Questa è Metsamor la più pericolosa centrale nucleare del mondo (Ilgiornale.it 14.04.17)

Una manciata di minuti a mezzogiorno. Una scossa di 6,9 della scala Richter metteva in ginocchio un piccolo paese di circa 35mila abitanti nell’Armenia del nord. Quel 7 dicembre 1988 a Spitak c’era neve ovunque, quasi ad attutire i rumori della terra che tremava e i dolori della gente. Per i bambini e ragazzi ancora a scuola, quella mattina la campanella non ha più suonato. Sono state contate oltre 25mila vittime.

A settantacinque chilometri dall’epicentro, e neanche trenta dalla capitale Yerevan, c’è Metsamor. Una serie di palazzoni del classico immaginario architettonico sovietico, abitati da poco più di 10mila persone. Una scuola che fa da asilo, elementari e medie, un presidio sanitario, una palestra e una manciata di botteghe dove si può trovare di tutto. Fondata negli anni ’70 per dare alloggio ai lavoratori della omonima centrale nucleare, adesso è un crocevia di esistenze disparate in mezzo a strutture fatiscenti. Militari, disoccupati, rifugiati. Un migliaio gli operai rimasti. Il vecchio Sporting Complex, la Casa della Cultura e il lago artificiale sono ormai fantasmi. Ovunque mura crepate dalle scosse telluriche.

A meno di venti chilometri il confine turco e poco più in là il Monte Ararat, tanto sacro alla cultura armena. Secondo la Bibbia, sulla sua vetta arrivò Noè sopravvivendo al Diluvio Universale. Per la cristiana Armenia, una grande sofferenza poterlo vedere e non toccare. I rapporti tra i due paesi continuano a rimanere freddi e i confini chiusi. Il mancato riconoscimento del Genocidio del 1915 da parte del Paese musulmano risulta uno dei nodi fondamentali ancora da sciogliere.

Appena fuori Metsamor iniziano campi sterminati che arrivano fino alla zona invalicabile attorno alla centrale. Durante l’estate le quattro torri di raffreddamento si stagliano nette all’orizzonte. Sorvegliano dall’alto, ben visibili, ogni quotidianità. Inverni rigidi e temperature raramente oltre i -10° li nascondono in una coltre bianca di ghiaccio e nebbia. Nel 1989 il governo sovietico decise di chiuderla allertato dal terremoto dell’anno precedente. Col crollo dell’Urss e l’urgente fabbisogno energetico, il governo armeno fu spinto nel 1995 alla sua riapertura.

La centrale di Metsamor è l’unica funzionante fuori dalla Russia che continua a montare due vecchi reattori di progettazione sovietica ormai obsoleti, VVER440, di cui soltanto uno ancora attivo. È croce e delizia per i pochi armeni davvero interessati alla sua presenza sul territorio. Oppositori e sostenitori spesso mossi non da vere personali riflessioni, ma da interessi economico-politici. Chi vi scorge motivo di orgoglio nazionale e modernità, chi la ritiene una spada di Damocle sulla testa degli abitanti di questa fetta di Caucaso. Ricerche realizzate da Turchia e Azerbaijan, nemici giurati, sono per la sua immediata chiusura; quelle della stessa Armenia e Russia inevitabilmente favorevoli.

«La centrale è molto importante perché produce circa il 30-35% del fabbisogno dell’intera Armenia, però dal punto di vista della salute degli abitanti è estremamente pericolosa», esordisce così Hakob Sanasaryan, capo del partito dei Verdi armeno, da una stanza del Ministero per la Protezione della Natura, in pieno centro a Yerevan. Siede a una scrivania, in un ambiente scarno ed essenziale. Risponde a fatica alle domande. I vecchi stereotipi da regime sovietico fatti di controlli e diffidenze continuano a essere forti. Però va avanti: «La questione della sicurezza è stata discussa molto sia ai tempi dell’Urss che successivamente. La zona dove è stata costruita la centrale è sismica e quindi pericolosa. Anche spendendo tutti i soldi possibili la sicurezza non si può mai garantire».

Di parere diametralmente opposto è ovviamente Movses Vardanyan, direttore della centrale. Il suo ufficio si trova all’interno della stessa. La stanza è molto grande, così come le due finestre. Una scrivania e un tavolo da dieci posti. Pareti bianche e disadorne. Le fotografie sono proibite per motivi di sicurezza. È cordiale e sorridente. Sembra ben istruito su cosa dire. «La centrale è molto sicura. Dopo il terremoto ha avuto una serie di rinforzi strutturali. Attualmente è in funzione soltanto l’Unità 2. Vi lavorano comunque 1.700 dipendenti, di cui almeno 900 vivono a Metsamor». E con una punta di orgoglio, prima smentisce la vox populi per cui erano presenti importanti coinvolgimenti russi nella gestione della centrale, poi conferma il suo mantenimento fino al 2026.

