UE: appello al rilascio dei detenuti del conflitto e sostegno al processo di pace tra Armenia e Azerbaigian. (Sardegnagol 21.01.26)

L’Unione europea rinnova l’appello per il rilascio e il rimpatrio di tutti i detenuti legati ai conflitti, compresi quelli provenienti dal Nagorno-Karabakh, considerandolo un passaggio fondamentale per rafforzare la fiducia tra le parti. È quanto afferma l’Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza, Kaja Kallas, in una dichiarazione a nome della Commissione europea.

Bruxelles ha inoltre invitato l’Azerbaigian a garantire il rispetto del giusto processo e ad assicurare che eventuali accuse di crimini di guerra o altre violazioni siano indagate in modo trasparente. L’UE continua, nel frattempo, a sostenere gli sforzi di normalizzazione delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian su tutte le questioni ancora aperte.

In questo quadro, l’Unione ha accolto con favore la dichiarazione congiunta Armenia-Azerbaigian del 7 dicembre 2023 sulle misure di rafforzamento della fiducia, compreso lo scambio di prigionieri, e ha definito un passo decisivo la sigla preliminare del trattato di pace bilaterale avvenuta l’8 agosto 2025 a Washington, che segna un avanzamento significativo verso la fine di decenni di conflitto.

La Commissione europea esorta ora entrambe le parti a mantenere lo slancio e a compiere ulteriori passi concreti a sostegno del processo di pace, inclusa la liberazione dei detenuti colpiti dal conflitto, ribadendo la disponibilità dell’UE a contribuire all’attuazione degli accordi di Washington.

Parallelamente, Bruxelles richiama l’attenzione sul rispetto dello Stato di diritto e dei diritti umani, pilastri del partenariato tra l’UE e l’Azerbaigian, come previsto dall’Accordo di partenariato e cooperazione. In questo contesto, l’Unione ha espresso forte preoccupazione per l’aumento degli arresti di giornalisti indipendenti, difensori dei diritti umani e attivisti politici nel Paese. Nel frattempo, però, l’Ue firma accordi economici importanti con il regime dittatoriale azero.

L’UE, conclude l’esponente estone della Commissione von der Leyen, “ha più volte sollecitato le autorità azere a garantire che le proprie azioni siano conformi agli obblighi previsti dal diritto nazionale e internazionale e a procedere al rilascio di tutte le persone detenute per aver esercitato diritti e libertà fondamentali. Messaggi – conclude – che sono stati trasmessi in modo costante sia pubblicamente sia nei contatti bilaterali a tutti i livelli”.

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Stabilizzazione del Caucaso, cultura e commercio: alla Farnesina le consultazioni politiche Italia-Armenia (Aise 20.01.26)

ROMA\ aise\ – Stabilizzazione del Caucaso, pace, interscambi commerciali e culturali. Questi i temi trattati durante le consultazioni politiche Italia-Armenia tenutesi alla Farnesina e co-prosieduta dal Vice Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Edmondo Cirielli, con il suo omologo armeno Vahan Kostanyan.
La riunione, come spiegato dalla Farnesina, ha approfondito le relazioni con Jerevan nel più ampio contesto dell’impegno italiano per la stabilizzazione del Caucaso meridionale e si è svolta nel solco dell’incontro tra i Presidenti della Repubblica Mattarella e Khachaturyan del luglio 2023 a Roma, a cui sono seguiti colloqui a livello di Ministro e Vice Ministro degli Esteri nel corso del 2024.
Il Vice Ministro ha segnalato l’importanza che l’Armenia prosegua nel processo di pace avviato con l’Azerbaigian, Paese con cui l’Italia mantiene un dialogo costante a tutti i livelli, così come nel consolidare i suoi rapporti con l’UE. Sul fronte economico, le delegazioni hanno condiviso la necessità di intensificare l’interscambio commerciale (giunto ormai a oltre 415 milioni di euro nel 2024) e approfondire le opportunità di collaborazione nell’ambito della connettività infrastrutturale (specialmente ferroviaria) dischiuse dal Summit di Washington. Infine, sono stati affrontati i temi legati alla cultura e alla cooperazione allo sviluppo, per la quale l’Armenia figura tra i Paesi d’intervento prioritari. (aise) 

