Pace con l’Azerbaigian, “la garanzia di sicurezza più affidabile”. (Sardegnagol 29.01.26)

La pace con l’Azerbaigian rappresenta la “garanzia di sicurezza più affidabile” per l’Armenia. Lo ha affermato il primo ministro Nikol Pashinyan in occasione del 34° anniversario delle Forze Armate armene, sottolineando che il Paese non si sta preparando a una nuova guerra.

“Non ci sarà alcun conflitto. La pace tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian è stata stabilita, e non esiste garanzia di sicurezza più solida della pace”, ha dichiarato Pashinyan, aggiungendo che il governo intende rafforzare questo percorso diplomatico.

Il premier ha annunciato una profonda trasformazione delle Forze Armate, sostenuta da ingenti investimenti e dall’acquisizione di armamenti moderni, descritti come superiori a quelli precedentemente disponibili.

Pashinyan ha inoltre accusato alcuni partner internazionali di aver rifiutato in passato la vendita di armi all’Armenia, per timori legati al possibile utilizzo fuori dai confini riconosciuti a livello internazionale e al rischio di diffusione di segreti tecnici all’interno dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO).

Secondo il premier, dal settembre 2022 i partner del CSTO avrebbero mancato di rispettare gli obblighi contrattuali in materia di sicurezza, trattenendo forniture militari già pagate per centinaia di milioni di dollari, creando quella che ha definito una “minaccia esistenziale” per la sovranità del Paese.

Pashinyan ha spiegato che la situazione si è sbloccata dopo l’accordo di Praga dell’ottobre 2022, in cui Armenia e Azerbaigian hanno riconosciuto reciprocamente la propria integrità territoriale sulla base della Dichiarazione di Alma-Ata del 1991. Successivamente, Erevan ha deciso di congelare la propria adesione al CSTO.

Il premier ha ribadito che l’unica missione dell’esercito armeno è la difesa del territorio nazionale riconosciuto a livello internazionale, pari a 29.743 chilometri quadrati, precisando che le controversie sui confini saranno affrontate tramite commissioni congiunte di delimitazione.

Infine, Pashinyan ha evidenziato le riforme in corso nel settore militare, tra cui la transizione verso un esercito più professionale e la riduzione del servizio militare obbligatorio da 24 a 18 mesi.

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A Campodarsego i film parlano anche di fede (Difesa del popolo 27.01.26)

Torna al cinema teatro Aurora di Campodarsego la rassegna “Film e fede”. «Tre venerdì alle 20.30, per tornare a popolare le nostre comunità – spiegano i volontari dell’équipe cinema – La rassegna vuole mostrare come il cinema, il teatro e l’arte possano diventare finestre sulla fede, non per dare risposte facili, ma per stimolare riflessione, emozione e dialogo. Ogni storia invita a guardare oltre l’ordinario e a scoprire la spiritualità che attraversa le vite dei personaggi e anche le nostre».
Si parte il 30 gennaio con Amerikatsi, regia di Michael A. Goorjian, conduce don Leopoldo Voltan. Il film racconta la storia di un giovane americano di origine armena che torna nel suo paese d’origine e finisce in una prigione sovietica. Dalla finestra della cella osserva la vita e la cultura armena, scoprendo affetti, bellezza e umanità. Attraverso il suo sguardo, la cultura diventa ponte verso identità e memoria mostrando che, anche nei luoghi più oscuri, cinema e affetti possono salvarci dall’indifferenza e dal dolore. Il 6 febbraio spettacolo teatrale Resta un po’ con me, di e con Francesco Casella. Il monologo parte dalla domanda: «Perché…?». Il protagonista, cacciato di casa dopo vent’anni di matrimonio, urla a Dio il suo sgomento: «Gesù è morto 2000 anni fa, e io oggi perché sarei salvo?». Inizia così un percorso dentro e fuori di sé, vissuto insieme agli spettatori, dove si mescolano dubbi e rabbia. Fino allo strappo finale: «E adesso? Posso davvero tornare a vivere come prima, fingendo di non aver visto nulla?».
Il 13 febbraio la rassegna ospita Marco Guzzi, poeta e filosofo, fondatore dei gruppi “Darsi pace”, sul tema “Rigenerati. L’annuncio di Cristo nel 21° secolo”. «Oggi come non mai – anticipa Marco Guzzi – la fede cristiana sta vivendo una fase di crisi rigenerativa così profonda, tanto che la Chiesa, almeno da 50 anni, parla della necessità di una nuova evangelizzazione. Noi cristiani siamo chiamati a sperimentare i misteri della nostra fede in modo molto più personale, direi mistico, altrimenti anche i sacramenti rischiano di diventare una sorta di teatro insignificante. Questo è il tempo giusto e propizio per avviare una straordinaria stagione di sperimentazione spirituale, e di rinascita».

