«Rerooted», voci della diaspora armena (Il Manifesto 03.05.25)

È dedicata alla documentazione delle storie degli armeni sfollati a causa dei conflitti l’associazione «Rerooted», fondata otto anni fa dalle due studiose armene Anoush Baghdassarian e Ani Schug. Tra le sue finalità vi sono la conservazione della memoria e la giustizia per gli armeni e a tutt’oggi sono ben 250 le testimonianze di siro-armeni raccolte in dieci Paesi di reinsediamento, oltre ai racconti di armeni dell’Argentina, dell’Azerbaigian e, più recentemente, del Nagorno-Karabakh.

In base a un memorandum d’intesa che Rerooted ha firmato nel 2019 con l’IIIM (Meccanismo Internazionale, Imparziale e Indipendente delle Nazioni Unite per la Siria) alcune di esse sono utilizzate per documentare le violazioni dei diritti umani in Siria.

L’archivio fornisce inoltre testimonianze orali e prove al Centro per la Giustizia e la Responsabilità Siriana (SJAC) e ai tribunali europei che hanno cercato di perseguire il regime di Assad.

Un progetto importante di cui parliamo con la cofondatrice Ani Schug, laureata in Politica e Studi Mediorientali al Pomona College. Attualmente Ani lavora presso un’organizzazione no-profit per immigrati e rifugiati a Filadelfia come rappresentante accreditata del Dipartimento di Giustizia.

Era il 2017, quando in un incontro casuale Anoush e Annie, entrambe studentesse senior di college di origine armena, hanno dato vita a questo progetto destinato a cambiare il modo in cui il mondo vede la diaspora armena. «Indossavo una maglietta con su scritto ‘Armenia’ e Annie mi ha subito fermato -racconta Ani- È stato un momento tipico della diaspora armena, quando due anime si incontrano e scoprono un legame profondo».

Una particolare attenzione Rerooted la riserva alla comunità armeno-siriana, una minoranza etnica e religiosa in un Paese a maggioranza musulmana. Da cosa nasce questo interesse della vostra ricerca? «L’idea di questo progetto è nata dall’osservazione che, nonostante le molteplici rotte seguite nel corso del tempo, gli armeni mantengono sempre la capacità di ricostituirsi. In una testimonianza che abbiamo raccolto Sevan Torosian dice che l’Armenia è come tuo padre, che ti ha dato il nome. E la Siria è come tua madre, che si è presa cura di te per anni».

Ispirate dalla resilienza della comunità armeno-siriana, dunque, vi proponete di preservare e rafforzare l’identità armena attraverso le esperienze di rinascita dopo le tragedie del passato.

Ani spiega: «Abbiamo trascorso lunghe giornate a intervistare i rifugiati, a fare ricerche e a raccogliere storie. Il nostro obiettivo iniziale era ottenere tra le 40 e le 80 testimonianze, alla fine ne abbiamo raccolte 81 in cinque settimane e mezzo».

Sono un centinaio circa le persone coinvolte con Rerooted nella raccolta di interviste e nel supporto al progetto. Il team dell’associazione include studenti di giurisprudenza, avvocati armeni e volontari che aiutano con trascrizioni e traduzioni, specialmente per le interviste agli armeni-siriani e ai rifugiati dell’Artsakh.

L’archivio pubblica le testimonianze in formato video, audio e testo, oltre ad aggiungere le fotografie personali e storiche, documenti e altro materiale. «Vogliamo umanizzare i rifugiati come individui, piuttosto che come soggetti anonimi di servizi giornalistici» sottolinea Anoush in un’intervista per il Claremont McKenna College. Gli armeni intervistati spesso contribuiscono con le loro foto personali, la musica composta e altri ricordi.

Tra le testimonianze è particolarmente emozionante quella di Sosi Ohan che riflette sul profondo legame con la propria terra «Amavamo così tanto essere armeni, profondamente legati alla nostra identità di discendenti e di sopravvissuti al genocidio armeno. Quei sopravvissuti erano soliti dire: ‘Se solo avessimo della terra armena da mettere sulle nostre tombe.’ Questa frase riecheggia nella mia mente ancora oggi. Ogni volta che compro della verdura e trovo della terra nel sacchetto, non riesco a buttarla via, ma la restituisco alla terra, onorando il desiderio di quei sopravvissuti e preservando la sacralità del nostro suolo». La cofondatrice dell’Associazione Anoush riprende il concetto di «Ethical loneliness» di Jill Stauffer per descrivere l’esperienza del suo popolo che ha subito l’abbandono da parte dell’umanità «sia per i gravi crimini non fermati in tempo, sia per l’ulteriore ingiustizia di non essere ascoltati e riconosciuti»

Una sensazione di «solitudine etica» profondamente radicata in molte storie di sopravvivenza e perdita, come quella di Dzonivar Yeretsian: «Mio nonno non rideva né sorrideva mai. Diceva: ‘Come potrei ridere? Quando avevo 7 anni, ho perso 7 fratelli e ho visto mia madre abbandonare il mio fratellino nel deserto.’ Raccontare queste storie è importante affinché noi armeni non le dimentichiamo o le perdiamo».

Ani sottolinea l’importanza del riconoscimento delle sofferenze del popolo armeno, anche in assenza di un risarcimento finale o una sentenza esecutiva: «Il riconoscimento dei danni e del dolore che il nostro popolo ha dovuto subire è qualcosa di estremamente importante.» Un passo significativo in questa direzione è stato fatto nel 2019, quando il Congresso degli Stati Uniti ha votato per il riconoscimento del genocidio armeno, seguito nel 2021 dalla dichiarazione ufficiale di riconoscimento da parte del Presidente USA Biden. Riconoscimento al quale la Turchia ha reagito definendo la dichiarazione del presidente USA «infondata dal punto di vista legale e accademico».

