Crimini contro l’umanità: il caso di Aleppo (Arabpress.eu 06.10.16)

Chi non ha visto la distruzione di Aleppo non sa cos’è la rovina. Le esplosioni quotidiane, il sangue raggrumato e mischiato alla polvere sui volti dei passanti e dei residenti. Pietre, uomini e un numero intollerabile di bambini morti che giacciono sotto la polvere come se, oscillando, il ventre della terra li sputasse fuori lì, dove crollano le case.

Chi non conosce il silenzio di Aleppo non sa cos’è l’atrocità. Un silenzio di metallo, che squarcia il muro del suono degli uccelli di acciaio che, librandosi nel vuoto, sputano il loro fuoco sulla storia della città più antica del mondo. Il cuore di Aleppo è coperto da un silenzio che pesa tonnellate, dall’odio cieco di uccelli che beccano le viscere della civiltà e della tragedia. 

Chi non ha visto il dolore di Aleppo non sa cos’è la catastrofe. Da sotto le macerie, dal cuore della tomba, rendetevi conto una volta per tutte, voi assassini criminali, che la mappa incisa sui petti nudi e distrutti, rimane lì, conficcata nella carne, nei geni. Non sarà vostro questo paese, questa non è la vostra sorgente né la vostra acqua, queste non sono le vostre famiglie, le vostre chiavi, qui non c’è la vostra ultima terra, il vostro cimitero. Perfino da morti non vi vogliamo, perfino da perdenti insudiciati nel fango dell’umiliazione, non vi vogliamo con noi. Passerete sulla superficie della storia, un ascesso che il tempo non tarderà ad aprire.

L’espressione “crimine contro l’umanità” è apparsa per la prima volta durante la Prima Guerra Mondiale, a causa del genocidio perpetrato dai turchi nei confronti della popolazione armena nel 1915, quando Russia, Francia e Regno Unito condannarono quel massacro chiamandolo “crimine contro l’umanità e la civiltà”. L’idea di “crimine contro l’umanità” è giunta come risposta alle azioni disumane non legate a errori o ad azioni militari, come ad esempio i crimini di guerra, ma a quelle con lo scopo di uccidere e perseguitare comunità civili che rappresentano un ostacolo per l’autorità; e questo attacco all’umanità può avvenire anche senza prendere la forma di genocidio. Tale concetto ha trovato una migliore definizione nelle parole di André Frossard, giornalista e accademico francese: “[Si commette] un crimine contro l’umanità quando si uccide qualcuno con il pretesto che è nato”. La nascita rimanda a tutto ciò che è naturale nell’essere umano: classe sociale, educazione, religione, etnia, etc.; ciò significa che questi crimini colpiscono l’umanità del singolo e della collettività da cui dipende, privando la vittima della sua dignità e dei suoi diritti e queste sono le motivazioni, non le conseguenze del crimine. Il motivo non è esterno, ma è esso stesso il crimine. Attualmente non esiste una tragedia come quella del popolo siriano. I numeri parlano, le immagini parlano, l’umanità è sorda e le coscienze dormono.

I crimini contro l’umanità continuano a ripetersi dinanzi agli occhi di tutti. Che cos’è che impedisce alla voce del mondo di sollevare la sua protesta? Cosa imbavaglia le bocche di chi difende i diritti degli oppressi? Perché le società civili non si sono mobilitate?

I fatti sono qui sotto gli occhi, a portata di mano. C’è chi tutti i giorni uccide i civili, li assedia e li costringe alla fuga perché non corrispondono alla sua visione di “popolo”. E c’è chi appoggia questa visione e viene a colpire una terra che non è la sua, un popolo che non è il suo. La questione è molto semplice: il crimine contro l’umanità è disgustoso come il silenzio che lo circonda.

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Riccardi: “La guerra in Siria è un crimine, l’Europa si svegli” (La Stampa / Vatican Insider)

In Siria è in corso una guerra che sta producendo infiniti crimini contro l’umanità, per questo l’Europa deve rompere la propria cortina di indifferenza verso un conflitto tanto drammatico e sanguinoso. Non è una questione di partigianerie, di stare con una o con l’altra parte, ma di fermare un meccanismo capace di alimentare violazioni gravissime dei diritti umani e di causare la fuga di milioni di profughi disperati nei Paesi limitrofi. «L’Europa riconosca il dramma siriano e si apre all’accoglienza, i diritti umani non sono privilegi». E’ intorno a questi punti che si sono ritrovati d’accordo diversi fra gli intervenuti alla presentazione della mostra «Nome in codice Caesar – Detenuti siriani vittime di tortura», in corso dal 5 al 9 ottobre al Maxxi di Roma.

