Due giorni di esercitazioni militari congiunte, svolte lungo un confine fragile e conteso, bastano a smuovere gli equilibri dell’intero Caucaso. Armenia e Iran, attraverso la manovra battezzata con un nome emblematico, “Pace”, hanno messo in scena molto più di una semplice cooperazione difensiva: un messaggio strategico indirizzato tanto a Baku quanto a Tel Aviv e Ankara, ma anche a Mosca e Bruxelles. Un nuovo tassello nella geografia fluida e infiammabile del post-conflitto del Nagorno-Karabakh.
L’area scelta per l’esercitazione — tra Iran, Armenia e l’exclave azera del Nakhchivan — non è casuale. È lì che si concentra una delle partite più delicate del dopoguerra caucasico: la possibile apertura del cosiddetto corridoio di Zangezur, che collegherebbe fisicamente l’Azerbaigian al Nakhchivan, bypassando il territorio iraniano e agganciandosi direttamente alla Turchia. Un progetto che piace a Baku e Ankara, ma che per Teheran rappresenta una minaccia esistenziale: l’esclusione dai transiti est-ovest e, soprattutto, la destabilizzazione delle sue province settentrionali, dove vivono milioni di cittadini iraniani di etnia azera.
L’Iran teme, da sempre, l’irredentismo interno. E un Azerbaigian arricchito e galvanizzato dalle sue vittorie militari rischia di diventare un magnete identitario per quella parte della popolazione iraniana che non ha mai smesso di guardare a Baku come a una patria mancata. Dietro la solidarietà con l’Armenia, dunque, c’è molto di più: la difesa della continuità territoriale iraniana, la preservazione dell’equilibrio interno e l’opposizione a un asse turco-azero-israeliano sempre più visibile.
A guidare l’esercitazione iraniana è stata la Divisione “Ashura” dei pasdaran, le Guardie Rivoluzionarie Islamiche, le stesse che nel 2022 avevano già messo in scena un’esercitazione a ridosso del confine armeno costruendo ponti temporanei sul fiume Arax. Un’unità d’élite, ben armata e ben motivata, che rappresenta la parte più ideologicamente strutturata delle forze armate iraniane. L’invio di tale divisione, accompagnato dalle dichiarazioni solenni del generale Valiollah Madani e del comandante Morteza Mirian, conferma che l’Iran non vuole limitarsi a ruoli simbolici: intende essere presente, visibile, militare.
Le esercitazioni hanno incluso operazioni simulate contro “gruppi terroristici” — un concetto volutamente vago, che nella grammatica geopolitica moderna può includere milizie islamiste, forze speciali azere o proxy armati di qualsiasi genere. Ma l’obiettivo è chiaro: rafforzare il controllo del territorio, inviare un messaggio di deterrenza, e consolidare un’alleanza che si sta trasformando da diplomatica a operativa.
Il tempismo dell’operazione non è irrilevante. Proprio mentre a sud dell’Armenia si svolgeva la manovra congiunta con Teheran, in Azerbaigian si incontravano delegazioni militari israeliane e turche per discutere della deconfliction in Siria. Israele ha recentemente colpito basi aeree in territorio siriano nel timore che la Turchia possa consolidare una presenza militare stabile nella regione. Tel Aviv e Ankara, nonostante le frizioni storiche, stanno costruendo un asse di fatto nel Caucaso e nel Medio Oriente. Un’alleanza fatta di tecnologia, droni, intelligence e convergenze tattiche.
In questo contesto, l’Armenia si ritrova a essere, ancora una volta, pedina e spettatrice, ma anche potenziale detonatore di tensioni più grandi. Dopo l’allontanamento da Mosca, segnato dal gelo nei rapporti con l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), Erevan ha cercato sponde alternative: Teheran, certo, ma anche Parigi e Bruxelles. Ma i margini di manovra sono ristretti. E proprio per questo l’alleanza militare con l’Iran assume un valore vitale, forse inevitabile.
Proprio mentre i militari si addestravano al confine, i ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaigian si incontravano ad Antalya per discutere l’accordo di pace che dovrebbe chiudere formalmente un conflitto che dura da oltre quarant’anni. I toni pubblici sono concilianti, ma gli attriti lungo la frontiera raccontano un’altra storia. L’Azerbaigian insiste per la modifica della Costituzione armena, l’eliminazione del Gruppo di Minsk e una piena accettazione della sovranità azera sul Karabakh. L’Armenia parla di apertura delle frontiere, progetti energetici comuni e normalizzazione, ma chiede garanzie, interne ed esterne, che non arrivano mai.
Nel frattempo, ogni esercitazione militare, ogni dichiarazione, ogni accordo parallelo contribuisce a spostare il baricentro del Caucaso. L’Iran si mostra sempre più assertivo, deciso a non lasciare il campo alle manovre turche e israeliane. L’Armenia, isolata e vulnerabile, si aggrappa a ciò che resta di un equilibrio precario, consapevole che le partite vere si giocano altrove: nei cieli di Siria, nei corridoi di Bruxelles, nei laboratori strategici di Tel Aviv, nei comandi di Baku.
Il Caucaso, ancora una volta, si conferma per ciò che è sempre stato: non un crocevia, ma un campo di battaglia di lungo periodo, dove ogni passo verso la pace è anche un passo in più sul terreno minato della geopolitica globale.
Nulla da eccepire sull’iniziativa intrapresa dalla Pontificia Università Gregoriana di ospitare recentemente una conferenza sul tema del Cristianesimo in Azerbaijan, se il fine fosse stato quello di presentare un’analisi storicamente imparziale e obiettiva del fenomeno religioso in un Paese islamico.
Purtroppo, così non è stato. L’evento – promosso, organizzato e finanziato da istituzioni azere, tra cui il Ministero degli Affari Esteri di Baku – ha smascherato nei contenuti la sua vera, deplorevole finalità: riscrivere la Storia per cancellare la memoria. E naturalmente si tratta della memoria del popolo armeno!
Ancora una volta Baku ha dimostrato la propria disonestà intellettuale, presentando artificiosamente – attraverso tematiche ingegnosamente costruite e interpretate da un panel di relatori accuratamente selezionati (peraltro intervenuti a voce unica, senza alcuna possibilità di contraddittorio, e univocamente convergenti verso la visione storica voluta dai circoli politici azeri) – un quadro della presenza cristiana non solo completamente artefatto, ma anche piegato a meschini interessi ideologici di parte.
Chiaro il tentativo di screditare le origini armene del Cristianesimo nel Caucaso meridionale! Non basta l’opera demolitrice perseguita da Baku con costante determinazione sulle testimonianze religiose e culturali armene. Eloquente è, infatti, quanto accaduto ieri nella regione del Nakhchivan con l’annientamento fisico di monumenti cristiani, e quanto accade oggi in Artsakh (Nagorno Karabakh), dopo l’esodo forzato di migliaia di armeni a seguito dell’ultima sfortunata guerra del 2020.
Oggi si tenta pure la strada della manipolazione storica per cancellare quel che resta, nei territori occupati dall’Azerbaijan, della memoria storica armena: si fa risalire la presenza cristiana a una non meglio identificabile comunità “albanese” di antiche origini, sottrattasi al processo di islamizzazione dell’area. Trattasi di un gruppo etnico minoritario (gli Udi), peraltro storicamente insediatosi al di fuori dei tradizionali confini armeni, ma pretestuosamente avocato oggi dalla Baku ufficiale quale elemento clanico cui far risalire le presenze monumentali armene in disprezzo perfino delle loro storiche iscrizioni in lingua armena!
Ecco spiegato, allora, come questa irrituale esaltazione di una provenienza “albanese” del Cristianesimo caucasico assuma un’evidente pretestuosità agli occhi di chi guarda alla Storia con animo spassionato e imparziale. L’intendimento della dirigenza azera, oggi – dopo la forzata annessione del Nagorno Karabakh, derivante dagli esiti nefasti di una guerra quanto mai opinabile nelle sue effettive modalità di conduzione da entrambe le parti – è quello di rimuovere qualsiasi traccia o segno di una Storia della Nazione armena. Perché proprio quella Storia potrebbe ancora parlare di sé per rivendicare l’esigenza di una giustizia storica purtroppo ignorata da un Occidente indolente e prono, con ogni mezzo, a dissacrare, mercificandoli, i valori fondanti della sua stessa civiltà.
Colpire il Cristianesimo armeno potrebbe rivelarsi un colpo magistrale assestato da Baku all’identità storico-religiosa degli armeni: rimuoverlo dal profondo della loro coscienza collettiva equivarrebbe a infliggere all’Armenia una sconfitta forse ancor più grave di quella militare. Perché privare un popolo della sua memoria significa radiarlo per sempre dalla Storia.
Non limitiamoci, dunque, alla rassegnazione! È deleteria. Non confiniamoci a deplorare la furia devastatrice dell’odio razziale! È pericoloso. Già in passato crimini detestabili, come le uccisioni di civili innocenti nella breve guerra dell’aprile 2016, o l’omicidio a Budapest nel 2004 del sottufficiale armeno Margaryan per mano dell’azero Safarov, sono rimasti impuniti nella delirante soddisfazione della parte azera.
Prendiamo invece coraggio e denunciamo questi misfatti affinché giustizia sia fatta; reagiamo ai soprusi e alle sopraffazioni affinché chi si presta a simili giochi mistificatori si ravveda e renda giustizia a un popolo che non ha idrocarburi né caviale da offrire in cambio di rispetto, ma solo e unicamente la ferma fedeltà alle comuni origini cristiane del nostro Occidente!