Rerooted è impegnato infine sul fronte della lotta per la giustizia internazionale e la conservazione del patrimonio culturale armeno.

«Le nostre testimonianze non sono solo racconti del passato -conclude Ani- sono anche strumenti per la giustizia. Utilizziamo queste storie per fare pressione sui governi e sulle organizzazioni internazionali affinché riconoscano e affrontino le ingiustizie subite dalla diaspora armena».

Di recente l’organizzazione ha presentato un rapporto al Comitato contro la tortura (CAT) e ne sta preparando un secondo da portare alla Corte penale internazionale per discutere le ingiustizie subite dagli armeni durante l’ultimo conflitto in Nagorno-Karabakh.

Otto anni dopo la sua fondazione, dunque, Rerooted si sta espandendo per includere altre comunità della diaspora. «Mentre guardiamo al futuro, vediamo un mondo in cui le voci degli armeni sono ascoltate e rispettate, conclude Ani. Continueremo a lottare per la giustizia, a preservare il nostro patrimonio culturale e a creare un futuro migliore per tutti gli armeni.

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Sua Beatitudine Minassian, “ha dato voce a chi non ha voce e per gli armeni è stato un santo e un padre” (SIR 03.05.25)

La visita apostolica in Armenia nel 2016, gli appelli alla pace nella Regione del Caucaso meridionale, la tragedia umanitaria degli oltre 100mila sfollati dal Nagorno-Karabash. Ma soprattutto il coraggio di definire il massacro degli armeni “il primo genocidio del XX secolo”. “Papa Francesco per gli armeni è più che un Santo”, dice al Sir Sua Beatitudine Minassian Patriarca di Cilicia degli Armeni. “E’ un padre che si è speso e sacrificato per i suoi figli. Ieri la messa di Requiem in Vaticano cui abbiamo partecipato portando con noi questa intenzione di gratitudine a nome del popolo armeno”.

Papa Francesco visita le cattedrali armeno apostolica e armeno cattolica (Gyumri, 25 giugno 2016) @Servizio Fotografico – L’Osservatore Romano

“Papa Francesco per gli armeni è più che un Santo. E’ stato un protettore dell’Armenia. Si diceva che Papa Francesco fosse il Papa che dava voce a chi non aveva voce. Davvero lui ha avuto il coraggio di dire al mondo che questo genocidio era vero ed è stato il primo del ventesimo secolo. E lo ha detto quando per più di 100 anni tutto il mondo lo rifiutava”. A parlare del rapporto “speciale” che legava Papa Francesco all’Armenia è Sua Beatitudine Raphaël Bedros XXI Minassian Patriarca di Cilicia degli Armeni anche lui a Roma per la Messa in suffragio di Papa Francesco presieduta ieri dal card. Claudio Gugerotti che le Chiese orientali celebrano nella Basilica Vaticana. “Ha fatto tanto per la pace tra l’Armenia e l’Azerbaijan. Ha salvato tanti soldati detenuti nelle prigioni in Azerbaijan. Ne ha liberati tanti. Per noi, quindi, è un padre che si è speso e sacrificato per i suoi figli. Abbiamo partecipato alla messa di Requiem in Vaticano portando con noi questa intenzione di gratitudine a nome del popolo armeno. Lui chiedeva sempre di pregare per lui. Adesso tocca a noi a chiedergli di pregare per noi”.

(Foto comunitaarmena.it)

Il 29 aprile scorso, in occasione del 110° Anniversario del Genocidio Armeno, nel giardino intitolato al “Genocidio degli Armeni” a Roma, si è tenuta una cerimonia di commemorazione delle vittime di quel che viene definito il primo genocidio del XX secolo, il primo crimine contro l’umanità. L’evento è stato promosso dal Consiglio per la Comunità Armena di Roma in collaborazione con il Comune di Roma e le Ambasciate di Armenia in Italia e presso la Santa Sede. “I nostri martiri sono già santi”, dice il Patriarca Minassian.

“Non è soltanto un lutto che stiamo vivendo o ricordando con questa celebrazione, ma è anche una voce alla coscienza dell’umanità affinché non smetta mai di lavorare per la giustizia e la pace.

Questa è la cosa che la Chiesa ha sempre chiesto. Noi continueremo a mettere questa pagina oscura della nostra storia davanti agli occhi dell’umanità. Nonostante quello che è stato fatto, le potenze mondiali continuano a fare la stessa cosa, con lo stesso metodo. E’ il segno che si è persa la coscienza, il valore dell’uomo e la presenza di Dio nella nostra vita”. “Mi meraviglio sempre quando constato – prosegue il Patriarca – come le grandi potenze internazionali, dall’Europa che ha vissuto e che ha conosciuto la storia degli armeni e dell’Armenia, agli Stati che hanno accolto tanti armeni nel loro paese, abbiano chiuso e continuano a chiudere gli occhi davanti alla verità e a mantenere menzogna e inganno”.

Papa Francesco visita le cattedrali armeno apostolica e armeno cattolica (Gyumri, 25 giugno 2016)
@Servizio Fotografico – L’Osservatore Romano

Papa Francesco non lo ha fatto. Alla cerimonia di Roma, i partecipanti e i relatori hanno ricordato le sue parole pronunciate dieci anni fa nel 2015, durante la messa celebrata nella Basilica di San Pietro per celebrare i 100 anni del genocidio del popolo armeno. Durante quella funzione, il Papa usò il termine “genocidio” per riferirsi al massacro degli armeni e disse: “… laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla “. L’anno dopo, nel 2016, Papa Francesco compì un viaggio apostolico in Armenia durante il quale visitò il Tsitsernakaberd Memorial Complex per commemorare le vittime del genocidio armeno.

