LETTURE/ Mariam, dopo cento anni il genocidio armeno brucia ancora (Il Sussidiario 25.06.17)

Durante un recente viaggio a Yerevan in Armenia, l’8 maggio scorso, nel giorno della festa nazionale in cui si ricorda la liberazione di Shushi, nella regione del Nagorno Karabakh (8 maggio 1992) ho avuto modo di incontrare una studentessa ventiduenne di germanistica e storia, Mariam Martyrosian. Il Nagorno Karabakh è quella enclave che durante il periodo della dominazione sovietica, negli anni venti del ventesimo secolo, era stata regalata all’Azerbaijan, sebbene il Nagorno Karabakh fosse storicamente di cultura e tradizione armena. Mariam è nata nel giorno di Pasqua del 1995 e per questo porta il nome di Maria, nella versione armena. Sta seguendo un corso di storia dal professore Ashot Hagruni dell’Università di Yerevan sul tema della questione armena e della politica dell’est nella Germania guglielmina. Mariam parla benissimo il tedesco ed è completamente armena, nelle emozioni e nel modo di leggere la storia. Alla mia domanda se potrebbe innamorarsi di un turco, risponde con un deciso no. Le è certamente possibile parlare con un turco, ma anche questo solo nel caso che non neghi la realtà. I ricordi della sua famiglia, proveniente da un regione del nord dell’attuale Armenia, vicina alla Georgia, sono troppo vivi per poter essere esclusi dal suo modo di rapportarsi con gli altri.

Mi racconta con cura di dettagli l’inizio delle dimostrazioni nel 1988 a sostegno delle proteste nel Nagorno Karabakh per raggiungere l’indipendenza, e del loro affievolirsi, anche a causa del forte terremoto che nel 1988 colpì il 40 per cento degli armeni. Nel 1989 arrivò un chiaro no dell’Azerbaijan a questo desiderio di indipendenza, a cui l’Armenia non poteva rispondere con una proprio esercito, che dopo la dominazione sovietica non esisteva ancora. La guerra nel Nagorno Karabakh di quegli anni venne sostenuta dagli armeni residenti all’estero, dagli armeni della diaspora, come li chiama Mariam. Dopo la liberazione di Shushi ci fu un conflitto armato di cui si è firmato l’armistizio solo nel 1994. La situazione però rimane tesa, come dimostrano i quattro giorni di guerra dell’aprile 2016.

Ho chiesto a Mariam come ha giudicato la visita di papa Francesco in Armenia nel giugno dello scorso anno. Ha detto che si è trattato di un grande onore per il suo popolo che anche lei ha potuto sentire come suo. Il Papa avrebbe voluto riconoscere che la Chiesa armena nel 306 era stata la prima ad essere dichiarata “religione di stato”. Tantissima gente ha salutato per strada il Papa. Mariam doveva lavorare, ma ha seguito il viaggio di Papa Francesco in televisione. Per quanto riguarda la visita di Francesco in Azerbaijan, avvenuta qualche mese dopo (ottobre 2016), condivide la perplessità del suo popolo e non sa come mai essa sia stata necessaria. Non crede che in Azerbaijan possano avere accolto il Papa con la stessa simpatia, ma capisce che forse era un tentativo di indicare una via di riconciliazione. Capisce anche che a livello di politica mondiale il Papa non possa fare un guerra contro l’islam, un fenomeno religioso che supera completamente i limiti turchi ed anche arabi.

Per Mariam, che conosce gli orrori compiuti dall’Azerbaijan nella guerra dei quattro giorni nei confronti anche di vecchi e bambini (si è trattato di brutalità analoghe a quelle del genocidio) è difficile pensare ad una conciliazione con l’islam, sia in riferimento all’Azerbaijan sia alla Turchia (che si considera come il fratello maggiore dell’Azerbaijan). Con la Turchia vi sono stati nel recente passato dei tentativi di avvicinamento mediante quella che viene chiamata la “politica del calcio”, dove politici turchi ed armeni hanno visto alcune partite di calcio insieme, ma la condizione che è stata posta dalla Turchia per la riapertura delle frontiere, e cioè di accettare l’appartenenza del Nagorno Karabakh all’Azerbaijan, è per un armeno inaccettabile. Non meno di come sia inaccettabile che si parli, ancora oggi nei libri di storia turchi, del genocidio come di “problemi etnici”. Erdogan infatti si comporta analogamente ai Giovani Turchi di allora, a cui apparteneva anche Atatürk, il fondatore della Turchia democratica. Il riconoscimento della verità storica, l’accettazione della realtà accaduta fa parte anche per una ventiduenne di oggi in Armenia della definizione della propria identità. La stessa identità che Erdogan continua a negare. L’accettazione della realtà sarebbe invece per Mariam la condizione per offrire il perdono, che come cristiana sa di dover dare. Un perdono a basso costo, però, non è disposta a darlo. Anzi, il riconoscimento del genocidio da solo non è sufficiente: è necessaria anche un’assunzione di responsabilità a livello economico.

