A Natale il Cinema Monviso regala un biopic su Charles Aznavour (Comune di Cuneo 22.12.25)

A Natale il Cinema Monviso piazza sotto l’albero un biopic su Charles Aznavour. La straordinaria parabola umana e artistica dello chansonnier franco-armeno sarà nella sala di via XX Settembre a partire da mercoledì 24 fino a martedì 30 dicembre.

Figlio di due profughi armeni – vittime secondarie di un efferato genocidio caduto nell’oblio – non ha perso tempo a lamentarsi del destino, come va tanto di moda oggi. Ha preferito lavorare, sudare e cantare finché la chanson française non ha dovuto inchinarsi. Il film racconta gli inizi duri, quando sembrava uno dei tanti che non ce l’avrebbero fatta, e invece ha ribaltato il pronostico grazie anche agli incontri con Edith Piaf e Frank Sinatra. Ne viene fuori il ritratto di un artista che non ha chiesto permessi né indulgenze: si è preso tutto da solo, con una voce che oggi farebbe arrossire molti idoli di cartone.

“Monsieur Aznavour” sarà proiettato mercoledì 24 e giovedì 25 alle 18.30 e 21, venerdì 26 alle 16, 18.30 e 21, sabato 27 alle 18.30 e 21, domenica 28 alle 16, 18.30 e 21; nella settimana successiva il film sarà in sala lunedì 29 e martedì 30 alle 21. Mercoledì 31 dicembre la sala osserverà un giorno di riposo.

Per ulteriori informazioni sulla programmazione, che può subire variazioni, è consigliato consultare il collegamento al portale Cuneo Cultura. In alternativa, è possibile contattare l’Ufficio Spettacoli del Comune di Cuneo dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 12.30, ai numeri 0171.444.812 – 818, o ancora, nelle ore serali, l’interno del cinema: 0171.444.666. I biglietti sono acquistabili il giorno dell’evento all’indirizzo ticket01 a partire dalle 9, oppure direttamente presso la biglietteria del cinema da 30 minuti prima della proiezione.

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Armenia. Arriva carburante dall’Azerbaijan: la pace che muove le merci (Notizie Geopolitiche 21.12.25)

di Giuseppe Gagliano –

La spedizione di carburante azero verso l’Armenia per via ferroviaria non è una notizia tecnica, né un episodio marginale. È un segnale politico forte, perché traduce in economia ciò che per decenni è rimasto confinato alle dichiarazioni diplomatiche. 22 vagoni cisterna, 1.210 tonnellate di benzina premium AI-95 prodotta da SOCAR, partiti il 18 dicembre e transitati dalla Georgia, raccontano una storia nuova nel Caucaso meridionale: quella di una pace che comincia a muovere merci, non solo parole.
Armenia e Azerbaigian arrivano da un passato segnato da guerre, frontiere chiuse e infrastrutture interrotte. Per questo l’elemento ferroviario conta più del volume della fornitura. Il ripristino di un collegamento sospeso per anni è una scelta simbolica e pratica insieme: la rotaia è il contrario del confine militarizzato, è continuità, prevedibilità, scambio. Non a caso entrambi i governi parlano di “benefici economici concreti della pace”.
Oggi l’Armenia importa oltre il 60 per cento del carburante dalla Russia. Inserire l’Azerbaigian tra i fornitori non significa solo diversificare le fonti, ma ridisegnare i margini di autonomia politica ed economica. In un contesto regionale instabile, la sicurezza energetica diventa uno strumento di sovranità. Per Baku, invece, l’operazione rafforza il ruolo di hub energetico regionale, capace di usare petrolio e infrastrutture come leve diplomatiche.
La spedizione è figlia diretta dell’incontro di Gabala tra il vice primo ministro azero Shahin Mustafayev e l’omologo armeno Mher Grigoryan. Ma si inserisce in una cornice più ampia, avviata dopo il vertice di Washington e il trattato di pace che ha aperto la strada al progetto della Trump Route for International Peace and Prosperity, il corridoio destinato a collegare l’Azerbaigian all’exclave di Nakhchivan attraverso l’Armenia. Qui la geografia diventa politica: strade, ferrovie ed energia sono gli strumenti con cui si ricostruisce un ordine regionale.
Il dialogo parallelo tra Armenia e Turchia, con al centro la possibile riapertura della ferrovia Kars-Gyumri, completa il quadro. Se queste linee torneranno operative, il Caucaso meridionale smetterà di essere una periferia bloccata e diventerà un nodo di transito tra Mar Nero, Mediterraneo e Asia centrale. Non è solo commercio: è geoeconomia, perché ridefinisce rotte, interessi e dipendenze.
Nessuno a Baku o a Erevan ignora quanto il processo resti fragile. Le delimitazioni di confine sono in corso, le diffidenze profonde non spariscono con un treno di benzina. Ma proprio per questo il valore dell’operazione è alto: la pace, quando funziona, si vede nei contratti, nei vagoni che attraversano confini un tempo chiusi, nelle infrastrutture che tornano a vivere. Nel Caucaso, oggi, la normalizzazione passa dalla ferrovia. E per una volta, il rumore non è quello delle armi, ma delle ruote sui binari.

