ARMENIA: Pashinyan tra tensioni e consolidamento del potere (Eastjournal 04.11.25)

Nell’ultimo periodo, sotto la guida del Primo Ministro Nikol Pashinyan, l’Armenia è stata teatro di una crescente tensione politica e sociale. Tra arresti di oppositori, repressione del dissenso e scontri con la Chiesa Apostolica Armena, il governo ha avviato un ambizioso progetto di ridefinizione dell’identità nazionale e di rafforzamento del proprio potere.

Benché Nikol Pashinyan, a seguito della “Rivoluzione di Velluto” del 2018, avesse dichiarato di non voler modificare in maniera sostanziale la politica estera armena, né di distanziarsi dall’ideologia del Movimento Karabakh, la guerra nel Nagorno-Karabakh del 2020 e l’esodo degli armeni del Karabakh nel 2023 a seguito della pulizia etnica portata avanti dall’Azerbaigian, hanno portato ad una ridefinizione dell’ideologia di governo.

La “Vera Armenia”

Tale ideologia viene chiamata da Pashinyan con il nome di “Vera Armenia” o “Nuova Armenia” e include alcuni punti essenziali:

  • La normalizzazione dei rapporti con Turchia e Azerbaigian;
  • La Vera Armenia è la Repubblica dell’Armenia, ovvero un territorio di 29743 kmentro i confini riconosciuti a livello internazionale;
  • La madrepatria è lo stato, ovvero la Repubblica dell’Armenia (è importante notare che per la gran parte degli armeni sia in Armenia che nella diaspora, la Madrepatria storica include i territori considerati armeni nell’attuale Turchia orientale, il Nagorno-Karabakh e una parte dell’Iran settentrionale storicamente abitato da armeni, nonché della regione georgiana meridionale del Javakheti);
  • Essere indipendenti attraverso l’essere dipendenti da più poteri – cioè una politica estera volta a ridurre la dipendenza da un singolo potere quale la Federazione Russa, aumentando e migliorando i rapporti con l’Unione Europea e i vicini nella regione, ovvero Turchia, Azerbaigian ed Iran.

Questa ideologia sta portando ad una ridefinizione dell’identità nazionale armena. Infatti, Nikol Pashinyan è accusato dalla popolazione di star eliminando i simboli di tale identità. Come ad esempio il monte Ararat, riconosciuto dalla nazione armena come simbolo fondamentale della propria identità storica nonché religiosa – l’Ararat è considerata la montagna su cui si fermò l’arca di Noè a seguito del diluvio universale. Tramite decreto governativo, è stata decisa la rimozione del simbolo del monte Ararat dai timbri di frontiera a partire dal 1 Novembre 2025.

La “Quarta Repubblica”

In occasione dell’ultimo congresso del suo partito, Contratto Civile, di inizio ottobre, il Primo Ministro, ha dichiarato che, nell’ottica di una rinnovata vittoria alle elezioni a giugno 2026, la sua amministrazione si assumerà la responsabilità di dare vita ad una “Quarta Repubblica”. L’attuale Repubblica dell’Armenia è considerata la “Terza Repubblica” che succede l’Armenia Sovietica e la Prima Repubblica (1918-1920).

La differenza principale, secondo Pashinyan, sta nel fatto che se la terza repubblica era fondata sulla logica del conflitto e sulla ricerca utopica della Madrepatria storica, la quarta sarà fondata su una logica di pace e sul fatto che una Madrepatria esiste già, ed è la Repubblica dell’Armenia. Ciò inoltre implica la redazione, nonché sperata approvazione tramite referendum, di una nuova costituzione – punto necessario sollevato da Baku per la firma di un accordo di pace tra i due Paesi.

Ciononostante, la maggior parte della popolazione armena critica sia l’ideologia della Vera Armenia che la Quarta Repubblica, in quanto percepite come concessioni nei confronti di Baku e Istanbul, nonché un attacco all’identità nazionale e alla memoria del Genocidio e delle recenti guerre in Nagorno-Karabakh e le ingenti perdite umane.

Un ulteriore problema riguarda il tentativo di destituire il Catholicos Karekin II e l’erosione della democrazia.

Cosa sta succedendo con la Chiesa Apostolica Armena?

Qualche mese fa abbiamo parlato delle tensioni tra il Primo Ministro e la Chiesa Apostolica Armena. La situazione non è migliorata e, in vista delle elezioni parlamentari a giugno 2026, la tensione continuerà ad aumentare.

