Nel cuore delle montagne alte dell’Armenia, un enigma millenario ha finalmente trovato una spiegazione plausibile, che lega i monumenti noti come “pietre drago” a un complesso sistema di simboli religiosi e pratiche legate all’acqua nell’antichità. Per secoli avvolte nel mito, queste strutture di pietra sono ora al centro di uno studio scientifico che potrebbe convincere l’UNESCO a inserirle nella lista del Patrimonio dell’Umanità.
Le “pietre drago”, note con il nome armeno vishapakaro vishap – termine che nei secoli tacerà tra mito e leggenda – sono monoliti scolpiti in basalto o andesite alti fino a cinque metri e del peso di diverse tonnellate. Secondo le analisi al radiocarbonio, risalgono al Calcolitico, tra il 4200 e il 4000 a.C., cioè circa mille anni prima della costruzione di Stonehenge in Inghilterra.
Le incisioni raccontano storie simboliche: pesci stilizzati, pelli di bovini e figure ibride tra animali raffigurano flussi d’acqua, uccelli e forme che sembrano raccontare la relazione tra l’uomo, la natura e le sorgenti che danno vita ai pascoli.
Un culto dell’acqua
Per generazioni, la popolazione locale ha intrecciato a questi monoliti narrativi popolari che parlavano di “draghi” – guardiani dell’acqua in grado di provocare siccità o custodire fonti preziose -. Tuttavia, le ricerche scientifiche più recenti, pubblicate sulla rivistanpj Heritage Science, hanno dimostrato che questi manufatti non sono casuali né puramente decorativi: sono parte integrante di un’antica pratica religiosa e gestionale dell’acqua.
Secondo gli archeologi guidati dal professor Vahe Gurzadyan e dal collega Arsen Bobokhyan, i vishap erano collocati strategicamente vicino a sorgenti, laghi vulcanici e antichi sistemi irrigui preistorici, in particolare lungo i percorsi stagionali del bestiame e delle popolazioni nomadi. La distribuzione in quota – con una significativa concentrazione attorno a 1900 e 2700 metri sul livello del mare – non è casuale e riflette la relazione tra le attività umane e le risorse idriche nel paesaggio montano.
La scoperta non riguarda solo una reinterpretazione dei simboli scolpiti nella roccia, ma apre una finestra sulle strutture sociali e spirituali delle prime comunità dell’altopiano armeno. I vishap non erano semplici segnali geografici: erano marcatori sacri, probabilmente utilizzati in riti di preghiera, offerte e celebrazioni stagionali legate alla fertilità delle terre e alla vita animale. Il sito archeologico di Tirinkatar, uno dei più significativi, è ora in corsa per il riconoscimento come Patrimonio dell’Umanità UNESCO, un passo che gli studiosi sperano possa garantire protezione e conservazione a queste testimonianze millenarie, molte delle quali oggi giacciono distese o frammentate.
Tra mito, leggenda e scienza
L’immagine tradizionale di questi megaliti come “guardiani draghi” delle fonti d’acqua è stata integrata – non sostituita – da una comprensione più profonda: quella di un popolo che sacralizzava l’acqua, riconoscendo la sua essenzialità sia per l’agricoltura che per la sopravvivenza. La figura del drago, nella mitologia armena posteriore, può aver riflesso questa venerazione, trasformando le immagini originali in simboli di entità soprannaturali.
Oggi, il contributo scientifico di ricercatori armeni, europei e internazionali ha gettato nuova luce su un fenomeno che per lungo tempo è stato avvolto nell’oscurità storica. Con ogni pietra scoperta e datata con precisione, prende forma una narrativa che intreccia pratiche quotidiane, credenze ancestrali e la centralità di un elemento che ha segnato la civiltà umana sin dalle sue origini: l’acqua stessa.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-01-01 18:23:062026-01-04 18:27:08L'Armenia e le “pietre drago”: dalla leggenda al culto dell’acqua preistorico (Lo Scarpone 01.01.26)
La cancellazione dell’Artsakh è il negazionismo turco che diventa politica. Al tempo stesso pone all’Armenia un problema di identità, oggi lacerata (3)
Per comprendere fino in fondo il significato della pace del 2025 nel Caucaso, è necessario allargare lo sguardo oltre i confini immediati dell’Armenia e dell’Azerbaijan. Non per cercare colpe indirette, ma per osservare il contesto politico e culturale nel quale quella pace prende forma.
7. La Turchia oggi: la verità come reato
In questo quadro, la Turchia contemporanea rappresenta un elemento decisivo, non tanto per ciò che dichiara, quanto per ciò che consente e proibisce. Nel 2025, in Turchia, riconoscere pubblicamente il genocidio armeno continua a essere un atto penalmente perseguibile. Non come eccezione, ma come prassi. Giornalisti, intellettuali, cittadini vengono incriminati per “insulto alla nazione”, formula giuridica elastica che consente di colpire chiunque pronunci parole ritenute incompatibili con la narrazione ufficiale.
Non si tratta solo di negazionismo storico, ma di gestione repressiva della memoria. Questo dato non è secondario. Un Paese che considera la verità storica una minaccia all’ordine pubblico è un Paese che non ha mai realmente chiuso i conti con il proprio passato. E quando il passato non viene elaborato, esso continua ad agire nel presente, spesso in forme nuove, meno esplicite ma non meno incisive. La rimozione del genocidio armeno non è un residuo ideologico: è una componente attiva dell’identità politica dello Stato turco
Nel 2025, mentre l’Armenia firma una pace che cancella l’Artsakh dal linguaggio diplomatico, in Turchia chi osa ricordare ciò che accadde nel 1915 viene perseguito. Le due dinamiche sono convergenti. In entrambi i casi, il problema non è solo il controllo del territorio, ma il controllo del racconto. Chi domina la narrazione decide chi esiste e chi no.
Il fatto che la pace caucasica venga accolta con favore anche da un contesto nel quale la memoria armena è ancora considerata sovversiva dice qualcosa di essenziale: ovvero che la cancellazione può avvenire anche senza violenza diretta, attraverso l’assuefazione, il silenzio, l’archiviazione diplomatica.
È una forma di pressione più lenta, ma spesso più efficace. Non è necessario attribuire intenzioni unitarie o disegni coordinati, basta osservare la coerenza degli esiti. Nel 2025, la Turchia rimane un Paese in cui la parola “genocidio” applicata agli armeni è vietata; e l’Armenia si ritrova firmataria di un accordo in cui gli armeni dell’Artsakh non sono nominati. In entrambi i casi, la sparizione simbolica precede e accompagna quella reale. Questo contesto aiuta a capire perché la pace non abbia incluso alcun riferimento alla tutela della memoria, dei luoghi sacri, delle comunità espulse.
8. L’Armenia divisa e ferita
Il 2025 non è stato solo un anno di pressione esterna per l’Armenia, ma anche un anno di frattura interna, vissuta con intensità e sofferenza. La pace ha posto il Paese di fronte a una scelta tragica, che nessuna retorica può addolcire: accettare una perdita irreversibile per preservare lo Stato, oppure rifiutarla rischiando una nuova catastrofe. Il governo armeno ha scelto la prima opzione. Non per leggerezza, ma per calcolo.
In un contesto di isolamento crescente, con alleanze indebolite e protezioni inaffidabili, la priorità è diventata la sopravvivenza dell’Armenia come entità statale. Questa scelta, tuttavia, ha avuto un costo altissimo sul piano simbolico e morale. Ha prodotto una scissione tra lo Stato e una parte profonda della coscienza nazionale.
Per molti armeni, dentro e fuori i confini della Repubblica, la firma dell’accordo ha rappresentato non solo una resa territoriale, ma una rinuncia alla memoria. Non tanto perché si chiedesse al governo di continuare una guerra impossibile, quanto perché si percepiva che, nel testo e nel tono della pace, la sorte degli armeni dell’Artsakh veniva accettata come definitiva e non più discutibile.
Vertice Azerbaijan-Turchia, i Presidenti Ilham Aliyev e Recep Tayyip Erdogan (ANSA-EPA 2025)
La diaspora, numerosa e influente, ha reagito con durezza. Ma anche all’interno del Paese la frattura è stata evidente: la Chiesa apostolica armena ha espresso riserve profonde, non come attore politico, ma come custode di una continuità storica che va oltre le contingenze. Per la Chiesa, l’Artsakh non è solo una regione perduta, è una parte del corpo ecclesiale, una ferita che non può essere archiviata con un atto amministrativo.
Il 2025 ha così messo in luce una tensione che attraversa l’Armenia contemporanea: quella tra realismo politico e fedeltà storica. Non è una contrapposizione semplice. Entrambe le posizioni nascono da una volontà di protezione: una vuole proteggere ciò che resta, l’altra ciò che dà senso a ciò che resta. Ma quando queste due esigenze non riescono più a parlarsi, il rischio è una lacerazione profonda.
