Palermo, al Conservatorio Bellini un gruppo di fama internazionale armeno (Palermomania 03.01.17)

Il 3 gennaio, alle ore 21.00, presso la Sala Scarlatti del Conservatorio Vincenzo Bellini si terrà il concerto “Songs of exile”, The sound of ancient Armenia reinvented for the 21st century, con The Naghash Ensemble, un gruppo di artisti armeni di fama internazionale e per la prima volta in Italia. L’evento è organizzato dal settore cultura del comune in collaborazione con l’associazione “Darshan” ed è a ingresso libero. La collaborazione tra il Maestro Hodian e il conservatorio Bellini rappresenta un esempio di reale integrazione culturale fra due territori apparentemente lontani, accomunati da uguale destino e opposti motivi: la Sicilia, luogo di eterna accoglienza e l’Armenia, luogo di sterminio e di esilio.

Vai al sito

Te Deum laudamus per le prove che ci dai ogni volta (Tempi.it 02.01.17)

Questo articolo è tratto dal numero di Tempi in edicola a partire dal 29 dicembre (vai alla pagina degli abbonamenti) e secondo tradizione è dedicato ai “Te Deum”, i ringraziamenti per l’anno appena trascorso. Nel “Te Deum” 2016 Tempi ospita i contributi di Benedict Nivakoff, Alex Schwazer, Rone al-Sabty, Ilda Casati, Luigi Amicone, Siobhan Nash-Marshall, Tiziana Peritore, Therese Kang Mi-jin, Anba Macarius, Roberto Perrone, Pier Giacomo Ghirardini, Farhad Bitani, Maurizio Bezzi, Renato Farina, Pippo Corigliano, padre Aldo Trento, Mauro Grimoldi. Il prossimo numero di Tempi sarà in edicola da giovedì 12 gennaio 2017.

Siobhan Nash-Marshall è docente di Filosofia al Manhattanville College di Purchase, New York.

L’estate scorsa sono stata a Parigi per un simposio internazionale sulla filosofia. La mia dissertazione affrontava quella che è divenuta una posizione filosofica mainstream: che la fede in Dio debba essere accettata senza prove di alcun genere. Io sostenevo che è una posizione pericolosa. Rende l’accettazione di convinzioni reciprocamente esclusive – come l’idea che Dio esista e quella che Dio non esista – giustificabili allo stesso modo, e dunque impedisce di credere davvero in qualsiasi cosa. Quando ho finito di leggere, un collega dalla Scozia ha messo in discussione la mia argomentazione facendo appello proprio al tipo di opinione che viene utilizzata per giustificare posizioni come quella che io stavo criticando: la tesi dell’ultimo periodo di Wittgenstein secondo cui tutti i sistemi di pensiero sono fondati su giochi linguistici e non su prove.

La sfida era inevitabile. È diventato difficile trovare intellettuali che si attengano a qualche convinzione fondamentale che non sia la convinzione che tutte le convinzioni fondamentali sono infondate allo stesso modo. Sembra che non osiamo più credere che le nostre convinzioni debbano essere o vere o false: che esse referuntur ad rem oppure no. Sembra che non abbiamo più il coraggio di fidarci di ciò in cui crediamo. Se crediamo in qualcosa, o così i nostri tempi ci farebbero supporre, è perché ci sentiamo soli e impauriti, perché vogliamo appartenere a qualche gruppo o ad altro e, come si usa dire, “dare significato alle nostre vite”.

La topografia intellettuale del mondo occidentale oggi è diventata perciò assai simile alla topografia religiosa dell’antica Delo, dove una pletora di templi dedicati a una miriade di dei – Iside, Poseidone, Apollo, Artemide e così via – circondavano quello che era allora uno dei più grandi mercati di schiavi del Mediterraneo. Doveva esserci qualcosa di strano a riguardo del dio particolare a cui si facevano sacrifici nei tempi antichi, tanto più se non li si facevano per ragioni pratiche. Colui che faceva sacrifici a Poseidone a Delo provava a giustificare il suo fare sacrifici a Poseidone anziché ad Apollo? Si domandava perché Poseidone avesse un tempio su un’isola la cui sacralità era legata al mito secondo cui quello era il luogo di nascita di Apollo? Osava forse credere che Poseidone – e non Apollo – esercitasse davvero un potere sul cosmo e sulle vicende umane? Che Poseidone non potesse che suscitare soggezione in chiunque vedesse le sue opere? Che tutti dovessero venerare Poseidone? Che dovesse esserci qualcosa di eccezionale in lui, se poteva venerare Poseidone? Credeva che venerare Poseidone comportasse vivere una vita più compiuta? Ne aveva (o ne voleva) le prove?

