Armenia-Italia: domani ministro Esteri Nalbandian a Roma per prima riunione commissione intergovernativa (Agenzianova 05.06.17)

Erevan, 05 giu 09:18 – (Agenzia Nova) – Prenderà il via domani la visita in Italia di una delegazione del governo di Erevan che parteciperà alla prima riunione della commissione intergovernativa Armenia-Italia. Lo riferisce l’agenzia di stampa locale “Armenpress”. La missione, guidata dal ministro degli Esteri Edward Nalbandian, durerà sino all’8 giugno e prevede l’organizzazione di un business forum. Nalbandian, inoltre, si recherà presso la sede della Società per l’organizzazione internazionale (Sioi) dove, accolto dal presidente Franco Frattini, terrà una lecture sul tema “La politica estera dell’Armenia”. Faranno parte della delegazione, inoltre, il viceministro degli Esteri Karen Nazaryan, il viceministro della Cultura Arev Samuelyan, il viceministro dei Trasporti Aram Khachatryan e altri rappresentanti governativi. (Res)

Arborea, artisti armeni in mostra: ecco l’anteprima di “Istoria” (Unionesarda.it 03.06.17)

Inaugura stasera, alle 19, negli spazi della Ex-Gil in Corso Italia ad Arborea, una piccola anteprima rispetto alle date ufficiali di Istòria – Festival Multiartistico di Storia Contemporanea (sabato 10 e domenica 11).

Si tratta della mostra di arte contemporanea degli artisti armeni, un viaggio espositivo e narrativo che prosegue nella città dopo aver toccato nel 2009 Avellino, nel 2010 Napoli e nel 2012 Scafati.

È un progetto che vuole mettere in mostra la cultura del popolo armeno attraverso le opere realizzate da artisti contemporanei armeni: persone che, pur in diaspora in varie nazioni, non hanno mai cancellato il legame che gli unisce alla terra di origine.

Come ogni evento culturale, la mostra di Arborea vuole essere occasione di stimolo e riflessione su una realtà lontana. Il progetto è curato da Giacomo Carlo Tropeano.

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La Turchia usa il fact-checking per diffondere fake news (Il foglio 01.06.17)

Roma. Il 24 aprile 2016, un aereo acrobatico ha lasciato alcuni “messaggi di fumo” piuttosto criptici nel cielo sopra Manhattan, New York. Lo stunt ha creato le scritte “GR8 ALLY : TURKEY”, “STOP : PYD : PKK : ASALA : DAESH”, “RUSSIA + ARMENIA”, “# LET HISTORY DECIDE”, “101 YEARS OF GENO-LIE” (che suona come “101 anni di bugie sul genocidio”) e infine l’indirizzo del sito web “FACT CHECK ARMENIA.COM”. Per chi stava osservando il cielo in quelle ore, gli ultimi due messaggi hanno chiarito lo scopo dello spettacolo: si trattava di un tentativo di promuovere il negazionismo dello sterminio di un milione e mezzo di armeni da parte dell’impero ottomano tra il 1915 e il 1916. Il sito è stato pubblicizzato anche sui risultati di Google per le query di ricerca sul genocidio.

Se è ben noto il pugno di ferro che l’attuale governo turco esercita sulla stampa – con intimidazioni e arresti arbitrari di giornalisti critici – meno nota è la campagna di disinformazione orchestrata da falsi gruppi di fact-checking legati al governo, che un articolo di Poynter Institute analizza in dettaglio: il genocidio armeno è una menzogna; il governo non ha cercato di censurare Wikipedia; per le migliaia di dipendenti statali licenziati per ragioni politiche c’è una procedura di ricorso molto efficace. In un commento approfondito pubblicato dal Guardian, la giornalista Ece Temelkuran sostiene che la post verità in Turchia abbia preso il posto della realtà, in un processo che dura da almeno 15 anni. “Questo processo ha coinvolto l’abile e volontaria manipolazione delle narrative”. L’uso propagandistico del fact-checking è una di queste strategie.