 

Si tratta di una documentazione per molti versi eccezionale e di una storia particolare: un fotografo militare siriano, un ufficiale, (il “Caesar” del titolo) ha infatti documentato, su incarico del regime, migliaia di casi di tortura e di morte avvenuti fra il 2011 e il 2013 nei centri detentivi del regime di Damasco; nel frattempo, però, caricava segretamente la documentazione raccolta su chiavette usb e all’inizio del 2014 è riuscito a lasciare il Paese. Il materiale che ha portato con sé, circa 55mila immagini, è stato sottoposto ad analisi da vari organismi internazionali, fra cui Human Rights Watch, che ne hanno nel tempo confermato l’autenticità. La mostra contiene solo una piccola selezione delle fotografie raccolte da «Caesar», e prima di approdare a Roma è stata al Palazzo di Vetro dell’Onu a New York, all’Holocuast Memorial Museum di Washington e al Congresso, alla facoltà di Legge dell’Università di Harvard, al Parlamento Europeo di Strasburgo, alla House of Commons di Westminster, alla Royal Hibernian Academy di Dublino.

 

Nel pomeriggio del 5 ottobre è stata presentata in due diverse conferenze al Maxxi. Sono intervenuti, fra gli altri, Andrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio; padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli; Giancarlo Bosetti, direttore della rivista «Reset»; Stephen J. Rapp, rappresentante degli Stati Uniti in materia di giustizia penale internazionale dal 2009 al 2015; Baykar Silvazliyan, presidente emerito dell’Unione armeni in Italia. Presenti anche rappresentanti delle istituzioni: Pierferdinando Casini, in qualità di presidente della commissione esteri del Senato; Fabrizio Cicchitto, presidente della commissione esteri della Camera; e Luigi Manconi, presidente della Commissione bicamerale per la tutela dei diritti umani del Senato.

 

«Vedere la morte e vedere il dolore – ha affermato Riccardi nel corso del suo intervento – non può lasciare indifferenti. Questi scatti producono uno choc nella nostra coscienza. In Italia, dopo 30 anni di battaglie per la pace, ci troviamo di fronte a una consolidata indifferenza verso la crisi siriana. L’indifferenza del mondo europeo di fronte a questa crisi è la stessa che si vede di fronte ai rifugiati». Ma gli europei, ha aggiunto, non hanno capito questa guerra. Non è facile oggi dire “stiamo da questa parte”, “questi sono i buoni”, come qualche volta è accaduto in passato. «Nel mondo globale si richiede un salto di intelligenza che va oltre le partigianerie». Quella siriana del resto, è una guerra intricata in cui s’intrecciano diverse vicende: ci sono le complicità fra Bashar al Assad e Isis, e le responsabilità nella crisi di Arabia Saudita, Qatar, Turchia, quindi «il rifiuto sistematico di negoziare da parte della Russia nella prima parte del conflitto».

 

«I miei amici cristiani d’oriente – ha aggiunto il fondatore della Comunità di Sant’Egidio – mi dicono che Assad è il male minore, ma questa mostra ci dice che anche Assad è il male». Riccardi ha ricordato che il tessuto della convivenza nel Paese era stato già stato colpito in passato, con le distruzioni di Hama negli anni ’80, poi con l’espulsione della comunità ebraica. «La distruzione di un tessuto umano di convivenza è una cosa che lascia il segno, che si paga» ha aggiunto. «Distruggere Aleppo – ha osservato ancora – è un crimine contro l’umanità, un crimine sono i barili bomba del regime, ma un crimine sono anche i cannoneggiamenti delle forze ribelli sui quartieri occupati dall’esercito di Damasco».

 

Allora, per Riccardi, «quello che si chiede è una presa di coscienza della nostra opinione pubblica, questa guerra è un crimine ed è la madre di altri infiniti crimini, per questo va fermata». «Si è giocato d’azzardo sul tavolo siriano – ha aggiunto – che è stato trasformato nel casinò della politica internazionale», come conseguenza «l’Europa è stata destabilizzata da una manciata di rifugiati che arrivano nella parte orientale del continente».

