Papa Francesco: Karekin II (Chiesa apostolica armena), “ha difeso la giustizia e la pace, mostrando compassione verso i bisognosi” (SIR 25.04.25)

“Papa Francesco era un leader amato in tutto il mondo, umile, coraggioso e pieno di bontà; ha seguito con fedeltà le orme di Cristo”. Con queste parole il Katolikos di tutti gli Armeni, Karekin II, ha voluto rendere omaggio a Papa Francesco, con un messaggio di cordoglio pubblicato dal Centro informazioni della Santa Sede di Etchmiadzin. “In tempi difficili ha assunto la grande responsabilità del papato, testimoniando il Vangelo, difendendo la giustizia e la pace, mostrando particolare compassione verso i bisognosi e contribuendo al rafforzamento dei rapporti tra le Chiese”, scrive Karekin II, ricordando con riconoscenza che “nelle sue preghiere non mancava mai il ricordo del mondo ferito da guerre e ingiustizie, e in particolare del nostro popolo colpito dalle conseguenze del conflitto del Karabakh”. Il Katolikos ha infine citato con gratitudine la messa per il centenario del genocidio armeno nella basilica di San Pietro, la proclamazione di san Gregorio di Narek come Dottore della Chiesa e la visita del Papa in Armenia.

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Una retata, poi violenze e deportazioni. I 110 anni dal massacro degli armeni (Avvenire 24.04.25)

C’è un forte nesso tra guerra e genocidio, poiché la prima è il contesto in cui tutte le atrocità sono possibili. La cultura del nemico consente operazioni difficilmente concepibili e realizzabili in tempo di pace

Centodieci anni fa, mentre infuriava la Prima guerra mondiale, il governo dei Giovani Turchi – il Comitato Unità e Progresso – dava il via all’eliminazione del millet armeno dal corpo dell’Impero ottomano. Il “triumvirato”, che si era sostituito al Sultano alla guida dell’Impero, intendeva infatti costruire, con feroce determinazione, un Paese omogeneo dal punto di vista etnico-religioso e la guerra mondiale fu l’occasione per spingere alla realizzazione di tale tragico disegno.
Tutto inizia appunto il 24 aprile 1915, a Costantinopoli, con una gigantesca retata, in cui l’élite armena della capitale viene liquidata. Seguono i massacri, un vilayet dopo l’altro, e poi le deportazioni “dei gruppi di popolazione sospetti di spionaggio e tradimento, qualora le necessità militari lo richiedano” Destinazioni prescelte le desolate località siriane di Deir ez-Zor o di Ras al ‘Ain, dove, durante o dopo una marcia a piedi di centinaia di chilometri, un intero popolo viene trucidato nei modi più raccapriccianti, tanto da sollevare le inutili proteste degli ufficiali tedeschi e austriaci (alleati della Sublime Porta nella Grande Guerra) o dei diplomatici neutrali che sanno di quei drammatici eventi.
Obiettivo gli armeni, senza eccezioni, ma molto spesso – e questo è poco noto – anche le altre comunità cristiane, tra cui quella siriaca e caldea. Il caso di Mardin, nel vilayet di Diyarbakir, è significativo di un accanimento che non distingue tra i cristiani, colpendo tutte le comunità. Finiva così una secolare coabitazione, tipica di quell’Impero “mosaico” che era stato il dominio ottomano.
È importante fare memoria di tale tragedia, quando la cronaca dell’oggi ci parla di un Oriente cristiano – con tradizioni risalenti all’epoca apostolica, con una grande eredità teologica e spirituale e con una storia di confronto e convivenza col vissuto islamico – che rischia di scomparire. Quale futuro per i cristiani nel Medio Oriente? È la domanda che ci si pone in un momento difficilissimo per quelle comunità depauperate dall’emigrazione. La città martire di Aleppo, da millenni luogo di compresenza fra popoli e confessioni, è emblematica di quanto accade anche altrove e prefigura forse il destino di un’area più vasta, quasi un’amara resa alle ragioni di chi predica l’ineluttabilità degli scontri di civiltà.
Ricordare ciò che avvenne 110 anni fa in quelle stesse zone è quindi importante per capire il presente. Perché il Metz Yeghérn, il Grande Male, come si dice in armeno, ci mostra che i peggiori abissi sono possibili. C’è un forte nesso tra guerra e genocidio, poiché la prima è il contesto in cui tutte le atrocità sono possibili, con le articolazioni dello Stato impegnate in una lotta in cui sfuma sempre di più il confine tra militari e civili, tra obiettivi “leciti” e illeciti, mentre la cultura del nemico consente operazioni difficilmente concepibili e realizzabili in tempo di pace.
La ricorrenza del genocidio è di fondamentale importanza per tutto il popolo armeno. Ma comprendere il legame tra quanto avvenuto allora e il clima di guerra che si respirava e si viveva, ci aiuta anche a restare vigili e a ripudiare il clima bellicoso di questi ultimi anni, gli appelli al riarmo, la demonizzazione dell’altro. Ogni guerra peggiora il mondo, ogni guerra è gravida di mostri ancora peggiori di quelli della morte in battaglia. Da ogni guerra può nascere un genocidio.
Un capolavoro della letteratura mondiale, I 40 giorni del Mussa Dagh, di Franz Werfel, sulla resistenza armena sull’altopiano tra Cilicia e Siria, descrive bene tanto il tragico disegno dei Giovani Turchi – “Fra l’uomo e il bacillo della peste non c’è possibilità di pace” -, quanto l’ipocrisia di un Occidente che aveva fomentato i nazionalismi e viveva a sua volta un'”inutile strage: “Il nostro governo è venuto a scuola da voi”
La storia rischia di ripetersi, in forme diverse, ma altrettanto violente. Occorre non dimenticare, parlare e operare perché gli esiti non siano gli stessi. Vanno coltivati tutti gli spazi possibili di dialogo e di mediazione e valorizzata ogni tensione unitiva, ricordandoci che siamo tutti sulla stessa barca, perché nessuno possa un giorno parlarci di nuovo dell’altro come di un “bacillo della peste” o rivendicare di aver imparato dalle nostre parole o dai nostri gesti.

Marco Impagliazzo 

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Quello che ci ha insegnato lo sterminio degli Armeni: il genocidio non è sempre opera di spietate dittature (L’Unità 24.04.25)

Un libro di Robiati Bendaud racconta l’orrore del massacro realizzato dai turchi, con l’appoggio dei tedeschi e il silenzio dell’Europa. Può succedere di nuovo

Cultura – di Piero Sansonetti

24 Aprile 2025 alle 11:41
Quello che ci ha insegnato lo sterminio degli Armeni: il genocidio non è sempre opera di spietate dittature

Il primo genocidio del novecento, quello che probabilmente fece da modello anche per Hitler, non fu opera di un dittatore spietato ma di un gruppo di giovani idealisti liberali mazziniani, che avevano combattuto contro la dittatura. Li chiamavano i “Giovani Turchi” ed erano stati a lungo perseguitati dal potere ottomano negli anni a cavallo tra l’ottocento e il novecento. Poi si erano armati e avevano marciato su Istanbul. Erano andati al potere nel 1908 ed erano diventati classe dirigente, quella che poi espresse una figura come Mustafà Kemal Ataturk, padre della moderna repubblica turca.