 

Il caso di Factcheckarmenia.com è esemplare: la Turchia nega ufficialmente il genocidio armeno e ha realizzato in tutto il mondo campagne e attività di lobby contro il suo riconoscimento. Ankara sostiene che gli armeni non furono deportati ma solo “ricollocati” e che nessuno fu ucciso. Un sito come Factcheckarmenia va proprio in questa direzione, anche se non è chiaro chi davvero possieda il sito web. Secondo i registri la proprietà è registrata a nome di una società delle Bahamas. Ma la loro pagina Facebook dice che sono finanziati dalla ” Turkic Platform”, un’ong con sede a Istanbul della quale a sua volta sono sconosciuti i proprietari ma che, anche secondo i media filogovernativi turchi, realizza molte attività negli Stati Uniti. In più, Ayhan Özmekik, portavoce del sito, è anche il fondatore della fondazione Turkish American Youth and Education e ha avuto un ruolo in attività di sensibilizzazione del partito di governo Akp negli Stati Uniti.

Anche “Factcheckingturkey.com”, lanciato nel 2016, non è davvero un servizio di fact-checking. Si tratta invece di un progetto con l’obiettivo di contrastare gli autori degli articoli che criticano il governo dell’Akp. Il sito usa una metodologia non trasparente e raggiunge le sue conclusioni facendo riferimento solo alle dichiarazioni del governo. Il recente articolo, “La storia dietro al divieto di Wikipedia in Turchia” ne è un esempio: un anonimo funzionario dello stato turco è l’unica fonte utilizzata per “sfatare” nove report di media globali riguardo alla censura applicata da Ankara all’enciclopedia online.

La Cina ha in cantiere un progetto online per soppiantare Wikipedia. Con il controllo dello stato. Intanto anche la Turchia va alla guerra con la piattaforma

Su Twitter, il gruppo ha recentemente preso di mira il rapporto di Amnesty International sulle purghe post-colpo di stato in Turchia. Sulla base di 61 interviste, Amnesty aveva concluso che “nonostante la chiara arbitrarietà delle decisioni di licenziamento, non v’è alcuna procedura di ricorso efficace per i lavoratori del settore pubblico contro le loro espulsioni”. Factcheckingturkey risponde con il discorso (vecchio di mesi) di un consigliere del presidente Erdogan, Mehmet Uçar, che in uno show televisivo dice che una commissione d’appello “dovrebbe partire presto”.

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Assente alla consegna del premio Aurora, l’attore spiega: “Se nascessero i miei figli mentre non ci sono, mia moglie non me lo perdonerebbe” (Huffingtonpost 30.05.17)

È arrivato il momento, dopo 9 mesi di indiscrezioni, voci di corridoio e supposizioni: George Clooney sta per diventare papà per la prima volta. L’attore 56enne, sposato dal 2014 con l’avvocatessa Amal Alamuddin, ha infatti annunciato in un video che tra poche ore la sua dolce metà darà alla luce i due gemelli – un maschio e una femmina – che porta in grembo.

L’occasione è stata quella del ritiro del premio Aurora, conferito all’interprete di Ocean’s Eleven per l’impegno umanitario profuso in tutti questi anni. Clooney è stato costretto a disertare la consegna del riconoscimento, che si è tenuta a Yeveran (capitale dell’Armenia), proprio perché il parto di Amal sarebbe vicinissimo.

“Mi sarebbe piaciuto veramente esserci” ha detto l’attore nel filmato inviato in Armenia. “Ma se nascono i miei gemelli mentre sono lontano, mia moglie non mi fa più tornare a casa” è stato il commento finale, tra il divertito e il serio.

La storia tra l’avvocatessa e l’attore si è avviata nel 2013 e dopo solo un anno i due sono convolati a nozze, facendo così depennare il nome di Clooney da quelli degli scapoli d’oro. Quando – 8 mesi fa – è iniziata a trapelare la notizia della gravidanza di Amal, molti giornali hanno insinuato che la coppia litigasse molto, poiché Clooney non voleva diventare padre.