Per quanto riguarda la Germania, Mariam è disposta a non dare troppa importanza al ruolo equivoco della Germania guglielmina di allora, che per non guastare le relazioni con l’impero turco aveva taciuto le informazioni in suo possesso sul genocidio in atto e documentate per esempio da Johannes Lepsius, missionario della Chiesa evangelica luterana, nel suo libro L’Europa e l’Armenia. Una protesta contro le grandi potenze cristiane (“Europa und Armenien. Eine Anklageschrift gegen die christliche Großmächte”). Ovviamente ha conoscenza anche della recente presa di posizione ambigua del parlamento tedesco sul riconoscimento del genocidio come tale, ma mi ha parlato piuttosto del discorso chiarissimo dell’ex presidente tedesco Gauck nel duomo luterano di Berlino il 23 aprile 2015, in cui con chiarezza chiamò per nome il genocidio, che aveva mosso i suoi primi passi già nel 1894 con il massacro avvenuto nella città di Sasun.

Mariam intende la storia del genocidio anche come una questione di appartenenza religiosa. Secondo lei proprio i cristiani erano coloro che non avrebbero dovuto avere diritto di esistenza nel progettato regno Turan. Come dicevo, Mariam conosce il ruolo ambiguo se non di collaborazione avuto dalla Germania guglielmina, tuttavia menziona anche due generali che a Costantinopoli (Mariam non usa il termine Istanbul) e a Mosul si erano rifiutati di mettere in atto le richieste della Turchia di allora. Per quanto riguarda la Germania attuale spera che l’influsso turco, che ha saputo minacciare addirittura onorevoli tedeschi di origine turca nel caso questi avessero — come poi hanno fatto — sostenuto il riconoscimento del termine genocidio, non aumenti eccessivamente.

Sono state due ore di intenso dialogo significative per me, forse ancor più che se avessi parlato con il suo professore di storia, perché ho potuto vedere negli occhi di questa giovane donna tutta la tensione emotiva che entra in gioco nel rapporto tra storia ed identità attuale di un uomo e del suo popolo.

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Charles Aznavour: “A 93 anni torno sul palco e apro una fondazione per il popolo armeno” (La Repubblica 20.06.17)

Il grande chansonnier arriverà in Italia il 23 luglio. “L’età non mi spaventa. Vecchi e giovani abbiamo tutti gli stessi difetti e le stesse qualità. E io non do consigli, ma solo pareri”


ROMA. L’ETÀ è un concetto sempre più astratto, pensi mentre ti avvicini al divano sul quale è seduto Charles Aznavour. 93 anni compiuti da meno di un mese e una carriera lunga più di 70; circa 1300 canzoni scritte e interpretate in otto lingue, per un totale di 180 milioni di dischi venduti nel mondo. Sempre in scena e sempre con il miracolo di sentirsi trent’anni di meno davanti al suo pubblico. Mai un momento di sosta. Tanto che il tour 2017 prosegue a Roma il 23 luglio, a Cagliari il 13 agosto, in ottobre Australia, Polinesia e anche Tel Aviv, fino all’ultima data italiana il 13 novembre a Milano. Quando lo incontrammo a Parigi nel 2008 annunciò di essere stato appena nominato ambasciatore della Repubblica Armena in Svizzera, dove risiede da anni. Adesso ha in serbo un altro annuncio. “Venti giorni fa a Erevan il governo armeno mi ha consegnato le chiavi del Museo Aznavour, ancora tutto da fare. E io, insieme a mio figlio Nicholas, ho annunciato la creazione della Aznavour Foundation, attraverso la quale continuerò ad aiutare il popolo armeno e aprirò la Charles Aznavour House. Non sarà soltanto un museo, ma anche luogo di spettacolo e cultura”.

Lei collabora spesso con musicisti più giovani. Il produttore rap Dr.Dre ha ripreso la sua “Parce que tu crois” nel 2001; nel 2008 ha cantato con un concorrente della “Star Academy” francese; e l’anno scorso ha duettato con il poeta slam Grand Corps Malade. È il suo segreto per restare giovane?
“Credo che vecchi e giovani abbiano gli stessi difetti e le stesse qualità. Entrambi, alle volte, dicono cose difficili da capire. Forse mi amano, i giovani, perché non do consigli, ma pareri. C’è una grande differenza. Un parere è: “Dovresti stringerti i lacci delle scarpe”. Non dà fastidio a nessuno”.

E un consiglio?
“Le tue scarpe non vanno bene, cambiale”.

Anche lei ha detto cose difficili da capire. Nel 1972 scrisse “Comme ils disent”contro l’omofobia; ha cantato dell’Aids in “Amour amer” negli anni 90, o dell’ecologia in “La terre meurt” del 2009. Qual è un tema difficile oggi?
“La prossima canzone con un argomento attuale s’intitolerà Elle aurait 16 ans aujourd’hui, oggi lei avrebbe 16 anni. Lei è una dei tanti ragazzi che spariscono e che non vengono mai ritrovati. Rimane una piccola foto segnaletica appesa in un aeroporto. Metto quella ragazza davanti al pubblico. La sua sorte riguarda tutti. Ho anche scritto Être vieux nella quale dico che si può essere vecchi senza esserlo. E ho scritto Le temps des violences, nella quale racconto gli orrori che accadono nel mondo. Continuo a occuparmi del mondo in cui viviamo. Resto incollato alla realtà. Ho le stesse preoccupazioni dei miei contemporanei”.

