Opinione: Armenia torna nello spazio da cui era stata allontanata (Notiziedaest 24.01.26)

L’Armenia è entrata a far parte del Consiglio di Pace in qualità di membro fondatore. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha creato l’organismo.

Il 22 gennaio, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha partecipato alla prima riunione del consiglio. Ha assistito anche alla cerimonia di firma del suo statuto a Davos. La Casa Bianca ha dichiarato che il consiglio detiene ora lo status di organizzazione internazionale.

Inizialmente i funzionari avevano detto che il Consiglio di Pace sorveglierà la ricostruzione di Gaza. Successivamente il presidente Trump ha affermato che l’organismo dovrebbe occuparsi di questioni più ampie. Ha detto che dovrebbe concentrarsi sui conflitti globali.

Alcuni esperti ritengono che il consiglio miri a ridurre il ruolo delle Nazioni Unite. Egli indicano la ripetuta critica del presidente Trump all’efficacia dell’organizzazione. Trump ha respinto questa interpretazione a Davos. Ha affermato che il consiglio «non cerca di sostituire l’ONU nell’affrontare i problemi globali».

Lo studioso politico Stepa Safaryan afferma che gli Stati Uniti hanno invitato l’Armenia per una ragione. Lo vede come una scommessa strategica sul paese del Sud Caucaso. Sostiene che l’Armenia ottiene una possibilità di diventare un attore influente in Medio Oriente. «L’Armenia sta tornando in uno spazio storico da cui era stata allontanata», ha detto.

Di seguito è riportato tutto ciò che era noto sull’argomento al momento della pubblicazione, insieme ai commenti di politici ed esperti armeni.

  • «Escalation militare improbabile, ma i rischi restano» — rapporto del Servizio di Intelligence estera armeno
  • Opinione: «L’Armenia ristabilirà i collegamenti ferroviari con Azerbaigian e Turchia – con o senza la Russia»
  • Il vicepresidente Usa visiterà l’Armenia? Yerevan discute un possibile viaggio

Paesi che hanno aderito al Consiglio di Pace

L’ufficio del primo ministro armeno ha riferito che i capi delle delegazioni dei seguenti paesi hanno firmato lo statuto del consiglio: Armenia, Stati Uniti, Argentina, Azerbaigian, Bahrain, Belgio, Bulgaria, Egitto, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Pakistan, Qatar, Paraguay, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Uzbekistan e Israele.

Accanto al primo ministro armeno Nikol Pashinyan, all’evento hanno partecipato anche il presidente Vahagn Khachaturyan e il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan.

L’Armenia non pagherà una quota di iscrizione di 1 miliardo di dollari per entrare nel Consiglio di Pace

I media occidentali hanno riportato che, secondo lo statuto del consiglio, i membri ricevono un mandato di tre anni. Hanno affermato che i paesi devono pagare una quota di 1 miliardo di dollari per ottenere lo status di membro permanente.

La portavoce del Ministero degli Affari Esteri armeno, Ani Badalyan, ha confermato questa informazione. Ha detto che un paese che riceve un invito può unirsi al consiglio per tre anni senza pagare una quota fissa di adesione. Ha aggiunto che la disposizione potrebbe variare dopo la scadenza del periodo di tre anni.

«La quota di adesione è volontaria e si applica solo se un paese sceglie di diventare membro permanente entro un anno dall’entrata in vigore dello statuto», ha affermato.

‘Rafforzare i legami con USA ed EU non significa espellere la Russia’ — ministro degli Esteri armeno

Ararat Mirzoyan ha commentato il corso della politica estera dell’Armenia nel 2025 e sulle minacce ibride provenienti dalla Russia e da altri paesi nel contesto di legami più stretti con l’Occidente.

 

Il ministro degli Esteri armeno riassume il 2025

 

Arman Babajanyan, leader del partito Per la Repubblica, ha detto che la partecipazione dell’Armenia al Consiglio di Pace riflette il riconoscimento della maturità politica del paese.

«Stiamo tornando al centro della politica internazionale come soggetto con diritti, una voce e responsabilità», ha detto.

Allo stesso tempo, Babajanyan ha sottolineato che la partecipazione di Yerevan sarebbe efficace solo se l’Armenia persegue una linea chiara di politica estera. Ha detto che il paese ha bisogno di un lavoro diplomatico professionale che difenda in modo intransigente la scelta sovrana dell’Armenia.

Il vicepresidente della camera e membro della fazione al governo, Ruben Rubinyan, ha commentato in un post su Facebook.

«L’opposizione ha detto che Pashinyan aveva trasformato l’Armenia in un paese debole, senza peso sul palcoscenico internazionale», ha scritto. «Come sempre, l’opposizione aveva torto.»

La partecipazione statunitense al progetto TRIPP raggiungerà il 74%, dicono Yerevan e Washington

L’Armenia concederà all’azienda responsabile della realizzazione del progetto i diritti di costruzione per 49 anni. Se il periodo sarà esteso, la quota armena salirà dal 26% al 49% nei successivi 50 anni. Dettagli forniti dal ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan

 

Mirzoyan sull'implementazione di TRIPP

 

“Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nonostante l’accentuarsi delle sue divergenze con l’Europa al livello di conflitto, ha comunque avviato la creazione del Consiglio di Pace. Date la diversità degli stati membri del consiglio, ci sono solide ragioni per credere che possa essere percepito come un’alternativa alle Nazioni Unite — almeno dalla prospettiva degli Stati Uniti.

Resta da vedere come si svilupperà il futuro dell’organizzazione. Non è chiaro come funzionerà, cosa farà e come esattamente lo farà.

È evidente che l’ordine internazionale stabilito dopo il 1945 è crollato. Elementi di una nuova realtà stanno emergendo. La posizione dell’Armenia deve essere inequivocabile. Come ha detto il premier canadese, Mark Carney: se non sei al tavolo delle trattative, allora sei nel menù.”

Ha detto l’analista politico Stepa Safaryan:

“La partecipazione istituzionale dell’Armenia al Consiglio di Pace è un evento senza precedenti.

Naturalmente, il linguaggio del corpo visto nelle fotografie pubblicate del presidente Trump e del primo ministro Nikol Pashinyan indica un serio progresso nella cooperazione tra l’Armenia e gli Stati Uniti. Ma dietro i segnali visivi si cela una sostanza più profonda. Tale sostanza è riflessa negli accordi bilaterali e trilaterali raggiunti a Washington l’8 agosto, e nel loro proseguimento — la dichiarazione sul progetto TRIPP congiunto.

