124° giorno del #ArtsakhBlockade. Grazie alla primavera, la Montagna del Giardino Nero nutre gli Armeni sotto assedio (Korazym 14.04.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 14.04.2023 – Vik van Brantegem] – Giorno 124 del blocco azero dell’Artsakh, intrappolando 120.000 Armeni, per spingerli di andare via dalle loro terre ancestrali. Pulizia etnica strisciante.

L’Azerbajgian continua a negare di aver bloccato il Corridoio di Berdzor (Lachin), ma per qualche motivo misterioso, per i media e i troll azeri rimane un evento degno di nota ogni volta che gli “eco-attivisti” lasciano passare un convoglio del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

«La stagione in cui le montagne ci nutrono».

«Finalmente. La primavera è arrivata e gli Armeni nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh assediato potranno mangiare ortaggi e verdure. Grazie Madre Natura. Questo spiega anche perché, oltre al #ArtsakhBlockade, l’Azerbajgian spesso apre il fuoco contro gli abitanti dei villaggi che svolgono lavori agricoli» (Nara Matini).

«Il #ArtsakhBlockade ha i suoi vantaggi, per quanto strano possa sembrare. La gente iniziò a coltivare ogni centimetro di terra libera. La gente dell’Artsakh piace scherzare, anche nelle situazioni più difficili. “Piantare verdure è come un esercizio di fitness per noi”, dicono. Artsakh vive con la gente dell’Artsakh» (Front Artsakh).

«Un regime malato porta a un governo malato. Un governo malato crea una società malata. Una società malata vive in una realtà malata. Ci vorranno decenni, se non secoli, per spazzare via le conseguenze del regime di Aliyev in Azerbajgian» (Irina Safaryan).

Gli sforzi da parte armena verso la pace si stanno scontrando con la retorica aggressiva senza sosta e le continue aggressioni militari da parte azera

Oggi 14 aprile 2023, il Ministro degli Esteri della Repubblica di Armenia, Ararat Mirzoyan, ha partecipato alla riunione del Consiglio dei Ministri degli Esteri degli Stati membri della Comunità degli Stati Indipendenti, che si è tenuta nella città di Samarcanda, in Uzbekistan
Nel discorso della parte armena è stato osservato che l’incontro si svolge nell’anno del 30° anniversario della firma della Carta della CSI, ed è una buona occasione per riaffermare la lealtà degli Stati membri della CSI alle disposizioni fondamentali di quel documento chiave, in particolare per la tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali in conformità con le norme e i principi del diritto internazionale, l’inviolabilità dei confini, il riconoscimento dei confini esistenti e il rifiuto delle aspirazioni territoriali illegali.
Nel contesto della situazione della sicurezza nel Caucaso meridionale, la parte armena ha sottolineato che gli sforzi della parte armena volti a stabilizzare la situazione e stabilire una pace a lungo termine si sta scontrando con la retorica aggressiva senza sosta e le continue aggressioni militari di Baku, tra quella che si è svolta l’11 aprile nel territorio della Repubblica di Armenia, nella parte del villaggio di Tegh nella regione di Syunik. È stato sottolineato che le azioni dell’Azerbajgian contraddicono le dichiarazioni rese a seguito degli incontri di Praga e Sochi.
Nel contesto del blocco illegale di quattro mesi del Corridoio di Lachin da parte dell’Azerbajgian, è stato sottolineato che l’Armenia si aspetta passi attivi da tutte le parti coinvolte per l’attuazione degli obblighi assunti con la dichiarazione tripartita del 9 novembre 2020, così come l’ordine del 22 febbraio 2023 della Corte Internazionale di Giustizia di ripristinare la circolazione attraverso il Corridoio di Lachin.
Riferendosi alle violazioni delle altre disposizioni della dichiarazione tripartita, è stato sottolineato che, nonostante i numerosi appelli della comunità internazionale e di rispettabili organizzazioni per i diritti umani, l’Azerbaigian continua a detenere illegalmente in ostaggio prigionieri di guerra armeni e civili, conducendo processi farsa e sottoponendoli a trattamenti disumani.
Riassumendo, è stato osservato che, nonostante tutte le difficoltà, la parte armena è impegnata a rispettare gli impegni esistenti ed è pronta a compiere tutti gli sforzi per raggiungere la pace e la stabilità nella regione.

Il Ministro degli Esteri armeno ha presentato al collega russo i dettagli della provocazione di Baku nei pressi del villaggio di Tegh

A margine della riunione del Consiglio dei Ministri degli Esteri della Comunità degli Stati Indipendenti a Samarcanda, si è svolto un incontro tra il Ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan, e il Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov. Hanno discusso di questioni relative alla sicurezza e alla stabilità regionali. Hanno avuto uno scambio di vedute sulla definizione delle relazioni tra Armenia e Azerbajgian, sui temi della demarcazione e della sicurezza dei confini, sullo sblocco di tutti i collegamenti economici e di trasporto nella regione e sul conflitto del Nagorno-Karabakh. Mirzoyan ha presentato i dettagli della provocazione delle forze armate azere l’11 aprile vicino al villaggio di Tegh nella regione di Syunik della Repubblica di Armenia, osservando che questa è stata un’altra manifestazione della politica aggressiva dell’Azerbajgian. È stata toccata la situazione che si è sviluppata in Nagorno-Karabakh a causa del blocco del Corridoio di Lachin da parte dell’Azerbajgian, in corso da 4 mesi. È stata sottolineata la necessità di porre fine al blocco del Corridoio di Lachin in conformità agli obblighi assunti con la Dichiarazione tripartita del 9 novembre 2020. Nel corso dell’incontro i Ministri degli Esteri armeno e russo hanno toccato anche i temi dell’agenda bilaterale.

La Francia chiede il ritiro delle forze armate azere dai territori dell’Armenia che hanno occupato

Il Ministero degli Esteri francese ha rilasciato una dichiarazione sull’attacco azero dell’11 aprile alle truppe armene vicino al villaggio di Tegh in Armenia. Nella dichiarazione, il Ministero degli Esteri francese ha espresso profonda preoccupazione per ciò che ha descritto come “violenza vicino all’insediamento di Tegh nel territorio armeno al confine tra Armenia e Azerbajgian l’11 aprile”: «La Francia ricorda che la delimitazione deve avvenire esclusivamente attraverso negoziati e invita le parti a proseguire gli sforzi in questa direzione. Il rispetto per l’integrità territoriale dell’Armenia e il ritiro delle forze azere dalle posizioni occupate della parte armena della linea di contatto sono di notevole importanza per prevenire futuri incidenti e mantenere le basi per una pace sostenibile nella regione. La Francia sostiene pienamente le attività della missione di monitoraggio dell’Unione Europea schierata sul lato armeno del confine, che svolge un ruolo chiave nel ridurre la tensione. La Francia continuerà ad agire insieme all’Unione Europea a vantaggio dell’adesione al cessate il fuoco, del dialogo e della ripresa dei negoziati tra Armenia e Azerbajgian».

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha commentato l’attacco mortale delle forze armate azere dell’11 aprile contro le forze armate armene: «L’uso della forza è inaccettabile»

In risposta a una domanda del servizio armeno di Voice of America, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha affermato che l’uso della forza per risolvere le controversie è inaccettabile e interrompe il processo negoziale: «Siamo dispiaciuti per lo scontro mortale tra le forze armene e azere dell’11 aprile, che ha causato diverse vittime. Esprimiamo le nostre condoglianze alle famiglie delle persone uccise e ferite. Il conflitto non può avere una soluzione militare e l’uso della forza per risolvere le controversie è inaccettabile. L’unico modo per una pace sostenibile è attorno al tavolo dei negoziati, mentre l’uso della forza interrompe i negoziati».

Importante conferma che la Missione di monitoraggio dell’Unione Europa in Armenia (EUMA) comunica ad AZ dove sarà e quando. Quindi… qual è lo scopo della Missione? Se l’Azerbajgian sa dove si trova, che senso ha la Missione, dove sta monitorando certamente le forze armate azere non si muovono

«Nell’ufficio regionale di Yeghegnadzor, in mezzo ai distretti vinicoli armeni, incontriamo Markus Ritter, capo della Missione di monitoraggio dell’Unione Europea in Armenia (EUMA). L’intervista è stata condotta il 23 marzo. (…) Oggi ci sono 103 persone di stanza in Armenia, metà delle quali sono osservatori civili e il resto personale amministrativo. Il mandato è solo all’interno del territorio dell’Armenia, non dell’Azerbajgian. Nonostante ciò, la missione di monitoraggio deve relazionarsi con l’Azerbajgian nel proprio lavoro. “Pattugliamo lungo la zona di confine. Quando lo facciamo, informiamo Baku tramite il Rappresentante speciale dell’UE per la regione, Toivo Klaar, una settimana prima dei nostri piani. Questo per garantire che sappiano dove siamo e cosa stiamo facendo. Serve anche a prevenire malintesi e incidenti. È così che comunichiamo con l’Azerbajgian”, afferma Markus Ritter. Tuttavia, ricontrollando la storia con Toivo Klaar, le informazioni condivise con noi durante l’intervista con Ritter sembrano prive di sfumature fondamentali. (…) Toivo Klaar chiarisce inoltre che il programma settimanale viene inoltrato alla squadra azera uno o due giorni prima dell’inizio di ogni settimana, non un’intera settimana prima come si può interpretare la citazione di Markus Ritter» (Rasmus Canbäck – Blankspot, 13 aprile 2023 [QUI]).