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-14 19:31:262025-04-14 19:31:26Cristianesimo in Azerbaijan: quando riscrivere la Storia cancella la memoria di un popolo (Spondasud
Se ci si vuole inoltrare nel fitto bosco dei genocidi del Novecento, suggerisce opportunamente Vittorio Robiati Bendaud in Non ti scordar di me. Storia e oblio del genocidio armeno (Liberilibri), si deve partire da quello consumatosi tra il 1915 e il 1921, il Metz Yeghérn (il Grande Male). E poi risalire indietro nel tempo. Perché tutti i genocidi, Shoah compresa, vengono da lontano. Per poi essere successivamente rimossi. Negati. E potersi così riproporre dopo qualche anno sotto nuove spoglie. A dispetto di chi, in buona o malafede, ha giurato sulla formula del «mai più».
Il genocidio armeno, sostiene Robiati Bendaud, una volta conclusasi la carneficina è rimasto «attivo» tramite il negazionismo che l’ha accompagnato e ancora oggi l’accompagna. Negazionismo che, a sua volta, è parte costitutiva, anzi «essenziale» del processo genocidario. Tale negazionismo genocida ha permesso, ai nostri giorni, il riattivarsi di politiche belliche contro gli armeni, con la «riproposizione di una realtà fittizia da parte degli aguzzini» e il «colpevole disinteresse, perfino la complice connivenza, del mondo intero». Il disinteresse occidentale nei riguardi degli armeni, sostiene Robiati Bendaud, è «omicida» verso il popolo in questione, alla stessa maniera di centodieci anni fa. Ed è «suicidario» per l’Occidente, ossia per le società liberal-democratiche, eredi della tradizione ebraico-cristiana, che consiste nel riconoscimento e nell’affermazione dei diritti umani individuali nonché nel rifiuto del genocidio in sé. Va considerato sintomo di un tradimento «al contempo omicida e suicida» che è pienamente in atto.
L’impero ottomano entrò nella Prima guerra mondiale nell’ottobre del 1914 bombardando alcune installazioni militari della Russia zarista sul Mar Nero. Ma secondo tutti o comunque la maggior parte degli storici la vicenda di cui qui ci occupiamo ebbe inizio dopo la sconfitta dell’esercito ottomano a Sarikamis sul fronte caucasico nel gennaio del 1915 che consentì ai russi di dilagare nella Grande Armenia. Un insuccesso militare dei turchi aggravato dallo sbarco alleato nei Dardanelli che fu avvertito come una minaccia alla stessa capitale.
Fu in questo contesto, scrivono Aldo Ferrari e Giusto Traina nella Storia degli armeni (il Mulino), che i soldati armeni sospettati di collusione con il nemico «cominciarono ad essere disarmati e costretti a lavori forzati che li portavano rapidamente alla morte». Ebbero inizio i primi massacri locali, il più grave dei quali fu quello che colpì l’8 aprile la città di Zeytun in Cilicia che godeva di una lunga tradizione di autonomia. Altri eccidi si registrarono nei villaggi intorno al lago di Van e fu a quel punto che, spiegano Ferrari e Traina, gli armeni della città di Van «presero le armi per sfuggire allo stesso destino, riuscendo a resistere sino all’arrivo dell’esercito russo». Secondo i turchi fu a causa di quell’insurrezione armata che l’esercito ottomano procedette a una vera e propria guerra di pulizia etnica contro gli armeni.
Ma l’ambasciatore statunitense nell’impero ottomano Henry Morgenthau nelle sue memorie — Diario 1913-1916 (Guerini e associati) — contestò quella ricostruzione. «Ho raccontato la vicenda della cosiddetta insurrezione di Van — scrisse Morgenthau — non solo perché fu l’inizio del tentativo di cancellare un’intera nazione, ma perché questi avvenimenti sono stati portati in seguito dalle autorità turche a giustificazione dei loro successivi crimini». Ogni qualvolta «mi appellavo a Talat — scriveva Morgenthau, — a Enver e agli altri in difesa degli armeni mi veniva rinfacciato l’episodio di Van come emblematico del tradimento armeno». Mentre, secondo il diplomatico, si era trattato «del tentativo più che legittimo degli armeni di difendere l’onore delle loro donne e le loro stesse vite, dopo che i turchi, massacrando migliaia dei loro vicini, avevano fatto chiaramente intendere quale destino attendesse tutti loro».
Poi, proseguono Ferrari e Traina, la data che fa testo per l’inizio del successivo genocidio è quella del 24 aprile 1915 quando a Costantinopoli vennero arrestate alcune centinaia di esponenti di rilievo della comunità armena. Tra i quali figuravano parlamentari e intellettuali. Quasi tutti vennero uccisi in quei giorni e in questo modo fu decapitata «gran parte dell’élite culturale armena». Da quel momento in ogni parte dell’impero ottomano — con l’eccezione di Costantinopoli e Smirne — cominciò quello che secondo le dichiarazioni ufficiali del governo doveva essere soltanto un provvisorio «trasferimento» degli armeni lontano dal fronte. Il 30 maggio fu approvata la Legge temporanea di deportazione. Ma si trattava, scrivono Ferrari e Traina, di una «deportazione verso il nulla, verso la morte, secondo uno schema ripetuto innumerevoli volte in tutte le città e i villaggi abitati da armeni».
Il contributo tedesco a questo genocidio fu tutt’altro che irrilevante. Robiati Bendaud ricorda che il pastore protestante Johannes Lepsius nel corso del suo viaggio in Turchia del 1915 raccolse, grazie alla collaborazione dell’ambasciata americana nonché di missionari statunitensi, svizzeri e di alcuni esponenti del Patriarcato armeno, prove inconfutabili dei massacri. Prove che raccolse in un rapporto segreto di trecento pagine che inviò in Germania. L’ambasciatore turco a Berlino (al quale furono mostrate) le definì uno strumento di «ignobile propaganda» che rischiava di mettere a repentaglio la causa comune. Il rapporto venne così occultato e il pastore fu costretto a ritirarsi in Olanda. Non solo. Terminata la guerra, Lepsius fu richiamato in Germania e gli fu affidato il compito di «purificare» gli archivi tedeschi «da ogni testimonianza della connivenza, o, peggio, della corresponsabilità tedesca nell’opera genocidaria degli armeni». Ma quella connivenza e quella corresponsabilità, nonostante l’opera a cui fu costretto Lepsius, restarono nella coscienza tedesca. E giunsero in qualche modo alle orecchie di Adolf Hitler.
Nel frattempo, crollato l’impero ottomano, Mustafa Kemal Atatürk, il fondatore della Turchia moderna, salì al potere nel 1920 e vi rimase fino al 1938, l’anno della sua morte. Ma qui ci interessa la data d’inizio della sua esperienza di governo: il 1920. Dal momento che, nonostante la parte principale del genocidio sia avvenuta tra la primavera e l’estate del 1915, il massacro e l’espulsione della popolazione armena continuarono anche negli anni successivi. Mustafa Kemal Atatürk nel ’15 comandava un reggimento a Gallipoli e non fu dunque direttamente coinvolto nel genocidio. Per un momento alla fine della guerra parve che Atatürk fosse disposto a collaborare con i vincitori e mettere sotto processo i diretti responsabili degli eccidi: Mehmet Talat (che sarà ucciso da un armeno a Berlino nel ’21) e Ismail Enver.
La posizione di Atatürk cambiò radicalmente con il trattato di pace firmato a Sèvres il 10 agosto 1920 laddove fu proprio lui a contrastare, in nome di una linea per così dire patriottica, ogni ulteriore tentativo di mettere l’Impero sul banco degli imputati. Dopodiché Ferrari e Traina segnalano il caso specifico della Cilicia che dal 1918 era stata controllata da forze francesi sotto la cui protezione gli armeni avevano potuto continuare a vivere. Ma (attenzione alle date!) nell’ottobre del 1921, in seguito al trattato di Ankara che riconsegnava la Cilicia all’impero ottomano, gli armeni furono costretti ad abbandonare precipitosamente anche questa regione. E fu un nuovo esodo funestato da lutti. Così come sanguinosa per gli armeni fu l’intera guerra greco turca (1919-1922). Che si concluse, nel settembre del 1922, con l’incendio di Smirne a seguito del quale si registrarono stragi di greci ma anche di armeni. Le vittime complessive di questa pulizia etnica sono molto difficili da stabilire con precisione, secondo Ferrari e Traina. Le cifre possibili variano dal milione al milione e mezzo di persone, su un totale di circa due milioni di armeni che abitavano nell’impero ottomano.
A detta di molti storici, tra cui Esat Uras, fu poi Atatürk che in un discorso fatto nel 1927 al secondo congresso del Partito popolare repubblicano — allocuzione che durò tre giorni consecutivi — definì il canone ufficiale della storiografia turca. E in quel discorso non c’era spazio per il genocidio armeno: anzi si posero le fondamenta definitive per la sua negazione. Da quel momento la politica dello Stato in merito al genocidio armeno è stata sempre, appunto, di negazione, ha scritto Taner Akçam — in Nazionalismo turco e genocidio armeno. Dall’Impero ottomano alla Repubblica (Guerini e associati) — mentre la società turca si limitava a manifestare «distacco». La società turca, secondo Akçam, «ha cominciato molto lentamente a prendere posizione, benché con diverse motivazioni e tendenze». Per questo, «quando esaminiamo il rapporto della Turchia con il genocidio armeno», abbiamo il dovere di fare «un discorso che non consideri solo lo Stato, ma anche i vari segmenti della società». Nei libri di testo, ha evidenziato Akçam, «grandi epoche e avvenimenti storici paiono non esistere, come se fossero stati cancellati dalla storia e dalla memoria». Si può ragionevolmente parlare di un «tentativo collettivo di dimenticare» quell’uccisione di massa. Per decenni, se qualcuno provava a parlare pubblicamente del genocidio, si trovava, riferisce Akçam, di fronte a due reazioni: «da un lato mancanza di interesse e indifferenza; dall’altro, una risposta aggressiva e ostile».