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Armenia: memoria cristiana d’Europa (Assadakah 27.01.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Nel corso dei vespri celebrati nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, Papa Leone XIV ha richiamato le radici cristiane dell’Europa, indicando nell’Armenia la prima nazione della storia ad aver adottato ufficialmente il cristianesimo, con il battesimo del re Tiridate III nel 301 ad opera di San Gregorio l’Illuminatore.

Un riferimento centrale, non ornamentale, inserito in una riflessione più ampia sull’identità europea e sul ruolo del Vangelo come seme di unità, giustizia e pace tra i popoli. Il Pontefice ha ricordato come la fede cristiana si sia diffusa nel continente grazie alla testimonianza di annunciatori coraggiosi, sottolineando il valore storico e spirituale delle Chiese orientali.

L’Armenia è tornata al centro anche in occasione della 59ª Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, i cui sussidi ufficiali per quest’anno sono stati preparati proprio dalle Chiese armene. Nell’omelia conclusiva, Papa Leone XIV ha espresso “profonda gratitudine per la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno”, ricordando una storia segnata in modo ricorrente dal martirio.

Parole che assumono un peso particolare se lette alla luce dei legami tra la Santa Sede e l’Azerbaijan. Negli ultimi anni, infatti, Baku ha intensificato i legami con il Vaticano, finanziando restauri di siti cristiani e promuovendo iniziative culturali e accademiche a Roma, presentate come dialogo interreligioso ma contestate da numerosi studiosi armeni.

In questo contesto si inseriscono due episodi che hanno suscitato forte scalpore. Il primo riguarda la conferenza intitolata “Christianity in Azerbaijan: History and Modernity”, ospitata dalla Pontificia Università Gregoriana, promossa con il sostegno dell’Ambasciata azera presso la Santa Sede. L’evento è stato duramente criticato da istituzioni armene e da centri di ricerca internazionali per il suo carattere revisionista, accusato di minimizzare o cancellare la presenza storica armena e il ruolo della Chiesa Apostolica Armena nel Caucaso.

Il secondo episodio è ancora più delicato: l’allontanamento improvviso del gesuita e canonista Georges-Henri Ruyssen, docente al Pontificio Istituto Orientale e studioso riconosciuto del genocidio armeno. Ruyssen, proveniente da ambienti accademici francesi e attivo a Roma, è stato rimosso e trasferito nel corso dell’anno accademico senza spiegazioni pubbliche dettagliate. Non solo: ha ricevuto pressioni per rifiutarsi di tenere una conferenza sul genocidio ameno. Vicende che hanno suscitato interrogativi e proteste informali nel mondo accademico, proprio perché avvenute in un clima di crescente attenzione vaticana verso i rapporti con l’Azerbaijan.

Per molte comunità armene, questi episodi appaiono come segnali di una tensione irrisolta tra diplomazia e verità storica, soprattutto mentre la popolazione armena dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) è stata nel frattempo costretta ad abbandonare completamente la propria terra.

Il richiamo del Papa all’Armenia come radice cristiana dell’Europa risuona dunque con forza, ma anche con una evidente ambivalenza: da un lato il riconoscimento storico e spirituale, dall’altro un presente in cui memoria, geopolitica e interessi strategici continuano a intrecciarsi in modo problematico.

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Svolta in Cattedrale la Veglia ecumenica: in Cristo messaggeri di pace (Chiesadigenova 27.01.26)

Venerdì 23 gennaio si è svolta in Cattedrale la veglia ecumenica di preghiera per l’unità dei cristiani nell’ambito delle iniziative per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani nella nostra città.

