Eventi Valentiniani: dialogo intereligioso (Video) (Newstuscia 27.02.17)

NewTuscia – TERNI – Il Comune di Terni Assessorato Immigrazione, guidato dalla Dr.ssa Filippi, ha promosso insieme al rappresentante dell’Associazione America Latina Sans Fronteras, Manuel Cocalon, all’interno degli eventi programmati per celebrare San Valentino a Terni, un incontro intereligioso per dialogare sulla pace tra le varie religioni presenti sul territorio ternano ed umbro.

Dopo una breve presentazione della Dr.ssa Fili  ppi e del rappresentante dell’Associazione di Latino Americani la rappresentante della comunita’ buddista della Soka Gakkai ha parlato le iniziative di pace che sono state presentate all’ONU.

Poi è intervenuto padre Ivan Stefurak,  rappresentante della comunita’ degli Ucraini cattolici  ortodossi di rito bizantino del XVI secolo, che ha raccontato una barzelletta. “Vado nel bosco e da lontano vedo un animale feroce ma la mia curiosita’ mi spinge a nascondermi ed osservarlo: poi piano piano mi avvicino e scopro che era mio fratello.”

“Il Consiglio Vaticano II diceva che ognuno di noi ha la sua strada per arrivare al suo creatore e amore. In Ucraina la guerra ha mietuto addirittura dai 10.000 ai 50.000 morti e ha creato due milioni di sfollati. Oggi le guerre partono con bugie, informazioni tendenziose eppoi le armi pesanti ed i bombardamenti e  la tregua di cui si e’ parlato non funziona. L’Ucraina e’ in Europa, a soli 2500 km dall’Italia, con ben  4 centrali nucleari. Nel 2014 e’ scoppiato in Ucraina un conflitto con i filo-russi. All’inizio c’è stata la contesa della Crimea in Ucraina, al confine con la Russia, in cui il 70% della popolazione e’ di lingua e cultura russa. L’esercito russo e’ entrato in Crimea ed in una settimana un apposito referendum ha trasferito questa regione alla Russia. In Ucraina ci sono tutte le religioni e ci si incontrava per pregar insieme ogni giorno. Poi un sacerdote e’ stato sequestrato: era proprio lui che organizzava questi incontri.
I separatisti filorussi lo hanno sequestrato. Allora siccome un himam avviso’ che aveva il diabete, raccomandando i sequestratori di curarlo, hanno iniziato a fargli mangiare il pane bianco per ucciderlo con il diabete. L’unico suo torto era quello di pregare.
Poi con skype ci si collega ad un cappellano militare in Ucraina”.
La Dr.ssa Filippi del servizio immigrazione del comune di Terni chiede se ci sono state tregue.
“Non posso dare informazioni precise ma solo opinioni private. Sono andato perche’ avevo un cugino e cognato combattenti in Ucraina. Io ho visto l’uomo nudo, senza internet, senza comodita’, con 20 sotto zero, dormivo in una tenda, ma la mattina mi sono svegliato  incredibilmente ancora vivo. Se hai la paura tu non puoi controllarla”.
La dr.ssa Filippi ricorda di avere notato, per il pellegrinaggio della comunita’ ucraina alla Cattedrale di San Valentino a Terni, una forte identita’ nazionale e patriottismo oltre che grande religiosita’.
Poi è intervenuta Francesca Marini, una predicatrice della Chiesa Valdese Metodista, religione che arrivo’ in Italia  al seguito della spedizione dei mille.
Questa riferisce dei suoi due viaggi in Armenia per adottare due bambini: questo Paese confina a nord con la Georgia, al sud con l’ Iran, ad  ovest con la Turchia e ad Est con l’Azerbajan con cui e’ in guerra per motivi economici poiche’ ci sono gasdotti in Armenia.
“Inoltre ci sono due vulcani spenti che sono rilevanti per le tre religioni abramitiche perche’ li’ si areno’ l’arca di Noe’, come riferito nella Genesi 8.
Negli orfanotrofi i bambini crescono come dei delinquenti, perche’ chi nei primi sei anni di vita subisce violenze poi anche a scuola diventa vittima, mentre i piu’ grandi poi  riproduco la violenza sui piu’ piccoli.
L’enclave Cristiana andava eliminata dai Turchi in Armenia, percio’  i Turchi commisero un genocidio di tre milioni di civili armeni sterminati. Nel 1915 ci furono marce forzate in Siria nel deserto e cosi’ morirono, i bambini venivano uccisi sbattendoli contro il muro.
Gli Armeni sono bravi commercianti e percio’ danno fastidio come gli ebrei che avevano le banche in Germania e vennero perseguitati per le loro ricchezze.
Il rappresentante delle Acli di Terni insiste sulla costruzione della consapevolezza della necessita’ della pace.
Le Acli hanno organizzato marce della pace, poi  costruito dei campi profughi per i kossovari in fuga al tempo dalla guerra in Kossovo.

Poi interviene il rappresentante della comunita’ Bahai Shahrokh Makhanian, che parla della loro resistenza non violenta in Iran dove alla fine del ‘ 700 un profeta nato li’ fondo’ la religione Bahai che intui’ che tutte le religioni sono dimostrazioni di amore per un unico Dio.