(Foto ANSA/SIR)

Nel 2023, l’Armenia e l’Europa furono scossi dai lunghi mesi di assedio di oltre 120.000 armeni nel Nagorno-Karabakh. La tragedia umanitari che seguì, è stata al centro dei pensieri di Papa Francesco che più volte negli Angelus disse di seguire “la drammatica situazione degli sfollati nel Nagorno-Karabakn”, rinnovando sempre appelli al dialogo tra Azerbaigian e l’Armenia “e auspicando che i colloqui tra le parti con il sostegno comunità internazionale favoriscano un accordo duraturo che ponga fine alla crisi umanitaria”.

“Hai fatto più di quanto fosse possibile”, ha detto l’ex ambasciatore armeno Michael Minassian nel suo intervento a Roma, rivolgendosi simbolicamente a Papa Francesco. “Ecco perché sei uno dei Papi più amati degli armeni di tutti i tempi: hai rispettato e amato il popolo armeno e hai deciso di curare le sue ferite sanguinanti con il tuo dolce sorriso, il tuo amore e la tua cura, le tue sincere intenzioni, la tua anima e il tuo cuore. Sono convinto che i figli riconoscenti del popolo armeno non ti dimenticheranno mai. Ciò che non viene dimenticato diventa storia. Anche tu sei diventato storia. Non dimenticherò mai di pregare per te, come mi hai chiesto nella tua lettera”.

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Vibo, il Liceo Capialbi ricorda il genocidio armeno e le stragi dimenticate fra arte e testimonianze toccanti (IlVibonese 02.05.25)

L’evento promosso dal Comitato Diritti umani della scuola ha coinvolto studenti e ospiti speciali come la giornalista Letizia Leonardi e la scrittrice Sara Lucaroni

 

Una mattinata intensa di riflessione, arte e memoria si è svolta al liceo statale Vito Capialbi di Vibo Valentia, in occasione dell’evento promosso dal Comitato Diritti umani dell’Istituto, coordinato dalla prof. Anna Murmura. Tema centrale dell’incontro: “Il genocidio armeno tra passato e presente e i genocidi dimenticati”, un’occasione di approfondimento storico e civile, ha fatto sapere la scuola attraverso un comunicato stampa redatto da Amalia Carioti, Carol Criseo e Martina Macrì, che ha coinvolto studenti, docenti e ospiti d’eccezione. Celebrazioni della giornata, che ricorre il 24 aprile, posticipate dalla scuola poiché in quella data non vi sono state lezioni. Ad aprire la giornata è stata Elisa Greco della classe 4BSU, con un discorso sentito e appassionato: «È per me un grande onore dare inizio a questo evento – ha dichiarato – che rappresenta un momento di crescita collettiva e di impegno per la memoria storica e la difesa dei diritti umani». Dopo i saluti di rito Elisa ha rivolto i suoi ringraziamenti a tutte le figure che hanno reso possibile l’incontro: i docenti e gli studenti presenti, ma anche i protagonisti artistici che hanno arricchito il programma con momenti di grande intensità emotiva. Un ringraziamento speciale è stato riservato al dirigente scolastico, Antonello Scalamandrè, per la fiducia e il costante sostegno alle attività del Comitato. Applausi calorosi anche per monsignor Giuseppe Fiorillo, già parroco e guida spirituale del Comitato, per la sua presenza e il suo supporto morale.

Il programma si è aperto con un momento artistico: il corpo di ballo del liceo Capialbi, guidato dalla Maestra Gabriella Cutrupi, ha realizzato un’entrée sulle note di Never Alone. A seguire, l’orchestra dell’istituto, diretta dal maestro Diego Ventura, ha emozionato il pubblico con l’esecuzione di Gundê Hember, brano curdo donato alla scuola dal musicista Ashti Abdom e trasmesso dalla giornalista Sara Lucaroni. Non meno toccante è stata l’interpretazione dell’Aria di Giacomo Puccini, a cura della classe di canto della prof Giuliana Pelagi, che ha saputo fondere la potenza della lirica con il messaggio universale dell’evento. Spazio poi ai contenuti multimediali realizzati dagli studenti. Il primo PowerPoint, “Il genocidio armeno all’alba del ’900 e la Shoà”, è stato presentato da Paola Fogliaro, Kristyn Franzone e Chiara Petrolo della classe III AL, guidati dalla prof Cristina Esposito.

A seguire, il lavoro intitolato “Gli armeni del Nagorno Karabakh e la violenza azera”, realizzato dagli studenti Amalia Carioti, Giulia Malta, Dorotea Mendola, Riccardo La Gamba, Fulvio Mirile, Carol Criseo e Alessandro Tripodi, delle classi III BSU e III AL. Il primo collegamento da remoto ha visto protagonista Letizia Leonardi, giornalista e traduttrice, insignita della Medaglia di Gratitudine della Repubblica d’Armenia per il suo impegno nella diffusione della cultura armena. La sua testimonianza ha offerto un’importante chiave di lettura sul valore della memoria e della verità storica. Ha seguito un nuovo momento artistico con la coreografia “A New Horizon“, interpretata dal corpo di ballo del liceo. È quindi intervenuto il gruppo di studenti della III BSU, già autori del secondo PowerPoint, con il terzo lavoro dal titolo “Il popolo yazida tra cultura e storia di un genocidio dimenticato”.