Questo per dire che non occorre una spietata dittatura per compiere un genocidio. Succede spesso che i genocidi siano messi in moto da poteri democratici. Del resto nel secolo precedente, cioè nell’ottocento, quella che stava diventando la più potente democrazia del mondo, gli Stati Uniti, eseguì scrupolosamente il genocidio dei nativi americani senza suscitare nessuno sdegno nell’intellettualità occidentale. Il genocidio del quale stiamo parlando è stato uno dei più meticolosi e spietati della storia. Lo sterminio degli armeni. Iniziato nella notte tra il 24 e il 25 aprile del 1915, esattamente 110 anni fa. Erano passate appena due settimane da Pasqua e dalla fine della battaglia dei Carpazi tra russi e austriaci. La prima guerra mondiale era in pieno svolgimento. Il governo turco, alleato con i tedeschi e gli austriaci contro i russi, odiava gli armeni, sia per vecchie rivalità etniche e culturali (l’Armenia è una culla cattolica ed era un popolo fortemente europeo) sia per ragioni militari perché gli armeni erano amici dei russi. In quella notte, a Istanbul vengono arrestati centinaia di intellettuali, giornalisti, professionisti e politici armeni. In sostanza tutto il gruppo dirigente armeno. Poche settimane dopo, il 29 maggio, il parlamento approva la legge Tehcir e autorizza le deportazioni. Che iniziano subito e sono gigantesche e massacranti.

L’Armenia è un piccolo territorio, senza sbocco al mare, chiuso tra l’Azeirbajan, la Turchia, la Georgia e l’Iran. Il genocidio è condotto in parte dall’esercito turco che attacca le città e i villaggi armeni e non fa prigionieri. In parte con le marce della morte, dalle quali non si salva quasi nessuno. Si muore per sfinimento, per fame, per sete. I turchi non si accaniscono contro i soldati o i maschi in età di guerra. Cioè non puntano semplicemente a impedire che i giovani armeni si uniscono ai russi. Vogliono lo sterminio. Vogliono cancellare l’Armenia e seppellirla sotto montagne di sale. Uccidono le donne, uccidono migliaia e migliaia di bambini.
Gli storici non sono uniti nella valutazione delle cifre. Chi dice un milione di morti, chi addirittura tre milioni. Così come non sono univoci nel calcolo della popolazione armena del tempo. Le valutazioni oscillano tra il milione e mezzo e i tre milioni e mezzo. I calcoli più attendibili e più accreditati dicono che gli armeni, nel 1915 fossero poco più di due milioni e che ne fossero rimasti vivi non più di settecentomila. Le vittime della strage furono circa un milione e mezzo. Le autorità turche ancora non riconoscono il genocidio, e dicono che i morti furono solo 800 mila. Gli armeni chiamano questo genocidio il Mec Egern, che nella loro lingua vuol dire Grande Male.

È uscito in questi giorni un libro scritto da Vittorio Robiati Bendaud, giovane storico e filosofo italiano, 41 anni, presidente dell’ “Amicizia ebraico-cristiana di Milano, Carlo Maria Martini”. Il libro si chiama “Nontiscordardime” (edizioni liberilibri, prefazione di Paolo Mieli). Robiati Bendaud ha scelto una parola molto dolce e delicata per raccontare il primo grande orrore del secolo breve. Il nome di un fiorellino azzurro (che è il simbolo di chi denuncia quel massacro) e di una tenera canzone anni trenta. E ha scritto questo libro proprio per provare a dirci quello che in pochissimi dicono: che fu un vero genocidio, che fu sostenuto dai tedeschi, che non fu in nessun modo condannato e punito dall’Occidente, che ancora oggi è negato. La storia è questa: quando il genocidio fu messo in atto, e fu eseguito in tempi rapidissimi, ad Instanbul c’erano molti ufficiali tedeschi che guidarono le operazioni. Anche il capo delle truppe che eseguirono il genocidio (truppe in gran parte reclutate tra galeotti) era un turco di origini tedesche: Frierdich Bronsart von Shellendorf. Nel 1918, quando i turchi furono definitivamente sconfitti nella guerra mondiale, gli alleati arrestarono 144 ufficiali coinvolti in quella infamia. Li processarono, li assolsero e li mandarono a casa.

Il genocidio armeno è stato cancellato. È riconosciuto solo da 30 paesi in tutto il mondo. Eppure è di dimensioni spaventose. Almeno l’80 per cento della popolazione sterminata. Atrocità senza fine. Torture, infanticidi. Ferocia assolutamente paragonabile alla ferocia nazista. E Robiati Bendaud non si limita a raccontare la storia. Racconta che ancora oggi gli armeni sono vittime di persecuzioni. Soprattutto nel Nagorno, perseguitati dall’Azerbaijan, ma anche, ancora, da parte dei turchi. Nell’indifferenza generale dell’Occidente. Di più: spesso con l’appoggio anche militare dell’Occidente nei confronti dei nemici degli armeni. È una delle grandi vergogne europee. E nessuno la denuncia. E nessuno si oppone. Cosa possiamo imparare da questo? Che non basta dire democrazia. Non basta dire legalità. Non basta dire “mai più”. Siamo ancora dentro, tutti, alle atrocità del novecento che furono molte più di quelle che sappiamo.

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Genocidio degli armeni. La lezione che Hitler assimilò e mise in atto (Il Giornale 24.04.25)

In un momento storico in cui il termine «genocidio» ricorre con frequenza nel dibattito politico, spesso evocato a sproposito, colpisce il silenzio o la sottovalutazione di uno dei più tragici genocidi della storia: quello armeno. Eppure ricorrono 110 anni dallo sterminio di circa tre milioni di armeni avvenuto tra 1915 e 1916 durante l’Impero Ottomano ma, ancora oggi, varie nazioni, tra cui la Turchia, non lo riconoscono. Il genocidio perpetrato dagli ottomani ha segnato per sempre la storia del popolo armeno che ne ha tenuta viva la memoria grazie a romanzi, canzoni, film e memoriali a partire da quello eretto a Yerevan. Nella storia della letteratura rimarranno alcuni libri incentrati proprio sul genocidio armeno, a cominciare da I quaranta giorni del Mussa Dagh di Franz Werfel. Scrittore ceco di origine ebraica, in un viaggio nel 1929 a Damasco con la moglie Werfel conosce numerosi esuli armeni sopravvissuti al genocidio e decide di scrivere il suo libro che uscirà nel ’33. È la storia di un gruppo di sette villaggi armeni situati alla base del monte Mussa Dagh che si oppongono con le armi ai turchi.