L’Armenia esce dal 2025 più sicura sul piano militare immediato, ma più fragile sul piano identitario. Non perché abbia perso un territorio (la storia armena è fatta di perdite), ma perché ha dovuto accettare che una parte del suo popolo scomparisse dal quadro ufficiale senza essere nominata, senza essere difesa fino all’ultimo livello possibile del linguaggio. È una ferita che non produce subito instabilità, ma che resta aperta.
9. Il doppio standard dell’Occidente
Il 2025 ha reso evidente una dinamica che da tempo attraversa la politica internazionale, ma che raramente viene detta con chiarezza: l’esistenza di un doppio standard nella valutazione delle tragedie. Non tutte le vittime pesano allo stesso modo, non tutte le espulsioni suscitano la stessa indignazione, non tutte le pulizie etniche meritano lo stesso vocabolario.
Nel corso dell’anno, l’Occidente ha mostrato, e giustamente, una forte sensibilità verso alcune crisi: ha parlato di diritti umani, di diritto al ritorno, di tutela delle popolazioni civili, di protezione delle minoranze. Ha invocato il diritto internazionale come argine alla legge del più forte. Tutto questo è avvenuto sotto gli occhi dell’opinione pubblica, con un linguaggio carico di partecipazione morale. Eppure, quando si è trattato dell’Armenia e dell’Artsakh, lo stesso apparato concettuale si è come dissolto. Le parole si sono fatte prudenti, tecniche, distaccate: la pulizia etnica è diventata “conseguenza del conflitto”, l’esodo forzato è stato ridotto a “sfollamento”, e il genocidio è scomparso dal lessico, come se pronunciarlo fosse sconveniente, fuori luogo, destabilizzante.
Questo non è accaduto per ignoranza. Le informazioni erano disponibili, documentate, verificate. È accaduto per una scelta implicita: quella di considerare il Caucaso una periferia della storia, un luogo dove le categorie morali possono essere applicate con maggiore elasticità. Un’area in cui la stabilità vale più della giustizia, e la chiusura rapida dei dossier più della tutela delle persone.
Il risultato è stato un accordo che ha rassicurato le cancellerie ma lasciato senza risposta una domanda essenziale: che fine fanno gli armeni dell’Artsakh? Una domanda che non ha trovato spazio nei comunicati ufficiali, né nei grandi vertici, né nei documenti finali. Come se fosse una domanda imbarazzante, capace di incrinare la narrazione di una pace riuscita.
Questo doppio standard non è solo un problema etico, ma politico, perché ogni volta che il diritto internazionale viene applicato in modo selettivo perde autorevolezza. Ogni volta che una tragedia viene relativizzata perché riguarda un popolo piccolo, isolato o geopoliticamente scomodo, si rafforza l’idea che la forza possa essere premiata se esercitata con sufficiente determinazione. Nel 2025, l’Armenia ha pagato anche questo prezzo: quello di essere diventata un caso “minore”, una questione da archiviare in nome di equilibri più grandi. Ma la storia insegna che le ingiustizie considerate minori sono spesso quelle che preparano le crisi maggiori.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-01-01 18:12:492026-01-04 18:14:25ARMENIA/ L’errore di considerare il Caucaso una periferia della storia (e della memoria) (Il Sussidiario 01.01.26)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 31.12.2025 – Renato Farina] – Vi scrivo dal lago Sevan, che oggi è nero. Non nero come la notte che prepara l’alba, ma nero come un’ombra senza promessa, come un’icona spezzata. Eppure ci sto dentro: ci ammollo i piedi, come facevo da ragazzo, quando il lago era uno specchio del cielo. Oggi non riflette più nulla, né arcobaleni né stelle: è un pozzo, un cimitero di voci. E forse proprio per questo – per questa cecità dell’acqua – è diventato più sincero.
Mi scrivete: “Molokano, che anno è stato questo 2025?”
Vi rispondo: un anno di paci, troppe. Un anno di accordi, troppi. Un anno in cui il mondo ha cercato di convincerci che il letame è concime divino, che la decomposizione è speranza, che la mutilazione è chirurgia salvifica.
Un anno in cui hanno provato a persuadere noi Armeni – ma forse anche voi Italiani – che la resa è saggezza, che il silenzio è diplomazia, che la finzione è maturità.
Ma io sono Molokano, e i Molokani non sanno mentire.
Beviamo latte, non vino: la nostra fede non fermenta, non si riscalda di retorica. È bianca, ingenua, infantile come il pianto delle pietre. E allora permettetemi di dirvi la verità, nuda come la montagna d’inverno: questo 2025 è stato un anno di letame.
Un letame geopolitico, ecclesiale, umano.
Ma il Te Deum non si canta per i trionfi: si canta perché Dio c’è.
E allora: Te Deum laudamus. Per il letame? Sì. Proprio per il letame.
Una bandiera della Repubblica di Artsakh viene issata in Armenia (Foto di ANSA/Tempi).
Quando abbiamo letto che Pashinyan, il nostro premier, aveva firmato l’“accordo di Washington” davanti a Trump, l’8 agosto, ci siamo guardati negli occhi come animali feriti.
Era una quasi verità, una fake truth come dico io.
Il Corridoio dei 32 chilometri per l’Azerbaijan? Va bene. Anche se significa amputare l’Armenia. Ma il vero scandalo è ciò che non c’era:
nel testo non compare mai la parola Artsakh.
Mai.
Non esistiamo più.
Non esistono i nostri 120mila cristiani cacciati come cani.
Non esistono i nostri morti, né i nostri cimiteri profanati.
È il genocidio perfetto: quello che non ha bisogno di sangue perché cancella la memoria.
Eppure il mondo ha applaudito: “Che bravi! Che pace! Che maturità!”
Pace?
Come chiamare pace l’accordo che sancisce l’estinzione di un popolo?
Un cimitero delle anime spacciato per giardino botanico?
Poi è arrivata la menzogna di Sharm el-Sheikh.
Una tregua per Gaza – benedetta, per carità! – firmata dai grandi della terra il 13 ottobre. E lì, in prima fila, Aliyev e Pashinyan, col volto serio dei protagonisti della storia.
Io ho letto i venti punti del trattato. Tutti.
Ho letto: “Nessuno sarà costretto ad abbandonare Gaza.”
Ho letto: “Tutti gli ostaggi dovranno essere restituiti.”
Ho letto: “La dignità e i diritti del popolo palestinese saranno tutelati.”
E ho pianto. Ho pianto di santa invidia.
Perché nel trattato di Washington, quello per noi, non c’è niente di tutto questo.
Niente sugli esuli armeni.
Niente sui nostri prigionieri.
Niente sui 14 leader dell’Artsakh trascinati via come bottino umano.
A noi non è toccato un punto, una virgola, un avverbio di pietà.
È la legge del mondo: a Gaza misericordia, all’Armenia cancellazione.
Doppio standard. Il più indecente.
E poi, amici miei, c’è stato qualcosa di peggio.
La rottura – violentissima, quasi blasfema – tra potere politico e Chiesa.
Pashinyan che tenta di deporre Karekin II, il nostro Catholicos, il Papa armeno.
Lo accusa di avere una figlia, come se la diceria fosse dogma.
Tentano di farne un anti-papa, come se la Chiesa fosse un ministero.
Il popolo si stringe attorno a Echmiadzin. Noi Molokani, eretici sì, ma non scemi, siamo con loro: perché sappiamo riconoscere quando un uomo parla come Giovanni Battista a un Erode impazzito.
E nel frattempo – che dolore scriverlo – il Vaticano inciampa.
La Gregoriana, la nostra università dei gesuiti, ospita un simposio dove l’Azerbaijan viene celebrato come “defensor fidei” e presentato come “tutore della libertà religiosa”.
L’Azerbaijan.
Il Paese che ha costruito un Parco dei Trofei dove i bambini prendono a schiaffi manichini di soldati armeni col “naso armeno” stereotipato, come segno di disprezzo etnico.
Il Paese che smantella monasteri, che cancella iscrizioni armene dalle pietre, che tortura prigionieri.
E io, Molokano, ho dovuto chiedermi se il mondo fosse impazzito.
O forse ero pazzo io, che continuo a credere che la Chiesa sia la casa dei senza casa.
Eppure, amici miei, dentro questo letame ho visto anche tre semi di grazia.
Li trovate solo se non distogliete lo sguardo.
Primo seme
Una donna di New York, santa e bella, che hai amato e che ha amato gli Armeni. Siobhan Nash-Marshall (1965-2024), professoressa di Filosofia al Manhattanville College è morta dentro la notte, nel buio, mai ne nacque un’altra cos’ piena di speranza contemplando il “Grande Male”. La immagino in quei momento, tragedia della Croce che fiorisce, sola con il Solo, dunque insieme, nella sua casa di New York, D’accordo è stato nel dicembre 2024, ma la notizia giunse a me, tramortito, il capodanno successivo. Il suo sacrificio nascosto è una lampada negli angoli del mondo che annega nel niente liquido. La sua offerta è stata come il ramo d’ulivo che la colomba riportò a Noè.