Tutto questo accadeva nonostante ci fossero stati turchi, musulmani e curdi che avevano quantomeno provato ad aiutare piccoli nuclei di armeni a salvarsi. Di loro è rimasta testimonianza nel libro di Pietro Kuciukian I disobbedienti. Viaggio tra i giusti ottomani del genocidio armeno (Guerini e associati).
Quel che di terribile era accaduto nel ’15 e che si protrasse poi per anni e anni, fu per molto tempo considerato, non solo in Turchia, un effetto tra i tanti della Grande Guerra. Ma giustamente Robiati Bendaud scrive che la riduzione del Metz Yeghérn al collasso dei grandi imperi, ai disastri connessi alle lotte tra imperialismi antagonisti, all’imperversare di nazionalismi contrari, come pure al rovinare di un assetto secolare sotto i colpi impietosi dell’economia moderna e financo dell’occidentalizzazione significa «mancare grandemente il bersaglio».
Marcello Flores, in un libro tra i più completi e documentati su questo tema — Il genocidio degli armeni (il Mulino) —, ha osservato, a proposito delle due reazioni messe a fuoco da Akçam, che «si tratta in entrambi i casi di meccanismi di rimozione e censura che permettono di rimodellare la gerarchia di importanza e il criterio di rilevanza della narrazione storica, creando dei veri e propri tabù e mettendo in atto reazioni emotive nonché meccanismi di difesa». I quali, ha sostenuto Akçam, hanno lo scopo di «evitare che la società turca rammenti fatti descritti come massacro, genocidio ed espulsione». Il fine evidente è di fare barriera contro probabili «conseguenze psicologiche, emotive o morali causate da tali ricordi».
Norman Naimark, in La politica dell’odio. La pulizia etnica nell’Europa contemporanea (Laterza) — pur ricordando la precisione degli ordini provenienti dal Ministero dell’Interno turco, la meticolosità con cui vennero eseguiti e il minuzioso controllo sulla loro attuazione —, ha scritto che, tuttavia, «le prove dell’intenzionalità del misfatto, fondamentali per l’accusa di genocidio, non sono così chiare e lampanti come vorrebbero gli storici».
Ma né la memoria superstite del Metz Yeghérn, troppo spesso oscurata quando non occultata, scrive Robiati Bendaud, né quella della Shoah, «purtroppo rincretinita e debilitata dall’eccesso di monumentalizzazione e da insidiosi processi di universalizzazione», hanno impedito che nell’arco di circa un secolo gli armeni siano nuovamente vittime di turchi e azeri e che gli ebrei in Europa e altrove debbano ancora temere per la propria vita. Con la nuova «caccia all’ebreo» nonché il ritorno di antichi «orrori ed errori». Complici il sovvertimento del linguaggio e la negazione. Funzionali da sempre all’opera genocidaria.
Il Giorno del Ricordo per il genocidio arme-no si celebra il 24 aprile (sopra: marcia forzata di civili armeni verso il cam-po di prigionia di Mezireh, sorvegliati da soldati turchi armati nell’aprile 1915, Ansa). Per appro-fondire: Storia degli armeni di Aldo Ferrari e Giusto Traina (il Mulino, 2020); Diario 1913-1916 di Henry Morgenthau (a cura di F. Berti e F. Cortes, Gue-rini, 2010); Nazionalismo turco e genocidio armeno di Taner Akçam (traduzio-ne di A. Michelucci e C. Veronese, Guerini, 2005); Il genocidio degli armeni di Marcello Flores (il Mulino, 2017); La politica dell’odio di Norman Naimark (traduzione di S. Minucci, Laterza, 2002).
Novecento Vittorio Robiati Bendaud ricostruisce per l’editrice Liberilibri un processo di cancellazione dalla storia e dalla memoria di cui pose le basi già Atatürk. E che ha consentito il riattivarsi ai giorni nostri di nuove violenze
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-14 19:27:522025-04-14 19:27:52Genocidio armeno Il male negato La Turchia non lo riconosce, nel silenzio del mondo di Paolo Mieli (Corriere della Sera 14.04.25)
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo comunicato della Comunità Armena di Roma, che protesta contro il tentativo – svoltosi fra le mura dell’Università Gregoriana! – di trovare una giustificazione “cristiana” alla pulizia etnica compiuta nel Nagorno Karabagh ai danni della popolazione armena di quella terra. Buona lettura e diffusione.
Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” si unisce allo sgomento e rabbia di tutti gli armeni per quanto accaduto ieri presso la Pontifica Università Gregoriana di Roma dove l’ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede ha organizzato un convegno dal titolo “Cristianità̀ in Azerbaigian”, affittando un locale dell’Istituto senza rivelare alla proprietà la vera natura politica dell’iniziativa, come già accaduto anche in passato per concerti organizzati presso parrocchie romane.
Nel corso di questo evento ancora una volta gli oratori hanno ripetuto la falsa teoria sulla chiesa cristiana albana che sarebbe stata spodestata da quella armena; teoria infondata e ridicola che non ha alcun cultore al di fuori dell’Azerbaigian e che è stata riproposta per giustificare l’occupazione del Nagorno Karabakh (Artsakh) cancellando secoli di civiltà e storia armena nella regione, dopo aver cacciato da quei territori, sotto la minaccia della pulizia etnica, più di 120 mila armeni, che oggi, dopo aver perso tutto, persino le tombe dei loro cari, si trovano rifugiati in Armenia.
Ma non solo tali assurdità sono risuonate alla Gregoriana.
Vi è stato persino chi ha attaccato gli armeni, come l’analista politico Fuad Akhundov, accusandoli di distruggere i monumenti e i siti religiosi azeri e arrivando perfino ad affermare che “queste azioni non sono solo atti di vandalismo contro il patrimonio storico e culturale dell’Azerbaigian, ma riflettono anche una politica anticristiana volta a distorcere la vera storia della regione”.
Non possiamo che rilevare che si tratti solo di un patetico tentativo per scaricare sull’inerme popolo armeno le proprie colpe, vista l’opera di distruzione compiuta recentemente in Nagorno Karabakh e, sul finire del secolo scorso, a Julfa.
Il “Consiglio per la comunità armena di Roma”, che ha provveduto ad inviare una missiva al Rettore dell’Università Gregoriana, ritiene inaccettabile che istituzioni pontificie, ancorché in buona fede, ospitino tali eventi caratterizzati da armenofobia, razzismo, intolleranza e basati su teorie prive di qualsiasi valore storico, religioso e scientifico e offensive nei confronti di un popolo che ha versato il proprio sangue per non rinnegare la propria fede cristiana e che si sta accingendo a commemorare il prossimo 24 aprile il 110 anniversario del Genocidio del 1915 dove persero la vita più di un milione e mezzo di cristiani armeni.
Non è tollerabile che università, chiese e parrocchie diventino vittime della politica manipolatrice di un regime che “Freedom House” colloca tra le dieci peggiori dittature al mondo. Un regime che a suon di soldi e bugie cerca di annientare la millenaria civiltà̀ di un popolo che per primo, nel 301, abbracciò ufficialmente il cristianesimo.
CI APPELLIAMO ALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA E ALLE ISTITUZIONI VATICANE A VIGILARE CON ATTENZIONE PER PREVENIRE SIMILI ATTI MISTIFICATORI E NON RISCHIARE DI ESSERE ACCUSATE DI COMPLICITA’ CON IL REGIME DELL’AZERBAIGIAN.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-14 19:00:122025-04-14 19:30:10Alla Gregoriana l’Azerbaijan Tenta di Sbianchettare la Pulizia Etnica del Nagorno. Gli Armeni di Roma Protestano. (Stilum Curiae 14.04.24)
’accordo di pace Armenia-Azerbaigian resta fragile: Zangezur, Costituzione armena e pressioni regionali ne compromettono la firma. La stabilità futura appare di nuovo sotto minaccia.
Nel mese di marzo 2025, i governi di Azerbaigian e Armenia hanno concordato la firma di un accordo di pace per porre fine al sanguinoso conflitto che da decenni affligge il Nagorno-Karabakh.
Privo di uno sbocco sul mare e incastonato fra le montagne del Caucaso Meridionale, questo territorio è stato per molto tempo conteso dai due paesi limitrofi, in quanto abitato in maggioranza da armeni ma circoscritto all’interno dei confini azeri. Il toponimo in lingua russa (Нагорный Карабах) significa “giardino nero superiore” o “giardino nero montuoso”, mentre gli azeri utilizzano l’espressione “Dağlıq Qarabağ”, avente lo stesso significato. La popolazione locale armena chiama invece questa terra “Artsakh” (Արցախ), nome storico che evoca il carattere boscoso di questa regione.
