non a caso proprio ieri il Dipartimento di Stato è tornato a dichiararsi «vicino agli amici armeni nella loro lotta per il cambiamento».

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