 

Un ragionamento simile ha svolto Gianfranco Bosetti, per il quale «sicuramente Assad è responsabile di tanti crimini, c’è però anche l’Isis con il massacro della minoranza Yazidi, e di certo sono un crimine i bombardamenti indiscriminati su Aleppo». Fino al dicembre 2015 è documentata la vendita di petrolio dall’Isis ad Assad , ha ricordato il direttore di Reset. Con la guerra siriana, ha spiegato ancora, siamo di fronte «a un labirinto di responsabilità, dove alcune responsabilità coprono quelle di altri e non bisogna lasciarsi ingannare da questo labirinto». «I documenti della mostra – ha poi sottolineato – contengono l’evidenza di quanto è accaduto, la loro stessa raccolta è stata concepita come un repertorio di prove per un futuro processo internazionale il cui modello è quello della ex Jugoslavia», affermazioni pure condivise da Stephen J. Rapp, rappresentante degli Stati Uniti in materia di giustizia penale internazionale dal 2009 al 2015.

Il presidente del Centro Astalli, padre Camillo Ripamonti ha afferamto: «Vedendo questa mostra mi viene in mente un’immagine, quella di Papa Francesco ad Auschwitz che cammina in silenzio». «Dobbiamo parlare della Siria e dell’Europa – ha aggiunto – di come si comporta nei confronti dei profughi che fuggono da quel conflitto; non bisogna dimenticare che 1/3 dei profughi ha subito una qualche forma di tortura».

«Credo che non dobbiamo fermarci solo alle immagini di questa mostra – ha poi detto Ripamonti a Vatican Insider – ma pensare che attualmente ci sono persone che hanno subito questo tipo di tortura e che sono in viaggio per arrivare in Europa, e la nostra politica europea le ha bloccate molto spesso in campi profughi che non permettono loro di arrivare nei Paesi europei. Non facciamo altro che prolungare queste sofferenze e queste torture che loro hanno già subito durante la guerra. Un passo importante è allora quello di cambiare la politica europea, di trasformarla in una politica di accoglienza che riconosce il dramma della guerra siriana e riconosco il dramma di queste persone».

Resta centrale in tutto questo, il nodo delle guerre da cui derivano i problemi di cui stiamo parlando…

«Sì, noi diciamo spesso: bisogna fermare la migrazione dei popoli, ma l’unica migrazione che possiamo fermare veramente è quella legata ai conflitti che sono in atto; una guerra come quella siriana che dura da più di cinque anni ha creato milioni di persone esuli dalla loro casa o dal loro Paese, oltre due milioni sono usciti dalla Siria. Porre uno stop alla guerra significa bloccare questi flussi, ed è questa l’unica migrazione che è possibile davvero fermare, come quella legata all’ingiustizia, cioè alla povertà».

Torna, drammatico, il tema dei diritti umani, un dato che pensavamo acquisito e invece assistiamo a una regressione su questo piano…

«Come Europa stiamo trasformando i diritti in privilegi; così a persone che, come noi, hanno diritto di migrare e a vedere riconosciuti i loro diritti come persone, queste prerogative non vengono più concesse poiché tutto questo lo vediamo ormai come un nostro privilegio e come qualcosa che loro possono sottrarci in termini di stili di vita, di tenore di vita; si tratta però di un meccanismo che alla fine rischia di mettere in discussione il fondamento dei diritti di tutti».

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Nuovo appello del Papa per la pace tra Azerbaijan e Armenia (Corrierequotidiano.it 05.10.16)

Il Pontefice ha ancora una volta auspicato che le questioni aperte possano trovare buone soluzioni e tutte le popolazioni caucasiche vivano nella pace e nel rispetto reciproco”

Nuovo appello del Papa Francesco oggi per un accordo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaijan. Cristiana la prima, che rivendica la sovranita’ sul Nagorno Karabachfatto e islamico il secondo, che ha dalla sua parte il diritto internazionale. Il pontefice nella prima udienza generale seguita alla missione di pace nella regione, ha nuovamente auspicato”che le questioni aperte possano trovare buone soluzioni e tutte le popolazioni caucasiche vivano nella pace e nel rispetto reciproco”.
Raccontando poi i diversi momenti del suo viaggio ai circa 40 mila fedeli presenti oggi in piazza San Pietro, Papa Francesco ha voluto esprimere la sua gratitudine alla due piu’ importanti autorita’ religiose che lo hanno accolto: il Patriarca di tutta la Georgia Ilia II e allo Sceicco dei Musulmani del Caucaso con il quale ha pregato nella mosche di Baku- “Il viaggio – ha spiegato – e’ stato il proseguimento e il completamento di quello effettuato in Armenia, nel mese di giugno. In tal modo ho potuto, grazie a Dio – realizzare il progetto di visitare tutti e tre questi Paesi caucasici, per confermare la Chiesa Cattolica che vive in essi e per incoraggiare il cammino di quelle popolazioni verso la pace e la fraternita’. Lo evidenziavano anche i due motti di quest’ultimo viaggio: per la Georgia ‘Pax vobis’ e per l’Azerbaigian ‘Siamo tutti fratelli. La Chiesa Cattolica – ha poi concluso – e’ chiamata ad essere presente, ad essere vicina, specialmente nel segno della carita’ e della promozione umana; ed essa cerca di farlo in comunione con le altre Chiese e Comunita’ cristiane e in dialogo con le altre comunita’ religiose, nella certezza che Dio e’ Padre di tutti e noi siamo fratelli e sorelle”.

