Venti di guerra tra Armenia e Azerbaijan (raccolta 2 aprile 16)

La stampa 02.04.16

Una vecchia guerra che potrebbe ricominciare in uno scenario nuovo. Il Nagorno-Karabakh, l’enclave armena in Azerbaigian, torna scena di scontri, con almeno 12 soldati di Baku morti nelle ultime 24 ore. Capire la dinamica dell’accaduto è complicato: le versioni di armeni e azeri, come al solito, sono opposte, e ciascuna parte accusa l’avversario di aver iniziato le ostilità, nega le proprie perdite e moltiplica quelle del nemico. Quello che è certo che alla frontiera si sono mossi carri armati, elicotteri e forse anche artiglieria con razzi multipli. Gli armeni sostengono di aver ucciso 200 soldati di Baku, inclusi 30 delle truppe speciali, gli azeri parlano di 100 caduti del nemico, e diversi mezzi distrutti. Un altro dato confermato è che sono stati colpiti anche centri civili, con case distrutte, e almeno due vittime, incluso un ragazzo di 12 anni.

Vladimir Putin si è rivolto all’Armenia e all’Azerbaigian chiedendo di cessare immediatamente il fuoco e di «manifestare moderazione per impedire altre vittime». La diplomazia russa si è già attivata e il ministro della Difesa Serghey Shoigu ha telefonato ai colleghi sia di Baku che di Erevan. La Russia da anni è garante della fragile tregua nel Nagorno-Karabakh, ed è molto preoccupata dalla possibilità che il conflitto riesploda proprio adesso, con la crisi ucraina ancora da archiviare, la guerra in Siria e le tensioni con la Turchia. Ma spegnere le ostilità potrebbe essere difficile.

Il Nagorno-Karabakh è una polveriera da quasi un secolo, da quando nel 1923 Stalin assegnò l’enclave popolata in prevalenza da armeni cristiani alla giurisdizione dell’Azerbaigian musulmano. Fu il primo conflitto etnico che, nel 1988, esplose nel blocco sovietico, infrangendo il mito che il socialismo aveva vinto il nazionalismo e innescando il domino che avrebbe distrutto l’Urss e la Jugoslavia. La guerra tra armeni e azeri è durata fino al 1994, facendo almeno 30 mila morti e centinaia di migliaia di profughi: in Armenia non sono rimasti più azeri e dall’Azerbaigian dopo i pogrom di Baku con decine di morti sono scappati gli armeni.

 

 

Un «conflitto congelato», il primo, al quale poi si sono aggiunti la Trasnistria, l’Abkhazia, l’Ossezia e altri paesi non riconosciuti, impegnati in una secessione di fatto. Per il Nagorno-Karabakh esistono risoluzioni dell’Onu, organismi della Osce e forze di interposizione (prevalentemente russe), ma l’unica cosa che si è riuscita a ottenere in quasi trent’anni è stata una precaria tregua. Formalmente l’enclave resta azera, di fatto è indipendente, con forti legami con l’Armenia. Gli scontri di confine a bassa intensità non erano mai cessati, e lo schieramento di armi e uomini al confine è rimasto massiccio. L’Armenia è sostenuta dalla sua numerosa diaspora in tutto il mondo, e dalla Russia, l’Azerbaigian è sponsorizzato dai cugini turchi. Che ultimamente sono ai ferri corti con la Russia, dopo l’abbattimento del caccia di Mosca in Siria.


Putin chiede cessate fuoco immediato tra Armenia e Azerbaigian (Askanews 02.04.16)

Scontri in Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian (Radio Vaticana 02.04.16)

Nagorno-Karabakh, venti di guerra fra Armenia e Azerbaigian. Decine di morti (Il Messaggero 02.04.16)

Armenia-Azerbaigian, scontri nel Nagorno-Karabakh: l’appello di Putin (La Repubblica 02.04.16)

Tensioni fra azeri e armeni (Rsi 02.04.16)

Scontri in Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian (Mondiali 2010 02.04.16)

Armenia-Azerbaigian: scontri in Nagorno-Karabakh, decine vittime (Agi 02.04.16)

Azerbaijan, scrittore fermato. A Venezia il suo libro presentato senza di lui (Articolo21 02.04.16)