“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” questo il tema e il filo conduttore dei vari interventi.

È stata preparata dall’équipe ecumenica della diocesi in molti incontri, fondamentali e profondamente arricchenti, momenti preziosi per costruire rapporti, offrire e accogliere proposte, vivere la fraternità fra le chiese e ora, entrando in Cattedrale, l’unità costruita è quello che si può portare in dono a chi parteciperà, sfidando la pioggia e la serata insolitamente gelida anche in questa stagione.

A poco a poco le panche si riempiono. Nell’aria si diffondono le note del bellissimo preludio suonato magistralmente dai cori riuniti Associazione Voltrimusica e Coro G.B. Chiossone-Arenzano. C’è pace e attesa.

Il pastore valdese William Jourdan introduce la veglia sottolineando come “l’unità delle chiese cristiane rappresenti una delle sfide più significative e urgenti del nostro tempo. In un mondo sempre più frammentato, dove le forze di divisione sembrano prevalere, la chiamata all’unità è un invito a riconoscere e valorizzare le differenze e a lavorare insieme per il bene comune”.

I testi che ci guidano quest’anno nella preghiera sono stati preparati dai cristiani dell’Armenia.

“Per quasi due millenni,- proferisce solennemente il Pastore- la Chiesa apostolica armena, riconosciuta come una delle più antiche comunità cristiane al mondo, ha avuto un ruolo fondamentale nel guidare l’identità spirituale e storica del popolo armeno. Fondata all’inizio del IV secolo, con radici che risalgono all’epoca apostolica, questa comunità di fede trascende la semplice organizzazione religiosa; infatti, è simbolo di resilienza nazionale, patrimonio culturale e forza spirituale. Oltre a offrire una guida spirituale, la Chiesa ha preservato le tradizioni, la lingua e i valori armeni, soprattutto durante i periodi di maggiore avversità e di dominazione straniera”

E’ la chiave di volta della Veglia. In questi duemila anni di storia, affondano le radici di tutti noi, appartenenti a varie denominazioni, anglicani, ortodossi, battisti, cattolici, luterani, pentecostali…, ma prima di tutto cristiani, chiamati ad essere un solo corpo e a portare la speranza alla quale Dio ci ha chiamati a un mondo lacerato da guerre e divisioni, come ci ricorda Padre Tasca.

Le parole di Gesù, proclamate nel Vangelo, suonano come un monito e una promessa: “Ancora per poco la luce è fra voi. Camminate finché avete la luce, prima che il buio vi sorprenda. Chi cammina al buio non sa dove va. Mentre avete la luce, credete nella luce! Così sarete veramente figli della luce.”

Figli della luce, tutti, finché restiamo uniti a Gesù, fedeli all’unico battesimo che abbiamo ricevuto nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, come sottolinea con forza Il Canonico Morley nel bellissimo sermone che andrebbe riportato integralmente.

Bach accompagna e sostiene la pausa di riflessione e Padre Herzl ci riporta ancora alla nostra comune storia millenaria presentandoci l’icona del Santo Volto di Gesù, custodito e venerato nella chiesa barnabitica di San Bartolomeo degli Armeni in Genova.

Preghiamo insieme il Credo niceno- costantinopolitano, penso con una consapevolezza diversa.

Si potrebbe chiudere qui: unico il battesimo, unico il Credo, una sola la nostra storia millenaria. Invece Eugenia e Maria, con la loro splendida testimonianza di buio e di luce, di dolore e di amore, di quotidianità sui passi di Gesù, ci richiamano al nostro essere oggi in cammino per testimoniare con la nostra vita il Vangelo e far sì che la storia continui e la Luce ricevuta arrivi ad altri e poi ad altri ancora.

Chissà se qualcuno prendendo e portando a casa il lumino racchiuso in una stella di cartoncino colorato che le suore clarisse cappuccine hanno preparato per tutti noi ci avrà pensato quando si è rituffato nel buio e nel freddo della notte.