Il nucleo e la base di questi risultati è il progetto armeno-americano «Crocevia della Pace» come iniziativa strategica armeno-americana. Un memorandum di cooperazione separato su questo progetto è stato firmato l’8 agosto.

Rivoluziona drammaticamente i corridoi di trasporto Nord-Sud, come delineato negli accordi Russia-Azerbaijan-Iran-India del 2015, e i corridoi Ovest-Est modellati dall’iniziativa Belt and Road della Cina o dagli accordi Turchia-Giordania-Azerbaijan-Kazakhstan attraverso il Middle Corridor. In passato l’Azerbaigian fungeva da crocevia o hub nel Caucaso. Ora quel ruolo appartiene all’Armenia.

Senza sminuire la posizione geostrategica della Turchia come hub che collega diversi continenti, o anche il ruolo dell’Azerbaigian nel collegarsi all’Asia centrale, sia le fotografie pubblicate sia i documenti firmati sottolineano l’importanza dell’Armenia per gli Stati Uniti. E il presidente Trump la valuta non solo per i nostri bellissimi occhi cristiani.

In questo snodo, il Golfo Persico — il mondo arabo — si incrocia con il Mar Nero. Non è una coincidenza che gli Stati Uniti includano l’Armenia come attore nel Consiglio di Pace, creato per affrontare questioni legate al Medio Oriente e a Gaza. Paesi di quella regione sono anch’essi membri del consiglio.

Sì, l’Armenia sta tornando nello spazio storico da cui era stata allontanata. E ora la sua politica verso il Medio Oriente deve basarsi su principi completamente diversi. La pace apre nuove opportunità per questo ritorno — accesso ai mercati, una voce in questioni di sicurezza e altro.”

Armenia tra Occidente e Russia: rischi della politica ‘bilanciata’ del governo

L’analista politico Lilit Dallakyan commenta sui rischi della cosiddetta “politica bilanciata” e se l’integrazione europea e la regionalizzazione, entrambe incluse nella strategia di politica estera dell’Armenia, possano effettivamente essere compatibili

Vai al sito

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Ieri la veglia dalle Carmelitane, un momento di comunione e di luce (Risveglioduemila 24.01.26)

Nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, don Pietro Parisi ha presieduto la veglia ecumenica al monastero delle carmelitane di Ravenna, ispirata dai testi della Chiesa apostolica armena. Al centro, una riflessione sulla luce di Cristo, capace di illuminare un mondo segnato da sofferenza, guerra e divisioni. Un invito a ogni cristiano a farsi piccola luce di comunione, pace e speranza.

“Luce da luce”: a Ravenna la veglia ecumenica per l’unità dei cristiani

La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ha visto ieri sera, venerdì 23, una partecipata veglia di preghiera ecumenica al monastero delle Carmelitane di Ravenna. Le preghiere e le riflessioni utilizzate in questa occasione «sono state preparate dai fedeli della Chiesa armena, in collaborazione con i loro fratelli e le loro sorelle delle Chiese cattoliche ed evangeliche» sottolinea suor Anastasia, superiora del monastero di Ravenna. “Cerchiamo di sincronizzarci con lo spirito che soffia in tutte le chiese e chiede comunione e pace”, dice ai tanti giovani presenti.

La Chiesa armena, un segno luminoso

La veglia prosegue guidata dalla luce fisica, dalle icone, dalle candele e dal pane benedetto che scandiscono i diversi momenti della serata. Don Pietro introduce: «Gli armeni sono un popolo, una nazione molto piccola, spesso provata e segnata dalla sofferenza, inserita in un contesto complesso. Sono stati i primi a proclamarsi cristiana. Si tratta di un popolo che fin dall’inizio ha riconosciuto Gesù come salvatore. Un popolo molto piccolo, che vive in mezzo a tante pressioni e difficoltà, che porta ancora oggi il peso di una sofferenza non sempre riconosciuta. Una sofferenza grande, vissuta anche attraverso il sangue dei più piccoli e la vita di tanti uomini e donne. Proprio per questo sono un segno luminoso all’interno della grande famiglia cristiana: una piccola luce che illumina per Gesù».

“La luce sembra scarseggiare, ma siamo noi stessi”

Il tema di questa meditazione è questa testimonianza in un mondo complesso, continua don Pietro: “luce da luce”. È un’espressione che richiama il Credo e ciò che vogliamo essere, anche dentro le grandi ferite del nostro tempo. Viviamo in un mondo in cui la luce sembra scarseggiare: si parla di smarrimento, di morte, di dolore, di guerra. Le tensioni internazionali, la follia dei governanti, l’economia segnata dai conflitti e dalle ingiustizie sembrano oscurare tutto. E allora viene spontanea la domanda: come possiamo parlare oggi di luce? Eppure questa luce è la luce della speranza, comune a tutti i cristiani. Il Signore dice: “Tu sei luce”. Con il battesimo ciascuno di noi è luce. Attingiamo questa luce da Gesù Cristo e, a nostra volta, la riceviamo e la custodiamo nella comunità.È il Signore stesso il portatore della luce, e noi siamo chiamati a rifletterla».

“Una piccola luce capace di rischiarare l’oscurità”

Conclude don Pietro: «Chiediamo allora al Signore che rinnovi nel nostro cuore la luce che viene da Lui e che ci renda capaci di custodirla nella nostra vita. Questa luce deve uscire, deve andare fuori: nelle strade, nelle case, nei luoghi della quotidianità, nel lavoro, nella famiglia, ovunque il Signore ci chiami. Non siamo chiamati a essere una luce abbagliante, ma una piccola lampada, una fiamma, capace di rischiarare una grande oscurità.
Chiediamo allora che ciascuno di noi possa essere questa piccola luce e che, tutti insieme come cristiani, diventiamo segno visibile e tangibile della grande luce che viene dal Signore. Il Signore, luce vera, ci chiede di portare a Lui e al mondo la luce autentica, quella che non si spegne».

Domenica 25 la Settimana di preghiera si chiude a San Paolo con l’arcivescovo

L’ultimo appuntamento della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sarà domenica 25 gennaio: l’arcivescovo, monsignor Lorenzo Ghizzoni presiederà la Messa di chiusura, alle 10, nella parrocchia di San Paolo.