Mentre si avvicina la fine dell’anno, penso a Parigi e ringrazio Dio per le prove. Ringrazio Dio per l’Armenia e Artsakh. Te Deum laudo per le battaglie di Sardarabad, Abaran e Karakilisse. Nel 1918, dopo che i sovietici avevano ceduto loro le province armene di Kars e Ardahan, dopo che essi avevano sterminato gli armeni nell’Armenia occidentale, i leader del Comitato dell’Unione e del Progresso che governava l’Impero ottomano decisero di conquistare le terre che separavano Kars da Baku, con i suoi pozzi di petrolio e la sua popolazione turca: gli azeri.

Decisero di spazzare via l’ultimo pezzo di Armenia che restava. Lanciarono un attacco su tre fronti. Avrebbe dovuto essere una vittoria facile. Fra il 1915 e il 1917 gli armeni occidentali erano stati deportati e massacrati. Tre su quattro erano morti. I superstiti erano un mucchio di miserabili: privati del focolare, della patria e di ogni mezzo, erano affamati e stanchi. Gli armeni orientali erano sconvolti dall’arrivo di centinaia di migliaia di coloro che erano riusciti a scampare la morte a ovest, e dalle conseguenze della Rivoluzione russa in corso. Non potevano resistere a un attacco frontale.

Quando giunse la notizia che l’esercito turco stava per attaccare, il catholicos Gevorg V ordinò che tutte le campane delle chiese in Armenia suonassero. Contadini e poeti, preti e rifugiati, uomini e donne si diressero ai fronti trascinando carri carichi di vecchie munizioni e cibo. Le campane suonarono per sei giorni mentre essi combattevano. Il settimo giorno, l’Armenia si fermò. Il nemico si era ritirato. Te Deum laudamus.

Leggi di Più: Te Deum laudamus per le prove che dai ogni volta | Tempi.it
Follow us: @Tempi_it on Twitter | tempi.it on Facebook

Tensione al confine tra Armenia e Azerbaigian (Sputnik 29.12.16)

Il portavoce del ministero della Difesa armeno Artsrun Ovannisyan ha denunciato che la parte azera giovedì mattina ha intrapreso un tentativo di sabotaggio al confine tra i due Paesi e al momento è in corso uno scontro a fuoco.”Questa mattina le truppe azere hanno intrapreso un tentativo di sabotaggio presso il confine a sud-est del villaggio di Chinari della regione di Tavush,”

— Ovannisyan ha scritto sulla sua pagina su Facebook, segnala l’edizione armena di Sputnik. Ha dichiarato che i soldati armeni hanno iniziato a combattere. “Sono usati fucili di precisione e granate, lo scontro armato continua. Le forze armate armene controllano completamente la situazione, impedendo l’invasione del nemico,” — ha scritto Ovannisyan.

Leggi tutto: https://it.sputniknews.com/mondo/201612293861654-Caucaso-Nagorno-Karabakh-sparatoria-esercito/

COMUNICATO STAMPA: L’Azerbaigian viola il confine dello Stato sovrano dell’Armenia

COMUNICATO STAMPA

Azione militare dell’Azerbaigian contro l’Armenia.

l’Azerbaigian viola il confine dello Stato sovrano dell’Armenia

”Condanniamo con fermezza le azioni militari messe in atto dall’Azerbaigian nel tentativo di infiltrazione nel confine dello Stato sovrano dell’Armenia, che hanno  causato diverse perdite umane”. E’ quanto si legge in un comunicato diramato dal Ministero degli Esteri armeno dopo che truppe azere hanno cercato di penetrare il confine armeno nella provincia nord orientale di Talish,  causando la morte di tre militari armeni, mentre gli aggressori  hanno lasciato sul terreno sette soldati.

Non è la prima volta che il dittatore Aliyev ricorre a simili «provocazioni» nel tentativo di far fallire tutti gli accordi di cessate il fuoco e far saltare il tavolo di trattative avviato dal Gruppo Minsk il quale vede come unica soluzione del conflitto Armeno-Azero quello del negoziato pacifico. Soluzione alla quale l’Armenia ha dato piena adesione ma che  il regime di Aliyev continua ad ostacolare con tutti i mezzi a disposizione.

E’ notizia di qualche ore fa, la firma da parte del Presidente azero del bilancio preventivo per le spese militari per l’anno 2017 che sono in netto aumento e raggiungono quota 1,6 miliardi di dollari (nel 2016 ammontavano ad 1,43 miliardi), e sono il  segno che Baku è intenzionata a perseverare nella sua politica belligerante infischiandosi delle raccomandazioni della comunità internazionale.

Sono anni che sulla stampa internazionale vengono segnalate violazioni dei diritti umani da parte del dittatore di Baku, giornalisti incarcerati senza ragione, cittadini privati della loro libertà,  perseguitati e torturati dal regime, per non parlare poi delle migliaia di profughi azeri che non ricevono alcun aiuto da parte dello Stato mentre la famiglia Aliyev continua a sperperare il denaro pubblico ed arricchirsi sulle spalle degli ignari cittadini, cercando di «comprare» all’estero una reputazione a suon di caviale.