Una sedia vuota per denunciare gli abusi delle autorità azere che hanno impedito ad Akram Aylisli di salire sull’aereo che avrebbe dovuto portarlo a Venezia. Nella città lagunare lo scrittore era stato invitato dagli organizzatori del festival “Incroci di civiltà”, per presentare il suo ultimo romanzo Sogni di pietra, edito dalle Edizioni Guerini. Il libro è stato presentato ugualmente ma in sua assenza, come, appunto, simboleggiava quella sedia vuota.
Aylisli, quasi ottantenne, era stato bloccato al momento di imbarcarsi dall’aeroporto di Baku e trattenuto per un’intera giornata, con l’accusa di aver infastidito gli altri passeggeri. Alla fine è stato liberato ma gli è stato sequestrato il passaporto.
Non è la prima volta che l’anziano scrittore subisce abusi e intimidazioni. Dopo la pubblicazione in Azerbaigian, nel 2013, di Sogni di pietra, Aylisli è stato dichiarato apostata, gli hanno tolto la pensione e lo hanno espulso dal Sindacato degli scrittori, sua moglie e suo figlio hanno perso il lavoro ed è stato promesso un premio in denaro a chi gli avesse tagliato un orecchio. In quel caso, la mobilitazione internazionale ha impedito che la persecuzione proseguisse.

A La Repubblica lo scrittore ha ricostruito il suo fermo. “ Sono arrivato in aeroporto alle quattro di mattina ma ne sono uscito solo alle otto di sera dopo un lunghissimo interrogatorio. Mi hanno accusato di molestare gli altri passeggeri e di compiere atti di teppismo: secondo la polizia avrei dato un pugno sul petto ad una giovane guardia di frontiera, io che ho quasi ottant’anni e soffro di una malattia al cuore. Questo presunto fatto è stato usato come scusa per non farmi prendere l’aereo, ma secondo loro sarebbe successo dopo che era già partito! È una cosa illogica e assurda“.
Sogni di pietra non è un’opera partigiana: racconta dei massacri perpetuati da turchi e azeri contro gli armeni, ma anche come questi ultimi siano stati a loro volta fanatici nazionalisti: “Mi sembra che con questa mia piccola opera – ha scritto in un messaggio letto durante la presentazione a Venezia – io sia riuscito a raggiungere il mio scopo principale: salvare molti armeni dall’odio verso il mio popolo. Ho compreso che in questo conflitto sanguinoso non siamo colpevoli noi né gli armeni; i popoli non si farebbero mai la guerra se la politica non si intromettesse nella loro vita. Ho perduto la tranquillità e il benessere a causa di un piccolo passo per l’avvicinamento di due popoli affini e non ho sogno più intimo di quello di vederli di nuovo assieme”.

In Azerbaijan la repressione del dissenso e gli abusi contro giornalisti, scrittori e attivisti sono storia purtroppo nota. Di recente, in occasione della festa nazionale, le autorità hanno emanato un’amnistia, rimettendo in liberta molti detenuti per reati d’opinione e si è sperato che le campagne di Amnesty e di altre organizzazioni avessero indotto a una maggiore prudenza gli apparati repressivi di Baku. Evidentemente non è così, almeno quando si parla della questione armena.
In questi giorni, il presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev è a Washington per un summit sul pericolo nucleare e sono previsti incontri con l’amministrazione USA ma anche negoziati sulla costruzione del nuovo gasdotto di 3500 km che da Baku, dopo aver attraversato la Turchia, dovrebbe arrivare fino in Italia. Ci auguriamo che sul tavolo, com’è stato durante la visita di Obama a Cuba, ci sia anche a questione del rispetto dei diritti umani.

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MASSICCI ATTACCHI AZERI SU TUTTA LA LINEA DI CONFINE RESPINTI DALLA DIFESA DEL KARABAKH. (Karabakh.it 02.04.2016)

Un’aggressione senza precedenti alla repubblica del Nagorno Karabakh respinta con pesanti perdite azere. La protesta ufficiale dell’Armenia che chiede un deciso intervento dei mediatori internazionali in mancanza del quale sarà costretta a reagire.

Si è combattuto aspramente su quasi tutta la linea di demarcazione tra repubblica del Nagorno Karabakh e Azerbaigian nella notte fra venerdì 1 e sabato 2 aprile. E ancora si combatte.