Negli ultimi mesi, diverse diocesi hanno subito nuovi raid che hanno portato all’arresto di ulteriori preti e un vescovo.

Due settimane fa, durante una sessione parlamentare di domande e risposte – boicottata dall’opposizione – il Primo Ministro ha colto l’occasione per criticare aspramente Chiesa e Catholicos, accusandoli di essere “agenti di poteri esterni”.

Inoltre, un sacerdote in servizio al monastero di Hovhannavank, Aram Asatryan, è stato recentemente deposto dalla Chiesa Apostolica Armena su decisione del Catholicos Karekin II, con l’accusa di aver screditato l’istituzione ecclesiastica e di non aver menzionato il Catholicos e il vescovo durante la messa. Asatryan ha respinto le accuse, definendo la sua rimozione una decisione politica legata alle sue critiche verso gli alti rappresentanti della Chiesa. Nonostante ciò, il sacerdote ha annunciato che continuerà a celebrare la messa e ha invitato il Primo Ministro Nikol Pashinyan a partecipare, invito che quest’ultimo ha accettato.

Per due domeniche di fila, Pashinyan – insieme ad altri ministri, membri del partito Contratto Civile e governatori – ha partecipato alla liturgia celebrata da Asatryan, suscitando indignazione da parte del clero e dalla popolazione.

In un video prima della messa, il Primo Ministro ha dichiarato la liturgia “l’inizio concreto della liberazione della Santa Sede di Etchmiadzin”.

Deriva autoritaria

Oltre al suo scontro con la Chiesa Apostolica Armena, negli ultimi mesi, il governo di Nikol Pashinyan ha intrapreso una serie di azioni che sollevano serie preoccupazioni sullo stato della democrazia in Armenia.

Diversi esponenti dell’opposizione, inclusi potenziali candidati alle elezioni del 2026 come Samvel Karapetyan e Davit Hambardzumyan (sindaco di Masis), sono stati arrestati con accuse di corruzione e altri reati, insieme ad individui critici verso il governo e le sue politiche, come l’avvocato Aleksandr Kochubayev – episodio fortemente criticato dall’Ombudsman Anahit Minasyan, la quale ha espresso preoccupazione per l’abuso della detenzione preventiva, che rischia di minare la fiducia nel sistema giudiziario.

Nelle scorse settimane è stato arrestato anche il sindaco di Gyumri Vardan Ghukasyan, il quale aveva vinto le elezioni a scapito del candidato di Contratto Civile nell’aprile scorso. Ghukasyan aveva criticato il Primo Ministro e il suo governo per la repressione nei confronti della Chiesa Apostolica Armena, ricevendo in risposta dalle autorità la minaccia di subire a sua volta repressioni.

Tali misure, giustificate come parte della lotta alla corruzione e al cosiddetto “revanscismo”, appaiono tuttavia mirate a neutralizzare ogni forma di dissenso politico. Dinamica che entra in evidente contraddizione con i piani annunciati dal Ministro degli Esteri Mirzoyan di intensificare il percorso di integrazione europea e di democratizzazione a partire dal 2026: l’Unione Europea dovrebbe valutare con attenzione la natura e il tempismo di questi arresti, che sembrano avvenire proprio in concomitanza con l’avvicinarsi delle elezioni, sollevando dubbi sul reale rispetto dei principi democratici.

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Papa Leone XIV e l’incontro col primo ministro dell’Armenia (Ticinolive 02.11.25)

Città del Vaticano, 20 ottobre – Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza, presso il Palazzo Apostolico, il Primo ministro della Repubblica di Armenia, Nikol Pashinyan. Successivamente, il leader armeno ha incontrato il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, e monsignor Paul Richard Gallagher, responsabile per i Rapporti con gli Stati.

Un dialogo improntato alla cordialità, che ha ribadito l’ottimo stato delle relazioni tra la Santa Sede e l’Armenia, prima nazione al mondo ad adottare il cristianesimo come religione di Stato nel 301 d.C. La delegazione armena ha espresso gratitudine per il costante sostegno della Chiesa cattolica, soprattutto nei momenti più drammatici della sua storia.

Il grido del Nagorno-Karabakh

Accanto ai temi religiosi e culturali, l’attenzione si è concentrata sulla situazione esplosiva del Nagorno-Karabakh (Artsakh), regione dove negli ultimi anni si sono consumate atrocità e violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione armena.