Nel clima delle festività natalizie e di capodanno il Consiglio per la comunità armena di Roma nel condannare fermamente le azioni militare intraprese da tempo dal Governo di Baku ed in particolare dal dittatore Aliyev, si appella alla comunità internazionale ed in particolare a tutte le forze politiche italiane ed alla società civile affinché  facciano sentire la loro voce nelle sedi opportune per far tacere, una volte per tutte, le armi del dittatore Aliyev, e le provocazioni dallo stesso avanzate e scongiurare che il Caucaso possa diventare teatro di altre atrocità disumane che la guerra provoca.

Noi diciamo no alla guerra. No all’odio. No al prevalere degli interessi personali e statali sui valori umani. Diciamo no, con forza, alle azioni militari. Diciamo no alla violenza.

E diciamo si alla convivenza tra i popoli, al rispetto delle regole e delle leggi internazionali.

Diciamo si alla pace.

Consiglio per la comunità armena di Roma

Iran, i sopravvissuti del primo cristianesimo (Avvenire 27.12.16)

I 150.000 eredi del passato
Esce nel primo numero 2017 di “Vita e Pensiero” la versione integrale dell’articolo «Essere cristiani a Teheran. Viaggio fra passato e futuro», di cui qui anticipiamo un saggio. Joseph Yacoub, professore onorario all’Università Cattolica di Lione, percorre le poche tracce di comunità che resistono in quello che fu uno dei centri del primo cristianesimo. Il bimestrale, che sarà disponibile dal 12 gennaio, contiene tra gli altri testi di Luigi Campiglio, Alessandro Rosina, Gian Maria Vian e un inedito di Jean-Marie Lustiger.

(In Iran, ndr) su una popolazione cristiana approssimativamente stimata oggi in 150.000 unità (di cui 120.000 armeni), i caldei-assiri-protestanti e latini sarebbero circa 30.000. A Teheran esistono comunità assiro- caldee molto attive, al di là della loro specifica obbedienza religiosa. Ma l’Iran è anche un Paese pieno di chiese. I villaggi, oggi abitati in maggioranza da curdi scesi dalle montagne e da turchi azeri, costituiscono la memoria di questa cristianità e una fonte di fierezza. La chiesa di Mar Thomas a Balulan, un bel villaggio ai piedi della montagna che separa questa regione dalla Turchia (nella piana di Tergavar), risalirebbe all’VIII secolo. Ha un’architettura ispirata agli arsacidi e ai sasanidi.

Le chiese di Mar Maria, di Tcharbach (a nord di Urmia) e di Mar Surgis nel villaggio con lo stesso nome (a sud di Urmia), risalirebbero al VI secolo. Alcune chiese, e non tra le meno importanti, sono classificate dalle autorità iraniane come monumenti storici (un pannello con le spiegazioni è posto all’entrata). Questo significa che vengono conservate a titolo di eredità storica, come nel caso di Mar Yokhanna (San Giovanni Battista) a Ada, costruita nel 1801 (nel villaggio di Ada esiste un’altra chiesa molto conosciuta, Mar Daniel). In alcuni villaggi si incontrano addirittura nomi bilingui (persiano e aramaico) di strade che rimandano alla cristianità, come “Via della chiesa” ad Ada.

Chiari esempi sono alcuni santuari divenuti luoghi di pellegrinaggio, come Mar Surgius e Mar Buccus, a 10 chilometri da Urmia, o la chiesa di San Pietro e Paolo del VII secolo. Fatta eccezione per Khosrava e in parte anche per Pataver, gli altri villaggi cristiani del distretto di Salmas sono ormai completamente spopolati. (…) Alla vigilia della prima guerra mondiale vi erano villaggi a popolazione interamente cristiana e villaggi a popolazione mista (cristiana e musulmana). Il genocidio del 1915-1918, perpetrato dai turchi e dai curdi, sterminò gran parte della popolazione, non senza resistenza, come nel caso di Gulpashan. Qui la quasi totalità dei 2.500 abitanti assiri fu massacrata. (…) Nella regione si contano oggi molti grandi cimiteri, monumenti funebri e sarcofagi, come a Sopurghan e Dizatakya, reminiscenza di un passato nel quale quella cristianità era numerosa e influente (…). Va detto che i cristiani hanno prodotto una letteratura molto ricca in aramaico, oltre che in persiano, caratterizzata da un forte attaccamento alla loro identità assira e al loro patrimonio culturale. I toni sono spesso carichi di un accentuato senso del tragico. Chi meglio di altri è riuscito a restituire la dimensione tragica del loro percorso è il poeta Shlimoun di Salmas, che nel suo libro (in aramaico) Viaggio delle lacrime sul cammino del sanguescrive: «Perché siamo rimasti soltanto noi a strisciare tra queste montagne, queste valli, nel caldo, la sete e la fine? Perché?».