Il ministero della Difesa del NK e quello dell’Armenia hanno ufficialmente confermato la notizia di un attacco su vasta scala (“senza precedenti dalla fine della guerra” citano alcune fonti) da parte delle forze azere. Durante queste azioni, l’avversario – usando carri armati, artiglieria pesante e velivoli leggeri aerei – ha tentato di infiltrarsi in profondità nel territorio della Repubblica Nagorno Karabakh cercando di occupare posizioni strategiche. La pronta reazione dell’Esercito di difesa del NK ha respinto le incursioni causando numerose perdite al nemico. Risultano abbattuti due elicotteri, due droni e distrutti alcuni carri armati. Pur tuttavia, informano fonti ufficiali, le azioni militari continuano. Queta mattina, verso le ore 8.30 locali, un razzo BM 21-Grad ha colpito un insediamento civile armeno lungo la linea di demarcazione nella regione di Martuni e ha provocato la morte di un bambino di dodici anni (Vaghinak Grigoryan) e del ferimento di altri due.

L’Armenia e il Nagorno Karabakh condannano con forza queste irresponsabili e senza precedenti aggressioni azere e hanno formalmente annunciato che la loro continuazione potrà portare a conseguenze imprevedibili per la parte azera, unica responsabile di questo nuovo innalzamento della tensione. Gli armeni si aspettano dalla comunità internazionale e soprattutto dai copresidenti del Gruppo di Minsk dell’Osce una forte e mirata dichiarazione di condanna che consenta di evitare future azioni militari su larga scala. In buona sostanza la parte armena ha chiaramente fatto capire che o l’Osce condanna l’aggressione azera (evitando i consueti comunicati “neutrali”) oppure sarà necessaria una dura reazione che ponga fine alla condotta aggressiva dell’Azerbaigian.

Da notare che in questo momento sia il presidente armeno che quello azero sono a New York per la conferenza ONU dedicata al nucleare. Non si può escludere che, a fronte di pressanti inviti alle parti a trovare un accordo definitivo sul contenzioso karabakho (da ultimo il Segretario di Stato USA Kerry a colloquio con Aliyev), l’Azerbaigian stia cercando di presentarsi al tavolo del negoziato avendo una posizione di forza: tentativo maldestro e destinato a fallire.

Il portavoce del presidente Sahakyan, David Babayan, ha dichiarato che «L’avversario ha ricevuto adeguata risposta forte e ha subito numerose perdite umane, due dei suoi elicotteri sono stati abbattuti. L’autorità di Stepanakert rimane per una soluzione pacifica del conflitto. Ma se Baku continua a fare tentativi di destabilizzare la situazione, questi finiranno con lo sventolio della bandiera dell’Artsakh a Baku».

La comunità internazionale invita le parti a un immediato cessate-il-fuoco che porti a un veloce abbassamento della tensione; in questo senso si è già espresso pubblicamente il presidente russo Putin.

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Akram Aylisli, scrittore scomodo (Osservatore Balcani e Caucaso 01.04.16)

Akram Aylisli, scrittore azero candidato al premio Nobel per la pace, avrebbe dovuto partecipare oggi ad un incontro a Venezia ma ieri le autorità dell’Azerbaijan lo hanno trattenuto all’aeroporto di Baku per oltre 10 ore. Lo abbiamo intervistato il giorno prima del fermo di polizia

Dopo più di 10 ore di fermo di polizia all’aeroporto di Baku, ieri sera lo scrittore azero Akram Aylisli è stato finalmente rilasciato. L’autore, 78 anni, candidato al Nobel per la pace, non potrà però prendere parte all’incontro previsto oggi a Venezia. La polizia ha impedito infatti che prendesse l’aereo per l’Italia insieme a suo figlio, alle cinque del mattino, ora locale.

Gli organizzatori del festival Incroci di Civiltà hanno diramato una nota in cui esprimono “rammarico” per la sua assenza, confermando “l’appuntamento del programma […] che verterà comunque sull’opera dello scrittore”. L’editore Guerini e Associati, che ha da poco pubblicato una traduzione del romanzo Sogni di pietra, ha dichiarato invece che “ritiene questo gesto un’intollerabile limitazione della libertà personale ed un obiettivo ostacolo alla libera circolazione delle idee e alla pacificazione, a maggior ragione in un momento socio-politico nel quale è sempre più necessaria capacità di mediazione.” La notizia è rimbalzata presto in tutto il mondo, e un articolo sul caso Aylisli è uscito anche sul Guardian.

