Fermiamo il genocidio culturale (Merateonlie 08.12.23)

La cacciata degli armeni dal Nagorno Karabakh compiuta ad opera dell’esercito dell’Azerbaijan, il 19/20 Settembre scorso, pone con drammaticità la questione umanitaria di otre 120.000 persone che in pochi giorni hanno dovuto lasciare le loro case e beni ancestrali e rifugiarsi nella vicina Armenia.

Questa guerra nasce dal dissolvimento della vecchia Unione Sovietica e dall’odio nazionalista, ha già causato la distruzione di monumenti siti storici, memorie culturali armene nell’enclave del Nakhichevan, il rischio incombente è che tale modello venga adottato anche nel Nagorno Karabakh passato recentemente sotto il controllo dell’Azerbaijan.

Una chiara condanna è stata espressa dal Parlamento Europeo il 10 Marzo 2022, rispetto alla distruzione irreversibile del patrimonio religioso e culturale del Nakhichevan avvenuta ad opera del Governo Azero, dove sono state distrutte e frantumate dalle fondamenta 89 tra monasteri e chiese armene, 20.000 tombe ed oltre 5000 lapidi (Khachkar), allo scopo esplicito di cancellare la memoria e l’identità di un popolo.

E’ necessario quindi, che il mondo intero conosca questa sciagura compiuta dall’Azerbaijan distruggendo un patrimonio dell’umanità, nei giorni nostri e passata di fatto sotto silenzio dai grandi mezzi di comunicazione, che grazie alla guerra in Ucraina e le imponenti rendite petrolifere, sta conducendo un’offensiva per rafforzare la propria posizione internazionale.

L’esito vittorioso della guerra del Settembre 2020, ha indotto il dittatore amico Aliyev, a rivendicare ed imporre ogni loro pretesa ad acconsentire la realizzazione del collegamento tra l’Azerbaijan e l’enclave del Nakhichevan, appoggiato dalla Turchia, minacciando in questo obbiettivo l’Armenia che sul piano militare è fortemente penalizzata per il sostanziale disimpegno della Russia, tradizionale difensore dell’Armenia.

La situazione attuale, impone un’azione preventiva che allontani le mire espansioniste Azere e nel contempo fermi le volontà già poste in atto per estirpare ed annientare l’esistenza di un popolo cancellando il loro patrimonio storico culturale e religioso.

La nostra memoria ci ammonisce al genocidio subito dal popolo Armeno nel 1915 ad opera dei Giovani Turchi, morirono oltre 1.500.000 armeni e occuparono illegalmente le loro terre, oggi si sentono fortemente minacciati dal dittatore Aliyev, che non ha esitato a calpestare la bandiera dell’Artsakh appena entrato nel palazzo Presidenziale a Stefanakerk.

Il recente accordo per lo scambio di prigionieri di ambo le parti, apre uno spazio importante nel quale la diplomazia, il Governo italiano con l’Unione Europea, quali fruitori preferenziali di gas e petrolio, assumano ed impongano  con determinazione la fine del genocidio del patrimonio culturale e il diritto all’esistenza del popolo Armeno.

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In un libro la figura del cardinale Agagianian, una grande anima dell’Armenia (VaticaNews 07.12.23)

Anca Martinaș – Città del Vaticano

Il libro è stato pubblicato a distanza di un anno dalla cerimonia di apertura dell’inchiesta diocesana sulla causa di beatificazione e canonizzazione del Servo di Dio Gregorio Agagianian, svoltasi il 28 ottobre 2022, nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Firmato da Alessandra Scotto, il volume reca la prefazione del cardinale Fernando Filoni, e la postfazione di Raphaël Bedros XXI Minassian, patriarca di Cilicia della Chiesa armeno-cattolica. Pubblicato dalla casa editrice Velar, la revisione editoriale è stata curata da Feliciano Innocente.

Figura di spicco del Concilio Vaticano II, Agagianian (1895-1971) fu uno dei moderatori richiesti da Papa Paolo VI e, prima ancora, da Papa Giovanni XXIII per dare forma e preparare i lavori del Concilio Vaticano II, soprattutto per quanto riguarda l’attività missionaria, dato il suo ruolo di prefetto della Congregazione de Propaganda Fide tra il 1960 e il 1970. Anche nel periodo post-conciliare, il cardinale di origine armena si impegnò instancabilmente nell’attuazione delle decisioni prese durante i lavori.

Arricchito da fotografie, riflessioni e testimonianze relative all’attività missionaria di questo discepolo con una forte passione per Cristo, il libro presenta al lettore il modello di un pastore di anime che si è lasciato consumare dal fuoco del Vangelo e dell’amore per Cristo e per il prossimo.

L’opera non è solo una raccolta di preziosi documenti che restituiscono alla memoria il ritratto umano, spirituale e missionario di un pastore che ha vissuto e servito in spirito di autentica santità, ma aiuta anche a comprendere l’intervento divino nel mondo, come diceva lo stesso cardinale Agagianian: “Dio sa controbilanciare la potenza del male con il peso del bene; la provocazione sfacciata del peccato col sorriso quasi senza apparenze della santità.”

Il futuro porporato conobbe da giovane l’orrore dello Metz Yeghern, il “Grande Male”, nome dato al genocidio contro gli armeni del 1915 e promise che non avrebbe mai abbandonato il suo popolo e che avrebbe cercato di fare il massimo bene. Una promessa che consola quando molti armeni hanno nuovamente assaporato il dramma e l’amarezza dell’esodo, con oltre 40 mila famiglie sfollate a causa del conflitto nella regione del Caucaso. Agagianian aveva intuito che per riunire nuovamente il popolo disperso dopo il Grande Male del 1915 occorreva costruire chiese e monasteri attorno ai quali raccogliere gli armeni sfollati. Nello stesso spirito, l’attuale Patriarca di Cilicia della Chiesa armena cattolica, Minassian, ha chiesto la protezione dei monasteri e dei luoghi di culto armeni nella regione del Caucaso mediriodnale, chiedendo che vengano rispettati e protetti.

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Carta d’Armenia: una finestra sulle tradizioni e profumi di un’antica cultura (Toscanaoggi 07.12.23)

La Carta d’Armenia, più di un semplice oggetto di uso quotidiano, è una porta aperta sulle tradizioni, i riti e le pratiche di un popolo antico. La Carta d’Armenia Papier D’Armenie è un prodotto che ha radici profonde nella storia e nella cultura armena. Si tratta di una carta sottile, impregnata di essenze naturali, principalmente di benzoino, che quando bruciata emana un profumo caratteristico e avvolgente. Questa tradizione risale a secoli fa, quando i monaci armeni utilizzavano la resina di benzoino per le sue proprietà aromatiche e purificanti. La Carta d’Armenia era usata nelle chiese come mezzo per creare un’atmosfera di sacralità e per purificare l’aria dagli odori. Il suo uso si è poi diffuso tra la popolazione, diventando parte integrante delle abitudini quotidiane e delle pratiche religiose.

Come si fa la Carta d’Armenia

La produzione della Carta d’Armenia è rimasta fedele alla sua ricetta originale, testimoniando un legame indissolubile con la tradizione. La carta viene immersa in una soluzione in cui il benzoino, estratto dagli alberi del genere Styrax, è il protagonista. Questa resina viene miscelata con altre essenze naturali, seguendo una procedura che è stata perfezionata e tramandata nel corso dei secoli. Il risultato è un prodotto che non solo possiede un aroma unico e riconoscibile, ma che è anche un pezzo di storia vivente, un legame tangibile con il passato.

Come si utilizza

L’uso della Carta d’Armenia non si limita alla sola profumazione degli ambienti. Nella cultura armena, questo prodotto aveva un ruolo centrale in vari aspetti della vita quotidiana e religiosa. Bruciare la Carta d’Armenia era considerato un atto di purificazione e protezione, in grado di allontanare le energie negative e di creare un ambiente sereno e sacro. Era utilizzata anche in occasioni speciali, come durante le festività e le celebrazioni, per invocare benedizioni e per onorare le tradizioni.

La Carta d’Armenia nel contesto moderno

Nell’epoca contemporanea, la Carta d’Armenia ha acquisito nuove valenze e significati. È diventata un elemento di design e un oggetto di culto per gli amanti delle fragranze naturali. Il suo utilizzo si è esteso ben oltre i confini dell’Armenia, raggiungendo un pubblico internazionale. La Carta d’Armenia rappresenta oggi un esempio di come un prodotto tradizionale possa trovare nuova vita e rilevanza in un contesto moderno, mantenendo intatta la sua autenticità e la sua storia.

Un simbolo di identità e memoria

La Carta d’Armenia oggi non è solo un prodotto di nicchia apprezzato per le sue qualità aromatiche, ma è diventata un simbolo culturale e di identità. Rappresenta una connessione vivida con un passato ricco e complesso, mantenendo vive le memorie e le tradizioni di un popolo. Attraverso la sua diffusione, la Carta d’Armenia contribuisce a raccontare la storia armena a un pubblico globale, fungendo da ambasciatrice culturale e promuovendo il dialogo e la comprensione tra diverse culture.

La storia e l’evoluzione della Carta d’Armenia offrono un esempio illuminante di come le tradizioni possano attraversare i secoli, adattandosi e rinnovandosi. Questo prodotto, nato da una necessità pratica e spirituale, è diventato un elemento di connessione tra generazioni, un simbolo di continuità culturale. La sua persistenza nel tempo ci ricorda l’importanza di preservare le nostre radici e tradizioni, valorizzandole come parte integrante del nostro patrimonio culturale. In un mondo in rapida evoluzione, la Carta d’Armenia ci insegna che il passato non è qualcosa da lasciare alle spalle, ma una fondamentale risorsa da cui attingere per costruire il nostro futuro.

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Cinque nuovi itinerari in Turchia per scoprire le origini della fede (Vaticannews 06.12.23)

Marina Tomarro – Città del Vaticano

Dalla splendida Istanbul, per conoscere le testimonianze dell’antica Costantinopoli, alle chiese rupestri, e le città sotterranee della Cappadocia. Da Myra, per ricordare il vescovo San Nicola, fino al Nordest della Turchia Anatolica, dove si trovano il Lago di Van, il Monte Ararat e le memorie della fede della chiesa armena. E infine Trebisonda per ricordare don Andrea Santoro, sacerdote della Diocesi di Roma. Sono cinque i percorsi proposti per scoprire la Turchia, nuovo itinerario di viaggio dell’Opera Romana Pellegrinaggi, presentato questa mattina presso il Seminario Romano Maggiore a Roma.

Una terra che ripercorre la storia della Chiesa

“La Turchia è un luogo molto ricco per la spiritualità cristiana – spiega monsignor Remo Chiavarini, amministratore delegato dell’Opera Romana Pellegrinaggi – è la terra dell’apostolo Paolo, li troviamo le lettere dell’Apocalisse di Giovanni che visse in quei luoghi con la Vergine Maria, ma anche  le comunità eremitiche in Cappadocia e i Padri della Chiesa come Basilio, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazianzo, fino ai primi otto Concili ecumenici convocati tra Nicea, Efeso, Calcedonia e l’antica Costantinopoli. Abbiamo dovuto creare differenti itinerari perché questo Paese è molto grande e un solo viaggio non sarebbe stato sufficiente!”.