Vai al sito

Tra Russia ed Europa la Chiesa armena va in frantumi. E l’Azerbaigian vince, con il plauso di Roma (Messalino 24.01.26)

Guai anche nell’oriente cristiano.
E il Vaticano a favore dei musulmani?
Luigi C.

L’Armenia cristiana e l’Azerbaigian musulmano erano parte dell’Unione Sovietica, a sud del Caucaso, tra la Turchia e il Mar Caspio. Ma da quando sono indipendenti si sono sempre combattuti, fino all’attuale simulacro di pace firmato a Washington lo scorso 8 agosto, con l’Azerbaigian vittorioso e l’Armenia sconfitta ed esausta, dilaniata anche al suo interno, in campo politico come nella Chiesa.

La sfortuna dell’Armenia è che tutto quanto sta accadendo oggi nel mondo si ritorce a suo svantaggio e a favore invece del suo rivale. Persino ai vertici della Chiesa cattolica l’Azerbaigian gode da tempo di un trattamento più favorevole.

Papa Leone ha incontrato a Istanbul, lo scorso 30 novembre, il patriarca armeno di Costantinopoli Sahak II (nella foto), dopo aver ricevuto il 16 settembre a Castel Gandolfo il Catholicos, ossia il capo supremo della Chiesa armena Karekin II. Ma nulla è trapelato di quest’ultima udienza, nonostante Karekin sia in patria al centro del conflitto ecclesiale e civile, per le sue posizioni filorusse e antigovernative.

Invece, l’udienza accordata dal papa il 17 ottobre alla vicepresidente dell’Azerbaigian Mehriban Aliyeva, moglie del presidente Ilham Aliyev, si è svolta col sontuoso cerimoniale riservato ai capi di Stato, con tanto di comunicato sulle “buone relazioni esistenti” specialmente nella “collaborazione in ambito culturale”.

In effetti, da molti anni Aliyeva, a capo di una ricca fondazione che porta il nome di Heydar Aliyev, padre del marito e capostipite della dinastia che governa ininterrottamente e autocraticamente l’Azerbaigian dal 1993, finanzia importanti restauri nelle antichità romane, d’intesa con la pontificia commissione di archeologia sacra e con i cardinali che presiedono il dicastero vaticano per la cultura, ieri Gianfranco Ravasi e oggi José Tolentino de Mendonça, da ultimo nelle catacombe di Commodilla e dei Santi Marcellino e Pietro e nel complesso monumentale di San Sebastiano fuori le Mura, ogni volta con solenni inaugurazioni.

Non solo. Durante il pontificato di Francesco fu conferita ad Aliyeva – come anche all’ambasciatore dell’Azerbaigian – la Gran Croce dell’Ordine di Pio IX, la più alta onorificenza concessa dalla Santa Sede, la stessa data da Leone lo scorso 23 ottobre alla regina Camilla d’Inghilterra.

Mentre al contrario la Santa Sede si è distinta per la freddezza con cui ha seguito l’andamento del conflitto tra Azerbaigian e Armenia, con appelli alla pace solo generici : una freddezza di cui s’è lamentato il presidente francese Emmanuel Macron dopo una sua udienza con papa Francesco il 18 novembre 2022.

In realtà nei primi anni di indipendenza, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, le sorti del conflitto per il controllo dell’Artsakh, o Alto Karabakh, la regione a forte maggioranza armena inclusa in epoca sovietica nel territorio dell’Azerbaigian, erano state a favore dell’Armenia, che si era impadronita anche di altre aree attigue con popolazione azera.

Ma nei primi anni Duemila, con la dinastia Aliyev al potere, l’Azerbaigian seppe acquistare molto credito in campo internazionale, grazie ai suoi cospicui giacimenti di petrolio e gas e alla costruzione d’intesa con gli Stati Uniti di un oleodotto che li esportava in Occidente attraverso la Georgia e la Turchia, con una successiva diramazione anche in Italia, e non più attraverso la Russia.

A Baku, la capitale, lasciarono la loro impronta i più famosi archistar e trovarono posto grandi eventi culturali e sportivi, fino ad ospitare nel 2024 la COP 29, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. E ciò nonostante accreditati istituti come Freedom House e Transparency International denunciassero ripetutamente in questo paese la diffusa corruzione e la sistematica repressione dei diritti umani.

Intanto, già nei primi anni Duemila e nel disinteresse di tutti, il governo Aliyev operò la distruzione completa delle chiese, dei monasteri e dei monumenti armeni nella regione del Nakhichevan, una exclave assegnata all’Azerbaigian in epoca sovietica e da esso separata da un corridoio in territorio armeno chiamato “di Zangezur”.

Nel 2016 l’Azerbaigian riprese l’offensiva per la conquista dell’Artsakh e nel 2020 firmò un armistizio che gli riconsegnava tutti i territori con popolazione azera e una buona metà di quelli etnicamente armeni, compresa la città di Shushi.

La Russia interpose una sua forza di “peacekeeping” tra armeni e azeri, ma senza intervenire per fermare le continue violazioni dell’armistizio da parte dell’Azerbaigian. Che nel 2022 e più ancora nell’anno successivo prima bloccò il “corridoio di Lachin”, l’unica via di collegamento tra l’Armenia e l’Artsakh, impedendo ogni rifornimento di beni essenziali e riducendo la popolazione alla fame, e poi occupò militarmente l’intera exclave, costringendo tutti i 120 mila armeni che l’abitavano ad espatriare nell’arco di pochi giorni e dando inizio anche qui alla distruzione di chiese e monumenti.

Il tutto con la Russia, formalmente alleata dell’Armenia, a fare da spettatore inerte della sua capitolazione, impelagata com’era e com’è nel pantano della contemporanea guerra all’Ucraina.

Con l’accordo firmato a Washington lo scorso 8 agosto, l’Armenia ha rinunciato a ogni pretesa di riconquista dell’Artsakh. Ma ancor più a beneficio dell’Azerbaigian – e degli Stati Uniti – è stata l’assegnazione a un’azienda americana, voluta da Donald Trump, della costruzione e del futuro controllo del cosiddetto “corridoio di Zangezur”, che collegando l’Azerbaigian alla Turchia attraverso l’Armenia potenzierebbe le rotte commerciali tra Asia ed Europa, tagliando fuori sia la Russia che l’Iran.