Tiziana Brunengo

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Preghiera di Taizé

Cultura: Milano, incontro su storia, conflitto e identità del popolo armeno (AgenSir 27.01.26)

“Nel nome della terra. Armenia: storia, conflitto e identità nel Caucaso”: è il titolo dell’incontro che si terrà giovedì 29 gennaio, alle ore 18.30, presso Ambrosianeum, via delle Ore, 3 a Milano. La serata sarà dedicata al reportage in Armenia di Marco Cremonesi. Sono previsti interventi di Antonia Arslan, scrittrice; Alberto Peratoner, docente Facoltà teologica del Triveneto-Padova e direttore dell’Ufficio cultura del patriarcato di Venezia; il fotografo Cremonesi. Introduce: Fabio Pizzul, presidente Fondazione Ambrosianeum. Partecipazione musicale di Ani Balian accompagnata dal maestro Gianfranco Iuzzolino. “Un viaggio nella storia millenaria dell’Armenia, una terra di confine dove identità, memoria e territorio si intrecciano in modo profondo e spesso doloroso”, spiegano i promotori. “Una lettura storica e geopolitica che attraversa le radici dei conflitti che hanno segnato il Caucaso meridionale, con particolare attenzione alla questione armena, al genocidio del 1915 e alle tensioni contemporanee legate al Nagorno Karabakh. Senza dimenticare il ruolo della terra come elemento fondante dell’identità armena, esplorando come storia, religione, diaspora e conflitto continuino a plasmare il presente di un popolo al centro di equilibri regionali complessi e instabili”. A seguire, visita guidata della mostra “Fede e guerra”, esposta all’Ambrosianeum.

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L’ansia asimmetrica di Armenia e Iran (Osservatorio Balcani e Caucaso 26.01.26)

Per decenni l’Iran ha rappresentato per l’Armenia un fondamentale retroterra strategico. È stato un canale vitale di commercio ed energia, capace di aggirare l’isolamento imposto dai confini chiusi con Turchia e Azerbaijan, una sorta di polizza geopolitica contro l’isolamento e un partner accomunato dall’interesse a bloccare la creazione di un corridoio interamente controllato da Baku e Ankara. Questo ruolo non è improvvisamente venuto meno, ma oggi appare più fragile.

Ciò che sta cambiando è l’intensificazione della strategia armena di bilanciamento. Dopo quella che è stata percepita come una grave inadempienza russa sul piano della sicurezza, con il collasso del Nagorno Karabakh, l’Armenia sta cercando nuove garanzie. L’apertura agli Stati Uniti, l’impegno dell’Unione europea e nuove forme di cooperazione militare rispondono a una logica di sopravvivenza statuale.

Dall’Iran, tuttavia, questo scenario è mal digerito. Teheran guarda con estrema ostilità a un asse di transito allineato all’Occidente lungo il proprio confine settentrionale e a qualsiasi assetto che faciliti infrastrutture logisticamente compatibili con la NATO. Ma oggi dispone di meno strumenti di pressione o di compensazione nei confronti dell’Armenia rispetto anche solo a cinque anni fa, quando la questione del Karabakh limitava Yerevan in qualsiasi direzione.

Ne emerge una classica situazione di “ansia asimmetrica”: l’Armenia è stata abbandonata alla sua sorte e cerca nuove tutele, l’Iran si percepisce accerchiato e teme una marginalizzazione strategica. Ai loro confini, Turchia e Azerbaijan appaiono sicure di sé e opportuniste.

Il quadro è ulteriormente complicato dalla profonda crisi interna iraniana, segnata da proteste di massa, repressione violenta, migliaia di vittime e un controllo sempre più stretto dell’informazione, con un regime che pare ormai reggersi solo sulla capacità di coercizione. Un contesto che rende Teheran tanto più nervosa quanto non in condizione di proiettare stabilità all’esterno.

La TRIPP

TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity), l’iniziativa di collegamento multimodale sostenuta dagli Stati Uniti nell’ambito dell’accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan siglato a Washington l’8 agosto 2025 avviene in una fase in cui Teheran appare particolarmente vincolata: regionalmente sovraesposta, economicamente sotto pressione e strategicamente compressa da dinamiche che non controlla pienamente, inclusi il coordinamento sempre più stretto tra Turchia e Azerbaijan, la postura israeliana e il rinnovato interesse occidentale per il Caucaso meridionale. In questo contesto, le scelte armene assumono un significato che va ben oltre la dimensione infrastrutturale.