“Le guerre testimoniano l’adolescenza dell’umanita’ ma e’ tempo di arrivare alla sua maturita’ e consapevolezza e a questo dobbiamo tendere e sperare. L’universo fisico e metafisico e’ infinito infatti le nostre percezioni sono anche spirituali e cosi’ captiamo altre dimensioni e tutto cio’ ha un autore chiamato in vari nomi”.
Infine è intervenuto l’Imam Mimoun El Hachmi dell’Associazione Islamica di Terni, sulla mediazione dei conflitti in chiave culturale sottolineando che tutte le religioni vietano le uccisioni e l’odio e parlano di dialogo e amore.
La Dr.ssa Filippi ha chiuso l’incontro ricordando il sostegno del comune di Terni per sviluppare una reciproca conoscenza e dialogo interculturale e religioso contro ogni discriminazione e violenza.

Racconti di viaggio: dall’Armenia alla Turchia attraverso la Georgia Eventi a Verona (Veronasera.it 28.02.17

Racconti di viaggio: dall’Armenia alla Turchia attraverso la Georgia Eventi a Verona

L’Angolo dell’Avventura di Verona e la Prima Circoscrizione Centro Storico Verona presentano il sesto appuntamento dei: “Racconti di viaggio 2016/2017”. Una serie di serate dove si racconta di luoghi e civiltà diverse dalla nostra attraverso le parole, musiche e immagini. I protagonisti sono viaggiatori di diversa tipologia ed origini ma tutti accomunati dalla curiosità e dalla voglia di condividere le proprie esperienze.

Appuntamento mercoledì 1 marzo 2017 ore 21.00 “Dall’Armenia alla Turchia attraverso la Georgia” di Angelo De Poli presso il Centro Culturale Elisabetta Lodi in Via San Giovanni in Valle 13 a Verona.

Ingresso libero – consigliato parcheggio auto di Piazza Isolo

Per informazioni: Enrico Berardi Tel. 3472718401, angoloavventuraverona@gmail.com.

Angelo, nato a Rovigo classe 1977, conosce la fotografia grazie a suo padre e suo nonno che gli regala la prima reflex analogica. La passione cresce con l’avvento del digitale che permette di fare molti più esperimenti e di capire più rapidamente e più a fondo la tecnica fotografica. Le sue attività fotografiche sono abbastanza eclettiche spaziando dalla fotografia naturalistica dove collabora con esperti biologi per la realizzazione di libri e documentari, alla fotografia di moda per stilisti locali, dai ritratti di musicisti durante i concerti o in studio fino a servizi di matrimoni ed eventi.

La fotografia che preferisce comunque è il reportage di viaggio dove trova sfogo nell’aspetto artistico e giornalistico. Nel 2012 ha realizzato e curato una mostra fotografica aperta al pubblico di opere liriche presso il Conservatorio di Rovigo. In corso d’opera c’è la realizzazione di libri fotografici a tema sociale. Oltre alla fotografia l’altra sua passione è la musica e questo gli consente di entrare facilmente in sintonia con i musicisti durante i servizi fotografici. Ha studiato pianoforte per 10 anni e batteria da autodidatta, diventando insegnante di batteria presso una scuola primaria privata. Canta da più di 20 anni in varie formazioni corali, spaziando dalla polifonia moderna al canto antico gregoriano. Nel tempo che rimane libero è ingegnere elettronico.

A fine proiezione i coordinatori dell’Angolo di Verona saranno a disposizione per fornire informazioni e consigli su viaggi e destinazioni. Inoltre potete trovare le copie gratuite della rivista semestrale con i racconti di viaggio e “La grande guida dei viaggiatori nel mondo”: più di 1000 itinerari che hanno reso celebre Avventure nel Mondo nei suoi oltre 40 anni di attività.

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Nagorno Karabakh: la strage di Khojaly è ancora oggi al centro di una guerra di propaganda (Il Manifesto 28.02.17)

Venticinque anni fa la guerra del Nagorno-Karabakh conosce una delle sue pagine più drammatiche: il massacro di Khojaly. Siamo nel 1992 e il Caucaso del Sud – fino a poco prima una delle zone più economicamente sviluppate dell’Urss – è ormai allo sbando.

Mancano gas, acqua, cibo, manca tutto, mentre Azerbaigian e Armenia, da poco indipendenti, si fronteggiano per contendersi un fazzoletto di terra: il Nagorno-Karabakh. Gli armeni avanzano, conquistando un territorio a maggioranza armena che dai tempi di Stalin ad oggi è – almeno ufficialmente – parte dell’Azerbaigian. Stepanakert, città principale della regione, è sotto il costante scacco dell’aviazione e dell’artiglieria azera che colpiscono postazioni militari, abitazioni e persino ospedali.

Uno degli avamposti da cui partono i missili Grad è proprio Khojaly, ormai isolata. Gli armeni decidono di agire, e lo fanno abbandonandosi a loro volta alla violenza più cieca. La data non è casuale: il 26 febbraio di quattro anni prima aveva avuto luogo il pogrom della città di Sumgait, dove decine di armeni erano stati uccisi. Una strage annunciata, quella di Khojaly. Saranno gli stessi residenti azeri a raccontare come per giorni gli armeni avessero inviato messaggi via radio chiedendo di evacuare la città. Gli azeri si oppongono: troppo importante la posizione, anche a costo di mettere a rischio la vita di migliaia di civili.

Siamo ormai in una spirale di violenze da cui non si sottraggono neanche gli armeni. Come affermato con cinismo dal presidente armeno Sargsyan: «Prima di Khojaly, gli azeri non credevano che gli armeni fossero in grado di levare la loro mano sulla popolazione civile. Dovevamo mettere fine a tutto questo. Ed è ciò che avvenne».