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Spitak: dove il terremoto non ha mai smesso di parlare (Cath 20.12.25)

di Chiara Gerosa

In Armenia il nome Spitak non è solo quello di una città: è una ferita viva. Qui, nel 1988, il terremoto distrusse tutto in pochi secondi, lasciando migliaia di bambini senza casa, senza genitori, senza un futuro immaginabile. Ancora oggi chi arriva in questa parte del Paese, al nord, avverte un silenzio diverso, un misto di resilienza e memoria che si respira in ogni strada.

l terremoto che cambiò una missione

Proprio quel terremoto, avvenuto l’8 dicembre, cambiò anche la storia delle Missionarie della Carità, le suore di Madre Teresa. Negli anni Ottanta, Madre Teresa aveva promesso alla Madonna che avrebbe aperto quindici case nell’ex Unione Sovietica, una per ogni mistero del Rosario. Sembrava un sogno impossibile: allora l’URSS era un mondo chiuso, impenetrabile. Poi la terra tremò. E in mezzo alla tragedia, Madre Teresa vide uno spiraglio. Chiese alle autorità sovietiche il permesso di inviare le sue suore a soccorrere i terremotati. Per un miracolo fu accettata, forse non sapevano come affrontare una crisi di quelle proporzioni. Così venne aperta una casa a Mosca, come centro dell’organizzazione, e il giorno dopo fu inaugurata la casa in Armenia.

Vivere tra le macerie

Le prime suore arrivarono a Spitak tra macerie e silenzio, vivendo in baracche insieme ai terremotati. Accolsero i piccoli rimasti soli: bambini disabili, spesso gravemente, che nessuna struttura riusciva a seguire. Molti di loro sono ancora lì oggi, ormai adulti. La casa di Spitak è diventata il loro mondo: un luogo essenziale, dove si vive con ciò che c’è e con ciò che manca, dove il futuro non è un programma ma un gesto quotidiano di cura. In questo contesto entra suor Benedetta, tenace superiora proveniente da Olgiate Comasco. Non come protagonista, ma come una delle tante mani che ogni giorno tengono in piedi questo fragile equilibrio. “La nostra missione – dice – è restare. Rimanere dove gli altri non vengono.” Da tredici anni vive tra Spitak e Yerevan, tra adulti che non parlano ma si fanno capire e bambini che respirano grazie a chi li solleva, li gira, li ascolta.
La capitale ospita l’altra casa: qui arrivano i bambini più piccoli e più malati, quelli che richiedono cure frequenti negli ospedali di Yerevan. Non è un centro medico: è un luogo dove la vita, anche quando dura poco, viene accompagnata con tenerezza. “In molti casi – dice suor Benedetta – non possiamo guarire. Ma possiamo non lasciarli soli.”

Un’Armenia che resiste

Visitare queste due case significa capire qualcosa di profondo dell’Armenia: un Paese segnato da tragedie e rinascite, che porta una forza antica nelle sue montagne e una vulnerabilità evidente nelle sue periferie. È un popolo che ricorda, che soffre, che accoglie. A Spitak il terremoto ha distrutto case, ma ha aperto spazi dove la solidarietà è diventata quotidianità. A Yerevan la fragilità dei bambini obbliga a un amore che non fa rumore ma costruisce comunità. E in mezzo a tutto questo ci sono le suore, tra cui suor Benedetta: non eroine, ma donne che vivono accanto ai più fragili affinché nessuna vita sia considerata “troppo poco”.

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Arslan e il mer­ca­tino di libri per soste­nere l’ospe­dale armeno (CDS 20.12.25)

Il pic­colo ospe­dale di Ashotsk in Arme­nia, è punto di rife­ri­mento di circa 13 mila per­sone

Unmer­ca­tino ricco di libri di ogni genere, diret­ta­mente dalla col­le­zione per­so­nale della scrit­trice Anto­nia Arslan, domani alla Casa di Cri­stallo di Padova in via Alti­nate 114-116. Dalle 11 alle 18 con ora­rio con­ti­nuato, libri, romanzi, saggi, volumi sto­rici e altri che appro­fon­di­scono il ter­ri­to­rio Veneto e guide e iti­ne­rari per viaggi e per­corsi natu­ra­li­stici, oltre a volumi d’arte e libri anti­chi sono a dispo­si­zione, a offerta libera, alla Casa di Cri­stallo. Un’ini­zia­tiva di soli­da­rietà orga­niz­zata dalla scrit­trice pado­vana, di ori­gine armena, Anto­nia Arslan, per soste­nere l’ospe­dale Redemp­to­ris Mater di

