Il nuovo scenario geopolitico nel conflitto del Nagorno Karabakh (cesi-italia.org 21.03.16)

Autoproclamatosi indipendente nel 1991 con la dissoluzione dell’URSS e la secessione dall’Azerbaijan, la Repubblica del Nagorno Karabakh (NKR), abitata in maggioranza da armeni (95%) ma racchiusa nei confini azeri, ha vissuto uno dei più sanguinosi conflitti del Caucaso, con 30.000 morti e circa un milione di profughi, senza che la Comunità Internazionale potesse agire in maniera incisiva a causa della contemporanea crisi delle guerre balcaniche.

Dopo più di un ventennio, lo scontro armeno-azero resta uno dei più spigolosi conflitti congelati dello spazio-post sovietico, costituendo una polveriera nel territorio del Caucaso Meridionale. Nonostante il cessate il fuoco stabilito dagli Accordi di Pace di Bishkek (Kirghizistan,1994) e la dichiarazione di intenti dei più recenti Principi di Madrid del 2007, vicendevoli attacchi si sono susseguiti a più riprese e addirittura si sono intensificati negli ultimi due anni. Dall’agosto del 2014, il conflitto si è esacerbato, allargandosi anche oltre la linea di confine e raggiungendo alcune zone limitrofe alla frontiera armeno-azera (provincia di Tavush). In questa escalation di violenza, la più grave che sia mai avvenuta dal 1994, sono cadute vittima sia militari che civili. Fino ad oggi, i negoziati portati avanti dal Gruppo di Minsk, organo istituito dall’OSCE nel 1992 e guidato dalla co-presidenza di Russia, Francia e Stati Uniti non sono riusciti ad ottenere risultati significativi. Quello guidato dalla troika continua ad essere l’unico organo preposto a ruolo di mediatore nonostante ci siano stati tentativi, soprattutto da parte turca e azera, di aprire diversi negoziati in seno alla PACE (Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa per la Pace) e alle Nazioni Unite, accusando il Gruppo di Minsk di favoritismi nei confronti di Erevan.

Al di fuori delle trattative sostenute dal Gruppo di Minsk, i rappresentanti di Armenia e Azerbaijan si sono incontrati in più di 20 summit ma la ricerca del dialogo ha sempre ceduto di fronte alla mancanza di volontà di stabilizzare la regione del Nagorno Karabakh attraverso il raggiungimento di un compromesso. Inoltre, l’atteggiamento di Russia e Turchia si è rivelato essere di ostacolo. Entrambi con i propri interessi economici e strategici nell’area, Ankara e Mosca favoriscono più o meno direttamente alla condizione di stallo del conflitto, rendendo la piccola Repubblica una vera e propria pedina della loro partita sullo scacchiere caucasico.

A peggiorare la condizione della regione contribuiscono anche le politiche interne dei due Stati che hanno prodotto un’esasperazione dei rispettivi nazionalismi e una radicalizzazione delle rispettive opinioni pubbliche. Il conflitto del Nagorno Karabakh ha radici profonde nella storia di entrambi i Paesi. Per gli armeni, la guerra contro gli azeri è una lotta all’autodeterminazione del popolo armeno residente nella NKR, nonché una questione di identità storica, di giustizia verso l’ingegneria sociale sovietica che, nella figura di Stalin, decise per il cedimento del territorio a Baku. Con il proposito futuro di riunire l’Artshak (nome armeno del Nagorno Karabakh) all’Armenia, le Forze Armate di Erevan continuano ad occupare le sette province azere che circondano la regione per garantirne la sicurezza. Nell’ambito delle operazioni belliche anti-azere, tra il 1992 e il 1993, gli armeni sono riusciti ad assicurarsi delle zone cuscinetto prendendo il controllo dapprima del “corridoio di Lachin” ed in seguito dei territori di Kalbaijan, Kubartli, Jebrail, Zangelam, Agdam e Fuzuli, occupando il 20% del suolo azero.

Al contrario, l’area di Shahumian e una piccola parte della regione di Martuni e Mardakert, rivendicate dall’NKR, si trovano sotto il controllo del governo di Baku. Dal canto proprio, gli azeri vivono il conflitto come una guerra per la propria integrità territoriale e la propria identità nazionale, una lotta contro l’aggressione e l’occupazione armena. I negoziati tenutisi in questi anni sono costantemente stati frenati da problematiche di ordine giuridico inerenti allo status di queste province, poiché l’Armenia non accetta di abbandonare i territori occupati se prima non riceve garanzie per la sicurezza del Nagorno Karabakh, compreso il riconoscimento della sua indipendenza, punto sul quale Baku non è disposta a cedere. Giocando su queste rivendicazioni di matrice storica ed etnica si è contribuito a peggiorare la percezione dell’altro” e a mobilitare le masse per ottenere il sostegno alla guerra, alla propria “causa nazionale”. Tuttora continua la corsa agli armamenti che ha reso l’Armenia e l’Azerbaijan due dei Paesi più militarizzati al mondo.