Un approfondimento necessario su una tragedia recente spesso taciuta. Il secondo collegamento ha avuto come ospite Sara Lucaroni, giornalista, filosofa e scrittrice, esperta di Medio Oriente, che ha condiviso riflessioni tratte dal suo ultimo libro “La luce di Șingal”, dedicato al genocidio yazida. La sua presenza ha offerto agli studenti un’occasione preziosa per comprendere i drammi vissuti dalle minoranze perseguitate.

A chiudere l’evento, una struggente performance musicale e di danza sul canto tradizionale armeno “Ov Sirvum“, amatissimo simbolo dell’identità culturale armena. Prima del saluto conclusivo, sono stati ringraziati i tecnici informatici che hanno garantito il regolare svolgimento dell’incontro: il signor Alessandro Valensise e Igor Campanaro della classe 4BSU. L’evento si è concluso con l’intervento della prof Anna Murmura, coordinatrice del Comitato Diritti umani, la cui instancabile dedizione ha reso possibile questa giornata di grande valore umano, culturale e civile.

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“Non ti scordar di me – Storia e oblio del Genocidio Armeno”, presentazione con Fontana (Agenparl 02.05.25)

ROMA – Mercoledì 7 maggio, alle ore 11, presso la Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto si svolgerà la presentazione del volume “Non ti scordar di me – Storia e oblio del Genocidio Armeno”, di Vittorio Robiati Bendaud, con saggio introduttivo di Paolo Mieli. Saluti del Presidente della Camera dei Deputati, Lorenzo Fontana (foto).

Intervengono, oltre agli autori, il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, la deputata Chiara Gribaudo, i deputati Giulio Centemero e Maurizio Lupi, il professor Aldo Ferrari. Modera Nicola Porro. L’appuntamento, come informa una breve nota dell’ufficio stampa di Montecitorio, viene trasmesso in diretta webtv.

ONU: preoccupazioni globali sul rispetto dei diritti umani – Il Comitato contro la tortura pubblica le sue conclusioni su Armenia, Francia, Mauritius, Monaco, Turkmenistan e Ucraina (Agenparl 02.05.25)

Il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT) ha pubblicato oggi le sue osservazioni conclusive su sei Stati esaminati durante l’82ª sessione svoltasi a Ginevra: Armenia, Francia, Mauritius, Monaco, Turkmenistan e Ucraina. I rapporti evidenziano preoccupazioni specifiche e raccomandazioni su violazioni sistematiche o isolate del divieto assoluto di tortura, previsto dalla Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti.

Armenia

Il Comitato ha accolto positivamente la riforma dei Codici Penale e di Procedura Penale, che introduce una definizione più ampia di tortura e nuove misure alternative alla detenzione. Tuttavia, ha criticato la pena minima troppo lieve per il reato di tortura e il persistente sovraffollamento delle carceri, con un elevato numero di detenuti in attesa di giudizio. Allarme anche sulla mancanza di servizi psichiatrici comunitari e sul ricorso alla contenzione fisica e chimica, per cui si raccomanda una drastica riduzione.

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Il viaggio più avventuroso d’Europa è ancora uno dei più economici: alla scoperta delle terre caucasiche (Wemusic 02.05.25)

L’Armenia, un paese affascinante situato nel Caucaso, sta emergendo come una delle mete più interessanti per i viaggiatori avventurosi.

Con un’altitudine media di 1800 metri sul livello del mare, il suo paesaggio montano offre una varietà di esperienze uniche, perfette per coloro che desiderano coniugare naturastoria e cultura. La primavera, con il suo clima mite e soleggiato, rappresenta il momento ideale per visitare questa nazione ricca di tradizioni e bellezze naturali.

La capitale, Yerevan, è facilmente raggiungibile grazie a voli diretti dalla maggior parte delle grandi città italiane, come Roma e Milano, con un tempo di viaggio di circa quattro ore. Questo accesso relativamente breve la rende una destinazione praticabile anche per chi ha poco tempo a disposizione, ma desidera immergersi in un’avventura lontano dalle rotte turistiche più battute. Yerevan, una delle città più antiche del mondo, è un mix affascinante di modernità e storia, con i suoi edifici in pietra lavica e una vibrante vita culturale che la rendono un punto di partenza ideale per esplorare il resto del paese.

Uno dei motivi per cui l’Armenia è stata premiata come “Destinazione dell’Anno” ai PATWA International Travel Award 2025 è il suo impegno per un turismo sostenibile e responsabile. Negli ultimi anni, il governo e le organizzazioni locali hanno lavorato attivamente per promuovere pratiche turistiche che rispettino l’ambiente e le comunità locali. Questo approccio non solo arricchisce l’esperienza dei visitatori, ma contribuisce anche alla preservazione della cultura e del patrimonio naturale del paese. Lonely Planet ha inoltre incluso l’Armenia nella sua lista delle 30 migliori destinazioni da visitare nel 2025, sottolineando l’importanza di itinerari che permettano di scoprire bellezze naturalistiche e mete culturali.

