Azerbaijan e diritti umani: tempesta sul Consiglio d’Europa (Osservatorio Balcani e Caucaso 31.01.17)

La credibilità dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa è ai minimi termini. E si tentenna sull’avviare un’indagine indipendente sulle gravi accuse di corruzione che la riguardano

31/01/2017 –  Gerald Knaus

Quella pubblicata di seguito è una lettera pubblica inviata da Gerald Knaus, direttore del think tank ESI , che fornisce un approfondito quadro sulla cosiddetta vicenda della “Diplomazia del caviale” in seno al Consiglio d’Europa.

La prima sessione annuale dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) ha preso il via, lo scorso 23 gennaio, in un clima di gravi accuse relative a fenomeni corruttivi che avrebbero influenzato le dinamiche di voto su questioni relative ai diritti umani.

Il 21 novembre 2016, la principale trasmissione di giornalismo investigativo in Italia, Report, in onda su Rai3, ha trasmesso un servizio sulla corruzione nel Consiglio d’Europa. Si concentrava in particolare sull’ex leader del Partito popolare europeo in seno al PACE, l’italiano Luca Volontè e vi si affermava:

“Cos’è il Consiglio d’Europa? E’ un’organizzazione internazionale fondata nel 1949 per proteggere e difendere i pilastri della democrazia: libertà d’espressione, diritti umani e il succedersi di governi democraticamente eletti…. Strasburgo una città al cuore della nostra storia, nella quale il Consiglio d’Europa ha sede. Qui è in atto un tipo molto particolare di diplomazia, che ha un nome curioso, la ‘Diplomazia del caviale’. Il 17 dicembre 2016 l’ESI ha pubblicato il suo secondo report sulla “Diplomazia del caviale” titolato “The European Swamp (Caviar Diplomacy Part 2) – Prosecutors, corruption and the Council of Europe. Nel report si sottolinea: “Luca Volontè ha pubblicamente ammesso di aver ricevuto 2.3 milioni di euro da Suleymanov, un altro membro del PACE, rappresentante dell’Azerbaijan. I trasferimenti di denaro iniziarono alla vigilia di un voto importante sui diritti umani in Azerbaijan. Se tutto questo non è in violazione del Codice di condotta dei membri del PACE, allora il Codice non ha alcun senso”.

L’ESI ha inoltre messo in guardia sul fatto che “qualsiasi riforma seria in seno alla PACE incontrerà senza dubbio la strenua resistenza di chi sta beneficiando dello status quo”. Il 18 gennaio 2017 ESI ha inoltre pubblicato un’altra newsletter, titolata “The FIFA of human rights – beyond lip-service on anti-corruption”. Vi si trova un altro avvertimento:

“Attualmente la PACE ha un sistema corruttivo peggiore della FIFA. E la PACE non se la passa meglio in comparazione con la maggior parte dei parlamenti nazionali che rappresenta… il Consiglio d’Europa non può rimanere la FIFA dei diritti umani”. A tutto questo è seguito, il 20 gennaio, un appello redatto da Transparency International (TI), l’Ong leader al mondo in tema di anti-corruzione:

“Transparency International e sei delle sue sedi europee hanno oggi richiesto a tre dei principali funzionari del Consiglio d’Europa di avviare delle indagini sulle accuse di corruzione emerse nei confronti dell’organizzazione ed esprimono il loro disappunto sull’apparente mancanza di meccanismi interni anti-corruzione in una della più importanti istituzioni europee relative ai diritti umani”.TI ha chiesto al Consiglio d’Europa di avviare “strutture in grado di garantire l’integrità in linea con i migliori standard internazionali” e di: “promuovere un’indagine indipendente, guidata da un esperto in materia, sui fatti relativi al voto in seno alla PACE sui prigionieri politici del gennaio 2013, e sui comportamenti dei membri della delegazione dell’Azerbaijan”.

Amnesty International ha, lo stesso giorno, anch’essa inviato una lettera ai principali funzionari a Strasburgo, lettera poi resa pubblica il 24 gennaio:

“Le accuse relative alla condotta impropria di alcuni membri dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa per influenzare i contenuti e le votazioni relative alle risoluzioni dell’Assemblea sono serie, credibili e rischiano di nuocere gravemente la credibilità e l’integrità dell’Assemblea come istituzione dedita nel difendere e promuovere i diritti umani”.

La sessione invernale: la denuncia della corruzione in seno alla PACE

All’apertura della sessione invernale, il 23 gennaio scorso, la prima a parlare, la socialista francese Josette Durrieu, decana alla PACE, ha dettato i toni:

“Denunciamo ogni forma di corruzione: il male profondo che rende fragili gli stati, le istituzioni, gli individui. Più che altrove è proprio qui al Consiglio d’Europa che dovremmo essere vigili”.

“Alcuni parlamentari membri della nostra assemblea pare siano stati coinvolti in questioni relative alla loro missione e alle loro funzioni. Sembrano coinvolti in questioni che sono solitamente competenza della magistratura e che avrebbero coinvolto poi altri parlamentari e quindi il cerchio si sarebbe ampliato. Il Consiglio d’Europa deve affrontare questa questione. Questi dubbi e questi sospetti sono intollerabili per l’immagine del Consiglio d’Europa. La nostra forza non è finanziaria e non è militare. Non abbiamo alcun esercito e nemmeno un grande budget. La forza del Consiglio d’Europa è la morale. Siamo veicoli e garanti di valori universali”.

La Durrieu si è poi rivolta direttamente al presidente della PACE, lo spagnolo Pedro Agramunt:

“Occorre avviare un’indagine indipendente e occorre farlo in tempi rapidi. Parlo direttamente al Presidente dell’Assemblea, che deve essere a breve nominato”.

Al suo intervento è seguito quello di Mogens Jensen, ex ministro della Danimarca ed a capo della delegazione danese:

“E’ molto importante che la nostra Assemblea ed il presidente fughino al più presto i dubbi e chiariscano in modo netto due elementi: innanzitutto che l’Assemblea non accetta e non tollera la corruzione e che la combatterà in tutte le sue forme; in secondo luogo che in merito alle accuse rivolte ad alcuni dei suoi membri verranno avviate delle indagini. E’ un segnale molto importante da mandare ai cittadini, che si fidano dell’Assemblea”.

Il leader del gruppo della Sinistra europea unita, il parlamentare olandese Tiny Kox, ha sottolineato che la corruzione è “una minaccia orribile per tutti noi qui. Dobbiamo essere consapevoli che qualsiasi accusa di corruzione è un’accusa contro tutti noi… Se non ci comportiamo bene, non saremo nella posizione di dire agli altri come ci si dovrebbe comportare”.