Gli armeni chiudono su tre lati la città in piena notte. I civili, spaventati, si danno alla fuga. Alcuni muoiono di freddo, altri uccisi da un gruppo di guerriglieri che li sorprenderanno nei pressi del villaggio di Nakhichevanik. Secondo un’investigazione parlamentare azera saranno 485 i caduti, ma le stime variano di molto a seconda delle fonti.

Oltre un migliaio di persone saranno fatte prigioniere. Il ricordo dei morti di Khojaly è una delle più dolorose ferite in questa guerra dimenticata. Solo nel 2016 si sono avuti centinaia di morti da entrambe le parti, inclusi civili. Una guerra infinita che, per sopravvivere, si nutre di odio e proclami. La strage di Khojaly è oggi strumento propagandistico.

L’Azerbaigian, come l’alleato turco, nega la realtà storica del genocidio armeno e cerca il riconoscimento internazionale di quello che definisce il «genocidio» di Khojaly.
Diversa l’interpretazione degli armeni, fermi nel sostenere un’altra versione dei fatti.

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Armenia: Tusk concluso negoziato accordo rafforzo partnership (Ansa 20.03.17)

BRUXELLES – Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, al fianco del presidente armeno Serzh Sargsyan ha annunciato la conclusione del negoziato per l’accordo di partnership completa e rafforzata con l’Armenia. Nel successivo punto stampa Tusk ha sottolineato che la Ue sostiene “l’integrità territoriale” dell’Armenia, in particolare nella questione del Nagorno Karabak. Il presidente armeno ha annunciato che la maggiore cooperazione con l’Unione europea oltre a riguardare i settori dell’energia, dei trasporti e dell’ambiente, toccherà anche la ricerca con la partecipazione al programma europeo Horizon 2020 e ha auspicato il proseguimento del dialogo per la liberalizzazione dei visti, aperto nel 2015 al vertice di Riga.

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Ue-Armenia: Tusk annuncia nuovo accordo di partenariato rafforzato (Agenzia nova 27.02.17)

Bruxelles, 27 feb 15:40 – (Agenzia Nova) – Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha annunciato oggi a Bruxelles la conclusione dei negoziati per il nuovo accordo di partenariato rafforzato Ue-Armenia. “Il nuovo accordo – ha spiegato Tusk, in conferenza stampa con il presidente armeno Serzh Sargsyan – approfondirà la portata delle nostre relazioni, tenendo in considerazione i nuovi interessi globali, politici ed economici che condividiamo, oltre che le sfide cui ci troviamo insieme a far fronte. Non vediamo l’ora – ha aggiunto Tusk – di aumentare la cooperazione in settori come energia, trasporti e ambiente, in vista di nuove opportunità per il commercio e gli investimenti, e per l’aumento della mobilità a beneficio di tutti i nostri cittadini”. Tusk ha anche sottolineato che l’Ue sostiene “l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale” dell’Armenia. Tra i punti del bilaterale con il presidente armeno c’è stata anche la questione del Nagorno-Karabakh, la regione autoproclamatosi indipendente dall’Azerbaigian con il sostegno esterno dell’Armenia. “Lo status quo – ha osservato Tusk – è insostenibile”. Il conflitto necessita di “un accordo politico”, in linea con il diritto internazionale. Tusk ha anche escluso “una soluzione militare”. (Beb)

Speciale difesa: Armenia, presidente Sargsyan inizia visita a Bruxelles, previsti incontri con vertici Ue e Nato (Agenzia Nova 27.02.17)

Bruxelles, 27 feb 15:45 – (Agenzia Nova) – Il presidente della Repubblica di Armenia, Serzh Sargsyan, inizia oggi una visita di due giorni a Bruxelles dove sono previsti una serie di incontri di alto livello. Oggi Sargsyan incontrerà separatamente il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, e il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, mentre domani sarà ricevuto dal presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, e dall’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini. La visita di Sargsyan giunge a pochi giorni dal referendum costituzionale del 20 febbraio in Nagorno-Karabakh, la regione autoproclamatosi indipendente dall’Azerbaigian con il sostegno esterno dell’Armenia. Promosso dal presidente dell’autoproclamata repubblica, Bako Sahakyan, il referendum riguardava alcuni emendamenti che prevedono il passaggio dalla forma di governo semi-presidenziale, attualmente in vigore, a quella presidenziale.

La scelta di indire un referendum è stata giudicata in modo abbastanza negativo dalla comunità internazionale. L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) ha condannato la decisione di indire un referendum, definendola un passo indietro nei negoziati volti a risolvere il conflitto fra Erevan e Baku. Di particolare rilievo, lunedì 27 febbraio, sarà l’incontro al quartier generale della Nato con il segretario generale Jens Stoltenberg. L’Armenia fa parte dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), insieme alla Federazione Russa e al Kazakistan, alla Bielorussia, al Kirghizistan e al Tagikistan. Al tempo stesso tuttavia, secondo quanto spiega il sito dell’Alleanza atlantica, Erevan collabora con la Nato e i suoi paesi partner in diversi settori, contribuendo tra l’altro alle operazioni in Kosovo e in Afghanistan. Le relazioni con la Nato sono state avviate con l’adesione del paese al Consiglio di cooperazione del Nord Atlantico (1992) e con il Partenariato per la pace (1994).

