Quel villaggio di Zanotti Bianco che salvò gli armeni fuggiti alla seconda ondata del genocidio (Corriere della Sera 16.10.16)

Negli ultimi due anni si è parlato molto (e giustamente) del genocidio degli armeni, lo sterminio di 1,5 milioni di persone condotto soprattutto attraverso le marce della morte nel terribile biennio 1915-1916. Lo ha fatto anche papa Francesco attirandosi le proteste del governo turco (leggi l’articolo di Corriere.it sfiorando l’icona blu), che mai ha voluto ammettere le evidenti responsabilità storiche contro quella minoranza cristiana.

La seconda repressione

Dall’ampia discussione è stata finora esclusa la seconda ondata di repressione che avvenne nel biennio 1920-1922 durante la guerra greco-turca. Nelle ultime settimane del conflitto, gli armeni e i greci residenti in Asia Minore cercarono rifugio a un ritmo di 20 mila persone al giorno nella città di Smirne, dove l’esercito per ordine di Mustafà Kemal Ataturk aveva l’ordine di non infierire sulla popolazione civile. Ma il leader della nuova Turchia non aveva ancora il pieno controllo della situazione e le sue disposizioni vennero ignorate. Il comandante delle forze armate del distretto, Nureddin Pascià, diede invece avvio al massacro che provocò una nuova e vasta ondata di esodi verso i Paesi vicini e verso l’Europa.

Emergenza umanitaria nel 1915

Un’emergenza umanitaria in cui l’Italia intervenne, attraverso uno dei suoi esponenti più illuminati: Umberto Zanotti Bianco (1889-1963), l’archeologo e meridionalista piemontese che dopo le vicissitudini della lotta antifascista avrebbe fondato nel 1955 Italia Nostra. Di quell’aspetto poco conosciuto della biografia di Zanotti Bianco e della storia dell’accoglienza italiana oggi si occupa — sul nuovo numero della rivista «Storia urbana», edita da Franco Angeli — il ricercatore dell’università di Bologna Mirko Grasso. Un saggio particolarmente istruttivo (sfiora l’icona blu per leggerne sul sito dell’editore un estratto gratuito) anche alla luce della crisi siriana e dell’emergenza rifugiati che ha investito l’Europa e l’Italia.

Allievo di Fogazzaro e Mazzini

Figlio di un diplomatico e di una nobildonna anglo-svedese, Zanotti Bianco aveva frequentato il liceo a Moncalieri dove si era avvicinato alle idee moderniste e umanitarie rappresentate da Antonio Fogazzaro ne «Il Santo». L’altro suo faro era Giuseppe Mazzini e l’idea di indipendenza delle nazioni. La prima forte esperienza di Zanotti Bianco, prima della laurea in giurisprudenza all’università di Torino, fu la missione a Messina nel 1908 in soccorso delle popolazioni sconvolte dal terremoto. Lì conobbe lo storico Gaetano Salvemini, che aveva avuto la famiglia decimata dal sisma e in quell’ambiente nacque l’idea di costituire l’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia (A.n.i.M.I) che aveva come scopo l’aiuto ai meno abbienti e la promozione dello sviluppo economico.

La fondazione per il Meridione e lo spirito umanitario

Uno spirito umanitario e internazionalista come Zanotti Bianco non poteva non rimanere colpito dalla tragica vicenda del popolo armeno, che in diversi scritti egli paragonò a quello italiano, soprattutto nelle difficili fasi iniziali del Risorgimento. Accanto alla denuncia del genocidio anche in alcuni scritti della sua rivista di geopolitica «La Voce dei Popoli», l’intellettuale piemontese sperò fortemente ma inutilmente che una soluzione al caso armeno venisse dal presidente americano Thomas Woodrow Wilson, fautore dell’indipendenza nazionale. Agli inizi degli anni Venti, erano cominciate ad arrivare in Puglia alcune delle famiglie armene scampate ai massacri di Smirne. Molti profughi erano impiegati nelle manifatture per la produzione di tappeti organizzate a Bari dall’imprenditore Lorenzo Valerio.

In Puglia i profughi scampati ai massacri

La sistemazione di quella comunità non era delle migliori anzi, scrive Mirko Grasso, «Zanotti Bianco nella città pugliese coglie i segni della violenza fisica e morale subita dai profughi». Per superare la condanna dello squallore e del «provvisorio’ senza fine» il filantropo italiano, aiutato dal poeta e scrittore armeno Hrand Nazariantz, anche sull’esempio di esperienze viste in Gran Bretagna e in Svizzera, decise di dar vita a un villaggio in un uliveto nella periferia di Bari che rimarrà uno dei maggiori esempi di accoglienza internazionale. Il villaggio, che si chiamò Nor Arax (cioè Nuovo Arasse, «il fiume simbolo dell’identità armena», nella foto sopra una delle case del villaggio com’è oggi) venne realizzato nel 1925, anche grazie all’interessamento dell’economista Luigi Luzzati, utilizzando alcuni padiglioni Doker che la Germania, nazione sconfitta durante la prima guerra mondiale, mandava all’Italia in conto riparazioni. A Nor Arax, che continuò a funzionare anche se in misura parziale sino al 1980, vissero dignitosamente un centinaio di armeni. Accanto alle abitazioni c’era un grande edificio per il culto e le attività associative e terra per gli orti (ndr. una storia ben ricostruita anche dal sito BariInedita, con corredo di foto di com’erano e come sono oggi le case del villaggio, per leggere l’articolo sfiorate l’icona blu).

Il veto di Mussolini e l’esilio a Paestum

Zanotti Bianco, dal 1931, non poté più occuparsi direttamente del villaggio né dell’Associazione per gli interessi del Mezzogiorno a causa del veto di Mussolini. Nel 1925 era stato uno dei firmatari del manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce e il regime gli fece pagare la sua scelta. Nel 1941 fu mandato al confino a Paestum, dove non rimase inattivo, contribuendo alla scoperta di un santuario dedicato alla dea Hera.