Durante il periodo sovietico, l’area, seppur abitata da armeni, era stata assegnata all’Azerbaigian, invece che all’Armenia, entrambe repubbliche socialiste sovietiche. I tentativi di azerificazione forzata della popolazione locale da parte di Baku innescarono un aumento delle tensioni etniche che esplosero definitivamente al momento del crollo dell’URSS nel 1991. I secessionisti proclamarono unilateralmente la nascita della Repubblica d’Artsakh con il supporto della neo-indipendente Armenia, scatenando la reazione militare azera. La prima devastante guerra si concluse nel 1994 con un accordo di cessate il fuoco. Le violenze, tuttavia, non cessarono e il conflitto militare riemerse a fasi alterne, intensificandosi soprattutto nel 2012 e nel 2020. In tale anno fu firmato un nuovo accordo di cessate il fuoco mediato da Mosca, formalmente alleata di Yerevan. Due anni dopo però, due fattori spinsero Baku ad attaccare nuovamente la repubblica separatista, con il supporto politico di Ankara: la posizione di forza, assunta grazie al ruolo di crocevia energetico, e la guerra russo-ucraina, che costringeva il Cremlino a concentrarsi su un altro fronte. Il blocco azero del corridoio di Lachin, unico collegamento esistente tra l’Artsakh e la Repubblica Armena, impedì il passaggio di mezzi e persone e indebolì significativamente i secessionisti. Inoltre, il mancato intervento di Mosca compromise le relazioni russo-armene incidendo negativamente sulla posizione di Yerevan nel conflitto. L’aggressione decisiva giunse nel settembre 2023 quando l’esercito azero abbatté la repubblica separatista ottenendone la resa definitiva. Più di 100.000 esuli si recarono in massa in Armenia nei mesi successivi per sfuggire alla repressione azera, mentre le istituzioni dell’Artsakh si sciolsero ufficialmente il 1° gennaio 2024. A nulla valsero le proteste di migliaia di manifestanti armeni che pretendevano dal governo di Yerevan la difesa ad oltranza dei propri connazionali.
Dopo mesi di negoziazioni i due governi hanno reso nota la propria disponibilità a sottoscrivere un trattato di pace per porre fine alla disputa territoriale e normalizzare le relazioni bilaterali. La bozza del nuovo accordo annunciata nel marzo 2025 è composta da 17 articoli e sancisce la sovranità – de iure e de facto – dell’Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, riconfermata dalla Corte Internazionale di Giustizia attraverso la sentenza del 17 novembre 2023 e già riconosciuta dall’Armenia stessa. Il concordato prevede inoltre il ritiro delle cause legali che i due paesi hanno reciprocamente avviato l’uno contro l’altro, il ritiro delle missioni straniere sul confine, tra cui l’EUMA (Missione UE in Armenia), e lo scioglimento del Gruppo di Minsk dell’OSCE, format coordinato da Francia, Stati Uniti e Russia, incaricato dal 1992 di monitorare il conflitto nell’area al fine di trovarne una risoluzione.
Eppure, nonostante l’apparente intesa, sono emerse diverse criticità che rischiano di compromettere seriamente l’accordo di pace. Innanzitutto, Baku ha preteso l’emendamento delle disposizioni della Costituzione Armena che contengono esplicite rivendicazioni territoriali in contrasto con quelle azere. Nonostante l’Armenia abbia negato che la propria Carta fondamentale rappresenti una minaccia, il primo ministro Pashinyan aveva già annunciato mesi prima la volontà di adottarne una nuova. Tuttavia, la revisione costituzionale potrebbe richiedere molto tempo, rallentando il processo di pacificazione. Un’altra minaccia alla stipula dell’accordo è rappresentata dalla mancanza di fiducia reciproca: il presidente azero Əliyev ha espresso scetticismo sulla reale volontà di Yerevan di rispettare gli impegni; allo stesso tempo, l’opposizione interna all’Armenia ha criticato la bozza di accordo, definita una “capitolazione” e ha espresso l’intenzione di boicottarlo.
Un’altra questione fondamentale concerne il Corridoio di Zangezur, la striscia di territorio armeno che separa l’exclave azera di Naxçıvan, confinante con la Turchia, e il resto dell’Azerbaigian. Il governo di Baku ne ha richiesto l’apertura al fine di creare un collegamento strategico tra i due spazi, necessario per l’integrazione economica regionale. Ciò favorirebbe anche la connessione territoriale diretta con l’alleato turco che potrebbe così cogliere l’occasione per consolidare la propria influenza nel Caucaso Meridionale a scapito di altri attori come l’Iran. La Repubblica Islamica si è infatti opposta al progetto di apertura per timore di veder ridotto il proprio peso strategico locale. La stessa Armenia, dal proprio punto di vista, teme un isolamento ulteriore se questo tentativo turco-azero andasse in porto, ma non possiede attualmente le capacità per opporvisi. D’altra parte, il governo di Yerevan ha richiesto la revoca del blocco delle ferrovie tra i due paesi per recuperare il controllo delle infrastrutture di confine.
Inoltre, il contesto geopolitico influisce significativamente. La regione del Caucaso Meridionale attira gli interessi di diverse potenze regionali e globali in competizione fra loro. La rilevanza strategica dell’area concerne principalmente due aspetti: la sua posizione geografica, che ne fa una cerniera tra Europa, Medio Oriente e Spazio post-Sovietico, e la presenza di ricchi giacimenti di petrolio e gas naturale. A seguito dell’invasione dell’Ucraina, l’Azerbaigian è diventato uno dei principali partners energetici degli Stati membri dell’Unione Europea: per tale motivo l’UE, nonostante abbia giocato un ruolo attivo nella mediazione del conflitto, possiede ridotte capacità di pressione su Baku al fine di garantirne l’implementazione degli impegni presi.
La Russia, invece, formalmente alleata dell’Armenia nell’ambito dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC), ha sfruttato sia lo strumento della mediazione che il dispiegamento di forze di pace al fine di mantenere la propria influenza regionale: eppure, negli ultimi anni, il suo atteggiamento sempre più ambiguo e il coinvolgimento nella guerra contro Kiev hanno significativamente indebolito il suo ruolo nell’area. Ciò ha spinto Yerevan ad allontanarsi dal Cremlino e a cercare l’appoggio degli attori occidentali. Parallelamente, gli Stati Uniti, seppur interessati ad arginare l’influenza russa nel Caucaso Meridionale, hanno assunto un ruolo meno diretto rispetto alle altre potenze.
Appare chiaro, dunque, che tale situazione avvantaggi la Turchia: grazie al legame con Baku, sarebbe in grado di affermare il proprio ruolo di leadership nell’area, indebolire l’avversario armeno, contenere la presenza russo-iraniana e, attraverso l’eventuale apertura del corridoio di Zangezur, connettersi direttamente al Mar Caspio, passando per il territorio azero. Appare meno chiaro, invece, il destino dell’accordo. Il trattato tra Armenia e Azerbaigian segnerà davvero la fine del conflitto nel Nagorno-Karabakh o le tensioni regionali permarranno?
È possibile che, nel migliore dei casi, il trattato venga stipulato e implementato con successo nei prossimi anni, facilitando sia la stabilità regionale che la normalizzazione delle relazioni tra Baku e Yerevan, che, a sua volta, potrebbe cedere sulla questione di Zangezur e sulla modifica della propria Costituzione: allo stesso tempo, verrebbero stipulati nuovi accordi per rafforzare la cooperazione regionale, mentre la Russia vedrebbe venir meno il proprio ruolo nell’area. In questo scenario, però, l’accondiscendenza dell’Armenia sancirebbe definitivamente la sua posizione subalterna nel contesto regionale.
Tuttavia, le condizioni attuali suggeriscono nel medio termine uno scenario opposto di instabilità: è probabile, infatti, che l’accordo non venga implementato a causa della mancata risoluzione delle dispute pendenti. L’instabilità permarrebbe e Baku, forte del supporto turco, potrebbe intensificare le pressioni e aumentare le pressioni su Yerevan, puntando sull’inerzia diplomatica della Russia e degli attori occidentali. Ciò potrebbe determinare una nuova escalation militare nella regione e una nuova crisi umanitaria, attirando probabilmente l’intervento delle Nazioni Unite. Anche in questo scenario, comunque, la posizione armena si indebolirebbe ancora di più.
In entrambi gli scenari Ankara resterebbe la vera vincitrice: con la (ri)conquista di Damasco, l’avvio del processo di pacificazione dei rapporti coi separatisti curdi e il consolidamento della propria influenza nel Caucaso, la Turchia si prepara a superare il proprio status di mera potenza regionale.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-13 19:32:222025-04-14 19:38:55Il possibile accordo di pace tra Azerbaigian e Armenia: fine delle ostilità? (Iari 13.04.25)
Roméo Mivekannin (1986) è un pittore nato in Costa d’Avorio, cresciuto in Benin, con una formazione in architettura in Francia e un dottorato in storia dell’arte a Tolosa in corso. Nella sua prima personale italiana alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia (Black Mirror, fino al 27 luglio), espone D’après La couleur de la grenade, Sergueï Paradjanov(1969) (2024), un dipinto orizzontale (150×300 cm) realizzato su velluto nero, non incorniciato, non fissato su alcun telaio e sospeso nello spazio, lo stesso in cui evolve lo spettatore. Una tecnica che sperimenta per la prima volta, ispirata a un’opera di Julian Schnabel nella Collezione Maramotti. Come servirsi di un materiale utilizzato per i vestiti e non per la pittura, di un tessuto che assorbe la luce e rigetta i colori, di uno specchio nero su cui le figure non si stagliano o staccano, prese in una fibra comune che le tiene prigioniere? Il risultato non è pienamente prevedibile, la sfida è raccolta.