Il programma di cooperazione dell’Armenia con la Nato è delineato nel piano d’azione di partenariato individuale (Ipap). Quest’ultimo è orientato verso il rafforzamento del dialogo politico con la Nato, oltre che al sostegno alle riforme democratiche e nel settore della difesa del paese. L’Ipap non prevede soltanto una cooperazione nella sfera della difesa, spiega il sito dell’Alleanza, ma anche consultazioni regolari con gli alleati su temi politici e di sicurezza, tra cui le relazioni di vicinato, gli standard democratici, lo stato di diritto, il contrasto al terrorismo e alla corruzione. Nel contesto del programma, la Nato ha concordato di sostenere l’Armenia nei suoi obiettivi di riforma, anche con consulenza e assistenza. (Beb)

Nagorno-Karabakh, Armenia commenta con ironia bombardamento delle forze azerbaigiane (Sputniknews.com 25.02.17)

Le forze armate azerbaigiane hanno bombardato un pascolo nei pressi del villaggio armeno di Baghanis, situato nella provincia di Tavush vicino al confine armeno-azero, ha segnalato il portavoce del ministero della Difesa armeno Artsrun Ovannisyan.

“L’Azerbaigian cerca di compensare le proprie perdite nel Karabakh uccidendo alcune mucche a Baghanis,” — Ovannisyan ha scritto sulla sua pagina Facebook.

In precedenza il ministero della Difesa dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh aveva riferito che le forze armate dell’Azerbaigian avevano lanciato un’offensiva lungo la linea di contatto del fronte, tuttavia l’attacco è stato respinto e l’esercito azero ha subito pesanti perdite, lasciando i corpi dei propri soldati in una zona neutra. A sua volta il ministero della Difesa azerbaigiano ha accusato la parte armena di intraprendere azioni militari aggressive, osservando che nel corso di “azioni difensive” le forze armate nazionali hanno riportato alcune perdite. Baku ritiene che tutte le unità militari del Nagorno-Karabakh facciano parte delle forze armate armene, dal momento che non riconosce la repubblica autonomista. A sua volta Yerevan distingue le forze armate armene dall’esercito di Difesa del Nagorno-Karabakh.

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Armenia-Ue: presidente Sargsyan il 27 e il 28 febbraio in visita a Bruxelles (Agenzianova 24.02.17)

Bruxelles, 24 feb 17:46 – (Agenzia Nova) – Il presidente della Repubblica di Armenia, Serzh Sargsyan, il 27 e il 28 febbraio sarà in visita a Bruxelles per una serie di incontri di alto livello. Lunedì Sargsyan incontrerà separatamente il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, e il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, mentre martedì sarà ricevuto dal presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani, dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, e dall’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini. La visita di Sargsyan giunge a pochi giorni dal referendum costituzionale del 20 febbraio in Nagorno-Karabakh, la regione autoproclamatosi indipendente dall’Azerbaigian con il sostegno esterno dell’Armenia. Promosso dal presidente dell’autoproclamata repubblica, Bako Sahakyan, il referendum riguardava alcuni emendamenti che prevedono il passaggio dalla forma di governo semi-presidenziale, attualmente in vigore, a quella presidenziale.  (Beb)

Georgia-Armenia: incontro premier a Tbilisi, focus su rapporti economico-commerciali (Agenzianova 24.02.17)

Tbilisi, 24 feb 08:56 – (Agenzia Nova) – Sviluppo dei rapporti economico-commerciali, con particolare focus sui trasporti, l’energia e il turismo: questi i temi principali dell’incontro fra i premier di Georgia e Armenia, rispettivamente, Giorgi Kvirikashvili e Karen Karapetyan, avvenuto a Tbilisi. L’incontro si è svolto nell’ambito della prima visita di Karapetyan dalla sua elezione avvenuta nel 2016. Il primo ministro Kvirikashvili ha detto che l’impegno reciproco a intensificare gli scambi, economici, gli investimenti e ad approfondire l’integrazione regionale porterà non solo la stabilità economica, ma anche politica per la regione. “L’Armenia è un paese con cui condividiamo tradizioni secolari. Il 2017 è un anno significativo nella nostra storia moderna perché celebriamo 25 anni di cooperazione diplomatica”, ha detto Kvirikashvili, che ha parlato anche delle imminenti elezioni parlamentari che si svolgeranno in Armenia il 2 aprile. “Siamo fiduciosi che le elezioni si svolgeranno in maniera democratica”, ha detto Kvirikashvili affermando che l’Armenia compirà un altro passo verso un ulteriore sviluppo. “Siamo venuti qui con uno spirito di fratellanza e per confermare le nostre relazioni commerciali costruttive, e sono convinto che i nostri negoziati si tradurranno in un nuovo stimolo per utilizzare il potenziale delle nostre relazioni. Vogliamo creare un ambiente favorevole per le imprese”, ha detto il premier armeno. Kvirikashvili e Karapetyan hanno sottolineato l’importanza della pace e della stabilità nella regione del Caucaso meridionale. (Res)

Armenia: Intervista a S.E. Victoria Bagdassarian, Ambasciatrice della Repubblica d’Armenia in Italia (Agenparl 22.02.17)

(AGENPARL) – Roma, 22 feb 2017 – Armenia, Intervista a S.E. Victoria Bagdassarian, Ambasciatrice della Repubblica d’Armenia in Italia: la propaganda azera è una strategia mirata, se la tua bugia è grossa e la ripeti a oltranza, tutti ci crederanno

Domanda. Ambasciatrice Bagdassarian, 25 anni fa nella città di Khojaly si verificarono dei tragici eventi su cui ancora oggi ci sono diverse interpretazioni. Può raccontarci il punto di vista armeno?