Il 18 Febbraio del 2016, presso un seminario organizzato dall’OSCE a Vienna, il Ministro della Difesa armeno David Tonoyan ha dichiarato l’intenzione di iniziare una strategia militare basata sul concetto di “deterrenza” e non di escalation, con l’obbiettivo di ridurre il confronto armato diretto tra i due Paesi. Tale dichiarazione è giunta a poca distanza dalla ratifica di accordi militari con Mosca per un prestito di 200 milioni di dollari per l’acquisto di equipaggiamenti (sistemi di lancio missilistico multiplo e missili anticarro e antiaereo). L’Armenia ha speso circa 470 milioni di dollari per il suo apparato militare e ha continuato a firmare accordi con la Russia per unificare il sistema di difesa aerea.
Di contro, nel 2011, il governo azero della “dinastia” Aliyev ha speso 3 miliardi di dollari in armamenti, un numero superiore all’intero PIL armeno dello stesso anno. Oggi il bilancio è salito a 3,5 miliardi di dollari. Tutto ciò non fa altro che allontanare qualsiasi tentativo di riconciliazione e rende la ricerca di mediazione una pura retorica. La Repubblica del Nagorno Karabakh e le province che lo circondano appaiono come un ostaggio delle rivalità geopolitiche tra diversi paesi che nel mantenere uno stato del conflitto in perenne stallo, traggono maggiore vantaggio in termini di potere e controllo della regione. Basti pensare che la Russia, nonostante sia il principale mediatore del Gruppo di Minsk, fornisce di armi e sistemi di difesa il suo storico alleato armeno, ma allo stesso tempo porta avanti una cooperazione tecnico-militare con l’Azerbaijan per circa 4 miliardi di dollari. La politica adottata da Mosca è improntata a controllare il Caucaso meridionale, poiché da sempre considera quest’area come sotto la sua sfera d’influenza. Legata all’Armenia dai tempi dell’Unione Sovietica, Mosca non allenta la pressione su Erevan, convincendo la sua elite politica della necessità di ricevere protezione e aiuto da parte della Russia. L’Armenia, visto il complicato rapporto con i vicini, ha accettato la partnership strategica russa, determinando una dipendenza energetica ed economica da Mosca suggellata dall’ adesione all’Unione Economica Euroasiatica (2014), insieme alla Bielorussia e al Kazakistan.

La Russia possiede il 90% degli impianti e delle strutture di produzione energetica del Paese, cedute come pagamento di un debito di 95 milioni di dollari. Nel 2013 Erevan si è impegnata a trasferire il 20% delle azioni di ArmRosGazprom (società che regola la distribuzione di gas ed energia nel territorio nazionale) alla società russa Gazprom per coprire un ulteriore debito di 300 milioni di dollari, consegnando la gestione del gas nel Paese a Mosca. Il governo armeno ha anche concesso l’installazione di due basi militari russe nel proprio territorio, nella città di Erebuni (nord di Erevan) e a Gyumri (al confine con la Turchia) poiché la presenza russa è vissuta come garante della sicurezza territoriale, tema di grande sensibilità per gli armeni come per gli abitanti dell’NKR. Nell’ultimo periodo, la popolazione armena ha mostrato la sua insofferenza non solo per i circa 5.000 uomini russi schierati nel proprio territorio, ma anche per la forte dipendenza del Paese da Mosca. L’Armenia ha affrontato un aumento delle disuguaglianze ed una emergenza sociale legata alla povertà e alla disoccupazione giovanile. Come in tutte le ex repubbliche sovietiche, anche in Armenia il potere è concentrato nelle mani di una ristretta oligarchia che intreccia interessi economici e politica costituendo una elite privilegiata, quasi intoccabile. La decisione di aumentare per la terza volta in un anno la tassa sull’elettricità del 16% ha causato un ondata di proteste nell’estate del 2015 (Electric Yerevan) represse duramente dalla polizia. Il movimento di Electric Yerevan è stata una dimostrazione del malcontento popolare per le discutibili decisioni dell’esecutivo armeno in materia economica e sociale e ha messo in luce tutte le fragilità del sistema politico, compresa la corruzione al suo interno.