Secondo seme
Il Cardinale Krikor Bedros XV Agagianian (1895-1971).
Il nostro armeno universale, che unì Roma e Oriente, che parlò il linguaggio del martirio e quello della diplomazia, che seppe tenere insieme pietra e fiore. Traslato intatto a Beirut in settembre, unendo intorno a sé armeni, maroniti, siriaci, arabi sciiti e arabi sunniti, ebrei.
In lui il popolo armeno è custodito per sempre, come seme invernale.
Terzo seme
Il nuovo santo appena proclamato, uno dei nostri grandi, la cui vita è stata un altare. Ignazio Maloyan, arcivescovoi armeno, cittadinanza ottomna, arcieparca di Mardi, eliminato durante il genocidio, il nostro Massimiliano Kolbe. In lui vedo la promessa mantenuta che la nostra fede non muore sotto il mucchio di cadaveri, neanche il Grande Male ci separeraà dall’amore di Cristo genocidio. La pietra armena ancora canta, anche se noi non la sentiamo.
E ora vi dico la cosa più difficile: il dono del 2025 è stato il letame.
Perché il letame è ciò che resta quando tutte le illusioni sono evaporate:
– la fiducia nelle potenze;
– l’illusione delle diplomazie;
– la favola dei trattati;
– la speranza che i forti difendano i deboli.
Quando tutto è letame, allora rimane solo Dio.
E Dio – ce lo ha detto Giobbe, ce lo ha gridato Agostino –
è più in basso ancora.
Più in basso del male, più in basso della disperazione.
Più in basso del genocidio.
Più in basso del silenzio del mondo.
E allora singolo uomo armeno, singolo lettore italiano, il mio Te Deum è questo:
Ti lodo, o Dio, perché sei nel fondo del fondo.
Perché sei dove non c’è più nulla da lodare.
Perché nel letame prepari la resurrezione.
Le pietre urlanti dell’Armenia, diceva Mandelstam, parlano anche quando noi siamo muti.
Quest’anno le pietre non hanno potuto neanche urlare.
Ma Dio no: Dio ascolta, ascolta, ascolta.
Come nei Soliloquia di Agostino: “Domine, audi me, audi me, audi me…”
Ascoltaci. Anche se noi non sappiamo più parlare.
Ascoltaci. Anche se siamo ridotti a cenere.
Ascoltaci. Anche se non riusciamo neppure a gridare.
Amici miei, vi consegno questo Te Deum che profuma di fango e lacrime, perché è l’unico che posso cantare.
Perché il nostro popolo è stato ridotto al letame.
Perché le nostre chiese sono state umiliate.
Perché i nostri esuli non hanno una sola parola nel trattato che dovrebbe proteggerli.
Perché i nostri prigionieri dormono in celle senza finestre.
Perché i nostri vescovi vengono accusati e diffamati.
Perché il mondo ci ha venduto per un corridoio di 32 chilometri.
E però – attenzione – perché Dio è ancora più in basso del letame.
E solo Lui può far germogliare la pietra.
Solo Lui può risuscitare il popolo che non c’è più.
Solo Lui può restituire voce alle pietre mute.
Io, Molokano, vi scrivo questo nell’ultimo tramonto del 2025.
Guardo il Lago Nero.
Non vedo riflessi.
Ma sento una voce dentro l’acqua: “Non temere. La croce fiorirà.”
E allora lo dico – tremando, eppure certo – Te Deum laudamus.
Anche quest’anno.
Soprattutto quest’anno.
Tuo, il Molokano
Questa lettera del Molokano è stata pubblicata su Tempi.
Te Deum per il letame che resta dopo tutte le illusioni (Tempi 28.12.25)
Amici miei cari, vi scrivo dal lago Sevan, che oggi è nero. Non nero come la notte che prepara l’alba, ma nero come un’ombra senza promessa, come un’icona spezzata. Eppure ci sto dentro: ci ammollo i piedi, come facevo da ragazzo, quando il lago era uno specchio del cielo. Oggi non riflette più nulla, né arcobaleni né stelle: è un pozzo, un cimitero di voci. E forse proprio per questo – per questa cecità dell’acqua – è diventato più sincero.
Mi scrivete: “Molokano, che anno è stato questo 2025?”. Vi rispondo: un anno di paci, troppe. Un anno di accordi, troppi. Un anno in cui il mondo ha cercato di convincerci che il letame è concime divino, che la decomposizione è speranza, che la mutilazione è chirurgia salvifica. Un anno in cui hanno provato a persuadere noi armeni – ma forse anche voi italiani – che la resa è saggezza, che il silenzio è diplomazia, che la finzione è maturità. Ma io sono molokano, e i molokani non sanno mentire. Beviamo latte, non vino: la nostra fede non fermenta, …
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-12-31 23:08:032026-01-04 18:18:04Un grido d’amore per l’Armenia. La lettera del Molokano dal lago Sevan all’Europa smemorata come Te Deum per l’anno 2025 (Korazym 31.12.25)
Da quando l’Armenia ha adottato il cristianesimo, nel 301 d.C., i monasteri della nazione sono stati al centro delle sue tradizioni di culto. Dopo 17 secoli, questi siti riconosciuti dall’UNESCO sono diventati importanti punti di riferimento per la comunità nazionale, sia riflettendo che plasmando la cultura della prima nazione cristiana al mondo.
Oggi l’Armenia gode ancora di un turismo poco sviluppato e questi siti religiosi meritano senz’altro di essere visitati.
Monastero di Geghard, Armenia centrale
Mentre la chiesa originale di San Gregorio del IV secolo era una modesta cappella rupestre, oggi il monastero di Geghard è un sito patrimonio UNESCO che lascia senza fiato. Parzialmente scavato nelle scoscese rupi di basalto della gola di Azat e parzialmente costruito con pietra locale, il monastero si trova a soli 32 km da Erevan.
Parzialmente scavato sulle rupi della gola dell’Azat, il monastero di Geghard, compresa la cappella troglodita, si trova a 30 chilometri da Erevan, in Armenia.
FOTOGRAFIA DI ERIC MARTIN/FIGAROPHOTO, REDUX
Geghard significa letteralmente “la Lancia” e prende il nome dalla leggendaria lancia che si dice abbia trafitto il costato di Cristo sulla croce. Il monastero un tempo possedeva questa reliquia, ora conservata a Etchmiadzin, la prima cattedrale dell’Armenia. Nel XIII secolo tre delle cappelle del monastero furono scavate direttamente nella roccia sotto la guida dell’architetto Galdzak. Queste cappelle rupestri sono famose per la loro straordinaria acustica e ospitano suggestive esibizioni di cori tradizionali armeni. Una solista, Ana Navasardian, in un’intervista a Radio Free Europe, ha dichiarato: “L’acustica sembra avvolgerti, è qualcosa di unico”.
Nella cappella di Avazan, scavata nella roccia, l’acqua santa scorre direttamente dalla pietra. I visitatori alzano lo sguardo verso le incisioni e le opere d’arte religiose, tra cui l’umile iscrizione di Galdzak: “Ricordati di me ogni tanto, per favore”, un silenzioso eco umano proveniente da secoli passati.
Monastero di Tatev, Armenia meridionale
Da Geghard, il viaggio si addentra nelle zone montuose meridionali, dove il paesaggio diventa più selvaggio. Gli ultimi chilometri che conducono al monastero di Tatev sono parte essenziale dell’avventura: si raggiungono tramite le Ali di Tatev, la funivia aerea bifune più lunga del mondo, che sorvola la spettacolare gola di Vorotan.
Inserito attualmente nella lista provvisoria dell’UNESCO, il monastero di Tatev, a oltre 240 km da Erevan, è stato costruito nel IX secolo in onore di San Paolo e San Pietro. Arroccato sul bordo della gola, Tatev divenne ben presto un centro di cultura e di apprendimento. Nel XIV e XV secolo ospitò una delle prime università dell’Armenia, dove i monaci studiavano filosofia, scienze e arte.
Armeni in preghiera al monastero di Tatev.
FOTOGRAFIA DI SERGEY PONOMAREV, REDUX
Oggi le sue pareti in pietra color ambra, le incisioni consumate dal tempo e gli affreschi del XIV secolo sono ricchi di colori e dettagli. I dipinti raffigurano santi armeni, scene bibliche e mecenati locali. Offrono ai visitatori una rara finestra sulla vita spirituale e artistica dell’Armenia medievale.
“Tatev è più di un monastero del IX secolo, è un luogo vivo”, afferma Anna Arshakyan del Centro informazioni del monastero. “I visitatori soggiornano nelle nostre case, condividono la colazione con le nostre famiglie e imparano a conoscere la nostra cultura. Il turismo porta prosperità, sì, ma rafforza anche il legame tra la popolazione locale e i viaggiatori. E al centro di tutto questo c’è padre Mikayel. La gente viene da lontano solo per incontrarlo. Senza la sua dedizione, Tatev non sarebbe viva come lo è oggi”.
