Nel “Giardino dei giusti” ad Agrigento l’alessandrino Gorrini, che svelò il massacro degli Armeni (Radiogold 12.12.23)

MOLINO DEI TORTI – Il prossimo 15 dicembre l’Accademia di Studi Mediterranei di Agrigento, Istituto di Alta Cultura, onorerà alcune figure distintesi per la loro testimonianza di altruismo e sacrificio per la verità e la giustiziadedicando loro apposite steli che saranno collocate nel “Giardino dei Giusti” realizzato otto anni fa nel cuore della Valle dei Templi ad Agrigento, in collaborazione con il Parco Archeologico dichiarato patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco.

Quest’anno, tra i “Giusti” che, con il loro esempio, andranno ad arricchire l’area del “Giardino”, ci sarà, oltre a Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI che tanto fece per aiutare perseguitati nella seconda guerra mondiale e ad altri personaggi, lo storico e diplomatico alessandrino Giacomo Gorrini. La stele in suo onore sarà collocata ha anticipato Assuntina Gallo Afflitto, fondatrice e anima dell’Accademia e del Giardino vicino a quella del diplomatico Luca Attanasio, ambasciatore d’Italia nella Repubblica Democratica del Congo vittima di un agguato nel 2021 vicino a Goma nel quale persero la vita il suo autista Mustapha Milambo e il Carabiniere della scorta Vittorio Iacovacci.

Chi era Giacomo Gorrini

Nato a Molino dei Torti nel 1859, lauree in storia e in giurisprudenza, dal 1911 al 1915, data di inizio della soluzione finale della questione armena, l’alessandrino Giacomo Gorrini fu console di Trebisonda, e testimone della deportazione e dei massacri degli armeni, che, rientrato in patria per l’entrata in guerra dell’Italia contro la Turchia, denunciò sulla stampa con grande partecipazione. Suo il memoriale sul’Armenia, redatto alla fine della Grande Guerra, base di partenza per le discussioni di Sèvres, Ginevra, Losanna. Suo anche lo scritto sulla questione armena edito nel 1940 con il titolo “Testimonianze” , segno del suo ininterrotto colloquio con le vittime del genocidio. Gorrini morì novantunenne a Roma nel 1950: la sua terra tombale è stata tumulata a Yerevan nel “Muro della Memoria” di Dzidzernagapert il 25 maggio 2001.

Pima della cerimonia, durante la quale la stele per sarà posta fra il Tempio della Concordia e quello di Giunone, si svolgerà un convegno presieduto dal vescovo Dal Covolo nella Sala delle Conferenze di Casa Sanfilippo, ad Agrigento. L’incontro sarà aperto dai saluti del sindaco di Agrigento Franco Micciché, dall’arcivescovo metropolita Alessandro Damiano, dal Prefetto Filippo Romano. Sarà l’occasione per rievocare, con un intervento di Pietro Kuciukianconsole onorario della Repubblica d’Armenia in Italia, le tappe biografiche e l’impegno tenace di questo alessandrino da non dimenticare.

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CAUCASO. Segnali di distensione tra Armenia e Azerbaijan (Agc 11.12.23)

Scambio di prigionieri tra Baku e Yerevan, dopo l’incidente che è costato la vita a un militare armeno. Nella dichiarazione congiunta dell’Ufficio del Primo Ministro della Repubblica d’Armenia e dell’Amministrazione del Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian si legge: “La Repubblica dell’Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian concordano sul fatto che si è presentata un’opportunità storica per raggiungere la pace tanto attesa nella regione. Entrambi i paesi riaffermano la loro intenzione di normalizzare le relazioni e raggiungere un trattato di pace basato sul rispetto dei principi di sovranità e integrità territoriale”.

Come risultato dei negoziati tra l’Ufficio del Primo Ministro della Repubblica d’Armenia e l’Amministrazione del Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian, è stato raggiunto un accordo per intraprendere passi tangibili per rafforzare la fiducia tra i due paesi. Guidata dai principi dell’umanesimo e come gesto di buona volontà, la Repubblica dell’Azerbaigian rilascia 32 militari armeni.

A sua volta, la Repubblica d’Armenia, guidata dai principi dell’umanesimo e come gesto di buona volontà, rilascia 2 militari azeri. Come gesto gentile, la Repubblica di Armenia ritira la sua candidatura ad ospitare la 29a sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP-29) a sostegno della candidatura della Repubblica dell’Azerbaigian. La Repubblica dell’Azerbaigian e la Repubblica dell’Armenia sperano che anche gli altri paesi del Gruppo dell’Est europeo sostengano la candidatura dell’Azerbaigian. Come gesto gentile, la Repubblica dell’Azerbaigian sostiene la candidatura della Repubblica dell’Armenia del Gruppo dell’Europa Orientale a diventare membro dell’Ufficio di presidenza della COP.

La Repubblica di Armenia e la Repubblica di Azerbaigian proseguiranno i negoziati sull’attuazione di ulteriori misure di rafforzamento della fiducia nel prossimo futuro e chiederanno alla comunità internazionale di sostenere i loro sforzi, che promuoveranno la fiducia reciproca tra i due paesi e avranno un impatto positivo sulla situazione. tutta la regione del Caucaso meridionale.