Ascolta l’intervista a monsignor Remo Chiavarini
I Camini delle Fate in Cappadocia
I Camini delle Fate in Cappadocia

Il culto di San Nicola

Itinerari creati non solo per scoprire la bellezza di un territorio antico ma anche per conoscere quelle memorie della fede custodite tra le rovine. Come nel caso dei recenti scavi e lavori di ripristino della chiesa bizantina di San Nicola a Myra, tornata finalmente ad accogliere i visitatori di tutto il mondo. “È stato riportato alla luce – sottolinea Ebru Fatma Findik, docente all’Università Mustafa Kemal di Hatay – parte del pavimento originale, un notevole affresco raffigurante Cristo benedicente e, soprattutto, un sarcofago vuoto collocato in una nicchia laterale recante delle iscrizioni in greco, che ha certamente custodito il corpo del Santo, prima della traslazione delle reliquie in Puglia, attualmente custodite nella basilica di San Nicola a Bari”.

Un viaggio per capire meglio la nostra fede

Questi percorsi nascono in collaborazione con l’Ufficio Cultura ed informazioni dell’Ambasciata di Turchia – Ufficio Cultura e Informazioni. “Nei nostri viaggi – continua monsignor Chiavarini – la figura tra pellegrino e viaggiatore diventa unica, perché possono essere tante le ragioni che spingono ad intraprendere un cammino. Noi cristiani poi siamo proprio invitati a metterci in movimento e ad andare per il mondo. Questi luoghi ci riportano poi anche alle storie della Bibbia, e quindi anche il più laico tra i viaggiatori alla fine si deve mettere a confronto con una dimensione religiosa. Non dimentichiamo che nei primi secoli era proprio li il cuore pulsante della vita e delle comunità cristiane, e i segni che sono stati lasciati interrogano le popolazioni di quei luoghi, e questo può aiutare anche il dialogo tra fedi differenti”.

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Cosa resta del Nagorno Karabakh (Osservatorio Balcani e Caucaso 06.12.23)

Dopo la guerra lampo di settembre, che ha decretato la fine del Nagorno Karabakh armeno e secessionista, l’amministrazione di uno stato che oggi non esiste si è spostata in massa in Armenia. Il futuro di questa struttura politica resta oggi senza prospettive certe

06/12/2023 –  Marilisa Lorusso

Un’istantanea del Nagorno Karabakh al momento dell’attacco del 19 settembre 2023: eroso territorialmente, con ancora poco più di 100mila residenti, sotto blocco da circa dieci mesi, con le truppe azere che andavano ammassandosi lungo i confini. Il 2 settembre si era celebrato l’anniversario dell’indipendenza da Baku, e in quella occasione il primo ministro armeno Nikol Pashinyan aveva mandato le sue congratulazioni, cosa che ora Baku ricorda sistematicamente a dimostrazione della mancata buona fede negoziale di Yerevan. Fra le cause dichiarate da Baku per giustificare l’intervento contro i secessionisti del Nagorno Karabakh vengono enumerate le numerose controversie politiche e territoriali, e il sostegno di Yerevan a Stepanakert affinché rimanessero irrisolte.

Il 9 settembre 22 deputati karabakhi avevano votato a favore di un nuovo presidente, Samvel Shahramanyan, con elezioni anticipate. Nel suo discorso inaugurale, Shahramanyan si era ripromesso di rinforzare la statualità del Karabakh, realizzare il diritto all’autodeterminazione, e cercare di far garantire un certo status alla regione secessionista, e che riteneva un imperativo preservare l’Artsakh armeno e passarlo alle future generazioni  . A Yerevan Pashinyan veniva criticato per non aver mandato le congratulazioni al nuovo presidente karabakho. In un’intervista a una settimana dall’attacco, Pashinyan aveva commentato  : “Penso che la situazione sia tale per cui non c’è molto da congratularsi. Su Shahramanyan grava una grande responsabilità”.

Il 20 settembre toccherà proprio a Shahramanyan accettare la resa, e di fatto decretare la scomparsa del Nagorno Karabakh come entità politico territoriale. I protagonisti politici di questi trenta anni di vita secessionista del paese avranno poi sorti differenti: qualcuno verrà intercettato ed arrestato durante la fuga dal Karabakh, altri, come Shahramanyan raggiungeranno Yerevan e si insedieranno con quanto rimasto dell’amministrazione pubblica karabakha nella capitale armena. È Yerevan a farsi carico dei bisogni di questi esuli, nella misura in cui riesce, incluso il pagamento delle pensioni.

Un governo non riconosciuto internazionalmente, e senza più un territorio, con i più di 100mila karabakhi in via di integrazione nel tessuto sociale, economico e previdenziale armeno: questa la nuova istantanea del Karabakh come entità politica post-settembre 2023.

Che fare?

Cosa fare quindi di questa struttura statuale, ora che oltre alla mancata legittimità internazionale si svuota sempre più anche di una legittimità amministrativa, funzionale, e certo territoriale? La questione del Karabakh politico, sopravvissuto a quello territoriale, rischia di diventare un grosso grattacapo per Yerevan, che lo ospita, senza incontrarlo né riconoscerlo, con la spada di Damocle dell’accusa di Baku di legittimare posizioni irredentiste.

A metà ottobre, una volta che praticamente l’intera popolazione karabakha si trovava già in Armenia, i rappresentanti eletti del Karabakh hanno cominciato a interrogarsi ed avanzare proposte sul futuro e sul loro ruolo. Il 28 settembre Shahramanyan ha firmato un decreto che prevede lo scioglimento di tutti gli organi di governo e le istituzioni del Nagorno Karabakh  , ma secondo alcuni deputati il provvedimento è anticostituzionale, poiché nessuno può sciogliere il parlamento, solo il parlamento può sciogliere se stesso, cosa che non è accaduta. Quindi sarebbe dovuta essere convocata un’assemblea straordinaria per stabilire come dare continuità alla Repubblica dell’Artsakh  .

È stata avanzata la proposta di dar vita a un governo provvisorio in esilio. La proposta è stata subito identificata da Yerevan e da alcuni deputati come altamente destabilizzante. Da parte karabakha è stato fatto notare che tale misura rischia di far saltare ogni accordo con Baku, mentre sarebbe necessario dare nuovo slancio ai negoziati, cercare di recuperare al tavolo diplomatico dei punti che si sono persi nel campo di battaglia.

Anche Yerevan ha alzato gli scudi contro l’ipotesi della nascita di un governo provvisorio. Il presidente dell’Assemblea Nazionale armena si è così espresso  : “Abbiamo un grosso problema con gli armeni dell’Artsakh. Non vedo quale potrebbe essere l’obiettivo […] nel preservare e sviluppare istituzioni statali qui: questo rappresenterebbe una minaccia diretta e un colpo alla sicurezza nazionale della Repubblica di Armenia.”

L’agonia

È una agonia turbolenta e sofferta quella dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno Karabakh. Di fronte alle accuse di brogli e illeciti,  il 19 ottobre Shahramanyan ha sciolto anticipatamente tutta la pubblica amministrazione. Il giorno seguente decine di manifestanti si sono presentati davanti all’ex sede della rappresentanza del Nagorno Karabakh in Armenia, divenuta sede del governo in esilio in attesa di scioglimento. Ci sono stati scontri, e Shahramanyan ha incontrato i manifestanti che ha così apostrofato  : “Sono responsabile di tutti i miei passi e decisioni di fronte a tutti voi. Ma abbiamo un’altra patria, l’Armenia, il cui destino non abbiamo il diritto di mettere in pericolo. Ciò che sta accadendo qui rende la nostra situazione ancora peggiore. Ho molte cose da dirvi, ma ciò che devo dire è carico di una grande minaccia per il futuro destino sia dell’Armenia che dell’Artsakh.”

Ci sono stati degli arresti, e Shahramanyan si è impegnato a fare chiarezza. Ha quindi rilasciato una complessa intervista  , nella quale ha raccontato i retroscena dell’agonia del Karabakh: i negoziati con l’Azerbaijan il giorno dell’attacco sono durati dodici ore, con uno scambio di documenti che sono stati discussi in un gabinetto di sicurezza allargato, inclusi gli ex presidenti karabakhi, che peraltro ora si trovano nelle carceri di Baku.

Shahramanyan ha chiarito che il riferimento nel documento di resa alla presenza di forze armate dell’Armenia in Karabakh è stato inserito da Baku e non approvato da Stepanakert. La scelta di consegnare le armi, invece di cederle all’Armenia, era senza alternative, perché la creazione del checkpoint a Lachin avrebbe reso il trasferimento impossibile. L’accordo prevede che le armi consegnate ai russi vengano poi distrutte, mentre al personale militare secessionista è stato consentito di evacuare il Karabakh.

Questo spiegherebbe l’approccio selettivo esercitato da Baku negli arresti a conflitto finito. Shahramanyan ha chiarito di aver abbandonato il Karabakh in elicottero con il ministro della Difesa e altro personale delle forze di sicurezza.

La priorità per questa amministrazione in esilio sarebbe comunque tenere aperto uno spiraglio negoziale per garantire i rientri, forte del fatto che anche la comunità internazionale non pare rassegnata a questa sinistra “alternanza etnica” nel territorio del Karabakh. Per trent’anni ci sono stati gli armeni ma non gli azeri, ora vice versa. I rientri e la coabitazione pacifica sarebbero la vera parola fine a una catena ad oggi infinita di sanguinosi contenziosi.

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Suggerimento per i regali di Natale e Capodanno. Una biografia di Yeghiste Charents e due antologie delle sue poesie, gioielli della cultura armena (Korazym 06.12.23)

Korazym.org/Blog dell’Editore, 06.12.2023 – Vik van Brantegem] – I tre libri che vi suggeriamo di seguito, sono ideali non solo come un pensiero di Natale e Capodanno, ma anche come fattivo contributo al rafforzamento dei legami culturali e spirituali tra Armenia e Italia, oltre che per il personale arricchimento poetico. Il primo libro è un’esauriente biografia del grande poeta armeno Yeghishe Charents, la prima in lingua italiana, dal titolo Vita inquieta di un poeta. Gli altri due libri sono delle antologie di sue poesie in edizione bilingue (armeno e italiano), rispettivamente dal 1911 al 1922 e dal 1922 al 1937: il primo intitolato Io della mia dolce Armenia e il secondo E l’alba si tramutò in tramonto.

«Quei lumi che un tempo io dentro m’accesi
per tenere lontano il terrore, oggi ancora mi danno
un minuscolo raggio di speme
una piccola luce d’orgoglio
»
(Yeghishe Charents, Frammento, 1937).

Yeghishe Charents (Kars, 13 marzo 1897-Yrevan, 27 novembre 1937) è stato un uomo, un poeta, uno scrittore, un patriota e un attivista politico armeno che ha vissuto pienamente, in un periodo storico buio, le sue speranze e fragilità, le sue illusioni e delusioni.

Figura di primo piano del XX secolo, anche al di là dell’ambito nazionale armeno, la sua opera multiforme fu dedicata alle sue esperienze di combattente volontario durante gli anni del genocidio armeno, alla rivoluzione socialista, alla storia ed ai miti della tradizione armena.