Non è la prima volta che lo scrittore finisce sotto bersaglio nel suo paese. La pubblicazione di Sogni di pietra, quattro anni fa, l’aveva messo al centro di una campagna d’odio senza precedenti, a causa del trattamento molto libero di temi controversi in patria, come il massacro di Sumgait, uno degli episodi più sanguinosi tra gli eventi che culminarono nella guerra del Nagorno-Karabakh. Manifestazioni e roghi pubblici dei suoi libri – e persino una taglia di circa 10.000 euro messa a disposizione da un politico locale per chi avesse voluto mozzargli un orecchio – erano stati alcuni degli effetti prodotti dalla pubblicazione del suo romanzo.

Non del tutto chiare le ragioni di quanto accaduto ieri. Secondo la comunicazione ufficiale diramata dal ministero degli Interni di Baku, si tratterebbe di una conseguenza di un non meglio precisato “scontro” che lo scrittore avrebbe avuto con la polizia aeroportuale. Cosa piuttosto curiosa, se pensiamo al fatto che il romanziere ha 78 anni suonati. Giorgi Gogia, direttore di Human Rights Watch per il Caucaso del Sud – da noi interpellato – ci ha parlato invece di un “chiaro tentativo di intimidazione nei confronti di uno degli autori più bravi e coraggiosi dell’Azerbaijan”.

“Le autorità – ci ha detto ancora Gogia – non hanno spiegato all’autore i motivi per cui hanno limitato la sua libertà di movimento, ma questo fa parte delle tattiche del governo, che usa il divieto di viaggiare solo e unicamente come strumento per intimidire e perseguitare chi la pensa diversamente.”

Abbiamo intervistato l’autore azero, in esclusiva, poco prima della sua detenzione all’aeroporto di Baku. L’autore nell’occasione non ha fatto alcuna menzione dei suoi timori riguardo al viaggio che lo attendeva di lì a poche ore.

Come è nata l’idea di Sogni di pietra? Potrebbe parlare del suo lavoro su quel libro?

Credo che il dolore che ho descritto in Sogni di pietra sia nato insieme a me nel luogo descritto dal libro, ovvero nel villaggio di Aylis. Non potevo fare a meno di scrivere questo romanzo. Non l’avrei mai scritto se il conflitto tra azeri e armeni non fosse iniziato.

Anche se non molto noto al grande pubblico, quello del Nagorno-Karabakh è uno dei conflitti più polarizzati del nostro tempo. Nel suo libro si parla liberamente di episodi considerati tabù, come il massacro di Sumgait. Perché ha deciso di farlo?

Non sono stato un testimone oculare degli eventi di Sumgait. Ma quello che è successo a Baku il 13 gennaio 1990 [data in cui ebbe luogo un pogrom contro la popolazione armena della capitale azera ndr] è stata una tragedia personale per me. È impensabile che i buoni vicini di ieri siano diventati acerrimi nemici. Quanto a scrivere su argomenti “tabù” – non credo che sia qualcosa che richiede particolare coraggio. Credo che per uno scrittore sia un’azione del tutto normale, da un punto di vista etico. Uno scrittore dovrebbe esprimere onestamente valori morali e spirituali eterni. Non è colpa sua se i politici non riescono a comprendere questo punto.

Quali sono state le conseguenze della pubblicazione del libro per lei e la sua famiglia? Una volta ha parlato di “stalinismo” per descrivere quel periodo della sua vita.

La psicologia del potere non mostra alcuna tolleranza nei confronti degli scrittori che hanno una propria visione degli eventi sociali più importanti. Il potere punisce tali scrittori con crudeltà e in modo orribile. E così sono stato trattato: in un modo crudele e orribile.

Ha ricevuto segni di solidarietà nel suo paese dopo la pubblicazione del libro?

Molte persone sono state solidali con me. Molti di loro avevano paura di esprimere pubblicamente la loro opinione. Ma, nei primi giorni della mia oppressione, alcuni autori di spicco sono intervenuti in mia difesa: Tamerlan Badalov, Etibar Aliyev e Gunel Movlud. Un sostegno particolare e significativo mi è stato dato da diversi scrittori e giornalisti famosi: Andrey Bitov, Viktor Erofeev, Sergey Kaledin, Denis Gutsko, Lev Anninsky, Boris Akunin, Alla Latinina, Shura Burtin e altri.

Perché ha deciso di continuare a vivere in Azerbaijan, invece di lasciare il paese?

In primis, nessuna organizzazione e nessun paese hanno offerto condizioni accettabili per il trasferimento della mia famiglia. In secondo luogo, non ho mai avuto più di tanto desiderio di lasciare il mio paese, che non ho iniziato ad amare di meno dopo tutto quello che mi è stato fatto dalle autorità.