Le leggi razziali del ‘38 e il «ceppo ariano»

La comunità armena di Nor Arax venne lasciata in pace dal fascismo, anche perché le leggi razziali del 1938 avevano stabilito che gli armeni erano di ceppo ariano. Umberto Zanotti Bianco, che sopravvisse durante il fascismo anche grazie all’amicizia con Maria José di Savoia, nel 1944 venne nominato dal governo Bonomi presidente della Croce Rossa Italiana, nel 1952 divenne senatore a vita per volontà del presidente Luigi Einaudi e nel 1955 con Elena Croce e altri fondò Italia Nostra.

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MACRO, Mercoledì 19 ottobre:1915 The Armenian Files di Roberto Paci Dalò (Napolitan.it 16.10.16)

Mercoledì 19 ottobre 2016, alle ore 17:00 il MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma di Roma ospiterà concerto e film relativi al progetto 1915 The Armenian Files di Roberto Paci Dalò, a cura di Maria Savarese.

L’evento è promosso da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia. Il progetto “1915 The Armenian Files” trae ispirazione dal genocidio armeno e comprende un film, una mostra, un’opera radiofonica, un concerto multimediale, e un disco omonimo uscito l’11 dicembre 2015, data del riconoscimento del Premio Napoli all’artista, pubblicato da Marsèll insieme a Giardini Pensili, Arthub (Shanghai/Hong Kong) e all’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia.

A partire da testi del poeta armeno Daniel Varoujan, Paci Dalò mescola elettronica, voci, strumenti acustici, ritmi e trame sonore tratte da materiale d’archivio in una tessitura fatta di suggestioni e citazioni che sono ormai il suo tratto distintivo. Boghos Levon Zekiyan (attualmente Arcivescovo di Istanbul) è la voce narrante di questo lavoro e ha registrato questi testi nel 2000 in un giardino di Venezia. Il film della performance è stato girato dall’artista a Bourj Hammoud (Beirut) la “città armena” creata dopo il 1915 dai profughi fuggiti dalle persecuzioni dell’impero ottomano e accolti a Beirut.

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La visione mistica di Sayat-Nova, trovatore d’Armenia (Avvenire 14.10.16)

Il nome di Sayat-Nova, il grande poeta del Settecento armeno, è stato fino ad oggi in Italia molto più noto della sua opera letteraria. Tutti gli appassionati di cinema d’autore conoscono infatti Sergej Paradjanov, il famoso regista armeno, a lungo perseguitato dal regime sovietico, che gli ha dedicato il film Il colore del melograno (1969). Lo vidi con un gruppo di amici una sera a Ravenna, diversi anni fa: e furono per tutti noi una sorpresa incredibile quelle originali, sontuose immagini che illustravano appunto la vita di Sayat-Nova, l’ultimo degli ashug d’Armenia, i trovatori-cantastorie che vivevano presso le corti principesche del Caucaso e cantavano fatti d’arme e imprese mirabili, ma soprattutto donne bellissime dalle forme conturbanti, paragonate a ogni albero o fiore del creato, di fronte alle quali il poeta poteva soltanto mostrare venerazione e gemere d’amore, come di fronte a una presenza abbagliante.

Mentre le scene lentamente fluivano, una dopo l’altra, secondo il loro ritmo e le loro affinità misteriose, ci pareva di essere immersi in una magia irreale e quasi contemplativa. Con grande originalità il regista era riuscito a legare fra loro, in quelle immagini folgoranti e squisite, poesia e musica: il ritmo dei versi sembrava essersi riversato in suono e visione, esercitando su noi spettatori una suggestione quasi ipnotica.

Ma adesso è finalmente stato pubblicato in italiano l’intero Canzoniere armeno di Sayat-Nova (vissuto circa fra il 1712 e il 1795), con testo a fronte, a cura e nella splendida traduzione di Paola Mildonian: una fatica durata molti anni, per il peculiare originalissimo impasto linguistico dell’autore, che scriveva – indifferentemente in armeno, georgiano, turco azerì –- splendide canzoni per musica, destinate ad essere recitate con l’accompagnamento di uno strumento, soprattutto l’amato kamancià. Il loro ritmo ondeggiante, i ritornelli e le variazioni sul tema, giocati in strofe sempre più drammatiche dall’inizio alla fine, creano effetti di profonda, raffinata intensità, fino all’ultima strofa, quando inevitabilmente compare, parlando di sé in terza persona, l’autore-protagonista, raffigurato come l’umile amante che prega, contempla, si dispera.

Sayat-Nova (il suo nome di battesimo era Harutiun, che vuol dire Resurrezione), era raffinato musicista oltre che poeta. L’ottima introduzione della curatrice, oltre ai dettagli di una vita avventurosa, che alterna periodi di grande successo – come ashug di corte dei sovrani di Georgia – ad anni di persecuzione e di sfortuna, offre un’esauriente analisi del personaggio e dell’ambiente dove è vissuto, dagli anni della sua formazione musicale e artistica fino al periodo finale come monaco. Da un suo poema autobiografico si dipana un racconto straordinario: dopo l’apprendistato come sarto, diventa mercante (o militare) e intorno ai vent’anni viaggia in Abissinia e in India, ma, curiosamente, impara a scrivere solo a sedici, ed è a venticinque che ha la sua prima rivelazione di estasi poetico-amorosa, scoprendo il suo vero talento.

È un poeta originale e complesso, che riassume in sé l’ultimo fiore dell’arte trobadorica del Caucaso, giocando su un articolatissimo sistema di rimandi linguistici, strofici, poetici verso tutte le tradizioni orientali. Molto presenti gli echi della lirica persiana, con le sue immagini fissate come icone immediatamente percepibili e allusive: la rosa, il giardino chiuso, l’accecamento amoroso, lo specchio, le tenebre. Ogni lirica era accompagnata dalla musica, ne prendeva luce e gliene dava: perché non esiste poesia, dice Sayat-Nova, senza il suono di strumenti come il kamancià, il suo preferito: il poeta-cantastorie deve essere anche provetto musicista. Il ritmo nascosto di una poesia deve echeggiare nella musica, ogni parola deve legarsi a quelle che la precedono e la seguono, quasi dissolvendosi in esse, come un tassello di mosaico o un’esatta pennellata.

