Nuovi concerti di Charles Aznavour in Italia, date a Roma e Milano: prezzi biglietti in prevendita (Optimaitalia 23.05.17)

Annunciati nuovi concerti di Charles Aznavour in Italia, due date a Roma e Milano: ecco i prezzi dei biglietti in prevendita su TicketOne

Il grande chansonnier torna ad incantare il Belpaese: sono stati annunciati nuovi concerti di Charles Aznavour in Italia dopo il grande successo dello scorso settembre con il live all’Arena di Verona.

 

A grande richiesta, infatti, il cantautore, attore e diplomatico impegnato per la causa armena, ormai alla soglia dei 93 anni ma ancora attivissimo sulla scena internazionale terrà due nuovi concerti nel nostro Paese nei prossimi mesi.

I concerti di Charles Aznavour in Italia rientrano nella celebrazione di 70 anni di magnifica carriera dell’artista francese, che gli sono valsi il soprannome di “Charles Aznavoice”: dopo aver incantato milioni di spettatori in 94 paesi del mondo, col suo repertorio di 1.200 canzoni e 294 album in sette decenni di attività, il maestro della canzone d’autore francese con ben 300 milioni di dischi venduti nel mondo e 80 film all’attivo continua a riservare sorprese al suo pubblico.

Aznavour sarà in concerto il 23 luglio nella Cavea all’aperto dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, mentre in autunno sarà in scena il 13 novembre al Teatro Arcimboldi di Milano. I due nuovi concerti si aggiungono a quello previsto in Sardegna il 13 agosto, al Forte Arena di Santa Margherita di Pula, nell’ambito di una tournée internazionale che ha toccato anche Asia e Sud America.

In scaletta i grandi successi della sua carriera, con brani cantati in diverse lingue (almeno quattro, ad esempio, quelle in cui ha interpretato Tous les visages de l’amour, italiano, inglese, spagnolo e tedesco) e coverizzati da numerosi artisti come Laura Pausini (celebre la sua Uguale a lei), La Bohème, Com’è triste Venezia, Ed io tra di voi (reinterpretata anche da Franco Battiato) e moltissimi altri.

I biglietti per le nuove date sono in prevendita su circuito TicketOne, sia online che presso i rivenditori autorizzati. Ecco i prezzi per ciascun settore della Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma.

parterre – I settore € 150,00 + € 22,00 dir. prev.
parterre laterale – I settore € 130,00 + € 19,00 dir. prev.
parterre II settore € 150,00 + € 22,00 dir. prev.
parterre laterale – II settore € 130,00 + € 19,00 dir. prev.
tribuna centrale € 110,00 + € 16,00 dir. prev.
tribuna mediana € 80,00 + € 12,00 dir. prev
tribuna laterale € 60,00 + € 9,00 dir. prev.
tribunetta € 45,00 + € 6,00 dir. prev.

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Ue: Mogherini, Unione ribadisce impegno per sostenere normalizzazione relazioni tra Armenia e Turchia (Agenzianova.com 23.05.17

Bruxelles, 23 mag 11:30 – (Agenzia Nova) – L’Unione europea ha ribadito “il suo impegno per sostenere la normalizzazione delle relazioni tra l’Armenia e la Turchia”: lo dice oggi a Bruxelles l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, nella conferenza stampa al termine del Consiglio di cooperazione Ue-Armenia. Diversi i temi del Consiglio, che secondo quanto affermato da Mogherini “è stato estremamente positivo. L’Armenia, cui sosteniamo l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale – ha sottolineato il capo della diplomazia Ue – è un partner molto importante per l’Unione europea”. Oggi si è discusso dei “prossimi passi” per la relazione tra Ue e Armenia, mentre prosegue il lavoro per la firma di un accordo di partenariato rafforzato e onnicomprensivo, già siglato a marzo a Erevan. “L’Unione europea è favorevole a espandere e approfondire la cooperazione con l’Armenia. (segue) (Beb)

I disobbedienti e i gesti di resistenza di Agopik Manoukian (Gariwo 22.05.17)

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Agopik Manoukian alla presentazione del libro di Pietro Kuciukian I disobbedienti. Viaggio tra i giusti ottomani del genocidio armeno (Guerini e associati, Milano 2016) al Memoriale della Shoah, il 16 maggio 2017.

Seguo Pietro Kuciukian da anni. La nostra è una bella amicizia, fatta di condivisione di viaggi e iniziative varie. Tra queste la presentazione di diversi suoi scritti, che ogni volta hanno dei punti comuni ma anche sorprese e diversità (per il tema, per l’approccio…).