Per l’Azerbaigian si prospetta persino un ruolo importante nell’ardua soluzione della guerra israelo-palestinese. Le armi di cui si avvale sono per il 70 per cento importate da Israele, che a sua volta è un grande acquirente di petrolio azero. Della forza internazionale di stabilizzazione prospettata dal piano di pace di Trump dovrebbe far parte anche l’Azerbaigian, anche a motivo dei suoi buoni rapporti con la Turchia, paese tra i più ostili a Israele. E si prevede che Israele potrebbe siglare proprio con l’Azerbaigian il primo di una nuova serie di “accordi di Abramo”, dopo la soluzione del conflitto.

Ma intanto in Armenia che cosa accade ? Contro il primo ministro Nikol Pashinyan, marcatamente pro Europa e in rottura con Mosca, si batte il Catholicos Karekin, che invece è filorusso e contesta il cedimento all’Azerbaigian. Lo scontro tra i due è arrivato al punto che Pashinyan accusa Karekin d’avere avuto una figlia e quindi di non essere più degno di ricoprire il suo ruolo, mentre Karekin e il clero a lui fedele invocano le dimissioni e la scomunica per il premier e per la moglie.

Un arcivescovo vicino a Karekin, Bagrat Galstanyan, si è dato alla militanza politica attiva, contro Pashinyan. Ma dopo mesi di sue manifestazioni di piazza con tanto di insegne episcopali e di assalti ai palazzi del potere, il premier l’ha accusato di tramare un colpo di Stato e lo scorso giugno l’ha messo agli arresti, assieme a un altro arcivescovo ribelle, Mikael Adzpayan, e poi ancora ad altri due arcivescovi, uno nipote di Karekin e un altro suo cancelliere.

Un effetto di tutto ciò è una drammatica frattura all’interno della Chiesa armena, che è divenuta pubblica lo scorso 4 gennaio nella residenza del premier Pashinyan, con la firma sua e di dieci arcivescovi e vescovi di una dichiarazione “per la riforma della Santa Chiesa Apostolica Armena”.

Nella dichiarazione, premesso “il fallimento del capo de facto della Chiesa e della sua cerchia ristretta nel vivere e predicare secondo i principi del Vangelo”, si annunciano la rimozione di Karekin dal suo ruolo, la nomina di un nuovo capo provvisorio, il varo di un nuovo statuto e infine la nomina di un nuovo Catholicos.

Il giorno dopo, Karekin e i suoi hanno reagito contestando la legittimità del passo compiuto da Pashinyan e dai dieci vescovi firmatari della dichiarazione.

Ma di nuovo il premier e i vescovi a lui alleati hanno riconfermato la loro linea di azione nel pieno delle celebrazioni del Natale armeno, il 6 gennaio, con una messa nella capitale Yerevan nella quale non è stato più fatto il nome di Karekin e con una affollata processione verso la cattedrale coronata da un appello dello stesso Pashinyan a “liberare la Santa Chiesa Apostolica Armena dallo scisma e restituirla al popolo”.

Il 13 gennaio, nella sede storica del Catholicos a Echmiadzin, anche il Supremo Consiglio Spirituale che governa la Chiesa ha condannato l’attacco sferrato da Pashinyan e dai dieci vescovi ribelli. E ha convocato per febbraio un’assemblea di tutti i 57 vescovi armeni.

Ma col risultato di infiammare ancor più la contesa. In una conferenza stampa del 15 gennaio, a una domanda sui vescovi che avrebbero “tradito” il Catholicos, Pashinyan ha risposto : “In questo affare c’è un solo traditore, Ktrich Nersisyan [il nome anagrafico di Karekin]. È lui che ha tradito Gesù Cristo, la santa Chiesa armena, i suoi seguaci e il suo gregge di fedeli. Lui non è il patriarca supremo. È un comune traditore che ha tradito Gesù Cristo”.

Alla fine della primavera sono in programma in Armenia nuove elezioni, con i partiti filorussi in cerca di una rivincita sull’europeista Pashinyan. Ma all’esito del voto è legato anche il futuro della Chiesa armena, più che mai profondamente divisa.

Vai al sito

Cos’è un genocidio? Ce lo spiega una mostra a Palazzo Ducale (Noitv 24.01.26)

LUCCA – Aperta fino al 20 febbraio, “Genocidi del XX secolo” mette a confronto la Shoah, il genocidio armeno e quello dei tutsi in Ruanda, per svelare i meccanismi che hanno portato nella storia a questo terribile crimine contro l’umanità

“Genocidi del XX secolo” è un viaggio nella storia che mette a confronto analogie e differenze, per aiutare a riconoscere i meccanismi che, passo dopo passo, possono condurre a uno sterminio, soprattutto nei contesti di guerra. La mostra, a ingresso libero, sarà visitabile fino al 20 febbraio dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 18, e, nell’orario pomeridiano, anche domenica 25 gennaio, presso la sala dell’Antica Armeria di Palazzo Ducale, a Lucca.

La mostra propone un approccio comparato dei tre genocidi riconosciuti dall’umanità come tali: quello degli Armeni dell’Impero Ottomano; il genocidio degli Ebrei d’Europa e quello dei Tutsi in Ruanda. L’analisi delle similitudini e delle differenze che questi genocidi presentano permette di comprendere meglio i meccanismi che hanno caratterizzato ognuno di essi.

Una parte del lavoro di documentazione, a cura del Mémorial de la Shoah di Parigi, è teso a dare le basi storiche e giuridiche per comprendere cosa si intenda con il concetto e la definizione di “genocidio”. Un percorso pensato in particolare per le scuole, ma utile a tutta la società.

La mostra è stata organizzata, in occasione della Giornata della Memoria, dalla Provincia di Lucca attraverso la Scuola per la Pace e con la collaborazione dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea.

Nell’esposizione, dunque, si approfondiranno i percorsi storici che hanno portato al genocidio degli Armeni che nell’arco di poco più di un anno, dall’aprile 1915 al dicembre 1916 ha visto un milione 300mila Armeni, cittadini dell’Impero Ottomano essere assassinati su ordine del partito Unione e Progresso: una cifra, quella delle vittime di questo genocidio, che rappresenta quasi 2/3 dell’intera popolazione armena dell’Impero.