Sayat-Nova scriveva in diverse lingue, ma la musica era la stessa, e nelle corti come nei mercati e lungo le strade d’Oriente tutti gli ascoltatori si riconoscevano in una comune civiltà e cultura, ritrovavano i simboli dell’esperienza amorosa – e di quella mistica – unite in un doloroso vagheggiamento dell’irraggiungibile: «Se pure ti lodasse il mondo intero, non direbbe di te in minima parte. / Ninfea, fiore dei mari, viola che si è dischiusa al vento, / come resistere al tuo amore? L’acqua si porti via Sayat-Nova. / Chi t’ha visto più di una volta dissennato hai reso e demente». Colori, odori, suoni, sete preziose, pietre scintillanti, cipressi e mirti, la rosa rossa e l’usignolo notturno, mostrano un universo in tensione, proteso verso un’impossibile conoscenza d’amore: «Vestita di raso ricco di ricami d’oro fino, slanciato ramo di cipresso, / hai una tazza nella mano, colmala, dammela, a quella coppa m’immolo. / Fai pure a pezzi il tuo Sayat-Nova, purché tu venga nel mio giardino. / Entra nel giardino coi tuoi vezzi, ti loderò col canto, amore, con le implorazioni».

Sayat-Nova «CANZONIERE ARMENO»
Ariele, pagine 214, euro 21

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Schio, tra storia e musica il genocidio armeno (Vicenzareport.it 12.10.16)

Vivere con l’altro, con le sue differenze. Vivere insieme in un mondo sempre meno omogeneo etnicamente e religiosamente, dove i confini diventano lo spazio nel quale affermare la propria identità, spesso andandola a cercare nella negazione dell’altro. Nell’ambito dell’iniziativa culturale “Spazi di confine” del Comune di Schio, Nautilus Cantiere Teatrale propone “Armenia cent’anni fa”, un’occasione di confronto e di crescita culturale attraverso una delle pagine più oscure, e al tempo stesso meno divulgate, della storia del ventesimo secolo.

Tra massacri e deportazioni furono circa un milione e mezzo gli armeni cristiani che persero la vita in uno dei più sanguinosi eccidi dei tempi moderni, che prese avvio nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1915 quando furono eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli. L’obiettivo era la “purificazione” etnica della popolazione dell’Impero Ottomano per ordine dei “Giovani Turchi”. A cent’anni dal Metz Yeghern, il “Grande Male”, due appuntamenti per disserrare dall’oblio la prima di un triste elenco di stragi etniche compiute nel corso del ventesimo secolo.

Il primo evento si svolgerà venerdì 14 ottobre, alle 21, all’interno dello Spazio espositivo Lanificio Conte, a Schio. L’azione teatrale “Non colpevole…! Il dramma del genocidio armeno”, di Adriano Marcolini, autore, regista ma anche interprete dello spettacolo a fianco di Mara Santacatterina e Manuel Bendoni di Nautilus Cantiere Teatrale, porterà sul palcoscenico le sensazioni e le emozioni di chi ha assistito impotente alla scomparsa tragica della propria famiglia, mettendo in evidenza anche le motivazioni alla base di quel genocidio

Lo spettacolo rievoca idealmente lo sviluppo del processo intentato a Berlino, nel 1921, contro Soghomon Tehlirian, uno studente armeno riparato in Germania accusato di aver assassinato l’ex ministro degli interni ottomano, Talaat Pascià. L’omicida è stato arrestato subito dopo aver commesso il delitto ed è reo confesso, ma il processo assumerà via via caratteri inaspettati giungendo, alla fine, ad una sorprendente conclusione.

Venerdì 28 ottobre, alle 21, sempre a Schio, nella Chiesa di San Francesco, andrà in scena il secondo appuntamento, il concerto di musica armena “In memoria di Padre Komitas”, con Giuseppe Dal Bianco (duduk armeno, shofar, flauto traverso, flauti etnici), Giuseppe Laudanna (tastiere), Mauro Lazzaretti (voce recitante). Compositore, etnomusicologo, paleografo musicale, Komitas fu uno dei primi intellettuali armeni ad essere arrestato quella notte di primavera del 1915, vivendo in prima persona la deportazione. Non venne ucciso, si salvò, ma dovette assistere alle peggiori atrocità contro il suo popolo. Considerato il padre della moderna musica armena e uno dei martiri del genocidio, il concerto è dedicato alla sua memoria.

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Armenia, l’ambasciatrice Bagdassarian: “Solidi ma ancora tante le sfide” (Dire.it 09.10.16)

ROMA – Impegnata in un “attivo percorso di sviluppo dei settori strategici” della sua economia, nel rafforzamento delle strutture democratiche nonché nel coadiuvare la comunità internazionale sotto il profilo della sicurezza, la Repubblica d’Armenia punta anche a risolvere l’annoso contenzioso per l’indipendenza del Nagorno Karabakh, minacciato dall’Azerbaijan. Tutto questo ha spiegato, venerdì pomeriggio a Roma, la nuova ambasciatrice d’Armenia in Italia Victoria Bagdassarian, in occasione della cerimonia per il 25esimo anniversario nazionale.  “Siamo orgogliosi di questo Stato- aggiunge- che nella sua storia millenaria ha attraversato molti momenti bui. Regni gloriosi si sono alternati a dominazioni straniere. Sembra ieri la firma il 21 settembre del 1991 del trattato di indipendenza, quando quasi subito abbiamo dovuto affrontare il conflitto nel Nagorno e il blocco delle frontiere, la crisi energetica e l’instabilità della regione. Ma ce l’abbiamo fatta”. Oggi è una “repubblica solida“, rafforzata lo scorso anno dalla riforma costituzionale che ha traghettato il paese verso il sistema parlamentare, anche grazie al sostegno dell’Unione europea, con cui è ora sul tavolo il negoziato di un accordo quadro. L’ambasciatrice ricorda inoltre che Yerevan “è partner strategico della Russia, degli Stati Uniti, e dialoga con la Nato e l’Onu attivamente su sicurezza e diritti umani”.