Il conservatore britannico Ian Liddell-Grainger, a capo dei Conservatori europei e discendente della Regina Vittoria ha sottolineato che “quest’organizzazione è stata creata da molte persone, tra le quali Winston Churchill, per essere il faro della democrazia in nazioni disgregate dalla guerra… ma la corruzione s’insinua in ogni parte della vita. Ognuno di noi, nel proprio parlamento, ha un modo per affrontarla e lo stesso avviene qui. Ora basta con la retorica e basta dirsi “Va bene, daremo un’occhiata”.

La liberale Anne Brasseur, già presidentessa della PACE, si è indirizzata all’Assemblea dicendo:

“La nostra credibilità viene messa in dubbio, ma è a rischio anche il rispetto dei diritti umani nei 47 paesi membri. Non possiamo spazzare tutto sotto il tappeto e chiudere gli occhi… Non sarebbe una sorpresa se qualcuno dicesse che il Consiglio d’Europa è una perdita di tempo ed è inutile. Credo ancora in quest’organizzazione. Dobbiamo essere sicuri di fare tutto il possibile per difendere i nostri valori, lo stato di diritto e i diritti umani in tutti i paesi membri”.

Svizzeri, paesi nordici, baltici e Benelux

Il giorno successivo la delegazione svizzera ha mandato una dura lettera a Pedro Agramunt:

“La delegazione svizzera presso la PACE è profondamente preoccupata dalle accuse che emergono da reportage e da varie voci che mettono in dubbio i principi cardine della nostra assemblea, la sua integrità e la sua credibilità. Di fronte a queste accuse ed al dibattito che hanno sollevato siamo convinti che la PACE non vuole e non può permettersi di attendere che le vicende giudiziarie avviate a Milano diano luogo o meno ad una condanna, visto che il caso a cui si riferiscono non è il solo ad aver sollevato sospetti. La delegazione svizzera ritiene sia indispensabile che la PACE prenda in mano la questione e faccia luce su quanto accaduto”.

E’ seguita una seconda lettera, da parte di otto delegazioni baltiche e del nord Europa:

“Le recenti accuse contro l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa e contro i suoi membri in merito a fatti di corruzione e conflitto di interessi stanno danneggiando l’integrità e la credibilità dell’Assemblea. Le accuse non si riferiscono ad un unico caso. E’ perciò di massima importanza che la PACE avvii azioni concrete che portino ad indagini trasparenti ed indipendenti… Per queste ragioni le delegazioni nordiche e baltiche chiedono al Bureau di avviare immediatamente un’indagine indipendente ed esterna sulle accuse mosse”. Subito hanno fatto seguito altre delegazioni (quella del Belgio, dell’Olanda e altre).

L’iniziativa Omtzigt – Schwabe per l’integrità

Mercoledì 25 gennaio un gruppo di parlamentari guidati dal parlamentare olandese Pieter Omtzig (EPP) e dal tedesco Frank Schwabe (SPD) hanno presentato una dura dichiarazione che ha sparigliato le carte. Da una parte nella dichiarazione si chiede alla PACE di far due cose concrete; dall’altra si chiede a tutti i membri dell’Assemblea, a prescindere dall’appartenenza politica, di sostenere la dichiarazione:

“Noi, sottoscritti membri dell’Assemblea parlamentare riteniamo che l’Assemblea debba:

1. Stabilire senza ritardi un’indagine esterna, pienamente indipendente e imparziale sulle accuse di comportamento improprio e di corruzione che potrebbero aver condizionato il lavoro dell’Assemblea negli anni recenti, concentrandosi in particolare sulle accuse relative al voto sui prigionieri politici in Azerbaijan avvenuto nel gennaio 2013; le conclusioni dell’indagine e i suoi risultati dovrebbero essere resi noti direttamente all’Assemblea ed al pubblico in generale.

2. Assicurarsi che il Codice di condotta dell’Assemblea venga rafforzato in linea con le migliori pratiche internazionali e le raccomandazioni poste dal GRECO [Gruppo di Stati contro la Corruzione]; e che venga monitorata un’osservanza rigida di questi standard implementati da un meccanismo permanente indipendente istituito in seno all’Assemblea”.

In poche ore la dichiarazione ha raccolto 64 firme in rappresentanza di 25 paesi tra le quali anche quella di un altro ex presidente dell’Assemblea, il francese Jean Claude Mignon (EPP) è i leader di conservatori, socialisti e gruppi di sinistra: 7 parlamentari della Gran Bretagna, 5 di Lussemburgo, Svezia e Olanda, 4 di Svizzera, Francia e Germania, 3 di Finlandia, Grecia e Norvegia.

La dichiarazione ha ricevuto anche un sostegno che attraversa i vari gruppi politici: 29 socialisti (e verdi), 15 dell’EEP, 10 della Sinistra europea unita, 9 dei liberali dell’ALDE e 1 dei Conservatori europei. E’ sorprendente però che nessun delegato spagnolo, polacco o turco e solo un italiano l’abbiano ad oggi sottoscritta. Quante altre firme raccoglierà sino ad aprile? E chi invece vi si opporrà?

La risposta di Agramun: è colpa delle Ong

Di fronte alle domande che giungevano da ogni dove e che chiedevano una sua replica il presidente della PACE Pedro Agramunt, da più di un decennio uno tra i principali apologi del regime azero, ha deciso di continuare a fare quello che ha fatto per anni: chiedere alla PACE di serrare i ranghi. Già al primo giorno d’assemblea ha definito il dibattito sulla corruzione come una “questione d’onore”: “Come presidente dell’Assemblea non permetterò che il suo onore e quello di un qualsiasi suo membro venga diffamato. Non posso permettere che quest’Assemblea venga utilizzata come un luogo dove condurre battaglie contro paesi percepiti come rivali e nemici. Non posso permettere campagne di odio, minacce o pressioni orchestrati da chi non è contento del risultato delle votazioni… E’ importante comprendere che gli attacchi illeciti all’onore e alla reputazione di un individuo potrebbero richiedere una difesa nei tribunali”.

Jordi Xuclà, altro apologo di lungo periodo dell’Azerbaijan, anche lui spagnolo, oggi a capo del gruppo ALDE, ha utilizzato un’argomentazione simile:

“Siamo politici. Non dobbiamo guardare a questa questione solo dall’angolazione legale; dobbiamo parlare della reputazione e dell’immagine di quest’organizzazione e quindi combattiamo la diffamazione”.

Il 25 gennaio i due spagnoli sono stati affiancati da Axel Fischer, successore di Luca Volontè e Pedro Agramunt come leader dell’EPP alla PACE. Parlamentare della tedesca CDU Fischer ha anche scritto una lettera ad Agramunt, chiedendogli di avviare indagini, ma non sul comportamento dei parlamentari, ma sulle Ong che hanno sollevato la questione:

“Ci aspettiamo che tutti gli attuali membri e quelli del passato dell’Assemblea parlamentare… rispettino le regole dell’Assemblea e, prima di collaborare con delle Ong, si accertino del lavoro, degli obiettivi e dei finanziamenti di tali Ong… Richiediamo che le attuali regole e procedure dell’Assemblea e tutti gli altri codici di condotta vengano verificati in modo da adattarli in tal senso e in modo si possa reagire in maniera efficace. Stia sicuro signor Presidente che la nostra posizione in merito alla corruzione è quella della tolleranza zero”.