Il video, tuttavia, sembra smentire ogni voce e George sembra pronto a vivere questa nuova avventura.

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Armenia: ministro Esteri Nalbandian incontra segretario generale Osce Zannier in visita a Erevan (Agenzianova 30.05.17)

Erevan, 30 mag 12:31 – (Agenzia Nova) – L’Armenia è impegnata in tutte le attività dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce): l’attuazione dei programmi dell’istituzione internazionale nel paese è esemplare. Lo ha affermato il ministro degli Esteri armeno Eduard Nalbandian nel corso della conferenza stampa congiunta oggi a Erevan con il segretario generale dell’Osce Lamberto Zannier. “La visita del segretario generale Osce avviene in un momento in cui l’organizzazione ha dovuto chiudere il suo ultimo ufficio nella regione a causa dell’Azerbiagian. Questa è un’azione contro l’Osce”, ha dichiarato Nalbandian come riferisce il profilo Twitter del ministero degli Esteri di Erevan. Nalbandian ha inoltre rimarcato in conferenza stampa che l’Armenia ritiene molto importante l’attuazione degli accordi di Vienna e San Pietroburgo, la cui attuazione a suo modo di vedere “continua ad essere ostacolata dall’Azerbaigian”. (Res)

Hrant Dink, martire armeno della verità (Frammentidipace.it

Hrant Dink era un uomo buono e mite, cercava sempre il dialogo anche con la gente che non la pensava come lui. E’ stato il fondatore e il redattore capo della rivista Agos, un giornale scritto in armeno e in turco per avvicinare i due popoli e per facilitare la loro riconciliazione. Ma, da giornalista, era amante della verità e della libertà di pensiero.

Per questo motivo non nascondeva il fatto che non si sentiva turco ma armeno in Turchia e scriveva apertamente sul genocidio armeno avvenuto tra il 1890 e il 1917. Nella Turchia, anche all’inizio del XXI, tale atteggiamento era insopportabile per il potere sempre più nazionalista e intollerante: nel 2005 fu condannato a sei mesi di reclusione perché i tribunali avevano ritenuto i suoi articoli un insulto all’identità turca secondo il famigerato articolo 301 del codice penale turco.

Insieme alla condanna è cominciata nei media una violenta campagna denigratoria che lo descriveva come nemico viscerale dei turchi. Sono arrivate anche continue minacce che sconvolgevano la vita di quest’uomo pacifico. Non voleva scappare, non voleva fuggire all’estero e, malgrado il clima pesante, era convinto che non gli sarebbe successo niente.

Nel suo ultimo articolo scriveva, tra l’altro: “Sono come un colombo che si guarda sempre intorno, incuriosito e impaurito. Chissà quali ingiustizie mi troverò davanti. Ma nel mio cuore impaurito di colombo so che la gente di questo Paese non mi toccherà. Perché qui non si fa male ai colombi. I colombi vivono fra gli uomini. Impauriti come me, ma come me liberi”.

Sbagliava Dink: è stato assassinato a Istambul, davanti ai locali del suo giornale Agos, con tre colpi di pistola alla gola.

Il suo assassino, Ogun Samast, nato nel 1990 a Trebisonda, la città dove è stato assassinato don Andrea Santoro, all’epoca del delitto aveva soltanto 17 anni. E’ stato riconosciuto colpevole di omicidio premeditato e condannato a ventidue anni e dieci mesi di reclusione. Ma a tutti è stato chiaro che il giovane è stato solo l’esecutore materiale del delitto e che l’assassinio del giornalista scomodo coinvolgeva apparati dello Stato, servizi segreti e gruppi ultranazionalisti. In questo senso la morte di Dink è stato un crimine di stato.

L’assassinio provocò enorme sgomento non soltanto in Turchia ma in tutto il mondo. In Italia la scomparsa di Hrant Dink è ricordata dalla Comunità armena di Roma con un riconoscimento giornalistico a lui intitolato la cui prima edizione si è tenuta nel 2008.