Comunista della primissima ora, aderì al partito bolscevico, ma con l’instaurarsi del terrore staliniano negli anni trenta si allontanò progressivamente dalle posizioni staliniste. Divenuto bersaglio dello stalinismo, venne accusato di “attività controrivoluzionarie e nazionalistiche” ed imprigionato durante le Grandi Purghe staliniane del 1937. Morì nell’ospedale del carcere o forse fu giustiziato in un campo poco fuori Yerevan, all’età di soli 40 anni. Tutti i suoi libri furono proibiti. La giovane amica Regina Ghazarian seppellì e in questo modo mise in salvo molti dei suoi manoscritti. Dopo la morte di Stalin venne riabilitato nel 1954.

Anahit e Arpenik Charents con loro padre Yeghishe Charents, Yerevan, 1936.

La prima moglie di Yeghishe Charents si chiamò Arpenik Ter-Astvadzatryan, morta nel 1927. Nel 1931 sposò Isabella Kodabashyan, dalla quale ebbe due figlie Arpenik e Anahit.

A più di 80 anni dalla sua morte, le opere di Yeghishe Charents suscitano un interesse sempre crescente, anche oltre i confini nazionali, mantenendo tutta l’energia, e la forza del sentimento ma anche zone d’ombra sulla sua vita di uomo e di grande letterato dell’Armenia Sovietica.

In copertina: Vruir Galstian, Ritratto di Yeghishe Charents, 1964.

Yeghishe Charents. Vita inquieta di un poeta di Letizia Leonardi, con la Prefazione dell’attore regista Carlo Verdone (Le Lettere 2022, 220 pagine [QUI]).

Questo racconto della vita di Yeghishe Charents, che è stato pubblicato a 125 anni dalla sua nascita e a più di 80 dalla sua prematura morte, è la testimonianza diretta degli orrori che Charents ha vissuto in prima persona, e che la Prima Guerra Mondiale ha inferto a tutto il popolo armeno. Vittima delle repressioni staliniste, Charents è stato dapprima un rivoluzionario a fianco dei bolscevichi, e poi un anti-rivoluzionario, disilluso da quello stesso partito comunista che aveva inizialmente appoggiato.

La parabola della sua breve vita è ripercorsa, non solo attraverso i fatti della sua breve vita ma anche con le memorie della sua amica più cara Regina Ghazarian, le lettere che Charents scriveva ai suoi colleghi scrittori, i luoghi dove lui ha vissuto, curiosità ed episodi particolari che gli amici del poeta e lo stesso Charents raccontavano, che mostrano il temperamento di uno dei più grandi esponenti della letteratura armena di tutti i tempi.

All’interno del testo alcune poesie tradotte dallo storico e critico letterario Prof. Mario Verdone e di altri studiosi, nonché immagini della Casa Museo Yeghishe Charents di Yerevan, foto che ritraggono il poeta e altre scattate dal marito dell’autrice, Paolo Volpini sui luoghi dove lo scrittore è vissuto.

L’autrice Letizia Leonardi è giornalista professionista, ha lavorato per testate come Il Tempo e Il Messaggero. Ha pubblicato e pubblica contributi sulla cultura armena su riviste e volumi. Ha tradotto dal francese Mayrig di Henri Verneuil e Nella notte di Inga Nalbandian. È coautrice del libro Destino Imperfetto, che racconta la storia di un figlio della diaspora. Ha ricevuto il Premio Internazionale Giornalistico e Letterario Marzani 2019 per il suo costante contributo all’affermazione dei valori di indipendenza e libertà dell’informazione.

«Un interessantissimo saggio biografico ben documentato e molto puntiglioso, con note bibliografiche e a piè pagine di grande interesse che grazie ad una scrittura scorrevole si legge quasi come un romanzo. La grande peculiarità di questo libro è che non si limita alla sola biografia del poeta Charents e la sua complessa personalità, ma descrive con dovizia e puntigliosità nelle pagine finali del libro, la disagiata vita e le insofferenze del poeta; in particolare verso la censura e le pesanti interferenze del regime sovietico con un’analisi del pensiero sofferto del poeta verso i fatti e tragici momenti vissuti dal popolo armeno durante la sua travagliata storia in generale, e durante il regime dittatoriale dell’ex Unione Sovietico e la devastante periodo staliniano nell’allora Armenia Sovietica in particolare. L’autrice Letizia Leonardi, in questo libro grazie ad una stesura che scorre fluida con chiarezza, semplicità assolutamente non didascalica e con testimonianze meticolosamente documentate, coinvolge il lettore e fa scoprire una cronologia storica culturale degli avvenimenti che hanno segnato la vita di Yeghishe Charents, la sua poesia e il suo pensiero letterario e politico fino alla sua prematura e tragica scomparsa avvenuta in circostanze misteriose. In conclusione il lavoro dell’autrice Leonardi, è una degna memoria del poeta Charents consigliata a tutti gli appassionati di storia e pensiero letterario (H.M.).

In copertina: Hatik Poghosyan, Ritratto di Yeghishe Charents, 1965, mosaico. Casa Museo di Yeghishe Charents, Yerevan.

Io della mia dolce Armenia. Antologia delle opere poetiche (1911–1922) di Yeghishe Charents a cura di Naira Ghazaryan, con la Nota introduttiva dell’Ambasciatore dell’Armenia in Italia Tsovinar Hambardzumyan, la Nota biografica della Dott.ssa Letizia Leonardi, la Prefazione del Prof. Stefano Garzonio e materiale fotografico concesso dalla Casa Museo di Yeghishe Charents di Yerevan (Leonida 2022, 384 pagine, edizione italiana con testo armeno a fronte [QUI]. Traduzioni a cura di Mariam Eremian, Grigor Ghazaryan, Alfonso Pompella, Anush Torunyan, Hasmik Vardanyan, Prof. Mario Verdone e Padre Boghos Levon Zekiyan.

Nel 30° anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Italia, la Leonida Edizioni e l’Ambasciata della Repubblica Di Armenia in Italia rafforzano il ponte culturale tramite la figura del poeta Yeghishe Charents.

Con questa iniziativa, oltre che festeggiare il 125° anniversario della nascita del grande poeta armeno, si ha consegnato al pubblico italiano uno straordinario lavoro che permette di conoscere in modo approfondito la figura di un personaggio tempestoso.

In copertina: Hatik Poghosyan, Ritratto di Yeghishe Charents, 1965, mosaico. Casa Museo di Yeghishe Charents, Yerevan.

E l’alba si tramutò in tramonto. Antologia delle opere poetiche (1922–1937) di Yeghishe Charents a cura di Naira Ghazaryan, con la Nota biografica a cura di Anahit Charents, che presenta in prima persona gli ultimi anni della vita e dell’opera di suo padre (Leonida 2023, 488 pagine, edizione italiana con testo armeno a fronte [QUI]). Traduzioni a cura dei studiosi Mariam Eremian, Grigor Ghazaryan, Alfonso Pompella, Anush Torunyan e Prof. Mario Verdone.

In occasione del 30° anniversario dell’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Italia e del 125° anniversario della nascita del grande poeta armeno Yeghishe Charents, la Leonida Edizioni e l’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia continuano a rafforzare il ponte culturale attraverso un ampio progetto editoriale di traduzione in italiano delle opere del grande poeta. Questo secondo volume permette di conoscere in modo ancora più approfondito l’ineguagliabile figura di Charents.

Foto di copertina: Yeghishe Charents ritratto da Avo Gharibian.

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Un cambiamento geopolitico nel sud del Caucaso (Eastjournal 06.12.23)

Gli equilibri e gli schemi geopolitici nel sud del Caucaso sono completamente saltati. Tutto questo potrebbe produrre un ribaltamento geopolitico, che vedrebbe l’Armenia, paese notoriamente filorusso, allontanarsi da Mosca e rompere con quest’ultima, mentre l’Azerbaigian, paese che godeva di ottimi rapporti economici con l’Occidente, si avvicinerebbe alla Russia di Putin.

Cambio di rotta armeno dopo il Nagorno-Karabakh

Dopo l’attacco di Baku nell’autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh del 16 settembre e a seguito del disastroso esodo che ha visto la quasi totalità della popolazione armena del Karabakh scappare verso l’Armenia, pare che il primo ministro Nikol Pashinyan “abbia colto l’occasione” per cambiare definitivamente rotta.

I legami tra Mosca e Yerevan si erano già deteriorati in passato a seguito di alcuni segnali da parte del governo armeno di un avvicinamento verso l’Occidente. Giunti alla guerra in Artsakh (questo il nome armeno del Nagorno-Karabakh), sono emerse le reciproche accuse e i rancori passati. Yerevan, da un lato, accusa la Russia di non aver fatto niente, nonostante il proprio ruolo da attore di peacekeeping nel Karabakh, e rimprovera Mosca per la mancata protezione – sebbene l’Armenia fosse partner del CSTO (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) e quindi secondo le regole di questo trattato necessitasse protezione. Dall’altro lato, invece, il governo russo accusa l’Armenia di “rendersi schiava” dell’occidente e di abbandonare così la Russia. Questi avvenimenti hanno rappresentato un fattore importante per la “svolta” armena.

Il governo del piccolo stato post sovietico ha deciso infatti di intensificare i rapporti con l’Unione europea e gli Stati Uniti e, dopo l’emergenza profughi in Armenia, sono stati inviati a Yerevan ingenti somme di fondi da diversi paesi occidentali per far fronte ai problemi di gestione dei 100.000 esodati del Karabakh. Sono inoltre aumentati gli aiuti militari, soprattutto da parte della Francia, e il senato USA ha adottato un atto dal valore storico, l’“Armenian Protection Act”, proposta di legge che sospende tutti gli aiuti militari all’Azerbaigian e interrompe l’assistenza economica per le annate 2024 e 2025. Questo, ovviamente, ha fatto infuriare l’Azerbaigian, che ha iniziato ad alzare la voce contro la maggior parte dei suoi partner occidentali.

Un’inaspettata sorpresa

L’avvicinamento al blocco occidentale arriva malgrado subito dopo l’attacco azero nel Karabakh l’Armenia si trovasse in una condizione molto precaria e preoccupante – in primis dal punto di vista dell’emergenza profughi; in secondo luogo per il totale diniego da parte russa, alleato storico, di qualsivoglia aiuto e sostegno. Inoltre c’erano anche grossi timori che Baku potesse attaccare anche il sud del paese, visto l’interesse geostrategico di Aliyev per quella zona – dove si trova il corridoio di Zangezur, collegamento diretto con l’exclave del Nakhicevan e quindi con la Turchia.

Eppure, nonostante tutto ciò, pare in realtà che in un momento così drammatico l’Armenia abbia trovato una via – o quantomeno, è pacifico affermare che in una situazione di totale incertezza o di previsioni future non rosee, il paese abbia forse trovato una soluzione alternativa e inaspettata in un contesto dove sono saltati molti schemi delle relazioni internazionali.

Intanto anche il vicino Azerbaigian dovrà affrontare parecchi problemi.

Il presidente Ilham Aliyev e i membri del suo governo hanno fortemente protestato contro vari governi occidentali, in particolare contro quello statunitense e quello francese, accusati di invadere gli spazi di competenza locali e di armare e sostenere gli “occupatori e mattatori armeni”. Questo ha indotto ad un ripensamento delle relazioni dei paesi europei e degli USA con l’Azerbaigian. Questi stanno infatti valutando sempre più concretamente, nonostante i passati buoni rapporti economici con Baku, specialmente per via del gas, di imporre delle sanzioni al paese del Caucaso meridionale.