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Armenia, negata estradizione di un programmatore russo negli Usa (Il Velino.it 05.10.16)

Il Tribunale Civile d’Appello dell’Armenia ha respinto una mozione dei pubblici ministeri del paese contro il rilascio del cittadino russo Sergei Mironov, ricercato dalle autorità statunitensi con l’accusa di riciclaggio di denaro e trasferimento illegale di tecnologia. Lo ha detto una fonte del ministero armeno. Mironov, 30 anni, è stato arrestato all’aeroporto di Yerevan il 26 agosto, ma è stato rilasciato il 29 agosto su sentenza di un tribunale distrettuale di Yerevan ed è tornato in Russia il 31 agosto.

Armenia’s Civil Court of Appeal has rejected a motion by the country’s prosecutors against the release of Russian national Sergei Mironov, sought by US authorities on suspicion of money laundering and illegal technology transfer, a source in the Armenian Prosecutor General’s Office said Wednesday. Mironov, 30, was detained in Yerevan airport on August 26, but was released on August 29 on a ruling by a Yerevan district court and returned to Russia on August 31.

La Basilicata tra i Giusti degli Armeni (Corriere della Sera 05.10.16)

«La Basilicata sarà inserita nella lista dei “Giusti”»: l’ha annunciato l’ambasciatrice della Repubblica d’Armenia a Roma, Victoria Bagdassarian, e l’ha riferito nell’aula del consiglio regionale il presidente Franco Mollica. La diplomatica ha inviato una lettera a lui e al consigliere regionale Aurelio Pace (gruppo misto) che ha promosso una mozione, approvata dall’assemblea nella seduta del 27 settembre, con cui è stato «riconosciuto come crimine di genocidio, lo sterminio del popolo armeno nel centenario dello stesso».

Ricordando il Medz Yegbern

Mollica ha quindi letto in aula la lettera: «Desidero ringraziare lei, il promotore della mozione Pace, l’assemblea regionale della Basilicata e la Basilicata tutta per aver reso possibile un’altra vittoria nella lotta, impari e senza fine, al negazionismo. La nostra Ambasciata, a rafforzamento di quanta farà il Consiglio della comunità armena di Roma, trasmetterà la vostra decisione alla direzione del Memoriale del Genocidio della capitale armena Yerevan, affinché la regione Basilicata sia inserita nella lista dei Giusti per la Memoria del Medz Yegbern insieme a tutti gli altri che hanno adottato simili provvedimenti».

La volontà di essere tra i Giusti

Con la mozione, approvata il 27 settembre, il Consiglio regionale si impegnava a «comunicare l’avvenuta approvazione di tale atto al Consiglio per la comunità armena di Roma affinché la trasmetta alla direzione del Memoriale del genocidio della capitale armena Yerevan e il nominativo della Regione Basilicata sia inserito nella lista dei Giusti per la Memoria del Metz Yeghern (il Grande Male) insieme a tutti gli altri che hanno adottato simili risoluzioni».

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Papa: tra Armenia e Azerbaijan negoziato o tribunale dell’Aia (Askanews 03.10.16)

Città del Vaticano, 3 ott. (askanews) – Tra Armenia e Azerbaijan, come tra Georgia e Russia, “l’unico cammino è il dialogo sincero, faccia a faccia, senza accordi sottobanco. Un negoziato sincero”. Così Papa Francesco con i giornalisti sul volo di ritorno da Baku ieri sera. “E se non si può arrivare a questo”, ha proseguito il Pontefice a quanto riportato tra gli altri da Vatican Insider, “bisogna avere il coraggio di andare a un Tribunale internazionale, all’Aia per esempio, e sottomettersi al giudizio internazionale. L’altra via è la guerra. Ma con la guerra si perde tutto!”.