Padre Mikayel rappresenta il filo conduttore che collega l’antico sito di Tatev ai giorni nostri. Visitare un monastero millenario è molto più di una semplice gita turistica quando la comunità è ancora viva e in salute. La sua presenza garantisce che Tatev non sia solo un monumento congelato nel tempo, ma che rimanga un luogo di pratica spirituale e ospitalità.
Monastero di Noravank, Armenia meridionale
A nord di Tatev, a 120 km a sud di Erevan, la spettacolare gola di Amaghu ospita il monastero di Noravank, uno dei più suggestivi dell’Armenia. Incorniciato da pareti di roccia rossa, il sito ha un che di particolarmente magico all’alba o al tramonto, quando la luce dorata illumina le rocce e i toni più morbidi degli edifici del monastero.
Una leggenda locale narra che il monastero di Noravank, nel sud dell’Armenia, fosse il luogo in cui un tempo era custodita la Vera Croce di Cristo.
FOTOGRAFIA DI ERIC MARTIN, REDUX
Attualmente inserito nella lista provvisoria dell’UNESCO, le strutture principali risalgono al XIII secolo e seguono uno stile architettonico tipicamente armeno. La caratteristica più notevole è una scala esterna in pietra che conduce alla sala di preghiera superiore. Secondo la leggenda, la Vera Croce di Cristo era un tempo custodita in questo monastero, anche se è maggiormente documentato il ruolo di Noravank come importante centro religioso, culturale ed educativo nel XIII e XIV secolo.
I visitatori più in forma e sportivi possono anche godersi diversi sentieri che salgono sui pendii che circondano il monastero fino a punti panoramici che si affacciano sul complesso. Qui tra le rocce compaiono dei khachkar (pietre commemorative uniche nella cultura armena) consumati dal tempo, e il sentiero offre una vista spettacolare sulla gola e sulla silhouette immutabile del monastero.
Sanahin, fondato da un re, e Haghpat, fondato da una regina, sono legati da una rivalità scherzosa. Gli abitanti del luogo sostengono che il nome Sanahin significhi “questo è più antico di quello”, mentre Haghpat, “muro enorme”, si riferisce alle imponenti fortificazioni del monastero. Nell’Armenia medievale ogni monastero si sviluppò come centro di apprendimento: le mura di basalto di Haghpat riecheggiavano di studi di filosofia, logica e scienza, mentre Sanahin risuonava di musica e ospitava il lavoro di maestri calligrafi e miniatori.
Situato nella provincia di Lori in Armenia, il complesso monastico di Haghpat, noto anche come Haghpatavank, fu costruito tra il X e il XIII secolo.
FOTOGRAFIA DI KIT YENG CHAN, ALAMY
Lo stile ecclesiastico bizantino di questi edifici rivela sorprendenti somiglianze. Cortili incorniciati da archi in pietra guidano i visitatori verso i khachkar finemente scolpiti sparsi per il parco. La superba maestria artigianale dispiegata in entrambi i monasteri riflette una tradizione architettonica e una cultura monastica condivise che hanno prosperato in Armenia per secoli.
Per i più avventurosi, antichi sentieri collegano ancora i monasteri attraverso il World Heritage Trail, un percorso di 10 chilometri e quattro ore di cammino segnalato da pilastri di pietra installati dall’Associazione Escursionisti Armeni. L’itinerario è lineare, quindi è essenziale pianificare il ricorso a un mezzo di trasporto per il ritorno, ma camminare lungo questo sentiero storico offre un legame tangibile con i monaci che lo percorrevano regolarmente per cerimonie religiose e feste.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-12-31 18:19:192026-01-04 18:25:565 dei monasteri più belli dell'Armenia tra opere d’arte e paesaggi selvaggi (National Geographic 31.12.25)
[Korazym.org/Blog dell’Editore, 31.12.2025 – Vik van Brantegem] – L’Istituto Lemkin per la Prevenzione del Genocidio, con una dichiarazione del 28 dicembre 2025 – di cui riportiamo di seguito la traduzione italiana – ha lanciato l’allarme per gli arresti e le intimidazioni ai danni del clero della Chiesa Apostolica Armena, definendoli “una pericolosa sfida alle istituzioni democratiche dell’Armenia”. L’Istituto avverte che prendere di mira la leadership religiosa rispecchia modelli storici di cancellazione dell’identità, osservando che “il genocidio opera non solo attraverso l’annientamento fisico, ma anche attraverso la distruzione culturale e spirituale”. L’Istituto esorta le autorità armene a cessare le azioni politicamente motivate contro la Chiesa e invita gli osservatori internazionali a monitorare attentamente gli sviluppi.
Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, ha visitato sabato 27 dicembre 2025 l’Arcivescovo Mikayel Ajapahyan, Primate della Diocesi di Shirak della Chiesa Apostolica Armena, presso l’Izmirlian Medical Center, ha comunicato l’ospedale.
Secondo l’Izmirlian Medical Center, le condizioni dell’Arcivescovo Ajapahyan sono state giudicate soddisfacenti e continua a ricevere cure postoperatorie sotto supervisione medica. È stato sottoposto a un intervento chirurgico il 26 dicembre e rimane ricoverato in ospedale per la convalescenza. L’intervento è stato eseguito dopo aver ottenuto la necessaria autorizzazione giudiziaria.
L’Arcivescovo Ajapahyan è detenuto come prigioniero politico dal giugno 2025, in seguito alle richieste pubbliche di Nikol Pashinyan di incarcerarlo. Durante questo periodo, agenti delle forze dell’ordine sono entrati nella Santa Sede Etchmiadzin. L’Arcivescovo Ajapahyan si è poi presentato spontaneamente alle autorità. Successivamente è stato dichiarato colpevole e condannato a due anni di carcere per presunte dichiarazioni pubbliche critiche nei confronti del governo, che i pubblici ministeri hanno classificato come inviti a sovvertire l’ordine costituzionale. La sentenza è stata criticata dai rappresentanti della Chiesa Apostolica Armena e da esponenti dell’opposizione, in quanto motivato politicamente.
Il caso si è svolto nel contesto di un continuo confronto tra il governo e la Chiesa Apostolica Armena. Negli ultimi mesi, Nikol Pashinyan ha chiesto pubblicamente le dimissioni del Catholicos Karekin II, riferendosi ripetutamente a lui con il suo nome di battesimo e rivolgendo accuse contro alti esponenti del clero.
Il Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, Sua Santità Karekin II, ha impartito una benedizione a livello nazionale nella notte di Capodanno nella cattedrale di Echmiadzin (Karabakh.it).
Dichiarazione sulla repressione della Chiesa Apostolica Armena: continuità storica della cancellazione dell’identità all’interno dei gruppi di vittime
L’Istituto Lemkin per la Prevenzione del Genocidio esprime profonda preoccupazione per la continua repressione statale contro la Chiesa Apostolica Armena in Armenia, che include arresti e intimidazioni nei confronti del clero, attacchi alle istituzioni ecclesiastiche e il crescente ricorso al sistema giudiziario da parte dello Stato per mettere a tacere la leadership religiosa. Questi sviluppi rappresentano una pericolosa sfida alle istituzioni democratiche armene, nonché un’invasione delle istituzioni fondamentali dell’identità armena. Sono un esempio infelice di come i processi genocidi possano essere interiorizzati in periodi di minaccia.
Le tensioni tra il governo armeno e la Chiesa Apostolica Armena sono state esacerbate dalla riforma dell’istruzione del 2023, che ha eliminato la Storia della Chiesa Armena come materia obbligatoria a sé stante, incorporandola in programmi di studio più ampi e generalizzati. Più di recente, i recenti attacchi dello Stato alla Chiesa Apostolica Armena hanno coinciso con una conferenza internazionale organizzata dalla Santa Sede di Etchmiadzin insieme al Consiglio Ecumenico delle Chiese e alla Chiesa Protestante Svizzera. La conferenza si è tenuta a Berna, in Svizzera, dal 26 al 28 maggio 2025, con l’obiettivo di affrontare la questione della conservazione del patrimonio culturale armeno nella regione storicamente armena dell’Artsakh, invasa e completamente spopolata dall’Azerbaigian nel settembre 2023.
La conferenza è stata criticata dal leader spirituale dell’Azerbaigian, Sheikh-ul-Islam Allahshukur Pashazade, vicino al governo azero, per aver presumibilmente incitato gli Armeni “a combattere fino alla morte” sostenendo l’integrità del patrimonio culturale armeno.
Un paio di settimane dopo, a fine giugno, le autorità armene hanno arrestato due arcivescovi della Chiesa Apostolica Armena, Bagrat Galstanyan e Michael Ajapahyan, accusandoli di aver tentato di rovesciare il governo e destabilizzare lo Stato. A questi arresti hanno fatto seguito quelli di diversi sacerdoti nell’ambito di un’indagine più ampia su membri del clero accusati di ingerenza politica e corruzione.