Ashotsk in Arme­nia, punto di rife­ri­mento di circa 13 mila per­sone. A gestire que­sto pic­colo mira­colo tra steppa e mon­ta­gne, cir­con­dato solo da qual­che vil­lag­gio di pastori, è padre Mario Cuc­ca­rollo, vicen­tino, reli­gioso camil­liano, da oltre 35 anni in Arme­nia. For­te­mente voluto da papa Gio­vanni Paolo II nel 1988 dopo il ter­re­moto che devastò l ’ A r meni a , l ’o s p e d a l e d i Ashotsk è oggi l’unica strut­tura sani­ta­ria per l’intera regione. Ma quel gesto di soli­da­rietà del Papa avrebbe avuto vita breve senza l’impe­gno di una per­sona che si tra­sfe­risse lì a occu­parsi dell’ospe­dale. All’epoca le auto­rità sovie­ti­che accet­ta­rono la dona­zione del Vati­cano, a patto però che l’ospe­dale venisse costruito agli estremi con­fini dell’Arme­nia, in un ter­ri­to­rio povero e iso­lato. La dire­zione fu affi­data ai padri Camil­liani, che man­da­rono a Ashotsk padre Mario Cuc­ca­rollo. Il vicen­tino Cuc­ca­rollo accettò subito. La forza della fede e l’aiuto di tante per­sone, oltre a Cei e Cari­tas che con­tri­bui­scono a finan­ziare le atti­vità dell’ospe­dale, hanno tra­sfor­mato il Redemp­to­ris Mater di Ashotsk in una strut­tura pulita e acco­gliente di 5000 metri qua­drati dove lavo­rano 140 per­sone, unico baluardo a for­nire assi­stenza sani­ta­ria in tutta la zona. Una pre­senza ras­si­cu­rante resa pos­si­bile anche gra­zie all’aiuto dei fondi dell’8 per mille. Sulla sto­ria di padre Mario Cuc­ca­rollo e sull’atti­vità dell’ospe­dale è stato girato un docu­film, «Padre Mario alle peri­fe­rie dell’Arme­nia».

Tra chi sostiene l’infa­ti­ca­bile padre Cuc­ca­rollo e l’ospe­dale, c’è la scrit­trice Anto­nia Arslan con i suoi tra­di­zio­nali mer­ca­tini a favore dell’ospe­dale. Per la prima volta dome­nica, il mer­ca­tino è tutto a tema libri, con molti volumi messi a dispo­si­zione pro­prio dalla scrit­trice Arslan dalla sua immensa biblio­teca.

Un’occa­sione per tro­vare non solo romanzi di recente uscita, ma anche libri pre­giati e anti­chi, dai volumi d’arte a quelli sto­rici. Il mer­ca­tino è aperto a ora­rio con­ti­nuato 1118 e l’ingresso è libero.

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La Comunità Armena-Calabria impegnata alla divulgazione culturale nelle scuole (Ntcalabria 20.12.25)

Proseguono le attività culturali promosse dalla Comunità Armena Calabria attraverso un progetto di divulgazione culturale rivolto agli istituti scolastici del territorio calabrese. L’iniziativa ha l’obiettivo di richiamare l’attenzione sulla memoria del Genocidio del Popolo Armeno (1915–1918) e sui recenti eventi bellici in Artsakh (2020–2023), approfondendo al contempo aspetti della cultura armena storicamente legati alla Calabria.

Il primo incontro programmato si è svolto il 12 dicembre in modalità online e ha coinvolto studenti, docenti e dirigenti del Liceo Statale “Vito Capialbi” di Vibo Valentia (VV). L’evento è stato promosso dalla Dott.ssa Tehmine Arshakyan, Presidente della Comunità Armena Calabria, collegata dalla sede centrale dell’Associazione di Villa San Giovanni. Hanno partecipato Carmine Verduci, Segretario e Project Manager della Comunità Armena Calabria, collegato dalla sede operativa di Brancaleone, che ha illustrato l’impegno dell’Associazione in numerose iniziative di sensibilizzazione dell’opinione pubblica calabrese attive dal 2017, oggi sempre più seguite anche a livello internazionale, e la Prof.ssa Ani Manukyan, docente universitaria, traduttrice e ideatrice del progetto “Radice e Germoglio”.

Alla conferenza ha offerto un contributo significativo anche il Prof. Sebastiano Stranges, Vicepresidente della Comunità Armena Calabria, che attraverso anni di studi e ricerche ha riportato alla luce importanti elementi di memoria storica e archeologica del territorio, in particolare dell’area di Brancaleone, oggi identificata come “Valle degli Armeni”, estendendo l’analisi all’intera regione calabrese, ricca di testimonianze culturali e storiche che attestano il legame con il popolo armeno sin dall’antichità. Nel corso degli interventi sono state presentate due opere scritte da studenti armeni sul tema delle proprie radici, realizzate nell’ambito del laboratorio progettuale “Radice e Germoglio”. Le opere, selezionate dalla Presidente della Comunità Armena Calabria, sono state lette in lingua italiana da studenti dell’Istituto. Al termine dell’incontro, la Presidente ha espresso sentiti ringraziamenti, alla Prof.ssa Anna Murmura, fondatrice del “Comitato dei Diritti Umani del Liceo “V. Capialbi”, che ha aperto la conferenza,  al Dirigente scolastico Ing. Antonello Scalamandrè per aver reso possibile questo primo appuntamento e alla Prof.ssa di religione Cristina Esposito, nonchè collaboratrice  del “Comitato dei Diritti Umani del Liceo “V. Capialbi” per l’entusiasmo e l’impegno profusi nell’organizzazione dell’iniziativa.