Armenia. Mosca avverte, ‘Impossibile integrarsi nell’UE restando nell’Unione Eurasiatica’ (Notizie Geopolitiche 20.01.26)

di Enrico Oliari –

Il Ministero degli Affari esteri russo ha inviato un messaggio chiaro e diretto al primo ministro armeno Nikol Pashinyan: l’Armenia dovrà decidere in modo urgente e definitivo quale direzione strategica intraprendere e con quali alleati proseguire il proprio percorso politico ed economico.
A ribadirlo è stato il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, intervenuto in una conferenza stampa dedicata ai risultati della diplomazia russa nel 2025. Commentando le aspirazioni di Erevan verso l’integrazione europea, Lavrov ha escluso con fermezza la possibilità di una doppia appartenenza normativa.
Secondo il capo della diplomazia russa, adottare gli standard dell’Unione Europea rimanendo al tempo stesso membri dell’Unione Economica Eurasiatica non è praticabile. “È ovvio per chiunque abbia una conoscenza anche di base dei principi di funzionamento dell’UEE e dell’UE che questo non è possibile. È semplicemente tecnicamente impossibile”, ha dichiarato Lavrov, ricordando come il tema sia già stato più volte affrontato dal vice primo ministro russo Aleksei Overchuk nei colloqui con la controparte armena.
Si creerebbe, ad esempio, una valvola per cui le merci di un circuito economico entrerebbero liberamente nell’altro.
Oltre alla questione geopolitica ed economica, Mosca ha espresso anche una forte preoccupazione per l’evoluzione delle tensioni interne all’Armenia, in particolare per quanto riguarda il rapporto con la Chiesa Apostolica Armena. “Osserviamo con rammarico come si sta sviluppando la situazione”, ha affermato Lavrov, lasciando intendere che il tema abbia ormai una rilevanza non solo interna ma anche regionale.
Le dichiarazioni del ministro russo segnano un nuovo passaggio critico nei rapporti tra Mosca ed Erevan, mettendo l’Armenia di fronte a una scelta strategica che potrebbe ridefinire il suo posizionamento internazionale nei prossimi anni.
Per ora il dossier resta sul tavolo del Cremlino in attesa di ulteriori sviluppi e chiarimenti ufficiali da parte statunitense.

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Al Centro Studi Americani la visione armena su sviluppo, pace e integrazione regionale (Difesa 20.01.26)

Si è svolto a Roma, presso il Centro Studi Americani, l’incontro dedicato a Armenia’s vision on Regional and Global Development, promosso dall’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia. Protagonista dell’appuntamento Vahan Kostanyan, vice ministro degli Esteri di Yerevan, chiamato a illustrare la linea strategica dell’Armenia nel mutato contesto regionale e internazionale.

L’iniziativa ha rappresentato un momento di confronto significativo non solo sul piano diplomatico, ma anche politico, economico e accademico, confermando il ruolo del Centro Studi Americani come piattaforma di dialogo su dossier geopolitici complessi e spesso poco esplorati nel dibattito pubblico europeo.

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Dopo i saluti introduttivi, il vice ministro ha aperto il suo intervento richiamando gli sviluppi seguiti all’intesa di agosto a Washington tra Armenia e Azerbaigian, definendoli come un passaggio cruciale nella storia recente del Caucaso meridionale. Kostanyan ha sottolineato come tale accordo abbia segnato il superamento di una fase dominata dalla gestione del conflitto, aprendo invece una stagione orientata alla costruzione e al consolidamento della pace attraverso strumenti istituzionali e cooperazione economica.

In questo quadro, particolare rilievo è stato attribuito allo sblocco delle comunicazioni regionali – ferroviarie e stradali – considerate un elemento chiave per trasformare il Caucaso da area di frizione geopolitica a snodo di interconnessione tra Asia centrale ed Europa. Il vice ministro ha evidenziato come l’apertura delle infrastrutture di trasporto possa generare benefici reciproci, favorendo il commercio, riducendo le tensioni e creando interdipendenze economiche capaci di rafforzare la stabilità nel lungo periodo.

Kostanyan ha inoltre ricordato alcuni primi risultati concreti del nuovo corso, tra cui l’avvio di scambi energetici e logistici, il transito di merci attraverso reti ferroviarie precedentemente inutilizzate e i primi passi verso una cooperazione economica bilaterale strutturata. Elementi che, a suo avviso, dimostrano come il processo di pace non sia solo una dichiarazione politica, ma un percorso che inizia a produrre effetti tangibili.

Un’altra parte centrale dell’intervento è stata dedicata al rapporto tra Armenia e Unione europea. Il vice ministro ha richiamato l’adozione, da parte del parlamento armeno, della legge che avvia formalmente il processo di adesione all’UE, chiarendo come tale scelta rappresenti soprattutto un impegno interno verso riforme profonde nei settori istituzionale, economico e sociale. In questa prospettiva, l’integrazione europea è stata descritta non come un obiettivo simbolico, ma come una bussola per la modernizzazione del Paese.