Seguendo l’ordine strettamente cronologico, si arriva al 1941/1945 per approfondire la Shoah: la ricostruzione dei dati demografici ha permesso, oggi, di attestare che il bilancio della distruzione degli Ebrei d’Europa oscilla tra i 5, 9 e i 6,2 milioni di vittime: più del 60% degli Ebrei del nostro continente, quindi e oltre un terzo degli Ebrei di tutto il mondo.

L’ultimo genocidio del XX Secolo è quello dei Tutsi in Ruanda, datato 1994. Tra il 7 aprile e la metà del mese di luglio di quell’anno, furono assassinate in Ruanda quasi un milione di persone: in meno di tre mesi, i tre quarti della popolazione Tutsi fu annientata.

Il 28 gennaio, doppio appuntamento con le autrici del libro «E poi torno anch’io». Vera Paggi e Lorenza Pleuteri, che, alle 10 si confronteranno con le studentesse e gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado e nel pomeriggio, alle 17, a ingresso libero, nella Sala Tobino di Palazzo Ducale, incontreranno la cittadinanza e presenteranno il loro libro.

La loro è una storia raccontata attraverso i documenti di archivio, il processo, la giustizia mancata, le voci e i ricordi dei familiari, ma è anche una storia di donne, colleghe, amiche, mogli, figlie e nipoti che ‘tengono in vita’ quella storia. L’8 marzo 1944 dalla stazione Santa Maria Novella a Firenze parte un trasporto diretto a Mauthausen. Su quel convoglio ci sono, tra gli altri, cinque operai della SITCA (Stabilimento industriale toscano e Cartiera Cini), che avevano incrociato le braccia in quei giorni di marzo per il più grande sciopero operaio della Seconda guerra mondiale. Arrestati con altre settantadue compagne di lavoro da un baldanzoso commissario di PS, vengono portati tutti al centro di raccolta nazista delle Scuole leopoldine di Firenze. Le donne saranno liberate, loro moriranno a Mauthausen. Questo libro, corredato da documentario audio, racconta la storia di quei mariti, padri, nonni e bisnonni, di cui in pochi hanno conservato memoria.

L’ultimo appuntamento in calendario è per il 3 febbraio quando, sempre in Sala Tobino a Palazzo Ducale, il direttore dell’Isrec, Jonathan Pieri e i componenti dell’Istituto Silvia Quintilia Angelini e Stefano Bucciarelli avranno un doppio incontro – la mattina con le scuole secondarie di secondo grado (ore 10) e il pomeriggio con la cittadinanza (ore 17) – sul tema«Persecuzione antiebraica in provincia di Lucca 1943-1945: leggi razziali, deportazione e salvezza». Anche questo incontro è a ingresso libero.

Per le scuole medie e superiori possibilità di visite guidate della mostra. Per informazioni e prenotazioni si può contattare la Scuola per la Pace della Provincia al numero 0583/417481 o alla mail scuolapace@provincia.lucca.it

Vai al sito

Tra Russia ed Europa la Chiesa armena va in frantumi. E l’Azerbaigian vince, con il plauso di Roma (Avvenbire di Calabria 24.01.26)

“Nel nostro tempo così martoriato, in cui l’umanità sembra fallire sia nel percorrere la strada dell’unità e della pace, dobbiamo avere il coraggio di parlare di pace e unità come unica cifra antropologica possibile e come inclinazione di ogni cuore, anche quando sembra tutto perduto, là dove tutto sembra prendere una strada diversa. La vera partita si gioca impegnandosi per l’unità, la bontà, la verità”. Lo ha detto ieri sera il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, nella predicazione svolta nella basilica cattedrale di San Marco dove ha guidato la preghiera ecumenica nel cuore della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, insieme ai pastori e ai rappresentanti delle altre comunità cristiane.
Moraglia ha ricordato san Nerses Shnorhali, Catholicos nel XII secolo della Chiesa armena e pioniere dell’ecumenismo, e l’abate Mechitar di Sebaste, il quale cinque secoli dopo “realizzò a Venezia il centro dal quale ebbe impulso la rinascita della cultura armena in tutto il mondo e un nuovo stile e spirito di rispetto e feconda amicizia tra le Chiese Armena Apostolica e Cattolica”. Nel richiamare le persecuzioni e il “martirio” di cui fu vittima il popolo armeno, il patriarca di Venezia ha evocato le parole pronunciate il 28 maggio 2006 da Benedetto XVI, pellegrino ad Auschwitz. “In un tempo in cui la politica ha smarrito il senso del diritto internazionale e, ancor prima, della moderazione, della giustizia e della riconciliazione”, ha rimarcato Moraglia, l’impegno è “conservare oggi vive nelle nostre chiese e comunità” le domande “sulla necessità del perdono e della riconciliazione: a Gaza, in Ucraina, negli altri sessanta teatri di guerra oggi attivi nel mondo. Anche attraverso questa preghiera ecumenica, Dio tenga viva in noi la consapevolezza” che esiste “un’unica strada percorribile, ossia ‘conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace’ (Ef 4,3). Ogni altra strada – ha concluso Moraglia – è menzogna!”.

Vai al sito

Oggi parte la “Settimana dell’Artsakh a Milano” (Tempi 23.01.26)

Dal 23 al 29 gennaio si tiene a Milano la rassegna dedicata al Nagorno-Karabakh organizzata da Sireh, un invito a conoscere e incontrare una cultura antica e oggi minacciata attraverso ciò che unisce le persone: il cibo, la musica, la spiritualità e il dialogo tra generazioni
Il volantino dell'evento sull'Artsakh a Milano

Dal 23 al 29 gennaio si tiene a Milano la “Settimana dell’Artsakh” (Nagorno-Karabakh, qui il programma) organizzata da Sireh, un invito a conoscere e incontrare una cultura antica e oggi minacciata attraverso ciò che unisce le persone: il cibo, la musica, la spiritualità e il dialogo tra generazioni.

Corsi di cucina armena, cene accompagnate da musica e danza alla Casa Armena, momenti di incontro e riflessione presso la Parrocchia di San Pietro in Sala e il suo teatro, culmineranno in una messa concelebrata e in occasioni di scambio tra giovani con storie e vissuti diversi.

Una settimana per ascoltare, condividere e costruire ponti, partendo dal patrimonio culturale del Nagorno-Karabakh (Artsakh) e dalle persone che lo custodiscono, trasformando la memoria in presenza e l’incontro in responsabilità condivisa.