Malgrado l’esodo e la scarsa sensibilità della popolazione, in Iran i cristiani vivono abbastanza bene. Le autorità consentono la traduzione in persiano di libri religiosi cristiani, ma solo a certe condizioni. Il proselitismo è rigorosamente vietato e nelle chiese non si ha diritto di pregare in persiano. Alcune delle pubblicazioni cristiane in persiano sono riservate alla lettura dei soli cristiani. Va ricordato che in virtù della Costituzione islamica del 1979 (articolo 13), i cristiani assiro-caldei hanno un deputato che li rappresenta al Majlis, il Parlamento. Gli armeni, invece, hanno due deputati, uno per Teheran e il nord, l’altro per Esfahan e il sud (gli zoroastriani e gli ebrei hanno diritto entrambi a un seggio).

Le Chiese sono molto attive e alcune sono sedi vescovili. Le comunità più importanti sono gli assiri nestoriani, i caldei cattolici (fra cui l ’arcivescovo di Teheran, Ramzi Garmou), le Chiese assire evangeliche (distaccatesi dalla Chiesa nestoriana), in particolare a Teheran e Urmia. Le Chiese si occupano in particolare dei giovani, delle donne e dei bambini. Nel maggio del 2015 il patriarca della Chiesa caldea Raffaele I Sako è stato in Iran per una visita pastorale. La Chiesa conta pochi preti di cui due iraniani (padre Hormoz Aslani e il direttore nazionale delle Società Missionarie Pontificie in Iran), due residenze per anziani (a Urmia e Teheran) e alcune congregazioni di suore. La Chiesa nestoriana, dal canto suo, è tutto un brulicare di attività intorno al suo vescovo Mar Narsai Benyamin, a Teheran, e a padre Deriavouch, a Urmia. Erede di un passato prestigioso e continuatrice dell ’opera del patriarca Mar Dinka IV (19352015), anch ’egli vescovo di Teheran.

A Urmia, la chiesa Mart Mariam, presieduta da padre Deriavouch, assistito dal suo consiglio parrocchiale e da giovani sacerdoti e diaconi, è attiva in diversi ambiti: catechismo, attività rivolte ai giovani (ragazzi e ragazze), gruppi di bambini animati da donne, squadre sportive, restauro di chiese nella piana di Urmia. Dal 2000 la Chiesa assira evangelica pubblica a Teheran, in aramaico, un bollettino trimestrale molto apprezzato, Alap u Tav , diretto dal pastore Ninos Moqadas Nia. Una volta alla settimana viene trasmesso anche un programma radio ufficiale animato da Ninos Vardeh.

Nella capitale le Chiese assire e caldee hanno cattedrali (la cattedrale caldea St. Joseph e la cattedrale assira Mar Guirvagis) e gestiscono istituzioni sociali e caritatevoli. La scuola shoushan è legata al Comitato assiro di Teheran. Va tenuto conto che le scuole della comunità sono state nazionalizzate nel 1973. A Teheran, dopo la Rivoluzione islamica (1979), la scuola Behnam, frequentata da 350 studenti musulmani e cristiani, è amministrata dal ministero dell ’Istruzione, pur restando di proprietà della Chiesa caldea. L ’Università delle Religioni e delle Confessioni ( University of Religions and Denominations) della città sciita di Qom ha pubblicato diversi libri sulla religione cristiana in persiano, in particolare delle traduzioni, tra le quali la Bibbia e il Catechismo della Chiesa cattolica.

A Teheran, nel 2008, il Nuovo Testamento è stato tradotto in persiano da Pirouz Sayar a partire dalla Bibbia di Gerusalemme. Oggi questa cristianità trova alimento da una diaspora che non dimentica il proprio Paese e la sua eredità e che, tra l ’altro, contribuisce al restauro delle chiese. Di sicuro l ’archeologia, l ’epigrafia e la linguistica ci diranno di più riguardo alla ricchezza di questo patrimonio. (traduzione di Davide Frontini)

Vai al sito

Angelina, «la figlia di Chernobyl» operata a Brescia 30 anni dopo (Giornaledibrescia.it 26.12.16)

Angelina il 26 aprile del 1986 era nella pancia di sua madre. Doveva ancora nascere quando l’esplosione all’interno della centrale nucleare Lenin di Chernobyl, in quella che allora era ancora l’Urss, causò la fuoriuscita di una enorme nuvola di materiale radioattivo.