Nel dettaglio, Kostanyan ha illustrato il percorso di integrazione graduale e settoriale che Yerevan intende seguire, ispirandosi a modelli già sperimentati in altri contesti europei.

Energia, trasporti, telecomunicazioni e digitale sono stati indicati come ambiti prioritari, insieme al rafforzamento dei rapporti bilaterali con singoli Stati membri. In tale contesto, l’Italia è stata più volte citata come interlocutore naturale, sia per la sua collocazione strategica sia per il potenziale di cooperazione industriale, tecnologica e culturale.

Conclusa l’introduzione, l’incontro è entrato nel vivo con una lunga sessione di domande da parte del pubblico. Kostanyan ha risposto a quesiti che hanno spaziato dall’innovazione tecnologica allo sviluppo delle startup, illustrando la crescita del settore high-tech armeno, sostenuto da politiche governative mirate, investimenti in formazione e progetti dedicati come poli ingegneristici e centri creativi per i giovani.

Ampio interesse ha suscitato anche il tema della transizione digitale e dell’intelligenza artificiale. Il vice ministro ha spiegato che l’Armenia sta orientando le proprie politiche verso un allineamento agli standard europei in materia di regolamentazione, cybersicurezza e protezione dei dati, senza rinunciare a collaborazioni internazionali con grandi attori tecnologici globali. L’obiettivo dichiarato è quello di coniugare sovranità digitale, innovazione e apertura ai mercati.

Non sono mancati interrogativi di natura geopolitica. Kostanyan ha affrontato apertamente il tema dei rapporti con la Russia, ribadendo la volontà armena di perseguire una politica estera equilibrata, fondata su relazioni diversificate e non su dipendenze unilaterali. Analogamente, ha richiamato il dialogo con la Cina, inserito in una logica di cooperazione economica che non viene considerata incompatibile con altri progetti infrastrutturali regionali.

Un passaggio delicato ha riguardato il ruolo della diaspora armena, tradizionalmente molto influente sul piano politico ed economico. Il vice ministro ha riconosciuto l’esistenza di posizioni differenti all’interno delle comunità armene all’estero rispetto al processo di pace, sottolineando tuttavia come le decisioni strategiche debbano essere assunte a Yerevan, tenendo conto delle priorità di sicurezza, stabilità e sviluppo dello Stato.

Nel complesso, dall’incontro è emersa l’immagine di un’Armenia impegnata in una fase di transizione profonda, chiamata a ridefinire il proprio ruolo regionale e internazionale in un contesto segnato da equilibri fragili e opportunità nuove. Il dialogo ospitato dal Centro Studi Americani ha offerto uno spaccato diretto di questa trasformazione, contribuendo a chiarire obiettivi, limiti e ambizioni di una politica estera che punta a fare della cooperazione – più che del confronto – il proprio asse portante.

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Armenia e Azerbaigian insieme a Davos, il presidente serbo mette in guardia “i piccoli” dal divorzio Usa-Europa (Euronews 20.01.26)

I presidenti Aliyev e Khachaturyan partecipano al World Economic Forum per la prima volta insieme dopo l’accordo di pace che ha chiuso 30 anni di conflitto. Il presidente serbo Vučić avverte sulle tensioni tra Usa e Europa e invita i Paesi più piccoli a unirsi

presidenti di Armenia e Azerbaigian hanno partecipato insieme martedì a un panel di Euronews al World Economic Forum, segnando la loro prima apparizione congiunta dopo la firma di uno storico accordo di pace che ha posto fine a trent’anni di conflitto.

Il presidente azero Ilham Aliyev ha definito l’intesa “un enorme beneficio per l’Armenia, per l’Azerbaigian e per il Caucaso meridionale”, sottolineando che rappresenta un esempio di come Paesi a lungo profondamente ostili possano oggi avviare una cooperazione. “Lo abbiamo fatto: abbiamo ristabilito la giustizia, il diritto internazionale, la nostra sovranità e l’integrità territoriale, poi abbiamo raggiunto la pace e ci siamo fermati”, ha dichiarato, aggiungendo che i due Paesi stanno contribuendo a “cambiare l’Eurasia”.

Il presidente armeno Vahagn Khachaturyan ha ringraziato il primo ministro Nikol Pashinyan e lo stesso Aliyev per la volontà politica dimostrata nel raggiungere l’accordo, spiegando di non avere molto da aggiungere alle parole del leader azero.

Khachaturyan ha citato esempi concreti del cambiamento in atto, osservando che oggi i residenti di Erevan possono acquistare carburante azero per le proprie automobili. “Anni fa, se se ne fosse parlato, ci sarebbe stata una reazione ostile. Ma questa è la nuova realtà in cui viviamo”, ha affermato. “Grazie a Dio i leader dei nostri due Paesi hanno scelto questa strada: il futuro, la pace dei nostri Paesi”.