Quali sono i suoi progetti in corso? Sta lavorando ad alcuni libri?

Continuo a scrivere e a pubblicare. Recentemente miei nuovi racconti sono stati pubblicati in Russia, Lettonia e nel Regno Unito.

Quest’anno per la festività di Nowruz diversi prigionieri politici sono stati rilasciati in Azerbaijan. Come valuta la situazione attuale?

Sono contento per quelli che sono stati liberati. Spero che tutti i prigionieri di coscienza vengano liberati, e che in futuro neppure uno solo di loro sarà più imprigionato.

Qual è la sua speranza per il futuro dell’Azerbaijan? Pensa che avremo la pace un giorno nel Nagorno-Karabakh?

La pace in Nagorno-Karabakh richiede delle leadership in Azerbaijan e in Armenia che abbiano un quadro più ampio di questo conflitto. Leader con una visione su larga scala che si prendano cura dell’interesse comune di entrambi i popoli e della prosperità di tutta la regione del Caucaso del Sud. Fino a quando i leader di ogni paese lotteranno solo per i propri interessi nazionali, il conflitto non potrà essere risolto.

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Lettera dello scrittore Aylisli «Ho raggiunto il mio scopo» (La Nuova 01.04.16)

Le parole di Akram Aylisli (Gariwo.it 01.04.16)

Dopo diciassette anni di costruzione di iniziative interculturali, sociali, politiche, il centro curdo Ararat a Testaccio, rischia lo sgombero.

Dalle Montagne del Kurdistan al Cuore di Roma, Ararat non si sgombera!

Sabato 2 aprile ore 6.30 colazione resistente al centro socio-culturale kurdo Ararat
Via di monte testaccio 28 – Largo Dino Frisullo

Dopo diciassette anni di costruzione di iniziative interculturali, sociali, politiche, il centro curdo Ararat a Testaccio, nel cuore di Roma, nella piazza che dieci anni fa l’allora sindaco intitolò a Dino Frisullo come riconoscimento proprio per il lavoro da lui svolto in difesa dei diritti dei curdi rischia lo sgombero. Diciasette anni di attività che rischiano di essere cancellati dentro la spirale della riorganizzazione del Patrimonio Pubblico del Comune di Roma.

Come Ararat, tante altre realtà sociali di questa città, oggi sono minacciate dall’aggressione della retorica della valorizzazione economica che vuole questa città in vendita, una politica che prova ad aggredire chi in questi anni è stato argine culturale e spazio d’innovazione sociale. Lo scorso 19 Marzo un corteo di migliaia di donne e uomini ha camminato per la città al grido di #RomaNonSi Vende per reclamare l’alternativa che tante realtà dal basso hanno costruito dentro questa città, e ancora di più oggi, centri sociali, associazioni, e presidi territoriali sono determinati a resistere.

Il centro culturale Ararat ha rappresentato in questi anni uno spazio aperto, il punto di riferimento per una comunità nella diaspora del popolo curdo, l’occasione e la casa che ha raccolto il messaggio di rivoluzione e pace che Ocalan aveva lasciato a Roma prima di essere consegnato alle autorità turche. Proprio oggi però, mentre i curdi in Siria e in Turchia resistono e difendono la loro terra, combattendo per l’umanità contro gli attacchi di Daesh e dell’esercito turco, a Roma si vorrebbe cancellare un’esperienza fra le più vive e attive della città che vede protagonisti gli esuli curdi.

I rifugiati curdi sono abituati a resistere, e lo faranno anche questa volta, mobilitandosi insieme ai tanti amici e amiche italiane. Per questo il prossimo sabato 2 Aprile invitiamo tutte e tutti ad Ararat, per una colazione resistente, nel giorno in cui il Commissario Tronca vorrebbe liberi i locali del centro culturale. Invitiamo tutte e tutti i compagni di strada che hanno sostenuto in questi anni e in questi mesi il popolo curdo in lotta, che hanno costruito insieme a noi questa straordinaria esperienza che parla di un mondo senza confini.

L’appuntamento è alle 6.30 per dire a Tronca che i nostri giorni di libertà non scadano, che a scadere e fallire saranno le loro politiche di svendita e privatizzazione. Ararat non si riconsegnerà mai, anzi da sabato mattina saremo tutt@ li per difenderlo.