Nell’ottobre 2025, le autorità armene hanno arrestato il Vescovo Mkrtich Proshyan, Capo della Diocesi di Aragatsotn della Chiesa Apostolica Armena. Il 4 dicembre 2025, le autorità armene hanno arrestato il terzo arcivescovo armeno, Arshak Khachatryan. Due settimane dopo, il 18 dicembre, un piccolo numero di arcivescovi e vescovi della Santa Sede di Etchmiadzin, sede amministrativa della Chiesa Apostolica Armena, organizzò una protesta per chiedere la rimozione del Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II. Sebbene il Primo Ministro Nikol Pashinyan non fosse presente alla protesta, espresse la sua approvazione durante un briefing mattutino, in cui affermò che il Catholicos aveva legami con servizi segreti stranieri non identificati. Unita ai piani pubblicati dal Primo Ministro per la rimozione del Catholicos Karekin II, questa protesta sembra essere stata una tattica impiegata dall’amministrazione Pashinyan per minare l’indipendenza del clero armeno e usurparne il potere.
Mentre il governo afferma che le sue azioni si basano su prove di illeciti penali, i leader della Chiesa hanno denunciato gli arresti come motivati politicamente, definendoli un attacco alla libertà religiosa e un deliberato tentativo di indebolire la Chiesa.
Nel complesso, questi sviluppi, in particolare le detenzioni di singoli membri dell’alto clero, sollevano serie preoccupazioni circa l’indebolimento delle garanzie dello stato di diritto. Lo Stato non ha prodotto alcuna prova a sostegno delle accuse contro i membri del clero. Allo stesso tempo, la condotta documentata delle autorità statali, inclusi i tentativi di influenzare le funzioni religiose, esercitare pressioni sulla leadership ecclesiastica e intervenire nel governo interna della Chiesa, ha suscitato forti critiche da parte di gruppi civici e organizzazioni per i diritti umani, in quanto eccede i limiti della legittima autorità statale e mina i principi costituzionali di separazione tra Chiesa e Stato.
La combinazione di procedimenti penali selettivi, scarsa trasparenza e intervento diretto dello Stato negli affari religiosi solleva serie preoccupazioni circa il fatto che i meccanismi legali vengano utilizzati non per far rispettare la legge, ma per minare l’autonomia della Chiesa Apostolica Armena.
Inoltre, la recente decisione del governo armeno di rimuovere il canale televisivo Shoghakat (un’emittente fondata e storicamente cofinanziata dalla Chiesa Apostolica Armena) dal pacchetto digitale nazionale rappresenta un ulteriore passo avanti negli sforzi in corso per emarginare la Chiesa. Shoghakat ora non ha più lo status di emittente pubblica. Sebbene il governo definisca questa decisione come un mero adeguamento tecnico basato su una nuova legge, il suo effetto è la rimozione selettiva della piattaforma chiave della Chiesa per l’espressione culturale e spirituale: nessun altro canale è stato interessato dalla legge.
A causa della natura selettiva della modifica legislativa, la decisione solleva serie preoccupazioni ai sensi dell’articolo 18.1 della Costituzione, che riconosce la Chiesa Apostolica Armena come Chiesa nazionale con una missione storica esclusiva nella vita spirituale, nello sviluppo della cultura nazionale e nell’identità nazionale. Privando la Chiesa della sua principale piattaforma pubblica, la decisione mina anche l’articolo 42.2, che garantisce la libertà di stampa e impone allo Stato di garantire che le emittenti pubbliche forniscano una programmazione informativa, educativa e culturale diversificata. Più in generale, la rimozione di questa distinta voce religiosa e culturale rischia di minare il principio del pluralismo politico e ideologico tutelato dall’articolo 8 della Costituzione, mettendo così in discussione l’impegno dello Stato per una società democratica e pluralista. La repressione giunge in un contesto di crescenti tensioni per la gestione delle relazioni con l’Azerbaigian e la Turchia da parte del Primo Ministro Nikol Pashinyan, criticata dai vertici della Chiesa.
La Chiesa Apostolica Armena è da secoli il fondamento spirituale, culturale e storico del popolo armeno. Fin dal IV secolo, quando l’Armenia divenne la prima nazione ad adottare il Cristianesimo come religione di stato, la Chiesa è stata la principale custode della continuità armena, preservando lingua, cultura e memoria durante secoli di dominazione straniera. La sua sopravvivenza attraverso periodi di colonizzazione, genocidio ed esilio ha a lungo simboleggiato la resistenza della nazione armena stessa.
L’attuale ondata di repressione riecheggia un modello storico familiare e tragico, profondamente radicato nella memoria collettiva del popolo armeno. Durante il genocidio armeno (1915-1923), le autorità ottomane non cercarono semplicemente di assassinare o sradicare una popolazione; miravano a cancellare un’intera civiltà, separandone l’identità dal suo nucleo morale e spirituale. La prima fase del genocidio iniziò con la sistematica persecuzione di intellettuali, clero e leader della comunità armena, una strategia deliberata per decapitare la leadership della nazione e cancellare le voci che avrebbero potuto organizzare la resistenza o preservare la coesione culturale.
La leadership ottomana comprese che il Cristianesimo armeno non era semplicemente una religione, ma il veicolo dell’identità nazionale armena, un centro di istruzione e un veicolo di memoria collettiva. Gli attacchi ottomani alla Chiesa non furono danni collaterali; furono la deliberata distruzione dell’infrastruttura spirituale di un popolo. Distruggendo la Chiesa, i leader ottomani cercarono di smantellare il meccanismo stesso che aveva permesso all’identità armena di sopravvivere a secoli di dominazione imperiale e di repressione culturale.
Questa campagna calcolata contro il Cristianesimo armeno rivela che il genocidio opera non solo attraverso l’annientamento fisico, ma anche attraverso la cancellazione dell’identità culturale e spirituale. Lo sradicamento della Chiesa come bussola morale e istituzione unificante della nazione era centrale nella logica del genocidio. Si mirava a produrre una popolazione privata della sua coscienza storica, della sua geografia sacra e dei suoi legami comunitari. Le cicatrici di questa distruzione persistono ancora oggi, mentre migliaia di monumenti religiosi armeni rimangono in rovina o minacciati in Turchia e in Azerbaigian.
La continuità ideologica è evidente. Sia allora che oggi, la Chiesa Apostolica Armena, in quanto istituzione morale e sociale capace di unire i popoli al di là delle linee politiche, è percepita da chi detiene il potere come una potenziale minaccia al controllo statale.
Storicamente, lo Stato turco considerava il Cristianesimo il cuore della specificità armena e quindi un ostacolo all’omogeneizzazione nazionale. Oggi, la Chiesa Apostolica Armena viene inquadrata da alcuni attori politici in Armenia come un centro di potere concorrente, una vestigia del vecchio ordine o una forza destabilizzante. Tale retorica, unita all’uso di strumenti legali per smantellare o intimidire il clero, riflette un tentativo profondamente preoccupante di indebolire il ruolo della Chiesa come autorità morale e protettrice dell’identità nazionale.
Questi sviluppi riflettono molteplici indicatori premonitori di repressione identitaria: la criminalizzazione delle autorità morali, l’inquadramento della leadership religiosa come una minaccia alla sicurezza nazionale, la delegittimazione di istituzioni che incarnano la memoria collettiva e l’uso della legge per indebolire istituzioni al di fuori del controllo statale. La storia dimostra che tali modelli si manifestano spesso prima di campagne più ampie volte a dividere la società e cancellare l’identità culturale.
Ad aggravare questa crisi è l’attuale traiettoria geopolitica dell’Armenia. Alla luce dei recenti colloqui di pace e degli sforzi di normalizzazione con la Turchia, nonché della crescente influenza diplomatica dell’Azerbaigian, la strategia interna dell’Armenia nei confronti della sua principale istituzione religiosa appare sempre più allineata, intenzionalmente o meno, con gli obiettivi a lungo termine di questi Stati confinanti. L’emarginazione della Chiesa Apostolica Armena, l’istituzione stessa che storicamente ha incarnato la resilienza nazionale, rispecchia le strategie storicamente utilizzate da Ankara e ora da Baku per minare l’identità e la coesione armena. Se non contrastato, questo allineamento rischia di erodere i fondamenti morali e culturali che hanno salvaguardato la sopravvivenza armena per secoli, favorendo di fatto gli obiettivi di potenze che hanno cercato di indebolire l’indipendenza e l’unità dell’Armenia.
Sebbene la situazione attuale non possa essere equiparata alla violenza genocida del 1915, è necessario riconoscerne i parallelismi nella logica e nel metodo. I primi segnali di allarme della repressione identitaria spesso iniziano con i tentativi di delegittimare e criminalizzare istituzioni che incarnano la memoria collettiva e la resistenza morale. Il sistematico discredito della Chiesa, gli arresti di sacerdoti e la crescente ostilità dello Stato verso l’espressione religiosa creano un ambiente ostile che mette a repentaglio non solo la libertà di religione, ma anche la sicurezza culturale ed esistenziale del popolo armeno.