Al panel si è unito anche il presidente serbo Aleksandar Vučić, che ha offerto una valutazione particolarmente cupa del deterioramento del quadro geopolitico, descrivendo gli sviluppi in corso come “un divorzio tra Europa e Stati Uniti” e invitando i Paesi più piccoli a rafforzare la cooperazione tra loro.

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Armenia e Turchia verso la piena normalizzazione (Osservatorio Balcani e Caucaso 19.01.26)

La Turchia considera il processo di pace tra Armenia e Azerbaijan come un elemento chiave per trasformare il Caucaso meridionale in uno spazio di stabilità, commercio e connettività regionale. L’apertura delle frontiere e l’attivazione di nuovi corridoi di trasporto si inseriscono in una più ampia agenda volta a rafforzare il ruolo della Turchia come hub logistico internazionale. Ma anche a livello interno, le ricadute possono essere positive e su più livelli.

Per l’Armenia l’uscita dall’isolamento e dalla dipendenza da mercati che risentono continuamente di shock interni e geopolitici, come quelli georgiano, russo e iraniano, è fondamentale, e la Turchia presenta vantaggi competitivi notevoli.

La dimensione regionale

Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha più volte sottolineato come la pace nel Caucaso meridionale possa liberare un potenziale economico rimasto inattivo a causa di conflitti protratti.

Di ritorno dal vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica (ECO) a Khankendi nel luglio 2025, Erdoğan ha definito il nuovo corridoio che attraverserà l’Armenia come una vera e propria rivoluzione geo-economica, parte di un più largo progetto destinato a collegare il Caucaso meridionale all’Asia centrale, componente essenziale del cosiddetto Middle Corridor, la rete di trasporto intercontinentale dalla Cina all’Europa.

Il tracciato, che attraverserebbe la provincia di Iğdır collegandosi al Nakhchivan, consentirebbe un accesso diretto e senza interruzioni per le merci turche verso il Mar Caspio e oltre. Questo progetto è strettamente connesso alla costruzione della linea ferroviaria Kars–Iğdır–Nakhchivan e agli investimenti infrastrutturali in Karabakh, che Ankara considera complementari e sinergici.

Il corridoio permetterebbe di assorbire volumi di traffico oggi limitati da rotte alternative, facilitando in particolare l’export di macchinari, beni manifatturieri e prodotti agricoli trasformati, tutti settori in cui la Turchia può competere e ampliare il proprio mercato.

Erdoğan ha inoltre indicato che, una volta completati gli studi tecnici, anche il trasporto passeggeri potrebbe diventare operativo, ampliando ulteriormente l’integrazione regionale. In questa prospettiva, l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan viene presentato come una soluzione “win-win” per tutti gli attori coinvolti.

L’impatto interno

A livello interno, la normalizzazione con l’Armenia e la riapertura dei confini per commercio e transito ha una rilevanza particolare per lo sviluppo delle regioni orientali della Turchia, come Kars e Iğdır, che sarebbero direttamente interessate dai nuovi flussi di merci e persone.

Nel gennaio 2025 il rappresentante speciale turco Serdar Kılıç ha incontrato ad Ankara i vertici della Camera di Commercio e Industria di Kars e gli imprenditori locali, che hanno espresso grandi aspettative per l’apertura del confine orientale, vista come una concreta opportunità di crescita.

Kılıç ha ribadito l’impegno di Ankara a coordinare l’apertura delle frontiere con il consolidamento della pace regionale e con la preparazione tecnica delle infrastrutture. Lo stesso messaggio è stato rilanciato durante una sua visita a Iğdır, dove ha affermato che la Turchia mira ad aprire le linee di transito nel breve termine, in modo da generare benefici economici immediati per entrambe le parti.

In questa cornice, lo sviluppo delle province orientali non è solo una conseguenza collaterale della politica estera, ma una componente strutturale della strategia regionale turca.

La normalizzazione con l’Armenia ha anche una dimensione simbolica di riconciliazione, pur senza affrontare direttamente la questione irrisolta del genocidio armeno. I Protocolli di Zurigo, firmati ma mai ratificati nei primi anni 2000 da Armenia e Turchia, prevedevano un dialogo su questo tema.

La loro ratifica fallì anche a causa dell’impossibilità di superare tali divergenze storiche, e la mancata ratifica ha dimostrato che un approccio frontale al tema è per il momento troppo problematico. Tuttavia, l’apertura delle frontiere e il riavvicinamento a Yerevan hanno un impatto rilevante sul piano sociopolitico interno, in particolare nei rapporti tra lo Stato turco e la propria comunità armena.