La Turchia, come Mosca, è protagonista principale nello scenario politico caucasico e non ha mai nascosto il suo interesse per la regione. Ankara ha sempre portato avanti una linea di difesa nei confronti di Baku alla quale è legata da numerosi interessi convergenti, da quelli economici e politici sino a quelli culturali ed etnici, tanto da parlare di “un popolo, due Stati”. Il Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha ribadito alla Conferenza degli Otto Ambasciatori, tenutasi all’inizio di quest’anno presso l’Università di Gaziantep (Turchia, 10-16 Gennaio), l’importanza primaria per la dirigenza turca di trovare una soluzione al conflitto nel territorio della Repubblica del Nagorno Karabakh. Inoltre, Cavusoglu è tornato a parlare anche dei difficili rapporti turco-armeni, sottolineando che un possibile riavvicinamento, dopo la chiusura delle frontiere nel 1993, è subordinato all’abbandono dell’esercito armeno delle sette province azere intorno all’NKR. Le relazioni con un Paese ricco di giacimenti petroliferi come l’Azerbaijan, sono segnate da importanti accordi economici e commerciali. L’Azerbaijan degli Aliyev negli ultimi anni ha subito una forte crescita economica grazie ai proventi dell’esportazione di greggio e gas, acquisendo appetibilità per i Paesi europei in cerca di un alternativa energetica alla Russia. Nel 2006 è entrato in attività l’oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan) che collega l’Azerbaijan, la Georgia e la Turchia, portando il petrolio dei giacimenti azeri dal Mar Caspio fino al Mediterraneo. L’Europa si assicura il rifornimento di petrolio di cui necessita riducendo i disagi derivanti dai difficili rapporti tra Mosca e Kiev, purtroppo spesso soprassedendo sulle accuse di violazione dei diritti umani rivolte al governo di Ilham Alyiev dalle opposizioni azere.

In conclusione, la Repubblica del Nagorno Karabakh continua la sua esistenza senza essere riconosciuta da nessun Paese nel mondo, tantomeno dall’Armenia. E’ difficile pensare ad una risoluzione definitiva in breve tempo. La recente crisi del prezzo del petrolio ha messo in luce tutte le difficoltà strutturali dell’Azerbaijan, indebolendo l’asse turco-azera ed impedendo al governo di Baku di intraprendere azioni più incisive nella regione. Con l’intento di non essere coinvolta nelle ultime crisi diplomatiche tra Mosca ed Ankara, Baku continua a mantenere buoni rapporti con la Russia, temendo le stesse sanzioni poste alla Turchia dopo l’abbattimento del caccia su-24 in Siria. In quanto suo primario partner commerciale, l’Azerbaijan non vuole rischiare di prendere posizioni che possano aggravare la sua economia, senza tralasciale il peso delle rimesse azere dei lavoratori in Russia.

Come negli anni novanta, la risoluzione al conflitto armeno-azero è messa nuovamente in secondo piano dai conflitti in Medio Oriente. Possibili cambiamenti a livello politico nei rispettivi Paesi potrebbero mutare gli atteggiamenti nazionali nei confronti del conflitto, alimentato in gran parte dai rispettivi governi. Un profondo cambiamento del sistema di potere oligarchico armeno o la caduta della gestione familistica della politica di Baku aumenterebbero le possibilità di raggiungere un compromesso che ponga fine al conflitto “congelato”. Un ulteriore recessione economica dell’Azerbaijan farebbe cadere un intero sistema che ha resistito fino ad adesso grazie alle sue risorse energetiche e agli affari dietro di esse. Di contro, l’aria di malcontento popolare a Erevan non è recente (dimostrazioni contro il risultato delle elezioni presidenziali del 2008, campagna di protesta “Voch” contro le modifiche costituzionali del 2015) e non si escludono nuovi ed importanti sviluppi. Ad oggi, è molto più plausibile la continuazione di una politica volta al mantenimento dello status quo, poiché un ulteriore escalation della violenza porterebbe ad un disastro degli equilibri geopolitici dell’area.

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La primavera a Kessab (Ilpost.it 21.03.16)

Il 21 marzo è la festa dedicata alle madri in Medio Oriente. Per Kessab, centro storico armeno in Siria, nei pressi del confine con la Turchia, è anche il secondo anniversario della fuga: il 21 marzo 2014, la cittadina ed i dodici villaggi circostanti vennero attaccati da forze islamiche radicali ed i quasi tremila abitanti costretti a fuggire.

I cittadini rimasero lontani dalla loro terra per quasi cento giorni, chi a Laodicea, accolti dalle comunità armena e greco-ortodossa locali, chi in Libano, fino alla metà di giugno quando l’esercito siriano riconquistò l’area. I pochi anziani rimasti perché non in grado di fuggire erano stati derubati e poi costretti a partire per la Turchia. I terreni agricoli ed i villaggi incendiati dai missili, mentre il centro cittadino, i negozi, gli alberghi erano stati depredati e poi distrutti come nella peggiore tradizione dei saccheggi in tempo di guerra. I miliziani si erano accaniti in particolare sulle chiese di Kessab, sulla chiesa cattolica, quella apostolica e quella protestante, tutte della comunità armena. Le croci sui campanili sono state piegate o abbattute. Le campane della chiesa cattolica armena portate negli anni Venti dai Francescani sono state frantumate. Le tombe cristiane profanate. Tra queste anche la tomba di un sacerdote e monaco mechitarista del monastero di San Lazzaro degli Armeni di Venezia, Hamazasp Kelengian, morto in un incidente stradale nel 1983 poco dopo aver celebrato il funerale del padre a Kessab. La tomba è stata aperta, le ossa sparse per il terreno e all’interno è stata messa una mina.