Dopo due, rapidi matrimoni, nel 1967 ha sposato la signora Ulla. È la più paziente?
“La prima volta si è troppo giovani, ci si sposa su un colpo di follia. La seconda volta lei voleva essere Madame Aznavour – ero famoso, erano gli anni di Piaf e Becaud – e questo non mi è mai piaciuto. Ulla ha molte virtù, non ultima un’educazione protestante piuttosto rigorosa che mi ha fatto molto bene. Mi ha messo sulla buona strada. In cinquanta anni non abbiamo mai litigato. Oramai conosco a memoria la sua frase, perfino l’intonazione della voce, ogni volta che scrivo su un tema scomodo. “Tu ne vas pas dire ça?”, non vorrai mica dire questo? Ma lo dico sempre”.

La sgrida anche oggi?
“Certo. Io rispondo: questa parola è nel dizionario, quindi sono autorizzato a usarla”. A quali parole si riferisce? “Tante. Prostata, cellulite, menopausa. Nella canzone sul cieco, Des ténèbres à la lumière, dico: amo l’odore delle tue ascelle. E subito: Tu ne peux pas dire ça!. Ma io non scrivo mai per caso”.

Con quale frequenza continua a scrivere?
“Tutti i giorni. Dopo tre autobiografie sto scrivendo un libro per i giovani che vogliano fare una professione artistica. Non do consigli. Apro una porta sulla mia vita privata. Non mi riferisco alle donne che ho amato. Non ne ho mai parlato. Non avrei avuto il diritto di usare le donne che ti hanno dato la vita, anche se sono state cattive e alla volte ti hanno lasciato”.

Qual è, oggi, il suo ruolo di ambasciatore?
“È al tempo stesso onorario e non. Gli armeni hanno bisogno che si parli di loro. Un po’ come Israele, l’Armenia è circondata da paesi che non la amano troppo. Intervenendo su piccoli problemi con paesi stranieri, io posso farmi ascoltare. Ma non faccio politica. Non sono né di sinistra, né di destra, né di centro”.

Però è amico di Chirac, e anche di Sarkozy.
“Stiamo parlando di amicizia, non di politica. Con il nuovo presidente sarà lo stesso. E avevo anche una grande ammirazione per Mitterrand. Rispetto il ruolo. E rispetto tutte le religioni. Tutti i popoli. Siamo mediterranei, quindi fatti per vivere insieme”.

Anche con la Turchia? Perseguitati dai turchi, i curdi sono gli armeni di oggi?
“Il rischio c’è. Ma su questo non prenderò una posizione. La Turchia era il paese di mia madre, il mio sogno è tornarci”.

Anche se dopo il genocidio degli armeni del 1915 sua madre è stato l’unico superstite di una grande famiglia?
“Ma lei amava molto la Turchia. Diceva sempre: il genocidio l’hanno fatto alcuni turchi, non i turchi”.

Terra di storia, religione e cultura: una guida alla scoperta della mitologica Armenia (tgtourism 20.06.17)

La sua storia è un racconto dell’antico, del mitologico, dell’orgoglio, di una cultura forte e fiera che ha saputo sopravvivere a sconvolgimenti e a una persecuzione tra le più cruente, che ha portato al terribile genocidio del 1915. La cultura armena è riuscita a compiere quel miracolo che si chiama vita, a vedersi riconosciuta nella sua storia, nelle sue tradizioni, nella sua esistenza. Ha saputo trarre ispirazione dalle culture dominatrici che l’hanno attraversata pur restando fermamente ancorata alle proprie radici, che si sono ampiamente disseminate sul suo terreno tramite la lingua e la religione. Benvenuti in Armenia, terra indipendente dal 1991 e paese aperto al turismo e a chiunque possa e voglia definirsi viaggiatore attento, curioso e appassionato.

Antichissimo e affascinante paese, culla del cristianesimo, a metà tra Europa e Asia, con le sue montagne che placano le influenze dei mari Mediterraneo e Nero, con i suoi monasteri fortificati, le sue fabbriche di brandy, il suo monte Ararat all’orizzonte. Un’Armenia che si è finalmente aperta al mondo, pronta a esprimere tutta se stessa, raccontata dallo scrittore ed editore Mauro Morellini nella guida turistica “Armenia e Nagorno Karabakh”.

In 224 pagine, luoghi da visitare, collegamenti, consigli utili e indirizzi, gastronomia, oltre a cenni di storia e cultura di questa mitologica terra, tutto descritto in dettaglio, per restituire al lettore un’idea omogenea di un paese che è pronto per fare innamorare turisti e viaggiatori.

Da Yerevan, la capitale del paese, quella che da piccolo capoluogo satellite dell’impero russo è diventata oggi una bella e vibrante città cosmopolita, che cerca di stare al passo con le altre capitali del mondo, con una vivace vita notturna e stile di vita occidentale, con belle piazza novecentesche e all’orizzonte la maestosità del mitologico monte Ararat.

Il suo centro converge verso le due principali piazze cittadine: Republic Square, fulcro della burocrazia e del potere economico e Opera Square, nocciolo della vita culturale armena. E circondate ci sono le strade dello shopping, del passeggio, come Abovyan, Tumanyan e Puskin street, dove Yerevan manifesta tutta la sua voglia d’Europa con bei viali, negozi e la parole d’ordine: moda.