Il 24 aprile 2025, giornata della memoria per gli armeni, Erdoğan ha inviato una lettera al Patriarca armeno di Costantinopoli, ribadendo l’impegno della Turchia a garantire uguaglianza, sicurezza e benessere ai propri cittadini armeni. Nel messaggio, il presidente ha espresso rispetto per gli armeni ottomani morti durante la Prima guerra mondiale e ha presentato questo gesto come parte di una tradizione di convivenza tra comunità diverse.

Non è certo il primo anno che tale messaggio proviene dalla presidenza, ma inserito nel contesto del processo di normalizzazione, mira a rafforzare l’immagine di coesione interna come complemento della diplomazia regionale.

Uscire dall’angolo

Dal punto di vista armeno, la chiusura della frontiera con la Turchia ha trasformato il paese in un’economia senza sbocchi diretti, fortemente dipendente da pochi corridoi di transito, Georgia e Iran, paesi che periodicamente diventano colli di bottiglia, fra crisi politiche, instabilità, difficoltà logistiche. In particolare il traffico di merci russe via Georgia è ipotecato a una rete di trasporti obsoleta, che con la catena caucasica esposta a neve, valanghe e frane, genera incertezza nei transiti.

Questa situazione ha comportato costi di trasporto elevati, tempi lunghi e un accesso limitato ai mercati internazionali. La riapertura del confine ridurrebbe tali vincoli, consentendo collegamenti terrestri diretti e una riorganizzazione dei flussi nord-sud ed est-ovest nel Caucaso meridionale.

L’attivazione del Middle Corridor e dei nuovi accordi di transito tra Armenia e Azerbaijan, incluso il cosiddetto TRIPP, potrebbe integrare l’Armenia in reti di trasporto euroasiatiche ad alto volume, nonché rendere veramente multivettoriale il commercio armeno.

Attualmente, il commercio bilaterale con la Turchia è sbilanciato: nel 2024 le importazioni armene dalla Turchia hanno raggiunto circa 330–340 milioni di dollari, mentre le esportazioni armene sono rimaste marginali. Il ripristino delle infrastrutture ferroviarie e stradali, come l’asse Gyumri–Kars e il valico Margara–Kornidzor, permetterebbe all’Armenia di diversificare i canali commerciali, attrarre attività logistiche e beneficiare di entrate da transito.

In prospettiva, l’Armenia punta a diversificare le importazioni, ampliare l’accesso ai mercati per le proprie esportazioni e inserirsi più stabilmente nei corridoi regionali di trasporto. Tali benefici restano subordinati alla piena normalizzazione politica, al completamento dei lavori tecnici e alla volontà di tradurre gli accordi diplomatici in operatività concreta.

Il primo ministro Nikol Pashinyan ha dato la disponibilità armena a facilitare da subito il transito commerciale tra Turchia e Azerbaijan, indicano un orientamento pragmatico verso l’apertura e la cooperazione economica regionale.

Ci sono tutti gli elementi perché nel 2026 si vada nella direzione di una normalizzazione, e che la Turchia non solo non remi contro la pace armena-azera, ma anzi ne sia una promotrice.

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Premio Zayed 2026: vince l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian (Vaticanews 19.01.26)

Vatican News

L’annuncio dei vincitori del Premio Zayed per la Fraternità Umana 2026 è arrivato oggi, 19 gennaio. In un comunicato si rende noto che saranno premiati il prossimo 4 febbraio, Giornata internazionale della Fratellanza Umana, presso il Founder’s Memorial di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, i delegati della Repubblica di Armenia e la Repubblica di Azerbaigian che hanno sottoscritto l’accordo di pace tra i due Paesi lo scorso 8 agosto 2025 a Washington, negli Stati Uniti. Insieme a loro anche Zarqa Yaftali, sostenitrice dell’istruzione delle ragazze afghane. È la prima volta che la Commissione Internazionale premia vincitori provenienti dal Caucaso e dall’Afghanistan.

La pace, un percorso che continua

La scelta di premiare l’accordo tra i due Paesi caucasici è il riconoscimento di “un processo di pace, dialogo, normalizzazione e risoluzione dei conflitti – si legge nel comunicato – intrapreso dai due Stati, che sottolinea come la riconciliazione non sia un atto singolo, ma un percorso continuo”. Un’intesa che nasce da “una decisione storica guidata da una leadership lungimirante volta a porre fine a decenni di conflitti e sofferenze umanitarie nel Caucaso”. Per il primo ministro della Repubblica di Armenia, Nikol Pashinyan, “è un grande onore” ricevere questo riconoscimento per gli sforzi compiuti per sostenere “questo storico accordo”. Sulla stessa linea il presidente della Repubblica dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, che ha osservato come il premio rivesta un’importanza particolare perché porta il nome del defunto Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, fondatore degli Emirati Arabi Uniti, e gode inoltre del sostegno di Papa Leone XIV e di Ahmed Al-Tayeb, Grande Imam di Al-Azhar.