TRIPP, concepito per assicurare un transito privo di ostacoli attraverso l’Armenia tra il territorio dell’Azerbaijan e la sua exclave di Nakhchivan, è per Yerevan e Washington, ma anche per Baku e Ankara, un motore di crescita economica e di stabilità regionale, con benefici per i paesi coinvolti e per il commercio trans-caspico. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha cercato di rassicurare Teheran sul fatto che l’iniziativa non contraddice l’ordine regionale esistente né la sovranità dei vicini. Pashinyan ha ricordato che a 10 giorni dall’accordo statunitense ha affrontato il tema con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian durante la visita di quest’ultimo in Armenia, sottolineando che ogni questione sollevata è stata approfondita e che rimane disponibile a rispondere a eventuali future preoccupazioni.

Il 15 dicembre 2025 il consigliere per gli affari internazionali del Leader supremo iraniano Ali Akbar Velayati ha ricevuto l’ambasciatore armeno a Tehran e ha dichiarato l’opposizione categorica dell’Iran a qualsiasi piano che permetta agli Stati Uniti di stabilire una presenza nei pressi dei confini iraniani. Le consultazioni bilaterali sono proseguite a gennaio 2026. Il viceministro degli Esteri iraniano Majid Takht-Ravanchi ha visitato Yerevan, e ha avuto un incontro con il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan, in cui oltre alle questioni bilaterali è stato discusso lo sblocco delle infrastrutture regionali. Dopo le critiche di Velayati, tali incontri hanno rappresentato un tentativo di attenuare i toni e mantenere aperto il canale di comunicazione.

La crisi interna iraniana pesa sull’Armenia

In questo contesto di negoziazioni tese, è esplosa la crisi interna iraniana.

Tutti i paesi del Caucaso si attengono a un rigoroso wait and see, prudenza e attesa per quella che è una drammatica tragedia, e che come crisi politica, se non di legittimità, restituirà comunque un Iran diverso.

Sulla TRIPP il governo armeno si è spinto a dire che qualsiasi governo ci sarà in Iran, avrà modo di ricredersi sull’iniziativa e comprenderne i vantaggi.

Intanto fra i morti delle manifestazioni sono già confermati dei cittadini armeno-iraniani.

Le manifestazioni hanno poi un’onda lunga nei paesi confinanti per la presenza di minoranze iraniane e cittadini che solidarizzano con gli iraniani. Punto di raccolta delle manifestazioni fuori dall’Iran sono le ambasciate iraniane presenti in vari paesi fra cui l’Armenia.

E anche qui note di tensione: Khalil Shirgholami, ambasciatore iraniano in Armenia, ha criticato le proteste quotidiane davanti all’ambasciata a Yerevan. Il Ministero dell’Interno armeno ha ribadito di garantire la sicurezza di tutte le missioni diplomatiche accreditate, sottolineando che l’Armenia, in quanto Stato democratico, è tenuta a tutelare la libertà di movimento e di riunione pacifica. Pashinyan ha ribadito il diritto di manifestare in Armenia, ma senza che questo comprometta l’attività dell’ambasciata di quello che costantemente chiama un paese fraterno, ed è arrivata la conferma dell’arresto di sette manifestanti per inosservanza degli ordini della polizia.

Ma sono anche i fattori economici a pesare: sull’Armenia grava il rischio di sanzioni dopo la minaccia americana del 12 gennaio di mettere il 25% di dazi per i paesi che commerciano con l’Iran.

Inoltre le forniture e i commerci con l’Iran in questo momento non sono garantiti. La portavoce del Ministero dell’Economia armeno, Lilit Shaboyan, ha dichiarato che Yerevan sta discutendo la possibilità di importare gas liquefatto dalla Russia verso l’Armenia via Azerbaijan, utilizzando il trasporto ferroviario. Shaboyan ha ricordato che l’Armenia importa gas liquefatto principalmente da Iran e Russia, ma che con Teheran sono emerse difficoltà “legate a circostanze note”, mentre i problemi con la Russia riguardano il valico di Lars al confine russo-georgiano, con eventi climatici che rendono il trasporto particolarmente complesso. La portavoce del ministero dell’Economia ha fatto notare infine che negli ultimi giorni il prezzo del gas liquefatto in Armenia è quasi raddoppiato.