Ministero degli Esteri della Repubblica di Artsakh
Commento alla Visita della Delegazione delle Commissioni Nazionali TURKSOY per l’UNESCO nella Città occupata di Shushi – 13.04.2023

«Condanniamo fermamente la visita l’8 aprile della delegazione delle Commissioni nazionali per l’UNESCO degli Stati membri dell’Organizzazione internazionale della cultura turca nella città armena occupata di Shushi. È ovvio che questa visita illegale, così come lo svolgimento di altri eventi simili nella città armena occupata di Shushi, mirano a legittimare da parte dell’Azerbajgian e dei suoi alleati i risultati della guerra di aggressione scatenata da Baku nel 2020 e l’uso illegale della forza contro la Repubblica di Artsakh e il suo popolo. Sottolineiamo ancora una volta che la città di Shushi è parte integrante dell’Artsakh, sia negli aspetti territoriali, culturali, economici e storici.
La visita delle Commissioni Nazionali per l’UNESCO a Shushi appare ancora più blasfema e provocatoria sullo sfondo del blocco illegale dell’Artsakh che va avanti ormai da 4 mesi, così come della sistematica distruzione di monumenti religiosi, storici e culturali armeni e la falsificazione della loro identità nei territori che passarono sotto il controllo delle forze armate azere, compresa l’antica città armena di Shushi, e il persistente ostacolo da parte delle autorità azere all’invio di una missione di valutazione dell’UNESCO nel Nagorno-Karabakh per condurre un inventario e valutazione dello stato dei siti del patrimonio culturale.
Con tali azioni, le autorità azere cercano di ottenere dai rappresentanti dei singoli Stati e delle strutture internazionali la tacita approvazione dei loro piani criminali per effettuare la pulizia etnica volta a lasciare l’Artsakh senza Armeni e tracce della secolare presenza armena. L’abuso dei legami di parentela tra Paesi e popoli per falsificare la storia e promuovere le proprie narrazioni politiche è inaccettabile e non contribuisce a rafforzare la pace e la comprensione reciproca tra i popoli.
A questo proposito, ricordiamo ancora una volta che i continui atti di vandalismo e profanazione da parte dell’Azerbajgian contro le chiese armene e altri monumenti culturali e religiosi nell’Artsakh, inclusa la città armena occupata di Shushi, costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale, così come l’Ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia del 7 dicembre 2021 sull’indicazione di misure provvisorie».

Mancanza d’acqua nel “bastione dell’ecologia”. Le cave di sabbia ostacolano l’agricoltura dell’Azerbajgian
Arevelkcenter.com. 14 aprile 2023

(Nostra traduzione italiana dal russo)

Sembra che per gli “ambientalisti” del Corridoio di Berdzor (Lachin), che da quottro mesi bloccano illegalmente la strada tra la Repubblica di Armenia e l’Artsakh, si stia cercando una sede di servizio più idonea, peraltro, sul territorio dell’Azerbajgian. Come scrive uno dei fiori all’occhiello della propaganda di Aliyev, “la situazione di crisi con l’acqua potabile e per l’irrigazione continua a peggiorare in Azerbajgian”. È vero, la propaganda collega questo con il riscaldamento globale e la distribuzione irregolare delle precipitazioni, in modo che le critiche allo Stato non si presentino. Per questo si potrebbe chiudere, non solo i media, ma anche la redazione.

La critica, tuttavia, è nascosta in questo “materiale”. L’origine è il lavoro in depositi e cave di sabbia e ghiaia, che “non si ferma un minuto, continuando a danneggiare i fiumi, aggravando un problema già grave”. In particolare, questo problema esiste nei villaggi di Gorkhmazob e Tangivan. Nel primo caso, il territorio in cui si trova la cava appartiene allo Stato e il comune non ha il diritto di controllarne l’attività. E lo Stato, rappresentato dal Ministero dell’Ecologia, ritiene che il lavoro della cava sia pienamente conforme agli standard legislativi e ambientali. Quanto a Tangivan, qui, due anni fa, i materiali, basati sugli appelli dei residenti e sulle indagini del Ministero dell’Ecologia, sono stati inviati alla Procura Generale. E il lavoro della cava, come si ricorda, “non si è fermato un minuto”.

È chiaro, ovviamente, che gli “ambientalisti” nel Corridoio di Berdzor (Lachin) non protesteranno contro le attività delle cave di Tangivan e, ancor di più, della cava di Gorkhmazob situata sul demanio. Per questo, anche l’Azerbajgian potrebbe essere chiuso. E non le cave.

Però, gli “ambientalisti” potrebbero almeno non aggravare la situazione dell’agricoltura nella regione del Terter, che dipende molto dalle acque del bacino idrico di Sarsang nell’Artsakh. E continuando il blocco dell’Artsakh, gli “ambientalisti” contribuiscono direttamente all’abbassamento del livello del bacino, perché a causa della loro ostruzione della fornitura di elettricità dall’Armenia, l’Artsakh deve aumentare lo sfruttamento delle acque del Sarsang per ottenere l’elettricità mancante.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Cava, la memoria del genocidio degli armeni (La Città di Salerno 13.04.23)

Oggi l’incontro per ricordare la strage perpetrata tra il 1915 e il 1919: ad Alessia c’era una comunità

Oggi alle 18,30, a Palazzo di città, si terrà un incontro organizzato dall’Associazione “Joined Cultures” per commemorare il genocidio perpetrato dai turchi nei confronti del popolo armeno, prima, durante e dopo la prima guerra mondiale. All’evento saranno presenti il sindaco Vincenzo Servalli, la responsabile del sodalizio organizzatore, Emilia di Mauro, e Robert Attarian ed Emanule Aliprandi della comunità armena di Roma. Le manifestazioni per ricordare quest’efferata strage di armeni continueranno anche nei prossimi giorni: domani alle 11,30, infatti, sarà inaugurata la mostra “Armeni in Italia. Un viaggio che passa che per Cava”, organizzata dalla biblioteca comunale “Canonico Aniello Avallone” e dal Comitato a difesa del luogo di cultura della città formatosi spontaneamente qualche mese fa. La rassegna ospitata nei locali della biblioteca sarà visitabile dalle 9 alle 13, dal lunedì al venerdì, e dalle 16 alle 18 nei giorni di martedì e giovedì e si concluderà il 28 aprile. Mira a far conoscere un importante manoscritto ed alcune rare edizioni armene (databili tra il XVII e il XVIII secolo), conservate nella Biblioteca comunale e ricordare, soprattutto, il genocidio del popolo armeno e le deportazioni e uccisioni perpetrate dall’Impero ottomano tra 1915 e 1919: causarono oltre un milione di morti.
Nella rassegna ,saranno esposte, oltre alle preziose edizioni, anche alcuni documenti dell’Archivio storico comunale, che ne attestano l’acquisto da parte del sindaco Giuseppe Trara Genoino il 15 maggio 1872, atti del catasto onciario del 1754 e altri di collezioni private. Lo scorso anno il Comune di Cava de’ Tirreni, con una delibera consiliare approvata il 21 aprile, aveva adottato una proposta con la quale ha riconosciuto il 24 aprile come “Giorno della Memoria del Genocidio degli Armeni”. La città, infatti, ha anche ospitato per secoli una comunità armena che si era stabilita nella frazione Alessia. L’iniziativa metelliana, ad ogni modo, rientra nella campagna nazionale “Il Maggio dei Libri 2023”, che invita a portare i libri e la lettura anche in contesti diversi da quelli tradizionali, per intercettare coloro che solitamente non leggono ma che possono essere incuriositi se vengono stimolati nel modo giusto. (fra.ro.)

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123° giorno del #ArtsakhBlockade. La comunità internazionale difenda gli Armeni con azioni risolutive per mettere fine ai crimini dell’autocrazia azera (Korazym 13.04.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 13.04.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi, il #ArtsakhBlockade è in essere da 4 mesi. Dalle ore 10.30 del 12 dicembre 2022, intorno alle ore 10:30 (ore 07.30 di Roma), un gruppo di Azeri in abiti civili, presentandosi come presunti “attivisti ambientalisti” ha bloccato all’altezza di Shush, città occupata dalle forze armate dell’Azerbajgian l’autostrada interstatale Goris-Berdzor (Lachin)-Stepanakert lungo il Corridoio di Lachin, l’unico collegamento dell’Artsakh con l’Armenia e il mondo.

Prima del blocco, una media di circa 2.450 persone transitava quotidianamente lungo il corridoio in entrambe le direzioni, il che significa che in condizioni normali durante 122 giorni ci sarebbero state 298.900 entrate e uscite dall’Artsakh. Tuttavia, durante i 4 mesi di blocco, solo 1.638 persone sono state trasferite da e verso l’Artsakh con l’aiuto del Comitato Internazionale della Croce Rossa e la Missione di mantenimento della pace russa. Ciò significa che durante i 122 giorni di blocco, il movimento delle persone è diminuito drasticamente, di 183 volte.

Inoltre, da quando l’ultima volta l’Azerbajgian ha interrotto la fornitura di gas dall’Armenia all’Artsakh è passato già un mese e la linea di alta tensione che porta dell’energia elettrica dall’Armenia all’Artsakh è interrotta dall’Azerbajgian già da 3 mesi.

«Perché difendere l’Armenia?
Perché è uno dei Paesi più belli del mondo con i suoi monasteri antichissimi arroccati nel cielo.
Perché hanno abitato la propria terra fin dalla notte dei tempi, molto prima che i Turchi Ottomani, venuti dall’Asia, invadessero e colonizzassero il loro territorio, all’alba del secondo millennio.
Perché questo piccolo popolo di 3 milioni ha come ricchezza solo alcune miniere d’oro, la sua storia, la sua fede, la sua cultura, la sua lingua, per noi troppo poco rispetto ai giacimenti di gas e di petrolio azeri e ai Tap.
Perché il suo grande crimine è di essere un Paese cristiano, il più antico Paese cristiano nella storia, in mezzo all’Islam.
Perché sono spesso raggiunti da quel destino a cui speravano di sfuggire: quello dei loro antenati vittime del primo genocidio moderno.
Perché Turchi, Azeri e l’Esercito islamico del Caucaso hanno commesso tali orrori contro il suo popolo che persino le sue mura hanno pianto sangue.
Perché di fronte a loro noi Europei, per citare un giornalista francese, “siamo indifferenti come le mucche che, parafrasando Paul Claudel, guardano passare i treni dove, nel vagone ristorante, i viaggiatori mangiano vitello tonnato”.
Perché la compassione, la chiamata al rispetto dei diritti umani, il dovere all’assistenza umanitaria, hanno le loro regole diplomatiche, economiche e morali che non prevedono Armeni, da cancellare dal “nuovo ordine mondiale”.
Perché mi ricordano quella frase di Chesterton, per il quale “il vero soldato combatte non perché odia ciò che ha davanti, ma perché ama ciò che ha dietro di sé”» (Giulio Meotti).

«Ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancora più inospitale» (Etty Hillesum).

Parti dell’Armenia e dell’Artsakh occupate dall’Azerbajgian negli ultimi due anni.

Il Presidente armeno, Vahagn Khachaturyan, su raccomandazione del Primo Ministro, Nikol Pashinyan, ha firmato mercoledì un decreto che revoca Arman Maralchyan dalla posizione di Comandante delle truppe di frontiera del Servizio di Sicurezza Nazionale.

«Il Presidente dell’Azerbajgian sta trasferendo artiglieria pesante Dana da 152 mm e lanciarazzi multipli Smerch da 300 mm nell’area di Lachin (Berdzor). Il dittatore Aliyev si sta preparando per una guerra più sanguinosa questa volta. Se la gente di entrambi i paesi non si alzeranno e fermeranno la guerra, questa guerra causerà la morte di migliaia di persone da entrambe le parti. Al terrorista Aliyev piace uccidere le persone. Popolo dell’Azerbajgian, o poveri, non mandare a morire i vostri poveri figli. Ayağa qalx Azərbaycan, Diktator Əliyev balalarınızı qıracaq [Alzati Azerbajgian, il dittatore Aliyev massacrerà i tuoi figli]» (Manaf Jalilzade).

«”Non andare papà”, “Voglio il mio papà”. Il bambino piange [sopra la bara con il suo corpo] per il suo padre. Ma suo padre, e di migliaia di bambini come lui, non torneranno. Perché il terrorista Aliyev ha ucciso migliaia di tali padri per il suo potere in Karabakh. Quei bambini non vedranno i loro padri, non giocheranno con i loro padri, e quando i padri di altri bambini verranno a scuola, questi bambini saranno umiliati. Faccio appello ai genitori dell’Azerbajgian e dell’Armenia: “Non sacrificate i vostri figli alle autorità, non permettete loro di acquistare armi”. Perché ci sono guerre nel mondo, perché le persone muoiono, perché i bambini senza padri, perché i padri senza figli? Non voglio la guerra, non voglio il regime di Aliyev» (Suleyman Suleymanli).

«Un soldato azero catturato oggi in Armenia ha girato un video in diretta vicino a Kapan, in cui dice che lui e il suo amico, catturato in precedenza, “sono penetrati nel territorio dell’Armenia”. Dice che non sono traditori dell’Azerbajgian, che hanno ucciso molti Armeni, tagliandoli la testa: “Abbiamo versato sangue armeno. Abbiamo decapitato Armeni. Non siamo traditori della madrepatria, non chiamateci traditori”. Secondo le prime informazioni sabato scorso ha ucciso una 57enne guardia giurata della Zangezur Copper-Molybdenum Combine» (Karabakh Records).

«Il secondo soldato dell’esercito azerbajgiano, Husein Akhliman oglu Akhundov, arrestato in Armenia. Prima di essere ritrovato dagli abitanti del villaggio, sulla sua pagina social in diretta aveva detto di essere orgoglioso di aver ucciso centinaia di Armeni: “Abbiamo versato sangue armeno. Abbiamo decapitato 4-5 centinaia di Armeni. Ora siamo vivi, non siamo morti. Anche se moriamo, lascia che ciò che facciamo sia apprezzato. Non siamo traditori della madrepatria”.
Husein Akhliman oglu Akhundov è stato ritrovato dopo 3 giorni di ricerche, a 3 chilometri dal villaggio Achanan della regione di Syunik. Il 10 aprile era stato ritrovato nella regione di Syunik un altro soldato delle forze armate dell’Azerbajgian, entrato in Armenia dal Nakhichevan.
Il Ministero della Difesa dell’Azerbajgian ha riferito che i due militari si sono persi a causa di condizioni meteorologiche sfavorevoli in direzione della regione di Shahbuz.
I soldati azeri arrestati in Armenia verranno scambiati con i prigionieri armeni detenuti illegalmente da anni nelle carceri di Baku?
Il 12 aprile, il Primo Ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, ha annunciato all’Assemblea Nazionale che i soldati dell’esercito azero sono fuggiti dalle basi militari azere perché i loro commilitoni li hanno oppressi e sottoposti a umiliazioni. Pashinyan ha affermato che non è un dato di fatto che il primo soldato arrestato voglia tornare in Azerbajgian. L’Armenia non può restituire con la forza un militare in Azerbaigian.
È triste che anche durante la sua permanenza nel territorio dell’Armenia, il soldato azero non abbia nascosto il suo odio nei confronti degli Armeni. Era orgoglioso di aver ucciso centinaia di Armeni. Penso che i due prigionieri azeri saranno al sicuro in Armenia e la loro sicurezza sarà assicurata» (Robert Ananyan).

«Uno dei due Azeri che hanno attraversato il confine con l’Armenia tre giorni fa è stato trovato da tre abitanti del villaggio di Achanan, nella provincia di Syunik. Armenian News ha seguito l’incidente con uno di loro, Gor Ohanjanyan. Ha raccontato che il soldato azero è stato trovato in un’uniforme militare azera, in possesso di munizioni miste, maschere e il telefono di una vittima che è stata uccisa nel posto di guardia della Zangezur Copper-Molybdenum Combine. La gente del posto lo ha trattenuto fino all’arrivo della polizia. Il soldato era bagnato e sporco al momento della sua cattura. È stato trovato a tre chilometri dal villaggio di Achanan.
“Abbiamo versato il sangue degli armeni. Abbiamo decapitato gli armeni. E ora siamo ancora vivi, non morti. Anche se moriamo, facciamoci apprezzare. Non siamo traditori della Patria”, dice il soldato azero detenuto in un video che ha registrato sul suo telefono prima dell’arresto.
Secondo la dichiarazione del Ministero della Difesa armeno, lunedì tra l’una e le due del mattino, un militare delle forze armate dell’Azerbajgian è stato trovato e detenuto nel territorio dell’Armenia. C’era un altro soldato con lui e la ricerca di lui è continuata per tre giorni. Il 13 aprile il Ministero della Difesa armeno ha riferito che anche il secondo militare azero è stato preso in custodia dalle autorità armene.
I due Azeri sarebbero stati avvistati per la prima volta a Bnunis, un altro villaggio situato a pochi chilometri da Ashotavan. Il primo militare azero è stato detenuto ad Ashotavan. I residenti locali hanno affermato che questi azeri hanno bussato a lungo alla porta della casa di un residente locale, che aveva aperto la porta, visto soldati mascherati, chiuso la porta e chiamato la polizia. I villaggi di Bnunis e Ashotavan distano circa 20 km dalle posizioni azere» (301.arm).

Gli “eco-attivisti” dell’Azerbajgian su un autobus charter diretto a Shushi a bloccare il Corridoio di Lachin cantano Can Gedirik Almağa. I testi includono: “Che quelle montagne vedano di nuovo i Lupi Grigi; lascia la terra di Oghuz [turchi] e scappa”.

In sovraimpressione: «Fagli vedere il lupo grigio della notte!»

Un altro autobus charter con “eco-attivisti” dell’Azerbajgian diretto a bloccare il Corridoio di Lachin che cantano questa particolare canzone nazionalista turco-azero. Deve essere una specie di una tradizione. Una eco-tradizione. Poi un eco-attivista fa l’immancabile segno sei Lupi Grigi.

«Il rumore sordo della testa mozzata di un Armeno. Zelensky chiede di non essere indifferente sulle decapitazioni di soldati ucraini. Nulla si dice invece delle decine di Armeni, molti civili, decapitati negli ultimi due anni dai nostri “partner” Turchi e Azeri. Teste brandite come nell’Inferno dantesco “a guisa di lanterna” in una guerra combattuta per la terra ancestrale del più antico popolo cristiano del mondo e dove si muore quasi ogni giorno (ieri sette morti al confine armeno). L’Armenia sta per scomparire. Già la sua parte orientale gli è stata tolta. Nessuno ha ripreso le loro storie e i video di queste decapitazioni, tutte disponibili eppure tutte ignorate da giornali e tg (li pubblico io, ma non sono per stomaci sensibili). Gli anziani che rantolano mentre il coltello li decolla; la donna disabile a cui tagliano piedi, mani e orecchie; la soldatessa decapitata, le pietre messe al posto degli occhi, le dita tagliate e infilate in bocca; il marito a cui hanno strappato la pelle dove aveva i tatuaggi… “Siamo come pecore rinchiuse in gabbia circondate da lupi dai denti lunghi”, ha detto il Primate della Chiesa Apostolica Armena, Vrtanès Aprahamian. “I lupi stanno solo aspettando un’opportunità per aprire il cancello e fare a pezzi la loro preda”. Ma gli Armeni non soddisfano i criteri per l’adesione alla pietà woke globale: non sono multiculturali, non sono fluidi e non si accontentano di assistere alla propria eutanasia storica.
Anush Apetyan è stata decapitata, al posto degli occhi ci hanno messo le pietre, le hanno tagliato le dita e gliele hanno infilate in bocca. Solo perché armena. Da uno Stato, l’Azerbajgian, “partner Nato”, spalleggiato dalla Turchia, secondo esercito NATO. Non si sono sentiti comunicati indignati. Un piccolo Paese di 3 milioni di anime cristiane senza sbocco sul mare nel sud del Caucaso e senza idrocarburi, soggetto ai desideri di conquista dei suoi due vicini, due regimi autoritari islamici. Un doppio pericolo per quest’isola di democrazia. Da una parte l’Azerbajgian, guidato da Ilham Aliyev, a capo di una petromonarchia strategica per la UE, che non nasconde più le ambizioni di spazzare via la millenaria Armenia, la nazione cristiana più antica, e di invadere anche Yerevan, che chiama “la parte occidentale” del suo Paese, che esiste solo dal 1918 per volere di Stalin. Dall’altra parte la Turchia di Erdogan, che per creare uno spazio pan-turco che si estenda dallo stretto del Bosforo alle montagne del Kirghizistan deve eliminare l’Armenia. Siamo a un nuovo capitolo di quella che il console tedesco Kuckhoff il 4 luglio 1915 sul genocidio di 1,5 milioni di Armeni definí “la distruzione e l’islamizzazione di un intero popolo”» (Giulio Meotti, 12 aprile 2023).