Il 7 dicembre, il ministro degli Esteri della RA Ararat Mirzoyan ha ricevuto il consigliere senior statunitense per i negoziati nel Caucaso, copresidente del gruppo OSCE di Minsk Louis Bono. Gli interlocutori hanno toccato temi legati alla sicurezza e alla stabilità regionale. Sono stati discussi gli ultimi sviluppi nel processo di regolamentazione delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian e gli approcci delle parti al progetto di trattato di pace. La parte armena ha risposto positivamente alla proposta del segretario di Stato americano Blinken di un incontro dei ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaigian a Washington.

Anna Lotti

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La conferenza sul clima del 2024 si farà in Azerbaijan (Il Post 11.12.23)

La COP29, cioè la conferenza delle Nazioni Unite sul contrasto al cambiamento climatico dell’anno prossimo, si farà in Azerbaijan, nella capitale Baku. È stato deciso solo sabato, molto in ritardo rispetto a quanto di solito viene scelto il paese ospite dell’evento: finora a causa dei veti imposti da alcuni paesi, e principalmente dalla Russia, non era stato possibile farlo.

Le COP sono organizzate a rotazione nei cinque gruppi regionali in cui sono suddivisi i quasi 200 paesi dell’ONU. Per ogni conferenza i paesi del gruppo di turno possono candidarsi a organizzarla, o sostenere la candidatura di un altro paese. Poi si raggiunge un accordo per consenso, senza votazioni formali, e l’ONU dà la sua approvazione. Generalmente avviene tutto senza intoppi, ma questa volta le cose sono andate diversamente. Il turno per il 2024 spetta al Gruppo Europa orientale, che comprende 23 paesi: a lungo la Bulgaria era stata il candidato con più sostegno, ma la Russia si opponeva a qualsiasi candidatura di un paese membro dell’Unione Europea, per via delle sanzioni che le sono state imposte per l’invasione dell’Ucraina.

La situazione si è sbloccata grazie a un accordo tra altri due paesi che si erano candidati a ospitare la COP29 e che fino a qualche giorno fa si osteggiavano a vicenda: l’Azerbaijan e l’Armenia. I due stati sono storicamente rivali e di recente sono stati al centro di una crisi internazionale: a settembre l’Azerbaijan ha infine preso il controllo del Nagorno Karabakh, lo stato separatista nel proprio territorio che era abitato principalmente da persone di etnia armena. Ma proprio giovedì scorso i due governi hanno annunciato l’avvio di colloqui di pace per normalizzare i propri rapporti.

Formalmente il fatto che sarà l’Azerbaijan a ospitare la COP29 sarà deciso con l’approvazione del documento finale della COP28 che è in corso a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, e durerà almeno fino a martedì.

Intanto c’è già chi ha criticato il fatto che anche la prossima conferenza sul contrasto al cambiamento climatico, come già quella di quest’anno, si farà in un paese esportatore di combustibili fossili, il cui uso è la principale causa del riscaldamento globale. L’Azerbaijan è infatti uno dei membri dell’OPEC+, il gruppo allargato dei paesi esportatori di petrolio. Dopo l’inizio della guerra in Ucraina è diventato un fornitore di gas naturale sempre più importante per l’Unione Europea (Italia compresa), nelle strategie di riduzione della dipendenza dal gas russo.

L’Azerbaijan è però anche un paese in cui non c’è piena libertà d’espressione, e anche per questo la scelta di svolgervi la COP29 è già stata contestata. In particolare si sta parlando del fatto che lo scorso luglio la polizia azera ha arrestato con le accuse di contraffazione di denaro ed estremismo Gubad Ibadoghlu, professore della London School of Economics e ricercatore sulla corruzione in Azerbaijan che aveva criticato l’industria petrolifera nazionale. A settembre il Parlamento Europeo ha approvato una mozione per chiedere un’indagine sull’arresto di Ibadoghlu.

La conferenza del 2025, la COP30, sarà organizzata a Belem, in Brasile: anche questa decisione sarà formalizzata nel documento finale della COP28, ma è nota già dallo scorso maggio.

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Azerbaigian: Ilham Aliyev sarà candidato alle presidenziali anticipate
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Baku ospiterà la COP29. Un accordo con l’Armenia alla base della scelta delle Nazioni Unite

Accordo tra Armenia e Azerbaigian: la soddisfazione del ministro Tajani (AISE 11.12.23)