Un futuro molto incerto

In questo scenario convulso, l’Azerbaigian rischia di compromettere molto i suoi rapporti col mondo occidentale (alcuni dei quali già abbastanza compromessi). Al tempo stesso, invece, l’Armenia li sta intensificando e sta ricevendo molte attenzioni e aiuti di tipo economico e militare.

A Baku il clima è bollente e nei giorni scorsi la polizia ha fatto un raid negli uffici di AbzasMedia (un giornale indipendente azero) e ha arrestato il direttore. Nei giorni successivi sono stati arrestati anche 4 lavoratori del giornale. Di recente, poi, è stato arrestato anche il fondatore di “Kanal 13”, un canale televisivo indipendente online, e ora potrebbe rischiare fino a tre anni di carcere con l’accusa di aver costruito illegalmente una casa. Baku accusa di nuovo Stati Uniti, Francia e anche la Germania di finanziare AbzasMedia.

Se dunque da un lato c’è un paese come l’Armenia, che sarà in parte da “ricostruire” dopo l’arrivo dei connazionali profughi – e dopo lo shock psicologico per quanto avvenuto in Karabakh che lascia paure profonde per il suo futuro per la questione dei confini – dall’altro c’è un paese che, seppur più forte economicamente e militarmente, e reduce da una vittoria, rischia di trovarsi più isolato nello scacchiere internazionale.

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Polonia: domenica si celebra la Giornata della preghiera e dell’aiuto materiale per la Chiesa dell’Est. Il ringraziamento del Papa (SIR 06.12.23)

“Questa domenica in Polonia si celebrerà la Giornata della preghiera e dell’aiuto materiale per la Chiesa dell’Est. Ringrazio tutti coloro che sostengono con le loro preghiere e le loro offerte la Chiesa in quei territori, specialmente nella martoriata Ucraina”. Lo ha detto Papa Francesco al termine dell’odierna udienza generale, benedicendo l’iniziativa dell’episcopato polacco attiva da ben 24 anni. “In collaborazione con diversi enti, comunità e grazie a donatori individuali riusciamo ad organizzare numerosi invii di aiuti umanitari e sostenere coloro che hanno deciso di stabilirsi in Polonia”, recita il comunicato ufficiale del Gruppo di sostegno alla Chiesa nell’Est. Il comunicato precisa che “gli aiuti, tramite le parrocchie, congregazioni religiose o enti come la Caritas Spes Ucraina vengono indirizzati soprattutto alle persone che risiedono su territori più colpiti dagli effetti di guerre”. Il Gruppo, inoltre, sostiene anche la popolazione armena in fuga dal Nagorno Karabakh, le comunità cattoliche in Bielorussia, dove spesso i sacerdoti cattolici vengono impossibilitati a svolgere la loro missione, ma anche gli abitanti di altre parti del mondo colpite da conflitti. In Armenia, il Gruppo nel corso dell’anno ha contribuito alla ricostruzione delle abitazioni necessarie per i profughi. Ha anche organizzato delle vacanze estive per i bambini di Ucraina, Bielorussia, Georgia, Uzbekistan, Kazakhistan e Siberia e ha contribuito al sostentamento dei centri doposcuola, degli orfanotrofi, delle case per anziani e per madri sole, i rifugi per i poveri nonché le mense, dove le religiose e religiosi provvedono a fornire un piatto caldo ai bambini, anziani e ai più poveri. Tutto ciò è possibile anche grazie alla raccolta fondi organizzata in tutte le parrocchie della Polonia proprio nella 2° domenica dell’Avvento. Il segretario dell’episcopato polacco, mons. Artur Mizinski, presentando quest’ anno i risultati del Gruppo e i piani per il futuro, ha ricordato che “dalla partecipazione alla vita della Chiesa scaturisce l’amore fraterno che richiede una sollecitudine reciproca” e ha aggiunto che “il sostegno reciproco, il sostegno alle Chiese che professano la fede in Gesù Cristo e ad altri non conosce limiti” poiché “l’aiuto viene fornito non solo in ragione dell’appartenenza religiosa o ad una Chiesa ma viene offerto ad ogni essere umano nel bisogno”.

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Problemi e prospettive della CSTO nel contesto dell’esito della presidenza della Repubblica di Bielorussia (Opinione Pubblica 06.12.23)

di Aleksandr Shpakovsky e Aleksandr Grinevich

 

Il 23 novembre 2023, Minsk ha ospitato una sessione del Consiglio di Sicurezza Collettiva (CSC) dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) con la partecipazione dei leader degli Stati (ad eccezione dell’Armenia) membri di questa alleanza. L’evento ha di fatto tracciato la linea finale sotto la presidenza della Repubblica di Bielorussia, che è stata in carica per tutto l’anno in corso. Per valutare i risultati della cadenza bielorussa, sembra opportuno analizzare i risultati del vertice nel contesto della situazione militare e politica osservata nell’area di responsabilità della CSTO nel periodo 2023, nonché gli obiettivi e le finalità che sono stati espressi dalla Minsk ufficiale alla posizione iniziale nel quadro del Piano d’azione nazionale sui settori prioritari della CSTO.

“Crescente coesione” e minaccia di disintegrazione

A questo proposito, va ricordato che la presidenza della Repubblica di Bielorussia nell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva nel 2023 si è svolta secondo il motto annunciato dal presidente Alexander Lukashenko: “Attraverso la solidarietà e la cooperazione alla pace e alla sicurezza”. Allo stesso tempo, la Bielorussia ha guidato la CSTO in un momento di grave crisi sistemica nelle relazioni internazionali, caratterizzata da un aggravamento senza precedenti della situazione militare e politica nel continente eurasiatico e da un’ulteriore polarizzazione degli approcci alle questioni del nuovo ordine mondiale, dall’approfondimento del confronto e dal crescente potenziale di conflitto tra i centri di potere mondiali. Pertanto, nella situazione emergente, Minsk ha determinato il suo compito principale come presidenza. Sul circuito interno, si tratta di aumentare la coesione degli Stati membri della CSTO.

Anche al vertice di Erevan del novembre 2022, Alexander Lukashenko ha sottolineato che “la CSTO è esposta a varie sfide e minacce, sia di natura transnazionale che legate alle contraddizioni interstatali”. [1] Questo si riferiva non solo alle profonde divergenze tra i Paesi del blocco e l’Armenia su questioni legate al conflitto armeno-azero, ma anche ai disaccordi tra Tagikistan e Kirghizistan, che sono degenerati in scontri armati al confine. Ai suddetti problemi interni si sono aggiunte le sfide esterne, come il conflitto in Ucraina, la crescente militarizzazione del fianco orientale della NATO, l’instabilità in Afghanistan, la pressione sanzionatoria dell’Occidente collettivo su Bielorussia e Russia, nonché i tentativi di Stati Uniti, UE, Francia e Regno Unito di espandere le proprie posizioni nell’area di responsabilità della CSTO. Un elemento importante dell’attuale situazione operativa è il fatto che gli avversari geopolitici della Russia non nascondono i loro obiettivi di decomposizione dei progetti di integrazione di Mosca, compresa la CSTO, per i quali utilizzano un ampio arsenale di strumenti economici, politici, diplomatici e di intelligence militare.

Alla luce di queste circostanze, va notato che durante il processo negoziale tra Kirghizistan e Tagikistan è stato possibile evitare un’escalation di contraddizioni e raggiungere una soluzione di compromesso sulla questione della delimitazione dei confini. In particolare, il 2 ottobre 2023 si è tenuta a Batken (Kirghizistan) una regolare riunione congiunta delle delegazioni governative della Repubblica del Tagikistan e della Repubblica del Kirghizistan sulla delimitazione e demarcazione del confine di Stato tagico-kirghiso. È da notare che i gruppi di negoziazione nazionali su questo tema sono guidati dai capi dei servizi speciali – il presidente del GKNB della Repubblica del Tagikistan S.S. Yatimov e il vice primo ministro, presidente del GKNB della Repubblica del Kirghizistan K.K. Tashiev. Secondo il testo del messaggio ufficiale del Ministero degli Affari Esteri del Tagikistan, l’incontro si è svolto in un’atmosfera di amicizia e comprensione reciproca, “è stata sottolineata la necessità di rafforzare l’amicizia, la comprensione reciproca e la fiducia tra le regioni di confine, nonché la continuazione del lavoro attivo sulla cooperazione tra le regioni e i distretti di confine dei due Stati”. Allo stesso tempo, è stato firmato un protocollo finale sui risultati dei negoziati, che ha registrato gli accordi raggiunti e ha dato ulteriori istruzioni ai gruppi di lavoro sulla descrizione della linea di progetto del confine di Stato tra Tagikistan e Kirghizistan.

Sembra importante sottolineare che per tutto il 2023 la CSTO e gli Stati del blocco hanno fornito tutta l’assistenza possibile al processo di risoluzione pacifica e reciprocamente vantaggiosa delle divergenze kirghiso-tagike. In questo modo, Bishkek e Dushanbe hanno dimostrato buona volontà nel raggiungere accordi su questioni controverse, ed entrambi gli Stati hanno partecipato attivamente ai lavori della CSTO e condotto negoziati costruttivi in formato bilaterale. Di conseguenza, è stato possibile prevenire uno scenario sfavorevole nell’evoluzione della situazione e creare prerequisiti sostenibili per risolvere i problemi esistenti. Durante il vertice CSTO di Minsk, i leader di Kirghizistan e Tagikistan hanno dimostrato il loro impegno verso il principio della coesione dell’Organizzazione e l’unità dei loro approcci alle principali questioni di politica estera.

Allo stesso tempo, il Primo Ministro armeno N.V. Pashinyan era assente all’incontro nella capitale bielorussa e, in una conversazione telefonica con il Presidente della Bielorussia del 14 novembre 2023, ha comunicato il suo rifiuto a partecipare all’evento. Queste azioni di Yerevan alla vigilia del vertice CSTO sembravano ambigue, ma sono state percepite in modo piuttosto tranquillo dagli alleati del blocco. L’addetto stampa del leader bielorusso, N.N. Eismont, ha dichiarato che Lukashenko ha “trattato con calma” la posizione del primo ministro armeno, ma ha esortato Pashinyan “a non avere fretta, a non prendere decisioni affrettate, ma a considerare seriamente i prossimi passi che potrebbero essere finalizzati alla disintegrazione.” [Una risposta pragmatica alle azioni della leadership armena è arrivata anche dal Cremlino, che ha “espresso rammarico” per la decisione di Erevan di rifiutare di “controllare il tempo” con i suoi alleati. A sua volta, il Segretario Generale della CSTO Imangali Tasmagambetov ha sottolineato, al termine del vertice di Minsk, che “il lavoro della parte armena nell’organizzazione continua, i contatti multilaterali di Erevan all’interno della CSTO sono portati avanti in modo operativo, l’Armenia è stata e rimane un nostro alleato”. [3]

In realtà, l’assenza dei rappresentanti armeni non ha avuto un impatto significativo sull’agenda dei negoziati, sul lavoro di approvazione dei documenti rilevanti e sul processo di trasferimento della presidenza dalla Bielorussia al Kazakistan. Allo stesso tempo, il rifiuto di Pashinyan di partecipare alla sessione del Consiglio di Sicurezza Collettiva a Minsk non è diventato un’occasione di scandalo che ha distratto l’attenzione dell’opinione pubblica dal vertice stesso, cosa su cui probabilmente contavano i detrattori della CSTO nella speranza di speculare sulla mancanza di unità del blocco militare.

Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con franchezza che lo stato della cooperazione tra la CSTO e la Yerevan ufficiale solleva alcune preoccupazioni e deve ovviamente essere normalizzato. Le contraddizioni tra la leadership armena e gli Stati del blocco sono iniziate molto prima della presidenza bielorussa e non sono state risolte nel 2023, nonostante gli sforzi politici e diplomatici della Minsk ufficiale. Va notato che la parte armena ha preso le distanze dall’adempimento degli obblighi assunti in seno alla CSTO, rifiutando di partecipare alle attività del blocco e di inviare rappresentanti agli organi direttivi collettivi. Allo stesso tempo, nello spazio informativo sono circolate voci sul ritiro dell’Armenia dall’Organizzazione, alimentate da dichiarazioni ambigue di N. Pashinyan e di persone del suo entourage. Allo stesso tempo, l’Armenia ha dichiarato la necessità di “diversificare la politica di sicurezza”, ha dispiegato una missione di monitoraggio dell’UE sul suo territorio, ha organizzato esercitazioni militari con gli Stati Uniti nel settembre 2023 e ha firmato un accordo di cooperazione militare con Francia e Gran Bretagna.

Valutando le argomentazioni di Yerevan sul rifiuto della CSTO di adempiere ai suoi obblighi di garantire la sicurezza dell’Armenia nel conflitto con l’Azerbaigian, va ricordato che l’organizzazione era pronta a inviare una missione di pace per monitorare la situazione al confine tra Armenia e Azerbaigian, ma questa proposta non è stata sviluppata. Secondo il Segretario Generale della CSTO, Imangali Tasmagambetov, “la parte armena, sebbene tutti gli altri alleati abbiano appoggiato questa decisione, non ha espresso alcun interesse per questo documento e, inoltre, nella parte finale dei nostri lavori ha chiesto di rimuoverlo completamente dall’agenda.” [4]

Allo stesso tempo, l’Armenia rimane un membro del blocco e gli Stati della CSTO rimangono concentrati sullo sviluppo di relazioni di alleanza con i partner armeni. Il Segretario Generale dell’Organizzazione, Imangali Tasmagambetov, ha in programma di informare la leadership armena sui risultati del vertice di Minsk e rimane la possibilità di aderire ai documenti adottati. Allo stesso tempo, i tentativi dell’Occidente di imporre a Erevan il proprio patrocinio sulla sicurezza hanno portato all’approfondimento delle contraddizioni nel Caucaso meridionale, al deterioramento della situazione dell’Armenia e alla creazione di fattori di rischio per gli interessi di Russia e Iran. Un’ulteriore disintegrazione aggraverà ulteriormente la situazione. Allo stesso tempo, ci vogliono due tanghi: la palla è ora nelle mani delle autorità armene, la cui soggettività e volontà determinano in larga misura lo sviluppo della situazione e il futuro destino della statualità armena. A questo proposito, è rilevante il punto di vista di Alexander Lukashenko sulla “questione armena” espresso a margine del vertice di Minsk: “Ci sono sempre state e ci saranno sempre questioni problematiche. Se intendiamo risolverle, dovremmo risolverle al tavolo dei negoziati e non fare richieste senza motivo”. [5] Allo stesso tempo, è ovvio che il mantenimento delle relazioni di alleanza, una discussione onesta sull’intero spettro dei disaccordi esistenti con l’obiettivo di adottare soluzioni comuni reciprocamente vantaggiose sono nell’interesse dell’Armenia stessa, di tutti gli Stati della CSTO e dei Paesi del Transcaucaso.

Contorno esterno: risultati della cooperazione internazionale

Particolare attenzione va prestata all’attuazione dei piani della CSTO sul circuito esterno, dove il compito principale è stato quello di rafforzare il ruolo e il significato del blocco nel sistema delle relazioni internazionali, nonché di allineare in modo completo le attività dell’Organizzazione al contesto della sicurezza regionale e globale.

A tal fine, il 20 giugno 2023, il Presidente della Bielorussia ha incontrato i ministri degli Esteri degli Stati membri della CSTO e si è espresso a favore di un approfondimento dell’interazione della CSTO con le Nazioni Unite e la SCO. Successivamente, Minsk ha ospitato le consultazioni dei viceministri degli Esteri degli Stati membri della CSTO, durante le quali si sono scambiate opinioni sullo sviluppo del dialogo della CSTO con altre strutture internazionali e singoli Paesi. All’inizio di settembre, a Mosca, i rappresentanti degli Stati membri della CSTO hanno tenuto una riunione sull’agenda della 78esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in cui hanno discusso le prospettive di coinvolgimento del potenziale della CSTO nelle attività di mantenimento della pace delle Nazioni Unite e hanno sottolineato l’importanza di una partecipazione effettiva della CSTO agli sforzi di mantenimento della pace a livello globale. Successivamente, il 20 settembre 2023, a margine della 78ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York, la Bielorussia ha ospitato una riunione dei ministri degli Esteri degli Stati membri della CSTO sulla base della sua presidenza.

A seguito di una serie di sforzi politici e diplomatici, il 27 settembre si è tenuta a Pechino una riunione di lavoro dei massimi funzionari amministrativi delle tre principali organizzazioni regionali eurasiatiche – la CSTO, la SCO e la CSI – Imangali Tasmagambetov, Zhang Ming e Ilham Nematov. Durante i colloqui, i partecipanti hanno valutato la situazione della sicurezza nell’area di loro competenza e hanno auspicato lo sviluppo di un’interazione più attiva tra le strutture informative e analitiche delle tre organizzazioni. Allo stesso tempo, è stata prestata particolare attenzione alla cooperazione nella lotta al terrorismo e all’estremismo, al traffico di droga e alla criminalità transfrontaliera. [In sostanza, il passaggio alla combinazione dei potenziali di sicurezza della CSTO, della SCO e della CSI è una decisione logica e reciprocamente vantaggiosa che risponde alle sfide dell’”era del cambiamento”, il periodo di trasformazione dell’ordine mondiale.

Proseguendo nella sua politica di espansione della cooperazione, di sincronizzazione del lavoro delle “fabbriche del pensiero” e di ricerca di soluzioni di compromesso ai problemi esistenti, la Bielorussia ha presentato l’iniziativa di organizzare una conferenza internazionale di alto livello “Sicurezza eurasiatica: realtà e prospettive in un mondo in trasformazione” a Minsk il 26-27 ottobre. L’obiettivo della conferenza è stato quello di discutere le prospettive della sicurezza eurasiatica nel contesto della crisi dell’ordine mondiale esistente, delle croniche contraddizioni politico-militari tra gli attori principali e della quasi totale mancanza di comunicazione tra di essi.

A questo autorevole forum hanno partecipato circa 300 esperti provenienti da 30 Paesi, tra cui rappresentanti di alto livello degli Stati membri della CSTO e della SCO, oltre a numerosi Paesi amici, funzionari dei segretariati dell’ONU, della CSI e di altre organizzazioni internazionali. Alla sessione plenaria di alto livello hanno partecipato i ministri degli Esteri di Bielorussia e Russia Sergei Aleinik e Sergei Lavrov, il ministro degli Esteri dell’Ungheria Peter Szijjarto, il ministro degli Affari governativi dell’Unione del Myanmar Ko Ko Hline, il segretario generale della CSTO Imangali Tasmagambetova, il segretario di Stato dell’Unione degli Stati di Bielorussia e Russia Dmitry Mezentsev. Gli oratori hanno sottolineato la necessità di migliorare l’architettura della sicurezza mondiale, che dovrebbe essere basata sul multilateralismo, sul rispetto della sovranità degli Stati in politica estera e interna e sull’inammissibilità di sanzioni e diktat arbitrari nelle relazioni internazionali.

A nostro avviso, la conferenza ha rafforzato in modo inequivocabile il ruolo e il posto della CSTO nel sistema di sicurezza regionale e globale e ha confermato la capacità della Bielorussia di organizzare eventi internazionali di alto livello volti a trovare soluzioni di compromesso nel processo di transizione al multipolarismo. La posizione sincronizzata degli oratori è diventata un’altra voce nel salvadanaio della maggioranza globale, a testimonianza della volontà incrollabile dell’umanità di costruire un ordine mondiale giusto, che rafforza ulteriormente le posizioni degli Stati che la pensano allo stesso modo nella lotta contro la politica delle sanzioni coercitive unilaterali a livello internazionale. Non c’è dubbio che tali discussioni siano richieste nelle condizioni attuali, motivo per cui l’organizzazione di tali conferenze in Bielorussia dovrebbe essere inserita nel formato annuale e inclusa nella pianificazione delle attività della CSTO e dei ministeri e dipartimenti interessati dei Paesi partecipanti.

Allo stesso tempo, la parte bielorussa è convinta che il rafforzamento della posizione della CSTO sulla scena internazionale sarà facilitato dall’espansione dei partenariati e dall’instaurazione di un dialogo strategico con gli attori globali interessati a tale cooperazione, in primo luogo la Cina. A questo proposito, è degna di nota la dichiarazione rilasciata alla conferenza dall’incaricato d’affari cinese Luo Shisyun, che ha rilevato la convergenza dei concetti di sicurezza della Cina e degli Stati membri della CSTO. “Come importante meccanismo di sicurezza militare nella regione eurasiatica, la CSTO contribuisce attivamente alla sicurezza regionale. Ogni Stato membro della CSTO è un buon amico e un partner affidabile della Cina e mantiene relazioni di amicizia e cooperazione a lungo termine con la RPC”, ha osservato il diplomatico cinese. [7]

In generale, riassumendo i risultati della presidenza bielorussa nel contesto dei compiti definiti sul circuito esterno, sembra possibile affermare che quasi tutti gli obiettivi dichiarati sono stati raggiunti, ad eccezione della creazione di contatti con i partner europei. Tuttavia, in questo caso, è necessario prendere in considerazione la realtà oggettiva della situazione attuale, ovvero l’attenzione dell’Occidente collettivo e delle organizzazioni sotto il suo controllo all’escalation del confronto con la Russia e la Bielorussia, compresa la distruzione dell’unità militare e politica della CSTO, che non permette di contare su un dialogo costruttivo su questo vettore.

Compiti mirati: dall’addestramento al combattimento alla sicurezza informatica

Gli sforzi di Minsk per garantire un lavoro efficace della CSTO nei settori relativamente nuovi della sicurezza biologica e del contrasto alle minacce informatiche, così come nei compiti tradizionali di addestramento al combattimento del personale militare, cooperazione tecnico-militare, protezione delle infrastrutture critiche, soppressione del terrorismo, del traffico di droga, della migrazione illegale e del traffico illecito di armi ed esplosivi, non vanno trascurati.

Va notato che prosegue il lavoro di concertazione nell’ambito dell’operazione regionale “Illegal”, dell’operazione antiterrorismo “Mercenary” e dell’operazione “Proxy” per combattere i crimini nel settore delle tecnologie dell’informazione. L’operazione subregionale antidroga Canal-Araxes, con la partecipazione di agenzie competenti di Cina, Siria e alcuni Stati della CSI, merita particolare attenzione.

Il 13 luglio 2023, Minsk ha ospitato la seconda riunione del Consiglio di coordinamento degli organismi autorizzati degli Stati membri della CSTO sulla sicurezza biologica, che ha portato all’adozione di decisioni specifiche per garantire la sicurezza biologica. [8] Nel settembre 2023, nella capitale bielorussa si è tenuta la riunione di coordinamento dei capi narcologi degli Stati membri della CSTO.