Josep Borrell Fontelles, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza e Vicepresidente dell’Unione Europea, ha scritto in un post su Twitter che è «profondamente sconvolto dal brutale video della decapitazione di un prigioniero di guerra ucraino. È una spregevole violazione delle Convenzioni di Ginevra. Tutti gli autori ei complici di crimini di guerra devono essere chiamati a rendere conto». In effetti, siamo profondamente sconvolti dalla decapitazione di 19 civili innocenti da parte delle forze militari dell’Azerbajgian durante la guerra in Artsakh del 2016 e del 2020, innescata dall’autocrazia dell’Azerbajgian con l’aiuto dei combattenti dell’ISIS e del sostegno militare di Turchia e Israel. Ma non abbiamo mai letto un post su Twitter di Josep Borrell al riguardo. L’Unione Europea ha abbandonato la sua dipendenza dal gas russo durante l’invasione e l’occupazione dell’Ucraina, solo per mettersi alla canna del gas azero (che è in parte gas russo riciclato da Aliyev) durante l’invasione e l’occupazione dell’Armenia.

Dichiarazione sulla inadempienza dell’Azerbaigian in riferimento l’ordine del 22 febbraio della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite di sbloccare il Corridoio di Lachin

L’Istituto Lemkin per la prevenzione del genocidio è indignato per il palese disprezzo dell’Azerbajgian per la decisione vincolante della Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) sulle misure provvisorie emessa il 22 febbraio 2023, che ordinava all’Azerbajgian di garantire la libera circolazione di merci e persone attraverso il Corridoio di Lachin. L’Azerbajgian non ha ottemperato a questo ordine nonostante abbia accettato la giurisdizione dell’ICJ nel caso del 2021 sull’applicazione della Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale (Armenia contro Azerbajgian) ed è stato parte di la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale dal 1996.

L’Istituto Lemkin è ugualmente preoccupato per la mancanza di sostegno da parte della comunità internazionale nel far rispettare le decisioni dell’ICJ con meccanismi di attuazione. La natura volontaria del diritto internazionale lo rende inetto quando uno Stato decide di non attuare le decisioni dei tribunali internazionali. L’Istituto Lemkin sostiene con forza mezzi più potenti per attuare tali decisioni e ritiene che sia nell’interesse di tutti gli Stati farlo.

Il 22 febbraio, l’ICJ ha emesso una decisione in cui si afferma che l’Azerbajgian deve “adottare tutte le misure a sua disposizione per garantire il movimento senza ostacoli di persone, veicoli e merci lungo il Corridoio di Lachin in entrambe le direzioni”. La decisione del 22 febbraio arriva dopo che l’ICJ ha emesso misure provvisorie in quello stesso caso, il 7 dicembre 2021, ordinando all’Azerbajgian di “proteggere dalla violenza e dai danni fisici tutte le persone catturate in relazione al conflitto del 2020 che rimangono in detenzione e garantire la loro sicurezza e l’uguaglianza davanti alla legge; adottare tutte le misure necessarie per prevenire l’incitamento e la promozione dell’odio razziale e della discriminazione, anche da parte dei suoi funzionari e istituzioni pubbliche, nei confronti di persone di origine nazionale o etnica armena.

Diverse settimane dopo, l’Azerbajgian non solo non ha ancora rispettato l’ordine del 22 febbraio 2023, ma ha anche avviato nuove azioni militari oltre a continuare a violare gli ordini emessi dal dicembre 2021 fino ad oggi. L’Istituto Lemkin ribadisce che le decisioni dell’ICJ sono vincolanti per le parti in un determinato caso, il che significa che qualsiasi ordine emesso dall’ICJ nel caso Armenia contro Azerbajgian è vincolante per entrambe le parti. Ciò significa che sia l’Azerbajgian che l’Armenia devono rispettare gli ordini della Corte Internazionale di Giustizia alla luce dei trattati e degli accordi che entrambe le parti hanno concordato ai sensi del diritto internazionale. Pertanto, il mancato rispetto da parte dell’Azerbajgian delle misure provvisorie della ICJ è una palese violazione del diritto internazionale e una flagrante inadempienza degli obblighi internazionali dell’Azerbajgian.

Ci sono stati pochissimi sforzi compiuti dalla comunità internazionale per costringere l’Azerbajgian a revocare il blocco nel mese successivo all’ordine della Corte Internazionale di Giustizia. La dichiarazione di più alto profilo fatta è stata quella di Anders Fogh Rasmussen, l’ex Segretario Generale della NATO, che ha espresso il suo sgomento per il blocco in corso e ha avvertito di una “catastrofe umanitaria”, ma non ha offerto molto altro. Anche la missione internazionale dell’Unione Europea incaricata di monitorare il Corridoio di Lachin, oggetto di proteste da parte dell’Azerbajgian, si è dimostrata finora incapace di cambiare efficacemente la situazione, avendo finora rilasciato solo dichiarazioni secondo cui riferirà i risultati a Brussel. L’inviato dell’Unione Europea nel Caucaso meridionale, Toivo Klaar, continua il suo vergognoso tentativo di giocare su entrambi i lati della questione.

Ricordiamo che il blocco è iniziato il 12 dicembre 2022, quando i civili azeri che si dichiaravano ambientalisti hanno eretto delle barricate per protestare contro le “attività minerarie illegali” e l’uso del corridoio per il trasporto di armi. In realtà, alcuni dei bloccanti hanno legami con il governo azero e il blocco ha più scopi politici che legittimi interessi ambientali. Queste barricate sono anche una chiara violazione del Trattato di pace trilaterale firmato il 9 novembre 2020 da Armenia, Azerbajgian e Russia, che include disposizioni che prevedono la libera circolazione lungo il Corridoio di Lachin.

I nostri lettori ricorderanno la dichiarazione del 12 febbraio dell’Istituto Lemkin che esprimeva indignazione per i tiepidi sforzi e il continuo silenzio compiuti dalla comunità internazionale per costringere l’Azerbajgian a cambiare le sue azioni. L’Istituto Lemkin ribadisce ancora una volta il suo appello alla comunità internazionale affinché agisca e faccia pressione sull’Azerbajgian affinché revochi immediatamente il blocco, promulghi sanzioni per gli atti criminali del regime di Aliyev e promuova un ambiente pacifico favorevole a una soluzione diplomatica che protegga adeguatamente i diritti degli Armeni autoctoni in Artsakh.

L’Istituto Lemkin vorrebbe portare all’attenzione dei responsabili politici internazionali le implicazioni che il mancato rispetto da parte dell’Azerbajgian di un tribunale internazionale comporta per i casi futuri. Qualsiasi Stato che non si conformi alle decisioni della Corte Internazionale di Giustizia e alla decisione di qualsiasi altra corte o organo internazionale a cui i Paesi hanno sottoposto i loro conflitti, mina e sconfigge gli scopi e i principi fondamentali della comunità internazionale. Se l’Azerbajgian riesce a farla franca non ottemperando agli ordini della Corte Internazionale di Giustizia, ciò costituisce un terribile precedente e rende inutili gli organi internazionali nei procedimenti futuri. Inoltre, ignorare le violazioni dell’Azerbajgian invita solo a più violenza. La comunità internazionale rischia di distruggere la fiducia nelle istituzioni internazionali se continua a chiudere un occhio sull’inadempienza dell’Azerbajgian.

L’Istituto Lemkin chiede che venga intrapresa un’azione significativa per portare l’Azerbajgian in conformità sia con le misure provvisorie del 21 dicembre 2021, sia con l’ordine della Corte Internazionale di Giustizia del 22 febbraio 2023 di revocare il blocco del Corridoio di Lachin, affinché l’Azerbajgian sia sanzionato una volta per tutte per le sue azioni criminali e che la comunità internazionale dimostri rispetto per i principi che ha adottato per porre fine ai crimini atroci e alle guerre senza fine in tutto il mondo.

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

Gerusalemme, Fuoco sacro: Chiese contro Israele per le ‘irragionevoli’ restrizioni al rito (Asianews 13.04.23)

Gerusalemme (AsiaNews) – In Terra Santa monta la protesta dei leader cristiani per le crescenti restrizioni imposte da Israele alle celebrazioni della Pasqua ortodossa, in calendario il 16 aprile. Dopo la cancellazione dei permessi di viaggio per la comunità di Gaza, a poche ore di distanza è arrivato anche il provvedimento che limita gli accessi ai luoghi di culto nella città santa, in particolare il Santo Sepolcro in occasione del tradizionale rito del Fuoco sacro. L’ultimo appello, in ordine di tempo, è del Consiglio ecumenico delle Chiese (Wcc), che segue quello del Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, della Custodia di Terra Santa e del Patriarcato armeno che avevano già espresso “grave preoccupazione” per la libertà religiosa.