Nel 2004 la scrittrice italo-armena Antonia Arslan ha pubblicato un romanzo che ha ottenuto successo in Italia, La masseria delle allodole, ispirato ai racconti dei suoi familiari sopravvissuti al genocidio. La Arslan fa emergere un altro aspetto della persecuzione degli armeni, non solo le uccisioni di massa, ma anche i rastrellamenti dei Giovani Turchi e le deportazioni in cui le famiglie armene persero tutto.

In occasione dell’anniversario per i 110 anni dal genocidio, la casa editrice Liberilibri ha pubblicato un libro di Vittorio Robiati Bendaud: Non ti scordar di me. Storia e oblio del genocidio armeno. Il titolo prende spunto da un piccolo fiore perenne chiamato nontiscordardime e scelto come emblema del Metz Yeghérn, il genocidio armeno. Robiati Bendaud, studioso dell’ebraismo, fa notare come la Turchia, erede dell’Impero Ottomano, non sia stata sanzionata come accaduto alla Germania dopo il nazismo. Pur essendoci differenze tra Shoah e genocidio armeno è infatti impossibile non cogliere un parallelismo tra i due eventi.

Ripercorrendo la storia armena, Robiati Bendaud arriva ai nostri giorni e alle persecuzioni che gli armeni vivono nei territori dell’Artsakh (o Nagorno-Karabakh). Ancora oggi, spiega l’autore, avvengono fenomeni di negazionismo del Metz Yeghérn, e sostiene che il genocidio armeno è «tuttora in essere». Robiati Bendaud si sofferma su come il genocidio armeno abbia rappresentato per Hitler uno spunto per il piano di sterminio degli ebrei: «l’interrogativo retorico attribuito a Hitler chi si ricorda più del massacro degli armeni?, laddove solitamente si pensa all’oblio come a un formidabile alleato nell’opera genocidaria, evidenziando così la fiducia riposta dal Fürher in un dispositivo mnemonico al contrario per garantirsi l’impunità». In realtà, scrive l’autore, Hitler aveva bene in mente quanto avvenuto nell’Impero Ottomano: «se è stato fatto, può essere compiuto nuovamente. Non solo. Egli ricordava distintamente con quali modalità ciò era stato perpetrato, ossia con la negazione dei fatti nel momento stesso in cui accadevano, con i tipici dispositivi negazionisti di inversione della colpevolezza, laddove il carnefice è giustificato e la vittima è colpevolizzata e demonizzata».

Così, se nella visione giustificazionista dei Giovani Turchi erano gli «armeni a nuocere ai turchi», allo stesso modo «se c’è l’antisemitismo è colpa degli ebrei». Ma i parallelismi, purtroppo, non terminano qui poiché il negazionismo riguarda tanto gli armeni quanto gli ebrei: «Fu il negazionismo, magistralmente perseguito e realizzato, a permettere questa conflagrazione, densissima e contraddittoria, tuttora in essere, tra oblio e ricordo, che ha contribuito a mantenere sotto scacco la memoria condivisa del Metz Yeghérn». Secondo l’autore «la saldatura tra Metz Yeghérn e Shoah, laddove convergono e conflagrano antisemitismo, dhimma, nazionalismi, panislamismo, radicalismo islamico, con un esito genocidario, giungendo sino alla più scottante nostra attualità, costituisce un unicum». Robiati Bendaud conclude sostenendo che «l’antiebraismo sia stato il veicolo e l’archetipo per l’antiarmenismo in Europa». Si tratta di una lettura che trova conferma nel fondamentalismo islamico che mette nel mirino sia gli armeni sia gli ebrei. Come scrive Antonia Arslan nella postfazione: «Noi abbiamo visto, ora per ora, giorno per giorno, la rovina e la resistenza eroica! dell’Artsakh armeno, nel silenzio del mondo, distratto da altro. Noi abbiamo visto i fatti tremendi del 7 ottobre».

Anche per questo oggi è importante perpetrare la memoria del genocidio armeno e, al tempo stesso, rivendicare il corretto uso delle parole quando ci si riferisce alla storia. Non mancano d’altro canto numerose opere che indagano a fondo quanto avvenuto 110 anni fa, dai libri di Marcello Flores agli studi di Aldo Ferrari, fino a Metz Yeghérn. Breve storia del genocidio degli armeni di Claude Mutafian e a Il genocidio armeno. Una storia lunga un secolo di Omar Viganò.

Non c’è però opera più significativa del Viaggio in Armenia di Osip Mandel’tam il cui incipit trasmette la spiritualità di una terra che non meritava di subire ciò che ha vissuto il suo popolo: «Sull’isola io ho vissuto un mese, godendo dell’immobilità dell’acqua lacustre a un’altezza di quattromila piedi e avvezzandomi alla contemplazione di due o tre decine di tombe disseminate alla maniera di aiuole tra le residenze monastiche ringiovanite dai restauri

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RASSEGNA STAMPA. 23, 24 e 25 aprile 2025 – Memoria del Popolo Armeno

Cagliari, a Palazzo Siotto al via Racconti d’Armenia (Mediterranews)

La cerimonia in ricordo del genocidio del popolo armeno (Italpress 23.04.25)

L’iniziativa si svolgerà nella Fondazione Siotto da domani al 26 aprile, nell’ambito della “Giornata della Memoria del Genocidio armeno” (Kalatitanomedia 23.04.25)

Racconti d’Armenia, da giovedì nel Palazzo Siotto di Cagliari tre giornate per riscoprire la cultura di un paese dalle radici millenarie (Sardegnaierigoggidomani 23.04.25)

Paci Dalò e Vanelli in concerto per il popolo armeno e la pace (IlrestodelCarlino 23.04.25)

Paci Dalò e Vanelli per non dimenticare il genocidio armeno (Gagarin 23.04.25)

“Solidarietà con la Repubblica d’Armenia” (Comune Torina 23.04.25)

Memoria viva, Zungri ricorda il genocidio del popolo armeno: la bandiera esposta dal palazzo municipale (Ilvibonese)


ARMENIA, CENTEMERO (LEGA): NON DIMENTICARE GENOCIDIO PER EVITARE TRAGEDIA SI RIPETA (9Colonne 24.04.25)

Il filo di sangue tra Armenia e Siria: nel ricordo del primo genocidio del ‘900 (Spondasud 24.04.25)

Armenia: Sensi (Pd), ‘ogni sforzo per verità negata su genocidio’ (Adnkronos 24.04.25)

Il Genocidio armeno: cause, prove storiche e negazionismo turco (Spondasud 24.04.25)

Centodieci anni fa il genocidio armeno: oggi quella memoria è più viva che mai (IlFattoQuotidiano 24.04.25)