Top Ten delle esperienze on the road in Armenia

Per chi decide di intraprendere un viaggio in Armenia, ecco una selezione delle dieci esperienze imperdibili da vivere durante una settimana di esplorazione:

  1. Visita al Monastero di Geghard: Patrimonio dell’umanità UNESCO, questo monastero scavato nella roccia è un capolavoro architettonico che offre una vista mozzafiato sulla valle circostante. La sua storia risale al IV secolo e rappresenta un importante centro spirituale per gli armeni.
  2. Scoprire il Lago Sevan: Conosciuto come il “mare degli armeni”, il Lago Sevan è uno dei laghi di montagna più grandi del mondo. Qui, è possibile praticare sport acquatici, fare picnic sulle sue sponde e visitare il monastero di Sevanavank, situato su una collina panoramica.
  3. Esplorare Yerevan: Oltre a visitare la famosa Piazza della Repubblica e il Museo della Genocidio Armeno, non si può perdere l’atmosfera vivace del mercato di Vernissage, dove si possono acquistare artigianato locale e souvenir unici.
  4. Trekking nel Parco Nazionale di Dilijan: Questo parco, noto per le sue foreste lussureggianti e i panorami spettacolari, è perfetto per gli amanti del trekking. I sentieri ben segnalati conducono a laghi nascosti e villaggi pittoreschi, offrendo un’esperienza immersiva nella natura.
  5. Visita ai Templi di Garni e della Madre Armenia: Il tempio pagano di Garni, dedicato al sole, è un altro sito UNESCO da non perdere. La sua architettura greca è unica in Armenia e rappresenta un legame con le antiche tradizioni precristiane del paese. Non lontano si trova anche la monumentale statua della Madre Armenia, simbolo di orgoglio nazionale.

    Per chi decide di intraprendere un viaggio in Armenia

    Top ten dei luoghi da visitare (www.wemusic.it)
  6. Scoprire la cucina armena: Non si può visitare l’Armenia senza assaporare la sua cucina ricca e variegata. Dalle celebri dolma ai piatti a base di agnello, ogni pasto è un’opportunità per immergersi nella cultura locale. I ristoranti e le taverne di Yerevan offrono piatti tradizionali preparati con ingredienti freschi e locali.
  7. Visitare il monastero di Tatev: Situato su una scogliera che si affaccia sulla gola del fiume Vorotan, questo monastero è accessibile tramite la funivia più lunga del mondo. La vista è straordinaria e il monastero stesso è un luogo di grande spiritualità e bellezza.
  8. Partecipare a festival locali: La primavera è una stagione ricca di festival in Armenia. Eventi come il Festival della Musica di Yerevan e il Festival della Primavera di Sevan offrono l’opportunità di vivere la cultura armena attraverso la musica, la danza e l’arte.
  9. Visita al Museo di Storia di Armenia: Questo museo offre una panoramica completa sulla storia millenaria del paese, dalle sue origini fino ai giorni nostri. È un luogo ideale per comprendere meglio il contesto culturale e storico dell’Armenia.
  10. Scoprire il vino armeno: L’Armenia è una delle culle della viticoltura, con una tradizione che risale a millenni fa. Le visite alle cantine locali per degustare i vini armeni, accompagnati da prodotti tipici come il formaggio e il pane lavash, sono un’esperienza da non perdere per gli amanti del vino.

L’Armenia non è solo una meta turistica, ma un viaggio nel tempo attraverso paesaggi mozzafiatotradizioni antiche e una cultura vibrante. Con la sua crescente popolarità, è destinata a diventare una delle principali destinazioni per gli avventurieri di tutto il mondo.

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110 anni di silenzio: Il genocidio Armeno e la ferita ancora aperta (Sciscianonotizie 01.05.25)

Dal Metz Yeghern al Nagorno Karabakh: un Popolo sotto assedio

Napoli, 1 Maggio – A centodieci anni dal genocidio armeno, la memoria torna a farsi voce nei luoghi della storia e nelle parole delle istituzioni. Un milione e mezzo di vittime – secondo le stime ufficiali – cadute sotto la furia nazionalista del governo dei Giovani Turchi durante la Prima guerra mondiale. Un massacro sistematico, negato ancora oggi dalla Turchia, che segnò l’inizio del XX secolo con un crimine divenuto archetipo di quelli successivi.

Nella capitale, al Giardino degli Armeni, i rappresentanti della Chiesa armena in Italia e gli ambasciatori presso il Quirinale e la Santa Sede hanno commemorato le vittime, rilanciando l’appello al riconoscimento formale da parte della Turchia. Parole dure quelle dell’ambasciatore armeno in Italia, Vladimir Karapetyan: “La negazione dei fatti storici implica il ripetersi dei crimini”. Un monito che si fa urgente alla luce delle recenti violenze nel Nagorno Karabakh, dove nel 2023 circa 120 mila armeni sono stati assediati, affamati e infine cacciati da una terra abitata da millenni.

“La ferita inferta continua a sanguinare”, ha dichiarato un esponente della Comunità Armena. “Senza memoria, senza giustizia, il genocidio non è finito”. In una nota ufficiale, la Comunità ha rinnovato il proprio impegno verso un futuro europeo, chiedendo il sostegno dell’Italia contro le minacce dei regimi autocratici di Erdogan e Aliyev.

Il genocidio armeno, definito da papa Francesco “il primo genocidio del XX secolo”, fu il risultato di un piano ideologico e politico. Concepito nel cuore dell’Impero Ottomano da un triumvirato di militari – Talaat, Enver e Djemal – il progetto mirava all’omogeneizzazione etnica dell’Anatolia. Deportazioni, marce della morte verso il deserto siriano di Deir el-Zor, massacri sistematici e confisca dei beni segnarono la fine di una presenza plurimillenaria.

La storiografia turca continua a negare l’intenzionalità dello sterminio, relegandolo a tragica conseguenza della guerra. Ma i documenti storici e le testimonianze raccontano altro: un’operazione pianificata, sostenuta da un apparato statale e paramilitare, l’Organizzazione Speciale, sotto la supervisione dei ministeri dell’Interno e della Guerra.