S.E. Victoria Bagdassarian. Per consentire ai lettori di capire cosa accadde veramente a Khojaly, bisogna innanzitutto dare delle informazioni storiche sul Nagorno-Karabakh. Nel 1921, su iniziativa di Iosif Stalin, questa regione, storicamente armena e a maggioranza armena, veniva annessa come enclave all’allora repubblica socialista sovietica dell’Azerbaijan con tutte le conseguenze in termini di discriminazioni di Baku nei confronti degli armeni nel Nagorno-Karabakh.

E Khojaly, piccola città dell’ex enclave autonoma del Nagorno-Karabakh, è stata interamente popolata da armeni fino al 1935, quando vi arrivò la prima famiglia azera. Nel 1969 l’ultima famiglia armena lasciò Khojaly. Dal 1988 fino al 1990 le autorità dell’allora Repubblica socialista Sovietica dell’Azerbaijan popolarono massivamente Khojaly con i turchi mescheti dalla valle di Fergana dell’Uzbekistan.

Durante la guerra scatenata dall’Azerbaijan contro la pacifica popolazione armena del Nagorno-Karabakh, Khojaly divenne una roccaforte militare, da cui si bombardava Stepanakert – capitale del Nagorno-Karabakh – con i sistemi di lanciarazzi multipli da combattimento “Alazan”, “Kristal” e “Grad”, il cui uso è vietato contro i civili. Dal 1991, per un intero anno la popolazione armena di Stepanakert subì pesanti bombardamenti. In aggiunta a ciò, Khojaly era l’unico luogo provvisto di aeroporto, particolare importante per rompere il blocco del Nagorno-Karabakh imposto dall’Azerbaijan. La regione era stata isolata da ogni possibilità di rifornimento di cibo, acqua, elettricità e combustibili. La situazione era critica, la gente del Nagorno-Karabakh stava affrontando un disastro umanitario e un’operazione militare, per fermare gli attacchi dell’artiglieria azera, e mettere fine al blocco era vitale.

So bene che la propaganda azera usa in maniera distorta quegli eventi, come ha fatto qualche giorno fa l’ambasciatore dell’Azerbaijan in un’intervista alla vostra agenzia. D’altronde, se la tua bugia è grossa e la ripeti a oltranza, tutti ci crederanno. Tornando a Khojaly, voglio ribadire che l’operazione venne effettuata nel pieno rispetto del diritto internazionale umanitario. Due mesi prima del 26 febbraio del 1992, data di inizio dell’operazione militare, i comandanti dell’esercito di autodifesa del Nagorno-Karabakh avevano annunciato pubblicamente, attraverso vari canali, l’esistenza di un corridoio umanitario e l’inizio delle operazioni. Cosa questa confermata da molte organizzazioni internazionali nei loro rapporti, così come da molte altre fonti tra cui anche fonti azere. Più tardi alcuni residenti di Khojaly furono trovati a 12 chilometri di distanza da Khojaly, nella zona vicino alla città di Agdam che fino al 1993 era stata sotto l’effettivo controllo del Fronte nazionale azero. Durante l’operazione militare a Khojaly, le forze di autodifesa del Nagorno-Karabakh liberarono 13 ostaggi armeni, tra cui un bambino e sei donne, e presero come trofei due strutture per il lancio di razzi Grad MM-21, quattro strutture Alazan, un obice da 100 mm, e tre unità di attrezzature corazzate. Il servizio di soccorso della Repubblica del Nagorno-Karabakh recuperò 12 corpi di civili in Khojaly e nella sua periferia. C’erano anche circa 700 abitanti in città perché le autorità azere avevano impedito loro l’evacuazione.

Domanda. Lei ha parlato di fonti. Può farci qualche esempio di fonti e di prove?

S.E. Victoria Bagdassarian. Certamente. È un ulteriore atto di ipocrisia il modo in cui il governo azero abusa dei sentimenti umani con la sua propaganda e le sue bugie. Quando Ambasciatore dell’Azerbaijan parla di Khojaly e delle stragi della sua popolazione, non riesce a ricordare che gli abitanti di Khojaly sono state le vittime predestinate di una politica criminale interna tra le autorità azere e il Fronte Nazionale dell’Azerbaijan, un movimento ultra-nazionalista che all’epoca lottava per prendere il potere. I fatti di Khojaly rientravano nella strategia del Fronte Nazionale dell’Azerbaijan per rovesciare il presidente Ayaz Mutalibov e arrivare così al controllo del paese. Ciò fu confermato dallo stesso Presidente Mutalibov, un mese dopo le sue dimissioni, in un’intervista alla giornalista ceca Dana Mazalova, pubblicata dalla Nezavisimaya Gazeta.

E ci sono altre testimonianze di giornalisti ed ex funzionari. Come quella di Chingiz Mustafaev, un corrispondente che ha riportato una versione dissenziente dalla propaganda azera di regime e che in seguito è stato ucciso in circostanze misteriose. O la testimonianza di Tamerlan Karaev, l’allora presidente del Soviet Supremo della Repubblica azera, che ha dichiarato: “La tragedia fu opera delle autorità azere, in particolare di un alto funzionario” (Mukhalifat, quotidiano azero, 28 aprile 1992). In un’intervista al “Russian Mind” il 3 marzo 1992, l’allora sindaco di Khojaly Elman Mamedov, oggi membro del Parlamento azero, confermò l’esistenza del corridoio umanitario, dichiarando tra l’altro di averlo utilizzato in modo sicuro, assieme ad altri i civili, per fuggire dalla città. Fu lo stesso Heydar Aliev, ex leader e padre dell’attuale presidente azero, ad ammettere che «l’ex dirigenza dell’Azerbaijan è colpevole” per gli eventi Khojaly. Salvo poi, nel mese di aprile del 1992 secondo l’agenzia di stampa Bilik-Dunyasi Agency, esprimere un’idea di un cinismo allarmante: “Trarremo beneficio dallo spargimento di sangue. Non dobbiamo interferire col corso degli eventi “.