E’ una risposta degna di Donald Trump: il problema della PACE non sarebbe quindi il comportamento di Luca Volontè, che ha ammesso in TV di aver ricevuto il denaro mentre faceva parte della PACE, né l’assenza di meccanismi credibili anti-corruzione; il problema sarebbe il lavoro di Ong come ESI, Amnesty International e Transparency International.

La scelta della PACE: showdown in aprile?

In conclusione, a seguito dei giorni di dibattito intenso in plenaria e nei corridoi di Strasburgo, i membri della PACE ora debbono affrontare una scelta. Un’opzione è di sottoscrivere la dichiarazione di integrità : sostenendo così la richiesta di un’indagine seria ed esterna sulle accuse sollevate e di riformare un codice di condotta attualmente debole in modo imbarazzante. Questa strada porta alla redenzione morale e ridà credibilità ad un’istituzione che rimane di importanza vitale.

L’altra opzione è di seguire Agramunt affermando, senza alcuna prova a riguardo, che chi chiede che si affronti la corruzione “è finanziato dagli armeni” e di ignorare le richieste di avviare un’indagine seria.

Quale sarà la scelta della maggioranza della PACE? Ce lo diranno le settimane che ci dividono dalla sessione di aprile.

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«Mia nonna è arrivata in America scappando da Aleppo» (Corriere della Sera 30.01.17)

NEW YORK «La forza dell’America, il suo successo, lo straordinario fascino dell’ American dream : il sogno che si realizza. Tutto questo è stato costruito sulle spalle degli immigrati che abbiamo sempre accolto: gente di ogni religione e origine etnica che ha lavorato duro per la grandezza di questo Paese. Gente che fuggiva dalle persecuzioni o voleva solo offrire un avvenire migliore alla sua famiglia. Non possiamo rinnegare tutto questo: è contro i nostri interessi e la nostra storia».

Quella di Ian Bremmer è una delle tante voci di condanna del decreto presidenziale di Donald Trump che ha bloccato l’ingresso dei cittadini di sette Paesi musulmani negli Usa. Il politologo e fondatore di Eurasia usa argomenti economici («Il 40 per cento delle grandi imprese americane, quelle dell’indice Fortune 500, è stato fondato da immigrati o dai loro figli») e politici («negli Stati Uniti siamo riusciti a integrare gli islamici nella società molto meglio che altrove: un patrimonio da non dissipare») per spiegare la sua avversione alle barriere volute dal nuovo presidente.

Ma Bremmer ha anche un motivo personale più profondo per lanciarsi in questa battaglia civile: la sua famiglia ha origini armene e la nonna è arrivata negli Stati Uniti, all’inizio del Novecento, proprio da quella Siria che oggi è uno dei Paesi messi al bando dalla Casa Bianca. «Mio padre», racconta il politologo nato e cresciuto a Boston, «è morto quando io avevo quattro anni. Ho scarse memorie di lui e ho sempre avuto pochi contatti coi miei parenti dal lato paterno, tutti residenti nel West». Quella di Bremmer ricorda un po’ la storia di Barack Obama, cresciuto senza padre, allevato anche lui dalla madre e dai nonni materni.

Pure per Ian la figura-chiave dell’adolescenza diventa la nonna, Maria Orfaly (al centro nella foto): «Una donna arrivata qui da bambina, sbarcata a Ellis Island nel 1923, col padre Simon e la madre Tourfanda: erano sopravvissuti al genocidio degli armeni e venivano a cercare il loro spicchio di sogno americano. Maria era una donna dura, orgogliosa, impegnatissima nel sociale: in Massachusetts ha proposto leggi per la tutela degli anziani. È stata lei a trasmettermi la passione per la politica».

Senza i suoi parenti armeni e l’aiuto di quella comunità, per Bremmer, forse, la storia sarebbe stata diversa. Quando morì il padre, infatti, la madre dovette trasferirsi coi figli nelle case popolari di Boston dove vivevano i nonni. Anni di grandi ristrettezze economiche, di sacrifici per far studiare i figli. Ian aveva scoperto la sua vocazione quando era ancora uno studente delle medie: la nonna portò a scuola il vicegovernatore del Massachusetts, Tom O’Neill, e lui lo intervistò per un giornale locale, il Chelsea Record .

Studente brillante, Bremmer ha potuto frequentare le migliori università, fino al dottorato di ricerca a Stanford, grazie al sostegno dell’Agbu, l’Associazione degli armeni in America, che gli ha offerto una borsa di studio. È riuscito, così, a coronare un sogno filtrato attraverso le soffrenze di un popolo perseguitato: un bisnonno, Simon Ourfalian (in America cambierà il cognome in Orfaly), che sposò Tourfanda Kassabian nella città turca di Adana, in Turchia. Poi l’emigrazione per sfuggire alle persecuzioni. Prima ad Aleppo, in Siria, dove Simon ha un certo successo come mercante. Poi, nel 1923, la partenza dal porto del Pireo, in Grecia, su una nave americana, la SS King Alexander, e la nuova vita negli Usa.

Passando attraverso Ellis Island: isola della speranza ma anche del dolore, perché anche allora, pur senza la minaccia del terrorismo islamico, l’America non accoglieva tutti. «Certo», ammette Bremmer, «i massicci flussi d’immigrazione erano una sfida per quel giovane Paese. Ma il numero di quelli che sono stati accolti è enorme. E la ricchezza e le capacità che hanno portato negli Stati Uniti è ugualmente incredibile: comunità dinamiche come quella armena, rifugiati rapidamente diventati motori della prosperità americana. Capisco che oggi chi arriva da Paesi islamici può essere percepito da una parte dei nostri concittadini come una minaccia, ma l’America ha sempre saputo gestire e riassorbire questi timori, ha integrato i nuovi arrivati nelle comunità locali. Se smettiamo di essere un faro e cominciamo a discriminare e a respingere alimenteremo risentimenti ed estremismo. Rendendo l’America un luogo non solo meno civile, ma anche meno sicuro».