ROMA\ aise\ – “Armenia e Azerbaigian hanno deciso di aprire una nuova fase nelle loro relazioni. L’Italia sarà vicina a questi due paesi amici in ogni momento del loro confronto”. Il vice presidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani, ha salutato con favore l’accordo che è stato raggiunto dai due paesi del Caucaso meridionale.
“Con un’intesa che l’Italia approva con sincera soddisfazione, due paesi da anni in contrasto imboccano con decisione una strada che auspichiamo li porti presto a una pacificazione, che noi vogliamo totale e definitiva”, ha detto Tajani. “Una nuova fase che li avvicinerà sempre più all’Europa, che permetterà a tutti noi europei di allargare gli spazi di cooperazione e di collaborazione pacifica”.
Il ministro ha inoltre sottolineato come l’accordo siglato permetta uno scambio di detenuti, una misura decisiva nel rafforzamento della fiducia fra i due paesi. “L’Unione europea sarà ancora al fianco di Armenia e Azerbaigian nei prossimi mesi, quando continueranno a lavorare per normalizzare le loro relazioni con un vero e proprio accordo di pace”, ha affermato Tajani, congratulandosi con i colleghi ministri, l’armeno Ararat Mirzoyan e l’azero Jeyhun Bayramov, “per il loro lavoro continuo. Ci eravamo incontrati alle Nazioni Unite”, ha ricordato, “e hanno sentito che l’appoggio costante del Governo italiano al progresso delle loro relazioni è sempre stato sincero e interessato: interessato perché vogliamo con determinazione che pace e benessere possano offrire frutti ai loro popoli e a tutti gli europei”. (aise)

Il popolo dell’Artsakh riconquisterà la Libertà della sua Patria con il potere della Verità e della Giustizia (Korazym 11.12.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 11.12.2023 – Vik van Brantegem] – Oltre 150 partiti, organizzazioni pubbliche, media e leader degli organi di autogoverno locale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh hanno firmato un Appello alla comunità internazionale in occasione del Giorno del Referendum sull’Indipendenza, il Giorno della Costituzione della Repubblica di Artsakh e il 75° anniversario dell’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Il messaggio del popolo dell’Artsakh
alla comunità internazionale:
Մենք ենք մեր սարերը
Noi siamo le nostre montagne

È la prima dichiarazione del popolo dell’Artsakh dopo la pulizia etnica, in cui vengono formulate le cinque condizioni per il ritorno in Artsakh della popolazione sfollata con la forza dopo l’aggressione terroristica dell’Azerbajgian del 19-20 settembre 2023:

  1. Nessuna giurisdizione azera e il ritiro completo delle forze armate, della polizia e dell’amministrazione azera devono essere completamente ritirate dal territorio della Repubblica di Artsakh, compresa la regione di Shahumyan.
  2. Caschi blu delle Nazioni Unite.
  3. Corridoio di Lachin sotto controllo e gestione delle Nazioni Unite.
  4. Governo transitoria delle Nazioni Unite per garantire le condizioni per il ritorno di tutti i rifugiati, la formazione di istituzioni democratiche e legali, il ripristino dell’economia e referendum per confermare lo status politico finale del Nagorno-Karabakh.
  5. Esclusione di procedimenti penali da parte dell’Azerbajgian nei confronti di cittadini della Repubblica di Artsakh per qualsiasi accusa durante l’intero periodo del conflitto, liberazione di tutti i prigionieri e tribunale internazionale per indagare su accuse di crimini di guerra da ambedue le parti.

I destinatari dell’Appello sono il Segretario Generale e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite; il Presidente in carica e i Copresidenti del Gruppo di Minsk (Russia, Francia e USA) dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE); il Segretario Generale, il Presidente dell’Assemblea Parlamentare, il Presidente del Comitato dei Ministri e il Presidente del Consiglio Europeo; il Presidente del Parlamento Europeo; il Segretario Generale della Comunità degli Stati Indipendenti; il Segretario Generale dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva; e il Segretario Generale della NATO.

L’invito a firmare l’Appello rimane disponibile per ulteriori firme.

Riportiamo di seguito il testo dell’Appello nella nostra traduzione italiana dal testo in inglese diffuso da Artsakh Press [QUI].

Appello rilasciato dagli attori politici e civili della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh

Un popolo libero non può rinunciare ai suoi diritti sovrani e sottomettersi al dominio di uno Stato straniero, soprattutto governato per molti anni da un regime autoritario, corrotto e razzista, inebriato dalla sua impunità.
La nostra decisione collettiva di lasciare la nostra Patria – la Repubblica di Artsakh (Repubblica di Nagorno-Karabakh), le nostre case, le nostre chiese armene, lasciando dietro di noi le reliquie di San Giovanni Battista e le tombe dei nostri antenati, che abbiamo protetto da secoli, è la prova davanti al mondo intero che la libertà è il valore più alto per il popolo dell’Artsakh. Abbiamo preso questa decisione forzata nel mezzo di azioni genocide in corso e di gravi minacce esistenziali incombenti.

Abbiamo preso questa decisione, perché coloro che si definiscono paladini e difensori della libertà e dei diritti umani hanno deciso di negarci il nostro diritto a vivere con dignità nella nostra patria e il nostro diritto all’autodeterminazione, puntando così a realizzare una pace immaginaria tra l’Armenia e l’Azerbajgian, e per il bene dei propri interessi geopolitici.

Ce ne siamo andati, perché era l’unico modo per garantire la nostra sicurezza, preservare la nostra dignità umana e nazionale e il nostro patrimonio genetico, smascherare la grande menzogna su cui si basava l’idea politica di una risoluzione unilaterale e forzata del conflitto, costringendo noi e i nostri bambini ad accettare la cittadinanza e a giurare fedeltà al regime che ci odia.