Nella ventina di opere in mostra i soggetti sono debitori della storia dell’arte e del cinema, con molte influenze italiane, di quelle predilette dal mondo culturale francese come il duo Caravaggio-Pasolini; non mancano tuttavia riferimenti a Pina Bausch o a un regista visionario quale Leos Carax. Indipendentemente dai riferimenti storici, Mivekannin interferisce volentieri con le composizioni originali riproducendo il suo volto se non il suo corpo che emerge dal buio del tessuto nero. Il risultato è un autoritratto polifonico in cui si mette nella pelle di personaggi di rappresentazioni storiche, privilegiando le figure marginali su cui cade la sua attenzione quando, arrivato in Francia, visita le collezioni museali. Insoddisfatto dalla postura subalterna e passiva della citazione, che riduce l’artista a un abile copista, si proietta nello spazio dell’opera fino a sostituirsi ai suoi personaggi. Una teatralità in cui la storia dell’arte è, più che citata, fagocitata. Un’esplorazione del sé in cui il gioco erudito con l’atlante delle immagini del passato si accompagna all’introspezione psicologica. Del resto, poiché vestendoci portiamo il tessuto su di noi, a contatto con la nostra pelle, Mivekannin considera l’abito come una casa sociale.
Come indica il titolo, D’après La couleur de la grenade è ispirato al film Il colore del melograno (1969) in cui Sergueï Paradžanov riesce nell’arduo compito di ricostruire la biografia di un poeta, quella del trovatore, bardo, musicista, ashugh armeno Sayat-Nova del XVIII secolo. Anziché seguirne pedissequamente la biografia (come nei biopic), il film – allusivo e sospeso – procede per tableaux vivants. Ogni scena è un paesaggio cromatico, una festa per gli occhi. Per quanto poetico, il titolo fu proposto dai censori russi per i quali il film – intitolato dal regista Sayat-Nova – non rispecchiava la vita del poeta armeno.
Mivekannin, che colleziona fotogrammi di film, seleziona una delle tante scene corali, pochi secondi in cui una quindicina di monaci barbuti e nerovestiti addentano con gusto un melograno. Nel film il colore rosso o porpora è ricorrente, a partire dalla scena iniziale di tre melograni che macchiano un telo bianco: i vestiti del giovane poeta, i tappeti stesi in verticale come lenzuola al vento, un corno di corallo appeso al collo come amuleto, la cresta di un gallo, un pigmento che colora il palmo della mano, la pelle di un tamburo, le ali degli angeli, i mitra liturgici e altri paramenti sacri, il sangue – umano o di un capretto sgozzato – che, alla fine del film, insozza la veste bianca del poeta, in omaggio alla simbologia della passione. Mivekannin tralascia il corpo dei monaci, ne moltiplica i volti e i gesti delle mani, li dissemina nella superficie del telo nero in una rêverie teatrale e muta.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-13 14:35:292025-04-13 14:35:45Mivekannin e il melograno armeno (Il Manifesto 13.04.25)
Siamo nei giorni che precedono la memoria del genocidio armeno (gli armeni usano l’espressione Metz Yegern, Մեծ Եղեռն, ‘il grande crimine’), celebrato il 24 aprile: in questo giorno si commemorano le vittime di uno degli eventi più crudeli e disumani della storia recente dell’umanità.
Con il termine genocidio armeno, talvolta definito olocausto degli armeni, si identificano le deportazioni ed eliminazioni di armeni perpetrate dall’Impero ottomano tra il 1915 e il 1916, che causarono circa tre milioni di morti. Arresti e deportazioni di civili Armeni furono compiuti in massima parte dai ‘Giovani Turchi’. In quelle che sono state chiamate ‘marce della morte’: 1.200.000 persone furono uccise, centinaia di migliaia di persone morirono per fame, malattia, fatica, percosse, stupri. Vi sono molte prove inoppugnabili sul fatto che ci fosse una volontà determinata della classe dirigente ottomana di eliminare la popolazione armena: è noto che il Ministro dell’Interno turco, Tallat Pascià, disse all’ambasciatore Morgenthau[1] – cosa che Morgenthau ricorda nelle sue Memorie: «Ci siamo liberati di tre quarti degli armeni… L’odio tra armeni e turchi è così grande che dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi».Ricordiamo, per la cronaca, che la Turchia rifiuta di riconoscere il genocidio ai danni degli armeni, causa questa di tensione tra Unione europea e Turchia e anche con la Santa Sede. Il 12 aprile 2015 papa Francesco riferendosi agli avvenimenti ha parlato esplicitamente di genocidio, citando anche una dichiarazione del 2001 di papa Giovanni Paolo II e del patriarca armeno, in occasione della messa di commemorazione del centenario in San Pietro, dichiarando che quello armeno ‘viene definito come il primo genocidio del XX secolo’.
Ho ritenuto necessaria questa ampia premessa sul genocidio armeno, perché evidentemente la verità storica conclamata e le dichiarazioni di due Romani Pontefici, nonché l’approssimarsi della data commemorativa del genocidio armeno, non sono stati sufficienti per scongiurare una vergognosa iniziativa svoltasi il 10 aprile u.s. presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma: si tratta della XII Conferenza Scientifica Internazionale dal titolo ‘Cristianesimo in Azerbaigian: storia e modernità dedicata al patrimonio dell’Albania caucasica’. L’evento è stato organizzato dal Baku International Multiculturalism Center, dall’A.A. Bakikhanov Institute of History and Etnology dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian, dall’Ambasciata della Repubblica di Azerbaigian presso la Santa Sede e dalla Comunità religiosa cristiana Alban-Udi. Una iniziativa sconcertante – anche se non ufficialmente promossa dalla Gregoriana, alla quale è stato comunque consentito di svolgersi in una grande aula della Pontificia Università – senza che alcuna organizzazione di studi armeni ne fosse a conoscenza, come ha dichiarato anche il ‘Team di Monitoraggio del patrimonio culturale dell’Artsakh’ con un comunicato che spiega: “Sono stati riuniti e reclutati decine di specialisti provenienti da diversi paesi (Turchia, Kazakistan, Uzbekistan, Corea del Sud, Russia, Polonia, Italia, Georgia, Germania, Francia, Canada, Stati Uniti, Lituania) con l’obiettivo di escludere la storia armena, la cultura armena e la presenza degli Armeni nel territorio dell’Azerbaigian, quindi, in particolare quei monumenti armeni, ricoperti da centinaia di iscrizioni armene, vengono presentati come albanesi. Si tratta di Amaras, Ganadzasar, Dadivank, ecc. Per noi è anche incomprensibile che abbiano partecipato alcuni noti ricercatori del settore, visto che a questa Conferenza non ha partecipato nessun ricercatore Armeno e non è stata pronunciata una sola parola sugli Armeni. Esprimiamo la nostra protesta e preoccupazione alle organizzazioni e alle comunità armene per la conservazione della cultura, alla comunità scientifica internazionale e alle nostre autorità per aver nascosto e ignorato in questo modo la nostra memoria, la nostra storia e la nostra cultura”.
Inutile sottolineare come anche in questo caso, a giustificazione di un evento dannoso e anticulturale, venga invocato un dialogo fra le religioni, che, se basato su menzogna e prevaricazione – come in questo caso – serve a diffondere odio e prevaricazione, non certo conoscenza reciproca e fraternità.
Il Consiglio per la comunità armena di Roma ha stigmatizzato l’evento con un comunicato stampa: “Il Consiglio per la comunità armena di Roma si unisce allo sgomento e rabbia di tutti gli Armeni per quanto accaduto ieri presso la Pontifica Università Gregoriana di Roma dove l’Ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede ha organizzato un convegno dal titolo Cristianesimo in Azerbaigian, affittando un locale dell’Istituto senza rivelare alla proprietà la vera natura politica dell’iniziativa, come già accaduto anche in passato per concerti organizzati presso parrocchie romane.
Nel corso di questo evento ancora una volta gli oratori hanno ripetuto la falsa teoria sulla Chiesa Cristiana Albana che sarebbe stata spodestata da quella Armena; teoria infondata e ridicola che non ha alcun cultore al di fuori dell’Azerbaigian e che è stata riproposta per giustificare l’occupazione del Nagorno-Karabakh (Artsakh) cancellando secoli di civiltà e storia armena nella regione, dopo aver cacciato da quei territori, sotto la minaccia della pulizia etnica, più di 120 mila Armeni, che oggi, dopo aver perso tutto, persino le tombe dei loro cari, si trovano rifugiati in Armenia.
Ma non solo tali assurdità sono risuonate alla Gregoriana. Vi è stato persino chi ha attaccato gli Armeni, come l’analista politico Fuad Akhundov, accusandoli di distruggere i monumenti e i siti religiosi azeri e arrivando perfino ad affermare che “queste azioni non sono solo atti di vandalismo contro il patrimonio storico e culturale dell’Azerbaigian, ma riflettono anche una politica anticristiana volta a distorcere la vera storia della regione”.
Non possiamo che rilevare che si tratti solo di un patetico tentativo per scaricare sull’inerme popolo armeno le proprie colpe, vista l’opera di distruzione compiuta recentemente in Nagorno-Karabakh e, sul finire del secolo scorso, a Julfa.