Comune è la sua facilità nel narrare e nel mescolare emozioni, notazioni sul paesaggio con riferimenti sia storici che contingenti: la moto, la moglie, il profilo di una persona. In questo testo questi aspetti sono meno evidenti e confinati nei brevi incipit di ogni capitoletto: sono gli unici momenti di respiro in un testo sostanzialmente angosciante per il tema che affronta. Perché sul bene di cui si vorrebbe celebrare l’esistenza continua a gravare e a dominare il suo opposto.

Che cosa muove Pietro Kuciukian a questa ricerca? Innanzitutto un episodio familiare. Nel 1895 a Istanbul c’è un pogrom antiarmeno. Un vicino di casa nasconde la famiglia Kuciukian nella propria cantina, riuscendo così a salvarli. In secondo luogo, l’importanza di esprimere un riconoscimento a “coloro che non vollero partecipare allo sterminio”. Questo come reazione ai monumenti ai massacratori e alle celebrazioni che ancor oggi si fanno (vedi Topal Osman, il dr. Resid Bey,…Kemal Ataturk) . L’amara constatazione è che “a chi si oppose non è stato dedicato nulla” (p.18).

Il testo esplora le diverse manifestazioni di “resistenza” a fronte delle iniziative del triunvirato di Taalat Pascià, Gemal Pascià e Enver Pascià – i tre maggiori responsabili del genocidio armeno.

Pietro Kuciukian va rintracciare ad uno ad uno questi episodi di resistenza negli innumerevoli saggi, testi storici, memorie, riferiti al genocidio relativamente agli anni 1915-1923.

Attori di questa resistenza sono non solo dei turchi. Ci sono infatti anche dei Kurdi, degli arabi e .. perfino un sudamericano. È una resistenza fatta di piccoli e grandi gesti. Una resistenza che non è organizzata e che si articola sostanzialmente lungo due filoni: quella istintiva e spontanea, che proviene dalle persone più prossime alle vittime designate (generalmente si tratta di vicini di casa, uomini e donne senza nome), e quella degli uomini delle Istituzioni e dell’organizzazione dello Stato sviluppata da chi ha il potere e l’autorità ai diversi livelli della scala gerarchica ottomana – governatore della provincia (Vali), governatore del distretto (mutessarif), autorità del cantone (Kaimakam), capo del quartiere (mukhtar), capo del villaggio (mudir) – e da chi ha autorità professionale come il giurista (mufti) o il sacerdote (mullah).

I percorsi seguiti nella narrazione sono due. Uno geografico: il viaggio nelle diverse regioni dell’Anatolia ottomana, iniziando da Istanbul sino ai confini della Siria. In ciascuna regione Pietro Kuciukian rintraccia le diverse figure di resistenti. In alcuni casi cerca anche di caratterizzare i diversi territori da un punto di vista socio- culturale o logistico. Ad esempio quello di Kutaya è un distretto dove gli armeni risultano assai bene integrati nella società locale e sembra insostenibile l’ordine di deportazione. Molto diversa la situazione nel distretto di Van, dove la popolazione deve difendersi da un assedio che dura settimane…Altri distretti come quello di Konya sono invece punti nevralgici lungo il percorso che porta al deserto, perché vi affluiscono armeni provenienti da più parti dell’Anatolia.
Il secondo percorso è tipologico. Pietro Kuciukian in questo caso tenta di individuare una vera e propria tipologia dei gesti di resistenza, differenziandoli in base alle modalità con cui si esplicano, ai ruoli sociali dei resistenti, alle loro probabili motivazioni, agli esisti dei loro atti. La tipologia che ne deriva è abbastanza estesa: sono ben tredici, infatti, le varianti individuate. In ciascuna compaiono i nomi delle persone i cui gesti hanno caratteristiche coerenti con il tipo ideale descritto.

Quali sono gli esiti di questi gesti di resistenza ?

Non sono rassicuranti.

Ai gesti di disobbedienza seguono – spesso – esiti ancora più cruenti. Anche l’islamizzazione e la conversione, che sembrano essere l’unica via percorribile per avere salva la vita, non sempre danno gli effetti sperati e promessi. Il più delle volte la conversione è solo un pretesto: non garantisce incolumità.

Sullo sfondo di ogni gesto di resistenza domina così quella “nera macchia” che grava sull’intero popolo turco e di cui parla il poeta turco Nazim Hikmet in un bellissimo verso messo in exergo all’inizio del testo. “Nera macchia” come presenza inesorabile, crudele, alla fine quasi sempre vincente, che si presenta sotto un doppio volto.