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Il Consiglio d’Europa e il caso Azerbaijan tra regali e milioni (Corriere della Sera 30.01.17)

La storia si svolge dentro al Consiglio d’Europa, che è il presidio nato nel 49 per difendere i pilastri della democrazia: libertà d’espressione, diritti umani, successione di governi democraticamente eletti. Tutti i paesi che nel corso degli anni hanno chiesto di aderire (come le ex repubbliche sovietiche), hanno firmato la convenzione che li obbliga a rispettare questi principi non negoziabili. Se un Paese li viola, il Consiglio deve condannare, sanzionare, o sospendere; la patente di paese democratico non si compra. Dentro al Consiglio d’Europa l’Azerbaijan da una decina d’anni ha attivato la nota «caviar diplomacy» : nessun parlamentare nega di aver ricevuto dai colleghi azeri almeno una scatoletta del pregiato caviale del Caspio. Che sarà mai! Luca Volontè quando dentro l’Assemblea era presidente del più numeroso gruppo politico europeo, il PPE, accetta dal deputato e lobbista azero Suleymanov, qualcosa in più in più: una «donazione» di 10 milioni di euro, ripartita in pagamenti da 100mila euro al mese. Alla base c’è una convenzione fra la ONG azera di Suleymanov e la Fondazione di Volontè che sta a Saronno; entrambe dichiarano di occuparsi di diritti umani. I versamenti iniziano nel 2013, arrivano da 4 società diverse, controllate da anonime collocate in Belize, Seychelles e British Virgin Island. Un anno dopo la BCC di Barlassina, dove Volontè ha i suoi conti, si allerta. Volontè spiega che si tratta di una consulenza sull’agroalimentare e presenta una fattura praticamente vuota. La Banca segnala l’operazione sospetta, si attiva la procura di Milano e il flusso di interrompe nel 2014 a quota 2 milioni e 390.000 euro. Prima domanda: perché una Ong che si occupa diritti umani, per versare dei soldi a una fondazione italiana triangola dai paesi più opachi del pianeta? Risposta di Volontè (che un po’ di paradisi se ne intende, avendo seguito corsi di filosofia in Liechtenstein): «Non vedo dov’è il problema».

I fondi per le consulenze

I soldi invece come sono stati usati? Volontè li motiva come consulenze personali al lobbista azero, ricerche, petizioni, iniziative non meglio precisate, in concreto la stampa di 2 brochures. Dopo due anni di indagine i magistrati milanesi chiedono il rinvio a giudizio per riciclaggio e corruzione: quei soldi sarebbero una tangente pagata dal governo dell’azerbaijan in cambio di appoggio politico nel Consiglio d’Europa. Proprio in quel periodo (gennaio 2013) si vota il rapporto sugli 85 prigionieri politici in Azerbaijan, e Volontè avrebbe orientato la votazione del gruppo popolare di cui era presidente. A supporto le dichiarazioni del deputato tedesco Strasser (autore del rapporto) e i corposi scambi di email fra Volontè e i politici azeri, come quella del deputato Muslum Mammadov che chiede di ritirare una risoluzione presentata al Consiglio d’Europa, e Volontè risponde: «Ogni Tuo desiderio è un ordine». Con 79 voti favorevoli e i 125 contrari la risoluzione di condanna viene bocciata. E’ importante evitare una risoluzione di condanna perché sporca la reputazione, e rende più difficili anche gli accordi commerciali. Proprio in quel periodo era in corso con il presidente Alyev quello molto travagliato sul Tap, il gasdotto che sbarcherà in Puglia. Ma forse è solo una coincidenza.

A processo a Milano

Venerdì scorso il gup del tribunale di Milano ha deciso di mandare a processo Volontè per il reato di riciclaggio (non riesce a spiegare da dove vengono quei soldi e a cosa servono), mentre per la corruzione «non luogo a procedere» perché coperto da immunità. La Procura ricorrerà in Cassazione poiché non viene contestata l’insindacabile decisione del singolo voto dell’ex parlamentare, ma la sua intera attività all’interno del Consiglio. Se quei soldi sono stati incassati per orientare i voti degli altri parlamentari o meno lo si può chiarire solo in un processo. Ancor più importante chiarirlo per la credibilità stessa dell’intero Consiglio d’Europa, e dei valori che rappresenta, per i quali abbiamo versato lacrime e sangue. Intanto in Azerbaijan la repressione interna contro gli oppositori politici e organi di stampa va avanti. In carcere sono un centinaio. In occasione delle ultime elezioni politiche del 2015 il parlamento europeo non ha inviato i suoi osservatori perché non esistevano le condizioni, e il governo ha chiuso gli uffici dell’Osce.

Paradiso fiscale

Il Presidente Alyev, che ha «ereditato» il paese dal padre nel 2003, sceglie i parlamentari e i giudici; ha appena prolungato la durata dei mandati, ha abolito il limite minimo di età per la candidatura a presidente (basta avere 18 anni, forse sta preparando la successione per il giovane figlio). Le banche piu importanti, le holding, i settori piu produttivi, sono tutti in mano sua. Dei 135 miliardi di dollari di entrate statali provenienti dal petrolio, 48 li ha portati nei paradisi fiscali. Le figlie Arzu e Leyla, usano società panamensi per controllare le compagnie di telefonia mobile, la banca azera Atabank e sei miniere d’oro in Azerbaigian. È la giornalista azera Khadija Ismaylova ad aver scoperto i Panama Papers della famiglia Aliyev. Lei sulla base di un’accusa inventata si è presa sette anni e mezzo di carcere. Dopo le pressioni internazionali la pena è stata sospesa. Le accuse si inventano anche nei confronti di cronisti stranieri.

Confronti

A fine novembre scorso, la sottoscritta, dopo aver dedicato una puntata di Report all’intera vicenda, curata da Paolo Mondani, ha avuto l’onore di vedersi dedicate ben 8 pagine sul più diffuso sito on line del paese «Day.Az» molto vicino al governo. L’articolo, a firma di Elchin Alyoglu, mi discrive cosi: «Milena Gabanelli è definita dai media italiani la Dino Alfieri in gonna (Alfieri fu sottosegretario alla stampa e propaganda di Mussolini, nda). I politici italiani sanno della coincidenza fra la data del ritorno della Gabanelli dall’Armenia e dal Karabah, dove ha incontrato i leader separatisti, e l’inizio della pseudo indagine» (in Armenia e Karabah ci sono stata come inviata all’inizio del conflitto, nel 1992 nda). Prosegue:« Ha partecipato all’audizione anti-azera nella Commissione dei Diritti Umani del Congresso degli Stati Uniti, dove su 23 presone presenti in sala c’erano 12 rappresentanti dell’Armenia e Milena Gabanelli»(non sono mai entrata nella sala del Congresso Usa in vita mia, nda). Aggiunge: «E’ possibile che abbia ricevuto aiuto materiale e tangibile dalla stessa lobby armena. Infatti i giornalisti italiani scrivono sui social media della natura avara, avida e insaziabile della loro collega». Infine: «Ha contatti frequenti con i capi delle organizzazioni della diaspora armena in Francia, Italia, Germania, Spagna, Grecia». In effetti ho incontrato un famoso artista di origine armena che ha aiutato i suoi connazionali in difficoltà, e lo ho intervistato 2 anni fa in Francia, si chiama Charles Aznavour.