Gli Occhi della Guerra ​premiati dall’Armenia (Il Giornale 03.10.16)

Il reporter Daniele Bellocchio si è recato infatti in Nagorno Karabakh per ricevere la medaglia al valore giornalistico per il suo reportage, pubblicato dalla nostra testata, sul conflitto nella regione caucasica.

A luglio Bellocchio aveva realizzato un servizio, pubblicato in due puntate da Gli Occhi della Guerra, sul conflitto che è tornato a infiammare la terra contesa tra Armenia e Azerbaijan.

Il lavoro (clicca qui per leggerlo) descrive la realtà di chi vive tra le montagne del Caucaso, mettendo a fuoco non solo la situazione geopolitica e militare, ma anche il dramma di intere generazioni che convivono con il conflitto, con la marzialità e con parole di belligeranza sempre più connaturate in una terra orfana di pace.

Il lavoro de Gli Occhi della Guerra è stato premiato per “l’onestà del lavoro giornalistico nel coprire il conflitto in Nagorno Karabakh”, e al termine della cerimonia di premiazione il nostro reporter Daniele Bellocchio ha così parlato: “Sono estremamente emozionato e lusingato di ricevere questo premio, che non è soltanto un riconoscimento personale ma è una medaglia a tutto il gruppo de Gli Occhi della Guerra che crede in un giornalismo da svolgere recandosi nei luoghi dove la terra brucia, per cercare di raccontare in un modo onesto la nostra contemporaneità in tutti i suoi aspetti. Con gli occhi aperti sul presente, anche là dove a volte invece si vorrebbe chiuderli”. Poi in merito alla situazione nella regione contesa ha concluso dicendo: “Il Nagorno Karabakh è una porta tra Oriente e Occidente e come tutte le porte occorre che vengano lasciate aperte e siano strumento di confronto e dialogo. La speranza é che si riesca ad arrivare a una soluzione pacifica nella regione, nel rispetto dei popoli e dei diritti umani”.

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Mkhitaryan fa litigare United e Armenia (Sportal.it 03.10.16)

Henrikh Mkhitaryan fa litigare il Manchester United e l’Armenia.

Dallo staff medico dei ‘Red Devils’ è partita una lettera indirizzata alla FIFA: “Non può giocare in nazionale perché è in convalescenza dopo l’infortunio alla coscia destra”.

L’Armenia se la vedrà contro Romania e Polonia in due gare valide per le qualificazioni ai Mondiali del 2018. Con o senza il centrocampista offensivo ex Borussia Dortmund lo si scoprirà presto.

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Regione Basilicata: Genocidio popolo armeno, approvata mozione Pace

27.09.2016

Il documento impegna il Consiglio “a trasmettere tale atto alla direzione del Memoriale del genocidio della capitale armena Yerevan per inserire il nominativo della Regione Basilicata nella lista dei ‘Giusti’ per la memoria del Metz Yeghern”

(ACR) – Il Consiglio regionale ha approvato all’unanimità una mozione di iniziativa del consigliere regionale Aurelio Pace (Gm) sul centenario del genocidio del popolo armeno.

Con la mozione si impegna il Consiglio regionale a “comunicare l’avvenuta approvazione di tale atto al Consiglio per la comunità armena di Roma affinché la trasmetta alla direzione del Memoriale del genocidio della capitale armena Yerevan ed il nominativo della Regione Basilicata sia inserito nella lista dei ‘Giusti’ per la Memoria del Metz Yeghern (il Grande Male) insieme a tutti gli altri che hanno adottato simili risoluzioni”.

“E’ pervenuta – si legge nel documento – la richiesta del Consiglio per la Comunità armena di Roma per un atto ufficiale di riconoscimento del genocidio del popolo armeno in occasione delle commemorazioni del centenario di tale tragedia. Questo dramma storico è stato riconosciuto come genocidio dalla Sottocommissione per i diritti umani dell’Onu nel 1973 e 1986, dal Parlamento europeo nel 1987, dal Parlamento italiano, da tutti i gruppi parlamentari, in data 17 novembre 2000 e anche dalla stessa Corte marziale ottomana nel 1919. E’ necessario che l’opinione pubblica approfondisca il dramma del popolo armeno affinché tali tragedie della storia siano di monito soprattutto alle giovani generazioni”.