Oggi, il popolo armeno guarda al futuro dalla piccola repubblica emersa nel 1992 dal crollo sovietico. Ma lo sguardo è ancora rivolto verso il Monte Ararat, simbolo di una patria perduta. A Yerevan, il Memoriale del Metz Yeghern sulla Collina delle Rondini resta testimone silenzioso del Grande Male. In un tempo in cui i conflitti su base etnica riemergono in nuove forme, la memoria del genocidio armeno è un monito: il silenzio, l’indifferenza e la negazione sono i primi complici dell’orrore.

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Dal genocidio degli armeni ai genocidi di oggi (Pressenza 01.05.25)

Il 24 aprile è stato celebrato il 110° anniversario del genocidio di oltre 1,6 milioni di armeni per mano dei governi turchi, conosciuto come il primo genocidio del XX secolo. Il popolo armeno è stato quindi la prima vittima di genocidio del secolo scorso.

Oggi più che mai questa ricorrenza dovrebbe essere un monito per l’umanità perché i genocidi continuano a verificarsi, in Europa, in Africa, in Asia, pensiamo ai palestinesi a Gaza, al Myanmar dove gli alti comandi militari stanno commettendo un genocidio contro la comunità musulmana dei Rohingya, in Sudan… e anche sul continente americano.

La Convenzione sul genocidio è tuttora attuale come lo fu il 9 dicembre 1948, giorno in cui divenne il primo Trattato sui Diritti Umani adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, seguito il giorno dopo dall’adozione della Dichiarazione dei Diritti Umani.

Da quel momento si pensò che questi due eventi avrebbero inaugurato una nuova era dei diritti umani: la visione di un mondo in cui i genocidi non si sarebbero mai più ripetuti. Tuttavia, come ha ricordato Zohrab Mnatsakanyan, ministro degli Esteri armeno, dall’adozione della Convenzione, il “mai più” è stato pronunciato molte volte, ma i genocidi non sono stati impediti.

I genocidi non avvengono all’improvviso; al contrario, i segnali che li precedono sono molto chiari. Per questo motivo, possono essere prevenuti, come ha sottolineato l’allora Alto Commissario per i diritti umani, Michelle Bachelet e, per farlo, sarebbe necessario eliminare l’impunità, punendo i responsabili, perché l’“odioso flagello” del genocidio, come lo descrive la stessa Convenzione, rimane una minaccia e una realtà nel XXI secolo.

Adama Dieng, consigliere speciale delle Nazioni Unite per la prevenzione del genocidio, ha osservato che non si tratta di “un incidente”, ma del riflesso dell’“inazione della comunità internazionale nell’affrontare i segnali d’allarme che hanno permesso che diventasse una realtà”.

Eppure, le statistiche sullo stato delle ratifiche e delle adesioni alla Convenzione sono preoccupanti. Quasi un quarto dei membri delle Nazioni Unite ha ritardato l’adesione a questo strumento internazionale di fondamentale importanza.

Quello degli armeni non è stato l’unico genocidio del XX secolo: Namibia, Cecenia, Giappone, Grecia, Ruanda e Burundi, Cambogia, Vietnam, si aggiungono alla lista di quelli che vanno oltre l’Olocausto dei milioni di ebrei per mano dei nazisti.

Il Sud America non ha fatto eccezione quando si è trattato di violazioni dei diritti umani. Le dittature militari degli anni Settanta e Ottanta hanno portato a massacri indiscriminati di contadini in Nicaragua e El Salvador. Nel Cile di Pinochet furono uccise 4.000 persone e nell’Argentina del generale Videla 30.000 in cinque anni.

Meno ricordato è invece il genocidio provocato dal dittatore dominicano Rafael Trujillo, che nell’ottobre 1937 ordinò la morte di 30.000 haitiani residenti nella Repubblica Dominicana.

Gli armeni

Forse ricordare la barbarie del 1915 perpetrata contro gli armeni potrebbe contribuire a creare una consapevolezza in grado di porre in qualche modo un freno alla barbarie presente e futura.

Il genocidio commesso tra il 1915 e il 1923 ha portato all’uccisione di oltre due milioni di armeni – cristiani – e a una pulizia etnica dei territori turchi che essi abitavano, con la morte di almeno 1,6 milioni di persone.

L’operazione fu inaugurata dal governo dei Giovani Turchi, il quale approfittava della cortina fumogena della Prima Guerra Mondiale, e portata a termine sotto il governo “occidentalista” di Kemal Atatürk. Non fu il primo massacro: un altro genocidio armeno, ma meno vasto, ebbe luogo in precedenza, tra il 1894 e il 1896.

Abdul Hamid II, il “Sultano Rosso” – deposto nel 1909 dai Giovani Turchi – aveva scoperto che si poteva “porre fine alla causa armena ponendo letteralmente fine agli armeni”, una dottrina di “soluzione finale” che ebbe molti seguaci nel XX secolo e anche nel quarto di secolo già trascorso nel XXI secolo.

Questa è stata la principale forza motrice che ha portato la diaspora armena a commemorare ogni anno la data simbolica del 24 aprile, senza lacrime e in silenzio. Per decenni le comunità armene, create dai sopravvissuti al massacro e disseminate in tutto il mondo, si sono riunite insieme ogni 24 aprile, senza applausi. Nel totale silenzio.

Traduzione dallo spagnolo di Maria Sartori. Revisione di Thomas Schmid.