Dopo la guerra del 2020 e l’attacco lampo del settembre 2023, oltre 100.000 armeni sono stati costretti a fuggire dalle loro terre ancestrali, in una crisi umanitaria che molte istituzioni internazionali e giuristi hanno definito pulizia etnica.
Villaggi storici svuotati, chiese e cimiteri minacciati, testimonianze di brutalità e persecuzioni sono state documentate da numerose organizzazioni indipendenti.

È un dramma che richiama alla memoria la ferita del genocidio armeno del 1915, riconosciuto pubblicamente da più Pontefici.

«Nessun popolo dovrebbe essere costretto a scegliere tra la vita e la propria identità», ha affermato Leone XIV in un recente discorso, richiamando la comunità internazionale alle proprie responsabilità.

Il ruolo del Vaticano per la pace

Nel colloquio, la Santa Sede ha riaffermato il proprio impegno perché nel Caucaso meridionale si arrivi a una pace giusta, stabile e duratura, basata sul rispetto della dignità e dei diritti di tutti gli abitanti della regione.
Non bastano tregue precarie: è necessario un processo politico trasparente, garanzie internazionali e la tutela del patrimonio culturale e religioso armeno minacciato.

Una speranza che nasce dall’incontro

La presenza del Primo ministro armeno in Vaticano assume così un valore simbolico e concreto insieme: è un segnale di dialogo, riconciliazione e vicinanza tra Roma e Yerevan.
Il Papa guarda all’Armenia come a una nazione martire e testimone, che ancora oggi difende la propria identità cristiana in condizioni difficilissime.

Il messaggio che giunge dal Vaticano è chiaro: la pace non può nascere dal silenzio sulle ingiustizie, ma dal coraggio di chiamare per nome il dolore dei popoli.

La Santa Sede non dimentica l’Armenia.
E la Chiesa non resterà in silenzio davanti alla sofferenza dei suoi figli.

 

Una fraternità che non fa notizia, ma cambia la storia

Papa Leone XIV ha più volte sottolineato come i rapporti con l’antichissima Chiesa apostolica armena occupino un ruolo privilegiato nella sua visione pastorale: condividono la stessa fede in Cristo, la stessa eredità dei Padri e, soprattutto, una storia di martirio e testimonianza.

Durante l’incontro, il Pontefice ha richiamato la memoria della tragedia del genocidio armeno, riconosciuto dal magistero cattolico come uno dei più grandi crimini contro l’umanità del XX secolo. La sofferenza del popolo armeno — ha ricordato Leone XIV — è una ferita che interpella tutti i cristiani alla solidarietà e alla cura reciproca.

Una Chiesa antica quanto la fede cristiana

Il Catholicosato di Etchmiadzin, cuore della Chiesa armena, affonda le sue radici nel IV secolo, quando l’Armenia fu la prima nazione al mondo a proclamare il cristianesimo religione di Stato. Il Patriarca degli Armeni porta il titolo di Catholicos, successore spirituale di san Gregorio l’Illuminatore.

L’incontro con Roma non è dunque un fatto diplomatico come gli altri: riguarda l’incontro tra due tradizioni apostoliche che si riconoscono sorelle, separate nei secoli da questioni teologiche che oggi appaiono sempre più superabili.

Oltre le divisioni, la cura dei cristiani d’Oriente

Al centro del dialogo vi sono oggi:

  • la difesa dei cristiani in Medio Oriente e nel Caucaso, sempre più vulnerabili
  • la collaborazione nel campo della carità e dell’aiuto umanitario
  • il riconoscimento reciproco dei sacramenti
  • il desiderio di una comunione piena e visibile

Il Papa ha espresso ammirazione per la resilienza della Chiesa armena, che ha custodito la fede in condizioni politiche e sociali tra le più dure dell’intera storia cristiana.