Quest’anno si è arrivati alla decima edizione di tale iniziativa.

Ad essere insignita del riconoscimento, nello splendido scenario della storica Biblioteca Vallicelliana di Roma, è stata la giornalista italiana Marta Ottaviani, considerata uno dei maggiori esperti di Turchia dove ha passato tanti anni della sua vita professionale.

Il suo ultimo libro: “Il Reis. Come Erdogan ha cambiato la Turchia” (Textus Edizioni, 2016) tratta anche della storia recentissima e travagliata di quel Paese.

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Battilocchio incontra l’ambasciatore dell’Armenia in Italia (Lextra.news 27.05.17)

Alessandro Battilocchio si è recato nei giorni scorsi a Yerevan , capitale dell’Armenia, per avviare un progetto di cooperazione promosso dal locale Parlamento, appena rinnovatosi. In quell’occasione, è anche stato relatore in seminari organizzati dalla Facoltà di Giurisprudenza-Studi Europei dell’Università di Yerevan, antico e prestigioso Ateneo coinvolto in una serie di progettualità internazionali, in particolare rivolte all’Europa.

Battilocchio, che già da parlamentare europeo ha seguito in prima persona i tre Paesi del Caucaso Meridionale, ha anche visitato due scuole superiori armene, interessate ad un rapporto di scambio ed amicizia con analoghi istituti dell’hinterland romano. Per parlare quindi delle iniziative in corso e della visita appena conclusasi, Battilocchio ha incontrato presso la sede ufficiale Victoria Bagdassarian, Ambasciatore della Repubblica di Armenia in Italia che ha confermato la sua disponibilità ad interagire e sovraintendere questa collaborazione bilaterale che vede coinvolte le istituzioni e diverse realtà scolastiche del territorio.

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Dai caldei agli armeni, ai copti: sono 15 milioni i cristiani in Medio Oriente (Secoloditalia.it 27.05.17)

Tra maroniti e copti, melkiti e caldei sono numerose e varie le comunità cristiane che vivono in Medioriente. Secondo uno studio condotto dalla Fondazione Oasis nella regione vivono oggi circa 15 milioni di cristiani, tra fedeli autoctoni e immigrati. In alcuni Paesi sono in forte calo (Iraq, Siria), mentre sono in aumento nel Golfo e nella Penisola arabica. La presenza cristiana nella regione è estremamente frammentata. La Chiesa cattolica in Medio Oriente si articola in sette riti, ognuno organizzato attorno a un Patriarca, che è nominato dall’assemblea dei Vescovi (sinodo), ma è confermato dal Papa. Questi riti e le relative Chiese sono: rito caldeo, rito copto, rito siriaco, rito armeno, rito melkita, rito maronita e rito latino. Ognuno dei riti, salvo il maronita e il latino, ha per ragioni storiche una Chiesa ”gemella” ortodossa: Chiesa assira d’Oriente e Antica Chiesa d’Oriente, Chiesa siro-ortodossa, Chiesa copto-ortodossa, Chiesa armena apostolica, Chiesa greco-ortodossa (articolata in Medio Oriente in quattro Patriarcati: Costantinopoli, Antiochia, Gerusalemme e Alessandria). A queste Chiese si aggiungono le comunità nate dalla riforma: luterani, anglicani e modernamente le varie denominazioni pentecostali. Ognuna di queste Chiese storiche, sia cattoliche sia non cattoliche, ha sviluppato una consistente diaspora, soprattutto in Europa, nelle Americhe e in Australia, che si è a sua volta organizzata in diocesi. È il caso ad esempio della Diocesi copto-ortodossa di Milano

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I poeti armeni salvati dal genocidio (Ilgiornalie.it 26.05.17)

Coltivavano esseri umani. Proprio così. Gli allevamenti erano a Chankiri e ad Ayas, nella campagna di Ankara.