Milena Gabanelli

La ricerca di nuovi Giusti continua. Di Victoria Baghdassarian (Gariwo 30.01.17)

Pubblichiamo di seguito il discorso di Victoria Bagdassarian, Ambasciatrice della Repubblica d’Armenia, al convegno “Dalla memoria della Shoah ai Giusti del nostro tempo” tenutosi alla Camera dei deputati il 26 gennaio 2017

Cari amici, sono lieta di essere qui, alla vigilia delle commemorazioni per la Giornata della Memoria, e di condividere con tutti voi l’importanza dei Giusti. Ringrazio la Vice Presidente della Camera Marina Sereni per l’ospitalità. Ringrazio gli organizzatori dell’evento, l’Onorevole Milena Santerini e Gabriele Nissim per Gariwo. Saluto la Presidente Noemi Di Segni dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane e tutti gli altri relatori.

Oggi siamo qui per ricordare e siamo qui per tramandare. Non è facile né l’una né l’altra cosa. Ci affidiamo perciò a quegli uomini di buona volontà che hanno fatto delle scelte “nonostante tutto”, i Giusti, coloro che nel corso della storia, di fronte a genocidi e omicidi di massa hanno difeso la dignità umana e salvato vite a rischio della propria.

Dal 1962, anno in cui fu istituita in Israele la Commissione per il conferimento dell’onorificenza di Giusto tra le Nazioni, sono più di 26.000 i Giusti tra le Nazioni onorati dallo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah.

E questo vuol dire che sono più di 26.000 le storie che dobbiamo preservare e raccontare. Come quella di Giorgio Perlasca che a Budapest si finse un diplomatico spagnolo riuscendo così a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ungheresi di religione ebraica. O quella di Gino Bartali che trasportò, all’interno della sua bicicletta, dei documenti falsi per aiutare gli ebrei ad avere una nuova identità. Altre storie possiamo trovare a Gerusalemme: qui, tra gli alberi del Monte della Rimembranza e il Muro d’Onore del Memoriale, ci sono i nomi di quegli armeni che durante l’Olocausto salvarono ebrei, meritando così il titolo di “giusti tra le nazioni”.

Il Parlamento Europeo già nel 2012, con il suo sostegno all’istituzione della Giornata europea in memoria dei Giusti, prendeva l’impegno solenne di ricordare il 6 marzo di ogni anno quanti si sono opposti con responsabilità individuale ai crimini contro l’umanità e contro i totalitarismi.

La proposta di legge dell’Onorevole Santerini, dell’Onorevole Fiano e di altri ancora, per l’Istituzione della Giornata in memoria dei Giusti dell’umanità, è il prosieguo dell’impegno europeo. Non è un semplice atto amministrativo ma – come ha scritto Gabriele Nissim in un bellissimo articolo – una libera scelta. Ogni singolo può, attuando una libera scelta, opporsi alla barbarie collettiva.

Abbiamo bisogno dei Giusti per imparare dal loro esempio, dalle loro azioni ad affrontare temi come l’immigrazione, i terrorismi, le guerre, le derive estremiste, i nazionalismi. Abbiamo bisogno dei Giusti per evitare che si ripetano i crimini contro l’umanità.
Credo, e da armena lo credo ancora di più, che questo sia lo scopo di tutti i nostri sforzi.

Della Presidente Di Segni che domenica ha organizzato la RUN FOR MEM – la maratona attraverso i luoghi della memoria; dell’Onorevole Santerini che sostiene lo strumento legislativo come mezzo di sensibilizzazione; di Gabriele Nissim e di Pietro Kuciukian che con Gariwo fanno in modo che nei giardini non crescano solo alberi ma esseri umani coscienti; di Françoise Kankindi che non è mai stanca di raccontare dei tragici fatti del Rwanda.

Dalla sua indipendenza l’Armenia si impegna strenuamente in una politica di prevenzione dei genocidi, di lotta contro i crimini contro l’umanità, promuove mozioni e organizza forum a livello internazionale. Lo ha fatto nel 2013 alla sua prima presidenza del comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, dichiarando tra le sue priorità la lotta al razzismo e alla xenofobia.

È su iniziativa armena che nel Marzo del 2015 a Ginevra il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, ha adottato la risoluzione sulla Prevenzione del genocidio. È grazie a questa risoluzione che la proposta di istituire il 9 dicembre (data dell’adozione della Convenzione della “Prevenzione del crimine del genocidio”) come il giorno della commemorazione delle vittime del genocidio è stata approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Lo fa quotidianamente nelle scuole: come riporta l’UNESCO, l’Armenia è infatti l’unico Paese dell’area in cui i programmi scolastici prevedono l’insegnamento dell’Olocausto.

Lo ha fatto ancora nel 2015 quando l’Armenian Genocide Centennial – che ha coordinato gli eventi commemorativi del centenario del genocidio degli armeni in tutto il mondo – ha sottolineato l’importanza della gratitudine, del riconoscere il profondo valore morale di chi ha salvato una, decine, centinaia o migliaia di vite umane. Perché, voglio ribadirlo con forza, ricordare il bene ricevuto, è un atto di prevenzione.

L’Armenia è grata a tutti i curdi e i turchi che segretamente salvarono i loro vicini armeni. È grata agli arabi e agli ebrei che diedero rifugio a coloro che riuscirono a sopravvivere alle marce della morte verso la Mesopotamia, così come ai russi, agli americani e agli europei che accolsero e si presero cura degli orfani armeni. È grata ai religiosi, ai missionari, ai diplomatici, alle personalità pubbliche e a quelle nazioni che hanno partecipato agli sforzi umanitari. È grata agli studiosi, ai ricercatori, agli intellettuali in genere che hanno impiegato – e proseguono a farlo – le loro forze per fare luce su un crimine commesso più di cento anni fa.

E sulla gratitudine di tutti gli armeni – in patria come in diaspora – si basa anche l’azione dell’Aurora Humanitarian Initiative – l’iniziativa umanitaria nata nel 2015 e ispirata ad Aurora Mardiganian sopravvissuta al genocido armeno – il cui board è costantemente impegnato a condividere le storie dei sopravvissuti e dei salvatori e di celebrare la forza dello spirito umano. Tra le loro attività vorrei ricordare l’Aurora Prize for Awakening Humanity che premia quell’individuo le cui azioni hanno avuto un impatto eccezionale nel preservare la vita umana e nel promuovere cause umanitarie.