Nella successiva votazione, relativa alla richiesta del consigliere Bradascio di rinviare alla prossima seduta l’esame di una sua mozione sulla maternità surrogata, il presidente Mollica, constatata la mancanza del numero legale (erano presenti al momento del voto i consiglieri Bradascio, Cifarelli, Miranda Castelgrande, Mollica, Napoli, Pace, Robortella e Romaniello) ha dichiarato sciolta la seduta.

Scarica la delibera

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Georgia e Azerbaigian, viaggio ai confini dell’Europa ferita (Vatican Insider 29.09.16)

Quello che il Papa inizia venerdì 30 settembre è un viaggio lampo di tre giorni e due notti nel Caucaso. Francesco visiterà due paesi, Georgia e Azerbaigian, completando il pellegrinaggio iniziato lo scorso giugno in Armenia. Inizialmente il viaggio era stato concepito come un tutt’uno, ma la coincidenza con il concilio panortodosso di Creta aveva obbligato a dividerlo in due, per non intralciare la presenza del Patriarca georgiano Ilia II al grande sinodo: il Vescovo di Roma non avrebbe potuto giungere in un paese di antichissima tradizione cristiana in assenza del capo della Chiesa più importante. La sorte ha poi voluto che Ilia sia stato tra quei patriarchi che, insieme con quello di Mosca Kirill, hanno deciso all’ultimo di non prendere parte all’assise di Creta. Ma ormai il calendario del viaggio papale spezzato in due tronconi era stabilito.

Il viaggio al confine tra l’Europa e l’Asia rientra nella tipologia delle trasferte bergogliane nel Vecchio Continente: Paesi piccoli, ancora feriti da conflitti, dove il Papa spera di incoraggiare percorsi di riconciliazione e di pace. Paesi dove i cattolici sono un «piccolo gregge» ma nei quali convivono con altre confessioni cristiane e con altre religioni. Quello in Georgia e Azerbaigian è – come già lo fu in Turchia – anche un pellegrinaggio che lambisce il dramma dei rifugiati in fuga dall’Isis. Bergoglio condividerà le sofferenze dei cristiani iracheni venerdì sera a Tbilisi nella chiesa assiro-caldea intitolata a Simone bar Sabbae. Come pure la visita lambisce il dramma di altri profughi, costretti a lasciare le zone di confine con la Federazione russa dopo gli scontri che hanno visto i carri armati di Mosca entrare in Georgia nel 2008. Ed è ancora una ferita aperta il conflitto tra Azerbaigian e Armenia per il controllo della regione del Nagorno Karabakh.

«Ho accolto l’invito a visitare questi Paesi – spiegava lo scorso giugno Papa Francesco – per un duplice motivo: da una parte valorizzare le antiche radici cristiane presenti in quelle terre – sempre in spirito di dialogo con le altre religioni e culture – e dall’altra incoraggiare speranze e sentieri di pace. La storia ci insegna che il cammino della pace richiede una grande tenacia e dei continui passi, cominciando da quelli piccoli e man mano facendoli crescere, andando l’uno incontro all’altro. Proprio per questo il mio auspicio è che tutti e ciascuno diano il proprio contributo per la pace e la riconciliazione».

«Direi che è abbastanza facile osservare nel Papa – ha detto il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin – un vivissimo desiderio di essere portatore di pace, ovunque egli vada. In questo senso, anche le situazioni politiche o i piani strategici passano, per così dire, in secondo piano. Nel caso concreto, non penso si possa ipotizzare una facile soluzione di tutte le problematiche che riguardano la regione caucasica. Esse hanno bisogno di sforzo, di volontà politica e di disponibilità al compromesso. Ma Papa Francesco si reca nei Paesi caucasici con grande umiltà, cercando innanzitutto di ascoltare, di capire e, conseguentemente, di incoraggiare ogni iniziativa di dialogo e di apertura verso l’altro».

Già durante l’incontro ecumenico e la preghiera della pace a Yerevan, il 25 giugno 2016, Francesco ha fatto cenno al conflitto nel Nagorno Karabakh auspicando una soluzione pacifica. Il conflitto nell’area si è riacceso in aprile, e i membri del Gruppo di Minsk creato dall’Osce stanno cercando di rilanciare iniziative per un compromesso capace di portare finalmente alla pace. Non va poi dimenticato che Georgia e Azerbaigian, come pure l’Armenia, facevano parte dell’impero sovietico e la Federazione Russa cerca di conservarli nella sua orbita o almeno di impedire che altri li annettano alla propria.