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Roma – Toccante commemorazione del 110° anniversario del Genocidio Armeno (Assadakah 30.04.25)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Si è svolta ieri, 29 aprile, al Giardino degli Armeni di piazza Lorenzini, la cerimonia di commemorazione del 110° anniversario del Genocidio Armeno. Era prevista per il 23 aprile ma era stata annullata a seguito del decesso di Papa Francesco e della decisione del Consiglio dei Ministri di proclamare cinque giornate di lutto nazionale. Alle ore 19,15 alla presenza delle Istituzioni Capitoline, dei rappresentanti della Chiesa Armena e degli Ambasciatori armeni presso il Quirinale e la Santa Sede è iniziato il ricodo delle vittime del Metz Yeghérn con l’inno nazionale italiano e quello armeno. A seguire canti liturgici armeni e la preghiera in lingua armena da parte dell’autorità religiosa. Il rappresentante per il Consiglio della Comunità Armena di Roma ha dato il benvenuto ai presenti con il suo toccante discorso “Oggi ricordiamo – ha affermato – col cuore trafitto dal dolore ma colmo della speranza del Signore risorto, il 110° anniversario del genocidio armeno”.

Ha ribadito l’importanza di non ignorare certe ferite inferte ad un intero popolo e ha letto le parole pronunciate da Papa Francesco dieci anni fa, in occasione del centenario del genocidio, dicendo che, quello degli armeni è stato il primo genocidio del XX secolo. Il rappresentante della Comunità armena di Roma ha ringraziato il defunto Santo Padre facendo notare che Il silenzio complice, nominato da papa Francesco, risuona anche oggi come 110 anni fa. “Quel …A me che importa – ha proseguito il rappresentante del Consiglio per la Comunità Armena di Roma – è risuonato anche nel 2023 quando 120 mila armeni, i figli dell’Artsakh – Nagorno Karabakh sono stati sotto assedio, affamati e stremati per poi essere cacciati dagli azeri, sotto la minaccia della pulizia etnica, dalla terra che avevano abitato da millenni e con i loro leader ingiustamente carcerati senza la possibilità di avere una giustizia. E quel… A me che importa risuona anche oggi quando ci sono tentativi di revisionismo storico ai danni della chiesa armena e del suo patrimonio religioso e culturale per cancellare la cristianità armena. La ferita inferta agli armeni continua a sanguinare perché c’è ancora silenzio, omertà, indifferenza”. Il rappresentante della Comunità Armena di Roma ha ringraziato Roma per la donazione, avvenuta 10 anni fa, del Giardino degli Armeni e tutte le amministrazioni di quelle città che hanno voluto riconoscere il genocidio.

Ha ringraziato il parlamento italiano che, nel 2019, ha approvato la risoluzione per il riconoscimento del genocidio armeno e tutti coloro che sono vicini agli armeni, i rappresentanti della Chiesa Armena, il rettore e gli alunni del collegio armeno, i rappresentanti della Chiesa Armena Apostolica, l’Ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia S. E. Vladimir Karapetyan e S. E. Boris Sahakian Ambasciatore armeno nella Santa Sede

La parola è poi passata all’Ambasciatore Karapetyan che ha letto il suo primo discorso in lingua italiana su quello che è successo nel passato e nel presente. “La negazione dei fatti storici implica il ripetersi dei crimini”. E ha parlato dello sfollamento forzato del Nagorno Karabakh e la cancellazione della presenza armena con tentativi di manipolare e mistificare la storia. Ha dichiarato che noi abbiamo un ruolo da svolgere e ha ringraziato i presenti e anche le autorità capitoline.

Federico Rocca era lì in rappresentanza del comune di Roma, definito un amico armeno di vecchia data, senza interessi ma solo per amicizia. “Dobbiamo impegnarci – ha affermato Rocca – alla conservazione della memoria per testimoniare e raccontare per le future generazioni. Il popolo armeno ha lottato con enorme fierezza per la verità”.

Il successivo intervento è stato quello dell’Onorevole Andrea Casu del gruppo parlamentare amicizia italia armena che ha nominato il suo collega Centemero che, insieme a lui, condivide questo impegno a favore degli armeni. Ha raccontato del suo viaggio in Armenia e la visita al memoriale. “Occorre – ha dichiarato Casu – unire le istituzioni laiche e religiose per la memoria del popolo armeno e rinnovare la vicinanza a un popolo che soffre anche attualmente per ciò che è successo nel Nagorno Karabakh. È stata poi la volta dell’ex europarlamentare del M5S Fabio Massimo Castaldo: “Roma non arebbe così senza il contributo che negli anni hanno dato gli armeni e 10 anni fa ero in Armenia alla commemorazi del centenario. Come politici dobbiamo lottare affinché tutti riconoscano il genocidio. La pace per essere vera pace deve essere giusta. L’UE deve proteggere il patrimonio armeno in pericolo. Perdere quel patrimonio e costringere migliaia di persone a lasciare la loro terra significa che non siamo stati in grado di assolgere il nostro compito e questo grida vendetta”. Castaldo ha ricordato la guerra del 2020 e ha dichiarato che l’armenia è un futuro membro dell’UE per tutto quello che ha dato. Ha citato anche le minacce da parte degli azeri fatte ai parlamentari europei. “Dobbiamo – ha concluso l’ex europarlamentare – pretendere il rispetto del diritto di vivere nelle proprie terre. Aiutateci ad aiutarvi. Senza l’Armenia l’Europa è più piccola”. La commemorazione è terminata con un canto liturgico per onorare Ignazio Maloyan, arcivescovo cattolico armeno, cittadino ottomano, arcieparca di Mardin degli Armeni che fu ucciso dai turchi durante il genocidio del 1915 ed è stato beatificato come martire da papa Giovanni Paolo II nel 2001.