Ogni anno viene assegnata – tra centinaia di candidature presentate – una donazione di 100.000 dollari a nome dei sopravvissuti del genocidio armeno. Il premiato ha a sua volta l’opportunità di nominare un’organizzazione che possa beneficiare di un ulteriore premio di 1.000.000 di dollari. Nell’aprile 2016 a Yerevan, alla presenza di George Clooney – che, con i premi nobel Oscar Arias, Shirin Ebadi, Leymah Gbowee, l’ex presidente dell’Irlanda Mary Robinson, l’attivista per i diritti umani Hina Jilani, l’ex primo ministro australiano e presidente emerito dell’International Crisis Group Gareth Evans, l’ex presidente del Messico Ernesto Zedillo, il presidente della Carnegie Corporation of New York Vartan Gregorian e il compianto Elie Wiesel, fa parte del comitato di selezione – c’è stata la prima vera cerimonia ufficiale di assegnazione dell’Aurora Prize a Marguerite Barankitse “per aver salvato migliaia di vite ed essersi presa cura di orfani e rifugiati durante la guerra civile in Burundi”.

Per il 2017 sono state presentate 558 candidature da 66 diverse nazioni.

La ricerca di nuovi salvatori, di nuovi Giusti da ricordare, continua.

Abbiamo bisogno di altri Fridtjof Nansen e Henry Morgenthau come durante il genocidio degli armeni. O di altri Irena Sendler e Raoul Wallenberg come durante la Shoah. O di un nuovo Paul Rusesabagina come durante il genocidio ruandese. O di un nuovo Van Chhuon durante il geocidio cambogiano.

E che dire di un altro Ambasciatore Barbarani – qui presente e che saluto – che tanto fece durante la dittatura in Cile?

Grazie a tutti e buon lavoro.

Analisi di Victoria Bagdassarian – Ambasciatrice della Repubblica d’Armenia

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Paolo Kessisoglu: una nuova immagine degli armeni (Discover-armenia 29.01.17)

Scommetto che conoscete il duo comico Luca e Paolo, ma forse non sapete che Paolo di cognome fa Kessisoglu e ha origini armene. Io lo sapevo dal 2007, quando iniziai a frequentare l’Armenia per lavoro e un giornalista me ne parlò. Tuttavia, fino all’anno scorso tutto quello che sapevo di lui, era quello che riporta Wikipedia alla voce Paolo Kessisoglu. Poi il 12 aprile 2016 finalmente incontrai Paolo al concerto per il centenario del genocidio armeno al Teatro La Fenice a Venezia. Gli chiesi se potevo intervistarlo: ci è voluto un po’ di tempo, ma quelle che seguono sono le sue risposte.

Raccontaci delle tue origini armene. Da dove proviene la parte armena della tua famiglia e com’è giunta in Italia?
Molto in sintesi, le origini arrivano da mio nonno paterno Kaloust (Callisto) che nel ’22 scappa da Akhisar con padre, madre, sorella più piccola e nonna per salvarsi dall’esercito ottomano. Si salvano imbarcandosi su una nave italiana che li sbarca in Grecia dove, ironia della sorte, la sorellina muore cadendo dalle scale. Nel gennaio del ’23 mio nonno Callisto arriva in Italia a Trieste.

Come hai scoperto le tue origini armene?
Le mie origini sono state chiare da subito in quanto mio nonno veniva da là, scriveva, parlava in armeno ed era orgoglioso di esserlo.
Purtroppo non parlava molto della sua terra, molto pochi i racconti e le esperienze di vita. Mi avrebbe entusiasmato conoscere anche particolari della sua vita d’infanzia oltre che le barbarie dei turchi e quanto incivile fosse il loro odio.

Quali sono i tuoi sentimenti riguardo al tuo essere di origini armene e come sono eventualmente cambiati nel tempo?
Con il tempo ho preso coscienza di molte cose e, occupandomi di comunicazione (che è parte del mio lavoro), mi sono interessato alle mie origini da un punto di vista più ampio e meno ego-referenziato. Sono entrato in contatto con alcuni armeni attivi e dal pensiero moderno, come l’ex ambasciatore Sargis Ghazarian col quale siamo diventati amici e con il quale ho spesso parlato dell’Armenia e dell’immagine che, a mio avviso, il mondo ha degli armeni. Spesso gli ho confidato che avremmo dovuto fare in modo che ciò cambiasse.

In che modo la tua appartenenza armena ha influenzato il tuo modo di essere?
Ho compreso con il tempo che il mio essere armeno può e deve essere un viatico per comunicare una nuova immagine di questo popolo affascinante per genialità, brillantezza intellettuale ed estro artistico. Nessuno, o pochi, lo sanno e troppo spesso il popolo armeno viene percepito unicamente come strana gente sofferente. Agli armeni viene solitamente abbinata l’idea della sconfitta, della desolazione legata al genocidio e questo perché in fondo scegliamo arbitrariamente ciò che vogliamo vedere. Se mi è concesso, il sentimento di compassione verso qualcuno o un popolo intero che riteniamo “looser” è più appagante del rispetto per chi si rialza con fierezza.
Gli armeni l’hanno fatto ogni giorno da sempre, ma nessuno ha la curiosità di andare oltre la superficialità.

In famiglia si parlava armeno? Tu lo parli? 
Ho imparato solo qualche lettera dell’alfabeto, perché serviva a mio nonno, commerciante, per codificare la merce, ma non mi sono mai spinto più in là. Chissà, non è mai troppo tardi.

Sei mai stato in Armenia? 
Da molti anni progetto di percorrerla in bici e sono certo che prima o poi lo farò. Sarebbe la mia prima volta e amo pensare di avvicinarla gradualmente, come piace a me.

Che cosa apprezzi di più della civiltà, della cultura e della tradizione armena?
Ciò che più apprezzo dell’Armenia e del suo popolo è che è stato in grado di rialzarsi e di combattere sempre con coraggio e determinazione guardando sempre avanti.

Ci consigli un libro, un film, un brano o un’opera d’arte armena?
Consiglio di cercare gli scritti di William Saroyan e di ascoltare la musica di Aram Khachaturian.

Che rapporti hai con la comunità degli armeni in Italia?
Stretto anche se non quotidiano. Mi chiamano, mi propongono cose spesso e sono contento di questo. Nel mio lavoro i miei collaboratori cercano di mettere qualche filtro per non ingolfare i vari impegni, ma per gli armeni ci sono sempre, nei limiti degli impegni ovviamente. Diciamo che sanno come raggiungermi.

Partecipi mai a incontri e iniziative dedicati a far conoscere la storia e la cultura dell’Armenia?
In questi ultimi anni ho spesso partecipato ad eventi e manifestazioni legate ad anniversari e ricorrenze importanti per la comunità armena e sono stato orgoglioso di prestare la mia voce recitando poesie o solo leggendo racconti di pensatori e poeti armeni. Ho dato la mia disponibilità per grandi eventi anche solo pensati in embrione, che mai hanno raggiunto la realizzazione e lo farò ancora.
Insomma, l’Armenia chiama e Kessisoglu risponde… si diceva così più o meno, no?