Erevan, celebrato il Giorno della Memoria del Genocidio armeno (Ansa 24.04.25)

Il cinema come memoria storica: raccontare il genocidio armeno sul grande schermo (Torino Cronaca 24.04.25)

Un videoreportage e un libro per ricordare il Genocidio armeno (GliStatiGenerali 24.04.25)

Komitas, la voce silenziosa dell’Armenia sopravvissuta all’orrore ma distrutta dal dolore (Torino Cronaca 24.04.25)

Il “Grande Crimine”: il genocidio degli armeni, 110 anni dopo (Insideover 24.04.25)

Il genocidio armeno nel racconto del prof. Aldo Ferrari (Korazym 24.04.25)

Erevan, celebrato il Giorno della Memoria del Genocidio armeno (IlNordEst 24.04.25)

Genocidio armeno, 24 aprile di 110 anni fa l’inizio dello sterminio di 1,5 milioni di persone, Salvini: “Ferita della storia” (Informazione 24.04.25)

Aurora Mardiganian: la ragazza che raccontò il genocidio armeno al cinema (Spondasud 24.04.25)


La comunità armena celebra la memoria dei Martiri del Genocidio e ricorda Papa Francesco (Buonsera24 25.04.25)A 110 anni dal genocidio armeno: «Purtroppo è un termine che siamo costretti ancora ad usare»

A 110 anni dal genocidio armeno: «Purtroppo è un termine che siamo costretti ancora ad usare» (Padovoggi 25.04.25)

Maino (Lega-LV): “La voce del Veneto all’incontro con Antonia Arslan. La memoria è il fondamento della verità storica”

 

Il genocidio armeno: 110 anni di memoria, negazione, giustizia e indifferenza (Torino Cronaca 24.04.25)

Prima del 24 aprile 1915, nell’ex Impero Ottomano si trovavano 2,925 cittadine e villaggi abitati dai vicini armeni. Dopo il 24 aprile il numero si è ridotto tragicamente sotto l’ombra dell’indifferenza mondiale. A distanza di 110 anni, il genocidio degli armeni è ancora una ferita aperta e un dibattito sugli atti premeditati di un paese che continua a negare i fatti, nonostante le prove e le testimonianze di sopravvissuti che nemmeno l’Intelligenza Artificiale può contraffare.

La cosa più scioccante? Nel 2025, in Italia, l’insegnamento del genocidio armeno nelle scuole non è uniformemente integrato nei programmi scolastici nazionali e al mondo solo Germania, Francia e Stati Uniti hanno iniziato da meno di dieci anni a integrare l’argomento nell’educazione, sia scolastica che universitaria. Ma cos’è stato il genocidio armeno? Perché a 110 anni le diaspore armene mondiali continuano a parlarne? E soprattutto, perché la Turchia continua a negarlo? Partiamo dalla prima domanda.

Foto di Armin T. Wegner

Cos’è stato il Genocidio Armeno?

C’è un punto da chiarire: come lo è stato per l’Olocausto, il genocidio degli armeni non aveva coinvolto solo gli abitanti del paese caucasico ma anche curdi, greci e assiri (che si intenderebbe per siriaci o caldei). Com’è nato? Certamente c’è stata una premeditazione: nell’Impero Ottomano, al tempo della Grande Guerra, erano arrivati al potere i Giovani Turchi guidati da Talaat Pasha, l’ideatore numero uno, seguito dal fratello Enver, co-ideatore della politica di pulizia etnica e da Djemal, che supervisionò le deportazioni nel deserto siriano. Durante il primo anno di guerra, i Giovani Turchi avevano intenzione di espandersi e in alcune occasioni sono andati contro l’esercito inglese e russo, e in entrambi i casi sono stati sconfitti in maniere umilianti e per non perdere la fiducia del popolo, dovevano trovare un capro espiatorio a cui dare tutte le colpe, e gli armeni sono stati il bersaglio perfetto.

Non solo armeni, ma anche cristiani, che, secondo Pasha, non sarebbero mai entrati in armonia con i turchi e con le loro politiche. E da qui, parte il piano sistematico e accuratamente orchestrato: già negli anni precedenti alla guerra, il governo aveva effettuato censimenti dettagliati delle popolazioni armene, identificando villaggi, parrocchie, scuole e centri culturali. Allo scoppio della guerra, i soldati armeni arruolati nell’esercito ottomano furono disarmati, isolati e successivamente impiegati in battaglioni di lavoro forzato, dove furono sistematicamente eliminati, mentre i media come i giornali furono controllati e utilizzati per dipingere gli armeni come una “quinta colonna” al servizio della Russia, per giustificare l’imminente repressione.

E poi arriva il 24 aprile 1915, dove 200 persone tra intellettuali, leader religiosi, scrittori, giornalisti e politici armeni furono arrestati a Costantinopoli e deportati nell’interno dell’Anatolia, dove la maggior parte fu giustiziata. E la situazione, da quel giorno, degenera: sotto l’apparente legalità della Legge sulla Deportazione (Tehcir Kanunu), le popolazioni armene furono obbligate a lasciare le loro case con poco preavviso e dovettero marciare per centinaia di chilometri verso il deserto siriano, in condizioni disumane. Le “marce della morte” furono teatro di violenze, stupri, massacri e fame. Le colonne di deportati erano spesso attaccate da milizie locali, bande criminali o dai gendarmi stessi, incaricati in realtà di sterminarli lungo il percorso.

sopravvissuti alle marce venivano concentrati in veri e propri campi di sterminio improvvisati, soprattutto nell’area di Deir ez-Zor, nel deserto siriano, campo che oggi non esiste più ma che molti visitano in ricordo dei fatti accaduti. In questi luoghi, privati di acqua, cibo e ripari, morirono decine di migliaia di armeni. Molti furono uccisi direttamente, altri lasciati morire di stenti. I beni degli armeni – case, terre, botteghe, chiese – furono confiscati dallo Stato o redistribuiti a cittadini turchi o musulmani, spesso con atti formali di esproprio. I bambini sopravvissuti furono spesso islamizzati a forzaaffidati a famiglie musulmane per cancellare la loro identità.

 

 

E per le donne la sorte è stata niente meno che atroce: durante le deportazioni, migliaia di donne e ragazze venivano rapite lungo le carovane, spesso da miliziani o bande paramilitari che collaboravano con il governo ottomano. Venivano vendute, scambiate come schiave, o “prese” come concubine. Alcune furono cedute come “spose di guerra” a famiglie musulmane per islamizzarle e cancellarne l’identità. I bambini che portavano in grembo venivano spesso uccisi o strappati loro alla nascita. Donne incinte venivano brutalmente uccise, persino squarciate nel ventre, come riportano vari testimoni occidentali. C’erano episodi di mutilazioni genitaliimpiccagioni di donne nude nei mercati dei villaggi, marchiature a fuoco sul corpo. Le più anziane spesso venivano lasciate morire di fame o gettate in burroni, mentre le giovani venivano tenute come oggetti sessuali o schiavizzate.