Il Consiglio per la comunità armena di Roma, che ha provveduto ad inviare una missiva al Rettore dell’Università Gregoriana, ritiene inaccettabile che istituzioni pontificie, ancorché in buona fede, ospitino tali eventi caratterizzati da armenofobia, razzismo, intolleranza e basati su teorie prive di qualsiasi valore storico, religioso e scientifico e offensive nei confronti di un popolo che ha versato il proprio sangue per non rinnegare la propria fede Cristiana e che si sta accingendo a commemorare il prossimo 24 aprile il 110° anniversario del Genocidio del 1915 dove persero la vita più di un milione e mezzo di Cristiani Armeni.
Non è tollerabile che università, chiese e parrocchie diventino vittime della politica manipolatrice di un regime che Freedom House colloca tra le dieci peggiori dittature al mondo. Un regime che a suon di soldi e bugie cerca di annientare la millenaria civiltà̀ di un popolo che per primo, nel 301, abbracciò ufficialmente il Cristianesimo.” Il comunicato termina con un appello alla Conferenza Episcopale Italiana e alle Istituzioni vaticane a vigilare con attenzione per prevenire simili atti mistificatori e non rischiare di essere accusate di complicità con il regime dell’Azerbaigian.
Appello che lascia poco sperare in un giusto accoglimento dal momento che è difficile credere che il Rettore della Pontificia Università Gregoriana, che ha dato in affitto la sala la più grande e di rappresentanza della Gregoriana, potesse non sapere che tipo di evento o conferenza era stata organizzata. Lascia poco spazio ad una buona fede delle autorità vaticane il fatto che il Cardinale Gugerotti Prefetto del Dicastero della Santa Sede per le Chiese Orientali abbia inviato alla conferenza un messaggio sconcertante, a dir poco, di apprezzamento per il convegno.
Visto che, come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma ci s’azzecca sempre, potremmo maliziosamente pensare che possa avere a che fare con l’atteggiamento vaticano il fatto che gli azeri stiano finanziando, in occasione del Giubileo, il restauro della basilica di San Paolo fuori le Mura. Ma questa è un’altra storia. O forse la stessa.
Ricordiamo anche, sempre per dovere di cronaca, che questo non è il primo evento che si svolga a Roma, offendendo la verità storica e colpendo gravemente l’Armenia. Si è trattato della mostra del febbraio scorso al Colosseo, “Göbeklitepe: L’enigma di un luogo sacro”, dove la storia viene mistificata e l’Armenia semplicemente cancellata dalla cartina geografica.
In quell’occasione fu inviata una lettera di protesta al Ministro della Cultura Giuli che riteniamo utile riproporre in quest’occasione:
“Egr. sig. Ministro, stiamo ricevendo da qualche giorno proteste provenienti da varie parti del mondo relative a una mostra, allestita al Colosseo, dal titolo “Göbeklitepe: L’enigma di un luogo sacro”. L’evento è patrocinato dal Suo dicastero, dall’omologo ministero turco e dall’ambasciata di Turchia a Roma.
Ci viene segnalato che l’allestimento è stato utilizzato per manifestare le più deprecabili teorie nazionaliste genocidiarie e anti armene. Nei pannelli illustrativi l’Armenia – la grande Armenia storica che si estendeva dal mar Caspio al Mediterraneo – è stata omessa. Così come l’attuale repubblica di Armenia. Al suo posto i curatori hanno pensato bene di collocare un “grande Azerbaigian”, Paese inesistente fino al 1918 il cui autocratico Presidente continua ancora oggi a minacciare la repubblica di Armenia accampando pretese su fantomatiche “terre storiche azerbaigiane” (sic!).
Anche se l’evento terminerà a breve riteniamo opportuno, anzi indispensabile, un Suo autorevole sollecito intervento per allontanare subito qualsiasi sospetto che la mostra sul sito archeologico sia stato solo un pretesto per dar spazio alle più bieche teorie nazionaliste turche degne di un membro dei “Lupi grigi”.”
Evidentemente non è bastato, il secondo evento è più grave del primo. Dobbiamo aspettare un terzo step di malafede, incultura ed ignoranza storica? Noi pensiamo che possa bastare così. Lo speriamo.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-12 18:33:532025-05-01 18:35:32A VOLTE RITORNANO…MENZOGNE E VERGOGNE DI DUE INIZIATIVE “CULTURALI” A ROMA (7 FEBBRAIO E 10 APRILE 2025) CONTRO LA VERITA STORICA DEL GENOCIDIO ARMENO (Flipnews 12.04.25)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 12.04.2025 – Vik van Brantegem] – Ieri abbiamo riferito [Inaccettabile le parole contro gli Armeni alla Conferenza azero sul Cristianesimo in Azerbaigian alla Pontificia Università Gregoriana[QUI]] che giovedì 10 aprile 2025 alla Pontificia Università Gregoriana a Roma si è svolta la XII Conferenza Scientifica Internazionale dal titolo Cristianesimo in Azerbaigian: storia e modernità dedicata al patrimonio dell’Albania caucasica. Un’iniziativa che ha lasciato sgomenti tutti gli Armeni, come espresso da Assadakah News e dal Consiglio per la comunità armena di Roma. Oggi, il Coordinamento Organizzazioni e Associazioni Armene in Italia – che promuove la conoscenza della cultura armena e chiede alle istituzioni italiane di combattere l’armenofobia – ha inviato una Lettera aperta alla Santa Sede, alla Conferenza Episcopale Italiana e alla Pontificia Università Gregoriana, che riportiamo di seguito.
Il recente scandaloso convegno organizzato dall’Azerbaigian nella sede della Pontificia Università Gregoriana – nel corso del quale sono stati pronunciati parole contro gli Armeni e sostenuto improbabili tesi a negazione della millenaria tradizione Cristiana armena – ci offre spunto per rivolgere alle Istituzioni ecclesiastiche vaticane e italiane alcune domande che, lungi dall’apparire polemiche, vogliono rappresentare da un lato uno spunto di riflessione, dall’altro un monito affinché siano evitati in futuro analoghi “incidenti”.
Ci domandiamo infatti se sia noto che:
1. Le rappresentanze diplomatiche azere siano solite organizzare eventi dal titolo apparentemente “innocuo” che si dimostrano però niente altro che azioni politiche contro l’Armenia e il popolo armeno (così come accaduto il 10 aprile scorso e in occasione di concerti tenuti presso parrocchie romane).
2. Nel territorio armeno del Nagorno-Karabakh (Artsakh), oggetto nel 2020 e nel 2023 di operazioni militari azere che hanno portato all’esodo totale della popolazione armena, chiese, monasteri e monumenti armeni Cristiani siano stati e siano tutt’ora oggetto di distruzione, vandalismo o “restauro” al fine di eliminare ogni traccia armena in quella regione.
3. Anche in passato le autorità dell’Azerbaigian abbiano distrutto chiese e manufatti armeni come accaduto ad esempio in Nakhjivan dove diecimila khatchkar (croci di pietra) di epoca medioevale furono rase al suolo in località Julfa.
4. La tolleranza e multiculturalità sbandierata dall’Azerbaigian sia di pura facciata e non valga per qualsiasi cosa o persona che abbia anche solo lontanamente origine armena.
5. La teoria della Chiesa armena che avrebbe spodestato quella albana non ha alcun fondamento e non è mai uscita fuori dai confini dello Stato azero ed è stata rispolverata dal regime azero solo dopo la conquista del NK Artsakh.
6. L’offerta azera di sponsorizzazione di attività culturali o di restauro a favore della Santa Sede è solo uno squallido e offensivo tentativo di approfittare della buona fede delle Istituzioni ecclesiastiche al fine di promuove le tesi negazioniste e razziste del regime di Aliyev.
7. In Azerbaigian, in questo momento, sono illegalmente detenuti e processati 23 prigionieri di guerra Armeni (fra i quali le autorità della Repubblica di Artsakh), ostaggio del regime azero.
Atteso quanto sopra, le scriventi associazioni e organizzazioni auspicano che la Santa sede e la CEI prendano ufficialmente le distanze dalle affermazioni fatte alla Gregoriana (tra le quali citiamo a titolo di esempio quella che gli Armeni sono “anti-Cristiani”) da funzionari di governo del regime azero e impartiscano disposizioni affinché non sia più consentito alle Ambasciate dell’Azerbaigian di carpire la buona fede delle istituzioni cattoliche organizzando simili eventi.
Comprendiamo le ragioni diplomatiche che suggeriscono alla Santa Sede di mantenere buone relazioni con il regime dell’Azerbaigian; tuttavia, ci attendiamo anche un Cristiano appello alla liberazione dei prigionieri Armeni detenuti a Baku.
I regimi (come quello azero) prima o poi passano, i popoli Cristiani (come quello armeno) restano, ma la loro pazienza e Cristiana rassegnazione prima o poi svaniscono.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-12 16:32:522025-04-13 18:21:14Lettera aperta a Santa Sede, CEI e Gregoriana in riferimento allo scandaloso convegno organizzato dall’Azerbaigian (Korazym 12.04.25)
Dalla pagina Facebook di Bruno Scapini(ex ambasciatore italiano in Armenia)
Cristianesimo in Azerbaijan: quando riscrivere la Storia cancella la memoria di un popolo
Nulla da eccepire sull’iniziativa intrapresa dalla Pontificia Università Gregoriana di ospitare recentemente una conferenza sul tema del Cristianesimo in Azerbaijan, se il fine fosse stato quello di presentare un’analisi storicamente imparziale e obiettiva del fenomeno religioso in un Paese islamico.
Purtroppo, così non è stato. L’evento – promosso, organizzato e finanziato da istituzioni azere, tra cui il Ministero degli Affari Esteri di Baku – ha smascherato nei contenuti la sua vera, deplorevole finalità: riscrivere la Storia per cancellare la memoria. E naturalmente si tratta della memoria del popolo armeno!