Non so a voi, ma a me la storia del nonno paterno di Paolo Kessisoglu, sembra uscita dal romanzo La strada di Smirne di Antonia Arslan. Come la famiglia del nonno di Antonia, anche quella del nonno di Paolo nel 1922 si trova a Smirne, città cosmopolita, dove migliaia di armeni trovano riparo dai massacri e dalle deportazioni iniziate il 24 aprile 1915. Il 13 settembre 1922 le forze ottomane incendiano Smirne: è l’ultimo atto dello sterminio pianificato dai Giovani Turchi per eliminare gli armeni e le altre minoranze cristiane dal territorio dell’Impero Ottomano. Riesce a salvarsi solo chi, come Callisto, il nonno di Paolo, riesce a imbarcarsi su una delle navi straniere ancorate nel porto della città. Anche nel loro caso, il cognome della famiglia viene modificato. Infatti, il cognome armeno Keshishian, durante la fuga viene turchizzato in Keşişoğlu (con l’aggiunta della desinenza patronimica -oğlu) per non attirare l’attenzione.

A distanza di oltre un secolo, un’altra storia di quegli armeni che sono riusciti a sfuggire al genocidio e a rifarsi una nuova vita in Italia. Quante storie rimangono ancora da raccontare?

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Letture e canti per gli Armeni Serata di memoria (Il Giornale di Vicenza 27.01.17)

Questa sera, 27 gennaio 2017, alle 20.30 nella sala Soster di palazzo Festari di corso Italia a Valdagno è in programma un appuntamento inserito nel calendario di eventi che ruotano attorno al Giorno della memoria che ricorre oggi. Con un concerto accompagnato da letture di Giuseppe Dal Bianco, Giuseppe Laudanna e Mauro Lazzaretti, “In memoria di Padre Komitas” vuole ricordare il genocidio armeno, il cui centenario è stato celebrato nel 2015. Protagoniste della serata le musiche eseguite con il Duduk, strumento tradizionale armeno, intervallate da alcune letture che raccontano le drammatiche vicende di Padre Komitas, causate dai tragici fatti del Genocidio, e brani tratti dai libri di Antonia Arslan e dal romanzo “Raccontami dei fiori di gelso” di Aline Ohanesian.

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Azerbaijan, il paese dalla pace apparente (Agoravox.it 26.01.17)

Arrivare nella capitale dell’Azerbaijan, la scintillante e luminosa Baku, la Dubai del Caspio, può creare l’illusione di un Paese al passo con i tempi: palazzi avveniristici, fontane multicolori, giochi di luci, traffico composto da molti suv. Ma la realtà è in agguato appena ci si allontana dal centro città.

di Federica Tammaro – Frontierenews

 

Piccoli paesi poveri pur nella dignità, unica ferrovia, un servizio di autobus che termina dopo le 15, un parco d’auto sovietico di annata, e quella di tassista una delle professioni più diffuse per sopperire agli scarsi collegamenti. Taxi che partono solo quando con i pochi “manat” dei passeggeri si riesce a fare il pieno. Per altro la benzina costa pochissimo rispetto ai nostri parametri, ma l’essere un forte produttore di petrolio e gas non pare risollevare l’economia del Paese, anche se un grande gasdotto servirà a breve Georgia, Turchia, Grecia e Albania per forse giungere in Italia bypassando la Russia.

M., un ragazzo laureato che sbarca il lunario facendo vari lavori e la guida non ufficiale, ci spiega che i motivi di questa crisi sono diversi: la vendita del gas per motivi geopolitici all’ Iran a prezzo “ribassato”, il crollo del prezzo del petrolio e le spese del comparto militare, dell’eterna mobilitazione-stato di guerra contro l’Armenia per il Nagorno-Karabak. Prudentemente M. non accenna a un quarto motivo: la corruzione e l’arricchimento spudorato della famiglia Alijev che dal momento dell’indipendenza alla dissoluzione dell’Urss, si è impadronita del potere con elezioni-plebiscito per lo meno dubbie, favorendo un culto della personalità dilagante nel Paese.

Non c’è negozio o palazzo pubblico che non abbia un ritratto del padre-padrone della nazione, o piazza importante senza una sua statua, talvolta abbracciato al figlio che in maniera dinastica gli è succeduto dal 2003 al potere. E fa bene M. ad esser prudente. Durante la nostra permanenza un blogger azero è stato rapito: aveva espresso critiche contro la corruzione. D’altra parte ci dice che non è delicato fare domande in giro sul governo e la guerra, né dire di essere stati in passato in Armenia. La ferita della perdita del Nagorno-Karabak è ben presente nei racconti di tutti, naturalmente da questo lato del confine nessuno dubita che l’Armenia sia l’aggressore e il Nagorno azero e culla della sua storia.

Vero è che gli abitanti della regione del Naxcivan, divisa dal resto del territorio azero da un corridoio armeno, per raggiungere il resto del Paese devono fare un lungo giro passando dall’Iran. E anche volendo far domande fuori da Baku quasi nessuno parla inglese, pochi i turisti, turchi e russi; il turista occidentale suscita però una benevola curiosità e tutti si fanno in quattro a gesti o con telefonate all’amico del parente che forse sa due parole in inglese per dare informazioni, vitto e alloggio.

La popolazione è quasi tutta sciita, vive con molta tranquillità e tolleranza la sua religione senza interpretazioni “fondamentaliste”, lo si nota nei costumi, nelle preghiere, nel fatto che esiste ancora una piccola comunità ebraica (detti ebrei della montagna) e una forte comunità zoroastriana, antichi adoratori del fuoco, il tempio di Ashgah vicino a Baku è una delle principali mete di pellegrinaggio dei fedeli di questo culto, e non è raro vedere azeri sciti unirsi agli zoroastriani per festeggiare il capodanno “nowruz” saltando da una parte all’altra di pire infuocate.

Certo, non è tutto così idilliaco, anche da qui sono partiti decine di combattenti che si sono uniti all’Isis, ma sicuramente in misura molto minore di altre repubbliche asiatiche vicine. Prima di abbandonare il Paese visitiamo il mausoleo di Baku ai caduti della guerra contro l’Armenia.

Un lungo muro all’aperto con moltissime lapidi e nomi. Ognuno ha un garofano rosso che viene cambiato ogni giorno. M. ci dice che praticamente ogni famiglia azera ha almeno un caduto in questa guerra. Rimane in silenzio per un po’, poi prima di salutarci dice che presto partirà anche lui per il confine per uno dei periodi di richiamo, che il servizio militare è obbligatorio e semi permanente.