Tra le bellezze da non perdere a Yerevan, consigliate dalla guida:

Il Matenadaram, un museo unico, dove testi in armeno, greco e persiano sono qui conservati, “dove l’alfabeto armeno e la parola scritta trovano, tramandata ai giorni nostri grazie all’infaticabile lavoro dei molti monasteri, trovano qui la loro celebrazioni con inestimabili capolavori”. Tra questi, miniature e carte, protetti in una biblioteca immensa, un inno al valore della scrittura e della cultura.

Il Museo nazionale di storia armena, il museo statale fondato nel 1921 in cui è racchiusa tutta l’antica storia della civiltà e della cultura armene. Un tesoro di centinaia di migliaia di reperti, dalla società primitiva fino ai giorni nostri: scavi archeologici, reperti, sculture, gioielli, prodotti artigianali delle regioni storiche dell’Armenia.

La fabbrica di Brandy Ararat. Il brandy è una vera e propria eccellenza armena e il suo stabilimento storico a Yerevan è situato nei pressi del Victory bridge, il ponte che delimita il centro storico. La fabbrica oggi è di proprietà di una multinazionale francese e visitarla significa assistere a tutte le fasi della lavorazione delle uve, ovviamente, con degustazione finale assicurata.

Cascade, concepita in epoca sovietica e trasformatasi con il mutare della società, è un vero e proprio museo a cielo aperto, punto d’incontro cittadino. Una gigantesca gradinata di più di 500 scalini realizzata per regalare alla città un maestoso panorama sui giardini, sull’Opera e sul centro cittadino. Una capolavoro che defluisce su Tamanyan street, viale alberato e decorato da fontane e sculture (molte delle opere sono figlie di Botero).

Da Yereman in due ore si possono visitare le maggiori attrazioni armene. La capitale può quindi essere un ottimo punto di appoggio nel corso di un viaggio.

“Per parte nostra, riteniamo tuttavia che un viaggio itinerante con ritmi lenti, vi consentirebbe di assaporare meglio i vari aspetti di questa terra, e di calarvi nelle atmosfere rarefatte della ‘vera’ Armenia, ben diversa dai ritmi e dai look della capitale”, sottolinea Morellini.

E da vedere ce n’è. Di posti in cui perdersi, in cui sentirsi inebriati dalla storia e dalla mitologia, in cui assaporare le atmosfere antiche, la fierezza culturale di questo popolo.

I Monasteri fortificati

Circondati da Iran, Turchia e Azerbaijan, gli armeni hanno difeso il loro credo, quello cristiano, con le unghie e con i denti e la chiesa armena fu collante e motore dello sviluppo culturale di questo popolo, con la fondazione di monasteri fortificati, scuole e università, dove venivano tramandati lingua e alfabeto armeno. Fu il primo paese in assoluto a proclamare la propria conversione al cristianesimo, e dovette resistere ai vari tentativi di occupazione. E chiese e monasteri sono i resti di quelle sentinelle sempre sull’attenti.

Nell’Armenia del Nord, ad esempio, spiccano il monastero di Sahahin, complesso costruito nel X secolo con la chiesa principale del Santo Redentore, collegata alla piccola chiesa della santa madre di Dio da una galleria con volta a botte. E il vicino monastero di Haghpat (entrambi inserito nella lista dei Patrimoni dell’umanità Unesco) con la chiesa Surp Nshan. Chiese riccamente decorate e immerse in un verde paesaggio mistico.

Caratteristico è poi il monastero Goshavank, nel parco nazionale di Dilijan, perché a differenze degli altri, non ha mura difensive a proteggerlo. Ma di monasteri ce ne sono moltissimi altri, tutti a guardia della cultura armena e della propria fede cristiana.

Il monte Ararat

Maestoso e mitologico, domina il paese da fuori i confini con la sua imponente sagoma che svetta a 5.137 metri, in un lembo di terra che trasuda storia. Ha la tipica forma di un vulcano (tutt’ora in attività) ed è a tutti gli effetti la montagna sacra degli armeni: la montagna del mito dove, come ricordato nella Genesi e dalla storiografia armena, dopo 40 giorni nelle acque, l’Arca di Noè finalmente toccò terra. E da qui si dipartirono i progenitori delle stirpi umane. Non a caso gli armeni si definiscono con il nome di Hayastan, che indica la discendenza da Haik, pronipote di Noè.

Lago Sevan e Savanank

Situato nella parte più visitata, l’Armenia del Nord, è a tutti gli effetti il mare degli armeni, circondato da montagne, che accompagna via via verso le parti più aride del centro e del nord del paese. La sua immensa distesa d’acqua che accompagna il flusso per 75 kilometri, regala un paesaggio mozzafiato a quasi duemila metri di altitudine. Un mare interno utilizzato dalla popolazione come risorsa di approvvigionamento ittico, idrico e balneare.

“Una natura possente e selvaggia, con questo enorme specchio d’acqua che riflette le cime delle montagne circostanti, innevate in inverno”.