A ridosso del ricordo delle vittime del genocidio armeno diversi sono stati gli interventi di parlamentari e capi di Stato. Il 24 aprile Filippo Sensi del Pd, nel suo intervento in aula, ha ricordato il massacro. “Ricorre proprio oggi il centodecimo anniversario del genocidio armeno – ha affermato Sensi – una pagina fosca e negletta di un Novecento che non ci abbandona. Nel 1915 un pianificato sterminio portò alla strage, da parte dell’impero ottomano (ancora gli imperi, sempre gli imperi) di un milione e mezzo di armeni deportati, massacrati, violentati, crocifissi, lasciati morire nelle marce della morte lungo il deserto come polvere della storia. Alla loro memoria dobbiamo ancora oggi uno sforzo di verità, tuttora negata, la cui mancanza pesa sulla disgraziata situazione di tutta quell’area, piagata oggi da morte e aggressioni e dove tuttavia resiste testarda un’aspirazione alla pace, fioca luce della quale non dobbiamo disperare nella oscurità di questi anni”.

“Basti pensare – ha sottolineato – alle centinaia di migliaia di armeni costretti a lasciare, poco più di anno fa l’Artsakh, esodo di una Bibbia di dolore che dobbiamo saper leggere, riconoscere e dire, ricordare, guardare dentro l’abisso che spalanca. Verità e giustizia sono le parole che di solito balbettiamo di fronte alla umana disumanità di questa violenza smisurata della volontà di un popolo di annichilirne un altro, perché non ne resti traccia, ombra, ricordo.

Per questo oggi sentiamo il dovere storico e collettivo di commemorare il genocidio armeno e fare più vivo ciò che non muore, l’aspirazione a un impossibile mai più, un sentimento profondo di silenziosa e complice vergogna, il disagio di un silenzio che rompiamo in questa sede solenne, dove tutti insieme qualche settimana fa, maggioranza e opposizione, abbiamo saputo fare un passo avanti per la pace tra Armenia e Azerbaigian, perché i diritti umani sappiano custodirsi come umani doveri di ognuno di noi, verso ognuno di noi. Aylevs yerbek’, mai più”. Alle parole di Sensi si è associato anche il senatore di Italia Viva Ivan Scalfarotto.

“Oggi si ricorda il genocidio armeno – ha dichiarato l’esponente di Italia Viva – che iniziò con l’arresto e la decapitazione degli intellettuali armeni, quindi le idee, la letteratura, la lingua di quelle persone. È questo che caratterizza un genocidio: il desiderio di annientare quel particolare popolo, cancellando la sua anima. Oggi dobbiamo continuare ad attivarci affinché in quella regione la pace prevalga e il popolo armeno non sia costretto ad altre sofferenze, come è successo anche di recente quando più di centomila persone sono state costrette all’esodo dalle loro casa”. Anche Giulio Centemero della Lega, ha voluto ricordare il dramma degli armeni. “Sono trascorsi 110 anni dal genocidio degli armeni – ha spiegato Centemero – ma non dobbiamo dimenticare. Dimenticare la storia e soprattutto i suoi momenti più oscuri fa sì che gli stessi si ripetano. In questo giorno ci stringiamo a tutti gli armeni nel ricordo del Metz Yegérn e in particolare alle associazioni e comunità armene d’Italia, senza dimenticare che il popolo armeno è tuttora sotto minaccia esistenziale”.

Anche Andrea De Priamo (FdI), componente del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Armenia, ha fatto il suo intervento in aula: “Il 24 aprile di 110 anni iniziò il genocidio del popolo armeno, ad opera dell’Impero ottomano, che dal 1915 al 1923 costò la vita a più di un milione e mezzo di cristiani armeni e provocò l’esodo di chi riuscì a sfuggire alle persecuzioni. A più di un secolo di distanza quello del popolo armeno è un genocidio dimenticato e, addirittura, in taluni casi negato. Il ricordo delle tragiche vicende del popolo armeno è uno strumento importante per vincere la battaglia del riconoscimento del genocidio e, soprattutto, un modo per ribadire la ferma condanna a ogni forma di persecuzione. In un contesto internazionale che vede il diffuso e preoccupante riaccendersi di conflitti, il riconoscimento e il ricordo di quei tragici eventi deve essere sempre di insegnamento alla ricerca della pace, e deve essere uno strumento per ricordare l’amicizia col popolo armeno e l’impegno espresso dall’Italia anche con una recente mozione bipartisan approvata in senato per promuovere e favorire la pace tra Armenia e Azerbaijan”,

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Jerevan: l’ambasciatore Ferranti a colloquio con il presidente della Corte Costituzionale armeno Dilanyan (Aise 30.04.25)

JEREVAN\ aise\ – L’ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti, ha incontrato venerdì scorso, 25 aprile, il presidente della Corte Costituzionale della Repubblica d’Armenia, Arman Dilanyan.
Nel corso dell’incontro, parlando della cooperazione tra le Corti Costituzionali dei due Paesi, il presidente Dilanyan ha espresso grande apprezzamento per le ricche tradizioni dell’Italia nel campo dello sviluppo del diritto e, in particolare, in quello della giustizia costituzionale. A tale proposito il presidente, richiamando i profondi rapporti di amicizia tra le due Nazioni, ha inoltre sottolineato l’importanza dello scambio di esperienze e del rafforzamento dei legami sia in ambito bilaterale che multilaterale.
L’ambasciatore Ferranti, ringraziando per la calorosa accoglienza, ha assicurato che nel corso del suo mandato compirà tutti gli sforzi necessari per sviluppare ulteriormente le relazioni e la collaborazione già esistenti tra gli organi di giustizia costituzionale dei due Paesi.
Su invito dell’ambasciatore Ferranti, il presidente Dilanyan ha inoltre presentato le funzioni e il ruolo della Corte Costituzionale nel sistema di pubblica amministrazione della Repubblica d’Armenia. (aise)