«Secondo una decisione del governo armeno, nel 2018 inizieranno la costruzione di una seconda centrale nucleare che finirà nel 2026, chiudendo così la prima. Pur avendo terminato il suo utilizzo consentito nel 2016, continueranno a usarla finché non avranno costruito la nuova», aveva spiegato Sanasaryan qualche giorno prima. «Anche l’Unione Europea preme da diversi anni per una sua chiusura. Secondo me è inammissibile costruire una seconda centrale nella medesima zona altamente sismica. Gli stessi soldi che servono per realizzare una nuova servono anche per smantellare la vecchia sia in termini di messa in sicurezza sia di gestione delle scorie. Per il popolo armeno, questo è un altro aspetto, oltre quello della salute. Infatti questa mossa andrebbe a incidere ancora di più sulle tasse della gente».

Benik aspettava invece affacciato alla finestra dell’ultimo piano dell’anonimo palazzo sovietico dove vive. Uno scricciolo d’uomo che arriverà sì e no a un metro e sessantacinque. Capelli bianchi e sigaretta in bocca. Rughe come quelle del soffitto del salotto. Occhietti ancora vispi su un viso da ottantenne. Ha 68 anni e nel gennaio 2017 è andato in pensione. Ha lavorato per più di vent’anni nella centrale. Per lui era un lavoro come un altro. Non ha mai avuto paura, e ne era contento. «In effetti gli stipendi medi percepiti dagli operai sono sui 700 dollari, nettamente superiori alla media del Paese» spiega. «Con la fortissima disoccupazione presente, la possibilità di un lavoro del genere significa sopravvivenza per te e la tua famiglia. Poco importa la sua pericolosità, reale o presunta.

A un paio di chilometri da casa di Benik vive la signora Anahit con le sue due figlie, Sima e Haykuhi. Moglie di un militare di stanza nella zona, non ha mai scelto di vivere nella Valle dell’Ararat. «Non abbiamo paura della centrale», racconta. «Ma si sente che è molto radioattiva. Spesso abbiamo mal di testa perché l’aria è diversa».

«Quando è caldo, il fumo è pesante e fastidioso. Ma l’inverno tutto sembra normale», aggiunge Ruzan, contadina di 51 anni. «Da più di trent’anni abito qua assieme a mio marito. Il governo non ha dato agevolazioni e non fa niente per aiutare la gente che vive attorno alla centrale. Noi produciamo vodka dalla nostra uva, e la terra è il nostro unico sostentamento. I campi vicino alla centrale non hanno l’irrigazione e non arriva l’acqua. È davvero dura non far seccare il raccolto».

È quasi l’ora di pranzo e Arshak chiacchiera tranquillamente con suo figlio Zhora davanti all’entrata della serra. Ha 60 anni ed è un ricco proprietario terriero. Possiede vivai dotati di acqua e può coltivare anche durante le gelate invernali. Racconta con soddisfazione dei suoi broccoli e dei rifornimenti che riesce a fare ai più grandi supermercati di Yerevan.

La maggior parte della popolazione armena vive di coltivazioni e allevamento. Ma come ricorda Sanasaryan: «Non ci sono studi e dati sulle condizioni di aria, acque e terra in quella zona. Con l’Urss era tutto monitorato, sia all’interno della centrale sia nelle zone circostanti. Adesso controllano soltanto dentro. Quindi non ci sono informazioni. Però si può dire con sicurezza che nel raggio di un chilometro di una qualsiasi centrale nucleare funzionante siano presenti gas inerti che producono cambiamenti a livello molecolare sia nel mondo vegetale che umano».

In l’Armenia è notte fonda, così scura come le strade della sua Metsamor quando allo scoccare della mezzanotte spengono i lampioni per risparmiare elettricità.

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Matteo Orfini rassicura gli armeni, nessuno ci dovrà più chiamare Giovani Turchi (IlMessaggero.it 12.04.17)

Roma – Matteo Orfini raccoglie l’appello della Comunità Armena in Italia e prende definitivamente le distanze da tutti coloro che continuano a chiamare «Giovani Turchi» la sua area politica di riferimento dentro al Pd. «Il nome vero di quell’area politica, peraltro ormai sciolta, era infatti Rifare l’Italia». Orfini è rammaricato: «Desidero esprimere tutto il dispiacere mio e dei miei colleghi per il fatto che, nonostante la nostra disapprovazione più volte manifestata, privatamente e pubblicamente, la stampa ci abbia voluto attribuire l’appellativo Giovani Turchi, una definizione che non ci appartiene».

Alcune settimane fa gli armeni italiani hanno invitato Orfini a prendere posizione, spiegandogli che continuare a leggere l’appellativo «Giovani Turchi» riferito alla sua area politica senza che fossero fatte rettifiche costituiva una offesa alla memoria delle vittime del genocidio armeno, costato la vita a un milione e mezzo di persone, e pianificato nel 1915 proprio da coloro che facevano parte dei Giovani Turchi. Orfini in una lettera inviata ai vertici della Comunità spiega di essere consapevole del «dolore che il richiamo ai Giovani Turchi suscita in voi, tanto da avere io stesso firmato con altri la proposta di legge per l’istituzione della Giornata in ricordo del genocidio del popolo armeno, presentata in Parlamento il 20 febbraio 2014. Ribadisco l’amicizia mia e del nostro partito nei confronti del popolo armeno».