Per più di tre decenni abbiamo difeso con tutte le nostre forze il diritto dei nostri figli alla pace e al libero sviluppo. Ci siamo opposti agli accordi politici che ci sono stati offerti a scapito del nostro diritto sovrano di vivere nella nostra Patria, conquistato a costo di vite umane e di enormi sacrifici di molte generazioni durante i lunghi secoli di lotta per preservare la nostra dignità e identità nazionale. E questa lotta non è finita. Siamo fiduciosi che riconquisteremo la nostra Patria con il potere della verità e della giustizia.

Per coloro che pensano che il mondo possa essere governato dalla menzogna e dalla brutta forza, ripetiamo quanto segue:

La Repubblica di Nagorno-Karabakh (NKR) è stata proclamata il 2 settembre 1991 dalle legittime autorità della Regione Autonoma di Nagorno-Karabakh (NKAO) e della Regione Shahumyan della Repubblica Socialista Sovietica di Azerbajgian, quando le autorità di quest’ultima annunciarono la loro decisione di secessione dall’URSS. La Dichiarazione politica sulla proclamazione dell’NKR si basava sulle norme giuridiche della legge sovietica allora in vigore e sulla volontà del popolo dell’Artsakh, espressa in un referendum nazionale.

Il nostro diritto all’autodeterminazione fu riconosciuto anche dalle autorità della Russia sovietica e dell’Azerbajgian nel 1920, e divenne la base per la creazione della Regione Autonoma di Nagorno-Karabakh nel 1923, fu sancito nella Costituzione dell’URSS, nella Costituzione della Repubblica Socialista Sovietica di Azerbajgian e nella sua legge “Sulla NKAO”, è stata preservata nella Legge “Sulla procedura di secessione della Repubblica Sovietica dall’URSS” del 3 aprile 1990, e si basa anche sulla Carta delle Nazioni Unite e sul Patto Internazionale sulla Diritti civili e politici del 1966.

Il Referendum del 10 dicembre 1991 ha confermato che la maggioranza assoluta degli elettori ha sostenuto la decisione di dichiarare l’indipendenza della nostra Repubblica. Il Parlamento legittimo, eletto secondo standard democratici e in condizioni di assedio genocida e aggressione armata, ha adottato il 6 gennaio 1992 la Dichiarazione di Indipendenza della Repubblica di Nagorno-Karabakh, Artsakh. Migliaia di nostri connazionali hanno pagato con la vita questa scelta.

Nel 1992, tutti gli Stati membri dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) hanno riconosciuto il diritto dei rappresentanti eletti del Nagorno-Karabakh a partecipare alla conferenza internazionale dell’OSCE incaricata di risolvere il conflitto del Nagorno-Karabakh. Con un referendum nel 2006, il nostro popolo ha approvato la Costituzione della Repubblica, che definisce la procedura per l’elezione dei legittimi rappresentanti del Nagorno-Karabakh e i loro poteri; nel 2017, sempre con un Referendum, il popolo ha approvato una nuova Costituzione. Questa Costituzione era e rimane l’unico documento fondamentale attraverso il quale i cittadini della nostra Repubblica sono guidati e hanno obbediti di loro spontanea volontà.

Di conseguenza, noi cittadini della Repubblica di Artsakh, nel tentativo di difendere i nostri diritti legali e il diritto di preservare la soggettività della nostra Repubblica, affermiamo che l’autodeterminato Nagorno-Karabakh non ha preso alcuna parte nella formazione della costituzione e delle autorità dell’auto-dichiarata Repubblica di Azerbajgian e, al contrario, dichiarò la sua indipendenza. Tuttavia, il neonato Azerbajgian non ha nascosto le sue pretese infondate sul Nagorno-Karabakh.

Fu in tali condizioni, che la comunità internazionale registrò l’esistenza di disaccordi sullo status del Nagorno-Karabakh, riconoscendo la natura contesa di questo territorio. Armenia e Azerbajgian sono diventati Paesi partecipanti all’OSCE a condizione di riconoscere l’esistenza di disaccordi sulla questione del Nagorno-Karabakh e di concordare che il futuro status del Nagorno-Karabakh venga determinato in una conferenza di pace sotto gli auspici dell’OSCE. Entrambi gli Stati hanno assunto l’obbligo internazionale di risolvere la questione esclusivamente con mezzi pacifici.

Tuttavia, una volta divenuto uno Stato partecipante all’OSCE, l’Azerbajgian ha immediatamente violato il suo obbligo internazionale di risolvere pacificamente le controversie. Baku ha usato illegalmente la forza contro la NKR come territorio conteso per impedire lo svolgimento di una conferenza internazionale per determinare lo status del Nagorno-Karabakh. In quelle condizioni, la popolazione del Nagorno-Karabakh ha esercitato il proprio diritto all’autodifesa. L’aggressione armata dell’Azerbajgian nel 1992-1994 portò alla sua sconfitta con significative perdite territoriali. È importante sottolineare che la linea di contatto tra il Nagorno-Karabakh e l’Azerbajgian è stata riconosciuta a livello internazionale.