Le rapide ombre gelide dell’inverno che si allungano sulla piazza sembrano evocare un futuro incerto per questo Paese, che ancora nel 2017 sconta i danni della storia, della politica stalinista e della dissoluzione dell’URSS.

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ARMENIA: Il nazionalismo armeno, tra repressione e distensione (East Journal 26.01.17)

Con la distensione che caratterizza l’ultimo periodo della Guerra fredda, il Cremlino allenta la presa sulle Repubbliche che costituiscono l’URSS, determinando profonde implicazioni nell’area caucasica. È dunque negli anni ’80 che giunge a compimento il lungo processo di sviluppo del nazionalismo armeno, che culmina nel 1991 con la nascita di uno Stato indipendente.

Emersione e repressione dell’etno-nazionalismo

A partire dal 1922 la Repubblica socialista sovietica di Armenia entra a far parte della Repubblica federativa transcaucasica. In epoca staliniana, i rapporti tra la regione armena e l’URSS sono caratterizzati dal tentativo di Mosca di reprimere ogni localismo e, in particolare, ad essere fatta oggetto di costanti attacchi è la Chiesa armena. Con l’avvento della Seconda guerra mondiale, viene timidamente dato spazio ad una prima manifestazione del nazionalismo armeno, con la concessione di parziale libertà a gruppi etnici interni nel tentativo di non creare fratture subnazionali.

La figura di Raffi

Solo con il disgelo post-staliniano, tuttavia, la graduale apertura di Mosca determina la riabilitazione di alcune figure cardine del nazionalismo armeno. È infatti con Kruscev che si dà avvio alla ripubblicazione delle opere dell’intellettuale armeno-iraniano Raffi. Questi era stato ritenuto colpevole dalla leadership staliniana di aver fomentato il patriottismo caucasico con i suoi scritti che, redatti nella seconda metà dell’Ottocento, contengono ampi riferimenti ai secoli della storia armena.

Il talento narrativo di Yacob Malik Yacobean (meglio noto con lo pseudonimo di Raffi) emerge nei racconti in cui vengono descritte le gesta dei melik’, gli organizzatori della resistenza armena. Nei romanzi come nelle poesie, l’autore non di rado si lancia in elaborate invettive contro i nemici storici del suo popolo. Le opere di Raffi, pertanto, descrivendo la resistenza condotta dalle popolazioni armene contro turchi e persiani nel corso dei secoli, sono spesso ritenute la base ideologica dell’indipendentismo nella regione del Larabal e nei territori limitrofi.

La politicizzazione del nazionalismo

A metà degli anni ’60, con il cinquantenario del genocidio, si assiste ad una politicizzazione del sentimento nazionalista armeno. È nel 1965 che scoppiano a Yerevan proteste la cui violenza senza precedenti conduce il Soviet supremo a decidere di autorizzare la costruzione del Memoriale sulla collina di Tsitsernakaberd. Inoltre, in una notte del 1967, viene abbattuta senza preavviso da alcuni soldati la statua di Stalin che da anni sovrastava la piazza centrale della città. A sostituirla è la statua di Mays Hayastan (Madre Armenia), visibile ancora oggi, che impugna la spada e guarda verso il confine turco.

La “seconda distensione”

Con l’avvio della seconda distensione (1985-1991) nel contesto della Guerra fredda, la sentita esigenza di cambiamento si estende anche alla periferia dell’URSS. In area caucasica, il rinnovamento va configurandosi come pulsione verso l’indipendenza – coronamento di un processo plurisecolare. Il nazionalismo della popolazione armena del Nagorno-Karabakh, territorio sottoposto all’autorità azera, confluisce in un movimento indipendentista che mira alla riunificazione con la terra d’origine e prende il nome di miatsum (unificazione). La componente militaristica del nazionalismo armeno costituita dal conflitto con l’Azerbaijan, tuttavia, ne rappresenta soltanto un aspetto secondario e sarebbe semplicistico non considerare il carattere antico e complesso del fenomeno.

Dall’analisi dell’evoluzione storica del nazionalismo armeno emerge dunque con chiarezza il modo in cui, tra repressione e distensione, il sentimento nazionale armeno abbia conosciuto contrazioni e momenti espansivi, fasi ideologiche e politico-militari. Il successo negli anni ‘90 del processo indipendentistico non è che il coronamento di un fenomeno molto più complesso, basato sul sentimento di un’origine comune.

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Hrant Dink, il Giusto degli Armeni (Reteveneta.it 26.01.17)

Insegnare ai ragazzi cosa significa essere giusti. Nell’ambito delle manifestazioni organizzate in città per ricordare la morte di Giorgio Perlasca, scomparso 25 anni fa, un centinaio di ragazzi nella Sala della Gran Guardia hanno potuto assistere alla conferenza su Hrant Dink, considerato uno dei Giusti degli Armeni, assassinato ad Istanbul nel 2007. Un incontro anche per i più giovani per imparara a costruire ponti invece che muri.

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Cittadinanza onoraria ad Antonia Arslan (Torinooggi.it 23.01.17)

Antonia Arslan, scrittrice di origine armena, è da oggi una cittadina torinese. Il Consiglio comunale ha infatti unanimemente approvato il provvedimento, proposto da Silvio Magliano (Moderati) e altri consiglieri, che le conferisce la cittadinanza onoraria del capoluogo piemontese.

Antonia Arslan, già docente di letteratura italiana presso l’Università di Padova, ha dato voce con i suoi scritti – a partire dal romanzo “La masseria delle allodole”, portato sul grande schermo dai fratelli Taviani – all’identità nazionale armena. Soprattutto, la scrittrice ha grandemente contribuito a far conoscere nel nostro Paese la tragica storia del genocidio ai danni del popolo armeno, messo in atto durante la Prima guerra Mondiale dal governo turco, che ha provocato secondo varie fonti storiche più di un milione di morti.

Uno sterminio di massa organizzato ai danni di una popolazione inerme, il cui carattere genocida è ancor oggi negato dalle autorità turche, benché riconosciuto in sede storica ed anche istituzionale, con atti ufficiali di Parlamento Europeo, Camera dei Deputati della Repubblica Italiana, Città del Vaticano e altri.

Anche il Consiglio comunale di Torino, cinque anni fa, si era associato al riconoscimento del genocidio armeno.

Il conferimento della cittadinanza onoraria ad Antonia Arslan, spiega la deliberazione adottata in Sala Rossa, oltre a rappresentare un gesto simbolico verso la giustizia e la verità storica, è soprattutto “il riconoscimento di una personalità straordinaria sia dal punto di vista umano sia dal punto di vista del suo contributo alla letteratura e alla cultura”.

Prima della votazione, sono intervenuti, oltre al primo firmatario Magliano, i consiglieri Monica Canalis, Viviana Ferrero, Roberto Rosso, Maura Paoli.

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