L’Armenia si muove dunque su un crinale sottile: rafforzare la propria resilienza strategica e infrastrutturale, senza trasformare la necessaria diversificazione delle alleanze in una frattura irreversibile con un vicino indebolito, instabile – reso più imprevedibile dalla propria fragilità – e al tempo stesso ancora imprescindibile come l’Iran, paese dove peraltro vive una cospicua minoranza armena che mantiene con Yerevan rapporti intensi.

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Domani in sala consiliare la conferenza “Armenia: il regno delle pietre urlanti” tenuta dal fotografo Iago Corazza ( Comune Bari 26.01.26)

Descrizione

Domani, martedì 27 gennaio, alle ore 18, nella sala consiliare di Palazzo della Città, si terrà la conferenza “Armenia: Il Regno delle Pietre Urlanti”, tenuta dal celebre fotografo e regista Iago Corazza.

L’iniziativa, curata e promossa dal Consolato onorario della Repubblica d’Armenia a Bari, sarà introdotta dal console onorario Dario Rupen Timurian e dal consigliere generale Carlo Coppola, e conclusa dalla giornalista e consigliera Siranush Quaranta.

Iago Corazza, reduce da oltre ottanta Paesi esplorati e autore di reportage per National Geographic, propone un viaggio immersivo nel cuore dell’Armenia: una terra “improbabile” per la sua posizione geografica e la travagliata storia, eppure straordinariamente viva grazie all’orgoglio e alla resilienza del suo popolo. Dopo quattordici spedizioni nel Paese, Corazza ha ideato un one man show multimediale innovativo che supera il format tradizionale della proiezione lineare.

Attraverso capitoli tematici, potenti immagini evocative e filmati spettacolari, il pubblico potrà interagire in tempo reale, esplorando l’evoluzione dello spazio umano e la straordinaria bellezza di un territorio millenario. L’autore, testimone per UNICEF ed Emergency, unisce estetica artistica a impegno per la sostenibilità e la responsabilità sociale, valori che lo hanno portato a fondare lo Skua Nature Group per la tutela dell’ambiente.

L’Armenia non viene presentata solo come nazione incastonata tra grandi potenze, ma come simbolo universale di dignità, memoria e cultura: le sue “pietre urlanti” continuano a testimoniare con forza la presenza nella storia del mondo.

Un’occasione unica per scoprire, attraverso l’arte visiva di Corazza, la forza identitaria di un popolo che resiste a persecuzioni, esili e divisioni forzate.

L’ingresso è libero e aperto a tutta la cittadinanza fino ad esaurimento posti.

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Bari: L’Armenia il Regno delle pietre urlanti (Assadakah)

Si ristruttura la Grotta della Natività a Betlemme (Ilgiornaledellarte 26.01.26)

Dopo oltre 600 anni, parte a Betlemme la ristrutturazione della Grotta della Natività. A darne comunicazione sono insieme il Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa (una provincia dell’Ordine dei Frati Minori, provenienti da tutto il mondo, chiamata alla missione di custodire i luoghi della Redenzione), ricordando anche la cooperazione del Patriarcato apostolico armeno ortodosso. L’iniziativa si svolge sotto gli auspici della presidenza dello Stato di Palestina.

Lo stesso leader palestinese Mahmoud Abbas, che lo scorso 5 e 6 novembre si era recato in visita a Roma, durante l’incontro con papa Leone XIV e successivamente inaugurando, nel complesso di San Salvatore in Lauro, la mostra «Bethlehem Reborn», aveva annunciato la ripresa dei lavori, definendo il fatto «un segno di grande speranza e di rinascita per tutta la Terra Santa».

Ad eseguire il restauro sarà di nuovo la ditta italiana di Prato (Piacenti Spa) che solo due anni fa si era presa cura della Basilica della Natività. La scelta è risultata necessaria, per garantire continuità di metodo, di maestria artigianale e di sensibilità artistica nell’intervento su un sito di tale importanza. Completate le preparazioni preliminari, i lavori sono ormai prossimi all’inizio.