La polvere mortale ricoprì interi paesi e cittadine nelle vicinanze, rimaste – a distanza di trent’anni – immobilizzate in quella sospensione che sa ancora di morte e di dolore. Tra giostre, ponteggi, palazzi vuoti come scheletri di un corpo bruciato da quel soffio letale che uscì dal reattore per una serie di errori umani.
La famiglia di Angelina venne sfollata insieme ad altre 330mila persone, trasferita da Pripyat e Chernobyl a Kiev.

Poco dopo averla partorita la mamma della ragazza si è ammalata di cancro. Il padre è stato stroncato da un tumore così come il fratello. Solo lei pareva essersi salvata da quelle onde maledette. Ma così non è stato. Anche lei trent’anni dopo il disastro si è ammalata, venendolo a sapere poco dopo essersi sposata.
Così, quel viaggio di nozze in Italia, tanto sognato dai due sposini, si è di fatto trasformato in un viaggio di cure mediche, per dare un futuro alla giovane coppia. Ad aiutare la ragazza ucraina è stata l’associazione Decorati Pontifici che riunisce chi è stato insignito dalla Santa Sede di una onoreficenza, guidati da monsignor Ivo Panteghini. L’associazione con la rete internazionale di contatti tra religiosi, ha fatto visitare Angelina all’ospedale Civile in città dove si è occupato di lei il dottor Guido Tiberio che si è interessato della parte burocratica per il ricovero e poi anche della stessa operazione al linfonodo della trentenne.

A chiedere aiuto a monsignor Panteghini è stato padre Antonio Evasian, «uomo di cultura e che insegna anche all’Università di Yerevan, in Armenia». Il religioso ha conosciuto anni fa Angelina e sua madre, quando ancora abitavano a Kiev. Le ha portate via dall’Ucraina, fino in Libano e poi in Armenia. Due anni fa la terribile scoperta: un linfonodo al collo della ragazza si era di molto ingrossato. «Stando ai medici di là – spiega monsignor Panteghini – quel gozzo non era maligno. Ma padre Antonio ci ha voluto vedere chiaro e così ha chiesto a me e all’associazione di dargli una mano. È stato così che Angelina è arrivata in Italia e grazie all’amico dottor Guido Tiberio che l’ha visitata rinunciando alle sue vacanze, è stata operata». Il verdetto degli esami non è stato fausto ed anzi, una volta tornata in Armenia la giovane avrebbe dovuto seguire un protocollo di cure indicate dal chirurgo bresciano.

Cure che in Armenia però non avrebbero potuto garantire e così per la «figlia di Chernobyl» si sono nuovamente mobilitati padre Antonio e il Vescovo di Yerevan che sono riusciti a trovare un ospedale a Gerusalemme, dove Angelina è stata sottoposta alle cure chemioterapiche a lei necessarie. «Oggi è molto provata – racconta monsignor Panteghini – ma si continua a lavorare per farla curare. Tornerà in Italia a febbraio per essere sottoposta ad un esame e anche in quel caso ci dovremo occupare della sua permanenza nel nostro Paese e delle spese mediche necessarie».

Questa la storia di Angelina, raccontata da monsignor Panteghini, che non va oltre un laconico commento: «Questa è la carità che nessuno conosce ma che continua a tenere in piedi il mondo».

Vai al sito

Eurovision 2017: Armenia rappresentata da Artsvik (Newsly.it 26.12.16)

E’ la cantante Artsvik ad aggiudicarsi la finale nazionale armena, partecipando e vincendo il DEPI Evratesil. L’artista è stata scelta attraverso una combinazione di voti attraverso una giuria di esperti composta dagli ex partecipanti delle ultime cinque edizione dell’Eurovision e attraverso il voto del pubblico con gli sms.

L’inizio della selezione armena è partita durante l’estate 2016 e si è sviluppata in quattro fasi, svolte nell’arco di tre mesi, arrivando al capitolo finale ieri sera quando la vincitrice Artsvik Harutyunyan, 27 anni di Yerevan si è imposta sulla sua collega Marta dopo una finale che ha visto le artiste esibirsi in due manche di cover, una su un brano interamente in armeno e l’altro in lingua inglese, e un duetto.

Secondo l’emittente televisiva armena AmpTv, si sono presentati centinaia di artisti provenienti da tutto il mondo. Gli artisti sono stati selezionati per esibirsi in spettacoli dal vivo con un nuovo format, fino ad arrivare al mese di ottobre, dove si sono sfidati davanti alla giuria.

La giuria composta dai precedenti rappresentanti armeni all‘Eurovision Eurovision Song Contest: Hayko (2007), Inga e Anush Arshakayn (2009), Aram MP3 (2014), Essai Altounian (2015) ed Iveta Mukuchyan (2016) che si è classificata al settimo posto con il bellissimo brano “Lovewave“.

Il brano che Artsvik presenterà a Kiew (Ucraina) per la prossima edizione dell’Eurovision Song Contest, sarà svelato nelle prossime settimane.