Quello di un ordine superiore, istituzionale (lalegge sull’ordine di deportazione di tutti gli armeni e la legge sulla confisca di tutti i loro beni) che ha come obiettivo quello di estirpare la presenza armena sul territorio o negarla definitivamente. Questa volontà è ulteriormente dimostrata dall’accanimento sui bambini come possibili futuri armeni. Vanno eliminati o turchizzati. Che in loro non ci sia più traccia di qualcosa di armeno. I “salvati dalla spada” (così vengono chiamati i sopravissuti) devono essere “esentati” dalla memoria. L’ordine superiore segue una logica razionale/radicale, e deve essere attuato/eseguito senza eccezione.

Chi contravviene o resiste va eliminato – o perlomeno allontanato. L’autorità ultima è quella del Ministero dell’interno – autorità civile, non militare. Una distinzione che permette di avocare a Taalat Pascià l’ultima parola sul destino degli armeni (e non ad esempio al suo collega Gemal, che con il suo progetto politico e territoriale voleva lasciare – tardivamente – un minimo spazio vitale anche gli armeni).

In secondo luogo, il volto anonimo – implicito – non dichiarato, ma effettivo nelle conseguenze di una “sospensione delle regole” favorita dallo stato di guerra e dalla difficoltà di controllare nei minimi particolari un’operazione di pulizia così estesa che riguarda una popolazione “mischiata” che vive tra le montagne e si incammina giorno e notte verso il deserto. Sospensione delle regole significa che chiunque (non armeno) ha il diritto di uccidere, saccheggiare, spogliare: il lavoro sporco non necessariamente deve farlo l’esercito. Meglio se la responsabilità è imputabile ad altri: i circassi, i curdi, gli ex carcerati…le milizie speciali. Il motore è dato dall’avidità (dei singoli e dello Stato) di appropriarsi dei beni degli armeni: beni privati ma anche spazi ed edifici collettivi come le scuole, le chiese. Inoltre donne, ragazze e bambini nella misura in cui possono essere usati/e abusati/e come servi/e come schiave…Emerge l’immagine di una rete di individui famelici presenti in modo diffuso sul territorio, che si avventa sulle prede armene, sui loro beni, sui loro indumenti, sulle loro monete nascoste nei corpi…Questa seconda componente della “macchia nera” era dominante nei massacri Hamidiani di fine ‘800.

Qui è l’inverso.

I gesti di ”resistenza”, se fisicamente non riescono a fermare l’onda sterminatrice – e a volte riescono solo a ritardarla, o a salvare dalla morte alcuni individui o gruppi di individui, a livello “secondario” non sono però perdenti se riescono a fare “resistenza” all’oblio e si trasformano in testimonianza e prova.

Testimonianza quando i gesti di resistenza riescono a non essere cancellati e di essi rimangono le tracce, quando contrastano la negazione. Questo avviene ad esempio attraverso la scrittura, la parola che può e riesce ad essere tramandata.

Pietro Kuciukian si sofferma in particolare sui gesti di due persone che – è da sottolineare – non sono turchi, ma in alcuni momenti della loro carriera professionale operano alle dipendenze e all’interno delle istituzioni turche. Uno è l’ufficiale circasso Hassan Amdja e l’altro è l’arabo beduino Fayez El Gossein, che è stato Kaimakam della regione di Karput.
Del primo si conosce in dettaglio come – su incarico di Gemal Pascià, che desiderava divenire “Sultano del Medio Oriente” – cercasse di adempiere con scrupolo ed efficienza al salvataggio e al trasferimento sulla costa del Mediterraneo di migliaia di armeni destinati ad un ‘orrenda fine” nei campi della regione di Hauran, e come venne ripetutamente contrastato non solo durante la sua opera – tanto da essere costretto a desistere – quanto anche nel raccontarla in una serie di articoli pubblicati nel 1919 su un quotidiano di Istanbul che suscitarono l’immediata opposizione e biasimo da parte dei lettori per aver parlato, per aver voluto raccontare … “in un momento (siamo nel 1919) in cui tutti tacciono (…) tu ti metti a spandere il fiele!”