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Leone XIV sventa il “complotto” contro il patriarca armeno Minassian e il patriarca siro Yousef III (Il Messaggero)

Armenia: nel 2026 inizierà la costruzione di cinque nuovi bacini idrici (Agenzia Nova 31.10.25)

Erevan, 31 ott 08:19 – (Agenzia Nova) – Nel 2026 prenderanno il via i lavori di costruzione di cinque nuovi bacini idrici in Armenia. Lo ha annunciato il ministro dell’Amministrazione territoriale e delle infrastrutture, David Khudatyan, durante la discussione preliminare del bilancio statale presso l’Assemblea nazionale. I progetti sono stati approvati dal Comitato per gli investimenti pubblici e riguardano i bacini di Kasakh, Yelpin, Lichk, Artik e Astghadzor. Secondo Khudatyan, per la sola costruzione di bacini idrici è stato stanziato 1 miliardo di dram (circa 2,3 milioni di euro), mentre ulteriori 7,7 miliardi di dram (circa 17,8 milioni di euro) saranno destinati al proseguimento dei lavori sul bacino di Kaps. Altri 3,7 miliardi di dram (circa 8,5 milioni di euro) verranno impiegati per rafforzare la capacità dei sistemi di irrigazione. (Rum)

Yerevan Fashion Week si candida a diventare una delle destinazioni più ambite del circuito moda (Elle.com 31.10.25)

Di Lisa Mancini
yerevan fashion week

courtesy of Press Office

Più di 20 sfilate, tra brand armeni e internazionali, 60 pop up, 15 talk fashion, press proveniente da tutto il mondo, fotografi e sessioni di street style, sono solo alcuni numeri per misurare l’ impatto della Yerevan Fashion Week appena trascorsa nella capitale armena al Meridian Expo Center. Per gli ospiti è stata un’occasione per fare networking e scoprire come la più giovane delle fashion week nata nel 2023 si stia strutturando come hub creativo. A orchestrare tutto, l’organizzazione e la visione impeccabile di due appassionati: Vahan Khachatryan e Elen Manukyan che edizione dopo edizione consolidano la YFW sulla road map della moda con stile.

Oltre le fashion week pIù blasonate il mondo della moda evolve: paesi emergenti reclamano spazio sulla scena globale con i propri talenti. Talvolta rincorrono gli estetismi consolidati delle Big 4 (Milano, Parigi,New York, Londra) da cui nascono le tendenze dominanti ma se le nuove destinazioni fashion riusciranno a fondere tradizioni e DNA in chiave contemporanea potranno rappresentare un mix prezioso da affiancare al fashion system.

Tra queste Yerevan non nasconde la sua voglia di emergere e affermarsi come must -destination. La capitale armena chiamata anche “città rosa” per il tufo rosato dei suoi edifici brutalisti che si alternano ai moderni grattacieli , affascina quanto i suoi dintorni: Garni, La Sinfonia di Pietre, il Lago Sevan, il Monte Ararat.

Da non perdere

In questa edizione la Yerevan Fashion Week ha avuto un respiro più internazionale: dalla cerimonia inaugurale Shapes of Manner alla National Gallery of Art, con le creazioni dei designers che si fondevano alle opere d’arte, allo show dei talenti emergenti premiati da Massimilano Giornetti (Polimoda) e da Martyn Roberts (Fashion Scout Londra), fino a un’installazione e una mini sfilata interamente dedicati al denim sostenibile.Gli shows da ricordare

“Non avere paura di mostrare i veri colori della tua anima” è il mantra del marchio fondato nel 2021 da Nelly Aghababyan un dottorato in giurisprudenza ma con uno spiccata vocazione per la moda: “Sono emozionatissima ho sempre paura prima della sfilata” ma il brand non delude le aspettatative e si conferma tra gli esempi migliori di come fondere heritage e modernità.

Ruzane

La collezione di Ruzanna Vardanyan è stata una vera rivelazione. Ha scelto di sfilare al Botanical Garden di Yerevan con una collezione leggera e raffinata.”Questa collezione nasce pensando al ciclo infinito della natura e come da ogni trasformazione emerge una nuova bellezza.” La designer crea capi riutilizzando gli scarti lo fa in modo magistrale con un occhio ineccepibile e modernità assoluta.

Narny

Tra i brand armeni più consolidati all’estero. Per la designer Narine Harutyunyan ogni collezione è un inno alla femminiliità consapevole. La collezione coesa nelle sue proposte si colloca come premium fashion senza deviazioni estremi in termini di creatività ma decisamente gradevole e raffinata.

Manuk Aleksanyan

Lo stilista ci sorprende anche questa volta. Con la collezione Our Land Our Home Our Future sceglie di sfilare in una corte circondata da edifici soviet-brutalisti con al centro un scenografico maxi globo terrestre. Le proposte del designer sono un mesh di stampe e layering anni 90 anche se emerge più il messaggio importante che lo show porta con sè: rispetto per il pianeta e l’ inclusività.