Ancora una volta Baku ha dimostrato la propria disonestà intellettuale, presentando artificiosamente – attraverso tematiche ingegnosamente costruite e interpretate da un panel di relatori accuratamente selezionati (peraltro intervenuti a voce unica, senza alcuna possibilità di contraddittorio, e univocamente convergenti verso la visione storica voluta dai circoli politici azeri) – un quadro della presenza cristiana non solo completamente artefatto, ma anche piegato a meschini interessi ideologici di parte.
Chiaro il tentativo di screditare le origini armene del Cristianesimo nel Caucaso meridionale! Non basta l’opera demolitrice perseguita da Baku con costante determinazione sulle testimonianze religiose e culturali armene. Eloquente è, infatti, quanto accaduto ieri nella regione del Nakhchivan con l’annientamento fisico di monumenti cristiani, e quanto accade oggi in Artsakh (Nagorno Karabakh), dopo l’esodo forzato di migliaia di armeni a seguito dell’ultima sfortunata guerra del 2020.
Oggi si tenta pure la strada della manipolazione storica per cancellare quel che resta, nei territori occupati dall’Azerbaijan, della memoria storica armena: si fa risalire la presenza cristiana a una non meglio identificabile comunità “albanese” di antiche origini, sottrattasi al processo di islamizzazione dell’area. Trattasi di un gruppo etnico minoritario (gli Udi), peraltro storicamente insediatosi al di fuori dei tradizionali confini armeni, ma pretestuosamente avocato oggi dalla Baku ufficiale quale elemento clanico cui far risalire le presenze monumentali armene – in disprezzo perfino delle loro storiche iscrizioni in lingua armena!
Ecco spiegato, allora, come questa irrituale esaltazione di una provenienza “albanese” del Cristianesimo caucasico assuma un’evidente pretestuosità agli occhi di chi guarda alla Storia con animo spassionato e imparziale. L’intendimento della dirigenza azera, oggi – dopo la forzata annessione del Nagorno Karabakh, derivante dagli esiti nefasti di una guerra quanto mai opinabile nelle sue effettive modalità di condotta da entrambe le parti – è quello di rimuovere qualsiasi traccia o segno di una Storia della Nazione armena. Perché proprio quella Storia potrebbe ancora parlare di sé per rivendicare l’esigenza di una giustizia storica purtroppo ignorata da un Occidente indolente e prono, pronto con ogni mezzo a dissacrare, mercificandoli, i valori fondanti della propria civiltà.
Colpire il Cristianesimo armeno potrebbe rivelarsi un colpo magistrale assestato da Baku all’identità storico-religiosa degli armeni: rimuoverlo dal profondo della loro coscienza collettiva equivarrebbe a infliggere all’Armenia una sconfitta forse ancor più grave di quella militare. Perché privare un popolo della sua memoria significa radiarlo per sempre dalla Storia.
Non limitiamoci, dunque, alla rassegnazione! È deleteria. Non confiniamoci a deplorare la furia devastatrice dell’odio razziale! È pericoloso. Già in passato crimini detestabili, come le uccisioni di civili innocenti nella breve guerra dell’aprile 2016, o l’omicidio a Budapest nel 2004 del sottufficiale armeno Margaryan per mano dell’azero Safarov, sono rimasti impuniti nella delirante soddisfazione della parte azera.
Prendiamo invece coraggio e denunciamo questi misfatti affinché giustizia sia fatta; reagiamo ai soprusi e alle sopraffazioni affinché chi si presta a simili giochi mistificatori si ravveda e renda giustizia a un popolo che non ha idrocarburi né caviale da offrire in cambio di rispetto, ma solo e unicamente la ferma fedeltà alle comuni origini cristiane del nostro Occidente!
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-12 14:42:192025-04-12 14:42:57Cristianesimo in Azerbaijan: quando riscrivere la Storia cancella la memoria di un popolo -Bruno Scapini (ex ambasciatore italiano in Armenia)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 11.04.2025 – Vik van Brantegem] – Giovedì 10 aprile 2025 alla Pontificia Università Gregoriana a Roma si è svolta la XII Conferenza Scientifica Internazionale dal titolo Cristianesimo in Azerbaigian: storia e modernità dedicata al patrimonio dell’Albania caucasica. L’evento è stato organizzato dal Baku International Multiculturalism Center, dall’A.A. Bakikhanov Institute of History and Etnology dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian, dall’Ambasciata della Repubblica di Azerbaigian presso la Santa Sede e dalla Comunità religiosa cristiana Alban-Udi. Una iniziativa che ha lasciato sgomenti tutti gli Armeni d’Italia e sicuramente del mondo intero, come espresso da Letizia Leonardi in un articolo su Assadakah News[*] e dal Consiglio per la comunità armena di Roma in un Comunicato Stampa questa mattina.
Sembra che nessuna organizzazione di studi armeni fosse stata a conoscenza di questa Conferenza. Ieri, il team di Monitoraggio del patrimonio culturale dell’Artsakh ha diffuso un avviso in armeno, inglese e russo: «Sono stati riuniti e reclutati decine di specialisti provenienti da diversi paesi (Turchia, Kazakistan, Uzbekistan, Corea del Sud, Russia, Polonia, Italia, Georgia, Germania, Francia, Canada, Stati Uniti, Lituania) con l’obiettivo di escludere la storia armena, la cultura armena e la presenza degli Armeni nel territorio dell’Azerbaigian, quindi, in particolare quei monumenti armeni, ricoperti da centinaia di iscrizioni armene, vengono presentati come albanesi. Si tratta di Amaras, Ganadzasar, Dadivank, ecc.
Per noi è anche incomprensibile che abbiano partecipato alcuni noti ricercatori del settore, visto che a questa Conferenza non ha partecipato nessun ricercatore Armeno e non è stata pronunciata una sola parola sugli Armeni.
Esprimiamo la nostra protesta e preoccupazione alle organizzazioni e alle comunità armene per la conservazione della cultura, alla comunità scientifica internazionale e alle nostre autorità per aver nascosto e ignorato in questo modo la nostra memoria, la nostra storia e la nostra cultura».
Pecunia non olet
Con l’occasione ricordiamo che l’Ambasciatore della Repubblica di Azerbaigian presso la Santa Sede è stato insignito del titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano, con una cerimonia tenutasi in Vaticano il 3 aprile 2025. Il riconoscimento è stato consegnato a S.E. Ilgar Mukhtarov dal Sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato della Santa Sede, Arcivescovo Edgar Peña Parra.
Inoltre, che l’Ambasciata della Repubblica di Azerbaigian presso la Santa Sede ha messo in risalto sulla propria pagina Facebook, «che Vatican News aggiunge la lingua azerbaigiana alla sua offerta informativa dal 2 aprile, nel ventesimo anniversario dalla morte di San Giovanni Paolo II, il primo Papa a visitare l’Azerbaigian. Questo, spiega il Direttore editoriale dei media vaticani, Andrea Tornielli – “rappresenta un contributo non soltanto per la diffusione della parola del Papa ma anche per il dialogo fra le religioni: il messaggio di pace del Successore di Pietro, in un mondo sconvolto da guerre e violenza, è un ponte verso tutti coloro che non si arrendono al clima di chiusura e di odio ma cercano di costruire percorsi di incontri, conoscenza reciproca e fraternità”».
Inaccettabili parole contro gli Armeni
alla Pontificia Università Gregoriana
Comunicato Stampa
del Consiglio per la comunità armena di Roma
Venerdì, 11 aprile 2025
Il Consiglio per la comunità armena di Roma si unisce allo sgomento e rabbia di tutti gli Armeni per quanto accaduto ieri presso la Pontifica Università Gregoriana di Roma dove l’Ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede ha organizzato un convegno dal titolo Cristianesimo in Azerbaigian, affittando un locale dell’Istituto senza rivelare alla proprietà la vera natura politica dell’iniziativa, come già accaduto anche in passato per concerti organizzati presso parrocchie romane.
Nel corso di questo evento ancora una volta gli oratori hanno ripetuto la falsa teoria sulla Chiesa Cristiana Albana che sarebbe stata spodestata da quella Armena; teoria infondata e ridicola che non ha alcun cultore al di fuori dell’Azerbaigian e che è stata riproposta per giustificare l’occupazione del Nagorno-Karabakh (Artsakh) cancellando secoli di civiltà e storia armena nella regione, dopo aver cacciato da quei territori, sotto la minaccia della pulizia etnica, più di 120 mila Armeni, che oggi, dopo aver perso tutto, persino le tombe dei loro cari, si trovano rifugiati in Armenia.
Ma non solo tali assurdità sono risuonate alla Gregoriana. Vi è stato persino chi ha attaccato gli Armeni, come l’analista politico Fuad Akhundov, accusandoli di distruggere i monumenti e i siti religiosi azeri e arrivando perfino ad affermare che “queste azioni non sono solo atti di vandalismo contro il patrimonio storico e culturale dell’Azerbaigian, ma riflettono anche una politica anticristiana volta a distorcere la vera storia della regione”.
Non possiamo che rilevare che si tratti solo di un patetico tentativo per scaricare sull’inerme popolo armeno le proprie colpe, vista l’opera di distruzione compiuta recentemente in Nagorno-Karabakh e, sul finire del secolo scorso, a Julfa.