A circa 3 kilometri da Sevan, si raggiunge il monastero di Savanank, suggestivo, in cima a una collinetta, con un panorama sul lago mozzafiato. Una chiesa costruita su volontà della regina Miriam nell’’874, periodo della rinascita armena dopo la dominazione araba.

Dilijan e il Parco Nazionale

Nella zona nord, conosciuta come la ‘svizzera armena’ ci troviamo davanti a un tesoro naturalistico: montagne ricoperte da fiumi, pinete, torrenti che scavano canyon e si adagiano su diversi monasteri.

Canyon di Hunot

Chi si addentra nella regione di Nagorno Karabakh, contesa tra Armenia e Azerbaijan, si imbatte in alcune tra le più belle testimonianze che madre Natura ha concesso: a breve distanza da Shushi, dal villaggio di Jdrdyuz il fiume Karkar ha scavato una gola profonda 250 metri, un ambiente naturale immerso nella vegetazione più rigogliosa, resti di storia e preistoria. Di particolare bellezza è la distesa di Katarot, uno scorcio che offre un particolare punto di vista sulle pareti rocciose del Canyon e su tutta la vallata. E tutt’attorno al Canyon è stata creata una riserva naturale protetta di oltre 400 ettari con itinerari tracciati per escursioni e trekking.

Un viaggio affascinante e mitico si prospetta agli occhi di chi sceglie di visitare l’Armenia, con i suoi quasi 30 mila kilometri quadrati di superficie e la sua popolazione di poco più di 3 milioni di abitanti, che affondano le proprie radici nella mitologia e nell’antico. Con il monte Ararat, presente nella Genesi, il lembo di terra dove approdò Noè con la sua Arca, lo stesso lembo da cui ebbero origine le stirpi umane, le diverse spedizioni partire dal Settecento alla ricerca dei resti dell’Arca, tra queste quella capitanata dal marchigiano Angelo Palego, che dice di aver individuato mediante una foto satellitare, il luogo in cui si trova, salvo l’impossibilità di una spedizione accurata a causa della situazione di instabilità politica.

Nagorno-Karabakh: Gruppo di Minsk Osce invita Armenia e Azerbaigian a ridurre tensioni (Agenzianova.com 20.06.17)

Baku, 20 giu 09:18 – (Agenzia Nova) – Il 20 giugno 2016 la Russia ha tentato di assumere un ruolo di mediazione diretta nel conflitto fra Armenia e Azerbaigian relativo alla regione contesa del Nagorno-Karabakh: il presidente Vladimir Putin ha accolto, infatti, a San Pietroburgo gli omologhi armeno e azero, rispettivamente Serzh Sargsjan e Ilham Alyev. In questa occasione, i tre capi di stato hanno concordato sulla necessità di dare nuovo impeto al processo di pace nel Nagorno-Karabakh. I presidenti dei tre paesi hanno concordato su una dichiarazione trilaterale che esprime l’impegno nel cercare progressi concreti per la pacificazione politica. L’iniziativa russa esula dal formato regolare dei negoziati, gestiti dal Gruppo di Minsk che al momento, tuttavia, non sembra portare a particolari risultati, nonostante le dichiarazioni del presidente di turno dell’Osce – il ministro degli Esteri austriaco Sebastian Kurz – che dopo avere assunto l’incarico ha detto che concentrerà le sue attività sulla risoluzione dei “frozen conflict” in Europa.

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“Benedici questa croce di spighe”: da Varujan a Sevag, la memoria vivente del genocidio armeno (Il sussidiario.net 18.06.17)

Pubblichiamo un estratto dell’invito alla lettura di ANTONIA ARSLAN de “Benedici questa croce di spighe…”. Antologia di scrittori armeni vittime del Genocidio. Da Varujan a Siamantò e Sevag

Come una folgore improvvisa che taglia in due un paesaggio, come un terremoto inaspettato che apre voragini e scuote ogni cosa costruita dall’uomo, così siamo abituati a immaginare l’inizio del genocidio degli armeni, quella notte del 24 aprile 1915, quando – su decisione del governo dei Giovani Turchi – furono arrestati uno dopo l’altro nella capitale Costantinopoli i principali esponenti della comunità armena nell’impero ottomano. Fra loro anche molti scrittori, giornalisti e poeti, perché la parola poetica in Oriente è importante: è amata, cantata, ripetuta, riconosciuta come la voce profonda del popolo.

Una retata ben organizzata e letale. Nessuno spiegò loro niente. Furono contati accuratamente, fu verificata la loro identità, e dopo qualche ora furono fatti salire su un treno e avviati verso l’esilio. Questo gli venne detto, e così li tennero quieti; ma il programma reale era di dividerli, mandandoli verso diverse destinazioni: e poi di ucciderli un poco alla volta, preferibilmente con imboscate sulle strade poco sicure dell’interno dell’Anatolia – come in effetti avvenne.

Pochissimi i sopravvissuti; ma erano uomini di penna, e scrissero, e raccontarono, anche in nome dei loro compagni che non avrebbero più potuto parlare. Così è avvenuto che le ombre degli scrittori assassinati sono riemerse un poco alla volta: sono diventati personaggi reali, protagonisti del racconto infinito di quella tragedia incombente che venne realizzata giorno dopo giorno, con l’astuzia di tenere i prigionieri all’oscuro del loro destino, fino all’ultimo momento dicendo e non dicendo, alternando minacce e apparente bonomia e rispetto, ingannandoli con raffinata doppiezza.