Sulla crisi attuale in medio oriente, “condanniamo ogni tipo di terrorismo” afferma ancora Victoria Bagdassarian. Ma il paese è sensibile al tema del genocidio: “A marzo 2015 il Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha approvato una risoluzione per la prevenzione del genocidio, proposta da Yerevan”. Si tratta di “risultati importanti per un paese così giovane, che deve però ancora affrontare molte sfide: il processo di pace per il conflitto in Nagorno Karabakh nell’ambito del gruppo di Minsk, e nel migliorare le relazioni bilaterali con la Turchia”, sempre fedele alla strada “del dialogo pacifico”.

di Alessandra Fabbretti, giornalista

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Il genocidio armeno tra storia, parole e musica (Gazzettadimantova.it 09.10.16)

Tre giorni dedicati all’Armenia, al genocidio e a un popolo che non vuole scomparire, anche tramite la sua musica: è il progetto del liceo Isabella d’Este con il Conservatorio e il cinema Mignon per gli studenti, ma anche per la città, con ingresso libero.

Si comincia mercoledì, 12 ottobre, a scuola, con un incontro su “Il genocidio degli armeni tra storia e narrazione”, con Antonia Arslan e Marcello Flores, e musiche armene di Padre Komitas, con il Coro del liceo musicale diretto da Romano Adami.

Aperto invece a tutti l’incontro delle 18, sempre mercoledì, nell’auditorium del Campiani in via Conciliazione 33, intitolato “A 101 anni dal Metz Yeghèrn: la vicenda storica, la narrazione, il dibattito storiografico” con Antonia Arslan e Marcello Flores. Le musiche di Padre Komitas saranno eseguite da Daniele Braghini flauto, Luca Colombaroll, pianoforte, con il soprano Elena Guerreschi. Anche i film proposti agli studenti, alle 21 al Mignon di via Benzoni saranno aperti al pubblico gratis. C’è l’autorizzazione per la formazione dei docenti. Mercoledì sarà proiettato “La masseria delle allodole” di Paolo e Vittorio Taviani, introdurranno Antonia Arslan e Marcello Flores; giovedì “Ararat, il monte dell’arca” di Atom Egoyan, introduce Andrea Ranzato. Infine venerdì, “Il Padre (The Cut)” di Fatih Akin, introduce Milena Bernarde. Il programma sull’Armenia è stato presentato ieri all’Isabella d’Este dalla preside Daniela Cremonesi insieme ai docenti Andrea Ranzato e Daniele Braghini e al direttoredel Conservatorio Salvatore Spanò e alla presidente Francesca Zaltieri. Il liceo musicale è sempre stato coinvolto dal conservatorio negli spettacoli per la Shoah. Stavolta l’iniziativa è partita dal liceo. «Tre anni fa a Roma avevo visto un video sugli armeni e pensai a qualcosa per Mantova, ne parlai con Sergio Cordibella, allora presidente del Conservatorio e interlocutore imprescindibile – ha ricordato la preside Cremonesi -. Mi disse: dobbiamo farlo, insieme, e aprirlo alla città anche attraverso il cinema». Ora il progetto è al dunque, con Marcello Flores, storico del genocidio che nel 1915-16 portò alla morte un milione e mezzo di armeni, e Antonia Arslan, scrittrice, che lo ha fatto conoscere al grande pubblico. Un progetto che nasce da e per la scuola, ma si allarga all’esterno. (maf)

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Ad Aleppo si muore (Korazym.org 09.10.16)

Ad ogni udienza generale papa Francesco non manca mai di rivolgere un appello per aiutare la popolazione di Aleppo: “Il mio pensiero va un’altra volta all’amata e martoriata Siria. Continuano a giungermi notizie drammatiche sulla sorte delle popolazioni di Aleppo, alle quali mi sento unito nella sofferenza, attraverso la preghiera e la vicinanza spirituale.

Nell’esprimere profondo dolore e viva preoccupazione per quanto accade in questa già martoriata città, dove muoiono bambini, anziani, ammalati, giovani, vecchi, tutti… rinnovo a tutti l’appello ad impegnarsi con tutte le forze nella protezione dei civili, quale obbligo imperativo ed urgente. E mi appello alla coscienza dei responsabili dei bombardamenti, che dovranno dare conto davanti a Dio!”.

Intanto ad Aleppo si continua a combattere e a morire non solo nella zona est, teatro dell’offensiva dell’esercito siriano sostenuto dai raid russi, ma anche nei quartieri occidentali controllati dal governo. Fonti locali hanno riferito che nel fine settimana i raid aerei russo-siriani hanno colpito un ospedale del settore orientale.

Da giorni i quartieri armeni della metropoli del nord della Siria, concentrati nel settore ovest di quella che un tempo era la capitale commerciale ed economica del Paese, sono finiti di nuovo sotto il tiro incrociato dei missili provenienti dal settore est della città, controllato dai jihadisti. Il 30 settembre, gli studenti della scuola armena di Aleppo, fondata dalla missionaria Karen Jeppe per gli orfani sopravvissuti al Genocidio turco del 1915, sono stati trasferiti nei rifugi sotterranei; i giovani non hanno potuto raggiungere i loro familiari fino alla tarda serata.

Dal 23 al 30 settembre gli attacchi sferrati con missili partiti dalla parte est di Aleppo, soprattutto da Bustan El Pasha, Madrassat Al Hikme, Al Rashidin 4, Progetto 1070 e il quartiere finanziario, hanno colpito in particolare i quartieri cristiani. Essi hanno causato la morte di 57 persone (20 bambini, 14 donne e 23 uomini) e il ferimento di altre 167, di cui 37 bambini e 53 donne. Dalle pagine del quotidiano Kantzasar, la comunità armena di Aleppo ha lanciato appelli e richieste di aiuto a tutte le Chiese del mondo, affinché ‘cessino i bombardamenti contro i civili innocenti in ambedue le parti della città’.