Lì coltivavano esseri umani, nutrendoli con la paura. Poi, ogni tanto, per placare la fame turca, ne uccidevano qualcuno. Non sapevi quando. Né come. Come bestie al macello. La retata accadde il 24 aprile 1915. Quel giorno iniziano le deportazioni in campagna e comincia, sistematicamente, il genocidio armeno. Anche il poeta fu arrestato quel giorno, il 24 aprile 1915. Daniel Varujan aveva moglie e tre figli, aveva perfezionato gli studi a Venezia e a Gand, in Belgio. Amava i poeti francesi e Leopardi, traduceva Stéphane Mallarmé e Maurice Maeterlinck, ma era rigorosamente legato alla sua terra, l’Armenia. Dai versi limpidi di questo Pukin armeno riluce «la nostalgia per la Grande Armenia delle cattedrali e dei monasteri medievali, con i suoi leggendari manoscritti miniati, i grandi castelli, gli arcieri e le belle dame sans merci» (Antonia Arslan). Il poeta accettò la deportazione, tradusse il dolore in opera d’arte. «Incorona di spighe la mia lira,/ perché sull’aia, alla fresca ombra del salice,/ io mi possa sedere e generare/ le mie canzoni», canta Alla Musa. Scrive splendide poesie bucoliche («Nuota il grande Silenzio tra le stelle divenute un mare./ L’infinito con diecimila occhi ammiccanti mi chiama»), forse prevedendo che quelli sono gli ultimi sguardi che rivolge al mondo.

Il poeta morì quattro mesi dopo la deportazione. Lo presero insieme ad altri, gli legarono le mani, fu tradotto su un carro in un luogo desolato. Poi, come gli altri, lo perquisirono. Lo spogliarono. Lo legarono a un albero, nudo. I soldati turchi si divertirono a torturare il poeta. Prima gli cavarono gli occhi. Poi lo scorticarono. Infine, il poeta morì. «Io vado alla sorgente della luce…», canta il poeta, intoccabile, in una delle liriche vertiginose. Il massacro non si fermò. Varujan, secondo il racconto dei testimoni, aveva riempito sei quaderni di poesie. Quando i poliziotti vennero a prenderlo, li nascose sotto un cuscino. Troppo facile. Anche l’opera di Varujan subì il martirio. Il possidente del luogo «dopo aver lisciato e messo in ordine le pagine, le perforò con uno spago per incartare formaggio e olive per i suoi clienti». Questa è la fine dell’opera del più grande poeta armeno del Novecento. Alcuni testi, tuttavia, scamparono allo sterminio e costituiscono un tesoro poetico di straziante bellezza. Varujan non fu l’unico poeta a essere ucciso. Come lui, morirono in tanti, tantissimi intellettuali, Tlgadintzì e Rupen Sevag, Krikor Zohrab e Siamantò, il poeta dell’«inenarrabile storia» del genocidio armeno, che «con questi miei spietati occhi» ha raccontato dei «cadaveri ammassati fino alla cima degli alberi».

Senza alcuna concessione alla mera testimonianza – la storia dell’arte è più feroce della Storia dell’uomo, ammette soltanto grandi testi ignorando il piagnisteo – le Edizioni Ares pubblicano sotto il titolo Benedici questa croce di spighe la prima Antologia di scrittori armeni vittime del Genocidio mai tentata in Italia (con un Invito alla lettura di Antonia Arslan, pagg. 240, euro 18). Dalle ceneri del genocidio «Entro la fine del 1916 non solo tutte le comunità armene erano state deportate, ma, in pratica, il piano di sterminio era completato», contando circa un milione e mezzo di morti – ci giunge una poesia severa e compiuta, strenuamente colta. E una indicazione estetica assoluta: solo le storie inenarrabili, che ci accecano per l’orrore, sono degne di essere dette. Purché si abbiano gli «occhi spietatamente umani» del poeta.

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ARMENIA: L’OSCE abbandona Yerevan (Eastjournal.net 24.05.17)

Il 4 maggio 2017 l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) ha ufficialmente chiuso l’ufficio di Yerevan. L’organizzazione, il cui forum unico raggiunge raramente l’unanimità dei 57 membri, non è riuscita a superare l’impasse creatosi in relazione all’estensione del mandato in Armenia.