In questo libro per la prima volta in Italia sono raccolte le loro voci, assai differenti fra loro, come è giusto che sia: diverse sono le date e i luoghi di nascita, la provenienza famigliare, i loro studi, le vocazioni e le carriere: poeti e scrittori di romanzi e novelle, giornalisti, medici, farmacisti, uomini di chiesa, uomini politici. C’è di tutto, ma unico è l’amore per una patria divisa, drammaticamente minacciata, con forti differenze sociali al suo interno, eppure unita da un maestoso, articolatissimo linguaggio dalle antiche radici indoeuropee, da un alfabeto unico e originale e da una superba tradizione culturale, che si sviluppa con grande ricchezza a partire dal quarto secolo d.C. Unico è anche l’anno di morte: il 1915.

Fra i primi uccisi, oltre al grande Varujan del Canto del pane, furono i poeti Siamantò e Rupen Sevag. Erano quasi coetanei: Siamantò, dalla vena lirica fiammeggiante e nostalgica, imbevuto di un romantico amor di patria; Sevag, laureato in medicina, oltre a molte poesie autore di una serie di toccanti racconti, aveva sposato una ragazza tedesca che tentò in tutti i modi di convincerlo a restare a Losanna. Eppure anche lui ritornò in patria, come Varujan, come il mechitarista padre Garabed der Sahaghian e tanti altri giovani intellettuali, attirati dalla speranza che la situazione sarebbe cambiata, fiduciosi nella nuova democrazia turca.

La particolare importanza della deportazione e dell’annientamento dell’élite armena della capitale risiede proprio nel fatto che essi furono conseguenza di un abilissimo inganno, di cui oggi sono state rivelate le circostanze e i segreti accordi che lo precedettero. Ma loro erano giovani, idealisti, ingenui e forse un po’ troppo sicuri di sé e della forza luminosa del progresso…

Si sente nei loro versi l’eco di una tradizione forte, la nostalgia per la Grande Armenia delle cattedrali e dei monasteri medievali, con i suoi leggendari manoscritti miniati, i grandi castelli, gli arcieri e le belle dame sans merci, e la meravigliosa capitale sulla via della seta, Ani “dalle 1001 chiese”; e anche il bizzarro – a volte – ma fruttuoso intreccio fra la tradizione del poetare d’amore orientale, specialmente persiano, i vividi, carnali, pittoreschi canti degli ashug (trovatori armeni) come Sayat-Nova, e un’avida lettura della poesia occidentale dell’Ottocento – specialmente francese – da Victor Hugo a Carducci, da Leconte de Lisle a Hérédia, da Verlaine a Baudelaire.

“Benedici questa croce di spighe…”. Antologia di scrittori armeni vittime del Genocidio. A cura della Congregazione Armena Mechitarista, invito alla lettura di Antonia Arslan, Ares, Milano 2017.

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L’Armenia si fa strada nel mercato italiano (ttgitalia.com 18.06.17)

Nel 2000 contava appena 50mila turisti ogni anno, oggi attira più di 1,2 milioni di viaggiatori in costante crescita. È l’Armenia, piccolo puntino del Caucaso esteso quanto Piemonte e Valle d’Aosta messe insieme, che sta attirando l’attenzione di turisti e operatori della Penisola.

“L’Armenia è un Paese cosmopolita ricco di entusiasmo e pronto oggi a mostrarsi ai visitatori da nuove angolazioni” ha sottolineato l’ambasciatrice presso la Repubblica Italiana, Victoria Bagdassarian, in occasione della presentazione a Roma della guida sull’Armenia e il Nagorno Karabakh di Morellini Editore.

Una destinazione ancora poco conosciuta dal mercato italiano, come emerge dalla ricerca realizzata dallo Iulm e sponsorizzata dal tour operator Auctoria: oltre il 76 per cento degli intervistati non conosce il Paese, mentre il 65 per cento di questi è interessato ad andarci. A. D. A.

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Armenia. Nel 2018 cominceranno lavori a centrale nucleare Metsamor (Notiziegeopolitiche.net 16.06.17)

Si svolgeranno nel biennio 2018-2019 i lavori per la modernizzazione della centrale nucleare armena di Metsamor, i quali estenderanno la vita utile dell’impianto fino al 2026.
A svolgere l’opera sarà il colosso russo Rosatom, che già nel 2014 aveva firmato un contratto con il governo armeno per la risistemazione del reattore VVER-440, delle torri di raffreddamento, delle turbine oltre che del sistema di controllo e di sicurezza.
Ad essere interessata dalle operazioni sarà l’unità 2, l’unica attiva, mentre il progetto sarà finanziato da un prestito concesso proprio dal governo di Mosca.
La centrale nucleare di Metsamor venne realizzata nel 1970 a pochi chilometri dalla capitale Erevan e attualmente supplisce per oltre il 33% del fabbisogno nazionale di energia elettrica; dei due reattori VVER440 modello V-230 soltanto uno è in funzione e genera una potenza di 408 MW. Lo smantellamento dell’unità era previsto per il 2016 ma, grazie a queste operazioni, potrà rimanere in funzione fino al 2026.
Nel 1988, in seguito al devastante terremoto di Spitak, il governo armeno decise di interrompere le attività della centrale, che però ripresero nel 1993, tra le forti proteste di Turchia ed Azerbaigian, da sempre in pessimi rapporti diplomatici con Erevan, i quali sostengono ancora oggi che Metsamor sia un pericolo per la sicurezza dell’intera regione; i tecnici dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica), in seguito alla loro ispezione, hanno però dato il loro parere positivo per il proseguo della produzione di energia elettrica.