Vai al sito


Eurovision 2017, Armenia: Artsvik vince Depi Evratesil e canterà a Kiev (Eurofestivalnews.com 24.12.16)

Dopo settimane di audizioni e sfide incrociate fra i concorrenti, si è conclusa Depi Evratesil, la lunga selezione legata all’Eurovision Song Contest lanciata dall’Armenia tre mesi orsono.

A trionfare è stata Artsvik Harutyunyan, 27enne di Yerevan, che ha sconfitto la rivale Marta in una finalissima che le ha viste contrapposte in due manche di cover, una su un brano internazionale in inglese, l’altra su un pezzo in armeno, oltre a un duetto condiviso da entrambe le cantanti.

 

Artsvik ha convinto la giuria, formata appositamente da artisti armeni attivi al di fuori del proprio paese d’origine, e pubblico da casa, che si è espresso tramite sms, con un risultato che non lascia adito a dubbi: la prossima rappresentante armena eurovisiva ha trionfato con il 71% dei voti contro il 29% racimolato dalla sfidante.

La cantante vincitrice, che nella selezione ha militato nel team di Essaï Altounian, membro dei Genealogy, ha un passato già costellato da varie esperienze. La sua voce si è fatta apprezzare nella seconda edizione di The Voice in Russia, arrivando fino alla fase dei duelli. La partecipazione al programma le ha donato popolarità in Armenia, tanto da essere invitata come ospite speciale nella finale della versione armena dello stesso talent nel 2013.

Diversi i singoli all’attivo di Artsvik, il più famoso Sestra po dukhu, un duetto con la russa Margarita Pozoyan, che ha superato i due milioni di visualizzazioni su YouTube.

Il brano che l’artista canterà a Kiev nel maggio prossimo sarà presentato nei prossimi mesi.

Business news: Emirati-Armenia, incontro fra ministri al Mansoori e Karayan a Dubai, focus su cooperazione economica (Agenzianova 26.12.16)

Abu Dhabi, 26 dic 14:00 – (Agenzia Nova) – Sultan bin Saeed al Mansoori, ministro dell’Economia emiratino, e Suren Karayan, ministro dello Sviluppo economico dell’Armenia, hanno discusso del rafforzamento delle relazioni economiche e commerciali tra i due paesi. I colloqui hanno avuto luogo nel corso di una riunione tenutasi a Dubai, alla presenza dei sottosegretari Mohammed Ahmed Bin Abdulaziz al Shehhi e Abdullah al Saleh. L’incontro si è concentrato sullo stato di avanzamento delle relazioni bilaterali tra i due paesi e sulle prospettive volte ad aumentare gli scambi commerciali e del turismo. (Res)

Tu. Che potresti essermi sorella (Tempi.it 23.12.16)

Con la sua “Lettera a una ragazza in Turchia” Antonia Arslan inanella vicende cupe e piene di speranza. E dove il sangue rivela verità ignote

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «Nella nostra fievole Europa, dopo settant’anni di pace, oggi non abbiamo personali ricordi di sangue, ma oscure visioni di orrendi eventi che imperversano in un altrove immaginato, fotografato, descritto ma non presente: e tuttavia siamo pervasi da oscure premonizioni, anche se con mille esorcismi tentiamo di ignorarle, di sistemarle in angoli bui e chiusi della nostra testa, fra i timori che non ci riguardano direttamente». Parole chiare, granitiche, dolorosamente autentiche, eppure scritte con delicata grazia. Così leggo nelle prime pagine del nuovo, splendido libro di Antonia Arslan Lettera a una ragazza in Turchia, appena edito da Rizzoli, giusto in tempo per includerlo nei regali di Natale (o di Chanukkhah, come nel mio caso).

arslan-lettera-ragazza-turchiaSospendo la lettura e per un attimo assaporo compiaciuto un’emozione rara – appagante e a suo modo aristocratica, anche se per nulla snob –, quella della gratitudine verso chi ha trovato le parole esatte e calibrate, senza sbavature e nella giusta economia, per esprimere ciò che da tempo vado rimuginando e soffrendo ma che, quando interpellato, riesco a comunicare solo con inadeguata goffaggine. E intuisco che questa frase di Antonia Arslan, così potente nel suo vellutato realismo, diventerà una citazione di cui abuserò. E mi chiedo quale sia la radice ultima di questa gratitudine particolare: forse il senso di liberazione profonda che scaturisce dal vedere quella realtà, lungamente scorta, finalmente riconosciuta, e non tirannicamente fuggita o acquietata? Forse la scoperta, rinfrancante e intima – ma non intimista –, che esiste un altro “tu” con cui sei in sintonia e che ti fa sentire meno solo?