L’Instituto Lemkin invita il governo armeno a cessare immediatamente tutte le azioni politicamente motivate contro il clero e a riaffermare il proprio impegno nei confronti dei principi costituzionali di libertà religiosa e pluralismo. L’Istituto esorta inoltre gli osservatori internazionali e le organizzazioni per i diritti umani a monitorare attentamente gli sviluppi in Armenia, riconoscendo che l’erosione delle istituzioni religiose ha storicamente preceduto più ampie campagne di frammentazione sociale e cancellazione dell’identità.
La forza della democrazia e della sovranità dell’Armenia non risiede nella soppressione delle sue istituzioni morali, ma nella loro protezione. Una nazione sopravvissuta al genocidio non può permettersi di ripetere, in nessuna forma, i meccanismi della sua distruzione storica.
Foto di copertina: La cattedrale madre di Echmiadzin dedicata alla Madre di Dio. Fu costruita originariamente tra il 301 ed il 303, datazione che la rende l’edificio di culto Cristiano più antico del Paese e di tutta l’ex Unione Sovietica. È considerata la prima chiesa al mondo ad essere stata costruita per volontà statale, dal momento che l’Armenia fu la prima nazione che accolse il Cristianesimo come religione di Stato. Fa parte del complesso architettonico della Santa Sede di Echmiadzin, residenza del Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, Capo supremo della Chiesa Apostolica Armena, oggi Sua Santità Karekin II, il 132º Catholicos.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-12-31 18:18:152026-01-04 18:22:34Dichiarazione dell’Istituto Lemkin sulla repressione della Chiesa Apostolica Armena (Korazym 31.12.25)
Gli armeni dell’Artsakh sono stati sacrificati: espulsi da un territorio dove non torneranno. Il fulcro geopolitico è il corridoio di Zangezur (2)
Ogni pace pone una domanda preliminare che troppo spesso viene elusa: pace per chi? Per gli Stati? Per i confini? Per i commerci? Per le rotte energetiche? O per le persone concrete, con un nome, una storia, una casa, una tomba da visitare?
4. Pace sì, ma per chi?
Nel 2025, nel caso dell’Armenia, la risposta è fin troppo chiara. La pace è stata costruita per gli Stati, non per le comunità. Per la stabilità delle mappe, non per la giustizia delle vite, e per rassicurare i mercati e le cancellerie, non per restituire dignità agli espulsi. Gli armeni dell’Artsakh non sono soggetti della pace: ne sono il costo. Un costo che si accetta perché ritenuto necessario, perché “non c’erano alternative”, perché “meglio questo che la guerra”.
È la logica tragica del sacrificio silenzioso: qualcuno deve pagare affinché altri possano dormire tranquilli. Ma quando questo “qualcuno” è sempre lo stesso – il più piccolo, il più isolato, il più scomodo – allora non siamo davanti a una fatalità, ma a un sistema.
La pace del 2025 non prevede il ritorno dei profughi armeni; non lo garantisce, non lo auspica, non lo immagina nemmeno. È come se la loro assenza fosse ormai data per acquisita. Come se il mondo avesse deciso che quei 120mila uomini non torneranno mai, e che va bene così. La pace, in questo schema, coincide con la rassegnazione. Ma una pace che si fonda sulla rassegnazione delle vittime non costruisce futuro, costruisce solo una tregua armata, un equilibrio instabile che insegna una lezione pericolosa: che chi usa la forza con sufficiente decisione, e resiste abbastanza a lungo alle critiche, alla fine verrà premiato con il riconoscimento internazionale.
È qui che il rischio si fa sistemico. Perché ciò che è accaduto in Artsakh non resta confinato lì, diventa un precedente. Un messaggio implicito rivolto a tutti i “lupi” della storia: se il boccone è abbastanza piccolo e abbastanza isolato, può essere inghiottito senza conseguenze.
La pace del 2025, così come è stata concepita, non spegne questo messaggio ma lo rafforza. Dice che la comunità internazionale è disposta a tollerare l’espulsione di un popolo purché avvenga rapidamente, senza immagini troppo disturbanti, senza una guerra lunga che obblighi a schierarsi. Dice che la sofferenza può essere archiviata se non intralcia l’ordine.
Per questo la domanda “pace sì, ma per chi?” non è retorica. È la chiave di lettura dell’intero anno. Ed è anche il punto in cui l’Armenia smette di essere un caso lontano e diventa uno specchio. Infatti ciò che oggi accettiamo per gli armeni, domani potrà essere accettato per altri. E allora scopriremo che la pace senza giustizia non è pace, è solo una pausa tra due violenze.
5. Il boccone che apre l’appetito
Nella storia dei conflitti, e ancor più nella storia degli imperi, esiste una costante che raramente viene smentita: una conquista riuscita non placa, ma incoraggia. Non è una legge morale, è una legge empirica. Valeva per gli imperi antichi, vale per quelli moderni, vale anche oggi, in forme meno dichiarate ma non meno efficaci. L’Artsakh è stato un boccone relativamente piccolo: una regione montuosa, isolata, priva di sponsor forti, abitata da una popolazione numericamente ridotta e politicamente fragile. Proprio per questo è diventato il banco di prova ideale. La sua eliminazione come realtà armena non ha provocato sanzioni, non ha prodotto rotture diplomatiche significative, non ha alterato in modo sostanziale i rapporti economici internazionali. È stata, dal punto di vista del potere, un’operazione a basso costo politico.
Questo dato è decisivo, perché quando un’azione di forza produce risultati concreti senza conseguenze proporzionate, essa non resta un episodio isolato. Diventa un precedente operativo, insegna che è possibile spostare confini, cancellare comunità, riscrivere la realtà sul terreno e poi ottenere, col tempo, una ratifica diplomatica. Non immediata, forse, ma sufficiente.
Nel 2025, la pace ha certificato proprio questo: che ciò che è stato fatto in Artsakh non verrà messo in discussione. Non verrà corretto, non verrà compensato, non verrà riequilibrato. Verrà accettato come nuova normalità. Ed è qui che il boccone apre l’appetito, non per una ragione ideologica, ma per una ragione razionale.
Chi osserva dall’esterno – e chi agisce dall’interno – trae conclusioni. Se un’azione riesce una volta, può riuscire ancora. Se il mondo ha accettato l’espulsione di 120mila persone senza reagire in modo significativo, perché dovrebbe reagire di fronte a pressioni più graduali, più frammentate, meno visibili? La forza non ha bisogno di essere brutale se può essere progressiva.
Questo non significa che esista un piano scritto, una tabella di marcia dichiarata. Le dinamiche storiche raramente funzionano così. Significa però che l’equilibrio di deterrenza morale si è indebolito, e quando ciò accade, la tentazione di andare oltre cresce. Non per hybris, ma per calcolo.
L’Armenia, in questo scenario, resta esposta. Non perché sia inevitabile una nuova aggressione, ma perché il messaggio trasmesso dal 2025 è che la sua sicurezza dipende più dalla convenienza altrui che da un principio condiviso. E questa è una condizione strutturalmente instabile.
6. Dove porta il corridoio di Zangezur?
Al centro delle trattative e delle tensioni del 2025 c’è un elemento che viene spesso presentato come tecnico, quasi neutro: il corridoio di Zangezur. In realtà, si tratta di uno dei nodi geopolitici più sensibili dell’intero Caucaso meridionale. Non per ciò che è oggi, ma per ciò che rappresenta. Il corridoio dovrebbe collegare l’Azerbaijan continentale con la sua exclave di Nakhchivan, attraversando il territorio armeno. Dal punto di vista delle mappe è una striscia di terra, dal punto di vista della strategia è una cerniera: collega il Mar Caspio all’Anatolia, l’Asia centrale al Mediterraneo, il mondo turcofono in un continuum territoriale che ha un valore simbolico e pratico insieme.
Per l’Armenia, questa striscia non è un dettaglio, ma una questione di sovranità. Accettare un corridoio sottratto al proprio controllo significherebbe intaccare l’integrità dello Stato. Non accettarlo significa esporsi a pressioni continue, politiche e militari. Il 2025 non ha risolto questo nodo: lo ha solo rinviato, lasciandolo in sospeso come fonte permanente di tensione.
Dal punto di vista azero-turco, il corridoio è l’elemento mancante di una visione più ampia. Non serve forzare le interpretazioni per capire che l’interesse non è solo logistico, è anche storico, culturale, identitario. Un collegamento stabile rafforzerebbe una direttrice di potere che va ben oltre l’Armenia, ridisegnando gli equilibri regionali a scapito non solo di Yerevan ma anche di altri attori, a cominciare dall’Iran.
Il fatto che il corridoio non sia stato definitivamente regolato nell’accordo di pace del 2025 è indicativo. Significa che la partita non è chiusa. Significa che la pace firmata è, in realtà, una tregua su questioni decisive; e le tregue, quando riguardano nodi strutturali, non sono mai neutre: tengono aperta la possibilità di nuove pressioni.