Il viaggio, specie nella sua prima tappa di due giorni in Georgia, ha importanti implicazioni ecumeniche. La Chiesa ortodossa georgiana, con la quale la Santa Sede intrattiene buone relazioni, è tra le poche che non riconoscono la validità del battesimo amministrato dai cattolici. Francesco e Ilia II si abbracceranno, ma non pregheranno insieme. Il Patriarca e Catholicos degli ortodossi georgiani non parteciperà personalmente alla messa celebrata dal Pontefice sabato 1° ottobre, ma ha deciso di inviare una delegazione: un segnale giudicato importante dalla Santa Sede. Non va dimenticato che quello in Georgia è di fatto un viaggio alle radici cristiane dell’Europa: il cristianesimo è stato dichiarato religione di Stato nel 337 d.C. e la Chiesa georgiana si è proclamata autocefala, rendendosi autonoma dal Patriarcato di Antiochia, già nel V secolo.

L’Azerbaigian è un Paese a stragrande maggioranza musulmana (96%), composta per il 63% di sciiti per il 33% sunniti. E attira l’attenzione non soltanto del vicino Iran, ma anche dei Paesi arabi interessati a introdurre la componente fondamentalista dell’islam. Con notevoli sforzi le autorità civili e religiose del Paese hanno tentato in ogni modo di tenere distinto l’assetto statale da quello confessionale, resistendo alle infiltrazioni radicali promosse, per motivi diversi, dai Paesi vicini e correligionari, compresi quelli del Caucaso del nord. La presenza del Papa, che incontrerà i leader delle religioni domenica pomeriggio, sarà dunque di incoraggiamento per questa via di «multiculturalità» e di tolleranza, quotidianamente minacciata in un mondo in subbuglio per quella «terza guerra mondiale a pezzi» nella quale si sta cercando di ammantare di motivazioni religiose interessi economici e politici.

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Azerbaijan: l’autocrazia, prima e dopo il referendum (Osservatorio Balcani e Caucaso 29.09.16)

Il 26 settembre in Azerbaijan una tornata referendaria nella quale sono stati approvati 29 emendamenti costituzionali. E rafforzato il potere dell’attuale élite al potere

29/09/2016 –  Arzu Geybullayeva

Elettore: Mia madre non è venuta a votare, come fa ad esserci qui la sua firma?

Presidente di Commissione: Deve essere passata.

Elettore: No, non l’ha fatto.

Presidente di Commissione: E perché non c’è alcuna firma davanti al suo di nome?

Elettore: Perché sono appena arrivato. Ma perché avete firmato al posto di mia madre?

Presidente di Commissione: Lo spazio di fronte al vostro nome è vuoto. Smetta con le provocazioni!

Elettore: Non sto provocando nessuno. Vi sto solo dicendo che vi è una firma di fronte al nome di mia madre.

Presidente di Commissione: La smetta di provocare!

Questa conversazione ha avuto luogo tra un elettore e il presidente di una commissione elettorale in Azerbaijan lo scorso 26 settembre, in occasione di un referendum indetto per introdurre 29 emendamenti alla costituzione.

Una conversazione che non è un caso isolato. In Azerbaijan i media on-line indipendenti hanno pubblicato numerosi video e registrazioni che documentano frodi, confermate anche dagli osservatorio elettorali.

Mentre la Commissione elettorale centrale non è ancora intervenuta su queste accuse di brogli, il suo presidente, Mazahir Panahov, non ha aspettato molto prima di annunciare i risultati e sancire che l’affluenza ha superato il 60% e l’80% degli elettori si sono dichiarati a favore degli emendamenti alla costituzione proposti.

Il Consiglio Nazionale, raggruppamento di partiti attualmente all’opposizione, ha chiesto che i risultati preliminari venissero dichiarati nulli mentre la Missione di osservazione promossa dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) si è al contrario congratulata con i cittadini dell’Azerbaijan legittimando così il giorno di voto. Nel frattempo il Presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev, intervenuto il giorno successivo al voto per l’inaugurazione dell’ennesimo Centro culturale dedicato alla memoria del padre Haydar Aliyev, ha sottolineato la determinazione del popolo azero nel sostenere le politiche adottate dal governo.

Non è la prima volta che l’opposizione contesta i risultati elettorali e vedremo se la Commissione elettorale centrale darà risposta a tutti i reclami che le sono stati consegnati. In ogni caso si è trattato di una tornata referendaria promossa senza alcun dibattito pubblico e con poche informazioni condivise sulle implicazioni degli emendamenti costituzionali proposti.