Moments of White

Alena Kannova sfila con le sue proposte candide, minimaliste e sofisticate. Alterna una palette bianca al blu chiaro. Le proposte bridal contemporanee sono utilizzabili anche fuori contesto.

Zhsaken & Akmaral

YFW ospita il marchio kazako che fonde due visioni diverse della moda contemporanea: ZHSaken, di Saken Zhaksybayev, esprime forza e individualità con silhouette audaci e motivi etnici. Akmaral, di Akmaral Zharaskyzy, incarna eleganza in forme minimali e dettagli simbolici. La collaborazione celebra il dialogo universale tra arte e moda.

Vahan Khachatryan

Presenta la collezione Childhood Memories con una sfilata digitale interamente creata con l’IA. La collezione è un omaggio alla memoria, un dialogo tra presente e passato, nostalgica, giocosa e ironica.

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Quell’incontro tra il Papa e il Catholicos degli armeni. Una buona mancata notizia (Tempi 31.10.25)

Ammollo i piedi nel mio lago, mi dà qualche brivido la sua acqua amica ma oggi dolente, nera. Del resto lago Sevan vuol dire lago Nero, e presto – se sopravvivo – ve ne racconterò il perché. È scura come il cielo quest’acqua, e come il firmamento anch’essa è punteggiata di scintille, un milione e mezzo, forse due milioni di lucette. Vibrano su nella volta celeste, e scendono giù ad accarezzare il lago: sono segno del milione e mezzo, due milioni (ripeto, ripeterò sempre) di martiri proclamati tali dalla Chiesa apostolica armena, che non ha fatto differenze tra vescovi e ignoti, i senza nome sono la grandissima maggioranza, ma Dio conosce i loro nomi, li chiama – «Proprio io?», «Sì tu» –, stringe tutti a sé, i buoni figli e quelli cattivi, le ragazze pure e i ragazzi impuri, gli ubriaconi e i morigerati, i delinquenti e gli innocenti, le zitelle rancide e i chiacchieroni, persino qualche magistrato e giornalista, todos todos todos, perché assassinati in odio a Cristo senz’altra colpa né…

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“Vini Armeni”: libro su viticoltura del Caucaso tra storia e rinascita (Askanews 30.10.25)

Milano, 25 ott. (askanews) – Negli ultimi quindici anni la viticoltura armena ha vissuto un profondo rinnovamento, crescendo in qualità, esportazioni e riconoscibilità internazionale. Oggi il Paese conta circa 170 cantine e una produzione complessiva di 13 milioni di litri l’anno, con 4,2 milioni destinati all’export. Il volume “Vini Armeni – Viaggio nella culla della viticultura”, pubblicato da Kellermann Editore e firmato da Manuela Da Cortà ed Enrico Dal Bianco, racconta questa trasformazione, offrendo uno sguardo storico e contemporaneo su un comparto in pieno sviluppo.

Con una prefazione della scrittrice Antonia Arslan e un’introduzione dello storico Aldo Ferrari, il libro si presenta come un ponte culturale tra Italia e Armenia, due Paesi uniti da antiche affinità artistiche e spirituali. Il testo accompagna il lettore in un percorso che parte dalle origini della viticoltura, documentate dai ritrovamenti archeologici nella grotta di Areni, dove sono stati rinvenuti i resti della più antica vinificazione nota al mondo, datata 6.100 anni fa, fino alle moderne aziende che oggi competono nei principali mercati globali.

L’opera approfondisce le principali regioni viticole del Paese, Vayots Dzor, Aragatsotn, Valle dell’Ararat, Tavush e Syunik, e i vitigni autoctoni che ne caratterizzano la produzione. Tra questi spiccano il Sev Areni, antico vitigno a bacca rossa del Vayots Dzor, il Voskehat, definito “bacca d’oro” e considerato la regina dei vitigni bianchi armeni, e l’Haghtanak, originario della Valle dell’Ararat e apprezzato per struttura e intensità cromatica. Altri vitigni di rilievo sono Kangun, versatile e impiegato anche per spumanti e brandy, e Khndoghni, tipico del sud del Paese, da cui nascono rossi di grande carattere.