L’altro episodio di chi “spande il fiele” è riferito a Fayez El Gossein, l’arabo – beduino che dopo aver prestato i propri servigi alle amministrazioni locali turche viene arrestato perché sospettato di tramare per l’indipendenza araba in un’area mediorientale (volendo sottrarla all’impero ottomano). Durante il trasferimento verso il luogo della sua prigionia e l’esilio a Diarbekir vede scene drammatiche e ascolta numerosi superstiti che gli trasmettono ogni genere di testimonianza, che riporterà in uno scritto che rappresenta uno dei primi documenti di memoria sul genocidio reso pubblico già nel 1916. Attorno a questo personaggio sicuramente singolare e attivo, Pietro Kuciukian costruisce una dei suoi eventi di resa omaggio e di riconoscenza a chi ha espresso solidarietà verso gli armeni. Le tappe di questi pellegrinaggi sono noti a chi conosce e ha letto i suoi libri: la ricerca della famiglia del giusto, la ricerca della sua tomba, l’incontro con i discendenti. In questo caso è l’ottantenne figlio di Fayez, con il proprio figlio e con il nipote. E infine il viaggio a Erevan per deporre sulla “collina delle rondini” qualche zolla di terra dell’Haurun.

L’ulteriore rilevanza di questi gesti è rappresentata dal loro valore di ”prova”: provano cioè che gli ordini di sterminio e di esproprio ci furono. E provano – cosa che a Pietro Kuciukian sta molto a cuore – che non tutti i sudditi ottomani approvarono e non tutti furono indifferenti a quanto vedevano.

Certamente però solo pochi ebbero il coraggio di far sentire la propria voce, il proprio dissenso, solo pochi pagarono il pesante prezzo di contrastare la follia, di non sottomettersi alla maggioranza silenziosa asservita che si sottrae all’evento, lo evita.

Agopik Manoukian, presidente onorario dell’Unione degli Armeni d’Italia

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La scrittrice armena a Casa Andreasi (Gazzetta di Mantova 22.05.17)

Oggi alle 17 a Casa Andreasi, in via Frattini 9 a Mantova, incontro sul tema “Antonia Arslan e l’Armenia”. Sarà ospite la scrittrice e saggista italiana di origine armena. Laureata in archeologia, è stata professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova. È autrice di saggi sulla narrativa popolare e d’appendice e sulla galassia delle scrittrici italiane (Dame, galline e regine. La scrittura femminile italiana fra ‘800 e ‘900), oltre che di romanzi. L’incontro, che è anche propedeutico al viaggio che l’Associazione per i monumenti domenicani si accinge a fare in Armenia, è aperto a tutti.

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Bilancio positivo per Mantova Poesia

Chiusura in bellezza per la terza edizione di “Mantova Poesia”. Ieri, ultima giornata del Festival organizzato da La Corte dei Poeti col sostegno del Comune, si sono registrati momenti di alta intensità lirica. In mattinata, alla sala Ovale dell’Accademia Virgiliana, oltre 5 minuti di applausi per Milo De Angelis e la Figura del padre nella poesia italiana del ‘900. Il percorso delineato dal poeta milanese ha catturato il pubblico, complice la splendida voce di Viviana Nicodemo che ha interpretato con passione poesie dei più grandi maestri del secolo scorso. Nel pomeriggio Antonia Arslan ha presentato, in anteprima assoluta, La penna e la spada (Ares), antologia dedicata a poeti e narratori armeni vittime del genocidio del 1915. Con l’autrice de La masseria delle allodole i curatori del volume: Suren Gregorio Zovighian e Hamazasp Kechichian che hanno coinvolto il pubblico alla Loggia del Grano dando testimonianza dell’indomita vitalità culturale del popolo armeno.
Sala della Colonna gremita per la lettura poetica di Donatella Bisutti cui è seguita in serata la proiezione, al Mignon, del film di Franco Piavoli Affettuosa presenza, dedicato al poeta Umberto Bellintani. Commovente il ricordo che il regista ha voluto tributare al poeta di Gorgo scomparso nel 1999.
Soddisfatti, dopo 4 intensi giorni di letture, convegni e partecipati incontri gli organizzatori del Festival. «Bilancio positivo – afferma il direttore artistico Stefano Iori -. La ricerca di qualità che ci ha impegnati da settembre ha dato buoni frutti. Un piacere, ma anche un onore, aver aperto il festival con la straordinaria presenza di Franco Loi che, alla vigilia degli 88 anni ha voluto essere dei nostri dando prova di una lucidità intellettuale inossidabile e di invidiabile vitalità creativa. L’edizione 2017 ha dato anche esiti duraturi. Abbiamo stampato due libri. Il primo Poesia, la vertigine della bellezza, con testi fra gli altri di Giorgio Bernardi Perini, recentemente scomparso, e di Valerio Magrelli, resterà a testimonianza dell’impegno degli autori che ci hanno accompagnato nell’avventura. Per il secondo, Antologia del Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio è già prevista una ristampa”.