Il tutto sotto gli occhi di fotografi e giornalisti che, vedendo gli atti di crudeltà subiti, hanno scattato delle foto che ancora oggi vengono ritenute false dal governo turco: donne crocifisse perché cristiane, uomini impiccati o decapitati, bambini con sguardi persi e corpi scheletrici. Foto nascoste per tanto tempo per paura di essere censurati, com’è stato per il fotografo tedesco Armin T. Wegner, autore delle foto principali del genocidio.

Lo sterminio andò avanti fino al 1917 ma non finì come per la Shoah, con l’abbandono dei nazisti dei campi di concentramenti e con le liberazioni da parte degli eserciti alleati, ma finì gradualmente per una serie di fattori storici e geopolitici legati alla caduta dell’Impero Ottomano e al mutare degli equilibri internazionali alla fine della Prima guerra mondiale fino alle fughe dei Pasha in Germania. Tra il 1915 e il 1917, un milione e mezzo di armeni è stato sterminato.

Perché si continua a parlarne a 110 anni di distanza?

Per rispondere a questa domanda è doveroso riportare una frase: chi parla ancora oggi del genocidio degli armeni?”. Prima di rivelare colui che disse questa frase, è doveroso riflettere su questa domanda retorica e darne una risposta. Chi parla ancora oggi degli armeni? Di quello che hanno vissuto, della separazione forzata delle loro famiglie, della cancellazione della loro cultura, della loro stessa identità? Chi ne parla se non coloro che ne hanno scritto libriscattato fotocreato film muti (come ha fatto Aurora Mardiganian, celebre attrice e autrice di “Ravished Armenia” da cui è stato tratto il film) e cantato canzoni? I discendenti di coloro che sono sopravvissuti, coloro che sono scappati per la paura, quelli che si ricordano vagamente di quello che è stato.

Aurora Mardiganian

Ne parlano gli stranieri che si appassionano alla storia di un paese che c’è stato fin dal diluvio universale, il primo paese al mondo ad aver accettato il cristianesimo come religione ufficiale. Un paese che ha contribuito alla scienza e alla cultura e che continua a combattere contro i paesi che la vogliono estinta dalla faccia della terra.

Chi parla ancora oggi del genocidio armeno? I nipoti, i pronipoti e i discendenti che ogni giorno sentono il peso di tramandare con le loro voci le testimonianze dei loro avi, e di coloro che non hanno potuto raccontare la loro storia, sotto l’indifferenza del mondo, che distoglie lo sguardo e fa finta di non sentire.

“Chi parla ancora oggi del genocidio degli armeni?”. Se lo era chiesto Adolf Hitler.

 

 

Perché la Turchia continua a negarlo ancora oggi?

Questa è una di quelle domande a cui solo Dio potrà dare una risposta. Non è facile pensare ad una risposta concreta e che dia un senso alla premeditazione omicida che ancora non ha portato pace al popolo armeno globale. Diaspore da tutto il mondo, con protestepetizioni e lettere ai capi di stato, persino politici sollevano da più di un secolo la questione della negazione da parte della Turchia di riconoscere gli atti del 1915.

Il presidente turco Erdogan, fin dall’inizio del suo mandato, aveva rilasciato delle sconcertanti dichiarazioni sulle richieste da parte anche dell‘UE di riconoscere il genocidio, definendolo una “conseguenza tragica della guerra” e mai un “genocidio”. E pensare che la stessa parola ‘genocidio’ è stata cognata nel 1944 da Raphael Lemkingiurista polacco ebreo per designare lo sterminio degli armeni perpetrato dall’impero ottomano. Due più due fa quattro.

Raphael Lemkin

110 anni dopo. Che cosa si può fare oggi?

Il genocidio degli armeni è stata uno degli stermini di massa più riusciti del XX secolo. Un piano orchestrato alla perfezione che ha dato ai turchi la chance di negare ciò che è stato. Cosa si può fare oggi per non continuare su questa linea? Canali Youtube, libri, film, canzoni, le stesse persone, che siano armene totalmente, o per metà o di discendenza, sono piccole sfumature di un quadro più grande e più doloroso che deve essere conosciuto e affrontato.

È quindi un dovere, sia degli armeni che vivono oggi, che i non di ricordare, di ascoltare, di conoscere, di vedere. Non è una semplice lezione di storia, ma è una graffetta su un capitolo dell’esistenza umana che rimane fisso con la coda dell’occhio.

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“ACCADDE OGGI”. 24 aprile 1915 – Inizia il genocidio armeno: un milione e mezzo di vite spezzate (Binews 24.04.25)

Era il 24 aprile 1915 quando a Costantinopoli – l’attuale Istanbul – il governo dell’Impero Ottomano ordinò l’arresto di oltre 200 intellettuali, scrittori, giornalisti, religiosi e uomini politici armeni. Fu l’inizio di una delle più tragiche e dimenticate stragi del XX secolo: il genocidio armeno.

Quel giorno è considerato l’inizio ufficiale del massacro sistematico del popolo armeno. Nei mesi e negli anni successivi, l’orrore avrebbe assunto proporzioni immani: circa 1,5 milioni di armeni vennero sterminati attraverso deportazioni forzate, marce della morte nel deserto siriano, esecuzioni sommarie, fame e malattie.

Dietro il genocidio c’era la volontà del governo dei Giovani Turchi di “purificare” l’Impero Ottomano da tutte le minoranze non musulmane. Gli armeni, cristiani e storicamente stanziati nelle regioni orientali dell’impero, furono accusati di collusione con il nemico russo nel contesto della Prima Guerra Mondiale.

Il genocidio armeno è stato per decenni negato ufficialmente dalla Turchia, e solo una parte della comunità internazionale lo ha riconosciuto formalmente. Tuttavia, storici, studiosi e numerosi Paesi lo considerano unanimemente come il primo genocidio del Novecento, ispiratore – secondo alcuni – anche delle successive atrocità naziste.

Ogni 24 aprile, la diaspora armena in tutto il mondo si raccoglie per ricordare e chiedere giustizia. A Yerevan, capitale dell’Armenia, migliaia di persone si recano in pellegrinaggio al memoriale del genocidio sul colle Tsitsernakaberd, portando fiori e mantenendo viva la memoria di una tragedia troppo a lungo ignorata.

Ricordare il genocidio armeno non è solo un dovere della storia, ma un impegno per il futuro, affinché l’umanità non ripeta gli stessi orrori.