Tutti i beni che gli abitanti avevano lasciato prima della fuga sono stati distrutti o rubati dai miliziani. Non ci sono più strumenti agricoli e molti terreni rimangono dunque incolti. Il consiglio comunitario si è riunito subito dopo il rientro e la prima cosa che ha voluto rimettere in funzione è stato il grande frigorifero comune (bruciato dai miliziani) in cui sistemare la frutta dei campi. Gli aiuti vengono principalmente dalle comunità della diaspora.
Gli abitanti si interrogano oggi sul futuro di Kessab. La cittadina in passato aveva fondato la propria economia sui bachi da seta, poi sul tabacco e più tardi sull’agricoltura. Negli ultimi decenni però, fino alla guerra, era diventata uno dei principali centri del turismo interno della Siria. Molti avevano venduto i terreni agricoli per costruire alberghi o avviare negozi per turisti. Ora che tutto ciò è stato distrutto molti imprenditori e commercianti si chiedono il senso di ricostruire qualcosa che potrebbe essere demolito di nuovo in poche ore. Molti abitanti, facilitati da una politica più morbida del governo canadese e sostenuti dalla rete comunitaria armena del Nord America stanno valutando la possibilità di lasciare definitivamente Kessab. Più di un quarto della popolazione ha deciso di non rientrare.

Abbandonare Kessab, però, sarebbe per gli armeni del mondo una ferita incisa nella propria identità. La cittadina descrive, in qualche modo, quello che sta succedendo alle minoranze in Medio Oriente, definisce il passato di quell’area, ma anche dell’Occidente. Qui la storia degli armeni non è una storia di comunità disperse, ma è un percorso antico che si lega profondamente anche alle vicende europee. Kessab sorge ai margini di quello che fu il Regno armeno di Cilicia, stato medievale nato nell’XI secolo, alleato dei Crociati e legato profondamente a Genova e Venezia, crollato sotto l’invasione mamelucca nel 1375. La corona di Cilicia sarebbe passata poi ai Savoia. Da un piccolo villaggio della cittadina, Kaladuran, si vede il mare e, oltre il confine con la Turchia, si erge il Mussa Dagh, il Monte di Mosè, dove nel 1915, nel pieno delle persecuzioni e deportazioni del genocidio, un pugno di armeni aveva lottato contro l’esercito turco, decisi a resistere davanti alla barbarie.

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Il 20 un messaggio di pace in musica tra Armenia e Islam (Lastampa.it 21.03.16)

Che dalla musica possa scaturire un messaggio universale di pace e di unione anche tra paesi nemici, popoli di culture ed etnie contrapposte, è opinione radicata. A questo intento lavora da anni il maestro Daniel Barenboim con la sua West Eastern Divan Orchestra nelle cui file suonano insieme israeliani e palestinesi, giovani di Giordania, Siria, Libano ed Egitto. In questo spirito di musicale avvicinamento nasce il concerto «Tra Armenia e Islam» pensato con Polincontri Classica dall’Accademia Stefano Tempia lunedì 21 ore 21 (anteprima domenica 20 ore 18) al Conservatorio di piazza Bodoni (tel. 011/5539358).

Ha 46 anni Soghomon Gevorki Soghomonyan, religioso e compositore armeno più noto come Padre Komitas, quando il 24 aprile 1915, primo giorno del terribile genocidio che causerà la morte di un milione e mezzo di armeni, viene arrestato e deportato nell’Anatolia centrale. Tornato in libertà e segnato dalla tragedia, in preda a crescenti disturbi psichici, muore nel 1935 in una clinica di Parigi. Di Padre Komitas, il capostipite della musica armena moderna, i complessi corali e strumentali della Stefano Tempia diretti da Guido Maria Guida con il «rinforzo» del Coro maschile «La Rupe» di Quincinetto, maestri dei cori Dario Tabbia e Domenico Monetta, propongono una serie di rarissimi canti nuziali, unitamente ad altre tre composizioni per voce.

Si ispira a temi musicali ebraici il triplo concerto per violino, viola e violoncello «Dalla cruna del mondo», solisti Massimo Marin, Maurizio Redegoso Kharitian e Dario Destefano al violoncello, composto dal romano Giulio Castagnoli, 57 anni, su specifica commissione dell’Accademia.In chiusura un singolare omaggio alla cultura islamica con «Le Sélam, Symphonie orientale», solisti il soprano Francesca Rotondo, il tenore Alejandro Escobar e il baritono Devis Longo, una pagina sinfonico-corale totalmente dimenticata del marsigliese Luis-Étienne-Ernest Reyer, compositore eclettico e fervente wagneriano. L’evento conclude la settimana dell’Antirazzismo organizzata dall’UNAR .

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Mkhitaryan apre alla Juve: ‘Ma decido io e non Raiola, a 19 anni ero del Chievo’ (Calciomercato.com 19.03.16)

“Tra la laurea e la Juve, per me sarà un’estate caldissima”, parola di Henrikh Mkhitaryan. Il trequartista armeno del Borussia Dortmund ha dichiarato in un’intervista alla Gazzetta dello Sport: “Quante lingue parlo? 5 e mezza: armeno, inglese, francese, russo e portoghese. Il tedesco… La prossima sarà l’italiano? Forse”.