Molti sono ancora i fatti che potrebbero essere raccontati – e, per inciso, sto citando solo fonti azere – che vanno in direzione opposta all’attuale sprezzante propaganda azera a cui siamo stati abituati. Naturalmente è impossibile presentare in modo esaustivo tutto il materiale documentario all’interno di questa intervista. E, purtroppo, la propaganda ufficiale azera si adopera con ogni mezzo per incolpare degli eventi la parte armena e instillare così nuovo odio verso gli armeni nelle menti della sua generazione più giovane. Senza dimenticare che la diffusione di queste informazioni mendaci è stata un ulteriore tentativo per distogliere l’attenzione dalle atrocità che hanno perpetrate contro le popolazioni armeni nelle città azere di Baku, Sumgait, Kirovabad e altri luoghi ancora.

Domanda. Come vede la risoluzione del conflitto in Nagorno-Karabakh? Cosa può dirci a proposito?

S.E. Victoria Bagdassarian. Quando si parla del conflitto tra l’Azerbaijan e la Repubblica del Nagorno-Karabakh, in generale, e prima di considerare l’Azerbaijan come una vittima in quel conflitto, si deve ricordare che il Nagorno-Karabakh non ha mai fatto parte dell’Azerbaijan indipendente e che, nel momento della dissoluzione dell’Unione Sovietica, si sono formati due soggetti indipendenti e legalmente uguali. Alla richiesta, pacifica e legittima, per l’auto-determinazione, l’Azerbaijan avviò pogrom e uccisioni sistematiche della popolazione armena, come ho detto prima, nelle città “tolleranti” di Baku, Kirovabad e Sumgait e scatenò un’offensiva militare contro la popolazione pacifica del Nagorno-Karabakh. Ancora oggi gli armeni del Nagorno-Karabakh stanno lottando per la loro esistenza e per il diritto a vivere liberamente sulla terra dei loro padri. Nel moderno e progredito Azerbaijan uccidere un armeno è una gloria e si viene incoraggiati e promossi ai più alti gradi militari. È stato il caso dell’ufficiale azero Ramil Safarov che decapitò con un’ascia nel sonno il collega armeno Gurgen Margaryan durante i corsi della Nato a Budapest. Il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev non solo ha promosso quel criminale al rango di eroe nazionale ma gli anche corrisposto un altissimo premio in denaro.

Anche la guerra del 4 aprile 2016 è stata scatenata dall’Azerbaijan. L’offensiva azera è stata lanciata all’alba, con bombardamenti pesanti di insediamenti civili e villaggi, scuole e asili. Durante i bombardamenti uno studente è stato ucciso e un altro è stato ferito. A seguire c’è stato un attacco sovversivo e un intero plotone è penetrato nel villaggio di confine di Talish. Durante le diverse ore dell’occupazione del villaggio tre anziani, che non erano riusciti a fuggire, sono stati uccisi e i loro corpi mutilati. La fallita guerra lampo dell’Azerbaijan è stata caratterizzata da atrocità in stile ISIS, con decapitazioni e mutilazioni di cadaveri di soldati armeni. E anche questa volta coloro che hanno commesso siffatti crimini di guerra e crimini contro l’umanità sono stati promossi e premiati da Aliyev in persona. Come può quindi la popolazione del Nagorno-Karabakh fidarsi dell’Azerbaijan? È ormai chiaro che non è possibile un “ritorno al futuro”: è fuori da ogni logica presentare la causa del conflitto come una soluzione dello stesso.

Domanda. Secondo l’ambasciatore dell’Azerbaijan ci sono 4 risoluzioni ONU sul conflitto…

S.E. Victoria Bagdassarian. Vorrei ricordare all’ambasciatore Ahmadzada che le 4 risoluzioni ONU sul conflitto tra Azerbaijan e Nagorno-Karabakh sono state adottate in un determinato periodo di tempo e con lo scopo specifico di fermare la violenza. L’esigenza primaria e incondizionata di tutte e quattro le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla questione del Karabakh del 1993 era infatti la cessazione delle ostilità e delle attività militari. Ma, a causa dell’inadempienza dell’Azerbaijan al requisito principale (cessazione delle ostilità e delle attività militari), l’attuazione delle risoluzioni è stata resa impossibile. Inoltre è doveroso sottolineare che nessuna delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU si riferisce all’Armenia come parte del conflitto. L’Armenia è chiamata in causa solo “per continuare a esercitare la sua influenza ” sul Nagorno-Karabakh ed è quest’ultimo a essere riconosciuto come parte del conflitto, cosa che l’Azerbaijan continua pervicacemente a ignorare. L’Azerbaijan ha anche respinto un altro requisito delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul ripristino delle relazioni economiche, del sistema dei trasporti e dell’energia nella regione. Come se non bastasse, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU esortavano ad astenersi da qualsiasi azione che potesse ostacolare una soluzione pacifica del conflitto e di esercitare sforzi per risolvere il conflitto nel quadro del gruppo di Minsk. E che cosa ha fatto l’Azerbaijan? Assolutamente il contrario: dopo ogni risoluzione ha lanciato nuove attività militari su larga scala.