L’impasse azero

Come ha dichiarato Kate M. Byrnes Chargée d’Affaires, ad interim, della missione statunitense – la chiusura dell’ufficio di Yerevan è stata compromessa dalla decisione della rappresentanza azera, che ha negato il consenso al prolungamento della missione, condizionando il proprio assenso alla sospensione di un programma umanitario di sminamento lanciato proprio dall’OSCE.

Come riportato dall’Armenian Weekly, la rappresentanza azera al Consiglio permanente di Vienna aveva accusato alcuni mesi fa l’Armenia di manipolare e sfruttare ai danni dell’Azerbaijan gli aiuti ricevuti. Il timore del governo azero era che i programmi umanitari avviati dall’OSCE in Armenia potessero determinare un vantaggio per Yerevan nel conflitto in Nagorno-Karabakh.

Nella dichiarazione di Baku del 2014, l’Assemblea parlamentare dell’OSCE aveva rinnovato l’appello, già espresso in precedenza, ad “adottare mandati pieni, effettivi e a lungo termine” per le operazioni sul campo. L’ufficio di Yerevan, inoltre, aveva assunto un’importanza strategica ancora maggiore dopo la chiusura delle missioni OSCE in Georgia e Azerbaijan. Come sottolineato da Byrnes, con l’Armenia l’OSCE ha perso anche l’ultima operazione sul campo nel Caucaso meridionale, nonostante l’efficace dialogo instaurato dal direttore dell’ufficio Argo Avakov con il Governo armeno.

La lotta alla corruzione

Durante il periodo a Yerevan, l’obiettivo principale dell’ufficio è stato quello di implementare i principi fondamentali dell’OSCE, affrontando i problemi endemici attraverso la collaborazione con agenzie e ONG locali.

Tra le minacce transnazionali di cui si occupa l’OSCE figura la corruzione, problematica che da tempo questa e altre organizzazioni europee tentano di combattere in Armenia. In particolare, nei mesi che hanno preceduto le elezioni di aprile, la delegazione dell’Unione Europea ha svolto un ruolo chiave nella sensibilizzazione della società civile armena, diffondendo importanti messaggi anti-corruzione.

Dal canto suo, l’ufficio dell’OSCE a Yerevan ha affrontato la questione della corruzione partendo dall’obiettivo di potenziare il comitato elettorale centrale e di formare osservatori locali, mettendoli al corrente degli standard internazionali di monitoraggio. I funzionari hanno collaborato con il governo e con il corpo elettorale per rafforzare il processo democratico, fiancheggiando le istituzioni statali e tenendo corsi di formazione anti-corruzione – con l’obiettivo in primis di promuovere il dialogo tra governo e società civile.

Tutelare la libertà d’espressione

A Yerevan, l’OSCE non ha solo affrontato i problemi legati alla corruzione: tra gli obiettivi principali vi era la tutela della libertà di espressione e informazione. Oltre a rivedere la legislazione armena sulla trasmissione delle informazioni, l’ufficio ha tenuto corsi per giudici e avvocati sui modelli internazionali di libertà di espressione.

Tra gli studi svolti dall’OSCE nel periodo in cui l’ufficio di Yerevan è rimasto aperto, ha assunto particolare rilevanza il Survey on Facebook Users in Armenia, pubblicato nel 2013. La ricerca, finanziata dall’UE, ha avuto come obiettivo quello di comprendere il ruolo di Facebook come piattaforma di libera espressione per gli armeni.

In Armenia questo social network, che ha visto un’impennata di iscrizioni nel 2010, è visto da molti come una fonte alternativa di informazioni: la ricerca condotta dall’OSCE – come del resto anche altri studi precedenti – hanno evidenziato il ruolo attivo di Facebook nel favorire il pluralismo espressivo.

L’OSCE ha posto le basi per cambiare le cose in Armenia, ma riuscirà ora Yerevan a proseguire con altrettanto vigore sulla strada della sicurezza e della cooperazione regionale?

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