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Caucaso: al via tour delegazione Europarlamento in Azerbaigian, Georgia e Armenia (Agenzianova 22.05.17)

Baku, 22 mag 09:09 – (Agenzia Nova) – Una delegazione della commissione affari esteri dell’Europarlamento, guidata dal suo presidente David McAllister, inizia oggi un tour in Azerbaigian, Georgia e Armenia che si concluderà il 25 maggio. Durante il tour, la delegazione incontrerà i capi di stato dei singoli paesi, presidenti dei parlamenti, rappresentanti dei partiti di governo e di opposizione e della società civile. Gli otto membri del Parlamento europeo effettuano la visita per valutare il nuovo accordo di partenariato siglato fra Ue e Armenia, l’avanzamento dei negoziati per la nuova intesa fra Ue e Azerbaigian e l’approfondimento delle relazioni con la Georgia. Prima della visita McAllister ha dichiarato: “Io e miei colleghi siamo molto lieti dell’imminente visita in Azerbaigian, Georgia e Armenia. Questa è una regione di grande importanza per l’Unione europea e una controparte importante della nostra politica di Partenariato orientale. Noi condividiamo molti interessi, in particolare in termini di promozione della pace, della sicurezza e del commercio”. (segue) (Res)

Chi si ricorda del genocidio armeno? Eventi a Lecce (Lecceprima.it 20.05.17)

chi si ricorda del genocidio armeno? Eventi a Lecce

Sabato 27 maggio 2017 si terrà il convegno “Chi si ricorda del genocidio Armeno?” presso la sala “Pollio” della Chiesa di san Biagio a Galatina alle ore 19.00.

L’iniziativa, è promossa dal Centro Ecumenico Oikos “P. A. Lundin” in collaborazione con l’Ufficio per l’Ecumenismo e il dialogo dell’Arcidiocesi di Otranto. Per la rilevanza culturale, sociale ed educativa, l’iniziativa ha il Patrocinio del Comune di Galatina. Interventi: Saluto delle Autorità Rupen Timurian – Decano della Comunità Armena di Bari Kegham J. Boloyan – Presidente Centro Studi e Ricerche di Orientalistica Carlo Coppola – Presidente Centro Studi Hrand Nazariantz Cosma Cafueri – Direttore culturale Centro Studi Hrand Nazariantz Presiede don Pietro Mele Direttore ufficio Ecumenico dell’Arcidiocesi di Otranto. Medz Yeghern – “Il grande Crimine”.

Una tragedia iniziata con i pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi e porterà all’eliminazione della comunità cristiana armena nel 1915 da parte degli ottomani. Una strage iniziata a causa dell’entrata in guerra della Turchia e che tra il 23 e il 24 aprile del 1915 portò all’arresto e all’uccisione dell’élite cristiana armena di Costantinopoli.

Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. Lo sterminio e la deportazione di massa della popolazione cristiana dell’Armenia occidentale furono decisi dall’impero Ottomano a causa delle sconfitte subite all’inizio della prima guerra mondiale per opera dell’esercito russo, in cui militavano anche battaglioni di volontari armeni.

Dall’inizio del 1915, gli armeni maschi in età da servizio militare erano stati concentrati in “battaglioni di lavoro” dell’esercito turco e poi uccisi, mentre il resto della popolazione era stato deportato verso la regione di Deir ez Zor in Siria con delle marce della morte, che coinvolsero più di un milione di persone: centinaia di migliaia morirono per fame, malattia, sfinimento o furono massacrati lungo la strada.

Secondo lo storico polacco Raphael Lemkin (che ha coniato il termine genocidio) si è trattato del primo episodio in cui uno stato ha pianificato ed eseguito sistematicamente lo sterminio di un popolo. Il numero degli Armeni morti in questo massacro secondo gli storici è di circa due milioni. ll genocidio degli armeni può essere considerato il prototipo dei genocidi del XX secolo.

L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente. Il movente principale è da ricercarsi all’interno dell’ideologia panturchista, che ispira l’azione di governo dei Giovani Turchi, determinati a riformare lo Stato su una base nazionalista, e quindi sull’omogeneità etnica e religiosa. L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico.

Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni. Sono ventidue i paesi che riconoscono ufficialmente il genocidio armeno, tra cui l’Italia. La Turchia, invece, continua a negare questo terribile fatto di sangue nonostante la mobilitazione internazionale e persino l’intervento di papa Francesco. I relatori, di grande levatura morale e culturale, presenteranno dati, informazioni e testimonianze di una storia che non può essere dimenticata e che ci appartiene come cristiani, ma che non può essere neppure disattesa da tutti coloro che, come cittadini, credono nei valori della “Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo” e sono aperti al dialogo interculturale. L’ingresso è libero. Rossella Schirone Presidente Centro Ecumenico Oikos

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L’arte, specchio della Storia. L’Armenia alla 57^ Biennale di Venezia (artslife.it 20.05.17)

Venezia. Buone notizie, cicogna? In un verso di una canzone degli esuli della diaspora armena, si domanda a un cicogna che incrocia nel cielo se dalla Patria arrivino buone notizie. Ma queste notizie, erano sempre di prevaricazioni, massacri, povertà, ingiustizie, che il popolo armeno ha dovuto subire negli ultimi mille anni, fino all’indipendenza dichiarata e ottenuta nel 1991. Ancora oggi, nel maestoso paesaggio di quest’ultimo lembo meridionale d’Europa appena prima della vastità dell’Asia, aleggia il persistente ricordo di ferite ancora aperte, e nelle opere di Jean Boghossian (Aleppo, 1949), si avvertono le ombre di un passato doloroso e glorioso insieme: il popolo armeno fu tra i primi a sviluppare una sua scrittura, diversa da quella latina, all’inizio del V Secolo, e con quella a inaugurare una lunga tradizione di manoscritti antichi di otto e persino dieci secoli, che ancora oggi costituiscono una delle collezioni più preziose del Matenadaran, il Museo degli antichi manoscritti di Erevan. Rotoli di pergamena che documentano le tradizioni religiose del popolo (il primo ad abbracciare il cristianesimo nel 301), ma anche gli usi e costumi quotidiani. Un patrimonio identitario che è appunto sopravvissuto nei secoli, fra guerre e persecuzioni, e che nella Biennale dell’Arte Viva, si incastona come una testimonianza assai preziosa, artistica e intellettuale insieme.

Palazzo Zenobio Biennale of Venice   2017 Jean Boghossian Exhibition15

Palazzo Zenobio Biennale of Venice 2017 Jean Boghossian Exhibition15

Cuore della mostra, l’installazione Fiamma inestinguibile (che dà il nome all’intero progetto), appositamente concepita per la sala principale di Palazzo Zenobio, e che si amalgama con gli affreschi dei quali riprende i colori scuri e l’aura monumentale. L’idea, suggestiva e poetica, ha un duplice aspetto: da un lato, quella della cultura come luce della civiltà, necessaria per misurare le caverne di platonica memoria. Ma dall’altro lato, con struggente intuitività, Boghossian rimanda alla straordinaria forza che la cultura ha dimostrata nei secoli, resistendo a terribile persecuzioni. Persecuzioni che non hanno risparmiato il popolo armeno, costantemente minacciato nei secoli dai califfati islamici prima e dagli Ottomani poi, fino alla dittatura sovietica. Grandi steli monumentali si dipartono da grossi libri bruciati, posti alla base di ognuna: metafora del sapere che dalla fragile carta s’irradia e mette robuste radici fra gli individui. Ognuna delle steli è decorata con motivi che ricordano le scritture orientali antiche, da quella armena a quella araba, dalla siriana all’egiziana, poiché è la scrittura il mezzo fondamentale per tramandare il sapere. Da un punto di vista leggermente diverso, Boghossian suggerisce l’idea della cultura che risorge dalle proprie ceneri come un’araba fenice: è accaduto in Armenia, dopo le distruzioni delle orde musulmane, così come dopo il genocidio del 1915, e settant’anni di Socialismo Reale. Ma è accaduto anche nel resto d’Europa, dalla censura dell’Inquisizione fino ai roghi dei libri “deviati” organizzati nella Germania nazista.