Dalle Montagne del Kurdistan al Cuore di Roma

#AraratNonSiSgombera #RomaNonSiVende

Sabato 2 aprile ore 6.30 colazione resistente al centro socio-culturale kurdo Ararat
Via di monte testaccio 28 – Largo Dino Frisullo

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Azerbaigian: limitazione di libertà all’autore del libero “Sogni di pietra” Akram Aylisli.

Akram Aylisli autore di Sogni di pietra trattenuto ieri all’aeroporto di Baku per quasi 12 ore Avrebbe dovuto presentare oggi al festival Incroci di Civilità di Venezia il suo libro-denuncia

Nella giornata di ieri abbiamo appreso con sconcerto del fermo all’aeroporto di Baku del nostro autore Akram Aylisli, in partenza per il festival Incroci di Civilità di Venezia. L’intervento della polizia aeroportuale ha voluto mettere il bavaglio a chi, con la sua arte, ha sempre voluto parlare innanzitutto di comprensione fra i popoli. Il 79enne autore avrebbe dovuto presentare in anteprima al Festival Incroci di civiltà di Venezia il libro “Sogni di pietra”, che rappresenta due tragedie: lo scontro etnico-religioso fra armeni e azeri e il mondo violento e pericoloso che si è creato dopo la fine dell’impero sovietico.

L’autore è stato rilasciato in serata ma non potrà comunque lasciare il paese e partecipare al festival veneziano. L’editore Guerini ritiene questo gesto un’intollerabile limitazione della libertà personale ed un ostacolo alla libera circolazione delle idee e alla pacificazione, a maggior ragione in un momento socio-politico nel quale è sempre più necessaria capacità di mediazione. Ricordiamo comunque l’incontro di questo pomeriggio

Giovedì 31 marzo 2016, ore 14.30 Auditorium Santa Margherita Università Ca’ Foscari, Venezia

GIAN ANTONIO STELLA giornalista Corriere della Sera

GIAMPIERO BELLINGERI Università Ca’ Foscari di Venezia

parlano del libro di Akram Aylisli “Sogni di pietra”

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“Gli uccelli persi” film sul genocidio armeno vince tre premi (Agenziafuoritutto.com 30.03.16)

Il 1 aprile uscirà sugli schermi, in Turchia, “Gli uccelli persi”: in assoluto il primo film sul genocidio armeno del 1915 prodotto, almeno parzialmente, dal Governo turco. La pellicola è stata mostrata a novembre scorso – informa “Radio Liberty Armenia” – negli Stati Uniti ad “Arpa International Film Festival”, vincendo tre premi.
E’ evidente la portata storica d’un fatto del genere. Che per la Turchia – la quale s’ ostina a negare la premeditazione del “Metz Yegern”, il “Grande male”, del 1915-’16, sanzionando addirittura, con un articolo del suo Codice penale, qualsiasi riferimento in questo senso da parte dei massmedia turchi, come offesa all’identità nazionale – rappresenta una svolta ancora maggiore di quella fatta , nel 2005, dalla Germania producendo “La caduta”, primo film tedesco sulla “Caduta degli dèi” nazisti dell’aprile 1945. I due giovani registi, Aren Perdeci, nato e cresciuto a Istanbul ma discendente diretto d’ una famiglia di armeni ottomani (con un bisnonno deportato e scomparso nel 1915), ed Ela Alyamac (turca), raccontano la storia dei bambini, fratello e sorella, Mariam e Petò, che nel 1915 perdono la loro famiglia appunto nel “Metz Yegern”.
Perdeci, nella sua intervista a “Radio Liberty Armenia”, ha sottolineato che il film è stato ideato per gettare un ponte tra le parti in continua controversia sugli eventi del 1915. “Gli uccelli persi” è una storia sulla tragedia, il dolore e l’orrore di allora, vista con gli occhi di due bambini. “Ci ricorda – ha detto Perdeci – tutto ciò che abbiamo perso. Il film si propone di unire i popoli dei due poli politicamente opposti. Negli Usa, abbiamo capito d’ aver raggiunto il nostro obiettivo: avevamo un pubblico di circa 800 persone, di cui molti venivano da lontano. Ci hanno confessato che guardando il film, chiunque fossero – della diaspora, americani, turchi o armeni – avevano recepito il nostro messaggio. Tutti piangevano, si abbracciavano e dicevano di essere contenti”.
La pellicola è stata realizzata col sostegno finanziario del Ministero della Cultura e del Turismo turco: che, a dire del regista, è stato accettato a patto di non interferire nella sceneggiatura. Il film, risultato di quasi due anni di lavoro, è privo comunque d’ ogni riferimento preciso al contesto politico di allora, concentrandosi sulla rievocazione della storia “emotiva collettiva” di cento anni fa. Gli autori sperano che sarà amato dal pubblico turco: mentre aspettano l’invito a distribuirlo anche in Armenia. Chi scrive ha proposto all’ Associazione degli Armeni a Roma d’organizzare, appena possibile, una proiezione pubblica nella capitale.
(F.Fed)