La cerimonia pasquale del fuoco, sottolinea in una nota il reverendo Jerry Pillay, segretario generale Wcc, è “una delle più importanti” per la Chiesa ortodossa, ma ha un grande valore per “l’intera comunità cristiana di Terra Santa e per i pellegrini presenti da tutto il mondo”. Le restrizioni, prosegue, prevedono “un limite di 2mila fedeli” che potranno accedere al luogo di culto, con un drastico ridimensionamento rispetto ai 10mila dello scorso anno e dei precedenti, a eccezione di quelli in cui erano in vigore le norme anti-Covid. Il leader cristiano denuncia inoltre “la presenza di 200 poliziotti all’interno della chiesa” e i rigidi “controlli per la sicurezza in tutta la città vecchia” di Gerusalemme che, di fatto, “impediscono l’accesso e la partecipazione alla processione”.

Fedeli e vertici delle Chiese di Terra Santa considerano tanto “inutili”, quanto “dannose” le restrizioni imposte dal governo israeliano e che si sommano alle tensioni in atto da tempo nell’area, unite agli attacchi dell’ultimo periodo contro edifici e luoghi simbolo cristiani. Negli ultimi anni, conclude il rev. Pillay, i leader cristiani hanno diffuso “numerose dichiarazioni congiunte” in cui denunciano la “crescente minaccia” costituita da “estremisti e radicali” che proliferano all’interno “della società israeliana”. Da qui l’appello alle massime istituzioni dello Stato ebraico, perché ritirino le “pesanti restrizioni” che “mettono in pericolo la libertà del culto”.

In precedenza era intervenuto anche il Comitato che unisce armeni, greco-ortodossi e la Custodia, con una nota in cui si denunciava l’impossibilità di coordinamento con le autorità israeliane che stanno imponendo “restrizioni irragionevoli e senza precedenti” all’accesso ai luoghi di culto. La polizia, prosegue il testo, “sta ingiustamente e in modo inappropriato” imponendo alle Chiese “l’onere” di emettere inviti oltre a imporre “ostacoli” che “impediranno ai fedeli di partecipare”, soprattutto “i membri della nostra comunità”. In conclusione i leader cristiani di Gerusalemme rinnovano l’impegno al rispetto dello status quo e assicurano che le celebrazioni saranno effettuate “come avviene da 2mila anni” senza restrizioni e “chi vuole è libero di venire e partecipare”, mentre le autorità “agiscano come meglio credono. Le Chiese intendono essere libere di celebrare e vogliono continuare a farlo in pace”.

Per giustificare blocchi e restrizioni la polizia ricorda quanto avvenuto nel 2021 al Monte Meron, in occasione del primo raduno religioso post-Covid, quando in occasione di un pellegrinaggio ebraico sono morte nella calca 45 persone. Tuttavia, i leader cristiani ricordano come non siano mai avvenuti incidenti in occasione delle funzioni religiose, anche le più importanti e partecipate, mentre imporre limiti e accessi è solo una violazione alla libertà religiosa frutto di una crescente estremizzazione della leadership politica – e di parte della società – israeliana.

Concetti espressi anche dal patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa che, in un’intervista ad AsiaNews nei giorni precedenti la Pasqua, si era detto “contrario all’idea stessa che ci debbano essere dei permessi per andare nei luoghi di culto”. “Restrizioni e problemi”, aveva aggiunto, sono parte di un “quadro politico” che ha registrato un ulteriore inasprimento col “nuovo governo di estrema destra religiosa. Sono tutti aspetti che fanno parte di un unico contesto”.

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Cresce la tensione tra Iran e Azerbaijan (Contropiano 13.04.23)

Venerdì un uomo armato ha ucciso una guardia di sicurezza e ferito altre due persone presso l’ambasciata dell’Azerbaigian in Iran , in un attacco che Baku ha bollato come “atto di terrorismo”. Il ministero degli Esteri azero ha affermato che l’attacco è stato il risultato del fatto che Teheran ha ignorato le preoccupazioni e le richieste di migliori misure di sicurezza presso l’ambasciata.

“Purtroppo, l’ultimo sanguinoso atto terroristico dimostra le gravi conseguenze della mancata attenzione necessaria ai nostri continui appelli in tal senso”, ha affermato Baku. Il portavoce del ministero degli Esteri azero Aykhan Hajizada ha detto che il personale dell’ambasciata “viene evacuato dall’Iran. Tutte le responsabilità dell’attacco sono dell’Iran”, ha detto Hajizada, aggiungendo che una recente campagna contro l’Azerbaigian sui media iraniani ha “incoraggiato l’attacco”.

Baku ha anche convocato l’ambasciatore iraniano in Azerbaigian.

Il capo della polizia di Teheran, il generale Hossein Rahimi, ha replicato che l’aggressore è stato arrestato ed è stata avviata un’indagine secondo cui l’attentatore era motivato da “problemi personali” ed era sposato con una donna azera.

Le autorità iraniane hanno condannato l’incidente, ma hanno minimizzato i discorsi su qualsiasi motivo politico per l’attacco.

Occorre rammentare che in Iran vivono  milioni di azeri di etnia turca e da tempo Teheran accusa Baku di fomentare sentimenti separatisti nel suo territorio. L’attacco è avvenuto in un clima di crescenti tensioni tra l’Azerbaigian e l’Iran, dopo che Baku ha nominato questo mese il suo primo ambasciatore in Israele.

Nella prima intervista rilasciata dopo il suo arrivo a Tel Aviv, l’ambasciatore azero Mammadov ha smentito le notizie dei media stranieri riportate da Haaretz, secondo cui l’Azerbaijan avrebbe preparato un campo d’aviazione destinato ad assistere Israele nel caso in cui decidesse di attaccare i siti nucleari iraniani, o avrebbe permesso al Mossad di aprire una filiale in Azerbaijan per monitorare ciò che accade in Iran.

Teheran teme invece che il territorio azero possa essere utilizzato per una possibile offensiva contro l’Iran da parte di Israele, uno dei principali fornitori di armi di Baku. In passato alcune delle operazioni di intelligence israeliana – attacchi informatici soprattutto – contro gli impianti nucleari iraniani sarebbero partiti proprio dall’Azerbaijan.

Il giornale israeliano Haaretz, riferiva ampiamente sui quasi 100 voli cargo della Silk Way Airlines dell’Azerbaijan che, negli ultimi sette anni, erano atterrati alla base aerea di Ovda, l’unico aeroporto in Israele attraverso il quale è possibile far entrare e uscire esplosivi dal Paese. Il rapporto affermava che Israele aveva fornito al suo alleato musulmano armi, comprese armi più potenti durante i periodi di conflitto tra Azerbaijan e Armenia, in cambio dell’accesso all’Iran.

Ad aumentare la tensione c’è stato poi l’attentato del mese scorso contro Jan Fazil Mustafa, un deputato azero critico nei confronti dell’influenza iraniana. L’Azerbaigian ha anche recentemente arrestato otto persone con l’accusa di spionaggio per conto di Teheran.

La guerra nel Nagorno-Karabakh e il conflitto tra Armenia e Azerbaijan riaccesosi nel 2020, hanno cambiato lo scenario ai confini settentrionali dell’Iran. Per tre decenni il territorio montuoso era stato nelle mani degli armeni, prima che fosse conquistato dall’Azerbaigian usando armi avanzate turche e israeliane . Il confine tra gli armeni del Karabakh e l’Iran, si è accorciato di 132 km a causa della disfatta armena nella guerra del 2020.

Un esempio di queste tensioni sono gli avvertimenti emessi dall’esercito iraniano sull’interruzione delle rotte di transito per le merci iraniane verso la Russia e sui potenziali cambiamenti di confine tra Iran e Armenia con l’apertura della rotta di transito del Corridoio Zangezur.

L’Azerbaijan, dal 12 settembre 2022, ha iniziato a far pagare dei dazi ai camion iraniani diretti nell’Armenia meridionale ma che attraversano alcune sezioni del territorio, internazionalmente riconosciuto come azero, ma di fatto controllato dalle forze armene sin dalla prima guerra tra i due Paesi avvenuta negli anni ’90.

Il previsto corridoio che collega l’Azerbaigian e la sua exclave di Nakhchivan alla Russia e alla Turchia senza posti di blocco armeni, è progettato per facilitare la connettività tra Asia, Europa e Medio Oriente. La rotta di transito del Corridoio di Zangezur è progettata anche per collegare Turchia, Azerbaigian e Asia centrale, una regione che Ankara e Baku descrivono come il “mondo turco” e che da tempo manifestano ambizioni alla sua riunificazione.

L’esercito iraniano  e le forze del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) hanno quindi aumentato la loro presenza militare ai confini nord-occidentali del paese mentre aumentano le tensioni tra l’Azerbaigian e l’Armenia.

Il 23 marzo, i media locali  hanno pubblicato  un video non confermato di aerei iraniani da combattimento che manovravano nel cielo, affermando che i caccia iraniani F4 e F14 volavano vicino al confine con l’Azerbaigian per dissuadere Baku  da qualsiasi nuova operazione militare nella provincia separatista del Nagorno-Karabakh, una regione popolata principalmente da armeni ma rivendicata dall’Azerbaigian.

Si delinea dunque un nuovo possibile focolaio di crisi nel cuore dell’Asia centrale che, oltre Iran, Azerbaijan e Armenia, vede agire potenze regionali come Turchia e Israele in un gioco continuo di alleanze a geometria variabile.

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Lomazzo, incontro col console armeno Kuciukian (Ilsaronno 13.04.23)

LOMAZZO – Nei giorni scorsi alla sala consiliare del Municipio di Lomazzo, dove è allestita la mostra dedicata all’Armenia, è stata ospitato per un incontro pubblico Pietro Kuciukian. Figlio di un sopravvissuto al genocidio ameno, il console armeno in Italia – Kuciukian – ha coinvolti i presenti in un grande excursus storico, dall’Ottocento ad oggi, sulla situazione geopolitica dell’Asia centrale, un territorio al centro di drammi e di conflitti irrisolti che si intersecano con l’attualità. Dalle cause della tragedia del genocidio armeno, alla diaspora che ne è seguita, al complesso quadro geopolitico dove la giustizia tra i popoli è spesso calpestata da interessi economici.