Oltre agli interventi nella Grotta (sulla roccia nuda, sui pavimenti in marmo, su colonne e decorazioni, e sulla stella, punto esatto in cui secondo la tradizione nacque Gesù), il progetto comprende misure di consolidamento tecnico in sezioni adiacenti, da una parte per tutelare l’unità architettonica del santuario, dall’altra per simboleggiare lo spirito di cooperazione che lo preserva per l’intera umanità.

Questo segno di rinascita è anche un evento ecumenico, che vede la collaborazione tra greci-ortodossi e francescani, custodi della Grotta. «Questo progetto, si legge in una nota sul sito della Custodia di Terra Santaincarna un impegno cristiano unitario volto a custodire il patrimonio spirituale, storico e culturale della Santa Grotta per le future generazioni, e a tutelare la dignità di un luogo in cui l’annuncio cristiano ha assunto forma visibile e dove, nel corso dei secoli, i fedeli di ogni nazione si sono raccolti in pellegrinaggio. […] Restaurare questo luogo santo significa salvaguardare la continuità della fede, della memoria e della devozione nella terra della Natività. Attraverso questo sforzo collettivo, le Chiese di Gerusalemme proteggono l’eredità evangelica loro affidata e garantiscono che i fedeli di tutte le tradizioni possano continuare a venerare il luogo della nascita di Cristo con riverenza. Da Betlemme, la luce della Natività continua a illuminare il mondo, rendendo testimonianza della presenza cristiana permanente in Terra Santa e della speranza che irradia dalla sacra Grotta in cui è nato il Salvatore».

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Leone XIV, la sinodalità per l’ecumenismo, il pensiero a Nicea e il grazie ai cristiani in Armenia (Aci 25.01.26)Stampa 25.01.25)

La missione dell’ Apostolo Paolo “è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e invitare tutti ad avere fiducia in Lui”. E’ la riflessione di Papa Leone XIV che oggi ha celebrato i Secondi Vespri nella festa della Conversione di San Paolo nella basilica che ne custodisce la tomba.

Vespri ecumenici come è tradizione che chiudono la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Con il Papa i rappresentanti delle altre confessioni cristiane.

Il Papa ha richiamato il Concilio Vaticano II, e “l’ardente desiderio di annunciare il Vangelo ad ogni creatura” e questo è il “compito comune di tutti i cristiani dire al mondo, con umiltà e gioia: «Guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua parola che illumina e consola!»” .

Il Papa rende grazie a Dio “per il fatto che tante tradizioni cristiane siano state rappresentate in quella commemorazione, due mesi fa” a Nicea: “Recitare insieme il Credo niceno nel luogo stesso della sua redazione è stata una testimonianza preziosa e indimenticabile della nostra unità in Cristo” e chiede che “lo Spirito Santo possa trovare in noi l’intelligenza docile per comunicare a una voce sola la fede agli uomini e alle donne del nostro tempo!”.

Un riferimento anche alla sinodalità indicata come “strada per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive strutture e tradizioni sinodali” tra Chiese Cristiane.

Poi lo sguardo al futuro “al 2000° anniversario della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033” con un impegno “a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo”.

Il Papa ringrazia per la presenza oltre al Cardinale Kurt Koch, il Metropolita Polykarpos, per il Patriarcato Ecumenico, l’Arcivescovo Khajag Barsamian, per la Chiesa Apostolica Armena, e il Vescovo Anthony Ball, per la Comunione Anglicana, e gli studenti borsisti del Comitato per la collaborazione culturale con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, gli studenti dell’Istituto ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese”.

Ma il grazie del Papa va alle Chiese in Armenia che hanno preparato i sussidi del 2026 e alla “coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato una caratteristica costante”. Leone XIV ricorda il santo Catholicos San Nersès Šnorhali “il Grazioso”, che lavorò per l’unità della Chiesa nel XII secolo e aggiunge: “la tradizione ci consegna la testimonianza dell’Armenia quale prima nazione cristiana, con il battesimo del Re Tiridate nel 301 da parte di San Gregorio l’Illuminatore. Rendiamo grazie per come, ad opera di intrepidi annunciatori della Parola che salva, i popoli dell’Europa orientale e occidentale accolsero la fede in Gesù Cristo; e preghiamo affinché i semi del Vangelo continuino a produrre in questo Continente frutti di unità, di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le nazioni del mondo intero”.