Come sottolineato dalla Vine and Wine Foundation of Armenia, che ha sostenuto la pubblicazione del volume, la crescita del settore rappresenta oggi uno degli esempi più significativi di rilancio economico e culturale del Paese. Vini Armeni si propone così come una testimonianza del rinnovamento di un’antica civiltà del vino, capace di coniugare tradizione e innovazione, e come un invito a riscoprire un territorio in cui la viticoltura è parte integrante della storia e della cultura nazionale.

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Il Monte Ararat e la memoria contesa di un’identità armena (2duerighe 29.10.25)

Ci sono simboli che pesano più di un confine, montagne che diventano colonne di memoria. Il Monte Ararat è una di queste: la sua sagoma innevata domina lo skyline di Erevan e la coscienza collettiva armena, pur trovandosi oggi oltre la frontiera, in territorio turco. Eppure, proprio questo simbolo millenario è ora al centro di un gesto politico dal valore profondo — la decisione del governo armeno di rimuoverlo dai timbri ufficiali dello Stato. Il provvedimento, apparentemente tecnico, tocca corde identitarie e geopolitiche. Per generazioni, l’Ararat è stato l’emblema visivo dell’Armenia: presente sulle banconote, nei timbri, nelle opere d’arte e persino nello stemma nazionale. La sua immagine evocava la continuità di un popolo con la propria storia, anche a dispetto della perdita territoriale subita dopo il genocidio e la ridefinizione dei confini nel XX secolo. Oggi, la scelta di cancellarlo dalle iconografie ufficiali sembra voler riscrivere la grammatica del patriottismo armeno — o, almeno, renderla più sobria, più pragmatica. Secondo le autorità di Erevan, la rimozione sarebbe motivata dal desiderio di “evitare ambiguità” con i vicini, in particolare con la Turchia e l’Azerbaigian, in una fase di difficile normalizzazione diplomatica. Ma dietro la cautela delle parole si intravede un conflitto più profondo: la tensione fra memoria e realpolitik, fra l’eredità di un passato sacralizzato e la necessità di ridefinire un futuro politico meno ostaggio dei simboli. In primo luogo, va sottolineato che il Monte Ararat è in Armenia più che in Turchia: la sua alta silhouette domina il paesaggio armeno come emblema della nazione. Per l’Armenia, è radice spirituale e mitologica che attinge alla figura dell’arca di Noè (secondo tradizioni locali) e all’idea di radicamento del popolo armeno in queste terre. La scelta di raffigurarlo nei timbri attesta la volontà di fissare questa simbologia nell’arena internazionale, come marchio indelebile di appartenenza. Dall’altro lato, l’Azerbaigian – paese che all’interno del Caucaso sud-occidentale ha rapporti complessi con l’Armenia e con la questione del Nagorno-Karabakh – utilizza la stessa immagine in un’operazione comunicativa distinta: quella di affermare una sovranità simbolica, estetica e culturale che trascende le linee amministrative convenzionali. È un messaggio sottile ma efficace: “anche noi riconosciamo, o rivendichiamo, un legame con questo paesaggio e la sua valenza storica”. È difficile non leggere questa decisione come un segnale di stanchezza identitaria. L’Armenia, isolata e provata dalle recenti sconfitte militari nel Caucaso, sembra voler alleggerire il peso della propria mitologia per mostrarsi come uno Stato più concreto, meno romantico, più proiettato verso la sopravvivenza diplomatica che verso la rivendicazione culturale. Eppure, nel togliere il Monte Ararat dai timbri, non si cancella il suo profilo dalle menti: la montagna resta lì, visibile ogni giorno da Erevan, a ricordare che l’identità non è un sigillo ma uno sguardo. Forse, più che un atto di rinuncia, è un esperimento di maturità nazionale — il tentativo di riconciliare la geografia del cuore con quella della politica.