Tuttavia, durante i tre decenni del conflitto, nessun statista, politico o autorità legale internazionale ha risposto a una semplice domanda: perché l’Azerbajgian e altri Stati che hanno riconosciuto legalmente l’obbligo di seguire lo stato di diritto come principio fondamentale della loro statualità, e hanno disatteso l’obbligo di rispettare il diritto all’autodeterminazione del Nagorno-Karabakh e dal principio del non uso della forza, entrambi derivanti da tale principio fondamentale?

Questa circostanza ha permesso all’Azerbajgian di mantenere nel suo arsenale politico la strategia di annessione del Nagorno-Karabakh attraverso l’espulsione forzata del suo popolo indigena. La politica aggressiva dell’Azerbajgian non ha ancora ricevuto la dovuta condanna internazionale. Gli attori internazionali, contrariamente ai loro obblighi internazionali di assumersi la responsabilità di proteggere la popolazione dal genocidio (Responsabilità di proteggere), purtroppo, non hanno prestato la dovuta attenzione agli avvertimenti contenuti nella Dichiarazione del Parlamento dell’Artsakh del 27 luglio 2023 sui più gravi minacce esistenziali contro la popolazione del Nagorno-Karabakh, non hanno impedito le azioni criminali dell’Azerbajgian, che ha commesso un’altra aggressione militare contro la Repubblica di Artsakh nel settembre 2023 ed ha completamente espulso la popolazione armena indigena del Nagorno-Karabakh dalla sua patria storica.

Va ricordato che dopo la conclusione della tregua il 9 novembre 2020, il Presidente dell’Azerbajgian ha dichiarato che il problema del Nagorno-Karabakh non esisteva più e che tutti dovevano fare i conti con le conseguenze della seconda guerra del Karabakh. Nel tentativo di cambiare l’essenza del conflitto, l’Azerbajgian ha introdotto nel suo vocabolario diplomatico una falsa narrativa sulla ”occupazione delle terre azere da parte dell’Armenia”, attraverso la quale tenta di mettere a tacere le legittime preoccupazioni sulla sua aggressiva politica genocida.
Non intendiamo compromettere i nostri principi, le nostre convinzioni e i nostri diritti in relazione alla nostra Patria, né di fronte alla forza, né sotto la minaccia di distruzione, né in esilio, né in qualsiasi altra circostanza politica.

L’intero mondo civilizzato si trova oggi di fronte a una scelta: o ripristinare l’ordine internazionale nel Nagorno-Karabakh, basato sul rispetto del diritto all’autodeterminazione e degli altri diritti e libertà dei popoli e dei diritti umani, oppure accettare che il blocco, l’aggressione armata, Il genocidio e l’occupazione sono modi legittimi per risolvere i conflitti.

Oggi, i leader di molti Stati parlano della necessità del ritorno degli Armeni nel Nagorno-Karabakh. Tuttavia, crediamo che per il ritorno pacifico, sicuro e dignitoso e la vita del nostro popolo nella loro patria siano necessarie le seguenti indiscutibili condizioni:

Innanzitutto escludiamo il ritorno dei cittadini della Repubblica di Artsakh sotto la giurisdizione dell’Azerbajgian. Le forze armate, la polizia e l’amministrazione azera devono essere completamente ritirate dal territorio della Repubblica di Artsakh, compresa la regione di Shahumyan, dove l’Azerbajgian ha anche la piena responsabilità della pulizia etnica del 1992.

In secondo luogo, le forze multinazionali internazionali di mantenimento della pace delle Nazioni Unite dovrebbero essere dispiegate lungo tutto il confine della Repubblica di Artsakh e dovrebbe essere creata una zona smilitarizzata.

In terzo luogo, il Corridoio di Lachin, riconosciuto a livello internazionale, dovrebbe essere completamente affidato al controllo e alla gestione delle Nazioni Unite.

In quarto luogo, il territorio della Repubblica di Artsakh dovrebbe essere affidato al controllo delle Nazioni Unite per garantire le condizioni per il ritorno di tutti i rifugiati, la formazione di istituzioni democratiche e legali e il ripristino dell’economia. Tutti i rifugiati devono avere pari status, pari diritti ed essere soggetti alle regole comuni del periodo transitorio fino a quando non si terrà un referendum per confermare lo status politico finale del Nagorno-Karabakh, il cui risultato sarà legalmente riconosciuto da tutti gli Stati.

In quinto luogo, dovrebbe essere completamente esclusa la possibilità di procedimenti penali da parte dell’Azerbajgian nei confronti di cittadini della Repubblica di Artsakh per qualsiasi accusa durante l’intero periodo del conflitto. Tutti gli Armeni arrestati e già condannati in Azerbajgian devono essere rilasciati immediatamente. Siamo pronti a riconoscere la competenza di un tribunale internazionale per indagare su ogni crimine di guerra di cui sono accusati i nostri cittadini, a condizione che allo stesso modo questo tribunale affronti anche tutti i crimini di guerra commessi dai cittadini dell’Azerbajgian e dai suoi mercenari.

Siamo pronti a fare del nostro meglio per contribuire al raggiungimento di una soluzione pacifica al conflitto, che sarà basata sul pieno rispetto del diritto all’autodeterminazione e degli altri diritti umani e libertà dei popoli riconosciuti a livello internazionale.