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Ambasciatore turco: «stop mozione su genocidio armeni» (Vvox.it 12.04.17)

La mozione di condanna del genocidio armeno del 1915 proposta dalle opposizioni in consiglio comunale a Camponogara (Venezia), suscita le ire dell’ambasciatore turco in Italia che ha chiesto di bloccarla. «Le illazioni degli armeni riguardanti gli eventi accaduti nel 1915 – sbotta Murat Esenli (a sinistra in foto) in un articolo di Alessandro Abbadir su La Nuova Venezia a pagina 29 – non si basano su una sentenza di tribunali internazionali o su prove storiche, bensì rappresentano esclusivamente un’interpretazione soggettiva che essi tentano di presentare all’opinione pubblica dei paesi terzi o dei loro parlamenti come se fosse l’unica assoluta realtà. Un reato del genere può essere determinato solo da un Tribunale internazionale competente. In merito agli eventi del 1915 non esiste un consenso legale o storico che li definisca come genocidio».

«La Turchia si aspetta dai rappresentanti del popolo italiano il rispetto delle varie opinioni, anziché l’accettazione delle affermazioni armene basate su informazioni distorte, e l’astensione dal prendere parte a iniziative unilaterali», si legge nellalettera inviata dall’ambasciatore turco al sindaco Giampietro Menin (Pd) che per tutta risposta ha fermato la votazione in consiglio e invocato l’istituzione di una commissione di esperti per«approfondire». Una mossa duramente criticata dalle opposizioni che parlano di resa al diktat dello «stato semi dittatoriale guidato da Erdogan» e invitano a non piegarsi alla «prepotenza» del leader turco. Il genocidio degli armeni è riconosciuto in 29 paesi in tutto il mondo compresa l’Italia e il Vaticano.

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Genocidio armeno, la Turchia contro la mozione del Pirellone (Milano.corriere.it 11.04.17)

La Turchia contro la Lombardia, l’ambasciatore di Erdogan contro il Consiglio regionale del Pirellone. Tutta colpa di una mozione approvata due anni fa e del giudizio storico espresso sul massacro degli armeni del 1915. La lettera firmata il 20 marzo da Murat Salim Esenli è arrivata all’attenzione dell’ufficio di presidenza del Pirellone solo lunedì: la Turchia contesta il contenuto del testo con la quale il parlamentino lombardo condannava, a larghissima maggioranza, il «genocidio» degli armeni durante la Grande Guerra.

I toni dell’ambasciatore turco sono perentori: «Spero che la vostra risoluzione, contenendo molti errori storici e giuridici, possa essere revocata, essendo questo tipo di risoluzioni molto importanti dal punto di vista giuridico. In tal modo la vostra Regione eviterà un serio errore storico e giuridico e contribuirà all’amicizia Turchia-Italia come da essa ci si aspetta». Non si è trattato di genocidio, scrive in sostanza il diplomatico. Nella lettera spedita in via Fabio Filzi si fa riferimento alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo secondo cui «gli eventi del 1915 non possono essere considerati uguali all’Olocausto». Conclusione accorata: «La Turchia si aspetta dai rappresentanti del popolo italiano, che considera amico, il rispetto delle varie opinioni anziché l’accettazione di affermazioni armene basata su informazioni distorte e l’astensione dal prendere parte a iniziative unilaterali».

La lettera turca mette però per una volta tutti d’accordo, destra, sinistra, grillini: ieri il presidente Raffaele Cattaneo (Lombardia popolare) ha ricevuto mandato unanime per rispondere in maniera netta alla «sollecitazione» dell’ambasciata: la mozione è un atto democratico e come tale non passibile di censure. «Una richiesta semplicemente irricevibile, la terza assemblea legislativa italiana non può farsi dettare l’agenda da uno Stato estero», sintetizza per tutti il Cinque Stelle Eugenio Casalino.

Ma cosa diceva di così compromettente il documento votato due anni fa dai consiglieri lombardi? La mozione proposta allora da Stefano Bruno Galli (Lista Maroni) sottolineava le responsabilità del governo turco che «non riconosce, nelle motivazioni e nelle dimensioni messe a fuoco dagli storici, il genocidio degli armeni e punisce con l’arresto e la reclusione sino a tre anni chi pubblicamente ne fa menzione» e insieme invitava la giunta a «promuovere iniziative pubbliche volte alla commemorazione di quella pagina di storia allo scopo di promuovere la cultura della democrazia, della pace e dell’autodeterminazione dei popoli».

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Turchia, chiesto l’ergastolo per 30 giornalisti e dipendenti del giornale Zaman (La Repubblica.it 11.04.17)

A pochi giorni dal referendum che dovrà approvare la riforma presidenziale voluta da Erdogan, il procuratore capo di Istanbul ha chiesto la condanna all’ergastolo per 30 tra giornalisti ed ex dipendenti del gruppo media Zaman, accusati di “partecipazione in organizzazione terroristica”. Il gruppo editoriale Zaman pubblicava il principale quotidiano di opposizione del paese quando, a marzo dell’anno scorso, fu prima commissariato dopo un blitz della polizia nella redazione, poi stravolto nella linea editoriale e infine chiuso d’imperio. Facendo parte delle imprese di proprietà di Fetullah Gulen, imam miliardario autoesiliatosi negli Usa dopo la rottura dei rapporti con Erdogan, il giornale – 650 mila lettori quotidiani – era stato accusato di partecipare attivamente al complotto contro le istituzioni di cui Gulen era ritenuto il capo supremo.