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Amb. Ferranti ad apertura Settimana Moda di Jerevan (Ansa 29.10.25)

(ANSA) – ROMA, 29 OTT – L’Ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti ha partecipato alla serata inaugurale della Settimana della Moda alla Galleria Nazionale armena.
L’esposizione ha riunito le creazioni di trenta stilisti armeni, che hanno reinterpretato i capolavori della collezione pittorica e scultorea della Galleria, fra cui varie opere provenienti dall’Italia.
Con 21 sfilate, 6 mostre, 15 fashion talk e oltre 60 marchi espositivi, la manifestazione ha riunito stilisti armeni ed internazionali, professionisti del settore, opinion leader e appassionati di moda per quattro giorni all’insegna della creatività, del dialogo e dell’ispirazione.
L’evento ha testimoniato altresì l’impegno dell’Unione Europea nel promuovere e sostenere il settore della moda in Armenia, anche attraverso la costruzione dei padiglioni della Fashion Expo ed incentivando la partecipazione di giornalisti internazionali ed esperti di moda per promuovere l’evento a livello globale. (ANSA).

Teheran: una stazione della metropolitana dedicata a Maria (Città Nuova 27.10.25)

Sarà presto inaugurata nella capitale iraniana una nuova stazione della linea 6 della metro: la fermata è dedicata alla madre di Gesù: Maryam-e Moghaddas (Santa Maria)

Una stazione della metro a Teheran (ph Dr. Nasser Haghighat/Wikipedia)
Ha fatto scalpore e destato una certa sorpresa la notizia, riportata di recente da alcuni organi di stampa e, soprattutto, dalle agenzie cattoliche AsiaNews e Fides, della decisione da parte delle autorità di Teheran di intitolare a Maria, madre di Gesù, una delle nuove stazioni della metropolitana cittadina. Il nome della stazione, che si trova al centro della linea 6, sarà Maryam-e Moghaddas (Santa Maria) e, secondo la dichiarazione del direttore del Centro per le Comunicazioni e gli Affari Internazionali di Teheran, Amir Mohammadkhani, la decisione è stata presa in considerazione che la nuova fermata si trova nelle vicinanze della Cattedrale Apostolica Armena. Si tratta, quindi, di un gesto di apprezzamento e riconoscimento nei confronti della comunità cristiana, ma soprattutto un’espressione di affetto nei confronti di Maria, che nel Corano è nominata ben più che nei Vangeli, e che è particolarmente cara alla tradizione sciita.

La rete della metropolitana della capitale dell’Iran, entrata in servizio nel 1999, utilizzata ogni giorno da circa due milioni e mezzo di persone, comprende 7 linee, con 160 stazioni che coprono una lunghezza totale di 292,1 km, di cui 67,5 km fanno parte di una linea ferroviaria suburbana. Da tempo sono in corso lavori di ampliamento e apertura di fermate intermedie. Nello specifico la linea rosa (la n.6), attiva dal 2019, contava già 25 stazioni e ora con un prolungamento di circa 6 km arriverà ad averne 32, compresa quella intitolata alla madre di Gesù.

La cattedrale armena di San Sarkis a Teheran (ph Orijentolog/Wikipedia)

Originariamente il nome della nuova stazione avrebbe dovuto ricordare uno studente iraniano (Shahid Nejatollahi) vittima del regime dello Scià Reza Pahalevi, durante le dimostrazioni del 1979. La vicinanza alla cattedrale armena ha poi provocato la proposta di cambiare il nome della fermata. Non si deve sottovalutare il fatto che, tra le minoranze religiose che godono di libertà di culto in Iran, i cristiani armeni sono oggi i più numerosi. Secondo alcuni, la loro presenza dovrebbe aggirarsi attorno ai 120-150 mila membri – qualcuno sostiene che arrivino a 350 mila – di cui 75 mila vivono nella capitale. Questa presenza è riconosciuta anche a livello politico-amministrativo. Infatti, 2 dei 5 seggi riservati alle minoranze religiose nel Parlamento iraniano sono a loro appannaggio, ma, soprattutto, sono l’unica minoranza con lo status di “osservatore” nel Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione e nel Consiglio di Opportunità. Inoltre, non si deve sottovalutare il fatto che la Persia-Iran e l’Armenia storica hanno legami culturali millenari. La loro relazione è da sempre di importanza strategica, poiché in Armenia passa l’importante corridoio commerciale tra i mercati dei Paesi che si affacciano sul Mar Nero e l’Iran. Il recente trattato di pace tra la Repubblica di Armenia – il cui primo ministro è in conflitto con il patriarca apostolico armeno – e l’Azerbaigian, sotto l’egida degli Stati Uniti, minaccia questa rotta commerciale.