In conformità con il Piano d’azione nazionale per l’attuazione delle aree prioritarie, si è tenuta una riunione del Consiglio del Centro di coordinamento consultivo per la risposta agli incidenti informatici. A livello di esperti, è stata avanzata la proposta di istituire un poligono informatico nella Repubblica di Bielorussia, sulla base del quale gli Stati membri della CSTO potrebbero condurre una formazione tecnica sulle risposte congiunte agli incidenti informatici.

Inoltre, sono state pianificate e condotte sul territorio bielorusso diverse esercitazioni congiunte e speciali con gli organi di gestione e le formazioni delle forze e dei mezzi del sistema di sicurezza collettiva della CSTO. Nell’ambito dell’esercitazione operativa-strategica congiunta “Combat Brotherhood-2023” delle forze di sicurezza collettiva della CSTO, sono stati utilizzati sei campi di addestramento: “Interaction-2023”, esercitazione con la Forza di Reazione Rapida Collettiva CSTO; “Search-2023”, esercitazione speciale con forze e mezzi di intelligence; “Echelon-2023”, esercitazione speciale con forze e mezzi di supporto logistico per le truppe CSTO; e, per la prima volta, si è svolta un’esercitazione speciale con una nuova componente delle Forze Collettive – la formazione congiunta CSTO di protezione dalle radiazioni, chimica e batteriologica e di supporto medico “Barrier-2023”.

Si è svolta anche un’esercitazione con le unità del Ministero delle Situazioni di Emergenza assegnate alle formazioni speciali “Skala-2023” dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. I partecipanti si sono esercitati in azioni pratiche per eliminare un incidente alle apparecchiature del reattore della BelNPP, nonché in azioni del gruppo di ricognizione delle radiazioni con una dimostrazione del laboratorio radiologico mobile.

In totale, hanno preso parte alle esercitazioni più di 2,5 mila militari e oltre 500 unità di armi, attrezzature militari e speciali. L’obiettivo principale delle manovre – migliorare il coordinamento e la coerenza del lavoro degli organi di comando e controllo – è stato raggiunto. Sono state migliorate le capacità pratiche dei comandanti nella gestione di unità e sottounità durante il combattimento e le operazioni speciali. Questa è la prova evidente che, nonostante tutte le tensioni politiche, gli Stati membri della CSTO rimangono interessati all’addestramento congiunto delle loro forze armate per svolgere compiti comuni. La conduzione di queste esercitazioni è stata la prova della realizzazione pratica degli sforzi compiuti dalla Repubblica di Bielorussia per promuovere l’unità e la solidarietà all’interno della CSTO, di particolare importanza strategica.

L’interazione nella sfera tecnico-militare si è svolta nell’ambito dei lavori della Commissione interstatale per la cooperazione economico-militare, i cui membri hanno partecipato all’apertura e ai lavori dell’11ª esposizione internazionale di armi ed equipaggiamenti militari MILEX-2023 a Minsk. Allo stesso tempo, la presidenza bielorussa ha prestato particolare attenzione allo sviluppo di approcci comuni alla standardizzazione dei prodotti per la difesa e allo sviluppo della cooperazione tra le imprese nella produzione di promettenti prodotti militari secondo standard comuni, che dovrebbero garantire una cooperazione congiunta in futuro. Le bozze dei documenti in materia sono in fase di approvazione interna e, una volta completate, saranno sottoposte all’esame degli organi statutari della CSTO.

Nell’ambito dell’informazione e dell’analisi, sono state adottate misure per costruire la capacità istituzionale della CSTO ed è stata condotta una ricerca coordinata per sviluppare previsioni (scenari) per l’adozione di decisioni di gestione. Particolare attenzione è stata dedicata all’analisi dello stato degli attuali sistemi di governance globale “di alto livello” – le Nazioni Unite, l’OMC, i BRICS, la SCO e la NATO. È stata discussa l’iniziativa di creare un “think tank” per sviluppare approcci efficaci per contrastare la pressione ostile delle istituzioni esterne e metodi efficaci per promuovere le proprie iniziative. Sono stati intensificati gli sforzi per creare una “rete” di centri analitici nazionali che riunisca il potenziale di ricerca degli Stati membri della CSTO e diventi uno strumento di assistenza nella preparazione di materiali su questioni di attualità della sicurezza internazionale e regionale.

Nell’ambito delle suddette aree, nel 2023 è stata organizzata una cooperazione produttiva con i principali centri scientifici degli Stati membri della CSTO. Sono stati firmati protocolli di cooperazione con l’Istituto di sicurezza della CSI, l’Istituto della Cina e dell’Asia moderna e l’Università sociale statale russa. Sono stati organizzati eventi di esperti con i direttori dell’Istituto bielorusso per gli studi strategici, dell’Istituto nazionale per gli studi strategici del Presidente del Kirghizistan e del Centro per gli studi strategici del Presidente del Tagikistan.

Sono stati compiuti passi concreti per aumentare la capacità analitica dello stesso Segretariato dell’Organizzazione, modificando la struttura del personale e concentrandosi sul miglioramento delle capacità di informazione e previsione.

Conclusioni

I risultati della sessione del JPC a Minsk mostrano che durante la presidenza bielorussa sono stati portati a termine 32 dei 34 compiti previsti, a conferma non solo dell’efficacia delle azioni della Repubblica di Bielorussia, ma anche dell’elevata funzionalità della CSTO, che è in grado di raggiungere i risultati desiderati nonostante la complessa situazione nell’area di responsabilità del blocco e la crisi osservata della consueta architettura di sicurezza. Allo stesso tempo, i compiti relativi all’Armenia e alla ripresa della cooperazione tra la CSTO e l’OSCE non sono stati portati a termine per ragioni oggettive che sfuggono al controllo della Bielorussia o di altri membri dell’Organizzazione.

È inoltre possibile prevedere che nel periodo 2024-2025 la CSTO continuerà il suo sviluppo stabile e sarà in grado di affrontare efficacemente una serie di compiti urgenti, tra cui la lotta al terrorismo, al traffico di droga e alla migrazione illegale. Non esistono altri formati collettivi per garantire la sicurezza degli Stati del blocco e il desiderio di “diversificare” gli alleati familiari è una pericolosa illusione, il cui prezzo potrebbe essere sproporzionatamente alto.

Confidiamo che la Repubblica del Kazakistan, nell’ambito della sua cadenza, continui a muoversi al ritmo intenso stabilito durante la presidenza bielorussa della CSTO, si basi sugli sforzi costruttivi della Minsk ufficiale e raggiunga il successo nei settori in cui non sono stati compiuti progressi.

Dobbiamo anche notare che la creazione di un’architettura di sicurezza non tollera inutili rumori e clamori, quindi è inutile pretendere dalla CSTO epatage, pathos e dichiarazioni altisonanti. Ricordiamo che nell’”ora X”, quando l’Organizzazione ha dovuto dimostrare le sue capacità di stabilizzare la situazione in Kazakistan, il sistema di sicurezza collettiva ha funzionato perfettamente.

Va sottolineato che, dopo il vertice di Minsk, è stata approvata una nuova versione dei regolamenti sulla procedura della CSTO per rispondere alle situazioni di crisi e sulla procedura per l’adozione e l’attuazione di decisioni collettive sull’uso delle forze e dei mezzi del sistema di sicurezza collettiva, che ha permesso di accelerare in modo significativo il processo di approvazione di tali misure, se necessario.

Pertanto, una parte significativa del lavoro della CSTO rimane dietro le quinte e non è disponibile al grande pubblico, quindi “non affrettatevi a seppellirci”, l’organizzazione è stata, è e sarà un fattore affidabile per garantire la pace e la legalità nello spazio eurasiatico.

1. Lukashenko ha espresso gli obiettivi e le priorità della presidenza bielorussa nella CSTO. BELTA, 23.11.2022. https://www.belta.by/president/view/lukashenko-ozvuchil-tseli-i-prioritety-belorusskogo-predsedatelstva-v-odkb-536495-2022/?ysclid=lppb0wtvyk725334781

2. Lukashenko ha esortato Pashinyan a non affrettare le fasi di disintegrazione. “Vedomosti”, 15.11.2023. https://www.vedomosti.ru/politics/news/2023/11/15/1005877-lukashenko-prizval-pashinyana?ysclid=lpmkonvxqp33661109

3. Tasmagambetov: non si parla di ritiro dell’Armenia dalla CSTO. BELTA, 12.11.2023. https://www.belta.by/politics/view/tasmagambetov-rech-o-vyhode-armenii-iz-sostava-odkb-ne-idet-601398-2023/

4. Il Segretario generale della CSTO ha dichiarato che l’Armenia ha ritirato dall’agenda del vertice il documento sull’assistenza al Paese. “Izvestia”, 20.11.2023. https://iz.ru/1608057/2023-11-20/gensek-odkb-zaiavil-o-sniatii-armeniei-s-povestki-sammita-dokumenta-o-pomoshchi-strane

5. Lukashenko ha rimproverato l’Armenia per le “richieste senza motivo”. NEWS.RU, 23.11.2023. https://news.ru/cis/lukashenko-otchital-armeniyu-za-demarshi-bez-prichiny/?ysclid=lppgxrf8un755340334

6. I leader di CSTO, SCO e CSI hanno tenuto una riunione di lavoro a Pechino. RIA Novosti, 27.09.2023. https://ria.ru/20230927/sotrudnichestvo-1899026030.html?ysclid=lppicpwqea809988146

7. Luo Shisyun: i concetti di sicurezza della Cina e degli Stati membri della CSTO coincidono. BELTA, 26.10.2023. https://www.belta.by/politics/view/lo-shisjun-kontseptsii-bezopasnosti-kitaja-i-gosudarstv-uchastnikov-odkb-sovpadajut-596123-2023/?ysclid=lppjt42hyp509384915

8. Si è tenuta a Minsk una riunione del Consiglio di coordinamento degli organi autorizzati degli Stati membri della CSTO sulle questioni di sicurezza biologica. Portale Internet della CSI, 17.07.2023. https://e-cis.info/news/568/110555/?ysclid=lppkkhf5rn645623645

Pubblicato su Caspian Institute

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Il Viceministro Cirielli e l’Artsakh. Come promuovere la “causa azera” con una faccia di bronzo meglio di un Ministro di Baku. Contro la verità storica (Korazym 05.12.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 05.12.2023 – Vik van Brantegem] – In un’intervista con Francesco De Palo per Formiche.net del 1° dicembre 2023, il Viceministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale con la delega per il Caucaso, Edmondo Cirielli (Deputato di Fratelli d’Italia), sposa la “causa azera” nel conflitto in Artsakh meglio di un Ministro dell’Azerbajgian. Ma la verità storica è un’altra, spiega l’ex Ambasciatore italiano in Armenia, Bruno Scapini, in un articolo per Tempi.it, che riportiamo.

A seguire l’intervista a Cirielli, con l’aggiunta di una nota in riferimento al fondatore di Formiche.net e il suo ruolo in Leonardo SpA, che pare spiegare perché questo appoggio totale dato alla “causa azera” è su questo quotidiano, che è – con il suo fondatore-direttore editoriale – nell’orbita di chi vende armi a Baku. Rende anche il perché della posizione presa del governo Meloni e delle forze parlamentari, sia di governo che di opposizione, riguarda al conflitto nel Caucaso meridionale. Pure la scelta da parte dell’intervistatore (come Cirielli stesso) di chiamare l’Artsakh con il nome imposto da Baku, Garabagh (che è il nome turco), e non dico Artsakh (che è il nome armeno) ma neanche Nagorno-Karabakh (che il nome misto russo-turco), è illuminante, a parte della sua impostazione in generale, che supera quella dei giornalisti dei media statali azeri.