Il secondo incontro si è svolto il 18 dicembre con le classi quinte del Polo Liceale “M. Guerrisi – M. Gerace” di Cittanova (RC), sotto la supervisione dei docenti del Dipartimento di Storia e Filosofia. Hanno preso parte all’iniziativa Tehmine Arshakyan, Carmine Verduci, Sebastiano Stranges e Ani Manukyan.
Durante l’incontro sono stati affrontati diversi temi di rilevanza storica e geopolitica, tra cui il Genocidio del Popolo Armeno e quello dell’Artsakh, offrendo agli studenti un’importante occasione di approfondimento storico-culturale, e la situazione geopolitica attuale che vede l’Armenia coinvolta in complesse dinamiche regionali con Turchia e Azerbaigian, con forti ripercussioni sull’identità e sull’integrità territoriale del popolo armeno.

Nel contesto del progetto “Radice e Germoglio”, in collaborazione con la Prof.ssa Ani Manukyan, collegata da Erevan, sono state lette due opere scritte da studenti armeni, incentrate sulle proprie radici e sul vissuto drammatico della recente guerra in Artsakh (Nagorno-Karabakh). Le letture hanno suscitato profonda partecipazione emotiva, favorendo un ampio dibattito sulle violazioni dei diritti umani e sulla condizione di un conflitto ancora latente che continua a ridurre i territori storicamente armeni. Particolare interesse ha suscitato la proposta della Prof.ssa Ani Manukyan relativa al concorso creativo “Radice e Germoglio”, promosso dalla ONG “Supporters” in Armenia, con l’obiettivo di coinvolgere studenti di ogni ordine e grado nella riscoperta delle proprie origini familiari attraverso la scrittura di elaborati e saggi, il che ha raccolto ampio consenso tra gli studenti, pronti a partecipare attivamente al progetto.

La Presidente della Comunità Armena Calabria ha infine espresso soddisfazione per l’esito dell’incontro, ringraziando la Dirigente scolastico Dott.ssa Clelia Bruzzì, il Vicepreside Prof. Sergio Zappone, primo collaboratore della Dirigente, la Prof.ssa Maria Antonia Naso, docente di Storia e Filosofia, e tutti i docenti del Dipartimento di Storia e Filosofia del Polo Liceale coinvolti. Gli incontri si propongono di valorizzare la storia del popolo armeno, il patrimonio culturale e spirituale lasciato dagli armeni in Calabria e il tema dei genocidi, fulcro centrale del percorso formativo.

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Armenia: Consiglio spirituale supremo condanna ingerenza premier nella Chiesa (Agenzia Nova 19.12.25)

Erevan, 19 dic 16:52 – (Agenzia Nova) – Il Consiglio spirituale supremo della Chiesa apostolica armena ha condannato quella che definisce una “riprovevole ingerenza” del primo ministro della Repubblica di Armenia nella vita interna dell’istituzione religiosa. Riunitosi oggi presso la Sede Madre di Santa Echmiadzin sotto la presidenza del Catholicos Karekin II, l’organo ha denunciato “persecuzioni illegali” contro il clero e i fedeli, e l’adozione di “misure giudiziarie con accuse inventate” a danno di benefattori e religiosi. Nel comunicato diffuso al termine della riunione si esprime preoccupazione per le pressioni subite dalla Chiesa, tra cui l’omissione forzata del nome del Catholicos durante alcune liturgie alla presenza del primo ministro. Tale prassi, già condannata dal Consiglio episcopale il 26 novembre, è stata definita “non canonica” e potenzialmente foriera di “scisma”. Il Consiglio ha inoltre criticato il comportamento di dieci vescovi accusati di “autoisolamento dalla comunione” e “partecipazione a cerimonie distorte”, definendo la loro posizione “divisiva” e contraria alle tradizioni canoniche. È stata espressa l’urgenza di convocare un nuovo Consiglio dei Vescovi e di intraprendere contatti con organizzazioni internazionali e per i diritti umani per contrastare la “propaganda statale” contro la Chiesa. (Rum)

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Armenia: tra i nuovi abitanti di Yerevan (Osservatorio Balcani e Caucaso 19.12.25)

In alcuni quartieri di Yerevan, la giornata inizia con una scena diventata ormai consueta. Davanti ad un edificio residenziale ci sono venti, trenta scooter identici, con i caschi sui sedili e le borse per la consegna del cibo appese ai lati. Tutti i proprietari degli scooter vivono nello stesso palazzo e spesso sono in dieci a condividere un appartamento preso in affitto. Si tratta di un fenomeno ormai diffuso.

Entro in un cortile pieno di motorini. È mattina presto. Sembra una specie di motoraduno, ma in realtà i residenti sono lavoratori migranti provenienti dall’India.

“Al mattino i ragazzi indiani escono uno alla volta. Qualcuno apre la porta, pensi che sia finita lì, ma no, arriva il secondo, il terzo, il decimo. Ridono, controllano le batterie, si mettono il casco. I motorini sono talmente tanti che sembra di essere in una giungla”, afferma una donna che vive in un palazzo vicino.

“Queste persone però sono pacifiche e gentili. Non abbiamo mai sentito rumori forti. È difficile immaginare che così tante persone condividano lo stesso appartamento”.