Zabel Yesayan: la voce che non si è piegata durante il genocidio armeno (Torino Cronaca 24.04.25)

Esisteva una lista di persone, più di 200, che il 24 aprile 1915 avrebbero visto la loro libertà svanire, ma ci sono storie che oggi possono essere ancora raccontate, non solo per sensibilizzare la società mondiale sul genocidio armeno, che oggi, 24 aprile 2025, si commemora. La storia di Zabel Yesayan è un esempio lampante di ciò.

Una breve biografia

Zabel Yesayan, née Hovhannessian è nata il 4 febbraio 1878 a Uskudar (Scutari), in prossimità di Costantinopoli, oggi conosciuta come Istanbul. Nel 1895, all’età di 17 anni, si trasferisce a Parigi per studiare letteratura e filosofia alla Sorbona, un raro caso di accessibilità per una donna all’istruzione universitaria del tempo e alla costruzione di una prolifica carriera da scrittrice e giornalista, ispirata anche al Romanticismo francese. Sempre durante gli studi, conosce e sposa Dikran Yesayan con il quale avrà due figli, Sophie e Hrant. Ritorna poi nell’odierna Turchia nel 1908 per continuare il suo lavoro e aiutare la comunità armena e in particolare le donne.

 

 

Nel 1909 viene inviata a Cilicia dal Patriarcato di Costantinopoli per assistere e aiutare gli sfollati sopravvissuti al massacro di Adana. Racconterà poi la sua testimonianza nel libro “Tra le rovine”, ed è proprio questo che la pone nella lista di quei intellettuali, artisti, scrittori e musicisti che il 24 aprile 1915 verranno assassinati dall’Impero Ottomano per il fatto di essere armeni e cristiani. Ma quel destino non si sarebbe avverato per Zabel: lei, l’unica donna di quella lista, riuscì a fuggire dall’Impero Ottomano e andare prima in Bulgaria, poi in Georgia e infine in Azerbaijan dove inizierà un altro lavoro, quello di attivista, per aiutare coloro che, come lei, sono riusciti a scappare lo sterminio premeditato dei Giovani Turchi.

Raccoglierà intere testimonianze e pubblicherà in seguito una di queste, quella di Sepastatsi Murad (Khrimian), politico e soldato che andrà contro i Turchi con la forza e le armi. Nel 1918 viaggia nel Medio Oriente per aiutare i sopravvissuti a trovare una nuova casa e anni dopo, nel 1934 si trasferisce a Yerevan, la capitale armena, con la famiglia dove insegnerà letteratura francese e armena all’Università Statale e continuerà a scrivere e sarà una sostenitrice del partito comunista sovietico.

Ma nonostante il suo supporto dichiarato sia su carta che a voce, verrà condannata di nazionalismo” durante le Grandi Purghe e verrà arrestata nel 1937. La sua morte è ancora avvolta nel mistero: c’è chi dice che è morta a Yerevan nel ’37 secondo l’Enciclopedia letteraria concisa sovietica che la Grande enciclopedia sovietica (1972), mentre altri ipotizzano che sia morta in esilio in Siberia nel 1943 e ad oggi, quest’ultima ipotesi è la più accettata.

 

 

Un esempio per le donne di oggi

Perché oggi, nella 110° commemorazione del genocidio armeno conoscere storie come quella di Zabel è importante? Perché Zabel Yesayan sfidò tutte le regole del suo tempo: viaggiava da sola, scriveva di politica, denunciava l’oppressione sia etnica che di genere. In un impero che imponeva silenzi, lei sceglieva la parola. In un mondo che voleva la sua sottomissione, lei si affermava con la forza della mente.

Combatté su due fronti: come armena e come donna. In un’epoca dominata da uomini, fu ascoltata e letta; in un’epoca di guerra, offrì rifugio e racconti; in un’epoca di negazioni, portò verità. Ma pagò caro quel coraggio e nonostante questo non smise mai di affermare quella verità che la Turchia ad oggi cerca invano di negare.

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Dall’Armenia al mondo: i volti celebri di una diaspora straordinaria (Torino Cronaca 23.04.25)

Gli armeni, popolo quasi sconosciuto di cui non si conosce molto se non qualche estratto del genocidio che 110 anni fa, ha visto lo sterminio di 1 milione e mezzo di persone da parte dell’Impero Ottomano (che, a differenza degli altri persecutori, i turchi non hanno mai riconosciuto nemmeno per sbaglio le azioni dei loro avi). Eppure di armeni ce ne sono e anche di famosi, alcuni dei quali sono conosciuti e amati globalmente. Rimarreste anche voi a bocca aperta se sapeste che alcuni dei personaggi più conosciuti di Hollywood e non presenta sangue armeno. Tra cui, giusto per citarne qualcuno…

CHER, née Cheryl Sarkisian

Una delle artiste più iconiche al mondo, Cher è cantanteattrice e icona di stile. Nata in California da madre irlandese e padre armeno, vincitrice di un Premio Oscar come miglior attrice per Stregata dalla luna (1987) e ha una carriera lunghissima e multiforme. La sua origine armena è parte orgogliosa della sua identità, anche se raramente al centro della narrazione pubblica.

 

 

ANDY SERKIS

Il celebre interprete di Gollum (Il Signore degli Anelli) e Caesar (Il pianeta delle scimmie), ha rivelato di avere sangue armeno e iraqueno dalla parte paterna, il suo nome infatti è una variazione del cognome armeno ‘Sarkisian’ (e no, non è parente lontano di Cher), mentre la madre è iraquena e inglese. Sebbene nato a Londra, Serkis ha espresso interesse per le sue radici e per le cause legate all’Armenia e all’Iraq, dove ha vissuto per alcuni anni da bambino.

JOE MANGANIELLO

Attore conosciuto per la sua performance in Magic Mike, Joe sapeva già di essere in parte armeno da parte materna ma solamente nel 2023, durante una puntata della serie “Finding Your Roots” ha scoperto che la bisnonna, Terviz “Rose” Darakjian, sopravvissuta al genocidio (dove ha visto il marito e sette degli otto figlio assassinati), è stata messa incinta da un soldato tedesco in un campo di sopravvissuti. La bambina nata dai due sarebbe poi diventata la nonna di Joe. L’attore da quell’episodio ha espresso pubblicamente il suo amore per il paese d’origine della bisnonna visitandola e tatuandosi sul braccio la parola ‘angelo’ in armeno.

COSMO JARVIS, née Harrison Cosmo Krikoryan Jarvis

Attore, musicista e regista anglo-americano, è nato nel 1989 a Ridgewood, New Jersey, da madre armena-americana e padre inglese. Il suo secondo nome, Krikoryan, è un chiaro omaggio alle sue radici armene. L’attore, conosciuto dal pubblico nell’acclamata miniserie “Shogun”, aveva parlato di come l’armeno risuonava tra le mura di casa da ragazzino, anche se non ha mai imparato la lingua. Non essendo un ammiratore del vittimismo della “sindrome del sopravvissuto”, ha sempre trovato la questione della continua negazione del genocidio armeno da parte della Turchia “affascinante“.