Ad Asianews padre Sami Hallak ha raccontato il sentimento diffuso di ‘incomprensione’ fra la popolazione civile: “Dal fallimento del cessate il fuoco, iniziato con la festa islamica del Sacrificio (Eid al-Adha) ed esauritosi in una sola settimana, si è registrata una escalation di violenze ad Aleppo, un tempo capitale economica e commerciale della Siria…

In 5 anni la guerra ha causato oltre 300.000 morti e milioni di profughi, originando una catastrofe umanitaria senza precedenti. E dopo cinque anni la pace è ancora lontana; per noi non cambia nulla, a partire dalla situazione sul terreno che resta di grave crisi, per la mancanza di elettricità e altri beni primari. La povertà aumenta e la disoccupazione, in particolare fra i giovani, rende ancora più grave il problema”.

Ed infine ha rivolto una preghiera di aiuto all’Occidente: “In questo Anno giubilare, misericordia significa essere partecipi delle violenze che colpiscono questo popolo, questo Paese, e contribuire restituirlo a vita nuova. Vuol dire essere vicini a quanti soffrono, contribuire al sostegno sul piano umanitario e all’aiuto psicologico. Dobbiamo guarire le profonde ferite della guerra, costruire l’avvenire, siamo qui perché abbiamo un ruolo e una missione in mezzo a gente sempre più in difficoltà”.

Anche i Frati Minori nel giorno della festa di san Francesco, hanno lanciato un appello urgente e pieno di implicazioni operative per chiamare la comunità internazionale a fermare la carneficina in atto nella città martire e in altre aree della Siria. L’appello, firmato dal ministro generale, fratel Michael A. Perry, e dal Custode di Terra Santa, fratel Francesco Patton, ha sottolineato il fatto che anche “altre zone di sicurezza dovrebbero essere create in Siria, come parte integrante di un piano completo per garantire l’incolumità di tutti e raggiungere definitivamente la pace”.

L’appello ha chiesto a “tutte le forze in campo e a tutti coloro che hanno responsabilità politiche, di mettere al primo posto il bene della popolazione inerme della Siria, di far immediatamente tacere le armi e di porre fine all’odio e a qualsiasi tipo di violenza, in modo tale che si possa davvero trovare e percorrere la via della pace, della riconciliazione e del perdono…

Invitiamo, inoltre, tutti i Paesi del mondo ad essere il più generosi possibile nell’accogliere i rifugiati siriani, nel pieno rispetto delle leggi nazionali e locali, e ad offrire tutta l’assistenza necessaria per soddisfare gli urgenti bisogni umanitari e di sicurezza in Siria. Solo così, accantonati tutti gli interessi parziali, si potrà giungere davvero alla conclusione di questo devastante conflitto e ridare la certezza di realizzare un vero cammino di ricostruzione della vita, della dignità e della speranza”.

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Il grazie arriva fin dall’Armenia: «Voi contro il negazionismo» (Laprovinciadivarese 06.10.16)

L’ambasciatrice scrive al sindaco di Travedona Monate Andrea Colombo dopo la mozione che riconosce il genocidio

Importante riconoscimento per l’amministrazione comunale di Travedona Monate per le sue iniziative a ricordo del genocidio del popolo armeno del 1915. L’ambasciatrice della Repubblica d’Armenia in Italia Victoria Bagdassarian ha inviato una lettera al sindaco Andrea Colombo per ringraziarlo dell’approvazione all’unanimità, nel consiglio comunale dello scorso marzo, di una mozione sul riconoscimento del genocidio del popolo armeno in occasione delle commemorazioni del centenario di questa tragedia; un fatto non riconosciuto dalla Turchia. «Desidero ringraziare lei, il consiglio comunale e tutta la cittadinanza di Travedona Monate – scrive l’ambasciatrice nella missiva indirizzata al primo cittadino – per aver reso possibile un’altra vittoria nella lotta, impari e senza fine, al negazionismo. Una vittoria ancora più importante perché raggiunta con lo strumento legislativo, messo di democrazia, di consapevolezza e di pace per eccellenza».
Il Comune di Travedona Monate e il sindaco non si sono limitati ad approvare la mozione ma hanno anche organizzato in paese una tavola rotonda sul genocidio armeno e una serata dedicata alla poesia e alla cultura di quel popolo. Un invito esteso a tutti i Comuni della provincia di Varese e che ha visto la partecipazione e il patrocinio di 72 amministrazioni locali; nel giardino comunale è stato poi piantato un melograno, simbolo del popolo armeno. «Compiendo questo atto di verità – prosegue l’ambasciatrice – ma soprattutto di solidarietà, che fa della vicinanza ai discendenti dei sopravvissuti del genocidio del mio popolo, un messaggio di speranza nel futuro, il Comune di Travedona Monate si è così unito al quel coro di città, Stati, Regioni e organizzazioni impegnati quotidianamente nella prevenzione di crimini contro l’umanità». L’ambasciata armena d’Italia trasmetterà la decisione di Travedona alla Direzione del Memoriale del Genocidio, affinché il Comune di Travedona Monate sia inserito nei “Giusti” per la Memoria. «Per questo atto di coraggio e di responsabilità, il governo armeno esprime la sua riconoscenza a sindaco, consiglieri e cittadini».

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Kezich e Trentini premiati in Armenia per «Carnival King of Europe» (L’Adigettto.it 06.10.16)

Il film «Carnival King of Europe» di Giovanni Kezich e Michele Trentini (Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina, 2012, 38′) ha vinto in Armenia il Premio Speciale della Giuria conferito alla seconda edizione dell’Apricot Tree International Ethno-Film Festival (Ethnography & Anthropology), conclusosi ieri 5 ottobre nelle città di Yerevan e Gyumri (l’antica Alessandropoli, patria dell’antroposofo Gurdjeff).