È perciò più che mai ridicolo che l’Azerbaijan continui a fare riferimento a quelle risoluzioni, quando è lo stesso governo di Baku a disattenderle.

Parlando alla risoluzione del conflitto, poi, l’ambasciatore azero minaccia di invocare l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, cioè minaccia il ricorso alla guerra, mentre, allo stesso tempo, parla di negoziati di pace nel quadro dei copresidenti del gruppo di Minsk dell’OSCE. Direi che questo è un chiaro esempio della posizione distruttiva e della tattica ricattatoria dell’Azerbaijan. I copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE in una recente dichiarazione del 16 febbraio scorso hanno ancora una volta ribadito che “… non c’è alternativa ad una soluzione pacifica del conflitto e che la guerra non è un’opzione, e ha invitato le parti alla moderazione sul terreno, come pure nelle loro comunicazioni pubbliche e a preparare le loro popolazioni alla pace e non alla guerra. I copresidenti hanno anche sollecitato le parti a rispettare rigorosamente gli accordi di cessate il fuoco del 1994/95 che costituiscono il fondamento della cessazione delle ostilità “.

Io nutro una profonda speranza che il buon senso prevalga un giorno in Azerbaijan, anche se al momento i segnali provenienti da quel paese sono allarmanti e spaventosi.

Il buco nero del Nagorno Karabakh, a 25 anni dalla strage di Khojaly (Panorama.it 22.02.17)

Quello di Khojaly è un massacro terribile, un capitolo oscuro in una guerra dimenticata, quella del Nagorno Karabakh. Tra il 25 e il 26 febbraio del 1992, mentre l’attenzione internazionale era concentrata sui Balcani, a Khojaly vennero uccisi 161 civili di etnia azera durante la guerra in Nagorno Karabakh, un fazzoletto di terra tra Armenia e Azerbaijan che dal crollo dell’impero sovietico rivendica la sua indipendenza. Il Nagorno Karabakh,  la Repubblica di Artsakh, è considerato dalla comunità internazionale uno Stato “sospeso”, uno Stato che non c’è. L’Azerbaijan lo reclama come suo, l’Armenia lo protegge sostenendone le istanze di autodeterminazione.

Quattro giorni prima degli eventi di Khojaly: il 22 febbraio, alla presenza del Presidente, del Primo Ministro, del capo del KGB e di altri, ebbe luogo una sessione del Consiglio di sicurezza nazionale (dell’Azerbaijan) durante la quale venne presa la decisione di non evacuare i civili da Khojaly

Il conflitto viene definito a bassa intensità e dal 1992 ad oggi non si è mai fermato. Ad aprile dello scorso anno il regime azero è intervenuto militarmente in Karabakh, facendo di fatto saltare ogni fragile tavolo di negoziazione auspicato fino ad allora. In Karabakh la guerra non si è mai spenta e tuttora il Paese vive blindato, irraggiungibile se non dal confine con l’Armenia, e tutti i suoi abitanti sono pronti a combattere ancora, perché la guerra non è mai finita.
Dal massacro di Khojaly è passato un quarto di secolo, ma su quei morti non c’è ancora chiarezza. Secondo il regime azero e alcune organizzazioni internazionali, la strage fu compiuta dalle truppe armene del 366esimo reggimento. Gli azeri dichiarano numeri più alti, 613 civili uccisi tra cui 106 donne e 63 bambini, e gridano al “genocidio”. Ma genocidio non fu.

Khojaly è una pagina terribile e infame nella guerra del Nagorno Karabakh, ma non fu “genocidio”.
E’ noto che il regime azero attua un controllo capillare sulla totalità dell’informazione e dei media azeri. Come riportato da prestigiosi e indipendenti indici internazionali, il regime di Baku è tra i più liberticidi e autoritari al mondo e il presidente azero Ilham Aliyev, dopo aver ereditato il potere dal padre, è giunto al terzo mandato presidenziale consecutivo con l’85% dei voti.