Il cardinale Mathieu, monaco belga arcivescovo latino di Teheran, ha commentato positivamente la decisione delle autorità iraniane, sottolineando che dedicare una stazione della metropolitana, un luogo pubblico, alla madre di Gesù «rappresenta un tributo alla comunità cristiana armena e riconosce l’alto grado di stima e affetto nei confronti di Maria». L’interno della stazione è decorato con bassorilievi di cui due sono dedicati a Maria, che in uno appare con gli occhi chiusi e in atto di pregare, circondata da tulipani, il fiore che nell’Islam esprime l’amore fedele ed eterno. L’artista – Tina Tarigh Mehr – ha dichiarato che le immagini di bassorilievi dedicati a Maria sono state concepite per suscitare rispetto nei suoi confronti. «Ogni elemento che si può vedere in questa stazione – ha commentato – è stato disegnato in modo che quando qualcuno passa al suo interno possa comprendere che la nostra finalità è quella di rispettare le altre religioni, in particolare il cristianesimo». L’esterno della stazione e il portale d’ingresso principale sono realizzati in pietra bianca e presentano vetrate in stile romanico, in armonia con la facciata della Chiesa di San Sarkis, situata di fronte. Sopra le tre vetrate sono incisi in farsi e in inglese il nome principale e secondario della stazione e il numero della linea. Dietro la vetrata, di fronte alla Chiesa di San Sarkis, il giorno dell’inaugurazione verrà scoperta una statua in pietra alta 2,30 m raffigurante la Vergine Maria in piedi con il Bambino Gesù sul braccio sinistro. Il costo è stato sostenuto da un benefattore della comunità armena. All’interno, sopra la prima rampa del seminterrato della stazione, è incisa l’iscrizione persiana “Nel nome di Dio”, come in tutte le stazioni della rete, ma qui è tradotta anche in inglese, armeno e arabo su uno sfondo rosso ocra.

La notizia che riguarda la nuova stazione della linea 6 della metropolitana di Teheran riveste notevole interesse e importanza. È, infatti, una decisione significativa, soprattutto nel contesto di quanto dichiarato nella Relazione Annuale 2025 della Commissione degli Stati Uniti sulla Libertà religiosa a livello internazionale. Secondo quanto in essa riportato, infatti, «le condizioni di libertà religiosa in Iran restano precarie, soprattutto per quanto concerne le minoranze religiose, i dissidenti e le donne e bambine». Lo scorso anno 21 cristiani sono stati arrestati con l’accusa di attività di proselitismo e di promozione di sionismo cristiano.

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Il Papa in Turchia e Libano, le tappe da Nicea a san Charbel (La nuovaqb 28.10.25)

Manca esattamente un mese al primo viaggio apostolico di Leone XIV: la commemorazione del primo concilio della storia, la dichiarazione congiunta con Bartolomeo, e poi, nel Paese dei Cedri, l’omaggio alla tomba del “padre Pio libanese”.

La Sala Stampa vaticana pubblica il programma del primo viaggio apostolico di Leone XIV che tra un mese visiterà Turchia e Libano. La prima tappa, ereditata dal pontificato di Francesco, sarà incentrata sul 1700° anniversario del concilio di Nicea, mentre nella seconda il Papa intende far risuonare un messaggio di pace nel pieno del conflitto mediorientale.

Il Papa giungerà nella capitale turca Ankara il 27 novembre e l’indomani sarà a İznik, l’antica Nicea, dove si svolse il primo concilio ecumenico della storia. Sabato 29 la firma della dichiarazione congiunta con il patriarca Bartolomeo a Instabul, l’antica Costantinopoli, e la Santa Messa nella Volkswagen Arena. Il soggiorno turco si concluderà il 30 novembre, festa dell’apostolo Andrea, con la partecipazione alla divina liturgia nella chiesa patriarcale di San Giorgio e il pranzo con Bartolomeo, ma anche la visita alla comunità armena apostolica. Nel pomeriggio un’ora di volo condurrà il Pontefice da Instabul a Beirut.

Una tappa non scontata ma molto significativa sarà la visita alla tomba del “padre Pio libanese”, ovvero san Charbel Makhlouf, il “padre Pio libanese” ormai universalmente invocato ben oltre i confini del Paese dei Cedri e alla cui intercessione si devono straordinari miracoli e guarigioni. Leone XIV si recherà inoltre a pregare sul luogo dell’esplosione che il 4 agosto 2020 causò a Beirut la morte di 218 persone e infine celebrerà la Messa presso il Beirut Waterfront.

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