A 19 anni fu a un passo dal firmare con il Chievo? 
“Fui sconsigliato. Evidentemente doveva andare così. Allo Shakhtar Donetsk con Lucescu lo aiutavo a parlare con i giocatori brasiliani, visto che nel mio stage al San Paolo a 13 anni avevo imparato il portoghese. E presi confidenza con l’italiano grazie a lui. Ma soprattutto in Ucraina ho scoperto il grande calcio. Nel Borussia Dortmund con Klopp il nostro era un calcio forsennato: pressing e contropiede. Invece, Tuchel ci ha cambiato la vita: ora comandiamo noi il gioco e io ho più libertà per attaccare. Grazie a lui adesso so rendermi più utile”.

Si è cimentato in vari ruoli in questi anni. 
“Con Lucescu giocavo da numero 6, poi ho agito da 8 e da 10. Sono state tutte esperienze utili, ora mi ritengo completo ma so bene che ogni giorno devo impegnarmi per essere più veloce, più concentrato e provare a migliorare sempre la tecnica”.

Qual è il suo obiettivo? 
“È una stagione esaltante per il Borussia, voglio dare il massimo per questo club. Qui mi trovo benissimo. Ma nella carriera di un calciatore tutto può cambiare in fretta”.

Lei è associato alla Juve. 
“In questa vita tutto è possibile, non si sa mai. Ecco perché non dico nulla sulla Juve o altre squadre. In estate vedremo”. E il sorriso diventa ammiccante.

Ha preferenze tra Liga, Premier e Serie A? 
“Tutti tornei top. È più importante scegliere bene il club in cui puoi dare il meglio di te”.

La scorsa estate era stato fatto il suo nome per sostituire Pirlo. 
“Lui è stato unico, un dio del calcio. Oltre che per la tecnica mi impressiona per la capacità di fare gioco”.

Quest’anno ha segnato 19 gol e servito 20 assist. 
“Aubameyang e Reus davanti si integrano alla perfezione: io ho la libertà di svariare da destra a sinistra per giocare tra le linee. Così segniamo tutti tanto e io mi diverto a mandarli in gol”.

Proprio il giocatore che manca alla Juve… 
“Ma ha attaccanti super come Dybala, Morata e Mandzukic”.

Via Morata, Dybala più avanti: ci sarebbe spazio sulla trequarti. 
“Non lo so. Forse…”. E il sorriso ora è malizioso.

Conosce Pogba, visto che siete compagni di scuderia? 
“Grande giocatore, ma non ho avuto mai il piacere di incontrarlo”.

Perso papà Hamlet da bambino, la sua famiglia è molto importante per lei. 
“Sì, sono molto legato a mia madre Marina e mia sorella Monika. Con loro sono sempre in contatto e le consulto per tutte le decisioni importanti. Ma alla fine scelgo io”.

Anche per il calcio? 
“Mia madre lavora per la Federazione armena e mia sorella all’Uefa. A volte capiscono più loro di calcio di alcuni uomini”.

Come mai ha scelto Raiola? 
“Io ho un carattere riservato, lui è crazy. Ma sin dal primo momento ci siamo intesi su un fatto: accetto i suoi consigli, ma anch’io sono crazy a mio modo. E non mi può imporre nulla”.

La sua passione per gli scacchi in cosa l’aiuta? 
“Quando posso se trovo un avversario gioco volentieri. Anche perché allena a pensare rapidamente: come in campo”.

E gli studi in economia? 
“Mi manca un solo esame, in estate conto di tornare in Armenia per laurearmi. Mi sono sacrificato in questi anni perché sono convinto che a fine carriera avrò più chance: il mondo dell’economia mi piace”.

Non è un ragionamento diffuso tra i calciatori… 
“In effetti spesso molti miei colleghi pensano solo a divertirsi con il telefonino. Io provo ad avere altri interessi”.

Torna volentieri a Erevan? 
“Sì, è una gran bella città. Mi piacerebbe tornare a vivere lì”.

Ci sono nuovi Mkhitaryan in Armenia? 
“Con l’aiuto di mia madre, che si occupa di calcio giovanile, quest’inverno ho incontrato tanti bambini, anche per regalare loro un momento di felicità. Mi auguro che in Armenia nascano calciatori più forti di me. Gli armeni sono orgogliosi per chi ha successo all’estero. Lì la vita non è facile, è bello che abbiano messaggi positivi”.

Ora c’è Klopp sulla strada per vincere l’Europa League. 
“Non dico che possiamo nè che non possiamo

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Armenia, allo studio un viaggio del Papa per la seconda metà di giugno (Lastampa.it 18.03.16)

E’ “allo studio” un viaggio del Papa in Armenia: lo conferma il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, precisando che “un programma definitivo non c’è ancora” e che “il sopralluogo conclusivo” non ha ancora avuto luogo.

Quanto al periodo, Lombardi ha precisato che le date del 22-26 giugno, ipotizzate da diverse fonti armene, sono sbagliate, ma ha confermato che il viaggio si dovrebbe tenere comunque nella seconda metà di giugno.