Vai al sito 

Al mudaC di Carrara, marmo e acciaio raccontano le relazioni umane (Archiportale 23.01.25)

23/01/2026 – Marmo e acciaio per raccontare le relazioni umane. Va in scena al MudaC di Carrara la personale di Mikayel Ohanjanyan, artista armeno vincitore del Leone d’oro alla Biennale di Venezia 2015. Visitabile dal prossimo 13 febbraio, la mostra ‘Mikayel Ohanjanyan. Legami: Ties That Bind’ è un’installazione dal forte impatto spaziale che esprime il concetto di legame tra individui, natura, tempo e storia, in una sfera esistenziale, spirituale e universale.

Nell’esposizione a cura di Christopher Atamian e Tamar Hovsepian di Atamian Hovsepian Curatorial Practice, emerge la ricerca più recente dell’artista: i legami intesi come connessione, memoria storica e resilienza. Il corpus di opere esposto è stato pensato e realizzato appositamente per Carrara, città che ospita il nuovo studio dell’artista, gemellata con la sua città di origine, Yerevan, e che lo ha accolto nel suo museo più innovativo, il mudaC, accanto ad artisti di primo piano come Jannis Kounellis, Lynn Russell Chadwick e David Tremlett.

“Formatosi in Armenia e maturato artisticamente in Italia – sottolineano i curatori – il linguaggio di Ohanjanyan è al tempo stesso profondamente radicato e universale. Siamo onorati di presentare il suo lavoro in una città e in un’istituzione di così alto valore storico”.

Il lavoro di Mikayel Ohanjanyan immagina l’umanità come parte di una vasta rete che collega gli individui tra loro, oltre che alle forze della natura, del tempo e della storia, i legami sono le strutture invisibili che tengono insieme ogni cosa. Inteso come valore primario in una società contemporanea fondata su divisioni e contrasti, il legame è rappresentato in mostra da cinque sculture di diverse dimensioni, dagli elementi più monumentali (fino a 121×210×90 cm) ai più raccolti (53×68×40 cm).

Ciascuna di esse è formata da due blocchi informi in marmo statuario bianco, tenuti insieme da cavi in acciaio inox che incidono profondamente la pietra e ne attraversano la superficie. I cavi generano una evidente tensione fisica e, al tempo stesso, alludono a un’idea di unità e interdipendenza.

Sebbene le forme rimangano incomplete e intrinsecamente incompatibili, l’atto del legarle insieme suggerisce un tentativo di recuperare una memoria collettiva perduta. Un gesto di natura utopica, ma necessario per confrontarsi con il presente e immaginare il futuro.

Attraverso metafore materiali, Ohanjanyan traduce concetti astratti in forme tangibili, sollevando interrogativi fondamentali su ciò che ci unisce – gli uni agli altri, al mondo, al passato e al presente – e su come tali connessioni plasmino l’identità, la storia e la narrazione più ampia dell’esperienza umana.

Dal punto di vista visivo e concettuale, le opere di Mikayel Ohanjanyan sembrano suggerire una riconciliazione silenziosa tra forze opposte e sono capaci di mostrare, nel loro insieme, una poetica riflessione sulla condizione umana e sulle strutture invisibili che tengono insieme ogni cosa.

Mikayel Ohanjanyan. Legami: Ties That Bind
mudaC ǀ museo delle arti Carrara
Inaugurazione 13 febbraio ore 18.00
13 febbraio – 30 agosto 2026

Vai al sito

Armenia-Chiesa: dramma e futuro (Settimananews 23.01.26)

Si ritroveranno a St Pölten (Austria, 16-19 febbraio) i 56 vescovi della Chiesa armena e il loro catholicos, Karekin II, per un concilio che può rilevarsi decisivo per il futuro di quella Chiesa. In un paese che corre sul filo sottile di una sopravvivenza incerta, la Chiesa apostolica armena deve ritrovare la sua unità per garantire un futuro alla nazione.

L’anomalia di un concilio che, invece di riunirsi nella sede storica di Etchmiadzin (Erevan) – era previsto per il 10-12 dicembre 2025 –, trova ospitalità in Europa è solo l’indizio del drammatico confronto fra gerarchia e mondo politico (fra Karekin II e il primo ministro Pashinyan) e di una spaccatura interna senza precedenti.

L’Armenia, arrivata all’indipendenza nel 1991, stretta fra le pretese egemoniche della Turchia e quelle espansionistiche dell’Azerbaigian, con una popolazione che supero di poco i tre milioni è disfunzionale nell’attuale geopolitica. Anche il tradizionale protettore, la Russia, si è sfilato per il filo-occidentalismo di Pashinyan (cf. qui). La pace “dei vinti” firmata a Washington l’8 agosto 2025 non ha appianato lo scontro. La gerarchia addebita al governo di aver gestito male la guerra del 2020, la perdita del Nagorno-Karabak, l’esodo di oltre 100.000 persone, il successivo abbandono di altri paesi di quell’area senza ottenere il rilascio dei prigionieri di guerra.

Le accuse di Pashinyan a Karekin II sono quelle di essersi schierato con l’opposizione politica sostenendo alcuni suoi vescovi per l’impresa e, inoltre, di essere infedele ai suoi voti monastici, perché avrebbe una figlia segreta violando le regole morali del monachesimo. Da mesi sta chiedendo le sue dimissioni (cf. qui).

Profonda irritazione ha provocato nel governo il viaggio di Karekin II in Bielorussia (primavera 2025), dopo che Lukashenko ha inneggiato alla vittoria azera e, per ritorsione, Pashinyan ha deciso che non avrebbe più inviato ambasciatori a Misnk. Gli onori riservati al catholicos sono apparsi come uno schiaffo al governo armeno che si appresta ad un passaggio elettorale nel prossimo giugno.

Arresti e censure

Nel giugno scorso, è stato arrestato il vescovo Bagrat Galstanyan, il più esposto nella lotta contro il governo. Rischia dieci anni di carcere.

Poi è successo per un secondo vescovo, Micael Adspayan, condannato il 3 ottobre a due anni di carcere.

Il 15 ottobre è arrestato l’arcivescovo Mkrtch Proshyan con altri 12 ecclesiastici. Stessa sorte per un fratello e un nipote di Karekin II, accusati di essere agenti della polizia segreta russa.

Infine, all’inizio di dicembre, è toccato al vescovo Arshak Khachatryan, capo della cancelleria della curia.