 

 

ANGELA SARAFYAN

Nata nella capitale armena Yerevan e cresciuta negli Stati Uniti, è nota per il suo ruolo di Clementine Pennyfeather nella serie Westworld. Il suo volto magnetico, i suoi occhi blu e la sua recitazione intensa le hanno aperto le porte di Hollywood. Ha recitato anche in The Promise (2016), film dedicato al genocidio armeno, onorando la sua famiglia e la storia del suo paese.

CHARLES AZNAVOUR

Considerato uno dei più grandi chansonnier di tutti i tempi, Charles Aznavour è una vera e propria leggenda della musica francese e mondiale. Nato a Parigi nel 1924 da genitori armeni fuggiti dal genocidio, ha sempre portato con sé l’orgoglio delle sue radici, diventando un simbolo della diaspora armena soprattutto in Francia. Autore, cantante, attore e ambasciatore umanitario, Aznavour ha scritto oltre 1.200 canzoni, venduto più di 100 milioni di dischi in 80 paesi e recitato in decine di film.

La sua voce inconfondibile e la capacità di raccontare l’amore, la nostalgia e la solitudine con rara profondità lo hanno reso immortale. Oltre alla musica, ha avuto un ruolo chiave nella promozione della causa armena nel mondo, diventando ambasciatore dell’Armenia in Svizzera e presso l’ONU. Nel 2004 fu nominato “Eroe nazionale dell’Armenia”, massimo riconoscimento del Paese. Aznavour è scomparso nel 2018, ma il suo lascito artistico e umano continua a ispirare intere generazioni.

LA FAMIGLIA KARDASHIAN

Anche se non sono la miglior rappresentazione del popolo armeno, la famiglia Kardashian (e in particolare Kim, Khloé, Kourtney e Rob) rientrano nella comunità armeno-americana. Il padre delle tre sorelle, il famoso Robert Kardashian, anche conosciuto per essere stato l’avvocato di O.J. Simpson, è di origini armene e anche orgoglioso delle sue origini. Nell’aprile 2015, in occasione della 100° commemorazione del genocidio, le sorelle si sono recate per la prima volta in Armenia per visitarla e onorare le vittime. Dopo quella prima visita, le protagonista del noto reality show sono tornate nel corso degli anni per approfondire le loro radici.

SYSTEM OF A DOWN

La famosa band heavy metal premiata ai Grammy non ha mai nascosto l’orgoglio per le loro radici, partendo dal frontman Serj Tankian. Quello che li rende una rappresentazione degna dell’orgoglio armeno è il fatto che tutti i componenti (Tankian, Daron Malakian, Shavo Odadjian e John Dolmayan) sono tutti discendenti di sopravvissuti al genocidio e nel 2015 avevano avviato il “Wake Up the Souls” Tour per onorare la memoria e la storia delle loro famiglie.

Tankian in particolare si è preso l’incarico di condividere più volte la storia del genocidio e non solo nella sua musica metal ma anche nel suo memoir, Down With The System: A Memoir (of Sorts)Il suo attivismo è una delle ragioni per cui la comunità armena mondiale lo vede come uno dei rappresentanti maggiori degli armeni.

 

 

ROSA LINN, ROZA KOSTANDYAN

Una delle voci emergenti più promettenti della scena musicale internazionale e uno dei volti più freschi della nuova generazione armena. Classe 2000, originaria di Vanadzor, ha rappresentato l’Armenia all’Eurovision Song Contest 2022 di Torino con il brano Snap, inizialmente passato quasi inosservato nella competizione, ma divenuto poi un successo globale grazie a TikTok. Il singolo ha scalato le classifiche in tutto il mondo, entrando anche nella Billboard Hot 100 negli Stati Uniti — un risultato storico per un’artista armena.

Con il suo stile pop-folk e una voce intima e malinconica, Rosa Linn ha conquistato milioni di ascoltatori, facendosi portavoce dell’Armenia sulle scene musicali internazionali. Il suo successo segna una nuova era per la musica armena nel mondo.

 

 

E in Italia ci sono armeni famosi?

Ma naturalmente, e alcuni di questi non ci si aspettava nemmeno, come…

PAOLO KESSISOGLU

Metà del duo iconico italiano Luca e Paolo, è uno dei volti più amati della televisione italiana. Di origini armene da parte paterna (il cui cognome originale era Keshishian, poi trasformato in Keşişoğlu per scampare al genocidio) Paolo ha spesso parlato con orgoglio della sua eredità familiare. Nonostante il suo campo principale sia la comicità, ha anche interpretato ruoli drammatici e partecipato a progetti sociali e culturali.

LAURA EFRIKIAN

Nata a Treviso da padre armeno, Laura è stata una delle attrici più popolari del cinema sentimentale italiano, nonché ex moglie di Gianni Morandi. Conosciuta per i suoi ruoli romantici e la presenza in film musicali, ha rappresentato un ponte tra cultura pop e tradizione armena, anche attraverso la sua eleganza e sobrietà. Nel 2021 ha anche pubblicato il libro “Ephrikian. Una famiglia armena” che racconta il passato sofferto della sua famiglia, partendo dalla travagliata storia d’amore dei nonni Akop e Laura.

GIORGIO PETROSYAN

Nato in Armenia e cresciuto in Italia, è considerato uno dei più forti kickboxer al mondo. Conosciuto come “The Doctor”, è diventato una leggenda grazie al suo stile impeccabile, alla tecnica e alla mentalità vincente. Un simbolo della diaspora armena capace di eccellere nello sport globale.

HENRIKH MKHITARYAN

Uno degli sportivi armeni più noti a livello globale. Nato a Yerevan nel 1989, è un calciatore professionista che ha portato con orgoglio il nome dell’Armenia nei campi da gioco più prestigiosi d’Europa. Centrocampista offensivo dal talento raffinato, Mkhitaryan ha militato in alcuni dei club più importanti al mondo: dallo Shakhtar Donetsk al Borussia Dortmund, passando per il Manchester UnitedArsenalRoma e ora Inter, dove è diventato una pedina chiave.

È anche il primo armeno ad aver giocato e segnato in Premier League. Capitano storico della nazionale armena, è considerato un simbolo sportivo nazionale e un ambasciatore non ufficiale dell’Armenia nel mondo. Fuori dal campo, è noto per il suo impegno umanitario e per la promozione della cultura e dei diritti civili nel suo Paese.

 

ANTONIA ARSLAN

Discendente di una famiglia armena fuggita al genocidio, Arslan è autrice del celebre romanzo “La masseria delle allodole”, che racconta proprio quella tragedia storica. Il libro ha avuto un enorme successo anche grazie al film dei fratelli Taviani tratto dal romanzo. È considerata una delle voci più importanti nella divulgazione della storia armena nel nostro Paese. Il suo romanzo, nel 2007 è stato poi adattato nell’omonimo film con Paz Vega e Alessandro Preziosi.