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Robbiate: in ricordo del genocidio le autorità e gli studenti accolgono il console armeno (Merateonline 18.03.16)

Il popolo armeno ha 3000 anni di storia, si è stabilito nella penisola anatolica in mezzo a popolazioni ostili e in un luogo dove nei secoli più di cento etnie sono scomparse. Gli armeni ci sono ancora e non dimenticano: non dimenticano soprattutto chi li ha aiutati, perché la memoria ha un valore per il male ma anche per il bene“, con queste parole il console onorario della Repubblica Armena in Italia Pietro Kuciukian ha voluto ringraziare quanti erano presenti alla cerimonia ufficiale per la consegna delle delibere dei consigli comunali di Imbersago, Robbiate, Paderno d’Adda e Verderio per il riconoscimento del genocidio armeno in occasione del suo centenario.
Il console, ospitato nella sala consiliare del Comune di Robbiate, alla presenza delle autorità civili e militari del nostro territorio, oltre che ovviamente dei sindaci e degli assessori dei comuni coinvolti nell’iniziativa, ha portato anche i saluti e i ringraziamenti dell’ambasciatore da Roma e del suo governo.
Il genocidio armeno, quello che noi chiamiamo il Grande Male, fu un male impunito e che proprio per quello si diffuse nel mondo: la Shoah, i genocidi in Cambogia, Ruanda e chissà quanti altri sono nati per l’impunità riservata al primo genocidio del XX secolo. Ringrazio voi tutti e soprattutto i ragazzi e le ragazze delle scuole per aver avuto la sensibilità di capirlo così bene“.
Al centro del progetto “Il Grande Male”, la cui ultima tappa è andata in scena con l’emozionante cerimonia di mercoledì sera, sono stati proprio i ragazzi delle classi terze della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo di Robbiate. Con il loro percorso didattico – che è stato portato avanti di pari passo a degli incontri divulgativi per informare i cittadini dei quattro comuni sulla tragedia che 100 anni fa sconvolse il popolo armeno – hanno affrontato una riflessione poco nota e dolorosa della storia; e attraverso la letteratura, la musica e la pittura sono riusciti a trasmettere, anche nella cerimonia di mercoledì, un messaggio di pace e per un futuro senza guerre.
Spesso i ragazzi della nostra scuola sono chiamati a tener viva la memoria – ha spiegato la professoressa Laura Ferrari in rappresentanza del dirigente scolastico – è infatti un dovere della scuola commemorare, non come retorica, rito o vuota celebrazione, ma sapendo che lungi dall’essere condivisa la memoria può rivelarsi terreno di battaglia etnico, politico o religioso. La manipolazione della storia è un antico vizio dell’umanità e tocca a noi adulti dedicare il tempo necessario a spiegare ai più giovani quello che è stato, perché solo la conoscenza approfondita della storia può rendere i nostri studenti cittadini che crescono liberi di scegliere da che parte stare“.
Nel corso della serata gli alunni hanno letto alcune delle pagine più significative del libro “La Masseria delle Allodole”, della scrittrice di origine armena Antonia Arslan, ed hanno deposto alla luce di un lumino garofani bianchi, come avviene a Yerevan presso il monumento del memoriale del genocidio armeno. Alcuni di loro hanno anche suonato l’Inno della Repubblica Armena con l’apprezzamento del console e del consigliere dell’Unione Armeni in Italia, la signora Gueguel Khatchadourian.

Ai sindaci di Imbersago, Robbiate, Verderio e Paderno è invece spettato l’onore di consegnare al dottor Kuciukian – dopo la lettura del testo da parte della dottoressa Rosa Renda, segretario comunale di 3 dei 4 enti – le pergamene contenenti l’atto ufficiale di riconoscimento del genocidio del popolo armeno ed espressione della piena solidarietà da parte dei cittadini in occasione del centenario di quei tragici eventi.
l nominativi dei quattro comuni saranno inseriti tra i “giusti della memoria” in una targhetta che verrà conservata nel museo memoriale del genocidio nella capitale armena, così come un’opera pittorica donata dall’artista Dolores Previtali.

Firmano un appello contro Erdogan, tre accademici arrestati (Globalist 17.03.16)

La svolta autoritaria del presidente Erdogan non si ferma dinanzi a nulla: tre accademici turchi sono stati arrestati nella notte di martedì con l’accusa di “propaganda per un’organizzazione terroristica e la violazione degli organi statali turchi”. Si tratta di Esra Mungan, Muzaffer Kaya e Kivanc Ersoy, che erano stati tra le centinaia di “saggi” che un mese fa avevano firmato una dichiarazione intitolata “Non voglio partecipare a questo crimine”, e accusava il governo per le operazioni dell’esercito turco contro i curdi.

Un giorno prima di tali arresti, Rexep Tayyip Erdogan aveva affermato che “non c’è differenza tra un terrorista che porta un’arma e uno che sfrutta il suo titolo e la sua posizione offrendo aiuto ai terroristi per raggiungere i loro obiettivi.Può essere un accademico, un deputato, uno scrittore, un giornalista o un membro di una ONG, ma questo non cambia il fatto che egli è un terrorista “.