Per questo, il portavoce Y. Artenian ha giustificato il trasferimento in Austria del previsto concilio.

Un passaggio ulteriore del conflitto è avvenuto il 3 gennaio, quando il primo ministro, Nicol Pashinyan, pubblica una dichiarazione firmata da dieci vescovi per invocare una riforma della Chiesa armena dopo il fallimento della gestione attuale.

Il 5 gennaio Karekin II e il sinodo rispondono accusando i vescovi ribelli di essere usciti dall’obbedienza canonica, di aver rifiutato ogni contatto e di essere stati vittime di ricatti. Fra i media favorevoli ai dissidenti ci sarebbero quelli più vicini alla moglie del primo ministro.

Il 10 gennaio Karekin II rimuove dall’incarico il vescovo ribelle Gevorg Saroyan per abuso di ufficio e indebite pressioni sul suo clero. Il vescovo si rivolge al tribunale locale che lo reintegra nelle sue funzioni, sollevando un vespaio fra gli esperti del diritto ecclesiale che affermano l’incompetenza del tribunale civile in merito e giustificano l’eventuale ricorso al tribunale europeo dei diritti per dirimere la questione.

Al successore designato, Ruben Zargaryan, è stato impedito dalla polizia di entrare nell’episcopio.

Il 13 gennaio, l’intero sinodo, in una nota ufficiale, respinge le pretese dei dieci vescovi ribelli e denuncia la campagna anti-ecclesiale di incostituzionalità e di procedimenti illegali e illeciti. Difende l’onore del catholicos per le accuse diffamatorie di cui è oggetto e chiama tutti i vescovi a partecipare al concilio di St Pölten in Austria per una chiarifica a porte chiuse. Non si sa quanti dei ribelli parteciperanno. Nel conflitto, l’iniziale strategia di far dimettere Karikin II sembra cedere il passo alla volontà di dividere la Chiesa.

Anche il clero è in subbuglio e, dall’autunno 2025, sono cresciute le voci critiche verso la gerarchia e il catholicos. Il più noto fra questi, p. Aram Asatrjan, è stato ridotto dal suo vescovo allo stato laicale, ma lui non ha abbandonato il suo monastero e alle sue celebrazioni è arrivato anche il primo ministro Pashinyan. Diversi altri monaci e preti sono stati censurati.

Karekin II è entrato in funzione nel 1999. Si è molto dedicato alla qualificazione del clero fondando tre seminari e una facoltà teologica, spendendosi per l’animazione sociale e la cura della popolazione travolta prima del terremoto e poi dalla guerra. Mantiene buoni rapporti con il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, e con il mondo ecumenico. È stato in udienza da papa Leone il 16 settembre scorso. La sua formazione teologica è avvenuta al seminario di Etchmiadzin ma si è perfezionato a Bonn, a Zagorsk (Mosca) e a Vienna. Forse il trascorso austriaco gli ha aperto le porte di St Pölten.

Vai al sito

Armenia: il Regno delle Pietre Urlanti (Corrierepl 21.01.26)

Armenia: il Regno delle Pietre Urlanti – BARI – Il Consolato Onorario della Repubblica di Armenia in Bari è lieto di annunciare la conferenza “Armenia: Il Regno delle Pietre Urlanti”, tenuta dal celebre fotografo e regista Iago Corazza.

L’evento si terrà martedì 27 gennaio 2026, alle ore 18:00, nella Sala Consiliare “Enrico Dalfino” del Palazzo di Città del Comune di Bari (Corso Vittorio Emanuele II, 84). L’ingresso è libero e aperto a tutta la cittadinanza fino ad esaurimento posti.

L’iniziativa, curata e promossa dal Consolato Onorario, sarà introdotta dal Console Onorario Dario Rupen Timurian e dal Consigliere Generale Carlo Coppola, e conclusa dalla giornalista e consigliere Siranush Quaranta.

Iago Corazza, reduce da oltre ottanta Paesi esplorati e autore di reportage per National Geographic, propone un viaggio immersivo nel cuore dell’Armenia: una terra “improbabile” per la sua posizione geografica e la travagliata storia, eppure straordinariamente viva grazie all’orgoglio e alla resilienza del suo popolo. Dopo quattordici spedizioni nel Paese, Corazza ha ideato un one man show multimediale innovativo che supera il format tradizionale della proiezione lineare.

Attraverso capitoli tematici, potenti immagini evocative e filmati spettacolari, il pubblico potrà interagire in tempo reale, esplorando l’evoluzione dello spazio umano e la straordinaria bellezza di un territorio millenario. L’autore, testimone per UNICEF ed Emergency, unisce estetica artistica a impegno per la sostenibilità e la responsabilità sociale – valori che lo hanno portato a fondare lo Skua Nature Group per la tutela dell’ambiente.

L’Armenia non viene presentata solo come nazione incastonata tra grandi potenze, ma come simbolo universale di dignità, memoria e cultura: le sue “pietre urlanti” continuano a testimoniare con forza la presenza nella storia del mondo.

Un’occasione unica per scoprire, attraverso l’arte visiva di Corazza, la forza identitaria di un popolo che resiste a persecuzioni, esili e divisioni forzate.

Informazioni: Consolato Onorario della Repubblica di Armenia in Bari – www.consolatoarmenobari.it info@consolatoarmenobari.it

 INFORMAZIONI ESSENZIALI

  1. a) Iago Corazza

Giornalista, regista, fotografo e viaggiatore. Ha iniziato a collaborare con un’importante agenzia fotografica a soli 15 anni. Ha realizzato centinaia di reportage e monografie in oltre 80 Paesi nei cinque continenti (Europa, Africa, Asia, Americhe, Oceania). Autore di pubblicazioni prestigiose, tra cui volumi per National Geographic (tra cui un manuale sulla tecnica del ritratto). Ha prodotto documentari, trasmissioni televisive e progetti multimediali per importanti realtà italiane e internazionali. Testimone per UNICEF ed Emergency, si occupa di temi sociali, sostenibilità ambientale e responsabilità. Nel 2019 ha fondato lo Skua Nature Group, un network internazionale per la conservazione di animali, ambiente e territorio. È docente di direzione e fotografia in istituzioni professionali e utilizza tecnologie avanzate per produzioni multimediali immersive. Sito: www.iago.com

  1. b) Consolato Onorario della Repubblica dArmenia in Bari e Console Onorario Dario Rupen Timurian

Il Consolato Onorario della Repubblica d’Armenia in Bari (circoscrizione Puglia) è stato inaugurato nel 2024. Ha sede a Bari e funge da punto di riferimento per la tutela dei cittadini armeni in Puglia, la promozione della cultura e delle relazioni bilaterali Italia-Armenia, nonché per iniziative di sensibilizzazione e eventi culturali. Dello staff consolare fanno parte in primo luogo: Carlo Coppola, docente e cittadino d’Italia e d’Armenia e Siranush Quaranta, giornalista e discendente dagli armeni giunti a Bari nel 1924.