All’interno dell’edificio gli spazi sono ancora più ristretti. Spesso tra dodici e diciotto persone vivono in un piccolo appartamento e dormono a turni: chi lavora al mattino si corica per primo, chi torna dal turno di notte va a letto per ultimo. Ma non si lamentano mai perché, come affermano, in Armenia almeno hanno un lavoro.

“Mi sento un cittadino di Yerevan”

Incontro Rajesh, ventisette anni, nel cortile di una casa brulicante di gente. Sorride, nonostante le occhiaie bluastre che segnano il suo volto.

“Ho lavorato fino alle 2 di notte”, afferma, togliendosi i guanti screpolati dal freddo.

Rajesh vive a Yerevan da due anni e mezzo. È arrivato su invito di un amico, con l’intenzione di lavorare per qualche mese e poi tornare in India. Nel frattempo, però, si è affezionato alla città.

“Quando sono uscito per la prima volta dall’aeroporto, ricordo di aver percepito una sensazione di quiete. In India, a volte hai paura di lavorare di notte, qui no. Yerevan è una piccola città ma la vita qui scorre molto veloce”, spiega Rajesh scaldandosi le mani prima di impugnare nuovamente il manubrio del motorino.

La giornata di Rajesh inizia alle 10 del mattino e finisce a mezzanotte.

“Quando voglio guadagnare più soldi, lavoro di più. Posso guadagnare fino ai trentamila dram al mese (circa 800 dollari). Guadagno di più qui che a Delhi. Lì pagavano la metà di quanto pagano qui”.

Rajesh ricorda di essere scivolato e caduto sul ghiaccio lo scorso inverno, facendosi male ad una mano.

“Era notte fonda. Un ragazzo si è avvicinato, ha preso la mia borsa e mi ha chiesto: ‘Posso aiutarti?’. In quel momento ho capito che Yerevan è una bella città. Mi ci sono affezionato molto”, afferma Rajesh.

“Qualcuno potrebbe pensare che io stia esaltando l’Armenia, ma per me è davvero diventata casa. Qui non ho quei timori che mi assillavano nel mio paese”.

Yerevan, Armenia. I motorini dei riders parcheggiati fuori casa - Foto A. Avetisyan

Yerevan, Armenia. I motorini dei riders parcheggiati fuori casa – Foto A. Avetisyan

Non tutto però è roseo. Rajesh spiega che la popolazione locale non è sempre cordiale.

“A volte le persone mi guardano e mi chiedono: ‘Perché sei venuto qui? Torna nel tuo paese, questa non è casa tua’. Francamente, non capisco che male io possa fare. Tuttavia, la maggior parte delle persone è molto gentile”.

“Mi sento un cittadino di Yerevan, anche se non sono sempre ben accetto. Vorrei restare qui”.

Rajesh ha un contratto di lavoro regolare e un permesso di soggiorno. Non tutti i suoi connazionali sono così fortunati: molti lavorano senza contratto e col tempo si trovano ad affrontare diversi problemi.

“Da anni ormai l’Armenia è una delle nostre mete preferite. Lavorare qui è piacevole. All’inizio le persone provenienti dall’India venivano solo a cercare lavoro, ma ora è chiaro: stiamo ‘prendendo il controllo’ del settore delle consegne. A Yerevan, la maggior parte delle consegne viene effettuata da noi. Ci sono corrieri russi, ovviamente anche armeni, ma siamo noi a dominare il settore”, conclude Rajesh.

“Un lavoro rumoroso, pericoloso, ma ci dà libertà”

Mohit, trentadue anni, ha lavorato in Kuwait prima di trasferirsi in Armenia, aprendo così un nuovo capitolo della sua vita.

Dopo un primo lavoro nell’edilizia, si è reso conto che il settore delle consegne è molto più stabile.

“Questo è forse l’unico lavoro in cui non conoscere la lingua non è un problema. Apri la mappa e parti. Ma devi essere veloce, molto veloce”.

Mohit ama il lavoro di rider perché gli dà libertà.

“Conosco un po’ di inglese, lo parlo male ma riesco a farmi capire. Non tutti i clienti però conoscono l’inglese, quindi spesso non parlo molto. Lavoro come una macchina. A volte mi sembra che sia la città stessa a parlarmi”.

Mohit vive in Armenia da tre anni. Si è adattato bene e, come spiega, sta pensando di far venire anche la sua famiglia.

“Ho risparmiato abbastanza soldi per prendere in affitto un appartamento tutto per noi. Voglio che mia moglie e mio figlio vengano qui. Mio figlio ha solo quattro anni. Qui i bambini iniziano la scuola a sei anni, quindi voglio che venga ora, per imparare bene l’armeno e andare a scuola”, afferma Mohit.

“Vedo che qui è sicuro. Ma non voglio che mio figlio faccia la vita del corriere. Io non avevo altra scelta. Vorrei che imparasse la lingua e lavorasse in un altro settore. A volte sembra che sia scritto sulla nostra fronte che siamo destinati a fare i rider”.

“Siamo stati ingannati, ma sto ricostruendo la mia vita qui”

La storia di Aditya, ventiquattro anni, è diversa.