La giuria era formata da tre cineasti di rilievo internazionale: Rosemarie Blank, tedesca, nata in Polonia e da anni residente ad Amsterdam dopo una lunga permanenza in Toscana, l’iraniano Hamid Jafari, pluripremiato membro dell’associazione dei documentaristi iraniani, e l’armena Sara Nalbandyan, documentarista e docente formatasi al DAMS di Bologna.
Obiettivo principale dell’Apricot Tree Festival è quello di far conoscere al pubblico costumi e tradizioni, arte e artigianato di grandi e piccole nazioni e interessare i giovani registi alla materia etnografica e antropologica, stimolando la loro ricerca creativa. Il festival, nelle parole degli organizzatori, vuole pertanto «sia auscultare il cuore dei diversi gruppi etnici e comunità, sia servire come terreno di incontro, a contatto con la grande cultura armena, sulla quale registi di tutto il mondo possano incontrarsi, condividere e discutere idee e progetti».

Per il concorso 2016, organizzato dal Ministero della cultura della Repubblica armena con il supporto dell’Università Russo-Armena di Erevan, erano stati selezionati 34 documentari da tutto il mondo, suddivisi in una sezione di mediometraggi (meno di 40′) e di lungometraggi (più di 40′).
Per i lungometraggi, vince May I Enter (Olanda, 2010, 57′) della regista bosniaca Kostana Banovic e secondo premio a Habitat (Italia, 2014, 55′) dell’italiano Emiliano Dante, intenso, partecipato reportage sulla vita quotidiana a L’Aquila dopo il terremoto.
Per i cortometraggi, vince Holy God (Russia, 2016, 25′) della regista crimeana Vladena Sandu, e secondo premio a The end of the world (Polonia, 2015, 39′) della polacca Monika Pawluckzuc.
Al regista italiano Felice Fornabaio, talentuoso reportagista lucano residente a Berlino, è andato il Premio dell’Associazione dei Cineasti di Gyumri per il suo film Radici (Italia, 2015, 25′) che parla del Maggio di Accettura, il famoso rito arboreo perfettamente analogo a quello nostrano dell’albero di Grauno, in singolare sintonia con il tema di Carnival King of Europe a cui è andato appunto il Premio Speciale della Giuria.

Come è noto, Carnival King of Europe è stato realizzato nell’ambito dell’omonimo progetto europeo, che ha visto affiancati al Museo di San Michele, a partire dal 2007, i musei etnografici di Bilbao, Marsiglia, Zagabria, Lubiana, Skopje, Sofia, Sibiu e Varsavia.
Il film si ispira alla nuova visione di carnevale e mascherate, poi messa a punto da Kezich nel suo libro Carnevale re d’Europa (2015), alla ricerca della radice comune dell’identità culturale europea a partire dalle mascherate invernali, e dalle sorprendenti somiglianze che esse rivelano, nei personaggi, nelle azioni e nella struttura delle sequenze rituali.
Quello di Erevan è il terzo riconoscimento internazionale che Carnival King of Europe porta a casa, dopo quello prestigiosissimo di Kyoto (2009) e quello di Čadca in Slovacchia (2014).

Kezich, che insieme al professor Levon Abrahamian, decano dei folkloristi armeni, è stato anche protagonista a Gyumri di una conferenza sul tema «L’antropologia visiva e le mascherate dell’inverno europeo», ha espresso grande soddisfazione per questo ennesimo riconoscimento all’attività di ricerca scientifica del Museo.
«In un momento in cui la nostra identità e la nostra stessa ragion d’essere vengono a essere messi in discussione dai prospettati nuovi rimpasti legislativi, questi riconoscimenti internazionali di assoluto prestigio, e altrettanto assolutamente genuini nel loro modo di manifestarsi, ci confermano di essere sulla buona strada.
«Che è quella che nel Museo e dal Museo si possa fare buona ricerca scientifica anche nel comparto etnografico, che è poi la storia dei popoli d’Europa, e che si possa fare questo per contribuire sempre più a mettere il Trentino nella carta d’Europa, e a portare l’Europa nel Trentino.»

Intervista a Victoria Bagdassarian, ambasciatrice armena: «Ricordo Genocidio Armeno atto di solidarietà universale» (Era Superba 06.10.16)

Il Consiglio Comunale di Genova, il giugno scorso, ha deciso di dare mandato all’amministrazione per trovare una via o una piazza da dedicare al ricordo del Genocidio del Popolo Armeno. Abbiamo riportato la notizia alla Ambasciata della Repubblica d’Armenia, ed oggi pubblichiamo l’intervista che Victoria Bagdassarian, la nuova ambasciatrice armena, ha voluto gentilmente concederci sull’argomento, e non solo. Nel frattempo dalla giunta di fanno sapere che la pratica è in corso, e nei prossimi mesi si dovrebbe arrivare ad una concretizzazione. Il Genocidio del Popolo Armeno ha lasciato pesanti tracce nella storia europea dell’ultimo secolo, condizionando ancora oggi la diplomazia di molti paesi, paesi a noi vicini con i quali spesso sediamo ai vari tavoli internazionali: la memoria storica può essere una chiave importante per leggere anche il nostro presente, per provare a costruire un futuro più consapevole.