L’accusa per i 30 giornalisti e dipendenti, per cui è stata chiesta una pena aggiuntiva di 15 anni, riguarda ora una presunta “partecipazione in organizzazione terroristica”. Secondo il pubblico ministero, il gruppo Zaman avrebbe “usato il giornalismo come un’arma eccedendo i limiti di libertà di espressione e di stampa” al fine di “manipolare la società”, usando termini mirati a “minare la pace sociale e giustificare un golpe”. Tutti comportamenti messi in atto, secondo l’accusa, ben prima del fallito golpe di luglio che ha poi scatenato una repressione generalizzata in tutti i gangli dello stato e della società. Il 27 luglio, dodici giorni dopo il tentato colpo di stato, il governo dispose la chiusura di 45 giornali e 16 canali televisivi di news, tutti con l’accusa generica di complottare contro lo stato. A oggi, secondo gli osservatori internazionali, i media chiusi sono stati 158, mentre circa 150 giornalisti sono tuttora detenuti e sotto processo.

La situazione della libertà di stampa, con la libertà di accesso ai seggi in alcune zone del paese, è il fattore che preoccupa di più la comunità internazionale in vista del voto di domenica prossima sul referendum. Tana de Zulueta, che guida la missione internazionale di osservatori elettorali dell’Osce/Odihr, con membri di venti paesi, ha detto oggi che di fatto non esiste par condicio e che i sostenitori del no alla riforma hanno enormi difficoltà a far sentire le proprie ragioni: “Abbiamo avviato un monitoraggio su 5 tv e 3 giornali nazionali – dice De Zulueta – . Possiamo già constatare che ci troviamo a osservare una situazione in cui i media di simpatia governativa sono preponderanti. Inoltre, con un decreto dello stato d’emergenza la commissione elettorale centrale è stata spogliata del suo potere di comminare sanzioni in caso di violazioni dell’equilibrio nei messaggi elettorali”.

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“La voce delle pietre urlanti”, a Torino si parla di Armenia tra vecchi e nuovi genocidi (Torinooggi.it 10.04.17)

In programma un convegno e uno spettacolo teatrale voluti dal consiglio regionale del Piemonte

Un doppio appuntamento per fare memoria e non dimenticare. In occasione del 102° anniversario del genocidio armeno – iniziato il 25 aprile 1915 – il Comitato regionale per i Diritti umani, presieduto dal presidente del Consiglio regionale Mauro Laus, in collaborazione con Associazione solidale (Asso), propone giovedì 20 aprile il convegno e lo spettacolo teatrale “La voce delle pietre urlanti”.

“Un titolo – spiega il presidente Laus – ispirato alla definizione dell’Armenia coniata dal poeta simbolista russo Osip Mandel’štam per rendere l’idea del destino di un popolo pesantemente segnato dal dolore, dalla separazione e dalla negazione. Una definizione ancora oggi tremendamente attuale se si considera che quegli stessi orrori e quelle stesse ‘marce della morte’ continuano a ripetersi, un secolo dopo, nel deserto siriano”.

Alle 10.30 la Sala Viglione di Palazzo Lascaris, sede dell’Assemblea legislativa piemontese, ospita un convegno cui intervengono, con il presidente e il vicepresidente del Comitato Laus e Giampiero Leo e la presidente di Associazione solidale Silvana Zocchi, i giornalisti del quotidiano Avvenire Nello Scavo e del Tg Rai Piemonte Matteo Spicuglia.

Alle 17 al Teatro Vittoria di via Gramsci 4 viene proiettato il documentario “Le pietre sacre d’Armenia” di Paolo Chiodarelli e messo in scena lo spettacolo realizzato da Progetto Nor Arax, laboratorio artistico permanente sulla cultura armena con testi tratti da opere di Ryszard Kapuśhiński, Daniel Varujan, Elise Ciarenz, Osip Mandel’štam e Zahrat e musiche di padre Komitas, Georges Gurdjieff e Aram Kačaturjan

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Genocidio armeno: pressioni turche sui comuni italiani, così Ankara addestra i suoi ambasciatori (Spondasud 10.04.17=

(Alessandro Aramu) – La Turchia, attraverso il suo ambasciatore a Roma, ha scritto ai Comuni italiani per chiedere che non venga più usata l’espressione “genocidio armeno” per indicare gli accadimenti che portarono allo sterminio di circa un milione e mezzo di armeni a partire dal 1915. L’ambasciatore definisce “illazioni” gli eventi del 1915 in quanto non si basano su una sentenza dei tribunali internazionali.  Da qui l’invito ai consigli comunali italiani “ad astenersi a prendere parte a iniziative unilaterali”.

La lettera fa riferimento a una sentenza della Grande Camera della Corte Europea dei diritti dell’uomo secondo la quale, a detta dell’ambasciata,  il genocidio armeno non sarebbe nient’altro che un falso storico.