È arrivato in Armenia tramite un’agenzia con sede a Mumbai, pagando una grossa somma per un lavoro promesso.

“Quando sono arrivato a Yerevan, mi hanno detto che avevo un debito. Non capivo. Quale debito? Poi ho scoperto che era un’agenzia fantasma. Molte persone hanno vissuto un’esperienza analoga”, afferma Aditya, aggiungendo lentamente: “Indiani che sfruttano i loro connazionali”.

Inizialmente ha lavorato a turni di 14-16 ore, per poi passare alle consegne.

Qui, come sottolinea, almeno ci sono delle regole.

“Posso tirare un sospiro di sollievo. Sono assai contento. Taxi, ristoranti, piattaforme di consegna a domicilio… di solito ci trattano bene”, afferma Aditya, ammettendo che Yerevan non sembra ancora la sua città. Però non si arrende.

“Sono nuovo qui. Forse col tempo la città mi accetterà. Non siamo venuti in Armenia per prendere qualcosa dagli armeni. Siamo venuti per lavorare al loro fianco. E forse un giorno anche noi ci sentiremo parte integrante di questa città”.

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I disegni UE-NATO per l’Armenia di Nikol Pašinjan (L’antidiplomatico 16.12.25)

i Fabrizio Poggi per l’AntiDiplomatico

Significativi rivolgimenti nel Caucaso ex sovietico: dalla forzata capitolazione di Stepanakert, capitale di Artsakh, nel 2023, fino alla firma della “dichiarazione di intenti per la conclusione di un accordo di pace”, sottoscritta lo scorso 8 agosto a Washington dal presidente azero Il’kham Aliev e dal primo ministro armeno Nikol Pašinjan, mallevadore Donald Trump “il pacificatore”, che aveva siglato la svendita armena del Nagorno-Karabakh a Baku. Rivolgimenti che si stanno sempre più rivelando come i passi di un’accelerata penetrazione UE-NATO nella regione. A fare da apripista l’Azerbajdžan, che agisce in tal modo non solo quale anello nelle mire panturchiste di Ankara, ma come punta di lancia nelle pretese occidentali anche verso le ex repubbliche asiatiche dell’URSS, con obiettivo la Cina.

Una delle ultime tappe di questo percorso, come ricorda Ajnur Kurmanov su PolitNavigator, è stata la firma, lo scorso 10 dicembre, nel corso di una riunione del “Partner Capabilities Adaptation Initiative”, di un’intesa per esercitazioni militari congiunte azere-NATO. Ca va sans dire che l’atto viene presentato come un risultato senza precedenti nel raggiungimento della “pace” nella regione transcaucasica: «le esercitazioni pianificate approfondiranno ulteriormente la cooperazione tra Azerbajdžan e NATO, miglioreranno la prontezza operativa dell’esercito azero in linea con gli standard NATO, rafforzeranno la sicurezza collettiva e forniranno un contributo significativo alla pace e alla stabilità nella regione». Come no.

Prima che con i comandi NATO, Baku aveva sottoscritto intese per esercitazioni militari congiunte con la Turchia e lo scorso luglio, a livello di ministeri della difesa, era stato sottoscritto a Istanbul un memorandum su sicurezza militare, supporto logistico e forniture, in particolare, della società “Baykar”.

Ora dunque Baku passa dalle intese bilaterali con la Turchia, alla collaborazione aperta con la NATO, con militari di paesi UE che prenderanno parte a esercitazioni sul territorio azero e con comando e coordinamento di ufficiali di stato maggiore dell’Alleanza atlantica. Non solo: Londra ha revocato l’embargo sulle armi sia all’Armenia che all’Azerbajdžan e la Francia ha migliorato a tal punto le relazioni con Aliev che, nell’ambito di questo piano, si prevede di aprire un centro di addestramento congiunto armeno-azero in Karabakh, per migliorare la cooperazione tra Erevan e Baku, i cui contingenti, dice Kurmanov, saranno ora addestrati insieme per operazioni congiunte contro Russia e Iran.

Anche le specifiche della futura più grande base militare turca vicino a Baku, che diventerà centro di supporto NATO e trampolino per l’espansione in Asia centrale, stanno cambiando: dato che verrà dislocata nei pressi della costa, con ciò verrà cancellata di fatto la Convenzione sullo status del mar Caspio, che vieta la presenza di contingenti militari di altri stati. Inoltre, con l’avvio del “Corridoio Zangezur”, l’inclusione dell’Armenia nel “mondo turco” e lo sviluppo della rotta transcaspica, UE e NATO disporranno ora anche di un ponte geostrategico attraverso il Caspio, verso Kazakhstan e Asia centrale, fino ai confini cinesi; con Baku a fare da grimaldello.

Come membro attivo e di spicco, dice ancora Kurmanov, del blocco politico-militare dell’Organizzazione degli Stati Turchi, in Asia centrale Baku funge ora contemporaneamente da agente turco, agente israeliano e anche da canale diretto per gli interessi di NATO, UE e Gran Bretagna.