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La complessa geometria dei format negoziali nel Caucaso meridionale, dopo la fine del conflitto tra Azerbaigian e separatisti armeni

Dopo la rapida conclusione dell’ultimo conflitto armato tra separatisti armeni ed esercito regolare di Baku, nel territorio del Karabakh, potrebbero aprirsi le porte per un accordo tra Armenia e Azerbaigian, con positive ricadute per l’intera area del Caucaso meridionale. Ora andremo ad analizzare la complessa geometria dei format negoziali nel Caucaso meridionale, dopo la fine del conflitto tra Azerbaigian e separatisti armeni.

Le notizie degli ultimi giorni sembrano confortare questo orientamento. Nei primi giorni di dicembre è stato infatti emanato un comunicato congiunto dei due paesi nel quale essi auspicano la firma di un trattato di pace entro la fine di quest’anno, nel rispetto dei principi di integrità territoriale e di sovranità. Il momento sembra assai favorevole per un accordo che possa beneficiare entrambe le parti, al punto che l’Armenia si è detta persino favorevole alla candidatura di Baku come città ospitante per la prossima COP29 sul clima.

Cosa attendere

Si pone a questo punto il tema di quale sarà il format di dialogo e negoziazione, indispensabile per avviare un processo di pace e, in futuro, di cooperazione costruttiva tra le due nazioni, e di come strutturarlo.

Vista la complessità della regione caucasica, dove insistono gli interessi di diversi attori non certo marginali, non sembra che vi possa essere uno schema negoziale limitato alle sole Armenia ed Azerbaigian.

Dal suo lato Baku preme perché in questo format sia inserita la Turchia, suo storico alleato, all’insegna del motto “due nazioni, un popolo”. Dall’altro lato invece l’Armenia, al momento in rapporti complicati con la Russia, cerca sponsor geopolitici in altre direzioni.

Ecco quindi rifarsi avanti la Francia, la cui diaspora armena ha sempre un certo peso in termini di lobbying e di advocacy. E’ di poche settimane fa infatti la visita compiuta da Catherine Colonna, Ministro degli Esteri francese, a Jerevan, ribadendo l’intenzione di assicurare forniture militari all’Armenia. Con il disappunto dell’Azerbaigian, che, anche per questo, ha boicottato il vertice della Comunità politica europea di Granada.

La complessa geometria dei format negoziali nel Caucaso meridionale: conclusioni

La posizione ufficiale di Baku è, in ogni caso, quella di trattare le questioni del Caucaso meridionale nell’ambito di un framework regionale; tale orientamento escluderebbe i paesi europei, consentendo invece la partecipazione di Turchia e Russia.

Postura perfettamente coincidente con quella del Premier turco Erdogan che, da fine stratega, propone un ristretto format a 4 comprendente, appunto Turchia e Russia oltre, naturalmente ad Armenia e Azerbaigian.

Del resto il rapporto di cooperazione competitiva tra Mosca ed Istanbul è ben rodato ed è già stato sperimentato nel teatro siriano, parzialmente in Libia e, con alterni successi, in relazione agli accordi sull’esportazione del grano ucraino attraverso il Mar Nero.

A dimostrazione ulteriore che il format di dialogo scelto, nel cui contesto verranno redatti e firmati gli accordi armeno-azeri, non è un dettaglio secondario si intravedono altri movimenti nello scenario del Caucaso allargato.

Uno di essi è stato in precedenza tentato dal Premier georgiano Garibashvili che ha tentato di agire come cavallo di Troia sia degli Usa che dell’UE, proponendo un format 3+2 dove alla coppia dei contendenti si affiancherebbero la stessa Georgia insieme a Washington e a Bruxelles. Ma la proposta di Tbilisi sembra non essere stata raccolta dagli interessati.

La soluzione parrebbe forse essere il diverso formato del 3+3, comprendente oltre ai due ex contendenti anche Russia, Turchia, Georgia ed Iran. Al momento però la Georgia ha sospeso la sua partecipazione a questa piattaforma per via dei suoi territori (Abkhazia e Ossezia meridionale) auto-proclamatesi indipendenti e riconosciuti da Mosca come tali.

Gli altri 5 membri di questo format, definito “Piattaforma regionale di consultazione” si sono comunque incontrati, lo scorso 23 ottobre, a Teheran a livello di Ministri degli Esteri. Nella dichiarazione finale congiunta i 5 Ministri hanno sottolineato l’importanza di piattaforme come questa per un dialogo costruttivo a beneficio dell’intera regione. Hanno inoltre concordato che il prossimo meeting si terrà ad Istanbul.

Segnali eloquenti che, presente o meno la Georgia, potrebbe essere questo il futuro formato negoziale nel cui ambito avviare il processo di confidence-building tra Armenia e Azerbaigian.