In realtà, come giustamente ricorda la comunità armena in Italia, la sentenza del 15 ottobre del 2015 (n° 27510/08) a cui fa cenno il diplomatico di Ankara riguarda, come riportato nella dichiarazione fatta alla stampa dallo stesso tribunale, “la violazione dell’art 10  (Libertà di espressione) della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo”. “Pertanto – chiarisce la nota – nulla ha a che vedere con i fatti storici e con gli eventi drammatici che gli armeni dovettero subire per mano dell’impero ottomano nel 1915, come la deportazione di massa ed i massacri, che la Corte non esita a sottolineare distinguendo il tema della libertà di espressione da quello storico e ribadendo ancora una volta la incontrovertibilità dei fatto”.

La pulizia etnica del secolo scorso continua a essere un vero e proprio tabù in Turchia. Il fatto di essere una delle precondizioni perché Ankara possa entrare a far parte dell’Unione Europea non ha modificato in alcun modo la linea del governo, dei dirigenti e delle autorità di quel paese. Si continua, a distanza di 102 anni, a voler nascondere la verità e a impedire che le persone possano liberamente parlare di questo crimine. Nel lungo periodo, la verità storica non può però continuare a essere negata a un livello così compatto, come accadeva quando vi era una forte censura e le informazioni sul genocidio non circolavano.

Il genocidio del popolo armeno, dunque, produce ancora i suoi effetti e la questione del suo riconoscimento è un tema di stringente attualità. Non tutti sanno che esiste persino un decalogo del negazionismo, dieci punti che costituiscono un vero e proprio codice di comportamento per i diplomatici turchi. Le direttive sono state emanate qualche anno fa dal Ministero degli Esteri affinché i propri rappresentanti all’estero possano efficacemente combattere contro le lobby armene. Queste direttive sono state pubblicate dal quotidiano turco Hürriyet (libertà) che, dopo aver constatato che avevano suscitato un’ampia eco all’estero, le ha prontamente tolte dal proprio sito internet.

Agli ambasciatori si chiede, tra le altre cose, di stabilire legami con le università e con i rappresentanti delle organizzazioni sociali dei paesi ove si trovano e di prendere la parola nel corso delle loro manifestazioni e in ogni occasione per spiegare la posizione della Turchia riguardo ai fatti del 1915. Si chiede inoltre di stabilire legami con i diplomatici dei paesi che hanno stretti rapporti con la Turchia: paesi balcanici, del Medio Oriente e in genere paesi vicini.

Nel corso delle riunioni, deve essere posto all’ordine del giorno il tema del genocidio (parola mai pronunciata in quanto bandita, chi ne fa uso in patria viene perseguito penalmente) e creare le condizioni affinché i diplomatici di questi paesi, specialmente quelli che hanno legami stretti con la Turchia, sappiano della posizione turca. La direttiva invita i diplomatici turchi a stringere legami con gli intellettuali dei paesi ove si trovano e spiegare loro la posizione turca.

Secondo il decalogo, la diaspora armena si può suddividere in tre gruppi: chi ha un interesse nella questione del Genocidio; quelli che sono emigrati dalla Turchia e vi hanno ancora dei legami e infine i moderati nei confronti della questione del Genocidio. I diplomatici turchi, secondo il Governo, devono mantenere dei rapporti solo con quest’ultimo gruppo senza però trascurare chi è contro la Turchia che comunque dovrà essere invitato alle manifestazioni delle ambasciate e dei consolati.

In realtà le cose vanno diversamente. Le autorità di Ankara nella pratica quotidiana non hanno un atteggiamento così morbido e tollerante nei confronti di chi parla del genocidio armeno e di chi porta avanti una posizione storica lontana dalla teoria negazionista tanto propugnata in patria. Si può persino affermare che non sono gradite le iniziative – specie quelle pubbliche – dove si afferma la responsabilità dei turchi nella pulizia etnica del popolo armeno nel ventesimo secolo. Lo fa con gli strumenti di pressione tipici di un governo straniero che sovente si configurano come una vera e propria ingerenza negli affari interni di un altro Stato. Le ambasciate sono chiamate a eseguire gli ordini del loro governo.

La lettera scritta ai comuni italiani si inserisce perfettamente in questa attività di pressione che la Turchia, attraverso la sua ambasciata, conduce nei confronti di tutti coloro che parlano apertamente di genocidio. Tra i destinatari delle missive e degli avvertimenti di Ankara ci sono un po’ tutti: dagli intellettuali ai parlamentari, senza eccezione alcuna. Non è casuale, comunque, la scelta di scrivere ai comuni, che in questi anni si sono dimostrati i più attivi nel riconoscere questo crimine contro l’umanità. L’ultimo comune italiano ad aver riconosciuto il genocidio armeno, attraverso una delibera comunale, è stato Agnone, in provincia di Isernia. Molti altri comuni hanno espresso solidarietà alle comunità armene della diaspora, nate dai sopravvissuti.