La cucaracha, la cucaracha
Ya no puede caminar
Porque no tiene, porque le falta
La patita principal.

En el norte viva Villa
En el sur viva Zapata
Lo que quiero es venganza
Por la muerte de Madero.

Armenia: il voltafaccia dell’Italia
di Bruno Scapini [*]
Tempi.it, 5 dicembre 2023

In un mondo che va decisamente “al contrario” – per dirla alla maniera del Generale Vannacci – non stupisce quanto affermato da Edmondo Cirielli, Viceministro agli Esteri, nell’intervista rilasciata il 1° dicembre scorso alla testata on-line Formiche.net a riguardo dell’Armenia. Non stupisce, ma infastidisce e ripugna per la disinvolta superficialità con cui il politico affronta la spinosa questione della guerra tra l’Armenia e l’Azerbaigian in disprezzo, non solo delle verità storiche, ma anche della stessa documentazione che il medesimo cita a fondamento e giustificazione di una non meglio precisata “postura internazionale” dell’Italia.

Leggendo tra le righe, infatti, chiaramente emerge dall’intervista l’impressione che il nostro Viceministro abbia sposato, nell’interpretare i più recenti sviluppi del conflitto, la “causa azera”; e che anzi la perori ben al di là di un qualsiasi ragionevole dubbio, riuscendo in tale suo intento perfino meglio di un Ministro dello stesso Governo azerbaigiano!

L’origine dell’instabilità

Innanzitutto preme osservare, per amore di trasparenza e verità, come l’affermazione del vice ministro, secondo cui «dietro la destabilizzazione tra l’Armenia e l’Azerbaigian ci sia la Russia», non corrisponda affatto alla realtà storica di un negoziato trentennale condotto in seno all’Osce nell’ambito del Gruppo di Minsk. Sebbene il processo di pacificazione avviato fin dal “cessate il fuoco” del 1994 abbia subito alterne vicende, il suo fallimento non sembrerebbe addebitarsi ad una “malevola” volontà di Mosca di destabilizzare – peraltro a suo stesso svantaggio – le relazioni tra i due Paesi.

Nel Gruppo di Minsk, se ben ricordiamo, facevano parte, oltre alla Russia, gli Stati Uniti e la Francia, affiancati, almeno per un periodo iniziale, da altri Paesi tra cui addirittura lo stesso Governo italiano. Dunque, si tratterebbe, se proprio vogliamo attribuire una colpa a qualcuno per quest’opera di destabilizzazione, di una responsabilità condivisa con i Paesi occidentali e non esclusivamente della Russia.

Ma la instabilità di cui parla il Cirielli ha ben altre origini come sappiamo, e risale al tempo della costituzione della auto-proclamatasi Repubblica indipendente dell’Artsakh nel 1991. Uno sviluppo, quest’ultimo, più che legittimo alla luce di quanto disponeva la Legge n. 13 del Soviet Supremo del 1990 (peraltro usufruita dallo stesso Azerbaigian) in tema di secessione e indipendenza delle Repubbliche ex sovietiche e delle entità sub-statuali presenti al loro interno, come è stato per l’appunto il caso del Nagorno Karabakh.

Interessi mercantili

A determinare lo scoppio delle ostilità, dunque, non è stata l’iniziativa armena, bensì il mancato riconoscimento da parte di Baku di questa libera scelta del popolo armeno dell’Artsakh a fronte della quale l’Azerbaigian ha mosso la prima guerra di aggressione. D’altra parte, non può sfuggire all’attenzione di un buon politico che se, da un lato, si sostiene il principio dell’integrità territoriale, dall’altra, l’aspirazione all’indipendenza nel caso del Karabakh (territorio di insediamento storico millenario degli armeni trasferito negli anni ’20 del XX secolo da Stalin dall’Armenia all’Azerbaigian per compiacersi la Turchia di Ataturk) obbedisce ad un ben più valido e conclamata principio, peraltro sostenuto e difeso dalle Nazioni Unite, quale è quello del “diritto all’auto-determinazione dei popoli”.

Ma tutto questo la politica estera italiana sembra dimenticarlo, o per lo meno, relegarlo a considerazioni marginali nella prevalenza di interessi mercantili di ignobile lignaggio (petrolio e gas) e in virtù di un imperante pensiero unico, allineato con Washington e votato a singolarizzare la Russia quale eterno nemico della democrazia americana!

Risoluzioni dell’Onu

Neanche sul piano giuridico internazionale poi le affermazioni di Cirielli risultano corrispondere alla realtà.

Tutte le Risoluzioni dell’Onu, a partire da quelle del 1993 (n. 822, 853, 874 e 884) si riferiscono non alla condanna dell’Armenia per una presunta aggressione, bensì alle zone poste al di fuori dell’Artsakh occupate dagli armeni durante la Guerra del 1992/94 per motivi di sicurezza territoriale, ma oggetto di restituzione a termini di un pacchetto risolutivo (principi di Madrid) proposto al tempo proprio dai Paesi parti del Gruppo di Minsk e accettato da Yerevan nel corso del negoziato.

Ma esistono ancora ben altre risoluzioni oltre a quelle dell’Onu. E sono quelle con cui si esplicita la condanna dell’Azerbaigian per le gravissime violazioni dei Diritti Umani. Basti ricordare al riguardo le mutilazioni e l’uccisione indiscriminata di civili commesse dagli azeri nel corso dei tanti attacchi sulla linea di contatto, e l’efferato omicidio del sottufficiale armeno Margaryan per mano del collega azero Safarov a Budapest nel 2004 vergognosamente elevato dal Presidente Aliyev a eroe nazionale!

Di tali crimini, di cui l’Occidente sembra oggi rifiutarsi di tenere a memoria, si fa stato in vari atti del Consiglio d’Europa (es. Ris. del 23 giugno 2023) e dello stesso Parlamento Europeo (Ris. del 15 marzo 2023) per non citare gli atti di condanna per la sistematica distruzione del patrimonio monumentale storico-religioso operata dagli azeri sui territori occupati al fine di cancellare la memoria storica di un popolo, peraltro parte della nostra stessa civiltà europea.

Il destino dell’Armenia

Non si tratta, dunque, per l’Armenia – come erroneamente afferma il nostro Viceministro nel spiegare le ragioni di questo conflitto – di revanscismo o di nazionalismo presente in taluni circoli politici armeni, e né di sciovinismo da parte di una Diaspora che ha sempre creduto fin dal tempo del Genocidio del 1915 alla realizzazione di una Giustizia Storica finora ancora mancata per colpevole inerzia occidentale. Qui, invece, è in ballo il destino della stessa Nazione armena, messa a rischio oggi di perdere la propria identità per una visione fallace degli interessi in gioco da parte delle Potenze occidentali.

No, non è, dunque, questo il tempo, e né ve ne sarebbero i presupposti – contrariamente a quanto precisa il vice ministro – di cambiare la narrazione internazionale della disputa. È tempo al contrario che da parte occidentale, e in particolare dell’Italia, si adotti il metro della “verità” nella condotta delle relazioni internazionali e che si assuma il perseguimento della giustizia a contenuto di una “postura” fedele ai valori di libertà dei popoli nel riconoscimento del loro diritto fondamentale ad esistere in totale sicurezza, piena autonomia ed indipendenza.

[*] Bruno Scapini è stato Ambasciatore dell’Italia in Armenia al 2009 al 2013. Ha lasciato la carriera diplomatica nel 2014, ma continua ad occuparsi di relazioni con l’Armenia, in qualità di Presidente onorario dell’Associazione italo-armena per il commercio e l’industria. È autore di ARTSAKH. Confessioni sulla linea di contatto (Calibani Editore 2021, 278 pagine [QUI]), romanzo vincitore del Premio Ginevra al Concorso Internazionale Switzerland International, Premio Speciale della Giuria al Premio Internazionale Lord Byron, Premio Speciale per la Narrativa al Premio Casentino, Menzione Speciale al Premio Vitruvio.

C’è la Russia dietro la destabilizzazione tra Armenia e Azerbaigian. Parla Cirielli
di Francesco De Palo
Formiche.net, 1° dicembre 2023

Intervista al Viceministro degli Esteri: “Questa vicenda è il fondamento della nostra postura internazionale: ricordo che noi stiamo aiutando militarmente l’Ucraina che si trova in una situazione esattamente speculare a questa. Roma è sempre stata in prima linea nel condannare il genocidio armeno da parte dei turchi-ottomani, ma gli azeri non c’entrano niente con quei fatti”.

La vicenda in corso tra Azerbaigian e Armenia, spiega a Formiche.net il Viceministro degli Esteri con delega al Caucaso, Edmondo Cirielli, è il fondamento della nostra postura internazionale: “Noi stiamo aiutando militarmente l’Ucraina che si trova in una situazione esattamente speculare a questa. Roma è sempre stata in prima linea nel condannare il genocidio armeno da parte dei turchi-ottomani, ma gli azeri non c’entrano niente con quei fatti”. E dopo la recente sentenza della Corte internazionale che ha riconfermato l’integrità territoriale dell’Azerbaigian sul Garabagh, è tempo che cambi anche la narrazione internazionale della disputa. “Per gli azeri il diritto internazionale è stato violato in maniera palese dalla guerra di aggressione mossa dall’Armenia”.

Nel giorno in cui sono ripresi i colloqui diplomatici tra Azerbaigian e Armenia l’europarlamentare del M5S Fabio Massimo Castaldo si è fatto promotore di una lettera inviata alla presidente della Commissione Europea, all’Alto Rappresentante Josep Borrell, e al presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, in cui si chiede di “prevenire una catastrofe umanitaria e garantire la sicurezza dell’Armenia e la prosperità nella regione del Caucaso meridionale”. Come commentarla?
Credo che questa azione sia intempestiva e rischi di danneggiare gli accordi di pace finora in corso, è il modo peggiore di operare e intromettersi a gamba tesa in vicende di cui si sa anche poco, sia sulla storia sia dal punto di vista dei rapporti internazionali. L’Europa e l’Italia in maniera particolare dovranno lavorare perché si crei un clima di distensione tra le due parti. Considero il premier armeno sicuramente il più illuminato degli ultimi anni e il primo che ha riconosciuto l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, cosa sicuramente più volte affermata dalle Nazioni Unite in varie risoluzioni. Ma nessuno dei precedenti governi armeni filorussi aveva mai preso in considerazione questa valutazione.

Baku aveva più volte invocato una soluzione pacifica?
Bisogna dire che anche il presidente azero Ilham Aliyev ha cercato in questi tre anni una soluzione pacifica, dopo l’ultimo conflitto che aveva sostanzialmente visto vittoriose sul campo le truppe azere, che però in seguito si sono fermate, dando così la possibilità di trovare una soluzione pacifica alla questione. Purtroppo in Europa c’è stato anche chi ha sempre alimentato il revanscismo e il nazionalismo armeno, illudendo Yerevan su cose che poi oggettivamente non erano neanche previste dal diritto internazionale.