Per le giovani afghane

Zarqa Yaftali viene definita, nel testo del comunicato, “una donna coraggiosa che ha dedicato tutta la sua vita alla tutela del diritto all’istruzione delle donne e dei bambini”, fornendo risorse, sostegno psicosociale e servizi a oltre 100.000 persone in Afghanistan, donando speranza alle giovani che vivono in contesti difficili. “Profondamente commossa” così la Yaftali alla notizia del premio che rappresenta “un messaggio forte e significativo” per le donne afghane, perchè infonde speranza e coraggio in particolare alle studentesse delle scuole online e alle giovani iscritte a corsi di pace, sicurezza e leadership.

Un premio per la cultura del dialogo e la convivenza

A selezionare i vincitori la Commissione giudicatrice indipendente di livello internazionale che vede tra i suoi componenti anche il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione. Il segretario generale del Premio Zayed, il giudice Mohamed Abdelsalam, ha evidenziato che la scelta di premiare l’Armenia e l’Azerbaigian “incarna la missione e gli obiettivi del premio” ovvero “promuovere e favorire una cultura del dialogo e della convivenza” perché mette fine a quasi quattro decenni di tensione e conflitto nel Caucaso, “ponendo solide basi per un futuro condiviso e più sicuro per entrambi i popoli”. Catherine Russell, direttrice esecutiva dell’Unicef, ha dichiarato che la Commissione ha voluto premiare Zarqa Yaftali in particolare per la sua attività di promozione dell’emancipazione femminile in un contesto di grandi sfide. Saida Mirziyoyeva, direttrice dell’amministrazione del presidente della Repubblica dell’Uzbekistan, ha affermato che la scelta dei vincitori del 2026 è espressione dell’impegno morale globale verso i principi di pace e dignità umana e trasmette un rinnovato messaggio di speranza alla comunità internazionale.

Ispirato dalla firma del Documento sulla Fratellanza Umana da parte di Papa Francesco, e di Ahmed Al-Tayeb, Grande Imam di Al-Azhar, ad Abu Dhabi nel 2019, sulla scia dell’eredità dello sceicco Zayed bin Sultan Al Nahyan, fondatore degli Emirati Arabi Uniti, il Premio Zayed riconosce persone e organizzazioni che si sono distinte per il loro contributo alla costruzione di un mondo più pacifico, armonioso e compassionevole, basato sui valori della fraternità umana. Dal 2019, il premio è stato assegnato a 19 vincitori provenienti da 19 Paesi.

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Un prestigioso premio per la pace tra Armenia e Azerbaigian

23.5 di Hrant Dink: a Istanbul il luogo dove la memoria sfida odio e oblio (Gariwo 19.01.26)

A Istanbul, lungo Via Halâskârgazi, il suono caotico dei clacson e delle voci sembra arrestarsi davanti al Palazzo Sebat, ex sede del giornale bilingue turco-armeno Agos, fondato nel 1996. Qui, il 19 gennaio 2007, il caporedattore Hrant Dink è stato assassinato. Dove oggi c’è una targa che riporta l’ora esatta del crimine si è radunata, fin da subito, una folla di persone con i cartelli “siamo tutti Dink”, “siamo tutti armeni”, chiedendo giustizia per il giornalista che aveva dedicato la sua vita al miglioramento delle relazioni tra armeni e turchi.

Il Centro 23,5 come spazio per la memoria e laboratorio civico

Nel 2019, grazie alla Fondazione Hrant Dink (Hrant Dink Vakfı), gli spazi di Agos sono diventati la sede del sito della memoria di Hrant Dink 23.5 (23.5 Hrant Dink Hafıza Mekânı), un centro espositivo e, soprattutto, un laboratorio per la costruzione della memoria collettiva e per favorire il dialogo tra comunità, attraverso l’organizzazione di attività come l’Accademia sui Diritti delle Minoranze e il festival sulla convivenza.

L’enigmatico “23.5” è un riferimento a un articolo di Dink pubblicato su Agos il 23 aprile 1996, in cui rifletteva sulla tensione tra due date simboliche: il 23 aprile, celebrazione della sovranità nazionale in Turchia, e il 24 aprile, data emblematica della tragedia armena del 1915, ancora oggi al centro di una profonda frattura politica e storica.