Fino al 15 aprile rimane visitabile al palazzo del municipio la mostra dedicata all’arte armena, che presenta gli interventi di restauro curati da Paolo Arà Zarian e Christine Lamoureux in tre chiese particolarmente rappresentative dell’arte armena. La mostra è visibile con ingresso libero negli orari di apertura del municipio, dal lunedì al sabato dalle 9 alle 12 e nei pomeriggi di martedì e giovedì dalle 15 alle 17.30.

PROSEGUE L’ESCALATION NEL NAGORNO-KARABAKH (DifesaOnline 12.04.23)

(di Giorgio Armento)
12/04/23

Nel pomeriggio di ieri – 11 aprile – si è verificato uno scontro a fuoco tra l’esercito armeno e quello azero in una località di confine, con morti e feriti per ambo le parti. Si tratta, dopo settimane di violazioni, di un ulteriore passo verso la rottura della tregua che dal 2020 ha congelato il conflitto tra le due nazioni.

Gli scontri si sono verificati in prossimità del villaggio di Tegh, nella regione armena di Syunik, alle 16:00 ora locale, quando alcuni soldati armeni intenti in operazioni ingegneristiche sono entrati in contatto con una pattuglia azera. Ne è seguito uno scontro a fuoco durato alcune ore in cui hanno perso la vita, secondo fonti governative, 4 soldati armeni e 3 azeri. Tra i numerosi feriti vi sarebbe il comandante delle forze speciali armene Golayen.

Ad esacerbare la tensione avrebbe contribuito l’avvistamento di droni di sorveglianza iraniani sull’area degli scontri (il ministero della difesa armeno ha tuttavia dichiarato ufficialmente di non possedere droni iraniani, ndr). Sebbene in seguito all’episodio entrambi i paesi abbiano posto in stato massima allerta i contingenti schierati ai rispettivi confini, le ostilità sono rimaste limitate al villaggio di Tegh e sono completamente cessate in serata.

La responsabilità dell’incidente

Le autorità di entrambi i paesi si accusano reciprocamente di aver provocato l’incidente. Il Ministero della Difesa armeno, in una nota diffusa nel pomeriggio, afferma che si sia trattato di un attacco condotto da parte azera con mitragliatrici e colpi di mortaio contro una posizione in cui erano in corso opere del genio militare delle forze armate armene. Alcuni video pubblicati dai media in Armenia e rilanciati dallo stesso Ministero della Difesa poche ore dopo sembrano confermare tale versione.

Da parte sua il governo azero nega ogni responsabilità, bollando l’intero episodio come una ennesima provocazione armena alla quale le proprie forze armate hanno reagito adeguatamente. È rilevante a questo proposito osservare come, sebbene a pochi chilometri dal corridoio di Lachin, il teatro degli scontri si trovi in territorio armeno e non nella regione contesa.

Settimane di tensione

L’episodio è avvenuto dopo settimane di crescente tensione nel Nagorno-Karabakh. Yerevan ha denunciato numerose violazioni della tregua da parte azera negli ultimi mesi, molte delle quali confermate dalla Federazione Russa, che con un contingente schierato in Artsakh svolge il ruolo di garante della tregua secondo gli accordi trilaterali del 2020. Contestualmente le autorità dell’autoproclamata repubblica di Artsakh lamentano il perdurare del blocco del corridoio di Lachin, posto pretestuosamente dalle forze azere dal 12 dicembre dell’anno scorso.

Parallelamente dal mese di marzo si sono inaspriti i toni tra le autorità azere e quelle iraniane, con accuse da parte di Baku di attività terroristiche condotte dall’Iran e l’espulsione di personale diplomatico iraniano dal territorio azero. Per tutta risposta l’Iran ha schierato poche settimane fa un contingente al confine meridionale dell’Azerbaigian, che staziona in stato di allerta e conduce ricognizioni aeree sulla regione.

Considerata la somiglianza agli avvenimenti che riaccesero la miccia del conflitto nel 2020, in un clima di simile tensione è lecito temere che episodi come quello di ieri possano portare ad una rottura definitiva della tregua e ad un terzo capitolo della guerra tra Armenia e Azerbaigian. Tuttavia i rapporti di forza nella regione sono cambiati, e la disponibilità armena ad ingaggiare un conflitto armato è fortemente ridimensionata.

L’Armenia isolata

Se già dalla guerra del 2020, grazie al sostegno turco, i rapporti di forza nel Nagorno-Karabakh si erano rovesciati in favore di Baku, l’Azerbaigian sembra ad oggi intenzionato ad approfittare della condizione di isolamento in cui si trova l’Armenia in seguito al recente mutamento degli equilibri nel caucaso meridionale.

La Federazione Russa, storico sostenitore di Yerevan, in seguito alla guerra in Ucraina ha infatti riallacciato i rapporti con l’Azerbaigian, attraverso i cui gasdotti ha trovato una via per finanziarsi aggirando le sanzioni occidentali. Ancor più dell’interesse economico, nel disimpegno dal teatro caucasico per la Federazione Russa pesa il timore che un irrigidimento in difesa dell’Armenia possa innescare un coinvolgimento diretto russo in un conflitto ai propri confini meridionali, aprendo così un secondo fronte di guerra che difficilmente la Federazione può permettersi nelle circostanze attuali.

La scarsa disponibilità russa ad impegnarsi in sua difesa ha spinto nell’ultimo anno l’Armenia a disertare le esercitazioni con l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e intraprendere un dialogo con la Nato. Recentemente era stata annunciata l’adesione armena alla grande esercitazione Nato Defender 23, prevista per fine aprile. Tuttavia, senza che sia stata fornita una spiegazione da parte della Nato o delle autorità armene, poche ore prima degli scontri di ieri l’Armenia risultava depennata dalla lista di paesi partecipanti all’esercitazione.

Anche ammesso che i rapporti con la Nato proseguano e che l’intoppo sia stato momentaneo, ci vorrebbero comunque anni perché le forze armate armene siano di fatto integrabili nel trattato atlantico, considerata la completa dipendenza dalla Russia in termini di standard ed equipaggiamento che hanno avuto in questi anni, in continuità col periodo sovietico.

In una dichiarazione odierna la portavoce del Ministero degli Esteri Russo, Maria Zakharova, ha manifestato il disappunto della Federazione riguardo l’eventuale partecipazione armena ad esercitazioni nell’ambito Nato.

Nel limbo in cui sembra trovarsi l’Armenia, l’unica certezza pare la determinazione iraniana ad intervenire contro l’Azerbaijan in caso di escalation. Per la repubblica islamica, all’interesse di contenere la presenza turco-azera ai propri confini, si aggiunge la necessità mantenere aperta una via di comunicazione terrestre verso la Russia per aggirare l’accerchiamento occidentale.

A margine di tale contesto, vale la pena osservare come in Italia la storica sensibilità alla causa armena si sia affievolita di pari passo col crescere dell’importanza del gas azero nella strategia energetica nazionale. Il ministro Crosetto, in visita a Baku il 12 gennaio, ha annunciato collaborazioni militari con l’Azerbaijan, mentre proseguono le trattative con per un raddoppio della portata del gasdotto Tap entro il 2027.

Evidentemente gli sviluppi nel Caucaso meridionale rischiano di avere un impatto significativo ben al di là della dimensione regionale.

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Ancora scontri tra Armenia e Azerbaigian, UE: “Rispettare linea di confine del 1991”. (Sardegnagol 12.04.23)

Continuano gli scontri armati nel Caucaso. Ieri, come ricordato dal SEAE al confine tra l’Armenia e l’Azerbaigian, nella zona di Tegh, il conflitto tra i due Paesi ha provocato la morte e il ferimento di diversi militari armeni e azeri.

Incidente, hanno dichiarato dal Servizio europeo per l’azione esterna, che “sottolinea ancora una volta che in assenza di un confine delimitato, la linea del 1991 deve essere rispettata”.

Da rispettare, quindi, gli impegni assunti dalle due parti, compresi quelli raggiunti a Praga nell’ottobre 2022 in merito al riconoscimento reciproco dell’integrità territoriale in linea con la Dichiarazione di Almaty del 1991. “L’UE – si legge nella nota odierna del SEAE – sollecita inoltre l’intensificazione dei negoziati sulla delimitazione del confine e continua a tenersi pronta a sostenere questo processo, rinnovando i nostri appelli alla moderazione e alla risoluzione di tutte le controversie con mezzi pacifici”.

Sul contrasto nella zona, secondo le informazioni del Ministero della Difesa della Repubblica dell’Azerbaigian, l’11 aprile, unità delle forze armate dell’Armenia hanno sottoposto a fuoco intenso le posizioni opposte dell’esercito dell’Azerbaigian, di stanza nella direzione del distretto di Lachin. “Provocazioni – reca il comunicato dell’Ambasciata azera in Italia – che dimostrano che l’Armenia non è interessata al processo di pace”.

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122° giorno del #ArtsakhBlockade. L’attacco dell’Azerbajgian a Tegh sul territorio sovrano dell’Armenia ieri. Perché? (Korazym 12.04.23)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 12.04.2023 – Vik van Brantegem] – Oggi, 12 aprile 2023, sono compiuti 4 mesi di #ArtsakhBlockade da parte dell’Azerbajgian. Il Difensore dei Diritti Umani della Repubblica di Artsakh presenta un rapporto aggiornato sulle violazioni di massa dei diritti collettivi e individuali delle persone dell’Artsakh disponibile in tre lingue, armeno, russo e inglese [QUI].