I media turchi sostengono che i pubblici ministeri hanno agito in forza della direttiva del presidente, ma la politica aggressiva di Ankara non si esprime solo sul piano interno: ieri si è venuto a sapere che tre città bulgare non riceveranno finanziamenti comunitari nell’ambito dei programmi di cooperazione transfrontaliera tra Bulgaria e Turchia, per la semplice ragione che [Ankara vieta ogni tipo di collaborazione con i Comuni che riconoscono il genocidio armeno.

I comuni bulgari sono quelli di Burgas, Haskovo e Svilengrad, che non avranno alcuna possibilità di ricevere denaro della UE a causa di ostacoli frapposti dalla Turchia. Il divieto è arrivato direttamente dal ministero degli esteri di Ankara , che vieta a lavorare con i comuni che riconoscono il genocidio armeno del 1915, nel quale centinaia di migliaia di cristiani armeni vennero assassinati durante l’esodo forzate condotto dall’esercito ottomano in quella che oggi è la Turchia orientale.

In conseguenza di questi, visto che i Comuni bulgari non sono in grado di trovare un partner turco per realizzare progetti congiunti, perderanno diversi milioni di euro. I progetti più importanti riguardavano l’ambiente e la prevenzione dei disastri naturali. Per la Bulgaria, la questione costituisce uno scandalo sia diplomatico che economico. Nella regione di Haskovo, ogni inverno, i fiumi esondano distruggendo ponti, dighe e villaggi ed il governo locale non ha le risorse per fare il lavoro di prevenzione. Ecco perché contava sul partenariato regionale finanziato dall’Unione europea con il Comune turco di Edirne per portare a termine il lavoro richiesto, ma ora il progetto è morto perché la Turchia si rifiuta di cooperare.

Il sindaco di Edirne, Rexep Gürkan, aggiunge che la decisione del ministero degli esteri turco è definitiva: “Con Haskovo abbiamo lavorato molto bene, ma ci è stato imposto un divieto da Ankara a causa di una decisione del Consiglio Comunale di Haskovo, presa lo scorso anno, di intitolare al genocidio degli armeni un parco della città “.Le dichiarazioni di condanna del genocidio armeno, adottata dai consigli comunali di Burgas e Svilengrad, hanno messo anche questi Comuni sulla lista nera della Turchia. Il Ministero dell’Ambiente bulgaro è stato informato del caso, ed il sindaco , Gürkan consiglia ai comuni bulgari di votare di nuovo. Se il consiglio comunale di Haskovo recedesse dalla denominazione di quel parco, la cooperazione potrebbe ricominciare, dice il vicino turco, aggiungendo che un altro Comune bulgaro ha fatto proprio questo.

Nel frattempo perà la Turchia ha interrotto ogni rapporto: con Haskovo, per esempio, il gemellaggio è stato congelato. Bruxelles , a quanto sembra, non può fare nulla, perché i progetti transfrontalieri richiedono un partner nel paese vicino. Le relazioni turco-bulgaro sono peggiorate di recente, Sofia Bulgaria ha dichiarato un diplomatico turco che lavora presso il Consolato Generale a Burgas persona non-grata, accusandolo di avere svolto attività che violano la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche.
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“Singing in Exile” e “Stay” ad AstraDoc (Cinemaitaliano.info 16.03.16)

La rassegna Astradoc 2016 – viaggio nel cinema del reale, organizzata da Arci Movie, Parallelo 41 Produzioni, Coinor e Università degli Studi di Napoli Federico II, con il patrocinio del Comune di Napoli, venerdì 18 marzo 2016, ore 21 al cinema Astra in via Mezzocannone 109, propone la visione del film “Singing in Exile”. La serata è in collaborazione con il Consolato Generale di Francia a Napoli, l’Istituto Francese Grenoble, Faito Doc Festival e Festival Ethnos.

Saranno presenti in sala i registi italo-belgi, Nathalie Rossetti e Turi Finocchiaro (direttori artistici del Faito Doc Festival), e i due protagonisti del film, Aram e Virginia Kerovpyan.
Ad introdurre la proiezione del film, la visione del cortometraggio “Stay” di Giovanni Sorrentino realizzato nel 1° Atelier di cinema del reale 2014/15 del progetto FILMaP realizzato da Arci Movie con il sostegno della Fondazione con il Sud.

Inoltre, il 19 marzo 2016 dalle 10.00 alle 18.00, i due protagonisti franco-armeni di “Singing in Exile” (Canti in Esilio) terranno un laboratorio dedicato al Canto Liturgico Armeno presso l’Istituto Francese di Napoli Grenoble.(Info virginia@kerovpyan.net e info@arcimovie.it).