Uno dei casi più significativi dell’ingerenza turca e delle pressioni nei confronti dei comuni italiani si è verificato nell’ottobre del 2014 a Cagliari, nel corso dell’annuale Meeting del Mediterraneo organizzato dal Centro Italo Arabo e dalla rivista Spondasud. In quell’occasione si parlava dello sterminio di massa degli armeni e delle testimonianze degli ultimi sopravvissuti. Tra gli invitati, oltre l’ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia, c’era anche il Sindaco, Massimo Zedda, che rivelò di aver ricevuto una nota dall’ambasciata turca a Roma che lo invitava  a non prendere parte alla sessione dedicata al genocidio.

Una richiesta non accolta dal primo cittadino del capoluogo sardo che sottolineò come la pacificazione tra i popoli passasse necessariamente attraverso “il riconoscimento delle proprie responsabilità, soprattutto quando hanno a che fare con i crimini contro l’umanità”. Ci fu anche un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro degli affari esteri, Paolo Gentiloni, che, nella sua risposta, non rivelò alcun comportamento anomalo da parte dell’ambasciata turca in Italia.

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Negazionismo turco, la comunità armena d’Italia contro Ankara (Mondogreco.net 10.04.17)

Nuova puntata dello stucchevole e allucinante atteggiamento turco riguardo il genocidio armeno. Secondo la Comunità Armena d’Italia l’Ambasciatore Turco in Italia ha spedito una lettera ai presidenti dei Consigli comunali di numerose località italiane che in passato hanno votato documenti di solidarietà al popolo armeno e di riconoscimento del genocidio.

Nella stessa l’Ambasciatore fa riferimento a una sentenza della Grande Camera della Corte Europea dei diritti dell’uomo e cerca di far credere ai suoi interlocutori che la stessa abbia classificato il genocidio armeno come un falso storico.

La sentenza del 15 ottobre del 2015 (n° 27510/08) a cui fa cenno il diplomatico di Ankara riguarda, come riportato nella dichiarazione fatta alla stampa dallo stesso tribunale, “la violazione dell’art 10 (Libertà di espressione) della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo”. Pertanto, osserva la Comunità Armena d’Italia in una nota, nulla ha a che vedere con i fatti storici e con gli eventi drammatici che gli armeni dovettero subire per mano dell’impero ottomano nel 1915, come la deportazione di massa ed i massacri, che la Corte non esita a sottolineare distinguendo il tema della libertà di espressione da quello storico e ribadendo ancora una volta la incontrovertibilità dei fatti.

E osserva: “L’ambasciatore turco non pago delle immense sofferenze inflitte agli armeni da parte dei suoi avi, non pago della politica negazionista che la Turchia conduce da più di cent’anni mistificando i fatti storici, prova anche in questo caso a manipolare la realtà storica e giuridica cercando di far credere che la sentenza a cui fa riferimento è un “forte avvertimento giuridico” ed “costituisce un precedente importante per casi simili agli eventi del 1915” mentre come già accennato essa non ha alcun rilievo giuridico per quanto riguarda la “storia” ma si riferisce sic et simpliciter “alla libertà di espressione”, quella stessa “libertà” che oggi viene negata e calpestata nel suo paese, dove migliaia di insegnanti, giornalisti, politici di opposizione e scrittori sono processati e incarcerati, dove vige una politica di persecuzione verso le minoranze etniche, e dove coloro che scappano dalle guerre sanguinose dei paesi limitrofi subiscono ulteriori maltrattamenti e vengono spesso sfruttati come merce di scambio.

Avendo ricevuto evidentemente direttive al riguardo da colui che ormai comunemente etichettato come “dittatore” o “sultano” (il presidente Erdogan) il rappresentante di Ankara rinnova la tesi negazionista che da oltre un secolo è il filo conduttore della politica del suo Paese. Osa etichettare come “illazioni degli armeni” le verità storiche sul genocidio del 1915, classifica la vasta produzione documentale come “informazioni distorte”.

Dimentica l’Ambasciatore che il primo ad aver condannato in contumacia i diretti responsabili del genocidio armeno fu proprio il tribunale militare turco il cui atto d’accusa del 12 aprile 1919 affermava che “i crimini commessi durante la deportazione degli Armeni, in luoghi e momenti diversi, non erano episodi isolati e locali ma una forza locale e centrale organizzata, che ha premeditato tutto ed ha fatto eseguire gli ordini con istruzioni riservate e verbali” come si evince dalla montagna di documentazione prodotta a riguardo.

Non si poté usare il termine giuridico “genocidio”, anche se la definizione dei fatti è facilmente riconducibile ad esso, solo perché tale termine fu coniato in seguito, ed in chiaro riferimento al genocidio degli armeni, da un giurista ebreo-polacco di nome Raphael Lemkin, che era stato testimone di quanto avvenne agli armeni.

Nel suo delirio negazionista l’ambasciatore turco dimentica che fu proprio il Parlamento Europeo nel 1987 a votare una risoluzione in cui si constatava che “durante la Prima Guerra Mondiale i massacri perpetrati dalla Turchia costituiscono crimini riconosciuti dall’ONU come genocidio. La Turchia è obbligata a riconoscere tale genocidio e le sue conseguenze“. Risoluzione ribadita anche il 15 aprile del 2015 dove si deplorava “fermamente ogni tentativo di negazionismo”.