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Il flautista Ipekdjian racconta l’anima dell’antica Armenia (15.06.17)

Per la prima volta a Verona si è parlato di poesia e musica armena ascoltandole dal vivo attraverso i racconti mistici di due persone speciali originarie dell’antica Anatolia: il musicista Aram Ipekdjian e il religioso arcieparca di Costantinopoli mons. Boghos Levon Zekiyan, docente di Lingue e Letteratura armena all’università Ca’ Foscari di Venezia.

Alla Societa Letteraria l’associazione Inner Wheele ha proposto ad un folto pubblico l’esperienza della gente armena tradotta nel linguaggio dell’ineffabile e del pentagramma grazie alla levatura spirituale di due indigeni di quel popolo di religione non solo cristiana che è stato perseguitato, vittima di un genocidio di cui si è sempre parlato troppo poco e invece racchiude più di una chiave di volta nell’aprire certe porte blindate della Storia.

Ecco allora che il flautista Aram ha fatto da contro canto alla meditazione del sacerdote Boghos Levon Il quale ha commosso la platea,attonita per l’atmosfera creatasi, con i versi di svariati poeti armeni tra cui liriche di tratte da Il canto del pane” di Daniel Varujian, libro che si rivela indispensabile per tutti al fine di evolvere interiormente ed anche esteriormente poiché la poesia, come è stato ispirato alla conferenza, rende bella l’anima e di riflesso il corpo.

Basandosi sulla reciprocità tra Madre Terra e Persona, Varujian invita a ripristinare questo rapporto creduto erroneamente impossibile al giorno d’oggi e che invece anche il flauto di Aram ribadisce.

Michela Pezzani

Armenia, storia e leggenda all’ombra del monte Ararat (Lagenziadiviaggi.it 14.06.17)

C’era una volta Haik, discendente di Noè e padre di tutti gli armeni. La leggenda narra che si stabilì ai piedi del monte Ararat, partì per assistere alla costruzione della Torre di Babele e, ritornato, sconfisse il re assiro Nimrod sul lago di Van, nell’attuale Turchia. È per questo che l’Armenia, prima di assumere il nome attuale, si chiamava Hayastan, traducibile come “la terra di Haik”.

Siamo nel Caucaso meridionale, nel territorio dell’ex Urss. E nonostante questo Paese non abbia alcuno sbocco sul mare, il fascino è quello del porto, dell’approdo, della terra di frontiera. Yerevan, la sua capitale, è una delle città più antiche del mondo, essendo stata fondata dal re urartelo Argishti I nel 782 a.C, mentre l’Armenia è stata la prima nazione al mondo ad adottare il cristianesimo come religione di Stato (nel 301 d.C.). Qui giardini e fontane – se ne contano decine – tutte le sere offrono spettacoli son et lumière, (acqua e luci danzanti al suono della musica); tra cui, quasi immancabilmente, il “Va pensiero” di Giuseppe Verdi.

Una passeggiata attraverso la zona pedonale porta, superato il teatro dell’Opera e del Balletto, alla fine di un giardino in cui si trovano numerose opere d’arte, tra cui tre sculture di Botero, alla Cascade, una lunga scalinata la cui salita è facilitata da una scala mobile affiancata da opere d’arte moderna e contemporanea. Dalla spianata in alto si può ammirare il panorama sulla città e, se si è fortunati, si riesce a vedere il monte Ararat, simbolo del Paese, oggi in territorio turco. Altri punti panoramici, quelli che si godono dal piazzale dedicato alla Madre Armenia e dal Monumento del genocidio armeno.

Nei dintorni di Yerevan, con lo sfondo suggestivo del monte Ararat, si può visitare quel che resta del Tempio Zvartnots, risalente al VII secolo (ma le rovine sono rimaste sepolte fino al ‘900) e la Cattedrale di Echmaidzin, cioè il corrispettivo del Vaticano per la Chiesa apostolica armena, entrambi monumenti Patrimonio dell’Umanità Unesco.

A un paio d’ore di macchina dalla capitale, vicino al confine turco, si trova il monastero di Khor Virap, che nel 2016 è stato visitato da Papa Francesco, e dove – così narra la leggenda – San Gregorio è stato tenuto prigioniero per 12 anni in un pozzo profondo (khor virap): oggi la prigione del santo si può visitare solo scendendo un’impervia scala di metallo. Nelle vicinanze, il complesso monastico di Noravank, grande centro religioso e culturale del XII secolo, è stato restaurato negli anni ‘90 e vanta una particolarità: l’edificio principale, dedicato alla madre di Dio, ha il vestibolo (gavit) al piano terra, mentre la chiesa vera e propria si trova al primo piano, e si raggiunge solo salendo una strettissima scaletta in pietra.