Quindi è possibile escludere la possibilità di un attacco azero, come emerge invece dalla lettera di Castaldo?
Non esiste alcuna valutazione, né politica né di natura militare, che può far pensare ad un’idea del genere, è proprio una follia. L’Azerbaigian non ha mai messo in campo azioni contro il territorio armeno, questo è anche un fatto notorio, testimoniato da commissioni indipendenti dell’Onu. Non è stato fatto nulla dalle truppe azere per provocare l’esodo, che poi effettivamente c’è stato ma da parte di secessionisti che hanno dato fiato a rappresaglie nate da un’idea alimentata da filorussi che nell’area sono molto forti. Con tale esodo hanno voluto creare un ulteriore motivo di tensione.

Come si inseriscono le pressioni dei big players esterni? L’Armenia, dopo anni di vicinanza alla Russia, sembra voler guardare all’Occidente adesso.
Premetto che Aliyev ha escluso categoricamente una qualsiasi iniziativa azera contro i trattati internazionali. È una persona molto pragmatica e certamente sa bene che un attacco all’Armenia sarebbe non solo un atto folle, senza alcun interesse militare strategico, ma oltretutto contrario alla postura che paradossalmente l’Azerbaigian ha sempre avuto in questi trent’anni in cui l’Armenia ha occupato non soltanto il Garabagh ma anche due zone cuscinetto più grandi del Garabagh stesso, abitate prima da azeri che poi, invece, sono stati esclusi da quelle terre. Ciononostante, per trent’anni l’Azerbaigian ha sempre cercato di far valere tutte le sue posizioni di fronte alle corti internazionali nelle sedi multilaterali. Tale occupazione è stata esercitata dall’Armenia sotto la protezione dell’Armata Rossa. Di contro, non dimentichiamo che il premier armeno Pashinyan è stato eletto tutte e due le volte con una chiara polemica nei confronti della Russia e questo è un passaggio che ci fa guardare in maniera positiva al senso delle istituzioni e alla voglia di fare bene del popolo armeno. Il tema vero è che esiste una classe dirigente ancora molto nazionalista e ci sono ambienti esterni all’Armenia che mirano a destabilizzare il Caucaso: ovvero la Russia. Ma non è tutto.

Ovvero?
Vi sono anche le potenti comunità armene che vivono fuori dall’Armenia che magari non sono realmente a conoscenza dei problemi e dello stato attuale, e vagheggiano anche per motivazioni umanamente comprensibili, perché sono figli e discendenti della diaspora armena, ma con una visione molto nazionalista e sciovinista. Ricordo che l’Italia è sempre stata in prima linea nel condannare il genocidio armeno da parte dei turchi-ottomani, ma gli azeri non c’entrano niente col genocidio e non possono pagare colpe di altri solo perché sono di religione musulmana. Peraltro sappiamo bene che l’Azerbaigian è uno dei paesi più laici e tolleranti del mondo musulmano: è un loro tratto distintivo. Per cui sforziamoci di non usare la religione come elemento di contrasto tra i popoli.

Lo scorso 17 novembre la Corte Internazionale di Giustizia ha riconfermato l’integrità territoriale dell’Azerbaigian sul Garabagh: è questo un buon punto di partenza, nel solco del diritto internazionale, per iniziare a parlare in modo diverso di questo problema?
Questa vicenda è il fondamento della nostra postura internazionale: ricordo che il governo Meloni sta aiutando militarmente l’Ucraina che si trova in una situazione esattamente speculare a questa. La Russia ha fatto una guerra contro l’Ucraina con la scusa di proteggere i russi che, a loro dire, venivano discriminati dal governo ucraino. La guerra tra Armenia e Azerbaijan è scoppiata perché l’Armenia, con l’appoggio dell’Armata Rossa, ha conquistato il Garabagh, territorio azero, oltre a due zone cuscinetto abitate da soli azeri. Quindi noi come facciamo a sostenere la causa armena quando poi sosteniamo la causa ucraina? Certamente non lo potremmo fare e sarebbe grave se dipendesse da un fatto meramente religioso. C’è una simpatia per gli armeni, per la vergogna che hanno subito nel corso della loro storia, ma di cui gli azeri non hanno alcuna responsabilità.

Quale la posizione dell’Italia?
Noi abbiamo sempre condannato il genocidio armeno con chiarezza, sia come partito che anche personalmente, assieme a tutto quello che è accaduto agli armeni ma, ripeto, che per gli azeri il diritto internazionale è stato violato in maniera palese dalla guerra di aggressione mossa dall’Armenia e che è durata trent’anni. Indirettamente lo ha riconosciuto anche l’Armenia, perché avrebbe potuto risolvere diversamente e più favorevolmente le tensioni. Invece questa ottusità dei vecchi governi armeni filo russi ha prodotto un atteggiamento di chiusura assoluta contro le relazioni internazionali, ma anche contro i tentativi dell’Azerbaigian di risolvere questa vicenda sulla base delle risoluzioni Onu. Oggi la vicenda si è conclusa sul piano militare e credo che qualunque altro Stato forse non avrebbe aspettato trent’anni per risolvere un’occupazione armata: immagini se noi in Alto Adige avessimo avuto un’occupazione armata di sedicenti separatisti altoatesini con l’appoggio dell’esercito, di volontari o piuttosto dell’esercito austriaco. Non penso che sarebbe durata trent’anni. Siamo una nazione democratica e pacifica che ripudia la guerra.

Quale il ruolo che riveste diplomaticamente l’Italia in quella macro area?
Sono convinto che l’Italia possa giocare un ruolo importante su questo. Ma se si continuerà a dipingere gli azeri come coloro che hanno usato la forza contro gli armeni, non si aiuterà la pace. Il modo migliore è avviare una stagione di distensione come sta facendo da tempo la Georgia: nonostante sia un paese cristiano, è al tempo stesso un partner privilegiato per l’Azerbaigian e come l’Italia ha un ruolo di grande capacità di mediazione, perché ha sempre difeso le ragioni giuridiche e internazionali dell’Azerbaigian. Sembra strano che proprio l’Italia, che è un campione della legalità internazionale e di principi dell’Onu, non debba sostenere questa linea.

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Formiche.net e il suo fondatore e Leonardo SpA

Il quotidiano online Formiche.net fa parte del progetto editoriale Formiche2, fondato da Paolo Messa, che comprende anche la testata on line Airpressonline.it e i mensili Formiche e Airpress (specializzato nel settore aerospazio e difesa). Paolo Messa è editore non esecutivo di Formiche, Airpress, Formiche.net e Cyber Affairs (agenzia di stampa specializzata sulla sicurezza informatica).

Paolo Messa è un manager e un intellettuale concentrato sulla sicurezza e sulla politica estera.

Dal 1994 al 2000 è stato Responsabile comunicazione dell’Ufficio protezione ambientale e sicurezza dell’Associazione degli industriali di Bari per conto della Ingegneria dei Servizi Industriali Srl. Dal 2000 al 2001 è stato Direttore editoriale del quotidiano Puglia d’Oggi. Dal 2001 al 2006 ha ricoperto il ruolo di Portavoce e Responsabile della comunicazione dell’UDC (Partito Democratico Cristiano). Dal 2004 al 2005 è stato Consigliere per la Comunicazione del Vicepresidente del Consiglio dei Ministri. Dal 2006 al 2011 è stato Consigliere di amministrazione delle Srl Base per Altezza, Lola Media Group e L.com. Dal 2011 al 2013 è stato Consigliere per la Comunicazione del Ministro dell’Ambiente. Dal 2014 al 2015 stato Consigliere per la Comunicazione di Invimit Sgr Spa (società del Ministero dell’Economia e delle Finanze). Dal 2015 al 2017 è stato membro del Consiglio di amministrazione della RAI. Da febbraio 2017 fa parte del Comitato Strategico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. È entrato in Leonardo SpA nel 2018, è stato Vice Presidente Esecutivo per le Relazioni Istituzionali dell’Italia ed oggi è Responsabile delle Relazioni Geo-Strategiche con gli USA [*].

È non resident senior fellow presso l’Atlantic Council di Washington e membro del Consiglio ed ex Direttore del Center for American Studies (un think tank indipendente con sede a Roma dedicato alle relazioni tra Stati Uniti e Italia/Unione Europea). È membro del Consiglio di Amministrazione del Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) e del Comitato Strategico del corso di laurea in Global Governance dell’Università di Roma Tor Vergata. È stato docente di Giornalismo politico ed economico” all’Università La Sapienza di Roma ed è docente di Media e Intelligence nei master dedicati all’Intelligence Economica promossi dalle Università di Firenze e di Roma Tor Vergata. È Professore a contratto presso la Business School dell’Università LUISS di Roma. Ha partecipato all’International Visitor Leadership Program 2011, un programma di scambio professionale fornito dal Dipartimento di Stato americano.

È anche “opinion maker”, partecipante a programmi televisivi, autore di numerosi saggi e articoli per numerosi giornali e riviste, e autore di libri: The Age of Sharp PowerThe American PopeFondazioni bancarie tra passato e futuroDc. Il partito che ha fatto l’Italia (con Prefazione di Giulio Andreotti).

[*] Leonardo, una delle aziende leader mondiali in ambito militare e civile, è la più grande azienda produttrice di prodotti per la difesa in Italia.
Sulla vendita di aerei ad uso duale civile-militare da trasporto italiano Leonardo C-27J Spartan dall’Italia all’Azerbajgian e della cooperazione commerciale-militare tra Italia e Azerbajgian, resa nota attraverso comunicati ufficiali dei Ministeri della Difesa di ambedue i Paesi, abbiamo già riferito più volto in passato [per esempio QUIQUIQUIQUI e QUI].

Nell’articolo più recente del 6 agosto scorso [QUI] abbiamo riferito in modo esaustivo sull’acquista del velivolo da trasporto Leonardo C-27J Spartan da parte dell’Azerbajgian. Abbiamo osservato che la cessione, su iniziativa del governo italiano, di aerei da trasporto ad uso duale civile-militare, fabbricati da Leonardo SpA ad uno Stato in conclamata attività belligerante, quindi, è secondo noi una violazione della legge 185/1990, che vieta appunto il commercio di materiale bellico (Legge 9 luglio 1990, n. 185, “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 14 luglio 1990, n. 163. Con modifiche introdotte dalla legge 17 giugno 2003, n. 148 [QUI]).

Indubbiamente, c’è stata violazione della legge 185/1990. Il problema di fondo è che quanto stava succedendo in Artsakh lo sapevano i politici di maggioranza e di opposizione, come lo sapeva il governo in carica presieduto da Giorgia Meloni, che ciononostante insisteva nella politica di collaborazione con Baku, con il consenso dell’opposizione. Sapevano tutto ma se ne fregavano, anteponendo con irrealismo (perché certe cose si pagano) l’economia al bene comune, con un doppio standard orribile.

I nostri governanti e politici non sono ingenui e quindi sapevano. L’intervista a Cirielli pubblicato da Forniche.net né è una conferma eclatante. Nel loro offrirsi come zerbino all’autocrate sanguinario ricco di petrolio e gas di Baku, i nostri governanti e politici ci ricordino il proverbio che chi si fa pecora, il lupo lo mangia. Pensano di guadagnarci ma finiranno ad essere sopraffatte dalle prepotenze del loro partner affidabile. La storia consiglia di adottare un atteggiamento meno sottomesso così da non cadere vittime delle angherie di costui.

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