Andiamo ai fatti. Alla fine degli anni Ottanta, incoraggiati dalla relativa libertà di espressione introdotta da glasnost e perestrojka in Unione Sovietica, gli armeni del Nagorno-Karabakh ribadirono il loro diritto all’autodeterminazione con un referendum per l’indipendenza svoltosi regolarmente il 10 dicembre del 1991, secondo le modalità sancite dalle leggi vigenti e dalla costituzione dell’Urss. Al referendum seguì una vera e propria invasione militare da parte dell’Azerbaijan contro il Nagorno-Karabakh.
Per più di un anno la popolazione civile di Stepanakert, la capitale del Nagorno-Karabakh, fu sotto il fuoco diretto di missili Grad e sottoposta a bombardamenti con bombe a grappolo dall’aviazione azera. Il ruolo dell’Armenia nella fase armata del conflitto, in mancanza di forze internazionali di interposizione, era quello di protezione dei civili nonché di assistenza umanitaria, economica e diplomatica. Invece, nelle operazioni militari erano coinvolte le forze armene di autodifesa del Nagorno-Karabakh. Il 5 maggio del 1994 fu firmato l’accordo di Bishkek tra l’Armenia, l’Azerbaijan e la Repubblica del Nagorno Karabakh.
Per quel che riguarda i fatti di Khojaly, da più parti vengono rigettate le considerazioni di ong e organismi internazionali che non erano presenti sul posto durante gli eventi e che sostengono che “la strage fu commessa dalle forze armate armene”. Molte fonti azere e molte  voci di alcuni giornalisti occidentali attivi in Caucaso in quegli anni parlano di fatti diversi, e la consueta manipolazione dell’informazione attuata dal regime azero porta nella loro direzione.
Il comune di Khojaly era un avamposto dei lanciarazzi Grad delle forze armate azere che bombardavano la popolazione civile armena. Alcune settimane prima del 25 febbraio 1992, il comando delle forze armene di autodifesa del Nagorno-Karabakh cominciò a informare via radio le autorità militari e la popolazione civile azere sull’imminenza di una azione militare armena tesa a neutralizzare i lanciarazzi azeri posti all’interno di Khojaly e sulla presenza di un corridoio umanitario per l’evacuazione dei civili.
Come riportato da fonti azere, quindi non armene, Salman Abbasov, un abitante di Khojaly, dichiara: ”Alcuni giorni prima della tragedia, gli armeni hanno ripetutamente annunciato via radio che sarebbero avanzati nella nostra direzione e ci chiedevano di lasciare la città (…). Infine quando fu possibile evacuare donne, bambini e anziani, loro, gli azeri, ce lo vietarono”.
E poi Elman Mamedov, all’epoca sindaco di Khojaly, dice: “Alle 20.30 del 25 febbraio fummo informati che i mezzi militari armeni erano in posizione di combattimento nelle vicinanze della città. Informammo tutti via radio. Io chiesi elicotteri per evacuare anziani, donne e bambini. L’aiuto non arrivò mai…”.
Illuminante è anche la testimonianza di Ramiz Fataliev, Presidente della Commissione di indagine sugli eventi di Khojaly: “Quattro giorni prima degli eventi di Khojaly: il 22 febbraio, alla presenza del Presidente, del Primo Ministro, del capo del KGB e di altri, ebbe luogo una sessione del Consiglio di sicurezza nazionale (dell’Azerbaijan) durante la quale venne presa la decisione di non evacuare i civili da Khojaly”.
Da questa dichiarazione risulta più che evidente l’utilizzo criminale dei civili azeri come scudo per i lanciarazzi da parte delle stesse autorità azere. Si parla insomma della cosiddetta shield policy, che è una netta violazione del diritto umanitario internazionale . Inoltre, in una sua intervista alla Nezavisimaya Gazeta del 2 aprile 1992, il deposto Presidente azero Mutalibov afferma: “Gli armeni avevano lasciato un corridoio per la fuga dei civili. Quindi perché avrebbero dovuto aprire il fuoco? Specialmente nell’area intorno ad Agdam, dove, all’epoca c’erano abbastanza forze (azere) per aiutare i civili”.
Nei dintorni di Agdam (a molti chilometri di distanza dal teatro delle operazioni) erano dislocate le formazioni paramilitari del Fronte Popolare Azero. Sempre Mutalibov, in un’altra intervista nel 2001 ribadisce: “Era ovvio che qualcuno aveva organizzato il massacro per cambiare il potere in Azerbaijan”, alludendo così al Fronte Popolare Azero le cui truppe erano di stanza nei pressi di Khojaly. Quelle stesse truppe che, alcuni giorni dopo i fatti di Khojaly, organizzarono il golpe a Baku.
Dichiarazioni e valutazioni di questo tipo sugli eventi di Khojaly sono state fatte da diverse personalità azere e da giornalisti. Il regime azero degli Aliyev ha invece confezionato una “verità” armenofoba e finora i dissidenti azeri che hanno contestato tale “verità” sui fatti di Khojaly sono stati o arrestati o uccisi. Tutto questo, in aggiunta all’uso dei civili come scudo, rende le responsabilità criminali azere ancora più evidenti.
E i numeri sono importanti: negli ultimi sette anni, secondo i dati SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) la spesa militare azera è aumentata del 2.500 %, dati questi comparabili con il riarmo della Germania nazista negli anni trenta.
Tale circostanza, combinata con frequenti violazioni dell’accordo di tregua firmato nel 1994, con dichiarazioni palesemente guerrafondaie dalle più alte istanze dello Stato azero, dagli ambasciatori al Presidente, e con una campagna armenofoba nelle scuole azere promossa dallo Stato, è certamente l’ostacolo maggiore per il successo del negoziato mediato dal Gruppo di Minsk (Usa, Russia e Francia) per la soluzione pacifica del conflitto in Nagorno Karabakh. La retorica guerrafondaia e armenofoba del regime azero ha un sapore anacronistico e rimanda agli anni bui del Novecento.
Purtroppo, per la pace in Nagorno Karabakh quelle di Baku sono parole gravissime e creano instabilità e precarietà in tutto il sistema di sicurezza internazionale.
Oggi l’Azerbaijan si rifiuta di negoziare direttamente con il governo democraticamente eletto del Nagorno-Karabakh e rimanda al mittente le proposte OSCE sul ritiro dei cecchini dalla linea di contatto e sulla messa a punto di un meccanismo congiunto per indagini sulle violazioni del regime di tregua. L’Armenia invece è determinata ad arrivare a una soluzione negoziata del conflitto, soluzione che escluda alla base l’utilizzo dello strumento militare per la composizione finale. Posizione questa condivisa dalla comunità internazionale e richiesta alle parti in conflitto.
A fronte di tutto ciò, a venticinque anni dal massacro di Khojaly, l’augurio è che la classe politica azera trovi una nuova coscienza e possa finalmente condividere quanto scrisse Andrej Sacharov nel 1975 per il discorso di consegna del Premio Nobel per la Pace: “La pace, il progresso, i diritti umani, sono indissolubilmente collegati: è impossibile raggiungerne uno se gli altri sono trascurati”.

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