Sempre nei dintorni di Yerevan, è possibile visitare anche il tempio di Garni, risalente al I secolo d.C. e dedicato al dio sole Mitra. Nelle vicinanze, visitabili solo su richiesta, le terme romane. C’è anche il monastero di Geghard (monumento Unesco), situato in un canyon profondo e quasi interamente scavato nella roccia. Al suo interno sgorga una sorgente considerata sacra dagli armeni, che vi si recano in pellegrinaggio per raccoglierne l’acqua.

Più a nord, il lago Sevan e il monastero di Sevanavank, che sorge su quella che in origine era un’isola nel lago, ma lo sfruttamento delle acque ne ha abbassato il livello, trasformandola in penisola. Il lago si trova a 1.900 metri di altezza e il monastero è in cima a una scalinata di circa 230 gradini che vanno affrontati con la cautela, se non altro per il brusco aumento di quota; ma il panorama è imperdibile.

Al Royal Tulip con UIA e Armenia Holidays
Il Royal Tulip Grand Hotel Yerevan, nella capitale armena, è la struttura che ha ospitato i partecipanti al fam trip organizzato da Ukraine International Airlines (UIA), in collaborazione con Armenia Holidays. Un viaggio per scoprire le bellezze di Yerevan, raggiungibile via Kiev in coincidenza da Roma, Milano, Venezia, e dei principali monasteri del territorio. Ad accompagnare il gruppo, per conto della compagnia aerea rappresentata da Distal & Itr Group, il sales manager per l’Italia Fabrizio Forno.

Ukraine International Airlines per arrivare a Yerevan
Fondata venticinque anni fa, nel 1992, la compagnia aerea Ukraine International Airlines (UIA) – rappresentata in Italia da Distal & Itr Group – opera attualmente con una moderna flotta di 39 aerei di linea, tra cui Boeing 737, Boeing 767 e Embraer 190. E dal Kiev Boryspil International Airport, base principale del vettore, collega con un fitto network di voli la capitale dell’Ucraina alle principali città in Europa e nel continente asiatico, inclusa l’Italia, con voli diretti da Roma, Milano e Venezia. Inoltre, grazie agli accordi siglati con le più importanti compagnie internazionali, amplia costantemente la propria rete di collegamenti.

Dal suo hub di Kiev vola, tra l’altro, nella capitale armena Yerevan, che grazie ai suoi collegamenti è facilmente raggiungibile dal nostro Paese. Nel complesso oggi Ukraine International Airlines effettua oltre un migliaio di voli nazionali e internazionali a settimana verso più di 3 mila destinazioni, e offre comodi collegamenti in tutto il mondo a tariffe competitive.

Per i passeggeri più fedeli c’è il Frequent Flyer Programme “Panorama Club” che offre numerosi vantaggi, tra cui il limite di peso per il bagaglio a mano di 12 chilogrammi invece dei classici sette.

Ukraine International Airlines è stata la prima compagnia dei Paesi Csi a ottenere il riconoscimento della certificazione Iata, e partecipa regolarmente con successo all’Operational Safety Audit dell’associazione internazionale delle compagnie aeree.

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Auctoria presenta la nuova guida sull’Armenia (Travelquotidiano.com 14.06.17)

Auctoria, tour operator specializzato in viaggi in Armenia e Ukraine Airlines presentano la nuova guida “Armenia e Nagorno Karabakh”. Una pubblicazione che fa parte della collana Insider, edita da Morellini e che approfondisce un territorio affascinante e tutto da scoprire, dai paesaggi montani agli antichi monasteri, dalla “Stonehenge” del Caucaso alla prelibata gastronomia. La guida verrà presentata ufficialmente a Roma giovedì 15 giugno alle 18,30, presso la Sala San Francesco Casa “I Cappuccini” e sarà presente in tutte le librerie dal 29 giugno. E’ solo negli ultimi anni che gli italiani hanno iniziato a scoprire l’Armenia, affascinante e antichissimo Paese a cavallo tra Europa ed Asia, che grazie a un rinnovato impegno di promozione turistica, sta diventando una delle “nuove mete” che attirano l’attenzione dei viaggiatori italiani più attenti. La sua capitale Yerevan è una metropoli cosmopolita, dall’intensa vita notturna ma anche dai tanti eventi all’aria aperta. Culla del cristianesimo, il territorio armeno si sviluppa quasi sempre sopra i 1000 metri e ospita monasteri medievali abbarbicati sulla cima delle montagne: Sevanavank, Sanahin e, fra tutti, i complesso di Tatev, raggiunto in cima ai monti dalla più lunga teleferica del mondo. La guida di Mauro Morellini conduce inoltre alla scoperta del Nagorno Karabakh (chiamato oggi dai locali e dagli armeni Artsakh), una regione tuttora contesa tra Armenia e Azerbaijan, ma che è di fatto un’estensione dell’Armenia e custodisce tesori come il monastero di Dadivank e il sito archeologico di Tigranakert, fino alla stessa capitale Step’anakert.

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