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Svolta sui prigionieri. Ecco il banco di prova per la pace tra Azerbaigian e Armenia (Formiche 11.12.23)

Le parti hanno concordato di cogliere “un’occasione storica per raggiungere la pace tanto attesa nella regione”. Punto di partenza la sentenza con cui lo scorso 17 novembre la Corte Internazionale di Giustizia ha riconfermato l’integrità territoriale dell’Azerbaigian sul Garabagh. Mentre il tradizionale mediatore dell’area, la Russia, ha visto sfarinarsi la sua influenza in loco, Bruxelles e Washington hanno chiesto disponibilità e impegno

Potrebbe rappresentare una svolta la decisione di Azerbaigian e Armenia di accettare uno scambio di prigionieri di guerra, tra cui militari detenuti e condannati, nell’ambito di un processo diplomatico che metta fine alle tensioni nel Garabagh. Mentre il tradizionale mediatore dell’area, la Russia, ha visto sfarinarsi la sua influenza in loco, Bruxelles e Washington hanno chiesto disponibilità e impegno, Baku e Yerevan provano a rispondere in maniera costruttiva. Cosa può cambiare dopo la conversazione telefonica del segretario di stato americano, Antony Blinken, con il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e dopo la sentenza con cui lo scorso 17 novembre la Corte Internazionale di Giustizia ha riconfermato l’integrità territoriale dell’Azerbaigian sul Garabagh?

Primo passo

Da settimane entrambi i Paesi spiegano che un accordo di pace potrebbe essere firmato entro la fine dell’anno, ma i colloqui fino ad oggi avevano registrato non molti progressi, dal momento che secondo Baku il fatto che l’Armenia abbia impiegato circa 2 mesi e mezzo per rispondere alle proposte dell’Azerbaigian riguardo al progetto di accordo di pace poneva dei ritardi oggettivi sull’intero processo. Le commissioni per la determinazione dei confini di Armenia e Azerbaigian si sono incontrate nella regione di confine tra i due paesi il 30 novembre scorso.

Così in base all’accordo, l’Azerbaigian si impegna a liberare 32 militari armeni, mentre Yerevan ne rilascerà due, al contempo i due paesi promettono di proseguire “le discussioni sull’attuazione di ulteriori misure di rafforzamento della fiducia, efficaci nel prossimo futuro e chiederanno alla comunità internazionale di sostenere i loro sforzi”.

L’accordo sullo scambio, che il presidente del Consiglio Ue Charles Michel ha definito un “passo chiave”, è il frutto di una serie di incontri e colloqui mediati da Usa e Ue. Pollice in su anche dal ministero degli Esteri armeno secondo cui Yerevan “ha risposto positivamente all’offerta del segretario di Stato americano Antony Blinken di organizzare l’incontro dei ministri degli Esteri di Armenia e Azerbaigian a Washington”.

Le posizioni

Secondo Aliyev il punto di partenza va individuato in “cinque principi fondamentali” che rappresentano la cosiddetta base di un accordo di pace con l’Armenia. Spiccano tra i punti salienti il “reciproco riconoscimento dell’integrità territoriale dell’altro” e “nessun uso della forza, nessuna rivendicazione territoriale reciproca”.

Di contro Pashinyan ha osservato che la dissoluzione del Nagorno-Karabakh era inevitabile dopo una serie di cambiamenti sostanziali nel processo di negoziazione datato agosto 2016. “L’impossibilità emotiva di avviare una conversazione del genere era che ciò avrebbe significato dire alla Repubblica di Armenia e al suo popolo che per 30 anni abbiamo semplicemente perso tempo, spendendo tempo e risorse su un problema che era insolubile in primo luogo”, ha aggiunto.

Nel mezzo lo sfarinamento dell’influenza russa in loco, e l’ulteriore passo dei due paesi, come spiegato su queste colonne dal viceministro italiani degli esteri, Edmondo Cirielli. L’Armenia sosterrà la candidatura azera ad ospitare la 29esima Sessione della Cop29 ritirando la propria candidatura e l’Azerbaigian sosterrà la candidatura armena per l’adesione all’Ufficio Cop del Gruppo dell’Europa dell’Est.

Qui Roma

Di nuova fase nelle relazioni tra Armenia e Azerbaigian ha parlato il ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani, secondo cui con questa intesa due paesi da anni in contrasto “imboccano con decisione una strada che auspichiamo li porti presto a una pacificazione, che noi vogliamo totale e definitiva, una nuova fase che li avvicinerà sempre più all’Europa, che permetterà a tutti noi europei di allargare gli spazi di cooperazione e di collaborazione pacifica”.

Inoltre la notizia dell’accordo cade in un giorno significativo per Baku, dal momento che ricorre il 100esimo anniversario della nascita del leader nazionale dell’Azerbaigian, Heydar Aliye, festeggiato a Roma con un concerto nel Palazzo della Cancelleria, alla presenza dei diplomatici azerbaigiani, Ilgar Mukhtarov per la Santa Sede e Rashad Aslanov per l’Italia. Tra l’altro proprio quest’anno è stata aperta l’ambasciata azerbaigiana presso la Santa Sede.