Secondo la Comunità Armena d’Italia l’ambasciatore Esenli non manca di condire la sua lunga epistola con la consueta ventilata “minaccia” sulle relazioni diplomatiche ed economiche fra i due Stati, alludendo che “alcuni ambienti” cercano di politicizzare la storia e trarre inimicizie dal passato per danneggiare la collaborazione Italia-Turchia, ma lo stesso dimentica che il suo paese, in barba alla politica di buon vicinato imposta dall’Unione Europea, tiene chiusi unilateralmente i suoi confini con la vicina Armenia ed ha invaso militarmente, dal 1974, la parte Nord dell’isola europea di Cipro. Finge evidentemente di ignorare che la credibilità delle istituzioni e dei rappresentanti turchi in questo momento storico è pressoché nulla ma vorrebbe dare lezioni ai rappresentanti del popolo italiano sul rispetto delle opinioni commettendo però un grave errore diplomatico nell’interferire nelle “attività” di un paese sovrano. Un errore che meriterebbe un richiamo ufficiale da parte della Farnesina.

Il “Consiglio per la comunità armena” nel condannare, ancora una volta e con sempre maggiore forza, il negazionismo di uno Stato che non riesce a far pace con la propria storia, uno Stato che non esita a bombardare villaggi curdi nel nord della Siria e in Irak, uno stato i cui governanti sono una minaccia per la stessa popolazione della Turchia, ringrazia tutti gli italiani che hanno mostrato vicinanza e solidarietà al popolo armeno e hanno scelto di stare dalla parte della verità e della giustizia.

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La Turchia chiede ai Comuni italiani di non parlare di genocidio armeno: «Sono illazioni» (Ilmessaggero.it 09.04.17)

di Franca Giansoldati

La Turchia – attraverso la sua ambasciata in Italia – ha inviato una lettera a diversi sindaci italiani per intimare loro di non usare più la parola «genocidio» per definire le stragi avvenute sotto l’Impero Ottomano dal 1915 al 1919, costate la vita a un milione e mezzo di armeni cristiani. L’ultimo comune italiano che aveva riconosciuto il genocidio armeno, attraverso una delibera comunale, è stato Agnona, in provincia di Isernia. Così come il comune campano anche altri comuni (la lista è piuttosto lunga) hanno, a più riprese, in questi ultimi anni, espresso solidarietà alle comunità armene della diaspora, nate dai sopravvissuti.

L’ambasciatore – nella lettera che sta girando sul web – definisce «illazioni» i fatti accaduti nel 1915 che non basandosi su una sentenza di tribunali internazionali rappresentano una interpretazione soggettiva che essi «tentano di presentare all’opinione pubblica» con il risultato, aggiunge il diplomatico, di rendere difficili le buone relazioni con l’Italia. Segue l’invito ai consigli comunali italiani «ad astenersi a prendere parte a iniziative unilaterali».

Infine il diplomatico mette in evidenza che «permettere ai turchi di esprimere le loro opinioni sui fatti del 1915 è un dovere di libertà di espressione e un diritto dell’uomo nei paesi democratici». La Comunità Armena in Italia, attraverso un comunicato, ironizza su quest’ultima frase. «Da che pulpito ci tocca sentire parlare di democrazia. Vorrebbe dare lezioni di democrazia ai rappresentanti del popolo italiano interferendo nelle attività di un paese sovrano. Un errore diplomatico che meriterebbe un richiamo ufficiale da parte della Farnesina».

Nel 1987 il Parlamento Europeo votò una Risoluzione in cui si riconosceva che  «durante la Prima Guerra Mondiale i massacri perpetrati dalla Turchia costituiscono crimini riconosciuti dall’Onu come genocidio. La Turchia è obbligata a riconoscere tale genocidio e le sue conseguenze». Risoluzione ribadita anche il 15 aprile del 2015 in cui si deplorava «fermamente ogni tentativo di negazionismo».

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Laura Ephrikian: vi racconto gli incontri di una vita da Morandi alla mia Africa (IlCentro 05.04.17)

L’attrice e scrittrice presenta il suo nuovo libro oggi al Marrucino di Chieti «Con Gianni eravamo giovani e innamorati e facevamo sognare le ragazzine» di Anna Fusaro

di Anna Fusaro

«Il libro contiene anche momenti comici, personaggi e storie buffe. Un po’ di leggerezza ci vuole, penso sia un valore”. L’attrice e scrittrice Laura Ephrikian presenta il suo nuovo libro “Incontri” (Sce) oggi a Chieti in una conversazione con Cinzia Di Vincenzo a cura della libreria De Luca (nel foyer del Teatro Marrucino, alle 17).

Signora Ephrikian, prima volta a Chieti?

No, ci sono già stata per una manifestazione dedicata al regista Anton Giulio Majano, che era nato lì.

Con Majano ha lavorato in due sceneggiati Rai di culto, “La cittadella” di Cronin e “David Copperfield” di Dickens, che le diedero grande popolarità. Che ricordi ha di quella stagione?

Gli sceneggiati davano una popolarità enorme. All’epoca c’era un solo canale Rai e tutta Italia stava davanti alla tv. Entrambi ebbero un grande successo e in tanti ancora ricordano Dora Copperfield, che nel libro è una moglie bambina, una sciocchina, invece Majano seppe rendere il personaggio sfaccettato. Quando sono morta, era sempre quello il mio destino in tv, tutti si commossero. In occasione di una replica pure mia figlia Marianna, all’epoca piccolina, si mise a piangere.