In questo contesto, l’Armenia appare come uno Stato chiamato a garantire stabilità senza ricevere garanzie equivalenti. Le si chiede di essere prevedibile, collaborativa, pacifica, mentre intorno a lei si consolidano assetti di forza che non dipendono dal diritto, ma dall’interesse. Non è una condizione eccezionale nella storia, ma è una condizione che richiede lucidità, non illusioni.
Il 2025, sotto questo profilo, non ha portato chiarezza, ha portato una pausa, e le pause, quando non sono accompagnate da un riequilibrio reale, servono soprattutto a chi ha già ottenuto molto.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-12-31 18:10:022026-01-04 18:25:39ARMENIA/ Il sacrificio silenzioso dell’Artsakh e l’incognita del corridoio di Zangezur (Il Sussidiario 31.12.25)
Turchia e Armenia hanno concordato di semplificare le procedure per i visti nell’ambito degli sforzi per normalizzare le relazioni a lungo tese, ha annunciato lunedì il Ministero degli Esteri turco. L’accordo mira a facilitare i viaggi tra i due Paesi confinanti, che ancora non intrattengono relazioni diplomatiche formali. Scopri di più su WORLD
Le relazioni tra Turchia e Armenia sono segnate da profonde controversie storiche e dalla stretta alleanza di Ankara con l’Azerbaigian. Il confine condiviso tra i due stati è rimasto chiuso dagli anni ‘1990, a simboleggiare una duratura frattura diplomatica nel Caucaso meridionale.
Nonostante questo contesto, nel 2021 i due Paesi hanno deciso di avviare un processo di normalizzazione, nominando inviati speciali incaricati di esaminare possibili misure per una graduale riconciliazione e una potenziale riapertura del confine. Queste discussioni si sono svolte parallelamente agli sforzi per ridurre le tensioni tra Armenia e Azerbaigian.
La Turchia ha sostenuto Baku durante il conflitto del 2020 con l’Armenia per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, una disputa territoriale che dura da quasi quarant’anni. Questo sostegno ha aggravato la sfiducia di Yerevan nei confronti di Ankara, complicando al contempo gli sforzi di riavvicinamento regionale.
In una dichiarazione pubblicata sul social network X, il Ministero degli Affari Esteri turco ha chiarito che i titolari di passaporti diplomatici, speciali e di servizio di entrambi i Paesi potranno ottenere visti elettronici gratuiti a partire dal 1° gennaio. Entrambi i governi hanno inoltre ribadito il loro impegno a proseguire il processo di normalizzazione in vista di un pieno ripristino delle relazioni, senza precondizioni.
Le relazioni bilaterali, tuttavia, rimangono tese da una disputa durata più di un secolo riguardante la morte di circa 1,5 milioni di armeni durante massacri, deportazioni e marce forzate a partire dal 1915 sotto l’Impero Ottomano. Questi eventi sono ampiamente descritti come genocidio dagli storici e da molti stati, una definizione che la Turchia respinge, sostenendo che il numero delle vittime è esagerato e che le morti si sono verificate nel contesto di una guerra civile e di disordini interni.
L’accordo sui visti rappresenta comunque un concreto passo avanti in un fragile processo diplomatico. È visto come un segno di volontà politica, sebbene permangano notevoli ostacoli prima di una piena normalizzazione tra Ankara e Yerevan.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-12-30 18:05:522026-01-04 18:12:31Turchia e Armenia concordano di allentare le restrizioni sui visti per rilanciare la normalizzazione delle loro relazioni (Entrevue 30.12.25)
La firma del trattato di pace tra Armenia e Azerbaijan avvenuta Washington l’8 agosto sancisce un’ingiustizia e umilia un popolo (1)
La pace è sempre meglio della guerra. Sempre. Anche quando è una pace ingiusta, anche quando è asimmetrica, anche quando è subita. Lo ripeto senza esitazioni, perché conosco il sangue, la paura, la carne fragile delle popolazioni inermi e dei giovani mandati a morire. Detto questo, però, il 2025 è stato un anno che ci obbliga a distinguere: non tra pace e guerra, ma tra pace giusta e pace falsa, tra pacificazione e congelamento dell’ingiustizia.
1. Un anno di paci sbagliate
Il mondo ha applaudito molte firme quest’anno. Ha applaudito perché aveva bisogno di silenzio, di tregue, di tregue narrative prima ancora che militari. E così si è convinto – o ha fatto finta di convincersi – che ogni accordo sia una vittoria dell’umanità. Non è vero. Alcuni accordi sono atti notarili del sopruso, registrazioni ufficiali di una violenza già compiuta, consacrazioni di una realtà che non si vuole più guardare in faccia.
La pace siglata, non ancora ratificata, l’8 agosto scorso davanti a Trump, a Washington, tra Armenia e Azerbaijan appartiene a questa categoria. Non è una pace che sana una ferita: è una pace che la chiude male, lasciando il pus dentro. È una pace che non nasce dal riconoscimento del torto, ma dalla stanchezza del mondo e dalla sproporzione delle forze. Una pace che dice, in sostanza: così è andata, così resti.
Si dirà: l’Armenia era allo stremo, isolata, priva di protezioni reali; l’Azerbaijan era forte, armato, sostenuto apertamente dalla Turchia e tacitamente da altri Stati; la Russia era distratta; l’Occidente lontano. Tutto vero.
Ma proprio per questo il giudizio morale non può essere sospeso, perché la necessità non trasforma l’ingiustizia in giustizia, e la firma non redime il sopruso. Il 2025 ha segnato la fine della guerra aperta nel Caucaso meridionale, ma ha anche segnato qualcosa di più grave e più definitivo: la trasformazione di una violenza in normalità, di un crimine in fatto acquisito, di una pulizia etnica in dato geopolitico. È questo che rende questa pace così inquietante. Non perché abbia fermato le armi – benedette siano le armi che tacciono –, ma perché ha chiesto al mondo di dimenticare ciò che è accaduto. E il mondo, stanco e distratto, ha accettato.
2. Artsakh: quando la pulizia etnica diventa normalità
L’Artsakh, che il linguaggio internazionale chiama Nagorno Karabakh, non è una sigla diplomatica né una pedina su una scacchiera. È una terra abitata da millenni da armeni. È una regione costellata di chiese, monasteri, cimiteri, iscrizioni in lingua armena. È un luogo dove la fede cristiana non è un ornamento identitario, ma una carne storica, una memoria incisa nella pietra.
Tra il 2020 e il 2023, questa terra è stata svuotata dei suoi abitanti. Non in modo improvviso, non in un solo giorno, ma secondo una dinamica ormai ben nota nella storia del Novecento e del nostro secolo: prima la guerra, poi l’assedio, poi la fame, infine l’esodo forzato.
L’ultima fase – settembre 2023 – è stata rapida solo perché tutto il resto era già stato preparato. Quando l’esercito azero ha sferrato l’attacco finale, non c’era più una società in grado di resistere: c’erano famiglie stremate, bambini denutriti, anziani senza medicine. In pochi giorni, 120mila persone hanno lasciato tutto: case, campi, scuole, chiese, tombe. Non per scelta, ma per necessità. Non perché avessero perso una guerra civile, ma perché era diventato impossibile restare vivi restando lì.
Questo ha un nome preciso nel diritto internazionale, anche se dà fastidio pronunciarlo: pulizia etnica. E la pulizia etnica, quando è totale, quando cancella una comunità da un territorio, coincide giuridicamente con il genocidio.
Yrevan, Armenia. Proteste contro le operazioni delle forze azere in Nagorno-Karabakh, settembre 2023 (Ansa)
Non si tratta di retorica. Si tratta della definizione elaborata dopo il Novecento per impedire che la distruzione dei popoli si ripetesse sotto altre forme. Non è necessario il massacro immediato per parlare di genocidio: basta l’intenzione di distruggere un gruppo come tale, rendendone impossibile la permanenza, la continuità, la memoria.
Esattamente ciò che è avvenuto in Artsakh. Eppure, nel racconto ufficiale del 2025, tutto questo scompare. L’Artsakh diventa un “territorio conteso”, gli armeni diventano “sfollati”, l’esodo diventa una “conseguenza del conflitto”. Il linguaggio neutro è la seconda violenza, perché trasforma una vittima in una variabile, un crimine in un effetto collaterale, e una responsabilità diventa una fatalità.
Il dato più rivelatore è questo: nell’accordo di pace non compaiono gli armeni dell’Artsakh. Non una riga, un riferimento, un diritto. Come se non fossero mai esistiti. Come se 120mila persone potessero evaporare dalla storia senza lasciare traccia. È il genocidio perfetto: quello che non ha più bisogno di sangue, perché cancella prima la memoria.