“Singing in Exile” testimonia la turbolenta storia della diaspora armena del ventesimo secolo in seguito alla quale gli Armeni si dispersero in tutto il mondo.
Il documentario si concentra sui due protagonisti: Aram Kerovpyan, maestro cantante nella cattedrale armena di Parigi, e sua moglie Virginia che pratica il canto tradizionale monodico. I due sono accompagnati, durante il viaggio dal regista Jaroslaw Fret e dagli attori dal Teatro ZAR a Wroclaw, che hanno studiato la storia e la tradizione musicale armena per molti anni. Sradicati, tagliati fuori dalla propria cultura e dalla storia, i protagonisti tentano di salvare dall’oblio i canti liturgici armeni tradizionali.

“Singing in Exile”, selezionato in molti festival, ha vinto il World Première:’Visions du Réel’ Nyon'(Grand angle) aprile ’15, vincitore anche del Festival ‘Planête Honnête’ – French Premiere a settembre ’15 e del Best artistical Film a NURT (Kielce, Polonia) a dicembre ’15.

Astradoc 2016 – viaggio nel cinema del reale permette a tutti di godere del cinema vero, indipendente, d’autore che oggi, più di qualunque altro genere, racconta la vita. La rassegna nella sua seconda parte, è ricca di collaborazioni e ospiti nazionali e internazionali.

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Scelti i finalisti del nuovo premio in memoria del Metz Yeghern (Gariwo.net 15.03.16)

Nel giorno in cui il mondo commemora le vittime del Genocidio Armeno, a Yerevan saranno insignite quest’anno del “Premio Aurora per il contributo al Risveglio dell’Umanità” alcune personalità scelte da una commissione presieduta da Vartan Gregorian, presidente della Carnegie Corporation di New York, ente filantropico.

Il New York Times riporta che i finalisti non sono noti al grande pubblico: si tratta di Marguerite Barankitse, fondatrice di Maison Shalom, un orfanatrofio in Burundi che ha affrontato un attacco di una folla inferocita e altri pericoli; Tom Catena, l’unico medico nelle montagne Nuba del Sudan per cinquant’anni; Syeda Ghulam Fatima, un’attivista pakistana dei diritti di lavoratori più svantaggiati; e infine don Bernard Kinvi, un prete cattolico della Repubblica Centrafricana che ha salvato più di mille musulmani, per lo più donne e bambini, da persecuzioni letali.

Il premio è stato creato da Gregorian e da altri due filantropi di origine armena, Noubar Afeyan e Ruben Vardanyan e prevede un’elargizione al vincitore di 100.000 dollari, più una donazione a un’associazione “che ha ispirato il suo lavoro”, di un milione di dollari. Si intitola “Aurora” in onore di Aurora Mardiganian, che ha raccontato la sua storia di sopravvissuta al Grande Male in un libro e un film, e la sua istituzione era stata annunciata l’anno scorso durante le celebrazioni del centenario delle atrocità del 1915. La testimone aveva infatti dichiarato: “Come si può risvegliare il senso di umanità nelle nuove generazioni? Dovremmo iniziare adesso? La mia risposta è Sì. E l’intera idea del premio è un’opportunità perfetta di iniziare questa conversazione“.

La Mardiganian è ritenuta la “voce delle vittime del genocidio armeno per milioni di americani”. Di seguito riportiamo una sua video-testimonianza (in inglese).

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“Tra Armenia e Islam” al Conservatorio Giuseppe Verdi (Torinotoday 15.03.16)

“Tra Armenia e Islam” al Conservatorio Giuseppe Verdi Eventi a Torino

La musica è un linguaggio universale di pace, in grado di unire i popoli e le culture: questo il messaggio di “Tra Armenia e Islam”, il concerto organizzato dall’Accademia Corale Stefano Tempia in collaborazione con Polincontri Classica in programma lunedì 21 marzo alle ore 21 al Conservatorio “G. Verdi” di Torino per ricordare il centenario del genocidio degli armeni in Turchia.

Il Coro e l’Orchestra dell’Accademia Stefano Tempia e il Coro Maschile “La Rupe” di Quincinetto saranno diretti da Guido Maria Guida e dai maestri Dario Tabbia e Domenico Monetta con la partecipazione di Massimo Marin al violino, Maurizio Redegoso Kharitian alla viola e Dario Destefano al violoncello, il soprano Francesca Rotondo, il tenore Alejandro Escobar e il baritono Devis Longo.

Ad aprire la serata saranno i canti nuziali e altre composizioni di Padre Komitas, considerato l’iniziatore della musica moderna armena. Si proseguirà con una prima esecuzione assoluta commissionata dall’Accademia Stefano Tempia, il triplo concerto per violino, viola e violoncello “Dalla cruna del mondo” composto dal contemporaneo Giulio Castagnoli e ispirato a tematiche musicali armene, ebraiche e islamiche

Infine, “Le Sélam, Symphonie orientale” per soli, coro e orchestra di Luis-Étienne-Ernest Reyer, compositore francese dell’Ottocento che si è ispirato alla cultura islamica, chiuderà il programma.

Sarà possibile assistere anche all’anteprima del concerto, che si terrà domenica 20 marzo alle ore 18 al Conservatorio “G. Verdi”.
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