bagdassarian-ambasciatrice-armeniaApprocciando l’argomento la prima impressione è che il Genocidio del popolo Armeno, nonostante la sua dimensione e le tragiche modalità di attuazione, sia spesso poco ricordato nella cultura cosiddetta “occidentale”, soprattutto a livello mainstream. Come mai secondo Lei?
Non credo che il Genocidio armeno sia poco ricordato nella cultura occidentale. Come primo genocidio del 20° secolo fa parte non solo della storia dell’occidente, ma della storia mondiale e sulla cultura mondiale si riflette. Sul genocidio ci sono migliaia di testimonianze conservate negli archivi di diversi paesi, eredità non solo di testimoni occidentali e armeni, ma anche di turchi, arabi, persiani e di altre nazioni. Negli ultimi anni, soprattutto, sono stati pubblicati molti libri, girati documentari, organizzate conferenze, spettacoli teatrali e altro ancora. Per quel che riguarda il termine “genocidio”, all’epoca dei fatti non era stato ancora coniato e le atrocità commesse dall’Impero ottomano contro gli armeni sono state definite massacro, sterminio. La parola genocidio, come concetto giuridico, è stato introdotto nel 1944 dopo l’Olocausto ebraico, dall’avvocato Raphael Lemkin, specialista in diritto penale e internazionale, il quale si è basato proprio sulle descrizioni dei crimini commessi contro gli armeni. Probabilmente, negli ultimi decenni, il Genocidio armeno è stato più sentito. I sopravvissuti al genocidio, i rifugiati armeni nei diversi paesi, impegnati a risolvere problemi di sopravvivenza, spesso evitavano di parlare della loro tragedia. Solo dopo aver superato le difficoltà, i problemi di sopravvivenza quotidiana diciamo, i discendenti dei sopravvissuti al genocidio hanno cominciato a porre delle domande, a chiedere cosa era accaduto, a sollevare la questione e a informare la comunità internazionale. A questo processo di informazione ha contribuito anche l’indipendenza della Repubblica d’Armenia, che ha promosso ad azione di governo il riconoscimento internazionale del genocidio. Ed è proprio su questo piano che stiamo affrontando un fenomeno disgustoso, la negazione del genocidio, che la Turchia porta avanti a livello ufficiale con tutti i mezzi possibili, cercando di nascondere i crimini e tacciare coloro che ne parlano. Sono fiduciosa, però, che alla fine la giustizia prevarrà anche nella società turca.

Quale significato ha per Lei presidiare la memoria di questo terribile evento?
Quale può essere il messaggio dello sterminio di un milione e mezzo di persone innocenti? Posso solo dire che non si può permettere che simili tragedie abbiano a ripetersi, cioè mai più. La comunità internazionale deve esercitare ogni sforzo per prevenire i genocidi e tutti i crimini contro l’umanità. La Repubblica d’Armenia, in questo senso, svolge una politica proattiva. Basti vedere, per esempio, la risoluzione sulla prevenzione del genocidio presentato al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, l’organizzazione di forum globali per la prevenzione dei genocidi e altro ancora. È su iniziativa armena che nel Marzo del 2015 a Ginevra il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, ha adottato la risoluzione sulla Prevenzione del genocidio. È grazie a questa risoluzione che la proposta di istituire il 9 dicembre, data dell’adozione della Convenzione della “Prevenzione del crimine del genocidio”, come il giorno della commemorazione delle vittime del genocidio, è stata approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Ogni atto simile è per noi non solo un atto di solidarietà verso il popolo armeno, ma anche un atto di fedeltà ai valori universali e un imperativo categorico per le generazioni future

Il Consiglio Comunale di Genova ha votato all’unanimità l’impegnativa per la giunta comunale di trovare nei prossimi mesi una via, o una piazza, da dedicare al Genocidio del Popolo Armeno. Che “sapore” ha questa notizia?
Abbiamo molto apprezzato la decisione del Comune di Genova. Ogni atto simile è per noi non solo un atto di solidarietà verso il popolo armeno, ma anche un atto di fedeltà ai valori universali e un imperativo categorico per le generazioni future.

Durante la discussione in consiglio, la giunta si è espressa con parere negativo, perché, secondo l’assessore di riferimento, l’argomento era troppo “divisivo”. Cosa ci può essere di divisivo nella memoria di questa strage?
È difficile per me commentare opinioni che non ho sentito. Nella domanda precedente Lei ha detto che la decisione è stata unanime, il che significa che anche coloro che avevano un’opinione diversa hanno votato a favore dell’impegnativa. Il fatto che alcuni, pochi, abbiano un’opinione diversa non può mettere in dubbio i fatti del Genocidio armeno. Non escludo, che, probabilmente, le persone abbiano informazioni non attendibili ma sono lacune che possono essere facilmente colmate da fonti imparziali.

Gli stati nazionali occidentali hanno istituito diverse giornate cosiddette “della memoria”. Ma qual è lo stato di salute della nostra memoria?
L’istituzione delle “Giornate della memoria” impedisce di dimenticare le tragedie accadute a tanti popoli. Conservare, proteggere la memoria è un impegno fondamentale per prevenire che tali crimini possano ripetersi. Piuttosto, “l’amnesia” verso il Genocidio armeno e simili tragedie ha una base politica.

Cosa lega l’Italia e l’Armenia?
Un passato ricco di relazioni storiche e di cooperazione, la fedeltà agli stessi valori universali di origine cristiana. L’Armenia e l’Impero Romano erano Stati confinanti e, come era tipico del tempo, i re Armeni e gli imperatori Romani, di volta in volta, si alleavano o combattevano gli uni contro gli altri. Con l’adozione del cristianesimo le nostre due nazioni sono diventate portatori degli stessi valori e, alle relazioni commerciali e militari, si sono aggiunte relazioni culturali e spirituali. Secondo numerose testimonianze storiche, a partire dai secoli 6° e 7° e soprattutto dopo la metà del 14°, con il consolidarsi dei rapporti commerciali tra l’Impero romano e il Regno Armeno di Cilicia, a Roma, Venezia, Firenze, Genova, Napoli, Ravenna e Livorno era facile trovare dei veri e propri centri di commercio armeni che avevano dato vita a comunità armene completamente formate, con le loro attività spirituali, culturali ed economiche. I Re armeni di Cilicia avevano conferito ai mercanti italiani il diritto di commerciare, alloggiare e muoversi liberamente; lo stesso status privilegiato era stato concesso dalle città italiane ai mercanti armeni. I rapporti e relazioni secolari, la vicinanza culturale e di forma mentis dei nostri popoli, il contributo della comunità armena allo sviluppo dell’Italia così come la conosciamo oggi, sono la base dei nostri rapporti bilaterali. Il nostro impegno è di rinsaldarli e, in questi 25 anni d’indipendenza, la Repubblica d’Armenia ha fatto tanto.