Gli sceneggiati erano teatro filmato, l’ideale per lei che veniva dalla scuola di recitazione di Strehler al Piccolo di Milano. Rimpianti per aver lasciato il palcoscenico?

Ho fatto teatro per tre anni. Appena diplomata al Piccolo nel 1959, a 19 anni, ebbi subito delle proposte di scrittura e fui chiamata da Franco Enriquez. Però mi resi conto presto che il teatro era troppo stressante. Per fortuna ho avuto la televisione, che mi si addiceva come mezzo. Ma anche lì l’emozione non mancava. Con “Le Troiane” recitammo in diretta e ricordo il panico mentre andava in onda Carosello.

Negli anni Sessanta era una diva, la fidanzata d’Italia, per gli sceneggiati ma soprattutto per i musicarelli con Gianni Morandi.

Avevo già interpretato un musicarello con Bobby Solo. Ero recidiva. Un produttore importante, Goffredo Lombardo, che con la Titanus spaziava da “Il Gattopardo” ai filmetti a basso costo, di fronte al successo strepitoso di “Una lacrima sul viso” decise di fare un musicarello con me e con Gianni, che era una stella emergente. Io protestai: “Ma come? Devo fare la fidanzata di un altro dopo esser stata la fidanzata di Bobby Solo?”. Gianni era in Giapppone e quando tornò, Balestrazzi, addetto stampa della Titanus, andò a prenderlo all’aeroporto, gli mise su la divisa da militare e me lo portò a casa. Io aprii e vidi questo pupazzetto, sembrava disegnato, magro magro, con le braccia lunghe e le mani grandi. È iniziato tutto lì. Alla fine delle riprese di “In ginocchio da te” ci rendemmo conto di essere innamorati.

Seguirono altri musicarelli e il matrimonio.

È stata una cosa buffa. Quando i discografici seppero che lui aveva una fidanzata più grande di quattro anni, all’epoca sembrava strano, gli dissero: “Se ti sposi perderai tutte le ammiratrici”. Invece accadde il contrario. Siamo stati molto amati dal pubblico proprio come coppia, perché eravamo giovani e innamorati e facevamo sognare le ragazzine. Ancora oggi i musicarelli piacciono e quando la tv li ripropone c’è un passaparola sui social tra nonne, mamme, nipoti. Siamo alla terza generazione di fan.

Di cosa parla il nuovo libro?

Sono alcuni degli incontri della mia vita. Ritratti scritti inizialmente senza pensare a un libro. Nel libro non c’è solo gente di spettacolo. Ma c’è Giancarlo Giannini, mio marito David Copperfield. E Vittorio De Sica, artefice del mio nome d’arte semplificato, con la f al posto del ph.

In Africa si occupa molto degli altri.

Comprai 23 anni fa una casetta in un villaggio in Kenya. All’inizio, come tutti i turisti, ero affascinata dal paesaggio. Quando ho cominciato a interessarmi alle persone ho capito che sono di una povertà inimmaginabile. Allora ho cercato di aiutare. Faccio quello che posso. Anni fa ho fatto operare al Rizzoli di Bologna un ragazzo malato di un tumore osseo. Quando Katana si è ammalato di nuovo per me è stata una sconfitta. Ma è stato proprio lui a consolarmi. Nel libro c’è anche la sua storia.

La sua famiglia ha origini armene. Suo nonno riuscì a sfuggire al genocidio compiuto dai turchi nel 1915. In famiglia se ne parlava?

Nonno Akop scappò bambino dall’orrenda persecuzione turca. Ma non ne parlava mai. Come accade alle vittime delle persecuzioni di massa, aveva il cuore sigillato. Arrivò in Italia coi piedi feriti, deformati dalla lunga fuga. Io non capivo perché i suoi piedi fossero così, e perché avevamo questo cognome. Ma dov’è l’Armenia, mi chiedevano a scuola. Ancora oggi me lo chiedono. Ho amato molto papa Francesco quando ha detto che c’era stato un genocidio, ho sentito una vicinanza vera agli armeni, popolo che ha adottato per primo il Cristianesimo come religione di Stato e sulla cui terra c’è un luogo simbolico come il monte Ararat. Crescendo ho avvertito il bisogno di saperne di più. Nel sottoscala di casa a Treviso c’era un baule da non aprire mai. Nonno morì che io avevo otto anni. A 17 anni ho aperto il baule e ho scoperto la storia di due famiglie attraverso il bellissimo epistolario, 66 lettere, tra il nonno e mia nonna Laura Altan, contessina veneziana di famiglia impoverita, figlia di un pittore. Ho raccontato la storia familiare nei libri “Come l’olmo e l’edera” e “L’altra metà della mia vita”.

Compare nel film dei Taviani “La masseria delle allodole”, dall’omonimo libro di Antonia Arslan.

Quando seppi che giravano il film dissi: “Sono l’unica attrice armena in Italia e non mi chiamate?”. I Taviani risposero che non lo sapevano e mi chiesero un cameo.

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