Riprendo a leggere: «E una paura subdola, sottile, come un gas venefico si insinua in ogni cuore. Perché loro, i superstiti di un tempo, avevano più speranza: l’orrore indicibile c’era stato, ma era dietro di loro, nel passato, non da qualche parte in un futuro possibile». Un’altra tremenda verità, che spesso fa capolino e che, ancor più spesso, si ricaccia, bandendola, nell’ultimo ripostiglio dei pensieri temuti e silenziati. Riconosco la lingua di Antonia Arslan, cesellata e fluente. E riconosco lo stile, sempre realista, talora drammaticamente, ma mai sgarbato.

Chi sono i superstiti? Gli armeni che sopravvissero ai massacri ottomani del XIX secolo, alle successive purghe efferate di inizio Novecento e, ovviamente, al genocidio perpetrato contro il popolo armeno dai Giovani Turchi e dai loro sostenitori e collaboratori nel corso della Prima Guerra mondiale. Alcuni armeni fuggirono in tempo, riparando in Europa o negli Stati Uniti, oltre Atlantico. Altri scamparono sì a un’ondata di violenze, ma trovarono crudelmente la morte in quella della generazione seguente. Altri ancora, sopravvissuti al genocidio e all’infuriare dell’abiezione omicida che sterminò le loro famiglie e che frantumò le loro esistenze, dimorarono poi in Europa, in Armenia e in ogni dove del mondo, ricostruendo il loro presente individuale e collettivo, determinati con tenacia e intelligenza a edificare un futuro per il loro popolo. Vi è, infine, un’ulteriore categoria di superstiti, talvolta ignara dei fatti talvolta no, ma mi diffonderò a tale proposito tra un po’, parlando della “ragazza di Turchia”.

Antonia Arslan ci consegna preziosi frammenti di storie vere, alcune delle quali, riscoperte recentemente, riguardano sia gli splendori sia le sofferte peregrinazioni della sua antica famiglia, gli Arslanian. Tre storie femminili, in cui la vita e la morte, la tragedia e il calore del focolare domestico, la speranza e la disperazione più cupa, si inanellano indissolubilmente. Incontriamo così la giovane Hannah, a cui è stato concesso di poter invecchiare, sopravvissuta e poi esule negli Stati Uniti, ove è divenuta un’imprenditrice di successo. Incontriamo la bella Iskuhi e il suo Khayel, infiammati di gioventù, di passione e di sogni per il loro popolo, da secoli avvilito e sottomesso. «Noi dobbiamo aiutarlo a riscoprire se stesso. A far rinascere la nostra antica cultura… E farlo vivere meglio, costruire ospedali e case per gli anziani, e scuole. Soprattutto scuole», pensa lui. E lei non è da meno. Antonia, infine, presta la voce a Noemi, perché racconti la sua tragedia e canti la sua straziante, ultima canzone. Riecheggia la Noemì biblica, «mia delizia», orbata, nel racconto dell’Arslan come nelle pagine della Scrittura, del suo uomo ed esposta all’imperversare degli eventi senza riparo alcuno, resa «amara», amarissima, da Dio (Ruth, I). Una Noemì – quella arslaniana – senza Ruth, però; una Noemì che non sopravvisse, che non ebbe modo di tornare in patria e di gustare nuovamente il bene. Una Noemì uccisa.
Ed eccoci, in conclusione, alla “ragazza” di Turchia. Antonia Arslan si rivolge a una giovane donna in un paese islamico, a una fanciulla in uno Stato che sta imboccando, tra mille titubanti e proni silenzi, derive totalitarie evidenti a tutti, opportunamente miscelate con l’islam politico. Straordinaria Arslan! Mi ricollega potentemente passato e presente e individua nel femminile inesausta forza narrativa e simbolica, come pure scomodo vaglio critico e speranza.

Ma c’è molto di più, proprio a proposito di quell’ulteriore categoria di sopravvissuti che poc’anzi ho evocato. In un passo del libro, Arslan affida un urlo a un accenno. Una verità forse ignota ai più è così affermata e ristabilita in punta di penna, un enorme atto di coraggio si traduce in parola. Così scrive: «È possibile, mia cara, è perfino probabile, che tu non sia solo turca, che il sogno che vi viene inculcato fin dal giardino d’infanzia di una purezza di sangue che vi vede eredi diretti dei conquistatori venuti dalle steppe sia un vano artificio retorico. Molto vi siete mescolati col sangue dei conquistati. Il numero delle bambine e delle giovani donne armene che vennero rapite e inserite in famiglie turche, togliendo loro nome, identità, religione, alfabeto e scrittura, costumi e contatti con altri sopravvissuti è rimasto ignoto per più di ottant’anni…».
Basta parole. Compratelo, regalatelo, leggetelo.