I “perdenti”

Un articolo pubblicato su un portale di informazione vicino al governo azero pochi giorni dopo la consultazione referendaria fa chiaramente capire quale sia il clima nel paese. L’autore “indaga” con dovizia le origini di Radio Azadliq, servizio di informazione sull’Azerbaijan realizzato da Radio Free Europe/Radio Liberty ed evidentemente ritenuto colpevole di aver criticato le modalità con cui si è tenuto il referendum.

Secondo l’autore RFE/RL sarebbe in combutta con la CIA il cui unico obiettivo sarebbe quello di rovesciare i governi legittimi. Viene inoltre tirato in ballo l’ex ambasciatore Usa in Azerbaijan Richard Kauzlarich e i suoi contatti con Radio Azadliq. Kauzlarich viene accusato di essere una spia e di essere coinvolto in attività illecite.

“Kauzlarich non è solo un diplomatico dilettante e un politico che non lesina sforzi per danneggiare le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Azerbaijan ma è anche un ‘perdente’ non in grado di nascondere le sue azioni fraudolente. E’ quindi divenuto necessario indagare sulle modalità in cui i ‘volontari’ di Azadliq Radio vengono pagati in Azerbaijan e i dettagli finanziari su questa radio controllata da Praga”.

Lo stesso presidente azero ha, negli stessi giorni, evocato ingerenze straniere: “Non ubbidiremo agli ordini di nessuno e continueremo lungo il nostro sentiero di indipendenza”.

Impegni internazionali

Nessuno si aspetta che l’Azerbaijan debba ubbidire a qualche altro paese ma certo, vi sono molte organizzazioni internazionali di cui l’Azerbaijan fa parte, che si aspettano vengano mantenuti gli impegni presi.

Ad esempio, secondo la Commissione di Venezia, vi è una determinata tempistica da rispettare per quanto riguarda gli emendamenti costituzionali. “Trasparenza, apertura e inclusività, accompagnate da adeguate tempistiche e condizioni che permettano una varietà di punti di vista e un dibattito ampio ed adeguato su questioni controverse, sono accorgimenti chiave per adeguate prese di decisione in campo costituzionale”. Di tutto questo poco si è visto.

Tra la comunicazione della proposta di emendare la costituzione, avvenuta lo scorso 19 luglio, e la tornata referendaria, 26 settembre, sono passati poco più di due mesi, senza considerare il fatto che la Corte costituzionale ha dato il suo via libera agli stessi emendamenti solo 6 giorni dopo che erano stati resi pubblici.

Inoltre, per rendere il tutto ancora più complicato, sulla scheda di voto non vi era alcun riferimento all’articolo costituzionale che si intendeva emendare ma solo il testo dell’emendamento rendendo arduo il collegamento tra quest’ultimo ed il contesto generale.

Il contesto generale

Cosa implicano gli emendamenti adottati? Significano che le prossime elezioni presidenziali non si terranno nel 2018 ma nel 2020 dato che il mandato presidenziale è stato allungato da 5 a 7 anni. Implicano inoltre che il presidente potrà ora sciogliere il parlamento e indire elezioni politiche anticipate. Inoltre ora basterà avere la maggiore età, 18 anni, per essere candidabili al parlamento o per le presidenziali.

In una sua presa di posizione la Commissione di Venezia ha espresso “preoccupazione” sull’estensione del mandato presidenziale definendolo “ingiustificabile”. “Dati i già ampi poteri in mano al presidente, averne aggiunti di altri è in contraddizione con la cultura costituzionale europea. Quest’estensione riduce la sua responsabilità politica e indebolisce il parlamento”, si afferma nella dichiarazione.

In una replica il governo azero ha definito le preoccupazioni della Commissione come condizionate politicamente.

Il post referendum

Una delle principali critiche mosse dai partiti d’opposizione è stata l’approvazione dell’emendamento relativo ai diritti di proprietà: ora i funzionari governativi avranno maggiori libertà nell’espropriare terreni dai privati.

Ma l’opposizione non si è limitata a criticare quest’aspetto. “Chi voterebbe per un emendamento che permette ad una sola persona di sciogliere il parlamento votato dai cittadini?”, si è chiesto il leader del Fronte popolare Ali Karimli. Questi esiti – ha aggiunto Karimli – non sono altro che il risultato di una frode. Altri rappresentanti dell’opposizione hanno sollevato preoccupazioni simili.

Se queste denunce avranno dei riscontri da parte della Commissione elettorale centrale lo sapremo in ottobre. Per ora i cittadini dell’Azerbaijan continuano nelle loro quotidianità in un paese la cui leadership ha consolidato il proprio potere.

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