In questa cornice si inserisce anche la drastica svolta anti-russa della leadership armena e non a caso è lo stesso presidente turco Erdogan che pare darsi da fare per mantenere in sella il traballante Nikol Pašinjan e, con ciò stesso, integrare l’Armenia nell’orbita turca. Le estese repressioni ai danni della popolazione dell’Artsakh e della chiesa apostolica armena, da parte del governo di Erevan, la campagna sul rifiuto di simboli nazionali, la denazionalizzare della storia patria, sono solo alcuni degli elementi del piano teso a integrare l’Armenia nel “mondo turco”: tutti aspetti su cui converrà soffermarsi più diffusamente in altro momento.

A oggi, l’americana Bloomberg parla di piani di Erdogan in materia di confini, che potrebbero concretizzarsi entro i prossimi sei mesi, proprio alla vigilia delle elezioni parlamentari armene nel 2026: «Una svolta diplomatica con l’Azerbajdžan e la riapertura del confine con la Turchia daranno al Primo ministro armeno Nikol Pašinjan un importante impulso in vista delle elezioni di giugno. Se vincerà, il Presidente azero Il’kham Aliev potrà collaborare con Pašinjan per un accordo di pace». Il processo è stato avviato con l’obiettivo di formare una catena stabile di stati nel Caucaso meridionale, che garantirebbe il successo della politica occidentale.

Qual è il senso di questi passi «apparentemente benevoli da parte della Turchia?» si domanda il politologo Ajk Ajvazjan: «vogliono convincere il popolo armeno che se l’Armenia abbandona l’architettura di sicurezza di cui gode con l’aiuto della Russia, non ci sarà alcuna minaccia. E la Turchia vi contribuirà. Se le autorità armene riusciranno a convincere il popolo di questo, potrebbero ottenere più voti alle elezioni». Di fatto, con l’apertura dei confini, la Turchia acquisirà maggiore influenza sull’economia armena, aumentando la presenza in aree strategicamente significative e spingendo fuori la Russia. Naturalmente, questo ha un obiettivo di vasta portata: preparare il Caucaso meridionale alla guerra con la Russia».

E, infatti, la rottura dei legami con Mosca implicherebbe anche il ritiro della base militare russa di Gjumri, con Il’kham Aliev che parla di «restauro e protezione del patrimonio culturale azero in Armenia» e del ritorno degli azeri a Sjunik, dove la “Trump Route” sarà presto ufficialmente inaugurata. Di contro, nota Ajnur Kurmanov, si tace sul rimpatrio dei rifugiati armeni e sul patrimonio armeno in Karabakh, mentre Erevan potrebbe presto inviare truppe al centro di “addestramento” NATO che vi verrà aperto, per addestramenti insieme a truppe azere.

È così che, nota Elena Ostrjakova, proprio come era accaduto con l’Ucraina, oggi anche all’Armenia viene promessa l’adesione alla UE, come annunciato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz a Berlino, in occasione della firma di un accordo strategico con Nikol Pašinjan. «Abbiamo accolto con favore la richiesta di una maggiore integrazione dell’Armenia nella UE. L’Armenia sa che per l’adesione all’UE devono essere soddisfatte numerose condizioni. Se questo percorso proseguirà con l’associazione spetta al Paese stesso deciderlo. L’Azerbajdžan deve farlo, e l’Armenia deve farlo», ha affermato Merz.

Degno compare dei tanti oracoli che affollano i corridoi di Bruxelles, anche Merz si è lanciato nel vaticinio secondo cui Moskva interferirà sicuramente nelle elezioni parlamentari in Armenia del giugno 2026: «È diventata una norma davvero allarmante che le elezioni vengano attaccate dai nemici della democrazia. In particolare, la Russia sta cercando di intimidire gli elettori in Armenia per un eccessivo avvicinamento ai partner occidentali. Sta diffondendo menzogne sugli obiettivi e i valori della UE. Lo sappiamo: disinformazione, sabotaggi, droni. La Russia sta cercando di destabilizzare non solo l’Europa, ma anche l’Armenia attraverso misure ibride», ha affermato Merz, che intanto ha annunciato di voler recarsi a Erevan proprio a maggio 2026, guarda caso un mese prima delle elezioni.

Ecco dunque che i “confini della NATO”, ancora una volta, vengono disegnati non in base alle coordinate geografiche, ma alle categorie politiche di espansione territoriale. Così come si è da tempo usi parlare di una Russia che, a detta di Bruxelles, si starebbe pericolosamente spingendo verso i “confini orientali della NATO”, ecco che ora tali “confini orientali” dell’Alleanza di guerra si allargano fino ad aree che hanno ben poco di “europeista” e ancora meno di “atlantico”.

E al signor Pašinjan, nelle sue peregrinazioni verso le mete turche euro-atlantiche e reggicoda dei disegni espansionistici occidentali, si addicono le parole del Teseida boccaccesco, per cui «piangasi il danno a cui di ciò mal piglia».