Ankara, continuando a negare la verità storica e rifiutando di affrontare le pagine nere della propria storia, è diventata complice del genocidio: l’atto finale di un genocidio è la sua negazione

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Yerevan: il Memoriale del Genocidio

Veniamo alla Turchia. Perché in tutti questi anni i vari governi turchi hanno sempre negato il genocidio armeno, o quanto meno ne hanno ridimensionato la gravità? La Germania ha in qualche modo riconosciuto l’Olocausto (come se fosse possibile non riconoscerlo) e perché Ankara non riesce o non vuole?
Come ho già detto in precedenza, la Turchia non solo non riconosce il Genocidio armeno, ma effettua apertamente anche una politica di negazione a livello statale. E ciò avviene nonostante il fatto che nel 1919 sia stato lo stesso tribunale militare turco a dimostrare con un verdetto che la deportazione e lo sterminio degli armeni era una politica di Stato. Sulla base di quello stesso verdetto i principali fautori del genocidio furono condannati a morte. Il genocidio non è stato organizzato dalle autorità turche di oggi ma Ankara, continuando a negare la verità storica e rifiutando di affrontare le pagine nere della propria storia, è diventata complice del genocidio. Secondo gli studiosi di genocidio, l’atto finale di un genocidio è la sua negazione. In Turchia un numero crescente d’intellettuali, personalità pubbliche, di individui comuni riconosce il Genocidio armeno. Questo ci fa sperare che in futuro la Turchia riconoscerà a livello statale il crimine commesso dai suoi antenati e con questo eliminerà il divario tra due nazioni confinanti.

Quali sono i rapporti diplomatici attuali tra Ankara e Yerevan?
Non ci sono rapporti diplomatici tra Yerevan e Ankara, e il motivo è che la Turchia pone precondizioni per stabilire rapporti diplomatici. Nel 2009 a Zurigo, alla presenza dei rappresentanti di Svizzera, Stati Uniti, Russia, Francia, Unione Europea e Consiglio d’Europa, i Ministri degli esteri di Armenia e Turchia hanno firmato un protocollo sulla creazione dei rapporti diplomatici senza precondizioni, l’apertura delle frontiere e sullo sviluppo delle relazioni bilaterali. Però, il giorno dopo a inchiostro ancora fresco, la Turchia ha presentato precondizioni per la ratifica delle firme, precondizioni inaccettabili per l’Armenia. In una di esse la Turchia esigeva che l’Armenia abbandonasse la sua politica di riconoscimento internazionale del Genocidio armeno. Mi preme sottolineare che per l’Armenia è molto difficile iniziare un processo di riconciliazione con la Turchia senza il riconoscimento del Genocidio armeno da parte di quest’ultima, però, avendo come obiettivo primario la stabilità nella regione, Yerevan è riuscito a fare quel passo. Ora il processo è congelato. Il comportamento della Turchia in questo caso è illogico e inaccettabile. Nel frattempo l’Armenia ha più volte dichiarato la sua disponibilità per stabilire rapporti diplomatici con la Turchia senza precondizioni. Nelle relazioni internazionali si usa il concetto – molto efficace – di “partner affidabile”, ma credo che la Turchia abbia ancora tanto da fare in questo senso.

Erdogan e il fallito golpe. Quale lettura Lei può fare di questa vicenda? Cosa ci dobbiamo aspettare?
L’Armenia è sempre contro le azioni violente e non costituzionali per cambiare governo. Desideriamo vedere la Turchia come un stato stabile, democratico, che rispetta i diritti umani e delle minoranze, che affronta il suo passato. Quale percorso intraprenderà la Turchia dopo il fallito colpo di stato è difficile da dire, ma gli sviluppi attuali in questo paese sono preoccupanti.

Il messaggio della Comunità Armena di Roma

A seguito del nostro articolo, anche la Comunità Armena di Roma ha contattato la redazione di Era Superba, inoltrandoci questo messaggio:

Il recente voto all’unanimità del Consiglio comunale genovese che impegna l’amministrazione di Genova a dedicare una strada o piazza della toponomastica locale al ricordo del genocidio armeno del 1915 è motivo di orgoglio per la città e di grande soddisfazione per la comunità armena locale e nazionale. Esso si innesta nel solco di radicati legami tra Genova e il popolo armeno: ricordiamo al riguardo la votazione consigliare dell’ottobre del 1998 che fece della città una delle prime in Italia a riconoscere ufficialmente il genocidio del 1915 allorché sotto i colpi dell’Impero ottomano un milione e mezzo di armeni furono sterminati e la restante esigua parte della popolazione costretta ad abbandonare la terra degli avi. Ma anche antichi legami storici, culturali, religiosi e commerciali come testimoniato ad esempio dalla chiesa di san Bartolomeo degli Armeni e dalla stessa piazza Armenia.

Ricordare a oltre cento anni quello che gli armeni chiamano “Il Grande Male” non significa ripercorrere didascalicamente una lontana, ancorché dolorosa, pagina di storia: ma piuttosto insegnare, soprattutto ai giovani, la cultura della Memoria come antidoto alla violenza e all’intolleranza.

Hitler, pianificando l’invasione della Polonia, così rispose a coloro che temevano per le conseguenze che oggi definiremmo “mediatiche”: «chi si ricorda più del massacro degli armeni
Erano passati circa trent’anni e la tragedia di quel popolo ormai dimenticata; il genocidio armeno fu il primo del Novecento, il primo a essere dimenticato, il primo a essere negato. E ogni strage, ogni pulizia etnica, ogni olocausto altro non è se non il figlio di quel Grande Male.
Grazie dunque ai consiglieri genovesi per il loro gesto che ci auguriamo sarà presto seguito da un risultato concreto.

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