JeanBoghossian_Fiamma_Inestinguibile_Armenian Pavillon Biennale   Venise_Untitled1, 2013 190x190 cm Mixed media on canvas

JeanBoghossian_Fiamma_Inestinguibile_Armenian Pavillon Biennale Venise_Untitled1, 2013 190×190 cm Mixed media on canvas

Partendo da questa installazione, la curatela di Bruno Corà ha organizzata la mostra seguendo il fil rouge del fuoco e del fumo come elementi costituivi della cifra artistica di Boghossian; pur se nel passato questi elementi sono stati utilizzati, fra gli altri anche da Klein, Burri, Arman, l’artista armeno è l’unico che abbia dato continuità a questa tecnica. Pur nell’astrazione delle forme, resta il valore simbolico del fuoco e del fumo: da mezzi per manipolare la tela – combinandoli con pigmenti naturali per ottenere un effetto “antichizzato” -, creano atmosfere oniriche che rispondono all’urgenza di trasferire su una dimensione più accettabile la violenza della Storia. Una poetica astratta nella forma, ma dai concetti profondamente legati alla realtà storica. Certe tele ricordano l’Action Painting di Pollock, con la differenza che i punti scuri non sono macchie di colore ma bruciature, dietro le quali si cela un riferimento storico-biografico: di famiglia armena, ma nato in Siria e cresciuto in Libano negli anni della guerra civile, Boghossian ha ancora viva la memoria delle distruzioni belliche, e quelle bruciature simboleggiano i fori dei proiettili sui muri di Beirut, così come quelli sui muri alle spalle degli armeni fucilati durante il genocidio del 1915.

JeanBoghossian_Fiamma_Inestinguibile_Armenian Pavillon Biennale   Venise_Untitled1, 2013 180x395 cm Mixed media on canvas copy

JeanBoghossian_Fiamma_Inestinguibile_Armenian Pavillon Biennale Venise_Untitled1, 2013 180×395 cm Mixed media on canvas copy

Certi sfondi siderali sono invece apparentabili alle tele di Omar Galliani, ma ancora una volta la fiamma e la bruciatura sono le cifre che distinguono l’opera di Boghossian, la cui poetica artistica non prescinde dalla sua identità armena e, per successive influenze, mediorientale, e nelle sue sperimentazioni ne traccia per simboli le vicende. Così come ne omaggia il patrimonio culturale, nel frequente richiamo agli antichi papiri e manoscritti egiziani, mesopotamici, siriani, armeni; in particolare in queste opere, la fiamma assume un calore vitale particolarmente intenso, simbolo di una cultura trasversale che per secoli ha unito popoli diversi, e che può ancora rappresentare la chiave per una migliore convivenza civile.

Una mostra affascinante e coinvolgente, dall’afflato storico ma dal linguaggio contemporaneo, che dà la misura della potenza dell’arte nel gettare ponti di dialogo e speranza.

La guida completa della 57^ Biennale: http://www.artslife.com/2017/05/08/biennale-di-venezia-2017-57-edizione-guida-completa/

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Speciale difesa: Armenia-Azerbaigian, ministro Nalbandian, Baku continua a violare il cessate il fuoco (Agenzianova 19.05.17)

Nicosia, 19 mag 16:00 – (Agenzia Nova) – L’Azerbaigian continua a violare il cessate il fuoco concordato a livello trilaterale. È quanto affermato dal ministro degli Esteri armeno Edward Nalbandian durante la 127ma sessione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa in corso a Nicosia, a Cipro. Nel suo discorso Nalbandian ha accolto con favore l’adozione della Convenzione sui reati contro la proprietà culturale, affermando che i cittadini armeni hanno subito perdite immense in termini di eredità culturale per tutta la loro storia e, più recentemente, a causa dell’Azerbaigian e dei gruppi terroristici attivi in Siria. Il ministro armeno ha ricordato l’offensiva su larga scala dell’aprile del 2016, quando – stando alla versione armena – l’Azerbaigian ha commesso delle gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani contro il popolo del Nagorno-Karabakh, l’area contesa fra i due paesi.

“Due vertici sono stati convocati dopo l’aggressione dell’aprile del 2016 dell’Azerbaigian, dove sono stati raggiunti degli accordi volti a creare delle condizioni favorevoli per il progresso del processo di pace. Baku rifiuta di attuare questi accordi, anche se la loro importanza è stata evidenziata in numerose occasioni, anche durante la riunione trilaterale dei ministri degli Affari esteri di Russia, Armenia e Azerbaigian dello scorso 28 aprile”, ha detto Nalbandian. Inoltre, ha proseguito il capo della diplomazia armena, l’Azebaigian “prosegue con le sue palesi violazioni degli accordi trilaterali di cessate il fuoco, in contraddizione con le richieste coerenti dei paesi co-presidenti del gruppo di Minsk dell’Osce (Francia, Russia e Stati Uniti) e della comunità internazionale”, ha dichiarato il ministro. (Res)

Armenia: Ara Babloyan eletto nuovo presidente del parlamento (Agenzianova 18.05.17)