Come abbiamo riferito [QUI], nel pomeriggio di ieri, le forze armate azere hanno attaccato dei militari armeni nell’area del villaggio di Tegh nella regione di Syunik della Repubblica di Armenia, ultima tappa armena verso il Corridoio di Lachin. Quattro militari armeni sono stati uccisi e sei feriti a seguito dell’attacco terroristico azero, che si è svolto IN Armenia, come dimostrano le prove video (che abbiamo riportato ieri). I militari azeri hanno violato la nuova linea di contatto (spostata in avanti da loro con la forza in marzo), partendo da un’area sul territorio sovrano dell’Armenia occupato in marzo, sono entrano in un’area vicino al villaggio di Tegh in Armenia senza alcun preavviso e hanno iniziato a sparare contro dei militari armeni che stavano conducendo lavori di ingegneria sulle proprie posizioni di difesa per contrastare la strisciante annessione di territorio armeno da parte delle forze armate dell’Azerbajgian. Il totale delle vittime è 17, aggiungendo a quelli armeni, i 3 morti e 4 feriti tra gli aggressori azeri, secondo il Ministero della Difesa dell’Azerbajgian.

Al momento in cui scriviamo nessuna indicazione di operazioni militari in corso tra Armenia e Azerbajgian. Quello di ieri è apparso un’aggressione azera localizzata, seppur grave. Nel frattempo la macchina della propaganda di Baku e il suo esercito di diplomatici e troll si è messo in moto.

L’esperto di sicurezza di EVN Report sottolinea che la narrazione di Baku fornisce il contesto per l’operazione di ieri:

  • Tentativo di “iranianizzare” la situazione, dal momento che ha perso la narrazione in Occidente.
  • Screditare la Missione di monitoraggio dell’Unione Europea in Armenia come inefficace.
  • Migliorare la sua diplomazia “cinetica”.
  • Ingrandire la minaccia di operazioni più ampie.

Secondo la definizione di Alessandro Baricco, staccando i fatti dalla realtà si ottiene la narrazione. Ed è questo che fa il regime di Baku.

«La macchina della propaganda dell’Armenia si è smascherata: è chiaro che la provocazione è stata provocata da Yerevan – Foto».

La risposta della macchina della propaganda dell’Azerbajgian – con la foto che documenta invece il veicoli con i militari azeri che si avvicina ai militari armeni e poi apre il fuoco – è che «la macchina della propaganda dell’Armenia si è smascherata».

I media azeri scrivono che «tre soldati azeri sono stati uccisi durante un attacco delle forze armene nel distretto di Lachin, nella regione di East Zangezur», falsamente affermando che con questo l’aggressione è avvenuta sul territorio dell’Azerbajgian, che era strato invaso dai militare armeni.

Quindi, un troll azero twitta, contro ogni evidenza, a seguito di quanto affermano i media azeri: «Cosa stavano facendo i soldati armeni nelle posizioni azere sul lato del confine azero?» Come il bue che dice cornuto all’asino, o la pignatta che chiama nero il bollitore, come si dicono gli inglesi. A Napoli, per rispondere a chi fa il segno del cornuto, si risponde mostrando le chiavi: ognuno mostra quello che ha.

La scorsa settimana, le forze azere hanno intensificato la loro retorica aggressiva e hanno tentato di fare ulteriori progressi in Armenia e Artsakh, dopo aver occupato aree vicine al villaggio di Tegh da quando sono avanzate in Armenia a marzo. Baku non ha alcun interesse per “integrità territoriale” e “pace regionale”. Il suo unico obiettivo è soggiogare l’Armenia.

C’è questa strana cosa, chiamata confine di Stato, un concetto fluido per Baku. Inoltre, le forze armate azere hanno ucciso e ferito dei militari armeni all’interno del territorio sovrano dell’Armenia. Le prove video dimostrano chiaramente chi ha attaccato chi: l’Azerbajgian ha avviato l’attacco da un’area occupato in Armenia contro l’Armenia in Armenia. Non c’è menzogna e propaganda azera che tiene.

«L’aggressione mortale di oggi da parte dell’Armenia contro il territorio sovrano dell’Azerbajgian non è una coincidenza, accade sullo sfondo delle speranze di pace recentemente aumentate. L’Armenia e i suoi alleati non sono interessati alla pace!» La faccia di bronzo azera in Germania sta mentendo sfacciatamente.

Questa è la reazione di ieri dell’Ambasciatore dell’Azerbajgian in Germania, Nisimi Aghayev, sempre in prima linea nel diffondere l’armenofobia estrema e la propaganda del regime autocrate genocida di Aliyev, nel promuovere il #ArtsakhBlockade negando nel contempo che c’è.

«L’Armenia non viola soltanto l’integrità territoriale e la sovranità dell’Azerbajgian, ma mette anche seriamente in pericolo la pace e la sicurezza regionali! L’Azerbajgian risponderà risolutamente all’attacco e alle provocazioni armene». La faccia di bronzo azera negli Stati Uniti sta mentendo sfacciatamente. E minaccia, la lingua Aliyev parla fluentemente.

E questa è la reazione dell’Ambasciatore dell’Azerbajgian negli Stati Uniti, Khazar Ibrahim.

La reazione dei funzionari e dei troll sui social media del regime autocrate genocida di Baku non desta meraviglia. Niente di nuovo. Negano anche, confermandolo nel contempo, il blocco di 122 giorni del Nagorno-Karabakh e affermano che il Corridoio di Lachin è aperta, visto che passano (solo) i veicoli delle forze di mantenimento della pace russe e del Comitato Internazionale della Croce Rossa.

Le menzogne e fake news sono il marchio della politica statale dell’Azerbajgian. Però, le campagne di disinformazione dei diplomatici azeri sono così maldestre, che a volte sembra che stiano prendendo in giro il regime di Aliyev. La domanda è: ma inganna gli Azeri? La propaganda è solitamente fatta per un pubblico domestico: “Ehi, il nostro leader sta dicendo questo, che è simile a quello che è stato detto prima, e non molti lo contestano, forse è vero”.

Le prove video dimostrano chiaramente e inequivocabilmente come il veicolo con un gruppo di militari azeri, con l’obiettivo di una provocazione, si sta avvicinando ai militari delle forze armate armene, che stavano svolgendo lavori di ingegneria sul territorio sovrano dell’Armenia, e ha aperto il fuoco contro di loro. Inoltre, il fatto che i militari armeni lasciano che il veicolo si avvicina alla loro posizione, dimostra chiaramente che non vogliono l’escalation.

Poi, c’è lo scettico che chiede (cosa che potrebbe cercare benissimo da solo): «Puoi inserire le coordinate esatte su Google Maps in modo che corrispondano al video?».

Il Nagorno Karabakh Observer ha localizzato l’area approssimativa dell’attacco di ieri delle forze armate dell’Azerbajgian sul territorio sovrano dell’Armenia, a meno di 2 km dal villaggio di Tegh. Proprio questa zona ha visto un accumulo di materiale militare azero nei giorni scorsi con segnalazioni di nuove postazioni istituite sul territorio sovrano dell’Armenia dalla fine di marzo.

Per tutta la notte non sono state registrate ulteriori significative violazioni del cessate il fuoco, ha comunicato il Ministero della Difesa dell’Armenia. Dalle ore 08.00 (ore 05.00 di Roma), la situazione. in prima linea continua a rimanere relativamente stabile.

L’Armenia non ha subito perdite di posizione in combattimento a seguito della provocazione dell’Azerbajgian di ieri pomeriggio.

Al momento non si registrano cambiamenti nelle condizioni di salute dei sei militari armeni feriti a seguito della provocazione dell’Azerbajgian di ieri pomeriggio: tre sono in condizioni stabili, gli altri tre sono in condizioni di grado moderato, grave e estremamente grave.

Di seguito i nomi dei militari armeni uccisi durante l’attacco azero di ieri, pubblicati dal Ministero della Difesa dell’Armenia: Arthur Sahakyan (nato nel 1999), Mkrtich Harutyunyan (nato nel 1989), Henrik Kocharyan (nato nel 1997) e Narek Sargsyan (nato nel 1994).

Attendiamo come di consueto che la leadership dell’Unione Europea e la comunità internazionale chiama l’aggressore con il suo nome, condanna fermamente le incursioni illegali delle forze armate dell’Azerbajgian sul territorio sovrano della Repubblica di Armenia e agisce concretamente in modo energico e risolutivo, iniziando con sanzionare l’Azerbajgian per le sue aggressioni non provocate. Ovviamente, stiamo sognando.

E infatti, Nabila Massrali, Portavoce per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha affermato in una nota: «L’Unione Europa deplora gli scontri armati che ieri hanno provocato la morte o il ferimento di diversi militari armeni e azeri al confine tra Armenia e Azerbajgian nella zona di Tegh». «Questo incidente sottolinea ancora una volta che in assenza di un confine delimitato, la linea del 1991 deve essere rispettata e le forze di entrambe le parti sono da ritirare a distanze di sicurezza da questa linea per evitare che si verifichino incidenti simili». «Devono essere rispettati gli impegni precedenti, compresi quelli raggiunti a Praga nell’ottobre 2022 in merito al riconoscimento reciproco dell’integrità territoriale in linea con la Dichiarazione di Almaty del 1991. L’Unione Europea sollecita inoltre l’intensificazione dei negoziati sulla delimitazione del confine e continua a essere pronta a sostenere questo processo».

In questa dichiarazione rilasciata dal servizio diplomatico dell’Unione Europea vengono ribaditi gli appelli alla moderazione e alla risoluzione di tutte le controversie con mezzi pacifici, e che l’Unione Europea continua a sostenere questi sforzi, anche al più alto livello, anche attraverso la presenza della missione dell’Unione Europea in Armenia. Ma nel condannare il fatale scontro di ieri e chiedere moderazione ad ambedue le parti, non viene indicato l’aggressore, Azerbajgian e non viene menzionato che l’aggressione contro l’Armenia è avvenuta sul territorio sovrano dell’Armenia.

Il fatto che l’Azerbajgian continui ad attaccare e ad avanzare nel territorio sovrano armeno, anche se una missione dell’Unione Europea sta presumibilmente monitorando (con i binocoli) il confine, dimostra semplicemente che è impossibile scoraggiare o disincentivare la violenza quando si riceve il gas dell’aggressore.