Per Dink, che sentiva di essere allo stesso tempo armeno e cittadino turco, quelle due date rappresentavano la tensione tra identità che potevano riconciliarsi in uno spazio intermedio, il 23.5, che coincide anche con la notte delle sue nozze con Rakel, tra il 23 e il 24 aprile 1977.

L’aggiunta del termine “luogo” richiama i lieux de mémoire di Pierre Nora, spazi fisici e simbolici centrali nei processi di costruzione della memoria collettiva.

Come ha spiegato Nayat Karaköse, Program Coordinator della Fondazione, “un luogo di dialogo dove le persone si incontrano, si conoscono, parlano tra loro”, pensato come un laboratorio civico in cui vengono trasmessi i valori e gli ideali di Dink.

Hrant Dink: il giornalista-mediatore del dialogo tra armeni e turchi

Nella prima sala, un intero spazio è dedicato alla figura di Hrant Dink, con fotografie, documenti personali e i primi lavori di Agos sulle confische delle proprietà delle minoranze. I video ricordano momenti cruciali, come la conferenza del 2005 che per la prima volta discusse apertamente gli eventi del 1915, nonostante forti pressioni e polemiche.

Il corridoio successivo è rivestito da “un collage di prime pagine che testimonia la pluralità dei temi affrontati”, segno di come Agos abbia contribuito a portare i diritti delle minoranze nell’agenda pubblica turca.

Dink viene ricordato come “una persona accogliente, schietta, un giornalista sul campo, sempre alla ricerca della verità”. La difesa dei diritti delle minoranze era parte di una visione più ampia: “rendere la Turchia un luogo migliore e più democratico, dove la libertà di parola prevalesse”. Con lui, Agos era un luogo di incontro e di ispirazione, soprattutto per i giovani.

Il percorso espositivo: un viaggio nella storia della Turchia contemporanea

Il percorso si sviluppa in stanze tematiche che stimolano la curiosità e invitano alla partecipazione attiva.

La sala del coro del bagno evoca la detenzione e la tortura subite da Dink dopo il colpo di Stato del 1980.
La stanza interattiva Tirttava, il “grido interiore” di Dink, raccoglie le testimonianze dei visitatori: “Perché ognuno di noi sta attraversando violazioni diverse”.

Nella stanza Agos, l’archivio del giornale convive con gli annunci di ricerca dei familiari, memoria viva di una comunità frammentata.
Lo studio di Dink è “come vedere un pezzo della sua vita”, uno spazio educativo pensato soprattutto per i giovani, per raccontare la cultura e la storia armena attraverso l’esperienza personale.

La stanza Sale e Luce, allestita da Sarkis, si fonda sull’idea di “creare tesori dai nostri dolori”, richiamando simbolicamente il kintsugi. Qui, sale e luce diventano metafore di resistenza, speranza e futuro.

La Civiltà di Atlantide racconta il dramma dei bambini armeni privati della loro identità, ponendo la domanda centrale: “chi sono questi bambini?”. Da qui nasce il lavoro di mappatura del patrimonio culturale delle minoranze non musulmane in Turchia.

La stanza dell’Inquietudine della colomba conduce al periodo più oscuro: l’accusa, la condanna e l’assassinio di Dink. L’articolo su Sabiha Gökçen segna l’inizio di una persecuzione culminata nell’uso dell’articolo 301 del Codice penale.

“L’inquietudine della colomba” diventa il suo testamento, una riflessione lucida sulla paura, sulla responsabilità e sulla fiducia nelle persone comuni. “Dink divenne oggetto di un discorso d’odio nei media, culminato nel suo assassinio”.

Giustizia incompleta

La stanza Richiesta per la Giustizia ricostruisce un iter giudiziario lungo, frammentato e ancora incompleto. Nonostante condanne e sentenze, molte organizzazioni per la libertà di stampa ritengono che i veri mandanti non siano mai stati individuati.

L’articolo 301 è ancora in vigore, lasciando ampio margine all’arbitrio giudiziario, come dimostrano casi recenti che richiamano esplicitamente quello di Dink.

Ricordare il passato per migliorare il futuro

Le targhe dell’installazione finale richiamano la necessità di normalizzare le relazioni tra Armenia e Turchia, un processo ancora fragile ma non privo di spiragli.

Nel confronto con il presente globale, Karaköse sottolinea: “Stiamo assistendo a un genocidio davanti ai nostri occhi”, ribadendo che la speranza è l’ossigeno della società civile e che “piantare semi oggi significa costruire il cambiamento nel lungo periodo”.