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Armenia-Azerbaigian verso la normalizzazione delle relazioni. (Rassegna Stampa 10.12.23)

Armenia-Azerbaigian verso la normalizzazione delle relazioni. Dietro la mossa il difficile avvicinamento di Yerevan a Ue e Usa (Il Fatto Quotidiano 10.12.23)

LA PACE NEL CAUCASO È ANCORA MOLTO LONTANA? (Notizie Geopolitiche 10.12.23)

Il Consiglio di sicurezza armeno: “Pronti a firmare il trattato di pace con l’Azerbaigian a dicembre” (AgenziaNova 10.12.23)

Papa Francesco: “Guardo con speranza a segni di pace Armenia-Azerbaigian” (Streeam24 10.12.23)

Papa Francesco: “Guardo con speranza a segni di pace Armenia-Azerbaigian” (La Presse)

Papa Francesco, nuovo appello ad Hamas per la liberazione degli ostaggi e a Israele chiede di rispettare i civili a Gaza (Il messaggero)

Diritti umani: Papa, un impegno mai finito (Toscanaoggi)

L’Armenian Philarmonic Orchestra in esclusiva nazionale: un ponte tra Alpi e Ararat (Pordenone today 10.12.23)

Con un evento d’eccezione nel segno della grande musica sinfonica, il Teatro Verdi di Pordenone celebra lunedì 11 dicembre la Giornata Internazionale della Montagna con un programma che crea un “ponte musicale” tra le Alpi e il monte Ararat, simbolo dell’identità culturale armena.

In programma alle 20.30 il concerto in esclusiva assoluta per l’Italia, ”Dall’Ararat alle Alpi”, con l’Armenian Philharmonic Orchestra diretta da Eduard Topchjan: oltre 100 musicisti sul palco per l’esecuzione della monumentale Eine Alpensinfonie di Richard Strauss, il brano sinfonico che meglio di ogni altro racconta l’identità della montagna. Nei suoi 50 minuti di estensione, la Alpensinfonie mette in musica il grande amore del suo autore per la montagna, e si dipana attraverso 22 brevi movimenti, che narrano una scalata verso la vetta.

“Dall’Ararat alle Alpi” è il motto di questo concerto che celebra anche una nuova conoscenza, un nuovo ponte culturale tra Italia e Armenia, a cui sono dedicati anche gli altri due brani in programma, che fanno da corollario al capolavoro di Strauss. Si tratta del Concerto per violino del compositore di origine armena Aram Khatchaturian, con la violinista Anush Nikogosyan come solista, e il breve affresco sinfonico Armenia composto da Gian Francesco Malipiero ad Asolo nel 1917, in omaggio ad un amico armeno, a due anni dal Genocidio Armeno del 1915.

La presenza della celebrata Orchestra di Stato dell’Armenia con l’esecuzione della monumentale opera di Strauss, eseguita per la prima volta sul palco del teatro di Pordenone, è frutto dell’intenso lavoro del Presidente del Verdi Giovanni Lessio e del consulente musicale Roberto Prosseda che hanno attivato numerose partnership artistiche e istituzionali, dove spicca la collaborazione del Ministero del Turismo e del Club Alpino Italiano. Molto rilevante anche il sostegno dell’Armenia a partire dal Ministero della Cultura della Repubblica d’Armenia, del patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e della collaborazione con il Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena C.S.D.C.A. di Venezia. Attesa ospite del Teatro Verdi per l’occasione L’Ambasciatrice della Repubblica di Armenia in Italia SE Tsovinar Hambardzumyan.

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TEATRO VERDI PORDENONE: LUNEDÌ 11 DICEMBRE “DALL’ARARAT ALLE ALPI”, SUL PALCO GLI OLTRE 100 MUSICISTI DELL’ARMENIAN PHILHARMONIC ORCHESTRA, DIRETTA DAL SUO DIRETTORE PRINCIPALE EDUARD TOPCHJAN

Sì di Baku e Yerevan alla pace, a due mesi dall’invasione del Nagorno-Karabakh (Rassegna Stampa 9.12.23)

I tentativi di pace fra Armenia e Azerbaigian dimostrano che ha vinto la guerra(Haffington Post)

La Segretaria generale in visita ufficiale in Azerbaigian (Consiglio d’Europa  08.12.23)

Armenia Azerbaigian: partiti i colloqui di pace, ma non è detto che abbiano successo (Scenarieconomici)

Baku in pole per la prossima conferenza sul clima nonostante l’invasione del Nagorno-Karabakh. Sarebbe la terza città produttrice di petrolio a ospitare la Cop (Repubblica)

Cop28, accordo sull’Azerbaijan come sede della prossima Cop (Quotidiano Nazionale)

Soddisfazione del Vice Presidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, On. Antonio Tajani, per l’intesa raggiunta tra Armenia e Azerbaigian (Esteri)

Passi avanti tra Azerbaigian e Armenia (Osservatore Romano)

DICHIARAZIONE CONGIUNTA DELL’AMMINISTRAZIONE PRESIDENZIALE DELLA REPUBBLICA DELL’AZERBAIGIAN E DELL’UFFICIO DEL PRIMO MINISTRO DELLA REPUBBLICA D’ARMENIA (Notizie Geopolitiche)

Armenia-Azerbaigian lavorano per un accordo di pace (Tag24 08.12.23)

Armenia e Azerbaigian: la pace è possibile (Askanews 07.12.23)

Sì di Baku e Yerevan alla pace, a due mesi dall’invasione del Nagorno-Karabakh (Euronews 07.12.23)

Armenia e Azerbaijan avvieranno colloqui di pace (Postbits 08.12.23)