I martiri cristiani continuano a pagare il prezzo della fede (Famiglia Cristiana 25.01.25)

Lampade vengono deposte presso la croce in memoria dei martiri, alla presenza di Papa Leone e dei rappresentanti ecumenici il 14 Settembre nella basilica di San Paolo durante la Commemorazione dei Martiri del XX secolo – Foto Vatican-Media

Dalle persecuzioni del Novecento a quelle di oggi: la religione resta una testimonianza scomoda

Il Novecento è stato il secolo di due guerre mondiali, della Shoah, del genocidio degli armeni e dei cristiani nell’impero ottomano, di tante e tante violenze. Per i cristiani ne ho parlato come del secolo del martirio. 

Vere macchine del terrore e della morte si sono scatenate contro i cristiani nell’Urss e nei Paesi controllati. Ci fu poi la persecuzione nazista che voleva, magari dopo la guerra, annullare il cristianesimo. E ci sono state tante altre azioni di terrore e persecuzione. Con la fine del nazismo e, poi, del regime sovietico, si è sperato in un tempo migliore, ma non è stato così!

Il 14 settembre scorso, nella basilica di San Paolo, Leone XIV ha voluto ricordare i nuovi martiri del XXI secolo, i cui nomi sono stati raccolti dalla Commissione per i nuovi martiri istituita da papa Francesco. E sono tanti, come documenta anche il nuovo rapporto di Porte Aperte presentato nei giorni scorsi, secondo cui sono oltre 388 milioni i cristiani perseguitati e discriminati nel mondo a causa della loro fede. Nella lettera istitutiva della Commissione, papa Bergoglio osservava che anche nel XXI secolo «i cristiani continuano a mostrare, in contesti di grande rischio, la vitalità del battesimo (…). Non pochi, infatti, sono coloro che, pur consapevoli dei pericoli che corrono, manifestano la loro fede o partecipano all’eucarestia domenicale. Altri vengono uccisi nello sforzo di soccorrere nella carità la vita di chi è povero, nel prendersi cura degli scartati dalla società, nel custodire e nel promuovere il dono della pace e la forza del perdono. Altri ancora sono vittime silenziose, come singoli o in gruppo, degli sconvolgimenti della storia».

Sì, è vero: i cristiani continuano a essere colpiti, talvolta perché frequentano la liturgia della domenica; altre volte perché con la loro vita buona portano ovunque pace e amore. Sono anche odiati perché rappresentano un modo di vivere non soggetto alla violenza, alla prepotenza, alla corruzione, al culto dell’interesse personale e materiale, confessando la fede.

Papa Francesco diceva: «Verso tutti loro abbiamo un grande debito e non possiamo dimenticarli». Oggi è cresciuta la coscienza che la Chiesa è tornata ad essere una Chiesa di martiri: non saranno tutti canonizzati, ma hanno effettivamente sofferto perché si sono detti cristiani.

Il terrorismo jihadista li colpisce nei loro luoghi di preghiera in varie parti del mondo. Lo fa pure la criminalità, che trova nei credenti un argine al suo strapotere sulla vita umana. Quale il nostro debito? Non dimenticare: conoscere, ricordare, tener viva la solidarietà.

La sofferenza, la precarietà di vita, la morte di tanti ci ricorda che essere cristiani è impegnativo e chiede di non vivere per sé, bensì di far dono agli altri della vita. Questo infastidisce, perché mostra che è possibile non sopraffarsi, non competere sempre, non ignorarsi. Papa Leone ha ben colto questa situazione: «Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici. Il cristiano però non ha nemici, ma fratelli e sorelle». Il mondo è più umano anche per questi cristiani che non hanno nemici, ma solo fratelli e sorelle!

Editoriale di Andrea Riccardi su Famiglia Cristiana del 25/1/2026

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