Uscendo da 23.5, il traffico di Istanbul riprende il suo ritmo. Il 19 gennaio 2026, Halâskârgazi si riempirà di nuovo di chi vorrà ricordare Hrant Dink e il suo messaggio: aspirare alla libertà, nonostante le paure.

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Israele, Patriarchi delle Chiese in Terra Santa contro il “sionismo” degli evangelici che minaccia le sicurezze (e le proprietà) cristiane (Il Messaggero 19.01.26)

I Patriarchi della Terra Santa – armeni, ortodossi, cattolici, copti – alcuni giorni fa hanno denunciato in blocco la crescita del cosiddetto «sionismo cristiano», una corrente che fa riferimento all’attivismo degli evangelici statunitensi e che rischia di andare a detrimento della presenza dei cristiani stessi in Israele e Palestina. Le Chiese della Terra Santa sostengono che vi sono «individui» che stanno lavorando per «fuorviare il pubblico, seminare confusione e danneggiare l’unità dei cristiani e dei fedeli». La dichiarazione denuncia anche che questi non ben precisati attivisti cristiani hanno trovato sostegno da parte di figure politiche in Israele proprio per creare danni allo status della «presenza cristiana in Terra Santa e nel più ampio Medio Oriente». Nella dichiarazione non si fanno nomi, tuttavia questa denuncia inusuale e fortissima sembra fare riferimento a quelle correnti evangeliche che si basano sulla teologia della prosperità. In ogni caso la presa di posizione giunge dopo un recente rapporto del Consiglio dei Patriarchi di Gerusalemme che hanno riscontrato continue minacce al loro patrimonio cristiano – in particolare nella città di Gerusalemme e nella Cisgiordania. A questo si aggiunge poi una complicata questione irrisolta (da parte di Israele) sulla tassazione delle proprietà che aggrava la situazione della comunità e delle chiese.

Alcune correnti cristiane interpretano i testi biblici come una profezia degli eventi futuri che riguardano lo stato ebraico, inteso come terra promessa al patriarca Abramo che si estende dal Giordano al Mediterraneo. Naturalmente i Patriarchi cattolici, copti, armeni, ortodossi, luterani sono uniti per contrastare questa visione e hanno assicurato di essere “profondamente preoccupati” che vi siano in loco persone che promuovono questi programmi, ritenendoli un’intrusione nella vita interna delle chiese locali. «Queste azioni costituiscono interferenze nella vita interna delle chiese”, ha detto la dichiarazione, accusando gli attori esterni di ignorare l’autorità e la responsabilità della storica leadership cristiana di Gerusalemme»

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Dal 18 al 25 gennaio 2026, la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: perché tutti siano una cosa sola (Sant’Egidio 19.01.26)

le preghiere e gli incontri ecumenici con i cristiani delle diverse confessioni. Gli appuntamenti con Sant’Egidio

Dal 18 al 25 gennaio 2026, la Chiesa celebra la Settimana per l’Unità dei Cristiani,
un tempo di riflessione e preghiera in unione con i cristiani di tutte le confessioni.

In questa settimana la Comunità di Sant’Egidio, ovunque nel mondo, dedica all’invocazione
per l’unità gli incontri di preghiera che vedono raccolta ogni Comunità
e promuove preghiere e incontri a carattere ecumenico.


Tutte le sere nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, Piazza di S. Maria in Trastevere, si prega in particolare per l’Unità dei cristiani

18 gennaio

Inizia la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare della Chiesa cattolica

19 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle Chiese ortodosse

20 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle antiche Chiese d’Oriente (siro ortodossa, copta, armena, etiopica, sira del Malabar) e della Chiesa assira

21 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle Chiese della Comunione anglicana

22 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle Chiese e comunità ecclesiali protestanti (luterane, riformate, metodiste, battiste, pentecostali ed evangelicali)

23 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle comunità cristiane in Africa

Roma
Venerdì 23 gennaio visita al Santuario dei nuovi martiri di San Bartolomeo all’Isola e partecipazione alla preghiera serale a Santa Maria in Trastevere di una delegazione di studenti e professori dell’Istituto Ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese, accompagnati da rappresentanti del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. La preghiera sarà presieduta dal vescovo Anthony James Ball direttore del Centro Anglicano a Roma e rappresentante dell’arcivescovo di Canterbury presso la Santa Sede.

24 gennaio

Preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle comunità cristiane in Europa e nelle Americhe

Roma
Sabato 24 gennaio ore 19.15, Parrocchia S.Caterina da Siena, Via Populonia 44, preghiera presieduta da Padre Atanas Sarsyan della Chiesa Apostolica Armena

25 gennaio

Si conclude la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Memoria particolare delle comunità cristiane in Asia e Oceania