Questa è la sostanza del 2025 per l’Armenia. La guerra è finita, sì, ma è finita dopo che l’obiettivo dell’aggressore è stato raggiunto. E quando una pace ratifica il risultato di una pulizia etnica, non è una pace neutra: è una pace che insegna al mondo che si può vincere così. Ed è qui che il 2025 smette di essere solo un bilancio regionale e diventa un monito universale.
3. Il silenzio del trattato
Ogni trattato dice qualcosa non solo per ciò che afferma, ma soprattutto per ciò che sceglie di non dire. Nel caso dell’accordo di pace siglato nel 2025 tra Armenia e Azerbaijan, il silenzio non è una dimenticanza ma una strategia. È il silenzio che serve a rendere irreversibile ciò che è accaduto. Nel testo dell’accordo non compare mai la parola Artsakh. Nagorno Karabakh non compare come realtà umana, storica, culturale, ma solo come territorio implicitamente “normalizzato” sotto sovranità azera. Non c’è un riferimento agli abitanti espulsi, non c’è una clausola sul diritto al ritorno, non c’è una tutela internazionale per i luoghi sacri, non c’è una garanzia per i prigionieri armeni detenuti nelle carceri azere. Non c’è nemmeno un riconoscimento formale della sofferenza patita da una popolazione intera.
È un trattato che amministra lo spazio, ma ignora le persone; che disegna confini, ma cancella biografie. Che regola i flussi, ma non guarda i volti. In questo senso è un documento perfettamente contemporaneo: parla la lingua fredda della stabilità, non quella calda, ma scomoda, della giustizia.
Si dirà: non era possibile ottenere di più. Forse è vero. Ma ciò che colpisce non è solo ciò che l’Armenia ha dovuto concedere; è ciò che il mondo ha accettato di non esigere. Perché se è vero che la parte sconfitta firma sotto pressione, è altrettanto vero che i garanti internazionali avrebbero potuto, e dovuto, e porre almeno alcune condizioni minime: il riconoscimento degli sfollati, la protezione dei monumenti cristiani, la sorte dei prigionieri politici, una supervisione internazionale credibile. Nulla di tutto questo è entrato nel testo. Il risultato è un accordo che normalizza l’espulsione e trasforma la pulizia etnica in fatto compiuto, in dato amministrativo. Una volta che il trattato è firmato, ciò che è avvenuto smette di essere una ferita aperta e diventa una “nuova realtà”. E la nuova realtà, si sa, chiede silenzio, non memoria. C’è qualcosa di più inquietante ancora. Questo silenzio non riguarda solo l’Artsakh, ma il principio stesso su cui si regge l’idea di pace. Perché una pace che non nomina le vittime non è neutra: è una pace che sceglie il punto di vista del vincitore. Non perché lo celebri apertamente, ma perché assume come irreversibile ciò che il vincitore ha imposto.
Così il diritto internazionale, nato per proteggere i deboli, si rovescia nel suo contrario: diventa lo strumento che ratifica la forza. Non la forza del diritto, ma il diritto della forza. E quando questo accade senza scandalo, senza protesta, senza un sussulto morale, il problema non è più solo caucasico. Diventa europeo, occidentale, universale.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-12-30 07:26:562025-12-31 07:38:22Stop alle armi ma non al sopruso: così la pace ha sigillato un’ingiustizia (Il Sussidiario30.12.25)
Simbolo importante dell’identità di Alfortville, l’attuale Casa della Cultura Armena (MCA) si prepara a scrivere un nuovo capitolo. Per soddisfare l’espansione della comunità e delle sue attività, entro il 2027 sorgerà un moderno ed effervescente edificio all’avanguardia.
Fondata nella comunità di Alfortville alla fine degli anni ’70, la Casa della Cultura Armena (CCA) di Alfortville rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la lingua, la danza e la cultura armena. Divenuta troppo piccola per accogliere l’afflusso crescente di studenti e eventi, questa dinamica sede culturale è attualmente protagonista di un progetto di ricostruzione, che prevede una nuova silhouette in acciaio pensata dall’architetto Anne Démians e che si prevede sarà pronta nel 2027.
Un’architettura che unisce modernità e tradizione
Il futuro edificio è stato progettato per coniugare funzionalità e simbolismo, con una superficie raddoppiata di 1100 m². Gli spazi interni sono stati ampliati notevolmente per favorire corsi di lingua e prove di danza e per poter ospitare una sala polifunzionale modulabile, grazie a una struttura portante di 3 metri al piano terra, ideale per conferenze, mostre del patrimonio, proiezioni e spettacoli di maggiore portata, arricchita da una terrazza e da un giardino che offrono un respiro naturale e verde.
Dal punto di vista estetico, il design richiama sottilmente l’architettura armena, con una facciata scultorea, motivi calligrafici che richiamano l’alfabeto armeno e un ingresso rivestito lungo tutta la parete di un « muro palinsesto » in calcestruzzo stampato, simbolo della memoria millenaria del paese, dove sono incise in rilievo scale temporali. Una vetrina di 6,5 metri di larghezza e 2,5 metri di altezza consentirà di esporre in modo ottimale oggetti culturali ad ogni piano.
Un punto di riferimento nel panorama regionale
Questo progetto, dal valore di 4,5 milioni di euro, non si limita a essere un centro comunitario, ma si configura come una vera e propria struttura culturale metropolitana. Al suo interno ospiterà una scuola di musica e danza, una biblioteca e un centro di documentazione dedicato all’Armenia e alla sua diaspora, oltre a proporre attività culturali del centro.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-12-29 07:40:522025-12-31 07:42:26La futura Casa della Cultura Armena aprirà i battenti ad Alfortville entro il 2027 (Sortiraparis 29.12.25)
Almeno 500mila persone visitano ogni anno la cattedrale di Vank nel distretto armeno di Nuova Jolfa a Isfahan, ha affermato mercoledì Narbeh Zharden Davoud, membro del Consiglio del Califfato armeno di Isfahan.
Narbeh Zharden Davoud ha dichiarato all’agenzia IRNA che i dati mostrano un forte interesse turistico per le attrazioni culturali e religiose dello storico quartiere di Jolfa. Ha aggiunto che la Chiesa di Betlemme e il Museo della Musica Armena sono tra i siti più visitati della regione, dopo la Cattedrale di Vank.
Davoud ha affermato che le autorità locali mirano a promuovere Jolfa come destinazione turistica completa all’interno di Isfahan. Ha aggiunto che gli sforzi includono la presentazione ai visitatori di siti religiosi come le chiese di Vank e Betlemme, nonché dei centri storici, delle pensioni e dei laboratori artigianali del distretto.
Ha fatto riferimento al programma “Jolfa Walk” lanciato diversi anni fa. Il percorso a piedi tocca chiese, musei, centri di accoglienza e laboratori artigianali. Davoud ha affermato che dall’anno scorso vengono offerti tour giornalieri che presentano le peculiarità culturali, sociali e culinarie del distretto. Ha affermato che l’obiettivo è quello di incoraggiare i turisti a rimanere almeno un giorno intero a Jolfa per scoprirne le attrazioni e i servizi.
Davoud ha affermato che gli investimenti del settore privato nel distretto sono in aumento. Ha aggiunto che negli ultimi tre anni sono stati inaugurati due hotel e che sono in corso nuovi progetti per hotel e pensioni.
Un hotel da 80 camere è in costruzione e dovrebbe essere completato entro due anni, ha affermato. Un altro hotel è in fase di sviluppo sotto la supervisione del Consiglio del Califfato armeno. Alcune strutture funzioneranno come boutique hotel e alcune case storiche armene restaurate saranno trasformate in unità abitative speciali.
Isfahan rimane una delle mete turistiche più importanti dell’Iran
Secondo alcune fonti, le famiglie armene furono trasferite in Iran nel 1614 per ordine del sovrano safavide Shah Abbas I e si stabilirono a sud del fiume Zayandeh-Rud. Le dimensioni del quartiere Jolfa si espansero durante il regno di Shah Abbas II, settimo Shah dell’Iran safavide, che governò dal 1642 al 1666.
Un tempo crocevia del commercio e della diplomazia internazionale, Isfahan rimane una delle mete turistiche più importanti dell’Iran. È rinomata per la sua straordinaria architettura islamica, che comprende splendide moschee, palazzi e bazar. I visitatori possono esplorare i giardini persiani e passeggiare lungo i viali alberati della città, immergendosi nella bellezza e nella storia a ogni angolo. Le meraviglie architettoniche della città, come Piazza Naghsh-e Jahan, una delle più grandi del mondo, la rendono un gioiello urbanistico.
Isfahan è conosciuta come “Nesf-e-Jahan”, ovvero “metà del mondo”, a simboleggiare la sua importanza storica. Il fiume Zayandeh-Rood, spesso definito il “fiume vivificante” della città, contribuisce alla bellezza naturale della città, accrescendone il fascino per i turisti.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2025-12-29 07:40:272025-12-31 07:40:38Isfahan, cattedrale di Vank attira 500mila visitatori ogni anno (Ilfarosulmondo 29.12.25)
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