Dario Rupen Timurian, Console Onorario dal 2024, è nato a Bari il 2 luglio 1974. Laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Bari, è un imprenditore nel settore edile. Membro attivo della comunità armena in Italia, ha contribuito attivamente all’apertura del Consolato per rafforzare i legami tra Puglia e Armenia, specialmente in un momento storico delicato per il Paese caucasico. Sito ufficiale: www.consolatoarmenobari.it 

Pace tra Armenia e Azerbaigian: sta cambiando l’Eurasia, dicono i leader regionali (Euronews 21.01.26)

Armenia-Azerbaigian: i presidenti si incontrano per la prima volta dopo lo storico accordo di pace. Attori regionali celebrano una pace che plasmerà il futuro della regione.

Un panel di Euronews al Forum economico mondiale di Davos ha riunito i presidenti di Armenia e Azerbaigian per la prima volta dall’adozione del loro storico accordo di pace ad agosto dell’anno scorso .

Entrambe le parti hanno lodato l’accordo, e Ilham Aliyev, presidente dell’Azerbaigian, ha affermato che dimostra la volontà politica di entrambi i Paesi.

“È stato un risultato storico, lo scorso agosto, quando i nostri due Paesi hanno firmato un accordo di pace, ponendo fine a oltre tre decenni di guerra e sangue”, ha detto. “Con questo accordo stiamo cambiando un’ampia area geografica, una parte dell’Eurasia.”

Ha aggiunto che i leader di entrambi i Paesi hanno preso la decisione “responsabile e molto importante” di porre fine a un conflitto durato 30 anni. “Potevamo continuare. Voglio essere molto franco con voi e con il pubblico. Ma questo avrebbe portato a guerre senza fine. Avrebbe portato a più sofferenza, più vittime.”

Parole confermate dal presidente armeno Vahagn Khachaturyan, che ha sottolineato che il futuro dipende dalla pace tra i due Paesi.

“Riusciremo, perché i nostri accordi sono molto concreti. I principi sono chiari e completi. Rispettiamo territorio, integrità, sovranità e giurisdizione reciproci. Saremo guidati da questi principi”, ha detto Khachaturyan.

Da ostilità a cooperazione: Armenia e Azerbaigian puntano sulla crescita

I due capi di Stato hanno evidenziato i risultati raggiunti dalla pace dopo la firma dell’accordo, inclusi i benefici economici.

“I vantaggi della pace si vedono nell’avvio della cooperazione”, ha detto Aliyev, spiegando che le prime consegne di merci, prodotti essenziali e prodotti petroliferi dall’Azerbaigian sono già dirette in Armenia.

“Questo di per sé fa scendere i prezzi”, ha aggiunto. “Quanto è stato raggiunto è un enorme beneficio per l’Armenia, per l’Azerbaigian, per il Caucaso meridionale. È anche un esempio di come Paesi su posizioni profondamente ostili possano passare a una fase di cooperazione.”

Khachaturyan ha annunciato che i due Paesi rafforzeranno questa relazione commerciale. “Ora la Repubblica di Armenia può ricevere merci dall’Azerbaigian passando per il territorio della Georgia. Sono certo che un giorno potremo riceverle direttamente attraverso i nostri territori.” Aliyev ha concordato: quel giorno “non è troppo lontano”.

Aliyev ha indicato altri esempi concreti della trasformazione, sottolineando che gli abitanti della capitale armena, Yerevan, possono ora acquistare carburante azero per le loro auto.

Il presidente armeno ha sottolineato che la possibilità per Armenia e Azerbaigian di fare affari oltre confine non sarà utile solo a livello locale, ma che “grazie a questa cooperazione il Caucaso meridionale diventerà una regione molto favorevole per il mondo intero”.

“Le discussioni che stiamo avendo sulla connettività tra Europa e Asia: il modo migliore per realizzarla passa dal Caucaso meridionale”, ha detto Khachaturyan.

Ha concluso che il processo di avvicinamento tra i due Paesi avrà successo, perché c’è non solo un interesse politico, ma anche economico.

“Questo rafforzerà gli accordi che abbiamo raggiunto.”

Le ricadute delle incertezze geopolitiche

Ai due presidenti si è aggiunto il presidente serbo Aleksandar Vučić. Ha offerto una valutazione cupa sulle rapide evoluzioni geopolitiche nel mondo.

“Non c’è mai stata meno pace, stabilità e tranquillità nel mondo. L’anno scorso è stato il peggiore dalla Seconda guerra mondiale per numero di conflitti avviati da diversi Paesi o all’interno dei Paesi”, ha detto.

“C’è chi potrebbe dire, anche nei nostri Paesi, che siamo lontani da tutto questo. Ma c’è un effetto di ricaduta. E tutti dovremo affrontarne le conseguenze.”

Vučić ha avvertito che le ricadute delle tensioni tra Stati Uniti ed Europa danneggeranno soprattutto i Paesi più piccoli. “Questo divorzio tra Stati Uniti ed Europa non sarà solo temporaneo; durerà, e alla fine tutti dovremo pagarne il prezzo.”

Ha osservato che la Serbia sarà particolarmente colpita, dato il numero di aziende europee da cui dipende per la produzione di ricambi.

“Se dovranno affrontare dazi più alti negli Stati Uniti, che sono il mercato principale di queste aziende, significherà che dovremo chiudere le nostre fabbriche, i nostri impianti in Serbia.”

Ha invocato una forte cooperazione con Azerbaigian, Armenia e l’intera regione. “Senza dubbio verremo colpiti. Ma con il sostegno e l’aiuto di buoni amici come Armenia e Azerbaigian, e si spera anche della Turchia, saremo in grado di superare tutte queste difficoltà.”