«Perché l’Azerbajgian è ricorso alla provocazione militare nel villaggio di Tegh in Armenia? Gli Azerbajgiani hanno ucciso 4 e ferito 6 militari armeni. Gli obiettivi del regime di Aliyev sono diversi.

1. Due settimane fa, l’Azerbajgian ha invaso il territorio dell’Armenia da cinque direzioni, a una profondità di almeno 300 metri. Secondo il governo armeno, sono stati effettuati adeguamenti in 7 chilometri della linea di contatto di 12 chilometri appena creata. E ancora a 5 chilometri di distanza erano in corso trattative affinché le forze armate dell’Azerbajgian lasciassero il territorio dell’Armenia. Con questa provocazione, l’Azerbajgian ha interrotto i colloqui di pace affinché le truppe azere continuino a mantenere occupati i territori sovrani armeni. A partire dal 12 maggio 2021, l’Azerbajgian ha occupato almeno 150 chilometri quadrati del territorio dell’Armenia.

2. Con la provocazione di ieri, l’Azerbajgian ha cercato di interrompere la costruzione di postazioni militari da parte delle forze armate dell’Armenia nei territori armeni sulla nuova linea di contatto, al fine di avere buone posizioni per l’imminente attacco.

3. Negli ultimi 10 giorni, due alti funzionari dell’Azerbajgian si sono espressi contro la presenza della Missione di osservazione dell’Unione Europea di stanza in Armenia. Il 3 aprile a Baku, il Ministro degli Esteri dell’Azerbajgian, Jeyhun Bayramov, si è lamentato in un incontro con Dirk Schübel, Inviato speciale per il partenariato orientale del Servizio per le relazioni estere dell’Unione Europea, che l’Armenia non adempie ai propri obblighi a causa della presenza di osservatori dell’Unione Europea. Se traduciamo, Bayramov afferma che l’Armenia non soddisfa le richieste illegali dell’Azerbajgian (in riferimento al “Corridoio di Zangezur”), perché la presenza degli osservatori dell’Unione Europea impedisce all’Azerbajgian di continuare a fare pressioni sull’Armenia con il ricatto militare. E in secondo luogo, il Capo della rappresentanza dell’Azerbajgian presso l’Unione Europea, Vagif Sadigov, ha dichiarato in un’intervista a Politico che la presenza della missione dell’Unione Europea vicino al confine con l’Azerbajgian desta preoccupazione a Baku. Ha accusato l’Unione Europea di aver rafforzato la sua presenza nel Caucaso meridionale attraverso la Missione di osservazione.
Perché l’Azerbajgian si oppone al rafforzamento della posizione dell’Unione Europea? È una domanda interessante, vero?
Il Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, è arrivato in Turchia pochi giorni prima di questa provocazione dell’Azerbajgian. Lavrov ha anche discusso in dettaglio del processo di pace Armenia-Azerbajgian con il Ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu. Il funzionario russo ha accusato l’Occidente di interrompere il processo di risoluzione con il piano russo (annuncio del 9 novembre 2020). Capisci ora dove coincidono gli interessi di Russia e Azerbajgian?
A loro viene impedito dall’Occidente, con gli osservatori dell’Unione Europea, di compiere attacchi su larga scala contro l’Armenia attraverso provocazioni militari e ottenere concessioni illegali.
La provocazione azerbajgiana nel villaggio di Tegh mira a delegittimare la Missione di osservazione dell’Unione Europea. Anche qui c’è chiaramente un’impronta e un interesse russi.

4. Nei giorni scorsi la Russia, tramite l’Ambasciatore Sergey Kopirkin e il Portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha dichiarato di essere pronta a schierare osservatori dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) in Armenia. Cosa li ferma? La presenza degli osservatori dell’Unione Europea e la decisione dell’Armenia di preferire gli Europei alla CSTO. Delegittimando gli osservatori dell’Unione Europea con questa provocazione, l’Azerbajgian con la Russia sta aprendo la strada agli osservatori della CSTO.
Perché l’Azerbajgian è favorevole agli osservatori della CSTO? Perché mentre Unione Europea e USA condannavano gli attacchi azeri e l’occupazione dei territori armeni, la CSTO non ha nemmeno criticato Baku. Se l’Azerbajgian riuscirà a delegittimare gli osservatori dell’Unione Europea e gli osservatori della CSTO saranno dispiegati in Armenia, ciò significherà che l’Azerbajgian sarà in grado di effettuare nuovi attacchi militari senza ostacoli. Gli osservatori dell’Unione Europea non lo consentono ora.

5. I propagandisti e i lobbisti dell’Azerbajgian nell’Unione Europea e negli StatiUniti affermano che Iran, Russia e Armenia sono alleati e agiscono insieme contro l’Azerbajgian filo-occidentale. Aliyev ha affermato in Occidente che l’Armenia e la Russia attaccheranno l’Azerbajgian e, per impedirlo, l’Azerbajgian ha lanciato un attacco su larga scala contro l’Armenia il 13 settembre 2022 e si è impadronito delle vette armene.
L’Azerbajgian afferma inoltre che l’Armenia è un alleato dell’Iran e si stanno preparando ad attaccare l’Azerbajgian insieme. Non è un caso che dopo la provocazione dell’11 aprile l’Azerbajgian abbia diffuso la falsa notizia che l’Armenia utilizzasse droni iraniani. Queste false narrazioni mirano a privare l’Armenia del sostegno dell’Occidente e ad attaccare l’Armenia senza restrizioni per attuare il piano russo-turco del 9 novembre 2020.
Con questa provocazione, l’Azerbajgian ha cercato di coinvolgere l’Iran nell’escalation militare. Baku sa che l’Iran considera il confine e l’integrità territoriale dell’Armenia una linea rossa. La provocazione di oggi mirava a incitare l’Iran ad attaccare l’Azerbajgian.
In realtà, l’Armenia e l’Iran hanno relazioni normali. La cooperazione armeno-iraniana non ostacola in alcun modo la cooperazione armeno-occidentale. La prova di ciò è il dispiegamento di osservatori dell’Unione Europea in Armenia, che Teheran ha sostenuto.
E, naturalmente, il Ministro della Difesa dell’Armenia è arrivato in visita di lavoro a Brussel, presso la sede del comando supremo delle forze alleate della NATO in Europa. Pochi giorni fa è stato in Iran il Segretario del Consiglio di Sicurezza dell’Armenia.
L’Azerbajgian sta attualmente conducendo una guerra ibrida contro l’Armenia. L’Azerbajgian intende isolare l’Armenia dall’Occidente con false narrazioni, delegittimazione degli osservatori dell’Unione Europea e spianare la strada alla CSTO in Armenia. Questa è l’ultima possibilità per l’Azerbajgian di scatenare nuove guerre. E Aliyev non è solo» (Robert Anayan).

«Gli Evangelici (a lungo corteggiati da Baku) stanno voltando le spalle all’Azerbajgian ricco di petrolio, prendendo le distanze dall’escalation di pulizia etnica degli Armeni cristiani da parte di questa autocrazia. Cancellano viaggi pagati, restituiscono regali, rifiutano di prestare i loro nomi per coprire crimini basati sulla fede» (Armenian National Committee of America).

Indice – #ArtsakhBlockade [QUI]

NAGORNO KARABAKH. SCONTRI TRA ARMENI E AZERI, 7 MORTI (Notizie Geopolitiche 12.04.23)

di Angelo Gambella –

Situazione di calma relativa oggi al confine tra Armenia e Azerbaijan dopo gli scontri di ieri, quando le forze azere e quelle armene si sono affrontate con armi leggere nelle vicinanze del villaggio armeno di Tegh.
A seguito della guerra del 2020 l’Azerbaijan ha ripreso il controllo delle sette province azere che aveva perso nel conflitto dei primi anni Novanta, nonché di una parte del territorio dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh sostenuta dall’Armenia. Da allora si registrano scaramucce, specialmente presso il corridoio di Lachin dove sono presenti forze russe (complessivamente 2mila militari) per il mantenimento della pace, ma è tutto il confine dell’Azerbaijan con l’Armenia e con l’Artsakh ad essere costantemente a rischio di focolai.
Il bilancio delle vittime delle sparatorie di ieri è di 7 morti, 4 militari armeni e 3 azeri, nonché di alcuni feriti. Armenia e Azerbaijan si stanno accusando a vicenda per gli scontri a fuoco, e una nota del ministero degli Esteri di Baku riferisce di “provocazioni”, sottolineando che “unità delle forze armate dell’Armenia dalla direzione dell’insediamento di Digh (Tegh) del distretto di Gorus hanno sottoposto a fuoco intenso le posizioni opposte dell’esercito dell’Azerbaigian, di stanza nella direzione del distretto di Lachin”. “Il fatto – continua il comunicato – che tali provocazioni da parte dell’Armenia abbiano avuto luogo a fronte di serie richieste di negoziati su un accordo di pace da parte della comunità internazionale, dimostra che l’Armenia non è interessata al processo di pace. (…) Le provocazioni dell’Armenia contro l’Azerbaigian violando le norme e i principi del diritto internazionale, non solo violano l’integrità territoriale e la sovranità dell’Azerbaigian, ma minacciano anche seriamente la pace e la sicurezza regionali”.
Ovviamente contrapposta la versione armena, secondo cui “le unità delle forze armate azere hanno aperto il fuoco contro membri delle forze armate armene che stavano svolgendo lavori di ingegneria in direzione del villaggio di Tegh nella regione armena di Syunik, al confine con l’Azerbaigian”.
La polizia militare russa fa sapere che in giornata ci sono state 4 violazioni della tregua senza provocare vittime.
Il presidente armeno Vahagn Khachaturyan su indicazione del primo ministro Nikol Pashinyan ha rimosso il comandante delle guardie di frontiera.
I precedenti scontri di media intensità si sono registrati lo scorso settembre, con quasi 300 morti.

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