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Messaggio del Papa al leader degli armeni argentini e cileni (Radiovaticana 29.03.16)

Papa Francesco ha inviato una lettera di auguri al capo della Chiesa armena per l’Argentina e il Cile, l’arcivescovo Kissag Mouradian, per il 25.mo anniversario della sua consacrazione episcopale. In un comunicato, il Centro Armeno della Repubblica Argentina ha diffuso il messaggio nel quale il Pontefice si unisce alla celebrazione e alla preghiera di rendimento di grazie per la ricorrenza celebrata lo scorso 22 marzo.

Un ministero fecondo e fraterno
“Caro fratello – si legge nella missiva del Papa – che il Signore ricompensi tutto il bene che hai fatto e che continui a fare”. Nella lettera che è stata letta durante l’atto in omaggio al capo della Chiesa armena del Cono Sud, il Santo Padre ringrazia Dio “per il ministero” dell’arcivescovo armeno e “prega perché continui ad essere fecondo”. Il Pontefice implora “la benedizione di Gesù e la protezione della Madonna per tutta la comunità armena del Paese”.

Una amicizia di lunga data
La nota della comunità armena ricorda “il rapporto amicizia” che unisce il Papa e mons. Mouradian da quando l’allora card. Jorge Mario Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires. Anche il nunzio apostolico in Argentina, mons. Emil Paul Tscherrig, il card. Mario Poli, attuale arcivescovo di Buenos Aires, e l’arcivescovo di Cordoba, Carlos Ñañez, hanno fatto giungere le loro congratulazioni a mons. Mouradian che è stato omaggiato nella sede del Centro Armeno di Buenos Aires, alla presenza di circa 450 invitati, tra autorità pubbliche e religiose di tutto il Paese. (A cura di Alina Tufani)

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Portiere Armenia gioca 7’ a 42 anni e batte record Zoff (Sportevai.it 26.03.16)

Il portiere dell’Armenia Roman Berezovski dice addio alla nazionale con un cameo contro la Bielorussia che lo fa diventare il settimo giocatore più ‘vecchio’ ad essere sceso in campo per una nazionale di una federazione UEFA. Superata la leggenda italiana Dino Zoff in classifica. Berezovski, 41 anni e 233 giorni, ha giocato gli ultimi sette minuti nel pareggio senza gol collezionando la 94esima presenza in nazionale, avendo esordito il 31 agosto del 1996 nello 0-0 contro il Portogallo valevole per le qualificazioni alla Coppa del Mondo FIFA 1998. Il suo ingresso in campo è stato salutato da una standing ovation mentre è stato esposto uno striscione con la scritta: “Grazie leggenda”. Berezovski ha giocato in Russia dal 1993 ed attualmente è il preparatore dei portieri della Dinamo Mosca, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo lo scorso anno. Il portiere dell’Ungheria Gábor Király, che compirà 40 anni il 1 aprile, è pronto ad unirsi al club e a giugno potrebbe diventare il primo 40enne a disputare una fase finale dei Campionati Europei. L’attuale record appartiene a Lothar Matthäus, sceso in campo a 39 anni e 91 giorni nella sfida tra Germania e Portogallo a EURO 2000. L’attaccante del Liechtenstein Mario Frick è diventato il giocatore di movimento più vecchio a disputare una gara di qualificazione a EURO in occasione della sua gara di addio alla nazionale del 21 ottobre 20145 contro l’Austria..