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Visto per voi a teatro: “Viaggio in Armenia” di Silvio Castiglioni (SanMarinofixing 15.12.25)

Una guida turistica poetica, ma solo all’apparenza: dentro e dietro al “Viaggio in Armenia” – come del resto anche nei lavori precedenti portati in scena da Silvio Castiglioni – la sensazione è che il primo messaggio che arriva in platea sia solamente la prima statuina di una matrioska: fedele alla sua idea di drammaturgia per il palco – una drammaturgia profonda, che scava per riportare in superficie un messaggio forte -, anche in questo monologo, ospitato il 14 dicembre alle 18 nello spazio di CastOro Teatro (Rimini) e della durata di 55 minuti, il “viaggio” del titolo è un pre-testo per un percorso più verticale.

Il punto di partenza è fissato in una data, 1933, quando Osip Mandel’štam scrisse una poesia conosciuta come “Epigramma a Stalin” in cui lo definì il “montanaro del Cremlino”: poesia che gli costò la vita. La narrazione poi si allarga, come un sasso in uno stagno: Mandel’stam, inviato in Armenia per documentare le strategie del dittatore, si sofferma – come poi avrebbero fatto, anni più tardi, Ryszard Kapuscinski e Paolo Rumiz – sull’antropologia culturale e sociale degli abitanti, persone orgogliose e fiere che soffrono il giogo dell’URSS.

Dalla costruzione dello spettacolo, curata in ogni dettaglio, emerge un elemento totemistico di grande impatto: una teca di vetro, una sorta di prototelevisione, da cui Castiglioni racconta l’anima più sincera e nascosta degli Armeni.

Un lavoro egregio di un testo altrettanto meraviglioso, non semplicemente recitato da Silvio Castiglioni ma “vissuto” sulla pelle (che a un certo punto dello spettacolo si toglie dal viso) con la consapevolezza di una rinnovata attualità del tema e con la necessità, ancora più urgente, di far riscoprire il cuore del teatro: il luogo dello sguardo. Diverso dal luogo del semplice vedere.

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Monsieur Aznavour, storia di un artista tenace e narcisista (Corriere Alpi 15.09.25)

(di Francesco Gallo) (ANSA) – ROMA, 15 DIC – ‘Monsieur Aznavour’ è una biopic nel segno di una tenacia nel rincorrere il successo inarrestabile e senza troppa etica. E questo quasi a riscattare un’adolescenza da figlio di immigrati armeni nella Parigi povera degli anni Trenta e Quaranta occupata dai nazisti. Una città segnata allora dalla guerra, dalla fame e dai primi ingenui tentativi di Aznavour di esibirsi nei café-concert. Una determinazione comunque quella del giovane Aznavour ammirevole, ma che può risultare anche antipatica per il suo narcisismo comportamentale e fisico (usò in anticipo sui tempi una rinoplastica per modificare il suo naso troppo ingombrante). Insomma onore ai registi Mehdi Idir e Grand Corps Malade (nom de plume di Fabien Marsaud) per aver portato avanti una biopic così ruvida e senza sconti sul cantautore e onore anche al protagonista Tahar Rahim, che si è trasformato fisicamente e vocalmente in un Aznavour più che credibile. Presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2024 e in sala dal 18 dicembre con Movies Inspired, il film si concentra soprattutto su tre fasi della vita di Aznavour. Si parte dall’infanzia da figlio di immigrati armeni a Parigi e si passa poi alla fase più dura e frustrante, tra la fine degli anni Quaranta e i primi Cinquanta, quando viene percepito come cantante “non adatto”, con una voce sgraziata, troppo nasale, e un fisico lontano dai canoni dell’epoca. In questa seconda fase a salvarlo c’è l’incontro con Édith Piaf che lo prende sotto la sua ala, gli suggerisce la rinoplastica, una disciplina militare e soprattutto lo convince che come cantante “non funziona” ma come autore sì. Infine, per Aznavour c’è l’ultima fase, ovvero il successo internazionale ottenuto negli anni Sessanta, con viaggi in America, concerti all’Olympia e dischi venduti a milioni di copie. E le canzoni del film? Tra i brani ci sono: ‘Sur ma vie’, ovvero uno dei primi riconoscimenti importanti, ‘Je m’voyais déjà’, vale a dire le sue aspettative fallite verso un rapido successo, ‘La Bohème’, che sintetizza la memoria della povertà e dell’arte vissuta come destino e ‘For me formidable’, canzone simbolo del successo internazionale anche sul fronte anglofono. Sulla volontà monstre di questo artista dicono i due registi: “Quando ci si interessa alla carriera di Aznavour, non si può che notare questa straordinaria volontà. Charles era figlio di apolidi, conobbe la povertà, era basso e aveva una voce velata e, nonostante questi handicap, entrò nella storia della canzone francese. Ha saputo – continuano – sfondare le porte chiuse, ignorare le critiche ostili, i commenti razzisti che gli indirizzavano. Sono incredibili ad esempio gli epiteti che gli sono stati dati dalla stampa. Perfino le sue sopracciglia venivano derise!” Infine, ecco alcune frasi dello stesso Aznavour che dicono molto del suo sofferto successo: “Ho passato la mia vita a cercare di piacere. Quando ci sono riuscito, era quasi troppo tardi”. E ancora: “Non ho mai creduto al talento puro. Credo solo nel lavoro” e “Sono diventato famoso tardi, ma avevo già sofferto abbastanza per meritarlo”. (ANSA).

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