Il Consiglio per la comunità armena di Roma, che ha provveduto ad inviare una missiva al Rettore dell’Università Gregoriana, ritiene inaccettabile che istituzioni pontificie, ancorché in buona fede, ospitino tali eventi caratterizzati da armenofobia, razzismo, intolleranza e basati su teorie prive di qualsiasi valore storico, religioso e scientifico e offensive nei confronti di un popolo che ha versato il proprio sangue per non rinnegare la propria fede Cristiana e che si sta accingendo a commemorare il prossimo 24 aprile il 110° anniversario del Genocidio del 1915 dove persero la vita più di un milione e mezzo di Cristiani Armeni.
Non è tollerabile che università, chiese e parrocchie diventino vittime della politica manipolatrice di un regime che Freedom House colloca tra le dieci peggiori dittature al mondo. Un regime che a suon di soldi e bugie cerca di annientare la millenaria civiltà̀ di un popolo che per primo, nel 301, abbracciò ufficialmente il Cristianesimo.
Ci appelliamo alla Conferenza Episcopale Italiana e alle Istituzioni vaticane a vigilare con attenzione per prevenire simili atti mistificatori e non rischiare di essere accusate di complicità con il regime dell’Azerbaigian.
Convegno azero sul Cristianesimo
alla Pontificia Università Gregoriana
di Letizia Leonardi Assadakah News, 10 aprile 2025
Dopo la mostra turca a Roma al Colosseo, in Vaticano arrivano gli Azeri. Oggi 10 aprile, dalla mattina e fino alle 18, alla Pontificia Università Gregoriana della Santa Sede in Vaticano, gestita dai Padri Gesuiti, si è svolta la XII Conferenza Scientifica Internazionale dal titolo Cristianesimo in Azerbaigian: storia e modernità dedicata al patrimonio dell’Albania caucasica. L’evento è stato organizzato dal Baku International Multiculturalism Center, dall’A.A. Bakikhanov Institute of History and Etnology dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaijan, dall’Ambasciata della Repubblica di Azerbaijan presso la Santa Sede e dalla comunità religiosa Cristiana Alban-Udi.
Alla conferenza sono intervenuti studiosi albanologici provenienti da Turchia, Kazakistan, Uzbekistan, Corea del Sud, Russia, Polonia, Italia, Georgia, Germania, Francia, Canada, Stati Uniti e Lituania.
Una iniziativa che ha lasciato sgomenti tutti gli Armeni d’Italia e sicuramente del mondo intero. Un convegno sulla Cristianità organizzata da un Paese musulmano che non ha avuto pietà di attaccare il Nagorno-Karabakh, di provocare una grave crisi umanitaria che ha colpito 120 mila Armeni, che ha attuato una pulizia etnica in una terra ancestralmente abitata e governata da Armeni che adesso è sparita dalle cartine geografiche perché presa con la forza dalla dittatura di Baku. Un Paese, l’Azerbaijan condannato per crimini dal Parlamento Europeo e non solo e che, non contento, ora minaccia l’Armenia.
Un evento, quello di oggi, presentato con una locandina che riproduce una chiesa chiaramente di architettura armena ma che loro spacciano come quella dell’Albania Caucasica.
Incredibile il discorso inviato dal Cardinale e Prefetto del Dicastero della Santa Sede per le Chiese Orientali Claudio Gugerotti che riportiamo integralmente.
«Grazie estimati organizzatori per aver reso possibile questo incontro, che certamente intende essere il segno eloquente dell’impegno alla valorizzazione del patrimonio spirituale e culturale, nella promozione del dialogo, della ricerca e dell’incontro tra culture e confessioni religiose.
L’Azerbaijan, crocevia di popoli e fedi, è una terra antica su cui territorio si custodiva una tradizione cristiana che affonda le sue radici nell’epoca dell’Albania caucasica.
I monumenti sacri, le chiese, i manoscritti e le memorie del tutto rappresentano non solo testimonianze artistiche, ma espressioni tangibili dell’anima di un popolo che ha saputo onorare Dio nella varietà e nelle forme e nella fedeltà della propria fede.
Questa conferenza si presenta pertanto quale un’opportunità eminente di riflessione, in cui il sapere scientifico si intreccia alla memoria e la ricerca, onesta e spensierata e spassionata, si fa ponte tra presente e futuro.
Gli interventi degli illustri relatori, provenienti da diversi contesti culturali e accademici, non solo arricchiscono l’intelletto, ma edificano altresì uno spirito di concordia e di rispetto tra le civiltà, suscitato da una riflessione su un’eminente eredità religiosa, che come sempre accade nelle diverse queiti, segna profondamente l’anima del popolo.
Quanto all’impegno promosso dall’Azerbaijan alla ripresa della multiculturalità, le parole del Santo Padre Francesco qua ci paiono particolarmente confacenti: “Il dialogo interreligioso è una condizione necessaria per la pace nel mondo, e quindi è un dovere per i cristiani, come anche per le altre comunità religiose” (Evangelii gaudium di Papa Francesco, al numero 250).
Non posso qui non evocare con viva commozione le due visite apostoliche che hanno segnato le relazioni tra la Santa Sede e la nazione azerbaigiana, quella di San Giovanni Paolo II nel 2002 e quella di Papa Francesco nel 2016.
In particolare, San Giovanni Paolo II, rivolgendosi alla città di Baku, affermò: “La vostra è una terra di incontro, di scambio e di dialogo. In essa possono convivere uomini e donne appartenenti a diverse religioni e culture. Questo è un grande dono e una grande responsabilità” (Baku, 23 maggio 2002).
Questo dono e responsabilità restano oggi più che mai attuali.
Essi esigono che si custodiscano con coraggio e sapienza i segni del passato, affinché la memoria non venga violata e le nuove generazioni possano riconoscersi in un patrimonio che parla di identità nella pluralità.
Illustri Signori e Signore, che il presente simposio rappresenti una luminosa occasione di scambio, di crescita comune e di consolidamento dei valori legali, culturali e spirituali.
Auspico che i frutti di questo incontro non si limitino all’ambito accademico, ma si producano in testimonianza concreta di pace, giustizia e verità, che in un impegno veramente scientifico, certo, costituiscono a dissipare il livore e la divisione. Con tale animo e nella fiducia al futuro segnato dalla concordia, vi auguro proficuo e ispirato svolgimento dei lavori».
Un discorso sicuramente non critico, anzi. Un evento a Roma poco pubblicizzato ma che avrà gran clamore in Azerbaijan. Il Vaticano sapeva ma si è vergognato a diffondere la notizia o non sapeva? Il Rettore della Pontificia Università Gregoriana, che ha dato in affitto la sala, la più grande e di rappresentanza, sapeva o non sapeva che conferenza si sarebbe tenuta? Fatto è che il Cardinale e Prefetto del Dicastero della Santa Sede per le Chiese Orientali Claudio Gugerotti ha inviato il suo messaggio. Forse sarebbe stato meglio tacere, come ha taciuto quando gli Armeni sono stati attaccati e stremati dall’Azerbaijan.
Un comportamento ambiguo del Vaticano e della Pontificia Università Gregoriana che sarebbe il caso venisse chiarito. Pecunia non olet vale anche per il Vaticano visto che Baku sta finanziando, in occasione del Giubileo, il restauro della basilica di San Paolo fuori le Mura e di diversi monumenti storici e chiese?
[*] L’associazione Assadakah, termine che significa “Amicizia”, nasce a Roma nel 1994, per iniziativa di Talal Khrais, giornalista di fama internazionale, per anni corrispondente di guerra. Proprio in ragione dell’esperienza professionale, Talal si è impegnato e continua a impegnarsi nella promozione di iniziative internazionali per divulgare la cultura della convivenza, della pace e della cooperazione fra le nazioni e le popolazioni. Ha ottenuto importanti riconoscimenti in diverse parti del mondo e ha lavorato in stretto rapporto con la Associazione della Stampa Estera di Roma.
Grazie alla propria attività, Assadakah oggi è una realtà consolidata e profondamente impegnata nell’organizzazione e nell’assistenza a giornalisti di tutti i Paesi in missione in zone di crisi, in particolare del Medio Oriente e Africa.
L’Associazione opera in collegamento con una solida rete di referenti e corrispondenti nelle diverse capitali del mondo arabo, oggi coordinate da un’efficiente squadra di collaboratori che formano lo scheletro portante della Redazione di Assadakah News Agency, agenzia stampa collegata, diretta da Roberto Roggero, a sua volta giornalista con alle spalle diversi anni di corrispondenza di guerra.
Nonostante non pochi tentativi di imitazione, Assadakah, rimane l’unica reale associazione italo-araba che agisce per abbattere le frontiere sociali, culturali e religiose e che lavora per divulgare la cooperazione e la convivenza, all’insegna delle diversità come strumento di unione e non di separazione fra i popoli. In virtù di tale missione ha ottenuto il riconoscimento ufficiale della Lega degli Stati Arabi. Negli anni ha continuato a mantenere un elevato livello di informazione e di gestione dei rapporti culturali e politici, anche grazie all’adesione di nuovi soci, esponenti di alta professionalità nel campo giuridico internazionale, nell’arte, nella cultura, nella comunicazione, nell’ambiente, nella promozione di gemellaggi fra realtà italiane, europee e del mondo arabo, nelle relazioni istituzionali e diplomatiche, nei rapporti imprenditoriali italiani ed esteri.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-04-11 20:53:162025-04-11 20:53:21Inaccettabile parole contro gli Armeni alla Conferenza azero sul Cristianesimo in Azerbaigian alla Pontificia Università Gregoriana (Korazym 11.04.25)
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.Ok