I nazionali europei più vecchi
Giorgios Koudas*, 48 anni 301 giorni, Grecia – Jugoslavia (amichevole), 20/09/95
Billy Meredith, 45 anni e 229 giorni, Inghilterra – Galles 15/03/1920 (Campionato britannico)
Vasilios Hatzipanagis*, 45 anni 49 giorni, Grecia – Ghana (amichevole), 14/12/99
Sir Stanley Matthews*, 42 anni 103 giorni, Danimarca – Inghilterra (qualificazioni Coppa del Mondo FIFA), 15/05/57
Jákup Mikkelsen, 41 anni 365 giorni, Islanda – Isole Faroe (amichevole), 15/08/12
Roman Berezovski, 41 anni 233 giorni, Armenia – Bielorussia (amichevole), 25/03/16
Dino Zoff, 41 anni 90 giorni, Svezia – Italia (qualificazioni Campionati Europei UEFA), 29/05/83
Albert Beuchat , 41 anni 63 giorni, Italia – Svizzera (amichevole), 14/02/1932
Mario Frick , 41 anni 35 giorni, Austria – Liechtenstein (Europei, qualificazioni), 21/10/2015
Pat Jennings, 41 anni, Brasile – Irlanda del Nord (amichevole), 12/06/86
Peter Shilton, 40 anni 292 giorni, Italia – Inghilterra (finale terzo posto Coppa del Mondo FIFA), 07/07/90

*i giocatori di movimento Koudas e Hatzipangis sono entrambi tornati in nazionale dopo il ritiro per collezionare le presenze in questione come riconoscimento da parte della Grecia.

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Viaggio ad Ani, la città fantasma delle 1001 chiese (Easyviaggio.com 23.03.16)

Retta da una vertiginosa serie imperi nel corso dei secoli – dai Bizantini agli Ottomani – la città di Ani contava migliaia di persone, diventando un grande centro culturale sotto la dinastia medievale Bragatid, in Armenia. Oggi è una maestosa città abbandonata che si trova sugli altopiani del nord-est della Turchia, a 45 km dalla città turca di confine di Kars. Mentre si cammina tra le tante rovine, l’unico suono è il vento ululante attraverso una gola che segna il confine tra la Turchia e l’Armenia.

La città fantasma contesa

I visitatori che passano attraverso le mura della città di Ani hanno i propri occhi sulle rovine che coprono cinque regni e tre secoli; armeni, bizantini, turchi, georgiani e ottomani. L’altopiano Ani è stato ceduto alla Russia una volta che l’impero ottomano fu sconfitto nella guerra nel 1878. Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, gli ottomani hanno combattuto per riottenere l’est dell’Anatolia, e anche se riconquistarono Ani e la zona circostante, la regione è stato ceduta alla Repubblica Armena di recente formazione. Ora Ani appartiene alla Turchia. Le rovine di un antico ponte sul fiume Akhurian si snodano in fondo ad un burrone per creare un confine naturale Turco-Armeno. I due paesi sono da tempo in disaccordo sulle uccisioni di massa degli armeni, che hanno avuto luogo sotto l’Impero ottomano durante la prima guerra mondiale, e la Turchia ha ufficialmente chiuso la sua frontiera con l’Armenia nel 1993, in risposta ad un conflitto territoriale tra Armenia e l’Azerbaijan, alleato della Turchia.

Una grande ricchezza archeologica

Anche se la tensione turco-armena occupa la gran parte delle discussioni che si svolgono su Ani, archeologi e attivisti si sforzano di far cadere l’attenzione anche su queste rovine, abbandonate in favore di luoghi più accessibili e meno storicamente contestate dall’antichità classica. Gli storici hanno a lungo sostenuto l’importanza di Ani come un nesso medievale dimenticato, e, di conseguenza, Ani è ora su un elenco provvisorio per il riconoscimento come patrimonio Unesco.

Nel corso dell’XI secolo, gli studiosi stimano che la popolazione di Ani ha raggiunto una popolazione di 100.000 persone, reperti archeologici del sito mostrano un vivace centro medievale, con una miriade di case, laboratori artigianali e moltissime chiese imponenti.

A proposito di questo, il sito é conosciuto come La Città delle 1001 chiese, infatti, i governanti armeni di Ani e i commercianti della città finanziarono un numero straordinario di luoghi di culto, tutti progettati dalle più grandi menti architettoniche e artistiche nel loro ambiente. Gli archeologi hanno scoperto le prove di almeno 40 chiese, cappelle e mausolei fino ad oggi.

COME VISITARE ANI?

Visitare questa meraviglia è possibile! È necessario volare a Agri, normalmente via Istanbul, e poi procedere in pullman o in taxi fino alla cittadina di Kars, quasi al confine da turchia e Armenia. La città abbandonata di Ani si trova a poche decine di chilometri da Kars, proprio sulla spaventosa gola che divide la Turchia dall’Armenia.

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