Vai al sito


“Lettera a una ragazza in Turchia” di Antonia Arslan (Arabpress.eu)

Il Natale perduto dei cristiani di Aleppo (Corriere della sera 23.12.16)

Una volta i quartieri si illuminavano a festa per la celebrazione della Natività. I vescovi ricevevano nelle loro residenze gli auguri dai leader musulmani, che avrebbero ricambiato per le feste islamiche: avveniva anche tra famiglie. Ora serpeggia paura e incertezza. Serve la pace, poi si vedrà
di Andrea Riccardi

Il Natale era bello ad Aleppo. I cristiani erano tanti: circa 300.000 su due milioni di abitanti. I loro quartieri erano illuminati a festa e il clima contagiava un po’ anche i musulmani. I vescovi ricevevano nelle loro residenze gli auguri dai leader musulmani, che avrebbero ricambiato per le feste islamiche. Questo avveniva anche tra famiglie. Aleppo è stata sempre una città di buona intesa tra musulmani e cristiani. C’erano anche gli ebrei, finché il nazionalismo arabo non li spinse ad andar via. Qualcuno è rimasto. Un negoziante di fronte alla chiesa armena ha abbandonato la città di nascosto poco tempo fa. L’ultima famiglia ebrea, con un’anziana ultraottantenne, ha lasciato Aleppo nel 2015 con un’operazione dei servizi israeliani. Vivere insieme era frutto di una coabitazione secolare.

Il tempo di Natale esaltava questo clima. Mi piace citare sempre un verso del poeta siriano Adonis: «La chiesa è un segno/ la moschea è una voce/ Tra le due, la vita circola a Aleppo come in un giardino». Poi sono venuti i Natali di guerra. Tra la chiesa e la moschea, non c’era più il giardino della vita ma circolavano paura e morte. Aleppo è stata assediata e colpita dai missili dei ribelli, tra cui Al Nusra, l’ex formazione qaedista. Erano a pochi passi dai quartieri cristiani. Quando sarebbero entrati? I cristiani, abbarbicati alle truppe di Assad, ne temevano l’arrivo: non capivano le denunce dell’Occidente sull’assedio siriano ad Aleppo Est occupata dai loro nemici. Hanno sentito di essere incompresi in un rischio mortale. Oggi, Aleppo Est è nelle mani di Assad. Per i cristiani è la fine di un incubo. C’è più serenità e non ci si lamenta. È tornata l’acqua. Ma fa freddo e manca il riscaldamento, come il gas e l’elettricità. Soprattutto pesano cinque anni di angosce e guerra. E poi tanti cristiani se ne sono andati. Qualcuno è rimasto per fedeltà. La maggior parte di loro sono poveri.

Il Natale è celebrato da tutti il 25 dicembre, eccetto gli armeni. Le confessioni cristiane sono tante, ma in buona armonia: i cattolici (latini, greco-cattolici, maroniti, armeno-cattolici, caldei e siro-cattolici), i greco-ortodossi, gli armeni, i siro-ortodossi, gli evangelici.

Sono sopravvissute alla secolare pressione musulmana. Ci si sposa tra gente di diversa confessione senza problemi. Vige la regola non scritta: i figli seguono la Chiesa del padre. I vescovi si riuniscono spesso, anche per guidare il grande impegno umanitario della Chiesa nella catastrofe. Nonostante le distruzioni, gestiscono tante scuole aperte ai musulmani. All’appello, mancano due vescovi: il siriaco Mar Gregorios Ibrahim e il greco-ortodosso Paul Yazigi, non più tornati da una missione umanitaria fuori Aleppo. Non li hanno sostituiti per non rinunciare alla speranza di un ritorno.

Ogni comunità celebrerà il Natale di pomeriggio, perché è pericoloso di notte. Molte chiese sono a terra specie nel vecchio quartiere cristiano. Del resto l’antica moschea degli Omayyadi è molto danneggiata e il suo minareto millenario è caduto. Il vescovo greco-cattolico non scenderà più, con povera e tradizionale solennità, nella sua cattedrale, preceduto dal mazziere, che batte a terra secondo l’uso dei dignitari ottomani. La chiesa non è agibile. Una grave perdita è la distruzione della seicentesca cattedrale armena, un gioiello nascosto tra le case, perché nel periodo turco le chiese non potevano stare sulla via.

Ricordi di tempi difficili. Gli armeni di Aleppo salvarono tanti connazionali, deportati nel 1915 dai turchi verso la morte nel deserto. Durante gli ultimi anni, i cristiani si sono ricordati delle situazioni dure del passato. Sono sempre rimasti. Ora che faranno? Riemergono paure verso i musulmani. Qualche esplosione fa temere, mentre si combatte ancora non lontano. Soprattutto serpeggia l’incertezza: ci sarà spazio per i cristiani ad Aleppo nel futuro o l’odio è ormai incolmabile? Il 1° gennaio, si farà un concerto per la pace nella chiesa armeno-protestante, cui tutti sono invitati. Intanto ci vuole la pace, poi per il futuro si vedrà.

Vai al sito