Erevan, 18 mag 15:52 – (Agenzia Nova) – Il parlamento nazionale armeno ha votato nel corso della sua seduta costitutiva Ara Babloyan come nuovo presidente dell’assemblea. Babloyan, la cui candidatura è stata presentata dal Partito repubblicano, schieramento di maggioranza, è stata sostenuta da 88 dei 100 membri del parlamento armeno partecipanti alla votazione che si è svolta con scrutinio segreto. Il suo rivale Edmon Marukyan, nominato dal blocco Yelk (Via d’uscita), all’opposizione, ha ricevuto solo 12 voti a favore.
(Res)

 

 

Nagorno-Karabakh, nuove tensioni tra Azerbaijan e Armenia – Fotogallery (lookoutnews.it 17.05.17)

L’esercito azero distrugge sistemi di difesa antiaerea armeni schierati nell’area contesa di Fizuli-Khovajend. Le immagini esclusive dal fronte dei combattimenti

Torna a salire la tensione nel Nagorno-Karabakh, regione situata nel sud del Caucaso dal 1991 anni oggetto di contesa tra Armenia e Azerbaijan. Enclave armena in Azerbaijan, il Nagorno-Karabakh è formalmente noto come Repubblica Indipendente di Artsak, entità goveenativa non riconosciuta né dall’ONU né da alcun paese al mondo.
In questa terra martoriata da oltre 25 anni di conflitto, il 15 maggio si è registrata una nuova offensiva dell’esercito azero. Il ministero della Difesa di Baku ha dichiarato di aver distrutto dei sistemi di difesa antiaerea armeni OSA (sistemi di fabbricazione sovietica i cui componenti sono montati su un unico veicolo. Gli obiettivi centrati si trovavano nella zona di Fizuli-Khovajend in una delle aree contese e sono stati colpiti poiché rappresentavano «una minaccia per l’aviazione azera».

Le autorità del Nagorno-Karabakh hanno confermato di aver subito danneggiamenti ai loro sistemi di difesa antiaerea, specificando però di non aver registrato alcuna vittima tra i militari a bordo dei veicoli. «Questa provocazione non verrà lasciata senza risposta», hanno dichiarato in un comunicato.

L’attacco delle forze azere arriva a tre mese di distanza dagli scontri che nello scorso mese di febbraio avevano provocato diversi morti, in prevalenza soldati dell’Azerbaijan.

L’ultima grave escalation di violenza risale invece all’aprile del 2016, quando i morti da entrambe le parti in conflitto furono almeno 110, non solo militari ma anche in buona parte civili. Dopo questo episodio la Russia, che lungo il confine dell’Armenia – Paese alleato di Mosca – stanzia migliaia di truppe e veicoli militari, ha mediato un nuovo accordo per l’imposizione del cessate-il-fuoco. Di fatto, però, nel Nagorno-Karabakh non si è mai smesso di combattere e nel conflitto a bassa intensità in corso, seppur sporadicamente, si registrano scambi di colpi di artiglieria o imboscate improvvise.

 

La storia del Nagorno Karabakh in 7 punti

1. Le montagne del Nagorno- Karabakh sono contese tra azeri e armeni sin dal Novecento, ma dopo la Rivoluzione d’Ottobre l’Unione Sovietica decide di ricomprendere la regione nell’Azerbaijan, reprimendo ogni spinta autonomista.

 

2. Un anno prima del crollo del muro di Berlino, nel 1988, il parlamento regionale del Nagorno- Karabakh vota per il ricongiungimento con l’Armenia.

 

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NAGORNO-KARABAKH: IL REPORTAGE ESCLUSIVO DI LOOKOUT NEWS

3. Nel 1991, con la fine dell’Unione Sovietica, l’Azerbaijan si rende indipendente da Mosca ma il Nagorno-Karabakh non accetta di sottostare al governo di Baku, e dichiara a sua volta l’indipendenza.

4. Inizia una guerra che farà oltre 30mila morti tra il 1992 e il 1994. Grazie alla mediazione di Mosca viene stipulato l’accordo di Bishkek, un cessate-il- fuoco che ferma il conflitto ma non le rivendicazioni reciproche.

5. Il Nagorno-Karabakh da allora è sotto controllo militare dell’Armenia.

6. Dalla fine degli anni Novanta sotto gli auspici dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) viene costituito il “Minsk Group”, un tavolo di trattativa permanente composto da USA, Russia e Francia per trovare una via d’uscita pacifica alla disputa.

7. Nell’aprile del 2016 sono riprese improvvisamente le ostilità.

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