Negli ultimi anni, Arslan si è fatta anche portavoce armena dei recenti conflitti tra l’Armenia e l’Azerbaijan, dando interviste e scrivendo nuove opere su questo argomento, ancora sconosciuto alle menti europee.

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Armenia, migrazione e speranze (Osservatorio Balcani e Caucaso 23.04.25)

Andranik voleva venire in Italia ma poi è finito in Belgio, Mariam invece voleva andare in Francia e dopo varie peregrinazioni ci è riuscita. Due storie di migranti che hanno lasciato anni fa l’Armenia in cerca di migliori condizioni di vita

23/04/2025 –  Armine Avetisyan Yerevan

Il desiderio unisce sempre dolore e attesa. In tutto il mondo, centinaia di famiglie affrontano ogni giorno il destino della separazione, alla ricerca di nuove opportunità in un paese dove i sogni, e soprattutto la libertà, sono più vicini.

La migrazione non solo infrange i confini, ma anche le relazioni umane, le culture e le vite. Ma l’aspetto più cupo è l’incertezza che spinge una persona a lasciare la propria patria, senza la certezza di tornare.

La storia di Andranik: da Gyumri a Bruxelles

Andranik aveva 23 anni quando ha deciso che doveva cambiare completamente vita. Nato a Gyumri, la seconda città più grande dell’Armenia, si è laureato all’Università di Economia e ha ricevuto una buona istruzione. Aveva fatto qualche progresso nel mercato del lavoro armeno, ma un giorno ha deciso di lasciare il paese.

“Avevo amici che vivevano all’estero, spesso ci sentivamo in videochiamata e mi raccontavano dei loro successi, di quanti soldi guadagnavano. Io raccontavo loro della mia vita, che in confronto, mi sembrava noiosa, poco interessante. Ho deciso che avrei dovuto sistemarmi in Italia. In seguito, però, i miei obiettivi e i miei progetti sono cambiati.”

Sono passati dieci anni da quando Andranik ha iniziato a prendere iniziative concrete per partire. Un amico che viveva in Italia gli ha raccontato come fosse arrivato in Europa. Andranik racconta che il viaggio del suo amico gli ricordava un film, pieno di transazioni false e percorsi difficili. “Era spaventoso, ma il desiderio di raggiungere l’obiettivo superava la paura.”

“Ho provato diverse volte a ottenere un visto, ma senza successo. Ho pagato una grossa somma di denaro ad un’azienda, sperando che potessero organizzare il mio trasferimento, ma niente ha funzionato. Ho passato quasi un anno a cercare di raggiungere l’Italia. Alla fine, quando sono rimasto deluso e ho deciso di rimanere qui, un mio amico a Bruxelles mi ha aiutato.”

Invece che in Italia, Andranik si è ritrovato in Belgio, un paese dove non aveva idea delle difficoltà che lo attendevano. Un suo amico che viveva lì gli aveva detto che l’inizio sarebbe stato difficile, ma che le cose sarebbero migliorate in seguito.

Tuttavia, la vita che aveva immaginato non si è materializzata. A Bruxelles, da immigrato che non è riuscito a trovare lavoro per lungo tempo a causa della mancanza di documenti.

“Avevo una laurea magistrale in economia, ma ho imparato a riparare auto. All’inizio non sapevo molto di quel lavoro. Ero pagato pochissimo e lavoravo costantemente con la paura nel cuore, temendo i controlli della polizia. Se mi avessero trovato, mi avrebbero rimandato indietro. E non potevo tornare, perché in quel momento avevo gravi problemi economici.”

Da due anni, Andranik ha tutti i requisiti legali per vivere in Belgio, lavora come camionista e sua moglie lavora come donna delle pulizie per una famiglia locale. Ripensandoci, dice che se fosse stato più saggio dieci anni fa, non sarebbe mai venuto in Europa.

“Ho investito i migliori anni della mia vita e tutte le mie risorse economiche per arrivare in Belgio. Sarebbe stato meglio spendere quei soldi per la mia istruzione, avrei migliorato le mie competenze professionali e avrei trovato un buon lavoro nel mio paese d’origine. Ora posso essere felice di essere in regola coi documenti, ed essere un residente regolare in Belgio.”

Per raggiungere il Belgio ha speso circa cinquemila euro, la maggior parte dei quali presi in prestito da amici e parenti.

La storia di Mariam: da Yerevan a Parigi

Mariam (nome di fantasia) aveva 29 anni quando ha deciso di cambiare vita. Nata a Yerevan, si era laureata in inglese alla facoltà di lingue. Tuttavia, aveva sempre sognato di ricominciare la sua vita a Parigi. In Armenia era una promettente interprete, ma sentiva una mancanza di stabilità e di progresso.

“Ho sempre guardato i miei amici che vivevano in Francia con invidia e ammirazione. Conducevano una vita completamente diversa: cultura, indipendenza e successo. Avevamo la stessa istruzione, ma non riuscivo a raggiungere il loro livello di agiatezza. Ecco perché un giorno ho deciso che dovevo trasferirmi anch’io a Parigi, dove tutto sembrava perfetto.”

Mariam ha iniziato a cercare programmi culturali e formativi che le permettessero di raggiungere legalmente la Francia. Tuttavia, tutte le sue domande sono state respinte. Un’amica che viveva all’estero le ha suggerito un modo per raggiungere l’Europa: ottenere un visto turistico.

“La mia amica era andata in Europa illegalmente, aveva vissuto nella paura durante la fase iniziale e mi aveva sconsigliato l’immigrazione irrregolare. Seguendo il suo consiglio, ho fatto domanda per un visto turistico di breve durata. L’ho ottenuto molto rapidamente perché i miei documenti erano in regola. Sono andata a Parigi come turista e, al ritorno, ho fatto domanda per un altro visto turistico.”

Mariam si è recata a Parigi diverse volte come turista e ha studiato il mercato del lavoro. Alla fine, ha trovato un lavoro lì e ha richiesto la residenza in Francia.

“Vivo da 7 anni a Parigi, la città dei miei sogni. Non mi lamento, ma è un dato di fatto che se fossi rimasta in patria avrei ottenuto maggiore successo. Ora lavoro in una libreria e vivo modestamente con i soldi che guadagno, mentre in Armenia guadagnavo di più e potevo permettermi una vita molto più agiata. Molti mi chiedono perché non torno, ma sono passati anni. Non posso sprecare altri anni per raggiungere una situazione decente lì. È meglio trascorrere quegli anni qui per raggiungere una vita stabile. La migrazione è come una palude: una volta entrati, è molto difficile uscirne”, dice Mariam, aggiungendo di essere soddisfatta del fatto che, a differenza di altri, non vive nella paura.

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